12.11.19

Il Mare Obliquo 41

Usif-Lizhi, Kirzil e il Duca Kwister continuano a navigare sul Drew, ma dopo l'incontro con una strana nave giungeranno a Uxsiell Flynnen dove troveranno un altro mistero ad attenderli.

– Non viene nella nostra direzione. – Il vecchio Oakin stringe le palpebre per valutare meglio le distanze ed una rete fitta di rughe sorge ad incorniciargli gli occhi. – Passerà un miglio a babordo della Goren.

Il barone Enklu mostra i canini candidi in un sorriso non riuscito. – Io spero che siate abile come sembrate, Mastro Oakin.

Il marinaio non si preoccupa di rispondergli e continua a fissare la titanica nave che scivola leggera sui campi, senza neppure piegare l'erba.

– Mavra. – Mormora a se stesso Usif-Lizhi.

– Cos'avete detto mio signore? – Chiede con lo stesso tono Kirzil Pennarossa.

– Non lo leggi tu stesso? È il nome della nave. Ogni cosa sotto l'ampia cupola del cielo deve avere un nome.

– Non riconosco quei caratteri.

Usif-Lizhi riflette a lungo prima di rispondere. – Li ho veduti ben poche volte io stesso, caro amico. Si tratta dell'alfabeto dei Lontani Primi.

– Sarebbe come dire che quella nave…

– È diventata polvere già da infiniti cicli del sole. In questo luogo, o forse solo nel nostro sguardo il tempo è precipitato in un profondissimo pozzo, in modo tale che noi possiamo vedere ciò che da tempo immemorabile non esiste più.

Oakin stringe ancora di più gli occhi ed indica l'altissimo castello di poppa del vascello di madreperla. – Guardate com'è alta, non sono mai corse navi siffatte sui nostri mari, né tantomeno sui nostri fiumi.

La grande nave è ormai quasi affiancata a loro e le sue alte e sottili finestre hanno vetri opachi dai quali la luce del giorno si ritrae senza riflettersi.

Khude il Silvano osserva a lungo il fantasma prima di parlare. – L'Orlo del Mondo è stato sollevato e non ci separa più da ciò che è stato e che sarà. E da ciò che non sarà mai.

La frase del Silvano fa vibrare l'aria come il rintocco di un pendolo, ma nessuno gli chiede spiegazioni, sulla Goren ognuno ha occhi solo per la grande nave che lenta attraversa il tempo dei Discendenti.

– Non sentite… questo odore… – Harvaiun rimane con la bocca aperta, immobile come un Tekk'sin della leggenda.

– Odore di polvere, di solitudine. – Usif-Lizhi distoglie lo sguardo dalla enorme murata della Mavra, attraversata da sottili screpolature, fitte come infinite ragnatele. – Il nostro mondo si ritrae da essa, le dona odori e colori adatti alla sua sostanza.

La Mavra supera l'ansa del fiume e comincia a curvare, diretta verso le pianure argentate del Kyuda. La sua forma sembra stranamente ridursi, accorciarsi come in una prospettiva sbagliata. La nave continua a curvare divenendo solo una sottile linea argentea che d'improvviso scompare restituendo pienamente libera la vista delle lontane alture che cingono la piana.

– Questa poi! Ma era dunque solo un fondale da teatro la nave dei Lontani Primi? Uno spettacolo di lanterna magica per spaventare i bimbi? – Kirzil Pennarossa ha ritrovato la voce ed il coraggio ed in piedi davanti all'albero principale della Goren fa sentire ben alti l'una e l'altro per dimenticare il brutto quarto d'ora. – E quali guerrieri la popolano? Maschere ed abiti vuoti, le teste come bolle di sapone? E le spade, di cosa saranno fatte mai? Di scaglie di pesci o di raggi di luna?

– Attento, Kirzil. I miei antenati sostenevano che le Ejiri sono fatte con i sospiri delle rocce e con i raggi di luna. – Usif-Lizhi appoggia la mano sull'elsa della spada. – Posso assicurarti che possono uccidere tanto bene quanto le migliori armi di Re Artamiro.

– Chiedo perdono umilissimo, mio Signore. Non volevo certo ridere dei tuoi antenati. Ma tu come spieghi questa strana apparizione e l'ancor più strana scomparsa?

– C'è spiegazione al mondo? Noi tutti lo accettiamo ad ogni risveglio per ciò che è fin da quando siamo tanto piccoli che né parole né pensieri né sogni tormentosi turbano la nostra mente. L'Orlo del Mondo conosce un Tempo che per noi non ha significato, tanto eccede la povera durata della nostra vita. Siamo entrati in un altro Tempo, Mastro Kirzil, e le regole che hanno accompagnato il risveglio della tua mente nei primi mesi della vita non bastano più a spiegarlo. Tutto qui. D'altro canto questo incrinarsi dell'Universo ha il pregio di fare di noi dei bimbi, di cancellare anni e decenni con un semplice soffio. – Il Notturno usa il suo tono più allegro e mondano per pronunciare quelle parole, ma lui stesso sembra credere ben poco a ciò che dice.– Probabilmente la stessa Ombra di Sangue finirà per dimenticare il suo crudele compito. Non è escluso che potremo incontrarla su questi campi cristallini a recitare ritornelli e filastrocche. 

 

– Io non ho nessuna voglia di ritornare bambino, caro Signore dei Notturni, con tutto il rispetto per i tuoi antenati e per la tua mente da poeta. Da bambino ho preso tante di quelle sberle e calci da non rimpiangere nulla di quella bella età. – Oakin infila una mano in un tasca del camiciotto dai bordi stinti e consumati e ne estrae una pipa dal bocchino lunghissimo. – I miei antenati si limitavano a dire che non bisogna fumare a stomaco vuoto, oltre ad altre regolette del genere, semplici semplici e forse molto stupide. Ma i miei antenati non hanno mai incontrato una nave come quella. I pirati magari sì, ma mai una cosa simile. Quindi adesso sappiate che mi riempirò la pipa ed andrò a fumarla sulla punta della prua. Alla vostra salute!

– E per quanto mi riguarda penso che andrò a mettere qualcosa sotto i denti: l'ora del primo pasto è passata da un pezzo ed il mio stomaco si è piegato e consumato come una vecchia bisaccia. Se qualcuno crede di voler seguire il mio esempio…

Intorno a Kirzil Pennarossa dei Mappin, diretto verso il sottoponte, si forma quasi subito un gruppo di sostenitori della sua idea ed il ponte si svuota così in un batter d'occhio, lasciando soli Usif-Lizhi, la fata Mahaderill ed il Duca Kwister.

– Alle volte mi capita di chiedermi… – Inizia col dire il Lupo-Drago, interrompendosi a metà per rimirare il riflesso d'oro del sole sulle acque.

– … Che ne sarà della mia Marrak, dei miei cari, del poco che ritengo davvero importante nella vita… – Continua la Fata Mahaderill.

– Ignoravo queste virtù di voi Fate. D'ora in poi starò molto attento a non pensare in presenza di una di voi. – Il Duca sorride senza voltarsi.

– Le fate non posseggono il dono di leggere nella mente. Solo taluni incantesimi della magia più antica rendono possibile farlo, ammesso che sia opera degna. No, il vostro pensiero è scritto sul volto, insieme ad una sorta di ira malsopportata, la stessa che ci prende di fronte alla sfacciataggine innocente di un bimbo. – Mahaderill scuote dolcemente il capo, adornato di piccoli fiori come è costume delle gwellyniuin.

Con una punta di malinconia il Duca nota che i fiori sono già in gran parte sfioriti. Quell'emozione, dapprima delicata e quasi piacevole si trasforma ben presto in una nostalgia bruciante, dolorosa, quale non avrebbe mai creduto di poter provare. I bastioni scuri della sua Marrak, aggrappati sul bordo di una profonda valle profumata d'erba sorgono davanti al suo sguardo tanto reali da dargli il desiderio di sfiorarli. Tra le vecchie pietre crescono decine di delicati fiori azzurri, muschi dalle mille sfumature di verde e marrone bruciato, ciuffi d'erba disordinata e caparbia, lunghi sottili steli del colore del miele. Le pietre illuminate dal sole mandano un delicato tepore che giunge fino a lui superando lo spessore del cuoio del guanto. Respirando affannosamente il Lupo-Drago cade in ginocchio, appoggiando le mani aperte sulla pietra del bastione, sentendola vibrare dolcemente, con lo stesso ritmo trasognato dei canti uditi oltre le porte del grande Salone della Luna, quando era solo un piccolo lupetto pestifero, amato dagli altri Marr solo quando finalmente dormiva.


Kwister di Lö vede i giorni correre veloci sulla pietra del bastione: sente il gelo afferrarlo, il vento attraversare le ossa come se lui stesso fosse divenuto un fantasma, il caldo delle ore più calde della breve estate appena temperato, la dolcezza estenuante della luce d'autunno ed i venti freddi che preannunciano il grande silenzio della neve. E la pietra scura della Marrak imbrunisce ancora sotto le sua mani, crepe dapprima leggere la attraversano, frammenti cadono facendosi polvere al contatto delle dita. La pietra ha cessato di respirare e quieta attende la propria fine. Il Lupo-Drago stringe i denti, afferra i frammenti di pietra e li ricaccia affannosamente nelle crepe, aprendone di più grandi, sempre più grandi, fino a vedere oltre gli orli spezzati il grigio polveroso delle residenze crollate, i tetti sventrati, le finestre vuote e silenziose. Ed ancora tempo passa, sempre più veloce davanti alle pupille dilatate del Duca: il giorno si confonde con la notte, il cielo brilla con la luce di un interminabile crepuscolo. Le montagne regrediscono velocemente a colline, insulse alture che proiettano ombre instabili e lunghissime. Solo il freddo non conosce tramonto, si fa più forte, arrogante: è l'unico tiranno dell'aria sottile rimasta a cingere quella terra piana e senza futuro. Kwister sente che il freddo ha ormai raggiunto anche il suo cuore, la mente. Quella terra del crepuscolo gli sembra tiepida, accogliente, pacifica. Gli occhi rimasti finora sbarrati si chiudono con un'ultimo spasmo ed il duca crolla sul pavimento della nave, rigido come un cadavere.

Usif-Lizhi si china su di lui, lo rigira. – Ha il viso freddo, quasi gelato. – Si volta verso la gwellyniuin. – Cosa gli è accaduto?

– La nave portava con sé il principio e il termine di ogni cosa. Un'onda che ha colto forse il solo duca.

Usif-Lizhi chiude i grandi occhi e scuote la testa. – Non solo lui, Mahaderill. Ho sentito un vuoto, un languore che come un incubo non voleva abbandonarmi. Cos'altro dovremo affrontare in questo viaggio?

– Non lo so, Uomo-di-luna. E forse è meglio così per noi tutti.



Uxsiel Fllynnen è un piccolo porto poco frequentato sul percorso del Drew, posto a poche miglia dalle grandi chiuse. L'unico particolare degno di nota del villaggio è la grande torre detta l'Ago di Evresse che sorge accanto al minuscolo palazzo del Guardiano delle Acque. Costruita probabilmente dai Gu'Hijirr bruni si racconta esistesse già ai tempi delle guerre tra i Notturni ed i Lupi-Drago delle pianure del Sud. Dalla sua cima, una piccola cupola di cristallo di un paio di metri di diametro, lo sguardo può correre dalle montagne dell'Orlo fino ai primi lembi del grande territorio di Re Artamiro seguendo il lento e maestoso corso del fiume. In condizioni di tempo buono e di vento leggero è visibile per buona parte del percorso fluviale ed i riflessi del sole sulla cupola si dice possano essere avvistati con un buon cannocchiale già dai Nove monti di Verdevima.

– È alta più di duecento braccia. – Spiega Kirzil Pennarossa a Share Harvaiun. – E le fondamenta scendono fin sotto il livello del Drew. Non esiste nessuna costruzione più alta in tutto il vasto orlo del mondo.

Il syerdwin la osserva con una punta di compiacenza. – Non nego che alta sia ben alta, ma il Faro della Misericordia su nelle Isole della Regina è certamente più alto.

Kirzil aggrotta le sopracciglia. – Mai sentito nominare. Ma in fondo la valentia dei Syerdwin come costruttori non è particolarmente famosa. 

 

– Dicono che questa torre sia stata costruita dai Gu'Hijirr bruni. Secondo il Duca Kwister questi non hanno molto a che vedere con i Gu'Hijirr attuali, più o meno come non si possono confondere le tartarughe con i Lontani Primi. – Continua parlando in tono mondano, quasi distratto il Syerdwin. – Presso la corte la gente di Farsoll è chiamata con il nomignolo di Maiali di Mare mentre molto timore e rispetto ho spesso sentito esprimere per i Gu'Hijirr Bruni.

– Questo è niente. – Ride Kirzil Pennarossa. – Alla corte di Niby Ornoll la gente della tua razza è definita "Pesce Secco". In quanto al nomignolo di gusto delicato scelto dal tuo re e dai suoi sodali ti consiglierei di citarlo solo a voce molto bassa. La gente di Oakin è particolarmente permalosa ed ha l'abitudine di gettare nel fiume una dozzina di volta chi l'offende. Allora cosa ne dici di questa meravigliosa torre costruita dai miei antenati a buon titolo?

Il Syerdwin inghiotte un paio di volte a vuoto, scruta le espressioni poco raccomandabili della ciurma della Goren ed annuisce. – Davvero meravigliosa, sì. Ricordati di venirmi a trovare nella mia città una volta o l'altra, Kirzil Pennarossa dei Mappin che saprò ben come renderti una simile ospitalità.

– Prima dobbiamo portare a compimento la nostra impresa, pesciolino mio. Ma la nave sta rallentando, non pare anche a te?

– Sì. E mi sembra stia anche accostando a destra.

– Approderemo ad Uxsiel comesichiama dunque? Ecco, mio signore, trascorreremo la sera in un'accogliente locanda di questa piccola città?

Usif-Lizhi si scuote come chi è risvegliato da un sonno non particolarmente felice e si stringe nelle spalle. – Credo che questa sia l'intenzione di Oakin e del Duca. Dall'alto dell'Ago di Evresse speriamo di vedere fino a che punto sia giunto il Cambiamento e se le chiuse siano ancora praticabili.

– In caso contrario, mio signore? – Chiede Harvaiun.

– In caso contrario dovremo proseguire a cavallo, guardandoci dalle scorrerie degli uomini di mezza-pianura, i Tedeki, e chiedendo ospitalità alle rocche dei Notturni sparse lungo la strada.

– Magnifica prospettiva mi pare. Ma forse è preferibile un pericolo reale ed afferrabile come quello dei mezzi uomini di pianura o una notte in una Rocca dei Notturni ad incontri come quelli avuti sul fiume.

Il Notturno sorride in modo appena avvertibile. – L'unico pericolo tra la mia gente è quello di morire di noia tra una raccolta di minerali ed una collezione di profumi ed essenze. I Tedeki sono un po' peggio, si dice, dal momento che hanno l'abitudine di nutrirsi degli occhi e della lingua delle loro vittime per acquisirne ricordi e capacità.

– E qual'è la sorte dei poveretti così ridotti? – Chiede Kirzil cercando di conservare la voce ben ferma.

– Lo ignoro. Ma quand'anche non infierissero oltre sulle loro vittime non credo che dalla cosa si potrebbe trarre gran consolazione.

– Indubbiamente, mio Signore, indubbiamente. – Ammette il Gu'Hijirr.

Nel frattempo la Goren ha terminato le manovre di attracco e nell'aria limpida della sera si ode il grido di Mastro Oakin che ordina di serrare i nodi d'ancoraggio.

7.11.19

Il Mare Obliquo 40


Il viaggio nelle Foreste Sotterrate si fa sempre più pericoloso e i nostri riescono a sopravvivere solo grazie agli strani amici Aloq.
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La colazione è costituita di un sorso d'acqua ed un biscotto e viene consumata mentre il notturno racconta dell'incontro di Klog.

– … Io credo che quelle creature vivano vicino alla superficie e che quindi ben poche di loro scendano fino alle foreste sepolte, ma naturalmente non ne sono certo.

Un brontolio indistinto dei cervi e la mesta rassegnazione degli altri è l'unico commento al discorsetto.

– Ma insomma si può sapere cosa hai visto di preciso? – Chiede Plinio attardatosi nella colonna per aspettare il Boldhovin che procede per ultimo, con le mani sprofondate nelle tasche e gli occhi fissi sul soffitto del condotto.

– Possono camminare rovesciati, come le mosche secondo te? – Chiede all'improvviso Klog. – L'ho chiesto a Gudre-Yinnu ma non ha saputo rispondermi.

Plinio sospira. – Dovrei sapere un po' meglio di cosa parli per poterti rispondere.

– Parla piano.

– Va bene.

– Sono gli alloq, le creature che abitano queste profondità. – Spiega il Boldhovin. – Ne ho visto uno. Fischiano e si muovono al buio senza rumore.

– Credo che il nome giusto sia Aloq, ma sono creature da fiaba, non esistono. – Spiega il gatto con un sorriso.

– L'ha visto anche il Neek.

– Ho sentito. Ma sono scettico.

Klog decide che non merita cercare di convincere lo stupido gatto. Si stringe nelle spalle e continua la sua osservazione del soffitto.

– Ma cosa ha fatto quella creatura? – Chiede dopo un po' Plinio che non si è ancora allontanato.

– Nulla. Anzi, si addolorava perché certa gente non ammette la sua esistenza.

– Smettila, Klog. Se vuoi ci credo. Cosa faceva l'Aloq?

– Fischiava e si spostava nel buio, nulla di più. Ci spiava, insomma. Hanno una faccia che sembra una maschera di cartone, si vestono di ragnatele e hanno occhi grandi che non riflettono la luce.

Il gatto riflette per qualche istante senza replicare.

– Probabilmente questi luoghi ne sono pieni. Vivono in questi antichi condotti scavati dai Gu'Hijirr Bruni e rapiscono la gente nelle notti di luna nuova. – Continua il Boldhovin. – Ma temono la luce ed io ho la Pietragemella.

Plinio annuisce suo malgrado impressionato dal racconto e getta un paio di occhiate al buio alle sue spalle.

Procedono per un paio d'ore, continuando a scegliere ai frequenti bivi la strada che promette di condurli più in basso.

– Di questo passo arriveremo nella Reggia nell'Ombra di Sangue. – Commenta a bassa voce Matushka all'ennesimo bivio. – Cosa ci assicura che la strada giusta sia quella che porta verso la profondità?

– Nulla. – Gudre-Yinnu, che marcia in testa al piccolo gruppo sorreggendo la lanterna, ride: – Ricorda che i Neek hanno l'udito dei notturni, piccola Fuji-Ku. Abbiamo solo qualche ricordo ormai sbiadito dal tempo e qualche frase di vecchissimi libri.

L'unica replica della piccola volpe è uno sbuffo irritato.

Dopo un'altra mezz'ora di marcia il disegno del condotto si è fatto meno preciso, come se lo scavo avesse incontrato un sistema di gallerie naturali limitandosi a seguirlo. Le pareti sono più ampie e gli spiazzi, mal delimitati e stillanti umidità, si sono fatti più frequenti.

– Ehi! Il soffitto non è più tramezzato! – Esclama Klog. – Siamo vicino alle foreste?

– È probabile. – Replica brevemente il Neek. – Ma credo che fino a sera non le…

Un debole fischio, apparentemente proveniente da una diramazione della caverna interrompe le parole di Gudre-Yinnu.

Un istante dopo un'altro fischio proveniente dal condotto che hanno appena superato giunge in risposta al primo.

– Sono gli Aloq? – Chiede Fahgön, tranquillo come se avesse chiesto il tempo che fa.

Il Neek risponde con un cenno del capo ed estrae lentamente la lunga Ejiri. Altri fischi echeggiano nei corridoi.


– Schieriamoci contro quella parete, presto. – Grida Fahgön. – Così non potranno prenderci alle spalle. – Il vecchio cervo agita l'imponente palco di corna. – Ükkum-Glid, Fratelli- di-scorza, tenetevi pronti a caricare. – Grida agli altri cervi.

Passano pochi secondi, lunghi come il tempo degli dei e da quattro varchi aperti sul buio penetra correndo un'orda di creature che procedono a testa bassa, senza produrre rumore né grida.

– Ükkum Hian! – Grida Fahgön ed i quattro cervi si lanciano a testa bassa verso il gruppo più vicino di assalitori, simili al vento che scuote le chiome degli alberi.

Non un lamento si leva dalla creature assalite e calpestate da Fahgön e dai suoi Fratelli-di-scorza. Dopo la prima carica i cervi si voltano rapidi per caricare il secondo gruppo di nemici che, preavvisati li accolgono con gli scudi sollevati. I cervi, con così poco spazio per prendere la rincorsa, sono costretti a piombare sui guerrieri con impeto minore e la loro carica riesce solo a fermarli senza sopraffarli.

– Attento Fahgön, a destra! – Urla Gudre-Yinnu lanciandosi addosso ad un terzo gruppo di avversari che stanno per attaccare alle spalle i quattro cervi. Il Neek si lancia in mezzo al gruppetto di creature urlando e abbattendo la sua spada in mezzo a loro.

– Sono Oom! – Grida Matushka. – Non c'è sangue nei loro corpi.

Klog che sta per estrarre la Pietragemella dalla borsa alza lo sguardo e fissa la Ejiri manovrata dal Notturno, che ha già colpito molti assalitori senza macchiarsi di sangue. Un brivido gelido lo immobilizza: gli Oom sono creature senza mente nè spirito, animate da una Magia di Sangue ed impossibili da spaventare o fermare senza distruggerle.

Plinio estrae dalla borsa una corta spada di fabbricazione Gu'Hijirr e si lancia in soccorso di Gudre-Yinnu, circondato da quattro Oom, che lo attaccano a turno come una muta di cani rabbiosi.

– La lanterna… – Grida il Boldhovin. – Attenzione! – Ma il suo grido giunge troppo tardi. Uno degli Oom l'ha già raggiunta e scagliata a terra. Nel buio più completo la lotta già difficile è diventata senza speranza. Un istante dopo l'aria si riempie improvvisamente di fischi e dell'odore di viole degli Aloq. Klog sente qualcosa afferrarlo mentre sta per estrarre la Pietragemella ed aspira un forte lezzo di palude un istante prima che il soffitto della caverna gli cada sulla testa.





Buio. Cerca di sollevare il capo ma una fitta dolorosa lo immobilizza con la nuca contro il pavimento di roccia. «Sono vivo a quanto pare.» Osserva tra sé il Boldhovin, incerto se rallegrarsi o meno per quel dato di fatto. Nella caverna o qualunque sia il luogo nel quale si trovano, c'è un assoluto silenzio, appena turbato dal respiro di alcune creature. Con uno sforzo doloroso estrae dalla tracolla, rimastagli miracolosamente appesa alla spalla, la Pietragemella che illumina la scena con un bagliore vivido.

Si trovano ancora nella caverna della battaglia, su questo non c'è dubbio, ma non vi è traccia degli Aloq né degli Oom. Klog si alza a sedere. Più o meno malconci i suoi compagni sembrano esserci ancora tutti, se vivi o morti però non saprebbe dirlo.

– Gudre-Yinnu? – Chiama. – Plinio? Fahgön? Matushka?

L'unica risposta è una specie di grugnito proveniente senza alcun dubbio dalla gola del cervo.

– Sei vivo Fahgön?

– Credo di sì. Siamo stati sconfitti, vero?

Klog sente lo spasmodico desiderio di ridere di fronte a quell'osservazione così tipica ma si trattiene.

– Siamo vivi, Fahgön, perlomeno io e te. Non sei contento?

Il vecchio cervo brontola qualcosa nella sua lingua e si alza a fatica sulle quattro zampe. – Una vita senza onore non è vita. – Commenta. – Come stanno i nostri compagni?

– Non lo so. Chiediamoglielo.

– Non mi toccate, per favore. – La voce del Neek sembra molto meno divertita ed ironica del solito. – Non credo di avere più un solo osso nella sua sede naturale. – Si alza su un gomito. – Come abbiamo fatto a salvarci?

– Gli Aloq. – Klog riconosce la voce di Basso Okme e si volta di scatto. L'uccello-di-legno è in piedi, apparentemente incolume. – Li ho sentiti arrivare e li ho visti combattere con gli Oom. Quelli non potevano avvertire la mia presenza perché sono attirati solo dalle creature fatte di carne e di sangue. Gli Aloq ne hanno distrutti molti ed hanno trascinato via i loro resti ed i pochi superstiti. I fischi che abbiamo udito prima dell'arrivo degli Oom erano stati emessi per avvertirci.

– Oh, bella. E tu come fai a sapere tutte queste cose? – Chiede Plinio massaggiandosi la nuca.

– Li ho veduti ed ho parlato con loro. In genere non amano chi entra nelle loro terre, ma meno di tutti amano gli Oom, che sono entrati ieri ed hanno invaso le loro silenziose gallerie.

– Hai visto, stupido gatto, che gli Aloq esistono?– Non può fare a meno di dire Klog con espressione trionfante.

– Già, e meno male che esistono. Da come li avevi descritti tu non sembravano poi troppo utili, tuttavia.

Prima del Boldhovin è Basso Okme a rispondere. – Sono strane creature. Parlano una lingua fatta di fischi e odori, forse la lingua più antica dell'Orlo del Mondo. Sono diffidenti ed insieme ingenui come bambini e così possono esseri crudeli e generosi. Comunque mi hanno detto che quanto prima ce ne andremo meglio sarà.

– E così sia. – Commenta Gudre-Yinnu. – Io non ho nessuna intenzione di occupare le loro amate gallerie ancora per molto tempo, ne stiano pur sicuri. Immagino che questa tua capacità di comprendere le lingue ti sia stata donata da Kerfilluan.

– Ogni lingua ubbidisce a regole musicali, Gudre-Yinnu. Chi comprende la musica può comprendere ciò che gli altri esseri dicono.

– Se avete terminato con la vostra bella discussione sulla musica e la lingua io direi di allontanarci in fretta di qui. – Fahgön scuote il grande palco di corna come per rassicurarsi di essere ancora tutto intero. – Potrete riprendere una volta tornati sotto il cielo, se proprio ci tenete. Io non ne posso più di questo luogo.

Nessuno trova nulla da aggiungere e, tra lamenti e grugniti i custodi della Pietragemella riprendono zoppicando il loro viaggio verso le Foreste Sotterrate.

2.11.19

Il Mare Obliquo 39

Il viaggio di Klog, Plinio e Matushka, guidati dal Neek Gudre-Yinnu, continua nelle caverne della Foresta Sotterrata, dove, tuttavia, non mancheranno di fare incontri inattesi.
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Il primo ad attraversare l'Arco di Uxrol ed a penetrare nel Regno delle Foreste Sotterrate è Gudre-Yinnu, il Neek, subito seguito da Fahgön che subito prima di scomparire nell'ombra annusa l'aria con una smorfia.
Subito dopo entrano gli altri cervi e poi Basso Okme, Plinio, Matushka ed infine Klog che cammina con il viso sporto in avanti e gli occhi infitti nell'oscurità come una caricatura.
Gli ippogrifi del Notturno si sono levati in volo pochi minuti prima, ubbidendo ad un ordine di Gudre-Yinnu pronunciato in una lingua che nessuno di loro ha riconosciuto.
– Cosa c'è, una scala lì sotto? – Chiede Klog dopo pochi secondi di cammino, senza che nessuno si preoccupi di rispondergli. La luce color zafferano del giorno regredisce lentamente, quasi insensibilmente ed il Boldhovin si chiede con una punta di smarrimento quando cesserà di illuminarli, lasciandoli nel buio più completo, alla mercé delle sconosciute e crudeli entità che sicuramente vivono in quell'anticamera dell'inferno.
Ad ogni passo esitante, su un sentiero in lieve pendenza scavato nella pietra, constata il lento, quasi insensibile impallidire della luce del giorno.
«Forse questa luce non cesserà mai di accompagnarci, forse debole, quasi invisibile, ma in ogni punto di questi luoghi sarà ancora possibile coglierne il riflesso». Ragiona tra sé il Boldhovin. «Forse saranno solo i nostri occhi che non riusciranno più ad avvertirla, ma quasi invisibile resterà con noi, come un salvacondotto in mezzo alle tenebre.»
I pensieri consolatori di Klog si interrompono di colpo quando il sentiero devia con una curva improvvisa, nascondendo loro il settore di cielo inscritto nell'Arco di Uxrol.
Il Boldhovin gira il capo per vedere un'ultima volta la luce del giorno, fa un profondo sospiro ed allunga il passo per raggiungere Matushka che cammina davanti a lui.
Fatti pochi passi una debole luce color pergamena accende l'alta volta di pietra sospesa sopra di loro.
– Una lanterna! – Esclama in un soffio Klog.
Una breve risata del Neek è l'unica risposta al suo moto di gioia.
In capo ad una mezz'oretta, procedendo in fila indiana in quella sorta di ampio condotto scavato nella roccia, l'odore lieve e tiepido dell'aria esterna è stato completamente sostituito dal sentore freddo e secco delle profondità.
– Singolare. – Osserva Basso Okme. La sua voce risuona stranamente amplificata tra le pareti di roccia, perdendosi con un rombo remoto molto oltre i loro passi. – Singolare, dicevo. – Ripete l'Uccello- di-Legno questa volta parlando a voce bassissima. – Non vi è umidità in questi luoghi.
– È vero. – Commenta Plinio, a cui il silenzio totale che li circonda sta cominciando a dare sui nervi. – È tutto così secco, freddo e…
– …E morto, stavi per dire, vero messer Gatto? – Il Neek sembra l'unico della compagnia ad avere ancora voglia di scherzare, sia pure nel suo modo molto personale. – C'è poca acqua in superficie ed è assolutamente normale che ve ne sia poca anche in profondità, non trovate?
– Assolutamente logico. – Approva Fahgön. – E non vedo il motivo di sollevare inutili interrogativi in proposito.
Klog tira fuori la lingua per una risposta adeguata ma silenziosa alla sicumera del cervo, così convinto della sua forza e del pari del tutto privo di fantasia.
Nel corso del loro cammino altri corridoi talvolta si aprono davanti a loro, altrettanto bui e silenziosi. Gudre-Yinnu non esita neppure per un attimo in questi casi, scegliendo sempre la strada che sembra condurli più profondamente.
– Tra pochi minuti, non appena avremo trovato uno spiazzo abbastanza ampio ci fermeremo per il riposo notturno. – Avverte Gudre-Yinnu. – Se il mio segnatempo non sbaglia in questo momento sopra di noi il sole è calato e già la luna è sorta.
L'idea che il buio si trovi ora anche alle loro spalle fa rabbrividire Klog per un istante.
– Dovremo dormire qui, in mezzo alle rocce come morti prematuri? – Chiede a bassa voce a Matushka.
– Così pare.
– Ma tu non hai fame?
– Non molta, per la verità. Qui mi sento poco ispirata.
Quando il condotto si allarga in un piccolo spiazzo dal fondo liscio come un pavimento di pietra il Neek si ferma ed agita in alto la lanterna.
– Tirate fuori le provviste. Non si possono accendere fuochi, purtroppo: non abbiamo legna né sarebbe consigliabile farlo senza un adeguato tiraggio. – Spiega. – Quindi dovremo rassegnarci a mangiare i nostri cibi così come sono. Faremo turni per dormire, per questa notte il primo sarò io, poi sarà la volta di Fahgön, poi di Plinio, ed infine di Klog. Domani notte toccherà a Matushka, Bunke, Ernuf, Og e Basso Okme. D'accordo? 

 
Un mormorio di consenso accoglie le parole del Neek, mentre Klog riflette sgomento che un turno di guardia significa trascorrere un paio d'ore in assoluta solitudine, a fissare le due oscure estremità del corridoio che li ha condotti fino a lì e che li dovrà portare fino all'altra estremità di quel luogo desolato, attraversando chissà quali orrori.
Con un moto di disperazione il Boldhovin alza il capo verso il soffitto della piccola sala. – Per il Dio zoppo di Fragnan, avete visto il soffitto? – Esclama un attimo dopo.
Tutti levano il capo in alto tranne Gudre-Yinnu, intento a disporre a terra la propria coperta per sedere.
– Una miniera! – Commenta Basso Okme. – Ecco cos'è questo strano luogo. Ma chi veniva a scavare a questa profondità, e per cercare cosa, poi?
– A questa domanda non so proprio cosa rispondere, gentile Basso Okme. – Risponde il Neek. – So che in questi luoghi la mia gente, quando non aveva ancora abbandonato le pianure, possedeva molte miniere che faceva scavare ai Gu'Hijirr Bruni, una razza che ora credo non esista più. Erano dotati di strana ostinazione i Gu'Hijirr Bruni, e conducevano i loro scavi anche molto oltre ciò che veniva loro ordinato. Come talpe attraversavano senza sosta le viscere della terra, cercando chissà cosa. Erano minatori molto capaci e del pari assolutamente folli. Il loro destino mi è sconosciuto e si perde nella confusione del periodo della fine dei Tre Regni, quando i Notturni combatterono un'assurda guerra contro i potenti Te-Ulsh giunti dai Cancelli dell'Ovest, i progenitori degli Uomini che popolano ora le pianure.
– Fin dove ci porterà questo comodo condotto? – Chiede Ernuf uno dei cervi, riconoscibile per una sfumatura color miele del pelo.
– Dovrebbe portarci fino alle foreste entro domani. Lì potremo procedere anche senza la lampada. In tre giorni dovremmo riuscire ad attraversare le foreste ed incontrare un passaggio simile a questo che ci riporterà in superficie.
– Mi pare molto chiaro e soddisfacente. – Commenta il cervo. Klog si guarda intorno: anche gli altri tre cervi sembrano pensarla nello stesso modo, con la testarda, rigida convinzione tipica della loro gente.
Plinio e Matushka gli sembrano invece un po' meno assolutamente convinti, forse più che altro come lui rassegnati.
– Questo programma esclude ogni possibilità di fare brutti incontri, nevvero? – Chiede il Boldhovin dopo qualche attimo di silenziosa riflessione.
– Certo.
– Ma se…
– È inutile preoccuparsene ora. Siamo armati, decisi e coraggiosi: cosa dobbiamo temere dalle eventuali ombre che abitassero in questi luoghi?
– Nulla, nulla. – Approva Klog, stanco di udire tanta ostinata sicurezza.
La cena a basa di patate arrostite fredde e pan biscotto, annaffiato da pochi sorsi di acqua aromatizzata dalle foglie di menta, viene consumata rapidamente ed in silenzio.
– Chiamatemi per il mio turno. – Mormora il Bodhovin un attimo prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni. 


– Su forza, ho sonno adesso.
Klog socchiude gli occhi, certo di trovarsi nella sua piccola casa di Deninax, nel May Dell. La delusione è tanto più cocente quando, alla tenue luce della lanterna, riconosce il soffitto sorretto dalle travature e l'espressione seccata di Fahgön chino su di lui.
– Allora, Boldhovin! È ora di alzarsi. Devi fare la guardia per due ore e poi svegliare tutti gli altri, capito?
Klog fa un debole cenno di assenso alzandosi a sedere e si avvolge nella coperta.
– Sei ben sveglio? – Gli chiede il cervo.
– Certo.
– Fai buona guardia.
– Sicuro.
Dopo pochi istanti al concerto di respiri dei dormienti si aggiunge quello lento e profondo del grande cervo. "Ecco, adesso solo io sono sveglio." Spiega a se stesso il Boldhovin, rimpiangendo per la prima volta in vita sua la compagnia di Fahgön. Per passare il tempo si mette ad ascoltare il respiro dei suoi compagni cercando di riconoscerlo. "Questo così delicato, simile a quello delle fate dev'essere di Matushka. E Plinio, respira lentamente, con un esitazione, come se ogni respiro potesse essere l'ultimo… e Gudre-Yinnu: dev'essere lui a cambiare spesso posizione ed a sbuffare, neppure nel sonno riesce a trovare un po' di pace. Non sento il respiro di Basso Okme… Ma forse è normale, chissà se respirano gli uccelli di legno? Proprio come gli Oom…"
Il pensiero delle marionette, nato dal lontano ricordo del racconto di un Lupo-Drago, lo raggela per un istante e per la prima volta, ubbidendo ad un riflesso obbligato Klog fissa l'apertura del condotto posto davanti a lui. Non vede null'altro che buio, fitto e pesante come una parete solida. Si volta di scatto alle proprie spalle verso l'apertura dalla quale sono giunti, ovviamente altrettanto oscura. Scuote la testa emettendo un sospiro prolungato ed emette una nota, inizio di una breve composizione per fischio solista. Non è tanto il timore di svegliare i suoi compagni a farlo smettere, quanto la paura che qualcuno o qualcosa possa udirlo. Klog inghiotte a vuoto e vorrebbe riuscire a ingoiare nuovamente anche quella nota leggera che danza ancora lievissima nell'aria. Il silenzio di quel luogo è talmente profondo ed assoluto da mettergli la voglia di cantare ad alta voce, battere le mani, produrre almeno un po' di chiasso. "Noi nati nel bosco non dovremmo neppure sapere l'esistenza di luoghi come questo, dove la stessa aria penetra a stento e non ha affatto un buon odore." Per un momento il Bodhovin si chiede se in quello piccolo spiazzo vi sia aria a sufficienza per tutti loro, ma prima di giungere a decidere alcunché in proposito un tenue fischio interrompe le sue riflessioni. Per un attimo Klog, ancora non del tutto sveglio si chiede stupito se per caso non sia stato lui, senza rendersene conto, a produrlo. Tuttavia quando la nota si ripete, un attimo dopo, ogni dubbio scompare: qualcuno o qualcosa sta fischiettando a pochi metri da loro, assolutamente invisibile. Klog si alza di scatto guardandosi intorno come un guerriero d'altri tempi, ma oltre ai corpi addormentati dei suoi compagni non scorge null'altro. Con il cuore che gli batte furiosamente in petto tende l'orecchio: dopo pochi attimi nuovamente il fischio, lento e cupo come un rintocco. Il Boldhovin fissa il condotto aperto davanti a lui: il suono sembra provenire da lì, ma nulla, nessuna forma o luce provengono dall'apertura.
Klog torna a sedersi ed il fischio tace per qualche minuto, tanto che comincia a chiedersi se non si sia trattato di uno scherzo di pessimo gusto della sua fantasia. Quando lo ode nuovamente, il fischiatore sembra essersi trasferito alle sue spalle, da qualche parte nel corridoio dal quale sono giunti. Questa volta il Bodhovin fa un bel salto, come se qualcuno gli avesse infitto uno spillone in una coscia e corre all'imbocco del condotto. Non vede assolutamente nulla, ma un debole soffio d'aria tiepida, con un fortissimo sentore di viole lo fa sobbalzare.
– Ehi, chi è là? – Sussurra con voce strangolata.
Un cigolio o forse una risata rispondono alla sua domanda.
Klog fissa ancora una volta il buio, poi, con un movimento improvviso, infila la mano nella piccola tracolla ed afferra la Pietragemella di Sibiell. Non appena la estrae dalla borsa il corridoio di roccia si illumina di una forte luce chiara, lasciando scorgere una forma sottile come un fiammifero e molto alta, vestita di un lungo abito grigio simile ad un'enorme ragnatela.



– Chi s-sei? – Chiede.
La creatura nasconde la testa dietro la manica sfilacciata dell'abito ed emette un debole suono, simile ad uno schiocco.
È smisuratamente alta, ma l'assurda magrezza del corpo gli conferisce una fragilità assai poco minacciosa.
– Cosa sei, abitante del buio? – Chiede il Bodhovin.
Lo strano essere china il capo senza smettere di nascondere il viso alla luce, poi con un movimento rapidissimo si piega come un coltello a serramanico e corre via faccia a terra senza produrre il minimo rumore.
– Cosa succede?
La voce di Gudre-Yinnu, sorta improvvisamente alle sue spalle lo fa trasalire violentemente.
– Hai visto?
– Ho udito, certo. E sento uno strano profumo nell'aria.
– Cos'era quella cosa, lo sai? – Chiede Klog.
– Non l'ho veduta, amico mio. Ho solo sentito deboli rumori e la tua voce spaventata.
– Era magrissimo, un lungo palo avvolto in un vecchio mantello dalle maniche molto ampie e teneva il volto nascosto per ripararsi dalla luce emessa dalla Pietragemella di Sibiell. È scappato di là…– Il Boldhovin si interrompe di colpo. – Hai intenzione di seguirlo?
– Credo di no. Ha miracolose proprietà quella pietra, le ignoravo.
– Anch'io le ignoravo: ho afferrato la pietra per difendermi. Allora, sai cos'era?
– È probabile fosse un Aloq. Si tratta di strani esseri sui quali esistono ben poche testimonianze.
– Sono pericolosi?
– Vivono in solitudine, che io sappia. Hanno la pelle sottile come carta ed occhi molto grandi e sporgenti, senza colore come la pioggia. Vi sono alcune leggende su di loro, si dice che escano alla superficie solo nelle notti nuvolose di Luna Nuova per rapire i viandanti e farne i propri schiavi e che si nutrano degli insetti che si nascondono sotto le pietre rovesciate. Qualcuno racconta che nelle notti di vento si riuniscano per cantare e qualcun altro sostiene che nascano dalle unioni tra le fate ed i Notturni. – Gudre-Yinnu sorride. – Sarebbero una specie di Neek anche loro insomma.
Klog annuisce ma senza sorridere. – Sono pericolosi?
– Non lo so. – Ammette il Neek. – Quello che hai incontrato tu non lo era, mi pare.
– Noi siamo in molti.
– Ma questa è la loro casa. Potrebbero essercene a migliaia qui intorno.
Klog ammutolisce e si guarda intorno. – Forse sarebbe meglio ripartire.
– Il mio segnatempo mi dice che abbiamo ancora quasi un'ora di sonno ma forse hai ragione tu: è meglio andarcene da qui, probabilmente gli Aloq non scendono fino alle foreste sotterrate.
Il Boldhovin annuisce e corre ad avvolgere la propria coperta.
– Plinio… Matushka… Svegliatevi, si parte.
– Di già? – Chiede la piccola volpe.
– Così ha deciso Gudre-Yinnu.
Matushka si solleva su un gomito, lancia uno sguardo di pura ferocia al Neek e si tira a sedere.
– Si fa colazione prima di partire? Ma come mai sei così pallido Klog, cos'hai visto? – Chiede Plinio.
– Ho visto e basta, poi vi dirò. Adesso fate come dice Gudre-Yinnu. – Taglia corto il Boldhovin.