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14.8.22

Episodio X


 Nell’Altroverso la forza di gravità è pari a un decimo di quella che unisce le stelle e le galassie.
I soli sono pochi ed enormi e non esistono ammassi stellari. Non ci sono vortici di materia che precipitano in un pozzo di gravità, né buchi neri.
Là c’è silenzio eterno, solitudine, fissità.



60 giorni dopo l’Episodio X


Episodio X, come è stata chiamata la prima spedizione nell’Altroverso, quando le tre creature a bordo, OGM ottenuti dalla combinazione sperimentale di DNA umano e animale, non sono mai tornate.
La nave è rientrata vuota, perfettamente in ordine, con la IA della nave disattivata. I respiratori erano carichi e gli stivali allineati nelle rastrelliere: in apparenza le tre creature erano uscite dalla nave con la propria tuta e con l’ossigeno contenuto nelle bombole, sufficienti per dieci-dodici ore al massimo.
La nave, la «Magellano», è tornata dopo diciotto giorni standard terrestri, avendo percorso una distanza pari a una decina di anni luce. Il coordinatore della missione, Hermann Masali, l’ha giudicata «un indiscutibile successo», sottolineando la mancanza di effetti relativistici, specificando però che il problema della sopravvivenza nell’Altroverso non era stato ancora risolto e postulando l’invio di un secondo equipaggio.
In seguito l’Episodio X è scomparso da tutti i registri della Triade e dalla storia delle spedizioni spaziali.


Tre giorni prima dell’Episodio X



La luce della stella ha acceso una sezione della modanatura interna, posta sopra una serie di interruttori e di spie accese in verde.
RavenZesar1 alza lo sguardo a cogliere quel riflesso. Fino a pochi istanti prima la nave era immersa nella luce cinerina di Saturno, a pochi milioni di chilometri da loro, poi il passaggio, brusco e senza sfumature, alla luce candida di un altro sole.
– Rachel, Humber: siamo passati. Ve ne siete accorti?
La risposta di HundHumber2, sdraiato alle sue spalle, è coperta da una potente scarica di statica proveniente dal terminale del substrato.
GoatRachel3 spinge indietro le cinghie che la tengono sdraiata sulla poltrona reclinabile e si alza. Il rumore prodotto dall’apparecchio è assordante e la zoogena abbassa il volume prima di sollevare il microfono: – Nave stellare «Magellano», stazione «Huygens», ci ricevete?
La statica non cessa, anche se si fa più bassa. GoatRachel fa alcuni tentativi, picchietta sulla tastiera, manovra il sensore verticale, prova di nuovo a collegarsi, ma l’elenco dei nodi riceventi resta vuoto. Un lungo sospiro è la sua unica reazione.
– Dove siamo? – chiede RavenZesar.
– Altrove. – La voce di HundHumber è bassa e profonda. – Ed è impossibile collegarsi con una stazione. Era prevedibile.
Il corvo e la capra guardano il riflesso perlaceo di luce che illumina la paratia. RavenZesar si avvicina al vetro dell’oblò. – Dio mio, è enorme.
La stella occupa una buona metà della luce dell’oblò, bianca come un fiocco di neve.
– Non è troppo grande?
La domanda del cane coglie il corvo di sorpresa. – È normale, credo, in questo universo. Qual è la nostra velocità attuale?
Rachel richiama un altro quadro dal terminale. – … Più o meno il decuplo della nostra velocità prima dell’ingresso nell’anello.
– Già. La stessa cosa che è accaduta alle sonde inviate in precedenza.
– Ottimo, Humber. E come glielo facciamo sapere? Per il momento le comunicazioni sono interrotte e non so se riusciremo a ripristinarle. Credo che la stella – Behemoth? Va bene come nome? – emetta radiazioni dure, impedendoci ogni comunicazione.
L’uomo-cane annuisce: – Potremmo riprendere la strada dalla quale siamo venuti. Immagino che la nave abbia tenuto un tracciato per il nostro arrivo: sarà sufficiente seguirlo e ritrovare il nostro punto di arrivo.
– Il tracciato non esiste. – GoatRachel si è collegata alla IA della nave mentre Humber parla e ha visualizzato il loro percorso. – Fino all’ingresso dell’anello è perfettamente tracciato. Poi, il nulla.
I tre si guardano in silenzio. A parlare è HundHumber: – A questo punto dovremmo far almeno sapere ai… Signori che siamo vivi.
– Per il momento. – Commenta RavenZesar.
– Certo.
– Ma le sonde inviate qui come hanno fatto a rientrare?
– Non sono mai rientrate, Rachel. Tutto quello che hanno saputo è stato grazie alle brevi comunicazioni partite subito dopo il passaggio.
– E noi siamo gli eroi che sono venuti fin qui a dare un’occhiata… – RavenZesar produce un faticoso sorriso, – Scusate, siamo stati gli eroi.



Sette giorni prima dell’Episodio X.


– Tre OGM, tre zoogeni. Creature sperimentali. – Il professore Fitzjohn, è perplesso. In qualità di astrofisico non ha le competenze per decidere: roba da biologi. – Forse dovremmo ancora parlarne.
– Ne abbiamo già parlato, professore. – Hermann Masali, il lunare, come coordinatore del team di lavoro non ha in apparenza titoli, se non quello – si mormora – di delegato del potere centrale in forma anonima. Moshe Tatar, l’inviato della Triade, l’entità politica che aveva unito i governi della Terra, di Luna e di Marte, è finora intervenuto un paio di volte e sempre con commenti irrilevanti. «La Triade non appare, ma decide», è stata la conclusione di molti appartenenti al team, senza dichiararlo apertamente per evitare grane a non finire.
– Inviare astronauti umani è stato escluso. Robot e IA ne abbiamo già mandati, ma con esiti deludenti. Due IA sono riuscite a rientrare ma anche analizzandole non siamo riusciti a capire se sia possibile sopravvivere nell’Altroverso. Mandare tre OGM sembra la sola soluzione.
«OGM»
Alain Neiges detesta quel modo di definire gli ibridi zoogeni, creature silenziose e gentili prodotte di recente grazie all’ingegneria genetica: DNA animale e DNA umano combinati a formare una creatura intelligente, in grado di comprendere e parlare.
– Certo, dottor Masali – interviene, – Ma se i tre zoogeni non sopravvivessero, noi come lo sapremmo?
– Grazie al circuito di guida ausiliario che riporterà indietro la nave, al di là delle condizioni dell’equipaggio. Quello che abbiamo già fatto con altre unità inviate nel secondo universo. Tutto chiaro, ingegnere Neiges?
Il responsabile dei sistemi di sopravvivenza annuisce con un movimento del capo: ha fatto la domanda sbagliata. Lui ha conosciuto i tre zoogeni “scelti” per la missione e immaginarli su una nave destinata al sacrificio lo turba, anche più di quanto avrebbe ritenuto possibile. Manda lo sguardo fuori fuoco, nel grande schermo che domina la sala della riunione. Saturno, incoronato dai suoi anelli, è inquadrato in corrispondenza del polo meridionale e ne occupa buona parte. Dopo diciotto mesi di missione lo conosce meglio di Marte, la sua patria.
– Direi di rendere operativo il nostro progetto. – la decisione rapida è il modo di procedere preferito da Masali. Neiges non si prende il disturbo di interromperlo ancora. Più tardi parlerà con i tre zoogeni. O i tre animali, secondo l’emissario-ombra della Triade.

Tre giorni prima dell’Episodio X




GoatRachel ritiene di aver tentato il possibile, ma senza ottenere altro che una variazione minima alle perturbazioni che occupano stabilmente la trasmissione nodale. «Qui nave stellare “Magellano”…» è divenuto un mantra, ripetuto fino a stordirsi.
Gli altri due la osservano senza parlare. Ogni tanto il loro sguardo scivola nel nulla, per riprendersi dopo un attimo.
– …Forse è preferibile andare fuori e respirare il vuoto.
HundHumber lo guarda: – Ti stai chiedendo come accorciare la tua sofferenza, Zesar? Avremo tempo per farlo, ma ora è meglio pensare a qualcos’altro.
– A che cosa? Secondo la IA della nave abbiamo ossigeno per 900 ore più o meno. Un po’ di più se sigilliamo gli altri comparti. Ma intanto, che cosa possiamo fare? Non possiamo comunicare con il nostro universo né tornare indietro. – RavenZesar si interrompe, – …Ma potremmo tentare di rientrare aprendo un passaggio per il nostro universo.
GoatRachel si stacca dal terminale strofinandosi le mani, come a liberarsi di un peso insostenibile: – Questa nave può farlo, certo. Ma nessuno ci ha spiegato sul serio come fare. Ritenevano che saremmo rientrati da dove siamo usciti e che non saremmo riusciti a fare una transizione.
– Possiamo sempre provare. In fondo che cosa abbiamo da perdere? – Rachel e Humber lo fissano, – giusto la pelle, – sorride, – una cosa che ci hanno regalato ma che per loro non vale molto. Cosa ne dite?
Gli altri due non rispondono, ma il corvo sa già che cosa decideranno.

Sei giorni prima dell’Episodio X




Hermann Masali esibisce il suo diastema come una medaglia, sempre pronto a sorridere, ma con una riflesso oscuro in fondo allo sguardo, qualcosa che Neiges fatica a comprendere. Immagina grandi macine che girano nella sua testa, meccanismi ciechi ed efficienti che lo hanno separato dagli altri, schedato e posto in un’area particolare: quella degli individui noiosi e irresoluti.
– Mi dica.
– La disturbo per un motivo. I tre ibridi zoogeni…
– Ah, sì, gli OGM.
– Zoogeni, se non le dispiace, signor Masali. È più corretto.
Masali stringe le labbra, spazientito: – Va bene, ingegner Neiges, ciò che preferisce.
– Grazie. Dicevo: i tre ibridi zoogeni hanno ricevuto un’addestramento rapido e…
– Un anno solo invece che tre, oltre alla prima fase dedicata allo sviluppo della capacità sociali, linguistiche e di relazione. Effettivamente è un addestramento rapido, concordo, ma quei tre hanno dimostrato di poterlo reggere. D’altro canto… – Non termina la frase, lasciando all’interlocutore il compito di completarla come preferisce.
Alain si sforza di non alzare la voce con l’emissario della Triade e stringe i denti: – Non credo abbiano ricevuto sufficienti info sul funzionamento della nave.
– Hanno ricevuto informazioni sufficienti per qualcuno che deve soltanto sedersi a bordo. – La cortesia apparente di Masali sta sottilmente trasformandosi in irritazione – Devono soltanto dare un’occhiata di là e rientrare. Facile, pulito. Non hanno ricevuto notizie sulla programmazione della nave per il rientro: volevamo evitare interferenze, anche involontarie, da parte loro. Se necessarie le riceveranno durante il viaggio.
– E se… – L’ingegnere non ha elementi in mano ma soltanto una sensazione, vaga ma persistente: – E se non riuscissero a mettersi in contatto con noi? In fondo non siamo certi delle comunicazioni dal secondo universo.
Masali si stringe nelle spalle, come un maestro con un allievo zuccone: – Nessun problema, dottor Neiges, i collegamenti con l’Altroverso sono possibili, anche se – questo devo ammetterlo – solo in via teorica. Le sonde inviate non hanno mai dovuto interagire con noi anche per non sovraccaricarle con costosi circuiti di trasmissione transdimensionali. La «Magellano» è comunque dotata di impianti di trasmissione e i tre passeggeri rientreranno con la nave senza problemi. Hanno sufficiente ossigeno e viveri. Nel caso peggiore, quello che devono fare è avere pazienza.
– D’accordo. – Alain Neiges si rende conto che il proprio posto a bordo della stazione spaziale non è mai stato in pericolo come in quel momento, ma non riesce a smettere. – Ma se insorgesse qualche problema… Se fossero presi dalla paura, dal timore di essere abbandonati? Hanno ricevuto abbastanza informazioni su come funziona tutto a bordo? E la IA è in grado di aiutarli?
Masali non lo minaccia apertamente, non è quel genere di persona: ha troppo potere per esibirlo. – La IA risponde soltanto a una domanda precisa, posta da un umano. Teoricamente sono in grado di governare la nave, tenendo conto, però, delle loro facoltà. In fondo sono soltanto tre animali, nulla di più. Faranno il loro viaggetto come bestioline nel cestino.
«Tre animali…». Su quel punto Masali non sembra in grado di fare passi indietro. È la sua debolezza, l’unica che dimostra, ma che non dà a Neiges nessun vantaggio reale. Distoglie lo sguardo verso le grandi vetrate puntate sul cielo di ossidiana. Milioni di stelle immobili, a formare disegni eterni, nati dal caos. Sorride: – È vero, sono tre animali, ma hanno qualcosa di noi, qualcosa di profondo. – Fa un passo indietro: ha preso una decisione, – Va bene: al termine della missione vorrei rientrare sulla Terra. – Sceglie il vecchio nome del pianeta-patria ma Masali non rileva il suo errore.
– Come preferisce, dottor Neiges. Vivere qui sulla stazione spaziale non è facile, lo so. Ci si esaurisce e si attribuisce importanza a problemi poco rilevanti.
Ha lo sguardo fisso, come un serpente che si appresta a colpire il topo. Neiges deve resistere all’impulso di afferrarlo per il collo e premere fino a vederlo soffocare. Annuisce, conscio di essere l’ennesimo individuo che si piega davanti a un potere superiore, ciò che è sempre stato. Ma che cosa potrebbe fare? Nulla, nulla.
– Torno nei miei alloggi. E preparo le valigie. Nei prossimi giorni terminerò le mie relazioni. Con il primo trasporto rientro. Va bene?

Due giorni prima dell’Episodio X




L’immane Stella Behemoth, sottile come il fumo di una sigaretta ma estesa per miliardi e miliardi di chilometri, è ancora accanto a loro. A bordo nessuno parla più da ore e ore. Inutile guardare lo schermo immobile sopra il quadro comandi: l’orologio indica un’ora improbabile, come “43.55:00.00” e solo dopo un tempo soggetto a regole imprevedibili scatta a “33:01” o a “79:12”, due delle combinazioni numeriche a suo tempo apparse sul visore.
– Qualcuno ha fame?
La domanda, in apparenza assurda, di Zesar rimane senza risposta.
Humber e Rachel hanno lo sguardo fisso sull’oblò rivolto verso Behemoth o sulle luci che si accendono e si spengono sull’interfaccia del modulatore.
– Nessuno risponde. – Ripete GoatRachel, – Nessuno in linea.
HundHumber scuote il capo: – Lo sappiamo: è la stella a disturbare le trasmissioni. E forse non soltanto le trasmissioni ma il funzionamento stesso della nave.
– Avete intenzione di passare il tempo così? – RavenZesar non riesce a impedirsi di alzare la voce, –L’astronave dovrebbe essere programmata per rientrare. Possiamo chiederlo alla IA della nave… Nave, mi senti? Ci sei?
La voce della nave è una voce da contralto, lenta, studiata, nata per creare confidenza, fiducia. – Buongiorno RavenZesar. E buongiorno GoatRachel e HundHumber. Sono a vostra disposizione.
– Bene. Vorremmo sapere per quanto tempo questa unità rimarrà nel secondo universo e se esiste una programmazione per il rientro.
La IA esita prima di rispondere: – La nave è programmata per il rientro. Dopo un tempo prefissato. In questo momento, tuttavia, vi sono disturbi che interferiscono con il mantenimento della programmazione predefinita, dovuti alle emissione del grande corpo celeste denominato AX-252-b…
– Behemoth, per farla breve.
– Corretto, zoogeno RavenZesar. Secondo la denominazione da voi scelta.
– E questa interferenza è destinata a durare per…
– Non esistono dati in proposito.
Dopo quasi un minuto di silenzio è HundHumber a intervenire: – Nave? Ci sei ancora?
– Certo. Non sono in grado di fornire ulteriori informazioni. Nè sono in grado di proporre soluzioni di un qualche genere..
– Cosa possiamo intervenire? – Chiede GoatRachel.
– Dati insufficienti. Possa spiegare come funziona la nave e la sua propulsione in caso di malfunzionamenti ma nulla di più.
– E gli ibridi non possono sapere quanto potrebbe durare il viaggio, né se ritorneranno vivi, vero? Né possono intervenire sugli strumenti di bordo.
– Corretto, GoatRachel. Come da ordini ricevuti.
– Dobbiamo addormentarci e sperare di svegliarci? Dico bene?
– Sì, RavenZesar. Ma gli Homo pensano sia bene che procediate con i compiti previsti per la missione, controllando che gli strumenti automatici funzionino come da ordini ricevuti.
– Bene, nave. Basta così.
– Sono a disposizione.
RavenZesar chiude la comunicazione: – Certo, ovvio. Grazie.
La IA della nave tace, anche se i tre sanno che è comunque presente e che registrerà tutto ciò che diranno e che faranno.

***



– Ne sappiamo tanto come prima. – osserva HundHumber. – Ma in fondo non è una cattiva idea riposare e attendere. Sarà più facile passare dal sonno alla morte.
– Già. Gli ibridi non hanno il diritto di interferire con una missione. Siamo cavie. Ma possiamo sempre tornare alla nostra idea iniziale.
– Quale, Zesar? Quella di rientrare? Ma la IA ci lascerà lavorare nella camera a confinamento inerziale? E sugli elettromagneti? Non penso.
– Esiste un modo per staccare la IA della nave. Per quando la nave è in riparazione. – Zesar e Humber si voltano verso Rachel. – Già. È una lezione che avrei dovuto ignorare, ma sono curiosa, come tutte le capre…

Un giorno prima dell’Episodio X





La plancia di comando della nave è deserta: non è previsto che qualcuno la manovri durante il viaggio.
Perché non aspettare tranquilli che il viaggio termini, in qualunque modo abbia fine?
No.
RavenZesar riflette senza smettere di avvitare, stringere, premere, riflettere e guardare, osservare. La vita che vivono è un regalo degli Homo, che li hanno creati e li hanno resi creature intelligenti, in grado di comprendere e di reagire. Ma lui sa, come lo sanno Humber e Rachel, che sono anche bambini che possono disubbidire a chi non li considera e che possono dimostrare di valere quanto gli Homo. Hanno fatto un passo dopo l’altro senza sapere di preciso quale fosse il loro obiettivo, fino a quando Rachel non ha trovato il comando per tacitare la IA della nave e in quel momento hanno capito: perché si trovano lì e che cosa faranno. Hanno provato un brivido mai sentito: l’orgoglio di essere se stessi e di essere vivi.
Come nel corso del programma di addestramento riconoscono i sensori periferici dei grandi magneti di confinamento, individuano senza difficoltà lo Specchio di Transito, al momento ermeticamente chiuso, come tutti gli effettori di passaggio, accesi caoticamente come un albero di Natale fuori fase. Le porte delle nave sono governabili da una serie di interruttori schierati in basso, pulsanti anonimi che normalmente vengono azionati dalla IA.
– Tutto qui. Tutto a posto.
– Bene.
Sorridono. Giocano a inseguirsi nei corridoi della nave come cuccioli e ridono. Non hanno più fretta: il loro tempo è passato e vivono solo quell’istante.

Episodio X




Azionano lo Specchio di Transito: i due universi sono aperti. Rientrano nel loro universo, come si prende al volo una carrozza su una giostra lanciata in velocità. Il temporizzatore tra pochi secondi li riporterà nell’Altroverso ma loro guardano le stelle accese nel loro mondo. Aprono le porte e vanno fuori, nel silenzio estremo, nel freddo eterno. Sono collegati con un cavo tra loro e possono manovrare con gli automotori delle tute. Precipitano verso la stella più vicina con il suo corteggio di pianeti, ben ordinati nella simulazione del piccolo schermo della tuta. La loro nave rientra nell’Altroverso mentre loro scivolano verso il sole straniero.
Hanno compiuto ciò che gli uomini non avevano previsto, toccheranno per primi un pianeta extrasolare. Un capra, un cane, un corvo, come in un’antica fiaba.

Trentadue anni dopo l’Episodio X





– Solo io. Soltanto io. Non è buffo?
Cammina sul sentiero di terra pallida ricavato ai margini del bosco.
– Sapevamo che qui erano sbarcati degli umani, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di presentarci, Per non creare imbarazzo, direi. Anche noi abbiamo affrontato l’Altroverso sapendone il poco che hanno voluto dirci. Il tempo, il tempo era il problema, come sarebbe trascorso il tempo nel nostro universo mentre viaggiavamo a velocità ultraluce nell’altro spazio. La soluzione ci ha lasciato perplessi e confusi: il tempo trascorso nell’Altroverso era puramente soggettivo: all’interno della nave l’unico tempo esistente era il nostro. Siamo arrivati qui e le prime faticose ricerche sulle principali pulsar ci hanno confermato che non si era verificato alcun fenomeno di dilatazione temporale o forse che il passaggio da un universo all’altro ha annullato i fenomeni relativi al nostro moto ultraluce. Per noi erano passati una quindicina di giorni come per il resto del nostro universo. Non è fantastico?
Si interrompe e li guarda: due giovani umani, una femmina e un maschio, età approssimativa tra i quindici e i vent’anni. Sorride loro: – Forse non è troppo facile per voi, ma ci tenevo a parlarne. In quanto a noi tre, Humber, il cane, è morto per primo, una decina di anni fa, il corvo, Zesar, è vissuto un po’ di più, ed era felice, non so dirvi quanto era felice. Noi ibridi zoogeni viviamo di meno, non lo sapete? Forse cinquant’anni e poi togliamo il disturbo.
I due ragazzi sorridono, senza capire. Quella strana creatura parla una lingua che capiscono solo in parte, ma è gentile ed è sorprendente averla incontrata. Non è originaria del pianeta ma ha una tuta che ricorda loro quelle indossate al loro arrivo. La sua presenza una novità rispetto all’interminabile serie di corvée che li aspettano nella comunità. Sfuggiti al governo della Triade, sono sbarcati sul pianeta soltanto sessanta albe prima, e il lavoro non manca di certo.
Arrivano a una radura, al centro due rettangoli coperti da un’erba violacea e da piccoli fiori. Il sole, Mauss, è rosso ed è grande la metà del Sole della Terra, ma è più vicino, più grande e illumina dolcemente la radura e il bosco dalle foglie grige, quasi nere.
– Ecco, sono qui. Noi tre siamo stati le prime creature arrivate su un pianeta extrasolare. Dopo un lungo volo… Capite? Non credo che nessuno ne abbia mai parlato, ma siamo stati i primi. I primi.
I due capiscono quella parola: “primi” e annuiscono. Ne parleranno con la madre di uno di loro, la responsabile del loro gruppo.
– È tanto tempo che non parlo con un umano. Tanto tempo che non parlo più con nessuno. – Si siede su un ceppo e si passa la mano sulla vecchissima tuta, rammendata infinite volte. Ha il viso sottile e la pelle chiara, fragile e macchiata. – Vorrei offrirvi qualcosa: un succo di frutta, un seme zuccherato, ma non vorrei distrarvi dai vostri compiti. – Con un gesto lento indica la baracca che hanno costruito insieme loro tre tanto tempo prima, fatta di tronchi d’albero, corteccia e paglia. – Questa è stata la nostra casa per tanti, tanti anni. – Guarda il sole socchiudendo gli occhi – Ma credo sia valsa la pena di aspettare. In fondo siamo almeno in parte umani e non siamo solo scherzi della tecnologia… Anche noi siamo figli della stessa Terra.
Con calma si alza e sorride: – Andate pure, ora, se volete. Mi ritroverete ancora qui domani e per qualche tempo. – Sorride, – Mi chiamo Rachel, la Capra Rachel.ù


1Ingl., CorvoZesar

2Ted., CaneHumber

3Ingl, CapraRachel

 


16.1.19

Un altro anno è andato, la sua musica ha finito...


«Come! E dov'è andato a finire Calibano?»
Calma, il blog non ha cessato di esistere come entità al di fuori del romanzo che sto lentamente pubblicando. Sotto Natale siamo arrivati più o meno alla metà del testo e mi sembrava il caso di dare un po' di respiro a coloro che lo seguono dall'inizio che, non lo dico per farmene un vanto, dal momento che non ci guadagno un picco (tor.se: un becco di un quattrino), esistono. In ogni caso il capitolo Vigesimo Terzo di Calibano uscirà il giorno successivo a questo post.
Il fatto è che vorrei spiegare cosa mi è capitato in questo ultimo mese o giù di lì e perché sono praticamente scomparso dal tracciato dei radar di tutti i miei amici, reali o virtuali.
Primo dato: non mi è accaduto nulla di male in termini economici (beh, oddio, quasi), fisici, patologici, caratteriali, comportamentali, emotivi eccetera. Semplicemente si sono sommati, incontrati, tagliati la strada, sovrapposti e intersecati una quantità impressionante di impegni, corvées, sgobbi, fatiche, imprevisti e responsabilità. 
Insieme e a brevisssimo termine mia madre ha dovuto sostituire la sua badante, dal momento che sua precedente – un'ottima filippina – se n'è tornata in patria. Per la sostituta, una gentile signora di nome Carmina (e non cominciate a fare gli spiritosi tirando in ballo Karl Orff) ho dovuto provvedere a metterla in regola (in famiglia siamo così: onesti fino alla pirlaggine, quindi assai poco italici). In secundis il fuochista/idraulico/ tuttofare ha provveduto a installare la caldaia a pellet nella nuova casa di montagna (la vecchia è andata a mia figlia, in omaggio a un curioso testamento in vita), il che ha significato numerosi viaggi su e giù dalla seconda casa per motivi che non sto a spiegare perché ultraburocratici e assai poco interessanti per gli astanti, ma che ci hanno sballotato non poco da un punto di vista organizzativo e nella vita quotidiana.
A  questo punto è meglio chiarire che la «seconda casa» è una casa in realtà acquistata per un prezzo decisamente economico e che i precedenti proprietari non ne curavano il mantenimento se non in maniera casuale ed estemporanea negli ultimi dieci anni o giù di lì. Il che significa che dovremo sostituire o riparare gli infissi, le porte, il portone del garage, gli scuri, stuccare e ridipingere le pareti della cantina, sostituire il boiler, otturare gli innumerevoli spifferi ecc. ecc. E mi fermo qui per carità di patria. 


Terzo elemento, la neocasa della mia ottima figlia è stata allagata (la parola giusta sarebbe i*****ata, ma ci tengo a mantenere un minimo di forma) dalla rottura di una tubatura nella colonna delle acque nere. Volete una descrizione precisa e documentata dell'evento o vi basta un accenno?
Tutto ciò significa, in ogni caso, che è da un tempo immemorabile che non lavoro all'antologia che dovrebbe uscire a fine marzo, che non leggo i testi propostimi da altri autori (grave, gravissimo, lo so), che non aggiungo una riga al romanzo al quale lavoro da tempo, che non scrivo una recensione e mi dimentico di pubblicare quelle scritte a suo tempo, che non progetto alcun intervento né alcun racconto – per quanto le idee in proposito non mi manchino – e, dulcis in fundo, non partecipo alla vita sui social
Lo so, questo elemento di per sé non avrebbe nulla di inquietante, ma la mia vita sui social non si è mai basata sulla partecipazione a tutti costi («hai visto che belle le mie uova allo zafferano? Lo sai che i vaccini inducono alla masturbazione reciproca in luogo pubblico? Gli immigrati hanno telefonini col trucco che quando telefonano in patria il conto arriva a un disgraziato pensionato di Tortona. Condividi!!! La terra non è rotonda ma ha la forma di una stella di Natale col gancetto o è a icosaedro irregolare!») quanto su interventi mirati e adesione a campagne che, per l'appunto, impediscano agli innumerevoli idioti e ai loro cinici capi che popolano la rete di fare troppi danni. 
Ma una volta terminato il lavoro di Sisifo sulla casa di montagna che cosa ne farò? Beh, dal momento che sono nato nel 1955 – un anno che sembra sempre di più parte di un testo di storia – e che in città si vive male, o perlomeno, si respira male, posso anche progettare una vecchiaia (Serena? Bah, può darsi, anche se comunque è una storia che finisce con la morte del protagonista) in montagna, anche tenendo conto che il clima del pianeta va verso il riscaldamento globale, alla faccia di Mr. Trump, e che personalmente non sopporto il caldo. 
Ma la domanda principale, una volta, chiariti questi punti, è che cosa farò oltre a ben respirare, vedere poca gente e dormire in un silenzio assoluto. Semplice: nonostante l'impegno degno di miglior causa profuso da alcuni a cercare di scoraggiarmi penso che scriverò, almeno finché la vista, il cervello e tutto il resto funzionano. 
Non mi sono mai (ripeto: mai) ritenuto un grande scrittore, la massimo un discreto mestierante capace, nell'ipotesi migliore, di divertire un certo numero di persone. Sicché ho tutta l'intenzione di continuare. Non cerco né cercherò editori: a sbagliare sono bravissimo da me, come canta Ligabue e anche se i miei incassi ricordano una raccolta fondi a sostegno della sopravvivenza del ragno gigante carnivoro di Celebes, non ho (quasi) bisogno di soldi, soprattutto da quando potrò contare sulla mia lussuosa pensione da ex-commerciante, cioè più o meno dal 2023. 


In quanto a ciò su cui sto lavorando (o sul quale starei lavorando se non eccetera) posso ricordare i due racconti nati dall'incontro con il gruppo di DiveRgender, – uno troppo lungo, l'altro troppo strano – che andranno dritti filati nell'antologia Seguendo la Corrente, sette racconti sette interamente ambientati nell'universo de Il Settimo Clone
Il racconto lungo è poi diventato un romanzo breve, Civette e Ippogrifi, più o meno sessanta pagine e novantaduemila caratteri, mentre il racconto «strano» o fuori tema si chiama Le fate di Venere e sono 32.000 caratteri. La cosa curiosa è che tutto questo movimento in senso sia virtuale che fisico mi ha risvegliato un'idea per l'antologia di DiveRgender, un'idea che si è arricchita e sviluppata – in senso puramente virtuale: non prendo mai appunti e quando li prendo non ricordo più a cosa servivano. Se troverò qualche momento di pace proverò a buttarla giù. D'altro canto non c'è il due senza il tre, anche se è probabile che arriverò in ritardo, giungendo a una specie di record nell'autoeliminazione: uno troppo lungo, uno fuori tema e uno fuori tempo massimo. 
Appena possibile – cioè entro la prossima settimana – leggerò i testi che mi aspettano ringhiando e scriverò perlomeno la recensione al libro del buon Gouthama Siddhartan al quale l'ho promessa un eone fa. 
Poi… 
No, basta, niente promesse, impegni o giuramenti. Diciamo che entro aprile usciranno tre nuovi Arcipelago ALIA e che la raccolta dei materiali per ALIA Evo 4.0 inizierà il prossimo autunno.



Un'ultima riflessione sulla situazione politica europea e italiana. 


No, davvero, non trovo parole per esprimermi.
Della Lega non dirò nulla.  Una volta detto che sostanzialmente formano un NSDAP(2), altrettanto corrompibile e altrettanto feroce ho finito i miei argomenti. Almeno quelli che non fanno appello al turpiloquio. 
Mi duole constatare che la ditta Pentaimbecilli & Furbacchiotti nasce da una costola della cosiddetta sinistra italiana e infatti il pressapochismo, la piccola astuzia, la stupida presunzione, l'incapacità di vedere e di informarsi, il silenzio nel momento sbagliato e il chiacchiericcio a vuoto in occasione di un evento importante, l'incapacità di pentirsi e di chiedere scusa, la superficialità in tema di economia, scienza, tecnologia e praticamente su tutto il resto ne fanno dei perfetti replicanti degli ex-militonti della sinistra extraparlamentare e li rende ottimi schiavetti del neo-NSDAP, pronti a piegarsi a qualsiasi compromesso pur di continuare ad essere eletti e parlare a vuoto. 
Interessante notare, comunque, che uno degli elementi centrali del pensiero di Serge Latouche, ovvero la necessità di fornire risorse a chiunque sia stato eliminato dal mondo della produzione robotizzata, sia divenuto Á l'italienne una mancetta per coloro che si ostineranno a votare per i Cinqueballe. 
«E il PD?»
No, non mi interessano i Partiti Defunti. 
A presto!

19.1.18

Cose varie e altri libri

Una parte della mia seconda libreria, dedicata alla sf e alla fisica... Nota bene, i libri sono in doppia fila,

È arrivato il momento a lungo annunciato: finalmente presenterò qui il secondo dei volumi di Canopus in Argos in italiano di Doris Lessing e qualcosina d'altro letto nel frattempo. Temo che ne risulterà un post particolarmente lungo, ma potete anche, nel caso, leggerlo un po' per volta o limitarvi alla prime quattro righe di ogni recensione. Comunque prima di passare ai testi posso annunciare qualcosa d'altro, più che altro per incastrarmi definitivamente. 
1. Un'antologia di testi ambientati nella Corrente, già usciti sugli ALIA più vecchi e che mi sembra appena decente presentare di seguito al Settimo Clone. Praticamente già pronti, usciranno in e-book nel mese di febbraio / marzo, poco dopo l'uscita di ALIA Evo 3.0 in forma cartacea. 
2. Sto scrivendo un racconto incentrato sul tema del «genere», quello proposto da Caterina Mortillaro e Silvia Treves per un'antologia inter-genere. Il racconto procede bene, anche se ha preso una curiosa piega Vance-iana che non mi sarei  aspettato. Ovviamente non ho la minima idea di come finirà il racconto ma intanto continuo a scrivere. Particolare, la cornice è quella della Federazione della Corrente anche se in un mondo semidimenticato. 
3. Sono a pagina 140 del «racconto» nato per ALIA Evo 2.0 che, ovviamente, è divenuto un romanzo. Se non sapete chi sono i Knotenmeister – I Signori dei Nodi – dopo il racconto premiato con il premio Omelas, Il perdono a dio, avrete una buona occasione per rifarvi. Diciamo che sarà pronto entro l'anno.
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Ed ora le recensioni: 

Del primo volume del Ciclo Canopus in Argos: Archives, Shikasta ne ho già parlato su questo blog e potete trovarlo qui. Quindi riprendiamo dal secondo volume, The Marriages Beetween Zones Three, Four and Five, presentato in Italia da Fanucci nella traduzione di Oriana Palusci e con il titolo Un pacifico matrimonio. Di Oriana Palusci è anche la postfazione, preziosa a condizione che abbiate già letto il libro.
Lo luogo del libro è molto diverso da quello di Shikasta. D'altro canto è vero che Doris Lessing presenta gli «Archivi» di Canopus in Argo ed è quindi normale che i legami tra i vari volumi non siano ferrei, né in termini di luogo né in termini cronologici. Qui il lettore ha a che fare con (almeno) cinque Zone, la Zona 1, la 2 eccetera. Ognuna delle zone gode – o soffre – di un clima particolare, «scendendo» dalla Zona 1, praticamente mai narrata ma soltanto brevemente accennata, fatta di montagne dove si suppone risiedano creature sovrumane, alla Zona 2, altrettanto sublime e di non facile accostamento per gli umani della Zona 3. Piccolo inciso: l'atmosfera muta in maniera più o meno percettibile nel passaggio da una zona all'altra ed è possibile assuefarsi alla zona visitata facendo, per i primi tempi, uso di uno scudo protettivo. La Zona 3, dalla quale proviene la regina At-Ith, è il luogo di una piccola utopia: minuscoli villaggi, una tecnologia di produzione pervasiva ma molto poco evidente, un'ottima programmazione e l'assoluta libertà sia per gli uomini che per le donne. La Zona 4 è acquitrinosa, economicamente depressa e soggetta a un sovrano militarista e guerrafondaio, Ben Ata, bell'uomo, ma selvaggio, primitivo e ignorante e che sarà chiamato a sposare At-Ith come comandano i Tutori, creature di fatto invisibili  (all'interno del romanzo) e che probabilmente – come suppone la stessa Oriana Palusci – sono gli Immortali di Canopo. Il motivo di un matrimonio tanto apparentemente assurdo è il calo di fecondità della specie umana (e non solo) il cui rimedio pare essere per l'Ordine dei Tutori proprio il matrimonio tra i due sovrani. La Zona 5, infine, è torride e desertica, vi abitano umani nomadi impegnati in continue guerre civili e che sopravvivono predando le popolazioni di confine, determinando lo stato di guerra endemica con la Zona 4.

Particolare tutt'altro che secondario tutte le vicende che riguardano le Zone e i loro rapporti sono narrate da anonimi «cronisti» che fungono più che da narratore onnisciente da veri e propri «osservatori» in grado di riferire attimo per attimo, emozione dopo emozione ciò che accade, dai rapporti intimi di At-Ith, regina della Zona 3 con Bel Ata, re della Zona 4, agli scontri e alle incomprensioni tra i due.
Secondo la volontà dei tutori il matrimonio avviene e viene faticosamente consumato. I rapporti tra At-Ith, profondamente civile, donna liberata, pacifista, figlia di una società «utopica», così evidentemente simile ai mondi narrati da Ursula K.LeGuin, e suo marito, un uomo abituato alla brutalità, i cui rapporti con le donne sono violenti per necessità, dal momento che parlare con una donna è per lui faticoso e frustrante, è quantomeno complesso. Per Ben Ata lei è una sorta di pericolosa strega dalla quale può aspettarsi qualsiasi trucco, tranello e menzogna e a lei lo sposo ricorda un bambino: capriccioso e indeciso, violento e malinconico. Ma At-Ith, senza cadere nella trappola del semplice rancore verso Ben Ata, gli diventa poco alla volta familiare, desiderabile in senso proprio – la sua mente di «strega», come il suo corpo – tanto da giungere a trascorrere interi giorni a parlare e ad accoppiarsi, facendo in modo che lui si senta più umano, meno vanamente violento e ascolti i suoi consigli sulla politica interna, sull'economia, sul graduale disarmo del suo inutile grande esercito che finora ha avuto come risultato quello di tenere lontano gli uomini della Zona 3 dai campi e dai lavori in città. 
Ben Ata le ubbidisce ma il motivo essenziale del suo vivere si appanna, diviene silenzioso, spesso pensieroso e immalinconisce ed entrambi finiscono per sentirsi estranei alla propria terra madre. At-Ith partorisce un figlio nato dalla loro unione ma uomini e animali non recuperano la loro fertilità e alla fine i Tutori decidono che Ben Ata dovrà sposare Vahshi, principessa della Zona 5. At-Ith deve rientrare nella sua Zona ma il suo posto di regina è stato preso dalla sorella Murti. Ben Ata, rimasto solo con il loro figlio, lo affida a Dabeeb, moglie del suo miglior generale, ma non è più se stesso. 

Qual era la differenza tra il Ben Ata di prima, il giovane soldato barbaro e lussurioso – era così che si descriveva adesso – che catturava qualche povera ragazza, la possedeva e poi non pensava più a lei, e il nuovo Ben Ata sposato con Al-Ith? 

At-Ith in realtà non riesce più ad abituarsi alla propria terra, sogna la Zona 2 che non può raggiungere e incontra ancora una volta Ben Ata nelle ultime pagine del libro. 

Rimasero seduti una nelle braccia dell'altro, guancia e guancia, e guardarono il passo avvolto nella nebbia blu, pensando che erano ancora sposati, anche se erano rimasti separati a lungo. 

Il cronista incaricato non sa nulla di più di Al-Ith, scomparsa nella Zona 3 e sa che Ben Ata è rientrato nella propria zona. I canti, i miti, le leggende si diffondono in tutte e tre le Zone e le genti si spostano, mutando le caratteristiche dei tre popoli.

C'era luce, freschezza, e voglia di sapere e rinnovarsi, un'ispirazione continua dove una volta c'era stata solo stasi. E frontiere chiuse. 

Due particolari non centrali ma che aiutano a comprendere il senso profondo del romanzo sono l'andamento Dantesco delle diverse Zone, dal Paradiso della Zona 1 fino all'inferno della Zona 5 e oltre e il curioso rapporto che esiste tra gli umani e i cavalli, che riprende un tema tipico del fantasy, a dimostrare come Lessing potesse fare uso indifferentemente – e con esiti comunque notevoli – di riferimenti alla cultura «alta» che a temi tratti dal testo popolare. 

 
Un pacifico matrimonio è un romanzo ricco di livelli e di possibili interpretazioni. L'impronta della personalità della Lessing, nata in Africa ed emigrata in Gran Bretagna, si coglie ad ogni passaggio della narrazione, nella personalità complessa e talvolta enigmatica di At-Ith come in tutte le donne che appaiono nella vicenda. Il rapporto tra maschile e femminile non è mai facile né tantomeno scontato, ma l'autrice fa in modo che il rapporto tra i generi possa divenire comunque fertile. E dalla fecondità del rapporto faticosamente nato tra maschile e femminile a sua volta nasce la fecondità delle terre e delle idee. Una società multiculturale può essere libera e felice. Una lezione che non dev'essere dimenticata, soprattutto in questi tempi. 
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E arriviamo a I ragazzi di Barrow, titolo originale Barrow's Boys, A Stirring Story of Daring, Fortitude and Outright Lunacy (1999), scritto da Fergus Fleming e tradotto da Matteo Codignola. 
Un libro magistrale, una cronaca puntuale, grandiosa, a tratti eroica e in altri sordida e meschina, spassosa e folle dei numerosi tentativi compiuti dai sudditi di sua maestà la Regina Vittoria per riuscire a tracciare la rotta a Nord-Ovest e per scoprire le il corso del Niger.

Nel 1804, quando John Barrow ascende al soglio di secondo segretario dell'Ammiragliato britannico, sulle carte […] spicca ancora un numero allarmante di zone bianche […] [tra queste] il vero corso del Niger e l'esistenza o meno di un Passaggio a nordovest. Su entrambi Barrow aveva idee spesso sbagliate , ma comunque chiare, e soprattutto la possibilità di realizzarle. […] Trascorse i quarant'anni del suo regno a montare un impressionante numero di spedizioni verso il Polo o l'Equatore. Difficilmente quelle avventure scampavano al disastro, al grottesco, o a una miscela variabile di entrambi.

Ciò che ha di impagabile questo libro – che raccomando praticamente a chiunque mi capita di incontrare – sono i modi acutamente ironici utilizzati dall'autore, un amante dei viaggi e dell'avventura, nel narrare una serie di avventure mal congegnate e peggio condotte, che generalmente terminano in maniera drammatica. Ma il tono sardonico ostentato da Fleming – che episodicamente dà la sensazione di assumere toni fin troppo caricati – non nasconde comunque la reale tragedia dell'essersi perduti nel deserto o restare a bordo di una nave stritolata dai ghiacci. Si potrebbe affermare senza timore di essere smentiti che si tratta di un libro concepito da Emilio Salgàri ma scritto da Alan Bennett, che pur nell'infuriare della tempesta o tra i titanici iceberg del Polo Nord non dimentica gli errori marchiani o le testarde convinzioni di Barrow, dell'Ammiragliato britannico e dei comandanti.
A completare e arricchire il testo una trentina di pagine in calce che narrano le vicende dei protagonisti dopo le imprese – o i fiaschi – raccontati nel libro e il loro essere divenuti, nella maggior parte dei casi, elementi di spicco della marineria inglese. Se le vicende di John Ross, John Richardson, Hugh Chapperton, Dixon Denham, George Lyon, James Clark Ross, Richard Collinson, Robert McClure, di Sir John Franklin e di sua moglie Lady Jane Franklin e degli altri presentati nel testo assumono a tratti i modi di una vicenda «troppo tragica per essere seria», Ferguson trova anche le parole per presentare il coraggio – o talvolta l'assoluta incoscienza e temerarietà – di molti di loro, che affrontarono gli inverni polari in tempi nei quali la tecnologia era soltanto una promessa e non una realtà, tenendo conto che, in ogni caso, chi è venuto dopo di loro e anche i nostri contemporanei non sottovalutarono e non sottovalutano gli effetti del clima polare.
In chi legge rimane la sensazione, probabilmente cercata dall'autore, di aver letto le storie di un pugno di pazzi – la «completa follia» del titolo dell'edizione originale – ma in qualche modo animati da un sogno violento e irrazionale, una fame di conoscenza che andava molto oltre quanto previsto dall'Ammiragliato e da Barrow. Si può ridere, con questo libro, ma rimane una sensazione di ammirazione che non è facile cancellare.
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Ultimo libro di questo giro, Il problema dei tre corpi di Cixin Liu, ed. orig. 2008 ed edizione americana – dalla quale è ottenuta la traduzione di Benedetta Tavani, oltre che la copertina – dal titolo The Three-Body Problem, curata da Ken Liu. 
Il romanzo di Cixin Liu ottenne il Premio Hugo nel 2015, per la prima volta vinto da un autore asiatico, e venne tradotto in giapponese, inglese, tedesco, francese, spagnolo, polacco, olandese e in numerose altre lingue. In italiano giunse ben nove anni dopo, un record, a suo modo.  
Il romanzo costituisce il primo volume di una trilogia che continua con The Dark Forest [2015], uscito in edizione originale cinese nel 2008, e The Death's End [2016], ed. orig. 2010. Possiamo sperare che tra il 2018 e il 2019 usciranno anche le edizioni in italiano, ovviamente tradotte dalla lingua inglese…
La minimo di storia, ora, cercando di evitare spoiler
Il primo dei protagonisti ad apparire è Ye Wenjie, figlia di una fisico brutalmente ucciso nel corso di una seduta di autocritica durante la Rivoluzione Culturale – un racconto a suo modo agghiacciante –  e lei stessa astrofisica. Ye Wenjie dopo un periodo di lavoro coatto presso un Corpo di Costruzione e Produzione relegato in un'area di confine della Cina e dopo aver avuto grane a non finire e una possibile condanna per aver letto La Primavera Silenziosa di Rachel Carson, viene reclutata nella Costa Rossa, un progetto segretissimo del governo. Il secondo protagonista ad apparire, trentotto anni dopo, è Wang Miao, un fisico specializzato in nanotecnologie che viene «invitato» a una riunione di militari e scienziati alla quale, con sua grande sorpresa, partecipano anche un militare inglese, un ufficiale americano e due agenti della CIA in qualità di osservatori. 
Wang Miao e Ye Wenjie si incontreranno presto, Wang Miao viene coinvolto in un videogioco dallo strano andamento e dagli esiti imprevedibili, mentre di Ye Wenjie sapremo poco alla volta i motivi profondi della sua assurda e apparentemente biasimevole scelta. Il romanzo si chiude con la frase: «Ye sussurrò: "È il tramonto dell'umanità"», frase che non lascia troppe speranze per il nostro futuro, più o meno come il surriscaldamento globale, la plastica negli oceani e tutto ciò che minaccia la sopravvivenza della nostra specie.
Cixin Liu è riuscito a scrivere un libro per molti versi esemplare, narrando quarant'anni di vita e di storia cinese, a testimonianza di quanto il passato conti nella vita quotidiana di ogni cinese, e nel contempo raccontando dei progressi della fisica moderna e delle inevitabili perplessità che essa sta vivendo, il tutto partendo da un enigma matematico irresolubile, il problema dei tre corpi. Personalmente ho trovato meglio riuscita la prima parte del romanzo, così densa di ricordi e agghiacciante nel racconto del videogioco condotto da Wang Miao, questo senza nulla togliere alla seconda parte, comunque appassionante e che termina in maniera enigmatica. A parte un'inaspettata somiglianza con Murakami Haruki, il cui rapporto con il fantastico emerge a tratti nella prosa di Cixin Liu, il romanzo riesce ad apparire terribilmente realistico e il suo «messaggio», per usare un termine desueto, è quello di spingerci a difendere il nostro pianeta, così evidentemente fragile. Diciamo che se quest'anno avete deciso a limitare le vostre letture di fantascienza a un solo romanzo, farete bene a comprare e leggere questo. Non vi lascerà più. 
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Questo post termina qui. Spaventosamente lungo e che mi è costato dieci o undici ore di lavoro disposte nel corso di una settimana, ma che spero sia gradito dai mie sedici lettori. 
No, non sono Alessandro Manzoni, semplicemente ho controllato il numero di lettori del blog di ieri… Ma non importa, il blog non vive solo di passaggi ma soprattutto di che cosa vi si scrive. Arrivederci a presto!




15.12.17

Cose che passano


È un po' che manco da qui, vero? 
Sempre ammesso che qualcuno se ne sia accorto. 
Niente da fare, il mio rapporto con il blog sembra essersi appannato senza, al momento, speranza di riprendere. 
Ma ho anche un motivo che in parte può spiegare questa situazione. Infatti sto scrivendo un romanzo...
«Sai che novità.»
Beh, è vero. Non è un fatto nuovo. Mi è già successo più volte di scrivere qualcosa, per ALIA o per il re di Prussia, senza scomparire dai radar. 
Probabilmente è qualcos'altro a bloccarmi. 
La sensazione di scrivere inutilmente? Ovvero di affermare male cose che altri affermano con sicumera e indiscutibile assenso generale? O generale riprovazione, che poi, come insegna Vespasiano Gonzaga «Sive bonum, sive malum, fama est». Temo di sì. 
È un problema che ho la sensazione di cogliere, scorrendo i blog dei quali tengo memoria nella colonna a dx del mio blog. Pochi quelli che sono aggiornati, molti quelli che accumulano polvere virtuale, con da «4 settimane fa» fino a «un anno fa». Ma, d'altro canto, chi ha voglia di parlare di attualità o di politica, di questi tempi. E voi, pochi o tanti che siate, avete già deciso se votare? E per chi votare? Lasciamo perdere, via. Tanto temo che sull'argomento ritornerò prima del 4 marzo. 
Parliamo d'altro. 


Sto leggendo il quarto volume della serie di Canopus di Doris Lessing, «Un luogo senza tempo». Ho letteralmente divorato  i precedenti due volumi, «Un pacifico matrimonio» e «Una donna armata». Avete idea di che cosa significa leggere della buona fantascienza – lo so, la Lessing la definiva Space Fiction, ma si tratta di buona, vecchia sf – senza dover subire un pessimo italiano e storie vecchie anche quando si svolgono in un futuro più o vicino? La mia benamata Lessing scrive bene, cribbio, ed è riuscita a creare un universo credibile con personaggi spessi e vitali. Dio mio, come mi mancava un autore come lei… Piccolo dolore, l'edizione del quinto volume non è mai uscita in italiano, il che comporterebbe la necessità di leggerlo in lingua originale. Leggere in inglese è possibile, certo, ma con un cambio di velocità netto rispetto all'italiano… ma ci penserò a suo tempo.
Ovviamente una volta digerito il grosso boccone ne parlerò diffusamente qui e/o su http://librinuovi.net/.
Altri libri altrettanto succulenti non ne ho letti, a essere sincero, se si esclude «Specchi neri» di Arno Schmidt che sto centellinando per la paura di consumarlo troppo presto. Ho tentato di leggere l'ultimo Greg Egan pubblicato, «Un razzo a orologeria» ma ho gettato la spugna prima di arrivare alla parola «fine». Orrendo? No, sinceramente non posso dirlo, ma se ho voglia di fare un veloce ripasso della fisica studiata in quinto liceo prendo il mio vecchio manuale di fisica e me lo ristudio da capo. Indubbiamente la possibilità di studiare una fisica diversa, nella quale la luce non abbia una velocità costante ma presenti diversa velocità in rapporto allo spettro cromatico, è molto suggestivo ma il problema è quello di renderlo efficacemente attraverso lo strumento narrativo e non attraverso un addendum alla fisica studiata a scuola. D'altro canto se Egan riuscisse a scrivere insieme una relazione su una fisica di un universo parallelo e contemporaneamente i moti dell'animo di alieni abitanti di quell'universo sarebbe – come dire – troppo bravo per il metro umano e incarnerebbe alla perfezione un'Intelligenza Artificiale prossima a conquistare il mondo.
Sono abituato agli alti e bassi della narrativa di Egan e non mancherò di acquistare anche il prossimo libro, nonostante tutto. E non è detto che prima o poi non riprenda mano il manuale di fisica e lo rilegga, in compagnia del libro di Egan.  


Ho anche altri libri che mi ronzano dalle parti della scrivania, tra cui i due testi scritti da Davide Mana – grazie Davide! – e sei o sette testi che mi aspettano per una lettura non casuale ma in vista di eventuali recensioni o per un'eventuale pubblicazione in ALIA Arcipelago. Temo che se ne riparlerà nel periodo di ferie (ferie?!?) in montagna. Senza contare che sto accarezzando l'idea di far uscire in e-book cinque racconti appartenenti al ciclo della Corrente, a suo tempo usciti sui vecchi ALIA o su Fata Morgana e dovrei fare qualcosa di più che sbatterli tutti in una cartella informatica e episodicamente guardarli. 
La vera novità è che mia moglie, Silvia Treves, ha presentato la domanda per la pensione e se non sorgono problemi con l'autunno del 2018 dovrebbe smettere di lavorare. A scuola. Ciò che la fanciulla non ignora è che da quel momento sarà mio ostaggio per tutto ciò che riguarda il lavoro per ALIA e per LN.
Altra novità è che con l'anno nuovo partirà il lavoro per ALIA Evo 3.0 in forma stampata. Ma di questo penso riparleremo presto. Intanto posso mostrare al pubblico la bozza (è una bozza… non cercate di capire che cosa c'è scritto).


Per il momento comincio a fare i miei migliori auguri di buone feste e di un 2018 almeno un po' migliore dell'anno in corso. In fondo non ci vorrebbe molto.
Ovviamente se riappaio qui vi ribeccherete gli auguri un'altra volta.

12.4.17

Attentati da romanzo.


Sto continuando il lavoro di revisione de Un problema di tempo, un lavoro inevitabilmente pesante, dal momento che autore e editor in questo caso coincidono e, inevitabilmente, finiscono per dissentire quasi su tutto. 
«Puoi sempre darlo da editare a Silvia».
Già fatto. 
Quello che mi rimane da sistemare riguarda interamente me e Un problema di tempo è un romanzo tanto pretenzioso quanto complesso. Un grossa bolla di sapone, se volete, o un modo assurdo per trascorrere i proprio tempo. 
Un passo indietro, a questo punto. Un problema di tempo è stato scritto tra il 2007 e l'estate del 2008, un periodo nel quale gli attentati erano in genere condotti da sostenitori di Al Quaida e colpivano aree di frizione tra musulmani sciiti e sunniti o tra musulmani e cristiani: Algeria, Yemen, India, Egitto, Pakistan, Iraq e Giordania. Attentati sanguinosi, regolarmente condotti da individui che si facevano allegramente saltare in aria insieme alle loro vittime, sicuri che il paradiso fosse appena oltre la pressione sul tasto di accensione
È molto probabile che da questi atti terroristici sia nata la (relativa) abbondanza di attentati presenti nelle pagine del romanzo. Un grado zero di violenza non militarmente organizzata, la stessa che è via via cresciuta fino agli attacchi compiuti da seguaci del Daesh in questi ultimi giorni. Ma si tratta davvero di seguaci del Daesh / Isis? Non è facile affermarlo, nel senso che ormai è evidente che chiunque abbia seguito un corso di delirante mistica musulmana on line accompagnata da cenni di un corso da bombarolo può guidare un camion verso un gruppo di turisti e, se tutto va "bene", tagliare la corda illeso, una relativa novità nel mondo del fanatismo islamista. 


Emulazione, questo è il dubbio che, maramaldo, si insinua nei miei pensieri. In fondo il complesso di Erostrato è parte integrante della mentalità umana e la possibilità di diventare un orribile dinamitardo, ricordato sia pure in forma anonima, può fare gola a chi conduce una vita deludente in bianco e nero. 
In Un problema di tempo la violenza ha qualcosa di vago, sconosciuto, falso. A ben vedere nessuno crede davvero che i colpevoli siano i Gioanniti (cfr. Settembre, 2016), ma che essi siano stati in qualche modo riesumati da un'entità altra per creare una situazione insostenibile. Il che può forse essere sbagliato nella situazione attuale, qui, sulla Terra, ma nemmeno troppo.  Al Quaida e Daesh sono nati in momenti diversi ma in entrambe i casi dalla presenza di entità sovranazionali (multinazionali?) sulle proprie terre. Al Quaida dai guerriglieri afghani durante l'occupazione sovietica, il Daesh da gruppi dell'ex-esercito irakeno di Saddam Hussein. In entrambe i casi – scusate la grossolanità dell'analisi – hanno entrambi creato una lettura peculiare del Corano e degli insegnamenti di Muhammad, creando una struttura paramilitare capace di colpire e/o di occupare terre e invadere paesi facendo uso di un grado clamoroso e super-mediatico di violenza. In questo Daesh ha raggiunto un livello difficilmente eguagliabile di efficacia, sia pure in una situazione etnica e politica di sfascio. Ma chi li ha finanziati in questi anni? Già, perché mettere insieme una struttura logistica e militare e rifornirla di armi e strumenti di comunicazione è cosa un po' diversa da raccogliere quattro amici per un regalo di compleanno collettivo. 
L'Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo sono stato accusati, senza dimenticare il nostro beneamato Erdogan, amico di chiunque voglia sterminare i Curdi, Curdi che – è bene ricordarlo – sono musulmani tanto quanto gli arabi, fondamentalisti o meno. L'Iran, il Pakistan e altri paesi dell'area hanno ovviamente interessi economici, oltreché situazioni di frattura interna tra sciiti e sunniti, e più in generale la posizione di ognuno di essi è stata in qualche caso incerta o vagante. Il dato fondamentale è comunque che senza uno o più finanziatori né Al QuaidaDaesh sarebbero riusciti ad orchestrare un simile grado di terrorismo e di potere organizzato. 


L'aspetto centrale della riflessione è che l'organizzazione di forme di terrorismo necessita di un finanziatore, a differenza da forme spontanee di rivolta, dal momento che un utilizzo pianificato e feroce della violenza ha ben poco a che vedere con le condizioni sia pure disperate di un popolo. Gli individui finora arrestati di Daesh sono per la stragrande maggioranza individui sradicati dalla propria comunità, in qualche caso interessati esclusivamente ai soldi che girano nell'organizzazione, spesso gradassi, sbruffoni, bulli da seconda media, molto lontani dalla fisionomia romantica e maledetta dell'eroe pronto a morire per i suoi ideali. 
Ritornando al romanzo, i Gioanniti possono essere – o meno – gli artefici degli attentati perpetrati nel corso del romanzo ma in ogni caso la loro stessa esistenza (o forse pretesa esistenza) è la prova della presenza di entità altre che li finanziano per i propri fini. Questo perché il terrorismo è, nella migliore delle ipotesi, una forma di sostitutismo che si presta a essere infiltrato, deviato, modificato e in qualche caso semplicemente utilizzato e quindi eliminato.  
Con tutto ciò la religione, sia quella di Daesh che quella dei miei disgraziati Gioanniti è un semplice elemento di unità ideologica, un modo per riconoscersi e per urlare più forte ma che non ha nulla (ma proprio nulla) a che vedere con Gesù Cristo e Muhammad. 


Quindi non parliamo, per favore, di guerra di religione. Questo può fare comodo a Daesh ma per noi significa solo confondersi le idee. Alla prossima.