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22.7.26

Altri libri? Sì, altri libri, letti in montagna o a Torino.


Lo ammetto: non ho ancora terminato la lettura di Sonata per una luna morente di Giovanni Oro ma sono comunque a buon punto, ne parlerò la prossima volta. 

Ma in compenso ho finito Nel mondo a venire di Ben Lerner, edizione originale del 2014 e pubblicato da Sellerio nel 2015. La volta scorsa nel parlarne ho detto: 

«Un romanzo curiosamente riposante […] La sensazione è che Lerner ci possa mettere anche un'intera pagina per raccontare di come un personaggio si infili un paio di scarpe, ma non è una critica, sia chiaro: questo narrare iperrealista regala un fascino del tutto particolare al libro, un grado di confidenza inattesa che risulta perfettamente intonata con le descrizioni di una New York terminale.» 

e qui non posso che confermare la stessa impressione iniziale. Ben Lerner mi ha convinto, tanto che che ho appena ordinato l'ultima delle sue opere pubblicate in Italia: Topeka School, sempre edito da Sellerio. Spiegare il motivo di questa simpatia letteraria non è facile, soprattutto per chi, come me, ama e scrive un genere agli antipodi di Lerner: la fantascienza. Per provare a spiegarmi anticipo qui uno dei libri letti e che presenterò di seguito, Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki, recuperando una delle sue dichiarazioni: 

« Ricordare tutto nella sua interezza è molto difficile […] quindi estraggo alcuni dettagli concreti e peculiari e mi sforzo di stamparmeli in testa […] quello di cui bisogna far tesoro è questa ricca collezione di dettagli concreti.»

Non è mia intenzione paragonare Lerner a Murakami (autore che peraltro amo svisceratamente), ma c'è qualcosa nel modo di narrare dell'autore statunitense che mi ricorda insistentemente il buon Haruki, forse l'attenzione quasi maniacale ai particolari, mai banali, o forse il tono gioiosamente malinconico del racconto di luoghi, persone ed eventi, fatto sta che eggere Lerner è riuscito in un'impresa quasi disperata: rasserenerarmi e spingermi a guardare per qualche istante il mondo con altri occhi. Nel mondo a venire è difficile se non impossibile definire una trama precisa e Lerner se fa quasi un vanto, immaginando di scrivere un libro casuale e autobiografico, senza trama e senza un finale predefinito, diverso da quello promesso al suo agente, libro che poi sarà proprio quello che il lettore si troverà in mano. Raffinatezze metaletterarie che, prodigiosamente, nel suo caso funzionano. Ultimo elemento, ma tutt'altro che secondario è la New York attaccata da un tifone tipicamente tropicale, evidentemente frutto del cambiamento climatico, raccontata con uno stupore rassegnato, come se la condizione della città fosse diventata un dato di fatto inevitabile. Un autore da non perdere di vista. 

Tutt'altro genere e tutt'altro ambiente in Omicidi Srl, di Alessandro Robecchi, un noir (definizione di comodo) scritto da un ex-editorialista de il Manifesto. La vicenda è quella di due killer a pagamento, entrambi dotati di partita IVA, il Biondo e Quello con la cravatta, che spacciano dietro lauto pagamento individui in qualche modo scomodi per i committenti. Ai due, forniti di una sede sociale e ricchi di una corposa esperienza si aggiunge in un secondo momento Francesca Aroldi, «stimata collega di cui hanno avuto modo di apprezzare la professionalità». Il compito ricevuto, dietro una rimessa a sei zeri, è quello di eliminare un ventenne che, tuttavia, risulta essere una brava persona, il che crea ai nostri qualche scrupolo di coscienza oltre a qualche problema di esecuzione. Al termine della vicenda sarà trovata una buona soluzione che, come si dice, salva capra e cavoli, ovvero il giovane e la mercede dei killer. 

Un noir – ripeto: definizione di comodo – che funziona in senso inverso rispetto alla norma. I tre assassini dietro pagamento risultano essere in definitiva, brave persone, al contrario dei loro committenti e delle loro vittime, accomunate da una passione assolutamente insana per il denaro e il potere. Luogo geometrico degli assassinii e degli scambi di denaro è una Milano irriconoscibile e insieme ovvia, per chi, come me, la conosca soltanto come metropoli affannata & anonima. A parte pochi momenti di stanchezza un buon romanzo, che scorre bene, sollecitando il lettore per la divertita rappresentazione au contraire del mondo della ricchezza, incredibilmente misero al confronto con l'etica attenta e scrupolosa dei killer a pagamento.  
 
Rosa Matteucci è un'autrice che, nonostante alcuni pareri contrari, che in ogni caso ammetto e fino a un certo punto condivido, ho sempre apprezzato e più volte recensito su LN-LibriNuovi e anche su questo blog. Qui parlerò di Cartagloria, pubblicato da Adelphi nel 2025, un romanzo relativamente breve (153 pagine) e per me, purtroppo, non all'altezza dei precedenti. Un esasperato autobiografismo non raggiunge i risultati di romanzi come Lourdes, risultando. ahimé, sterile e poco empatico. Le vicende della povera Rosa bambina, traversie sia di natura mistica che religiosa, non hanno risvegliato in me né il gusto blasfemo di certe sue tirate anticlericali, soprattutto rivolte contro la passione beghina di tante sue ipercredenti, né il piacere sfrenato di notare la sua passione antiautoritaria, seppure intrisa di fatica e di dolore. Alcuni elementi – il viaggio in India, l'incontro penoso con i Soka Gokkai o (di nuovo) il viaggio a Lourdes – sembrano voler risvegliare la passione di Matteucci per ciò che è antireligioso, ma sono fiammate flebili, soffocate dalla ricchezza dell'eloquio che, in questo caso, finisce per essere eccessivo e soffocante. Da notare che è proprio all'interno dei romanzi precedenti che la lingua di Matteucci, ricca, multiforme e sorprendente, riesce a rendere con assoluta precisione emozioni, ritratti personali, eventi e situazioni, mentre qui sembra ripetersi senza particolari guizzi. 
Il rapporto tra l'autrice, la religione e la famiglia, al centro in questo, come in altri suoi testi, è comunque divertente e particolarmente incisivo nella prima parte del volume, dove racconta della sua mancata educazione religiosa e di come ella tenti di comunicarsi ugualmente, senza rispettare le regole, con risultati tragicomici: 
 
«Dio mi aveva rifiutato. Dio aveva smascherato e puniva la bambina comunicata senza confessione e senza tutto l'adeguato apparato catechistico e familiare che deve accompagnare il sacramento.»
 
A questo incipit promettente fanno seguito altri episodi in qualche modo collegati, ma privi della dolorosa ironia di questa prima parte. In sostanza un libro accettabile e godibile per chi non abbia letto altro dell'autrice ma decisamente carente in rapporto ai precedenti. 
 
Murakami Haruki, Il mestiere dello scrittore, un "manuale" (definizione ovviamente insufficiente) dove l'autore racconta il suo rapporto con la scrittura, un'esperienza durata ben quarant'anni e che, a tutt'oggi, non è terminata. Personalmente credo di aver letto perlomeno tredici dei sedici romanzi da lui pubblicati, oltre a un numero indefinito di racconti, con (mia) piena soddisfazione. Qualche recensione la potete trovare qui e qui. Quanto a questa sua autobiografia travestita da manuale di scrittura non posso che riaffermare la mia considerazione e la mia stima assoluta per l'autore giapponese…
 
«Può darsi, però, che l'originalità sia imprescindibile da una cattiva accoglienza. Quindi ogni volta che qualcuno mi critica, mi sforzo di pensare in modo positivo: meglio suscitare reazioni decise, anche se ostili, piuttosto che tiepide.»
 
… dovuta anche ad affermazioni di questo genere, come per la sua convinzione che i premi letterari, anche i maggiori, possano essere una jattura per chi scrive, come per la sua voluta scarsa visibilità pubblica, l'antipatia per i mezzi di comunicazione di massa, il rifiuto a partecipare a giurie, la sua riluttanza di fronte all'insegnamento scolastico e all'atteggiamento ultrapragmatico della tecnologia contemporanea:
 
«Una delle cose che si trovano all'estremità opposta dell'immaginazione è l'efficienza. Ciò che ha scacciato dalla propria terra decine di migliaia di persone a Fukushima, se andiamo a cercare all'origine, è il valore attribuito all'efficienza: l'energia nucleare è efficiente, quindi è buona.»
 
Voi da che parte preferite stare: dalla parte dell'immaginazione o dell'efficienza? 
Un libro che merita leggere, anche se non fornisce consigli come una "scuola di scrittura creativa", al massimo suggerisce un modo personale di approcciarsi allo scrivere, in ogni caso prezioso. 
 
Un libro già letto e che ho riletto di recente, stimolato indirettamente dal club di lettura Solarpunk, è stato Il pianeta silenzioso di Stanisław Lem, ediz. originale 1986, ripubblicato in Urania Collezione da Mondadori, dopo l'edizione in Oscar Mondadori del 2022. 
La vicenda: l'astronave Hermes, in viaggio verso il pianeta Quinta, dal quale sono giunti segnali di una civiltà tecnologicamente avanzatissima, raggiunge il pianeta per scoprire che i Quintani sono violenti, poco comunicativi e impegnati in una guerra fratricida che continua, presumibilmente da anni.  Gli umani cercano di entrare in contatto con la nuova specie, ma sono costretti ad utilizzare sistemi sempre più draconiani, fino a distruggere la luna del pianeta, per ottenere una risposta dagli abitanti di Quinta che, tuttavia, sembrano considerare gli umani come "invasori". Ciascuna delle due parti in lotta li riterrà comunque alleati del proprio nemico. 
 
«Con il vostro fuoco e il vostro ghiaccio, non avrete altro da noi che trappole, inganni e travestimenti. Il vostro inviato può fare quello che gli pare. Dovunque andrà, troverà lo stesso silenzio di pietra […]»
 
Di fatto i Quintani non appaiono MAI nel romanzo, che non può che raccontare dei continui scontri, incomprensioni, litigi, ipotesi più o meno realistiche del personale umano dell'astronave, in merito alla posizione da prendere, alle reali condizioni del pianeta, ai motivi del silenzio e della silenziosa resistenza dei locali. Un atteggiamento sempre più aggressivo sembra essere l'unica risposta al silenzio degli alieni, una scelta sempre più pericolosa e, in ultima analisi, inutile. 
Lem non ha pietà nei confronti dell'umanità e come ne La voce del Padrone, mostra con un piacere amaro e desolante nel raccontare gli innumerevoli errori e incomprensioni nei quali gli uomini (N.B.:maschile sovraesteso) potranno compiere nel tentativo di accostarsi a una civiltà aliena, evidente metafora del comportamento più volte verificatosi nei rapporti tra diverse civiltà umane. Un romanzo non facile, ma assolutamente meritevole di lettura. 
 
Ultimo per questa volta: Occhi da cielo di Elia Gonella, vincitore del Premio Urania 2024. Un romanzo che ho letto e riletto con la netta sensazione di non riuscire ad afferrare il tema fondamentale del testo. Diciamo che l'aspetto principale e il più potente e suggestivo del romanzo è il rapporto con il cinema italiano degli anni '70. Per quanto riguarda l'aspetto fantascientifico, viceversa, ho fatto non poca fatica a coglierlo e ho qualche dubbio sul grado di suggestione capace di evocare. Elia Gonella scrive bene, non c'è dubbio: il grado di padronanza della lingua, l'alternanza sapiente dei tempi del romanzo tra passato remoto e presente, la potenza di alcune descrizioni e dei dialoghi, stringenti ed efficaci, sono tutti elementi che non è facile trovare in un testo che, secondo certi "emeriti", è di genere, ovvero di seconda classe. Eppure in questo lettore, al di là della non poca considerazione per la costruzione del testo, è rimasta la convinzione di un ritmo della narrazione spesso insufficiente o, raramente, un po' arruffata. Ruberò, per comodità, alla quarta di copertina del libro la presentazione del romanzo scritta dal curatore: 
 
«Nel 2034, una mummia di cinquemila anni riemerge da un ghiacciaio in scioglimento sulle Dolomiti. Sul petto […] un terzo occhio che si muove. […] L'occhio sfugge a qualsiasi analisi scientifica: l'unica pista è un film del 1986, in cui occhi d'argento simili a quello della mummia si moltiplicano come una pestilenza. […] Finirà in un vortice di enigmi, visioni e rivelazioni in un mondo sospeso tra la minaccia dell'apocalisse climatica e la promessa della vita oltre la Terra.»
 
Notevole l'idea della mummia, che come Ötzi, la Mumie von Similaun, viene a consegnarci un futuro possibile all'umanità: un'idea grandiosa che le dimensioni obbligate di Urania hanno probabilmente sacrificato. Nel frattempo, mentre spero in un'edizione integrale in Oscar Mondadori, faccio comunque i miei complimenti all'Autore, augurandogli ulteriori futuri interventi nel mondo narrativo. 
 
E gli altri libri iniziati? 
 
La letteratura nazista in America, di Roberto Bolaño: pagina 164 su 250. Non posso che ripetere la mia sensazione dopo la lettura delle prima 20 pagine: un libro – forse un trompe l'oeil –assolutamente unico e imperdibile. Sinceramente assolutamente spassosi – senza renderli ridicoli – i ritratti degli autori "nazisti" delle Americhe, soprattutto tenendo conto dell'assoluta apparente estraneità del mondo sudamericano rispetto all'Europa degli anni '30,
 
Affrontare l'infinito di Jonas Enander, pag. 97 su 319. Un libro immancabile per chi si interessa di cosmologia e astrofisica senza essere né un astrofisico né un cosmologo. Imperdibili le prime 70 pagine dedicate alle biografie degli scienziati che hanno dedicate la propria esistenza ai Buchi Neri. 
 
Alla prossima! 
 
 

14.6.22

Letture varie & disordinate

È passato abbastanza tempo dall'ultima volta che ho scritto di libri in queste pagine e nel frattempo, com'è ovvio, ho letto non poco. Adesso, avendo cambiato casa, non ho più una pila di libri che pencolano su un angolo della scrivania – dove adesso traballa la pila dei libri da leggere "presto" –, ma uno scaffale d'angolo dove deporre i libri letti. A questo punto siamo a… quattordici tomi, che essendo lo scaffale piccolo (vedi foto) rischiano di precipitare giù. 
 

A questo punto diventa non solo importante (importante, poi, papparapappà) ma addirittura urgente parlare almeno di sei o sette libri tra quelli letti. 
Da dove iniziare? Beh, con un megavolume edito da Orma, letto con una certa fatica, soprattutto in posizione orizzontale, scritto con un carattere 10 (e le note in corpo 8) e che costituisce il volume quinto della la collana "Hoffmanniana", dedicata ad uno dei miei miti personali: Ernest Theodor Amadeus[*] Hoffmann. 
Il volume – primo tomo del volume completo – raccoglie i testi nati con «I fratelli di Serapione», un modo di procedere che ha illustri precedenti – basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer o al Decameron di Giovanni Boccaccio – ovvero una serie di vicende narrate da un gruppo di amici: i Fratelli di Serapione.   
Tra queste appaiono alcune delle più note novelle di Hoffmann, «Il consigliere Krespel», «Schiaccianoci e il re dei topi», «Gli automi», «Una storia di fantasmi», «Il bambino misterioso». 
Ma, oltre alle novelle maggiori, la sorpresa che il volume riserva è nelle piccole storie che vi appaiono, vicende che sono sicuramente "minori" ma che hanno il grande pregio di regalarci il punto di vista di Hoffmann sulla realtà del suo tempo. Su Napoleone e sulla guerra in atto, sulla musica e sui musicisti dell'epoca, sull'arte, la pittura e gli artisti, sul romanticismo – del quale Hoffmann fu uno dei maggiori rappresentanti – e sulla scienza dell'epoca: dal mesmerismo, fenomeno di gran moda all'inizio del XIX secolo, alla neonata psicologia fino alla pedagogia – pochi scrittori sono così nettamente e radicalmente dalla parte dei bambini. 
 

Altrettanto godibili gli intervalli tra una storia e l'altra narrati dagli amici, i "Fratelli di Serapione", Lothar, Ottmar, Cyprian e Theodor, in alcune occasioni anch'essi divenuti protagonisti di qualche novella raccontata davanti al fuoco. 
Il volume si segnala anche per l'accuratissima traduzione e revisione dei testi, con un livello di precisione e di attenzione che giunge in qualche occasione a spiegare talune scelte lessicali, grammaticali o fonetiche di Hoffmann – fascino che temo sarà inesistente per chi non conosce o non ama la lingua di Goethe – e per le immagini raccolte al centro del testo, tutte in qualche modo legate ai testi presentati. 
A colpire in modo particolare, tuttavia, è il piacere di Hoffmann nel renderci complici della sua sottile cattiveria, del suo gusto per il rovesciamento di senso e per lo sberleffo della pubblica morale, per il piacere di narrare da un punto di vista strettamente personale, mettendo in scena mondi ulteriori, tanto assurdi da poter rientrare di diritto in qualsiasi elenco psichiatrico, e di muovere al sorriso anche raccontando di spaventevoli tragedie e di orripilanti peccati. 
Davvero curioso, comunque, il modo nel quale Hoffmann presenta la passione amorosa, raccontata come un'affezione al limite della malattia mentale, qualcosa che paralizza, che rende ciechi e folli, che impedisce di comprendere realmente che cosa sta avvenendo e perché. Un amore "romantico", si direbbe, se non fosse che lo stesso autore ha modi lievemente ironici nel raccontare la follia d'amore, dandone una raffigurazione in qualche modo oggettiva, pur senza mai diventare sarcastica e mostrando partecipazione e un pudico affetto per i suoi personaggi.
Ultimo particolare per il quale è doverosa una precisazione: l'apparato di commento e di note risulta davvero impressionante. Così lo descrive Matteo Galli, il curatore, nella sua introduzione: 
 
Nel gennaio del 2016 […] inviai a una settantina di accademici una mail in cui chiedevo la disponibilità a tradurre e curare uno al massimo due dei racconti che compongono I fratelli di Serapione. […] Ricevetti una valanga di risposte. Colleghe e colleghi – professori ordinari, associati, in pensione, ricercatori, assegnisti, contrattisti, dottorandi: un bel pezzo della germanistica italiana, dunque – si dichiararono con entusiasmo e generosità disposti a collaborare al progetto.
 
E di questo entusiasmo vive il testo, nel gran numero  e impressionante ricchezza delle note al testo e nelle lunghe note di apertura che presentano il testo e la traduzione. Unica osservazione finale, con un consiglio: leggete separatamente il testo e le note al testo: si tratta letteralmente di due testi che procedono paralleli e leggere le note prima o dopo la novella non vi renderà impazienti o esasperati e non vi capiterà di saltarle bellamente come è capitato a me… 
...


Passiamo adesso a due (2) gialli, un genere che non amo follemente ma che non mi dispiace ogni tanto frequentare. 
Ma anche parlando di gialli, è inevitabile per me andare un po' fuori dalle righe. Infatti il primo che presenterò è in realtà un romanzo basato su un tema ucronico: SS-GB I nazisti occupano Londra di Len Deighton, [ed. or. 1978], e il secondo è 1793 di Niklas Natt Och Dag [ed.or. 2017], ambientato nella Stoccolma della fine del XVII secolo. Non molto a che vedere con il poliziesco classico o con il noir contemporaneo, me ne rendo conto, ma sono sempre stato affascinato dall'ambiente nel quale i gialli maturano più che dai moventi dell'assassino o dai modi di procedere dell'investigatore.
Il romanzo di Deighton ha un'ambientazione ovviamente fantastica, ma un "fantastico" con salde radici nel reale. Come in tutti i testi di ucronia il romanzo è basato su un dato di fatto possibile – anche se non realmente accaduto – ovvero l'invasione della Gran Bretagna da parte dei nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale e la situazione degli inglesi in seguito all'invasione. 
Protagonista Douglas Archer, ispettore di Scotland Yard affiancato dal suo sergente, Harry Woods, – entrambi sottoposti a un capo dell'intero sistema poliziesco: il Gruppenführer SS (generale) Fritz Kellerman.
A sorprendere nel romanzo di Deighton è il punto di vista di Archer, che, pur senza esserne entusiasta, accetta come un dato di fatto l'occupazione tedesca e cerca innanzi tutto di continuare onorevolmente il suo lavoro. Il vero problema, come l'ispettore presto scoprirà, è che il caso al quale sta lavorando – la morte di un antiquario dedito anche a traffici non del tutto legali – finirà per coinvolgerlo in una complessa vicenda, che riguarda il suo capo, Fritz Kellerman, lo Standardenfürher Huth dell'ufficio centrale per la sicurezza di Heinrich Himmler, l'SD, l'Abwehr e la [Ge]heim [Sta]at [Po]lizei, la presenza e le iniziative della resistenza britannica, gli agenti segreti americani, i fisici dediti allo studio di una misteriosa "nuova arma" e il Re Giorgio VI, da liberare e condurre negli USA. Ovviamente mantenere la barra a dritta in un simile intreccio di poteri e di manovre più o meno palesi o evidenti non è facile e la sensazione è che talvolta Deighton non sia riuscito a tenere insieme la successione degli eventi e le vicende del suo protagonista, chiamato a scelte via via più complesse. Nell'insieme, comunque, un testo gradevole anche se a tratti affannoso e con un numero talvolta eccessivo di personaggi dai tratti non abbastanza definiti. Da notare che comunque l'autore non ha voluto calcare la mano sul tema della persecuzione razziale a carico di ebrei e altre minoranze, probabilmente ritenendo che una Germania nazista vincente non avrebbe voluto condurre in porto la Soluzione Finale del problema ebraico, decisa nella realtà a Wannsee il 20 gennaio del 1942. Personalmente, avendo presente l'approccio di Adolf Hitler alle teorie antisemite, vissute come condizioni irrinunciabili per un futuro degno del Volk, ovvero degli ariani, mi permetto di avanzare qualche dubbio in proposito e, parlando per pura ipotesi, temo che il nazismo avrebbe tratto forza e maggiore convinzione da un'ipotetica vittoria contro la Gran Bretagna. Ma, per l'appunto, si tratta di semplici ipotesi. 
... 
 


1793 è ambientato nella Svezia della fine del XVIII secolo, l'anno successivo alla morte di Gustavo III, con il paese tormentato da una guerra sotterranea tra la nobiltà e la borghesia, sostenitrice del Ricksdag – gli stati generali svedesi – e governata da Gustav Adolf Reuterholm durante il periodo della reggenza, con il nuovo re, Gustavo IV Adolfo, che all'epoca aveva soltanto 14 anni.
Protagonisti della vicenda sono Mickel Cardell, «un reduce dalla guerra contro la Russia che, nonostante abbia lasciato il braccio sinistro sul campo di battaglia, possiede ancora una forza quasi sovrumana» e Cecil Winge, «geniale procuratore ormai consumato dalla tisi»**. 
La vicenda si apre con il ritrovamento nel quartiere di Södermalm di un cadavere orrendamente mutilato.  A ritrovarlo è Cardell che, faticosamente, lo ripesca dalle acque fangose del Fatburen.
A occuparsi delle indagini viene incaricato Cecil Winge, un ottimo procuratore, anche se non particolarmente amato dai dirigenti, e colpito da una tisi molto avanzata, cosa che non gli impedirà comunque di svolgere, anche se con non poche difficoltà, il suo lavoro. Già perché la Svezia sotto il governo di Reuterholm è un luogo siffatto: 

«Dovete tenere a mente che i requisiti più importanti per quel lavoro sono un'irriducibile fedeltà al regime attuale, accompagnata dalla tendenza al servilismo e all'adulazione.»

Ciò che man mano emerge faticosamente dalle indagini è la compromissione di una delle famiglie più in vista nella Svezia dell'epoca e che il colpevole dell'allucinante omicidio, lo ha compiuto per cancellare il peccato di una passione imperdonabile.
Un giallo affascinante per il tema e l'ambiente – sia pure con qualche passaggio un po' prolisso – e con due personaggi che non è facile dimenticare ma con alcuni difetti (ovviamente secondo la mia personale sensibilità) che è altrettanto difficile rimuovere. Lo sforzo dell'autore di presentare la vita quotidiana nella Svezia dell'epoca lo porta talvolta a sottolineare in maniera eccessiva la brutalità endemica di alcuni ambienti, la sporcizia e l'incuria nella vita di ogni giorno, l'ubriachezza condotta a regola di vita, la rabbia che cova disordinatamente sotto la cenere, i soprusi compiuti dalle autorità costituite, il malaffare, la corruzione e la sostanziale disonestà di chiunque occupi una carica pubblica. Il quadro che ne deriva è quello di una società insieme falsa, bigotta e disperata. Jean Michel Cardell, per gli amici Mickel, appare così talvolta una sorta di sfortunato castigamatti in un mondo incapace di distinguere il giusto dall'ingiusto. In quanto a Winge, rappresentato nella parte finale della propria vita, è un investigatore dotato di un'etica cristallina e davvero geniale, capace di fingere o di mentire in nome di un livello più alto di giustizia, ma evidentemente destinato a una fine prematura.
Il romanzo, obbligato dalle premesse e dall'intreccio a giungere a rappresentare l'orrore puro, deve rialzare costantemente la gravità dei peccati commessi fino a mettere in scena un dramma probabilmente troppo carico di sangue e di orrore per risultare credibile fino in fondo. Lo so, c'è un problema di "sospensione di incredulità" e in questo devo ammettere la mia insufficienza di lettore. Preferisco non esprimere giudizi in merito, lasciando ai lettori il compito non facile di stabilire la necessità di taluni passaggi. In ogni caso non posso che plaudire lo sforzo, avvertibile senza difficoltà in mille episodi, sull'informazione storica e sociale, tali da riuscire a rappresentare una città come Stoccolma nel suo momento particolare e nel suo divenire storico. 
... 

La chiocciola sul pendio, di Arkadij e Boris Strugackij, è stato pubblicato per la prima volta nel 1966 e (meritoriamente) ripresentato in Italia da Carbonio editore, «considerato dai fratelli Strugackij il loro romanzo più completo e significativo»***.
Il testo si apre con Perec, un anonimo impiegato in attesa di traferimento dall'Ispettorato per gli Affari della Foresta, entità burocratica dalle attività e finalità oscure, costruita a strapiombo sulla Foresta, così descritta:
 
… Le verdi paludi bollenti, i pavidi alberi nevosi, le rusalki che si riposano sulla superficie delle acque, sotto la luna […], gli aborigeni enigmatici e circospetti, i villaggi deserti…

Foresta nella quale, a quanto pare, nessuno di coloro che lavorano all'Ispettorato è mai andato, limitandosi a parlarne o a disquisirne con apparente competenza. 
Segue l'apparizione di Kandid, cittadino di uno dei villaggi della foresta, a quanto pare altrettanto deciso ad andarsene per raggiungere una fantomatica città, forse posta su una collina o forse no, ma comunque al di fuori della cinta del grande bosco. 
Le vicende di Perec (cognome a suo modo indicativo, cfr. Vita, istruzioni per l'uso) e di Kandid – voltairiano, se vogliamo – si inseguono capitolo dopo capitolo, in due storie parallele che non procedono in nessuna direzione, senza che nessuno dei due riesca ad allontanarsi davvero dal luogo nel quale si trova ma, come in certi sogni tormentosi, continuando a essere interrotti o deviati facendo incontri inattesi o sorprendenti ma anche assurdi, insulsi o deteriori, ad ascoltare storie incredibili o dementi, a doversi misurare con eventi improbabili o oggetti nati da una fantasia malata o felicemente demente. Il romanzo si rivela così un delizioso monociclo inchiodato, sul quale è possibile pedalare a perdifiato senza giungere da nessuna parte, una felicissima metafora dell'URSS degli anni '60, tesa in una corsa a perdifiato per non andare in nessun luogo, we all road to nowhere, come cantavano i Talking Heads. E il peso di una burocrazia terrificante si respira ad ogni capoverso del testo, unendo affermazioni e dichiarazioni tuonitruanti alla mancanza di mezzi e di soluzioni o alla semplice affermazione dell'assurdo come strumento di potere. 

[…] Ma l'originale sì che contiene questo movimento temporale! Il vettore! La freccia del tempo […]
"Dov'è, dunque l'originale?" Chiese cortese Perec. 
Il direttore sorrise e disse: 
"L'originale, naturalmente, è stato distrutto in quanto opera d'arte che non permette una duplice interpretazione. Sia la prima che la seconda copia sono state ugualmente distrutte, come misura precauzionale".
 
Le cose non vanno meglio per Kandid, perseguitato da non meglio identificati morti viventi, oltre che da una fauna / flora invadente e pericolosa – spesso la distinzione tra piante e animali scompare – e da una moglie vittimista e inconcludente. I suoi rapporti con gli altri membri della tribù che popola il villaggio non sono buoni: fatti di noia, di stanchezza di parole troppe volte ripetute. E la foresta…
 
[…] si mise di nuovo a fischiare, ronzare, crepitare, sbuffare, di nuovo verso la cupola lilla si avventarono nembi di mosche e formiche. Una nube passò sulle loro teste, i cespugli si ricoprirono di sciami di insetti morenti o infiacchiti, immobili o frementi […]
 
Mentre Perec deve fare i conti con questo genere di messaggio: 
 
Attenzione, attenzione! Tutti i collaboratori devono trovarsi sul posto secondo la disposizione numero seicentosessantacinque fratto Pegaso omicron trecentodue, direttiva ottocentotredici, per l'accoglienza trionfale del Padiscià senza seguito speciale, numero di scarpe cinquantacinque.

Un romanzo nel quale non è facile imbattersi e che richiede – opinione del tutto personale – perlomeno una doppia lettura per coglierne i riferimenti costanti al reale, oltre che per divertirsi come se non ci fosse un domani. Un romanzo di fantascienza? Fantasy? Horror? No, un romanzo profondamente politico e, come tale, interamente basato sull'assurdo. 

Siamo a quattro libri recensiti, dopo averne promessi sei o sette. D'altro canto non si trattava di testi tanto facili... 
Ancora uno, un romanzo, poi tutti a nanna. 
 
  
Le case di pietra e le case di paglia, di Consolata Lanza ha un (apparente) grosso difetto, quello che un'editor di una casa editrice che scartò un mio libro avrebbe definito: «Un eccesso di personaggi».
Non solo, tali personaggi vivono vite separate, ognuno man mano raccontato senza interazioni forti o deboli con gli altri, ognuno "abbandonato" alle proprie abitudini, manie, debolezze, errori, sterili eroismi e mediocri vigliaccherie. 
Conoscendo personalmente l'autrice e avendola sentita presentare il suo testo con una certa dose di ironia e autoironia, posso anche permettermi di smentirla affermando che il suo testo non ha nulla di rivoluzionario, di sconvolgente o di assurdo. Semplicemente ritengo molto probabile che non pochi lettori siano ormai (mal)abituati a una lettura senza sobbalzi, come un viaggetto su una sedia a rotelle. 
Verso il burrone.
La narrativa può e deve essere anche "scomoda", per risvegliare nel lettore il piacere di un'avventura letteraria fuori dagli schemi consueti – e forse ormai logori – di una narrativa costruita sul conflitto protagonista / antagonista / deuterogonista.
Esistono due modi per affrontare il libro di Consolata: il primo, che lo è stato anche nell'ordine di lettura, quello di leggere tutte le storie dei vari personaggi una dietro l'altra, seguendo i nomi che precedono i paragrafi, indicati in neretto a sinistra della pagina: «Richi», «Stella», «Elena», Olimpia» ecc. Il risultato è gradevole ma non è ottimale, a personalissimo parere. Ma esiste un altro modo per affrontare il testo – seguito nel corso della mia seconda lettura – basarsi cioè sulla «Guida ai personaggi», stampata a pagina 305 e seguire uno ad uno i personaggi, seguendo il loro divenire nel corso del testo. 
La sensazione finale è di una ragionatissimo e voluto caos, fatto di gesti vani, pletorici o assurdi, di malinconici ricordi troppo spesso rivisitati, di avventure con un finale scontato, di amori affannosi, di rimorsi allontanati o rimossi, di sogni e di incubi, di gesti impulsivi e di rancori trattenuti, in sostanza tutto il tessuto profondo delle vite quotidiane di una quindicina di persone che si ha l'occasione di conoscere e le cui storie raccontano di una malinconia connaturata a gesti e situazioni, di vite raccontate anche se non c'è poi molto da raccontare. 
La capacità di raccontare questi frammenti minimi di vita è una delle caratteristiche più personali e sentite di Consolata, capace di narrare vite normali fino a una rottura che può avvenire nel mondo reale secondo modalità "normali" o nel mondo reale seguendo vie fantastiche o, ancora, in un mondo che ha rinunciato temporaneamente alle regole del reale – nottetempo o in terra straniera – e che cede all'irruzione di un fantastico sornione e invadente. 
A essere demiurgo di questi minuti eventi l'autrice, una presenza divertita e (fortunatamente) priva di ogni ritegno, una semidea assai poco seria e ancor meno pietosa. Un'allegra "masca", che non può non ricordare un personaggio di un suo famoso racconto che recensii nel 2016, dispettoso e malinconico, condannato a una solitudine che ne è la vera e profonda condizione. 

E per questa volta mi fermo qui.
C'è qualche libro in meno da recensire, quanto serve a non provocare crolli. Ma temo che dovrò tornare presto a scrivere. 
Un abbraccio collettivo. 




[*] terzo nome proprio che Hoffmann sostituì a "Wilhelm" in onore di Mozart. 
[**] dalla seconda di copertina. 
[***] Idem


24.12.21

Letture in un periodo complicato


 
Come si sarà capito – anche perché devo averlo detto millanta volte in questi mesi – in questo periodo ho avuto non poche cose da fare, prima tra tutte un terrificante TRASLOCO dalla mia ampia casa di via Ellero a una casa più piccola, anche se dotata di un ampio terrazzo (ahimé poco utilizzabile in questo periodo pre-invernale), un lavoro che ha richiesto il contributo delle mie ormai scarse forze, con inevitabili conseguenze a carico della mia schiena. 
Adesso, sistemato nel nuovo studio, circondato da un numero esagerato di libri che devo tuttora terminare di riordinare, posso anche dedicare un minimo di tempo alle mie più recenti letture, condotte in un periodo decisamente agitato, a volte lette in stanze praticamente vuote (nella vecchia casa) a volte letti nella nuova casa, cioè circondato dagli scatoloni. 
Il primo di cui parlerò, che è anche il penultimo letto, è Klara e il sole di Kazuo Ishiguro, ed. orig. e traduzione italiana del 2021, per Einaudi, a cura di Susanna Basso. Buon libro? Senz'altro, anzi direi ottimo, ma tenendo conto di alcune avvertenze e modalità d'uso. La scelta del punto di vista, innanzi tutto, quello di Klara un androide di classe AA (Amico Artificiale) ad alimentazione solare, il più recente nella classe delle IA da compagnia. Klara ha una mentalità quantomeno curiosa – ed è strana la sensazione di potersi immergere nei pensieri di una creatura artificiale, come in quelli di un personaggio umano –, è ingenua ma anche acuta, gentile ma cauta, ansiosa di essere adottata da una famiglia umana ma nel contempo comunque affezionata ai suoi "compagni", gli altri AA che affollano il negozio.
Quando viene "adottata" dalla quattordicenne Josie, Klara si trova inserita in una famiglia disfunzionale, con la madre impegnata fino al collo nel lavoro e separata dal padre, Josie in condizioni di salute non buone e che ha perduto una sorella di recente – perdita che è diventata una fissazione pericolosa per sua madre –, e una donna di servizio, Melania, che non perde occasione per dichiarare il suo odio per qualunque genere di androidi.
Ciononostate Klara si dedica con passione e una buona dose di curiosità alla compagnia di Josie, divenendone quanto di più simile a una vera amica. Ben presto compare Rick, amico di Josie – e forse qualcosina di più che un semplice amico – con il quale la nuova amica di Klara trascorre i pomeriggi studiando e/o chiacchierando mentre l'androide la ascolta, ben felice di quell'amicizia che sembra liberarla dall'ombra della malattia. Ma non fila tutto come dovrebbe, la madre di Josie, anzi Madre, che la mette a parte di un suo sogno disperato, Melania che accenna a rischi e pericoli che la quattordicenne corre, il padre della sua amica che si rivela persona inattesa, Rick, con il quale Josie sembra avere rotto il rapporto e Mr Vance e Capaldi, il primo una vecchia conoscenza, il secondo un individuo oscuro ed enigmatico. Confusa, ma sempre decisa Klara si impegna per ricucire la situazione e per recuperare Josie, caduta nella medesima malattia che ha ucciso la sorella, e ci riuscirà, anche se a un prezzo troppo elevato.
Come dicevo all'inizio di questa recensione il punto di vista di Klara è l'elemento vincente di questo curioso e singolare romanzo. Il suo punto di vista "innocente" e senza peccato, simile a quello di un ipotetico "selvaggio" spedito suo malgrado nel nostro mondo con una missione non facile, e che aggirarandosi tra noi, evidenzia per contrasto una realtà spaventosamente competitiva, dove il miglioramento tecnico e genetico ha un ruolo crescente nell'organizzazione umana e dove la semplice compagnia di un androide destinato a immolarsi può essere l'elemento vincente di un scontro che, al di là dei modi perfettamente urbani esibiti dagli esseri umani in ogni circostanza, è in realtà feroce e disperato. Un romanzo davvero notevole che sembra viaggiare a lungo in souplesse ma che quando colpisce fa davvero male. 

Se guardassi meglio le nuvole scure mi accorgerei che non sono di fatto in scala rispetto alla Madre o alla cascata. Cionostante questi ricordi compositi mi hanno talvolta invaso la mente in modo così vivido da farmi scordare per parecchio tempo che in realtà sono seduta nel Cortile, sulla terra dura.
 

 

Cambiamo completamente autore anche se non completamente genere – con tutto che, personalmente, non sono abituato a dividere i libri in genere. Kij Johnson è un autrice statunitense la cui produzione tradotta in italiano è formata da un racconto (Battibecco) uscito su un numero della rivista Robot, da un romanzo breve, Quel ponte sulla bruma, del 2011, edito da Delos nel 2020 e La ricerca onirica di Vellitt Boe (2016), pubblicato da Edizioni Hypnos.
Sinceramente, avendo letto i due romanzi sopra citati, non posso dire di impazzire per la nostra Kij, ma si tratta di un'autrice comunque interessante, piacevole e curiosamente gradevole nel raccontare le strane vite dei suoi personaggi. Molto probabile che ciò che è disponibile in Italia dia soltanto un'idea quantomeno molto parziale della sua produzione che vede come costante della sua estetica la mitologia giapponese, in particolare quella centrata sulla figura della Kitsune, la donna-volpe.
La ricerca onirica di Vellitt Boe (the Dream-Quest of Vellitt Boe) riprende i temi di The Dream-Quest of Unknow Kadath, di H.P.Lovecraft, scrivendone una versione al femminile, ambientata nella Terra dei Sogni e riutilizzandone luoghi, mostri e dei, dai ghoul dell'amato HPL al deserto di Leng alla città di Celephais. Vellitt Boe è un'insegnante del collegio femminile di Ulthar che parte alla ricerca di Claire Jurat, una delle sue migliori allieve, presumibilmente fuggita dalla Terra dei Sogni per raggiungere il Mondo della Veglia, passando attraverso la Soglia del Sonno Profondo, posto sul monte Hatheg-Kla. La Boe si mette alla ricerca della giovane, conscia della sua importanza per preservare l'equilibrio del loro mondo. Dopo diverse avventure, vari incontri e scontri con i mostri che montano la guardia al confine tra i due universi, Boe riesce infine a ritrovare Claire nel Mondo della Veglia e la convince a riprendere il suo posto nella Terre dei Sogni, anche se la sua impresa non sarà indolore per lei. 
Indubbiamente piacevole, soprattutto per la tendenza sorprendentemente imprevedibile di raccontare la vicenda valendosi di un registro volutamente dimesso, quasi familiare o – volendo – minimale, ovvero agli antipodi di ciò che avrebbe scelto Lovecraft. Con tutto ciò il romanze breve si legge con piacere, tenendo compagnia al lettore anche nei momenti più intricati e complessi. E probabilmente è proprio questo modo inatteso di raccontare un mondo e una vicenda ambientati in un universo profondamente alieno, inventato dall'autore di Providence, ad aver fruttato a Kij Johnson il World Fantasy Award 2017.
 

 
Vincitore dei Premi Hugo e Nebula edizione 2012 è stato The Man Who Bridged the Mist (Quel ponte sulla bruma), pubblicato in Italia nel 2020. Vi si narra di un fiume che taglia in due l'Impero e «che non è come tutti gli altri fiumi. Nel suo letto non scorre acqua, ma Bruma: una sostanza strana, forse viva, […] corrosiva e imperscrutabile».
A costruire il ponte che unirà in maniera definitiva le due metà dell'Impero viene chiamato Kit Meinem di Atyar, un architetto giovane anche se non alle prime armi. Il suo rapporto con il fiume di Bruma – e con la gente che vi ha a che fare quotidianamente, in primo luogo i traghettatori – diventa ben presto prevalente rispetto a qualunque altra abitudine quotidiana. Kit passa il tempo a studiare la Bruma e a valutare nuove soluzioni per la costruzione, cercando di stabilirne la natura profonda, e valutando le diverse voci della gente che vive sul fiume di Bruma, dei pescatori e della fauna che la popola, dei piccoli pesci e dei grandi pesci, forme oscure che talvolta compaiono davanti o sotto il piccolo traghetto che lo conduce da un lato all'altro del fiume. 
Il suo rapporto con gli abitanti delle due rive del fiume di Bruma finisce per complicarsi – o per avere una svolta positiva – quando Kit si innamora (quasi fatalmente) di Rasali de'Barcaioli di Trasbruma che così ragiona di se stessa:

[…] Amo e odio questo tuo ponte. Mi struggerò per la bruma, per il bisogno di attraversarla. […] Se avrò una figlia, non dovrà prendere la decisione che è toccata a me. attraversare la bruma e morire, o restare al sicuro su un lato del mondo e non vedere mai l'altro. Perderà qualcosa. Guadagnerà qualcos'altro. 

Un libro indubbiamente gradevole ma nel quale si avverte la mancanza di una rottura, di un momento di crisi reale che permetta di ripensare l'intera vicenda e la situazione di Kit e degli abitanti sul fiume. L'ho letto attendendomi – probabilmente in maniera infantile – che i misteriosi grandi pesci della Bruma assalissero gli abitanti e lo stesso Kit o Rasali o che il ponte crollasse nel fiume non appena terminato. Nulla di tutto ciò, solo qualche vago dubbio e una tensione che attraversa il testo senza sfociare in qualcosa di descrivibile. Rimane la storia dell'architetto Meiner, dei suoi dilemmi nella costruzione e del suo contrastato rapporto con la barcaiola Rasali: una piccola storia che può divertire il lettore anche se non riesce mai a condurlo altrove.  
 

 
Specchi neri di Arno Schmidt è un libro scritto nel 1951 ed è «il pannello conclusivo del trittico Nobodaddy's Kinder». Scritto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale narra di un paese reduce da una sconfitta non soltanto militare ma soprattutto epocale  e di civiltà e lo trasfigura in una terra che – insieme al resto del mondo – ha subito un attacco atomico lasciando a vivere sulla terra soltanto pochi individui, separati e senza speranza. Il protagonista, un giovane intellettuale, ateo, disincantato, esaltato da una situazione estrema, vive in un eterno presente, cercando da un lato di accantonare risorse per il futuro – cibo, combustibili, oggetti, abiti – dall'altro ridendo sulla quantità di oggetti lasciati da un'umanità scomparsa, oggetti che testimoniano la vacuità della sua esistenza. Il giovane «si aggira in luoghi che fanno parte della privata geografia dell'autore, e ragiona a freddo sul passato e sul presente […] percorre un itinerario orientato dagli incerti della sopravvivenza e dalla ricerca più o meno consapevole di altri superstiti.»[dalla presentazione in seconda di copertina].
E gli accade di incontrare una superstite, Lisa, una ragazza armata, spinosa, imprevedibile. Ma nonostante la situazione i due non divengono i nuovi Adamo ed Eva, lei si concede qualche giorno di riposo per poi ripartire: 
 
«Domani me ne vado : forse sono ancora in tempo prima di adagiarmi nelle comodità. Tu sei troppo forte per me. […] con te – non so come dire – mi faccio più pesante, più classica […] però nessuno può cambiare la propria natura. 
 
Il protagonista, lasciato da Lisa che gli fa soltanto qualche vaga promessa di ritornare, rimane l'ultimo uomo, solo in un bosco per sempre silenzioso.
Specchi Neri non è un libro consolatorio né vuole esserlo: Arno Schmidt «non si illuse sull'attitudine dell'uomo di essere nemico all'uomo e al mondo» e consegna il protagonista / alter ego a una solitudine da ubriaco senza nessuna speranza di un risveglio da sobrio. Ad accompagnarlo frammenti di storia della letteratura, di filosofia, di fisica, di narrativa, di matematica, oltre a giochi di parole e variazioni assurde sulla lingua, evocati e ripetuti senza un ordine preciso, che si sommano e si confondono a costituire un metamondo nel quale il giovane può illudersi di poter sorridere ancora. Veramente notevole il lavoro che l'editore, Lavieri, e il curatore, Domenico Pinto, hanno costruito per dare a Schwarze Spiegel un metatesto che potesse spiegarne lo strano andamento e i continui riferimenti ad altre opere ed altri autori – prova ne sono le numerose pagine di note al testo da pagina 79 a pag. 97. Altrettanto degna di lettura la postfazione dello stesso Pinto, Per speculum. Da segnalare, infine, la bibliografia di Arno Schmidt, riportata in calce al volume, insieme alle carte geografiche della zona della Bassa Sassonia dove si muove il protagonista. 
Un volume che non è facile accostare ma che merita davvero la lettura e una rilettura attenta e partecipe. Evidentemente imparentato a La Nube purpurea di Matthew Shiel e a Dissipatio H.G. di Guido Morselli, il libro di Shmidt possiede la caratteristica di una macabra giocosità che si sostanzia nella sua apparente allegria, nel suo piacere di ridere delle minime fissazioni di un'umanità ormai coniugabile soltanto al passato. Ultimo particolare, tutto sommato trascurabile per un lettore che non pratichi la lingua tedesca, è come sia sorprendente l'elasticità e la variabilità di una lingua che si ritiene solenne e rigida: un ulteriore motivo, almeno per alcuni, per leggere Specchi oscuri.
 
 
Alien Virus Love Disaster di Abbey Mei Otis, è un'antologia uscita in edizione originale nel 2018 e tradotta in italiano – a cura di Chiara Puntil e Chiara Reali – da zona42. Abbey Mei Otis è «cresciuta nei boschi del North Carolina e vive a Whashington DC, dove scrive e insegna», praticamente le sole notizie sull'autrice che è possibile rintracciare, a parte qualche accenno alla sua origine asiatica. Scarne anche le notizie che riguardano la sua carriera di scrittrice, in genere limitati a «suoi racconti sono apparsi sulla rivista Tuttolà e sulla rivista Oggiqua.» Tutto ciò detto, – e una volta respinta la tentazione di recludere l'autrice nel recinto di coloro "che hanno seguito un corso di scrittura creativa" – resta il dato di fatto che racconti come quelli contenuti in questa antologia sono assolutamente meritevoli di attenzione e di una lettura attenta e partecipata. 
Il racconto che dà il titolo all'antologia, Alien Virus Love Disaster, è un racconto breve, di una trentina di pagine, e racconta in maniera fredda e malinconica l'epidemia che colpisce una zona di un'anonima periferia urbana che viene isolata e sottoposta a una terapia coatta. A raccontare la vicenda una giovane donna che, per qualche giorno, cerca di resistere alla malattia – nel frattempo scatenatasi con sintomi dermatologici – finendo per cedere o, verosimilmente, per immedesimarsi nel morbo che l'ha colpita: 

«Più che altro ho fatto delle cose perché se no ci sfrattavano o perché c'era un buono sconto […] Ma adesso provo una sensazione nuova, come se qualcosa si fosse allentato e io nemmeno sapevo fosse stretto. Come se la corrente più leggera di sempre fosse arrivata a portarmi via. Come se non dovessi più preoccuparmi di niente […], perché prima di andare via farò qualcosa di bellissimo. »

Lunatici è la storia di un gruppo di originari del nostro satellite, scesi a lavorare sulla Terra e che devono affrontare le conseguenze della loro origine su un corpo planetario con una gravità pari a 1/6 di quella terrestre. Come ognuno di loro affronta la sopravvivenza sul nostro pianeta, l'intolleranza dimostrata da alcuni nei confronti dei "Lunini", le condizioni di lavoro non particolarmente favorevoli e l'isolamento sono raccontati in una trentina di pagine, scabre come una parete di roccia. Se potessi essere il dio di qualcosa è la vicenda di un gruppo di ragazzi che ritrova un robot scartato in una discarica e si illude per un istante di poter partecipare al delirio tecnocratico del mondo nel quale vivono. Maestra è l'incarnazione dell'incubo di qualsiasi giovane insegnante alle prese con una classe della periferia: «Quando nasco, sono povera. Oggi, sono povera. Quando muoio, sono povera.». Sangue, sangue racconta dei combattimenti corpo a corpo che giovani umani inscenano perché interessano agli alieni, creature mai descritte che attraversano e condizionano le vite di tutti, Cripte del sesso per persone tristi è la vicenda di una prostituta dedita a un tipo molto particolare di pratica sessuale, basata su un'assoluta solitudine, Non è una storia di alieni racconta di un alieno di tipo particolare che alcuni ragazzi non riescono a salvare – racconto tristissimo, per la cronaca, Fidanzatina, ovvero come può funzionare (o no) un rapporto tra due appartenenti a specie diverse e con genitori invadenti. Mi spiace che vostra figlia sia stata mangiata da un puma è un racconto bizzarro, incentrato sulla percezione vaga e incompleta del rapporto tra la vita e la morte, I ricchi... beh, per dare un'idea del racconto è sufficiente una frase presa dal racconto di un assurdo gioco sociale: «Il mio pollo ha capito che niente di quello che avrebbe potuto dire l'avrebbe reso diverso dai polli ricchi. Non c'era opinione che avrebbe potuto esporre più estrema di quelle che loro avrebbero potuto adottare per moda». Il penultimo racconto, Se vivessi qui ti avrebbero già sfrattato, parte da un'idea apparentemente assurda, l'uccisione della madre da parte dei figli per poter mantenere il possesso della propria abitazione, per evitare che questa diventi la sede di una supermercato, ma leggendo la sensazione di vivere in un mondo assurdo impallidisce e si finisce per augurarsi che l'assassinio e gli assassini siano compiuti e che la vecchia casa rimanga di proprietà dei figli. L'ultimo racconto, Megasballo casalingo definitivo Vol.4, è una piccola storia di periferia con un finale amaro ma che merita leggere soprattutto per lo stile suggestivo e insieme incisivo dell'autrice: un piccolo capolavoro. 
Leggere questa antologia mi ha convinto una volta di più che non esistono generi definiti – fantascienza mainstream, romance, fantasy, weird, horror ecc. ecc. – quanto autori, le loro parole e il loro modo personale di accostarle, combinando incontri e scontri tra loro, fino a ottenere un'immagine inattesa della realtà. Volendo cercare un "difetto" nella scrittura di Abbey Meri Otis emerge più che altro un dubbio: riuscirà l'autrice a non rendere la periferia definitiva da lei raccontata un canone, un modo tanto abituale di narrare da finire per scivolare via dalla visione del lettore? Per il momento questo pericolo. comunque, non esiste. 
 
 
Ultimo libro per questo giro: Cronorifugio di Georgi Gospodinov, Voland 2021 [Ed.or. 2020]. Che cos'è un "cronorifugio"? «Una "clinica del passato" dove [Gaustìn] accoglie quanti hanno perso la memoria per aiutarli a riappropriarsi dei loro ricordi. Ogni piano dell'edificio riproduce nei dettagli un decennio del secolo scorso, e la prospettiva di un confortevole rifugio dal presente finisce per allettare anche chi è perfettamente sano.» [dalla quarta di copertina].
Apparentemente il romanzo è basato sulla ricerca, condotta da Georgi Gospodinov, del mitico Gaustìn, inventore e conduttore della bizzarra clinica, il cronorifugio. Ma Gaustìn non è realmente scomparso, al protagonista / autore capita di incontrarlo in più occasioni, nella sua clinica, «negli anni '40, a primo piano.» o riceve una sua telefonata, o lo incontra «nello studio anni '60», o legge suoi appunti, frammenti, considerazioni mentre l'intero mondo sembra perdere il filo del tempo che cambia e procede, ognuno cercando di rientrare nel proprio tempo preferito e rifiutando ogni cambiamento. Così è anche per Gospodinov, costretto a rivivere le giornate meno gloriose della sua patria, la Bulgaria, e a viverne e riviverne la concitazione, il dubbio, l'incertezza fino al ritorno al vecchio regime, «quasi che per trent'anni avessero atteso con pazienza il ritorno di quei tempi».
Il filo del tempo spezzato si ripresenta in mille occasioni, racconta tanti diversi momenti del passato personale e comune, nello stile volutamente minore di Gospodinov, capace di rendere una vicenda confusa, assurda e vagamente ridicola anche l'invasione tedesca della Polonia. La voce dell'autore accompagna gentilmente il lettore nei mille rivoli di un passato che non è passato e che non vuole passare, come se tutto il nostro tempo trascorso fosse a un passo da noi, un fantasma ilare e folle che non ha nessuna intenzione di scomparire. 
Un libro del quale consiglio volentieri la lettura: è stato il tipo di testo che desideri tornare a casa prima per leggerne un altro po' e mentre sorridi dei modi rilassati e del registro sottilmente satirico di Gospodinov, ti rendi conto forse per la prima volta che il tempo passato – di ognuno e di tutti – è appena dietro la porta, pronto a ritornare, calmo e suadente, per fornire un rifugio dal presente e, peggio ancora, dal futuro. 
E con questa volta mi fermo qui, anche perché temo di aver superato la lunghezza normale di un post. Per la cronaca ho ancora da recensire otto-libri-otto ai quali dovrei aggiungere La chiocciola sul pendio di Arkaij e Boris Strugatskij, recentemente stampata e tradotta dalle edizioni Carbonio e che, naturalmente, non potevo lasciarmi sfuggire. Alla prossima e BUONE FESTE (e buone letture) A TUTTI!



 



 

26.2.21

Altri libri? Sì, altri libri

Lorenzo Alessandri
 

Non sono stato particolarmente bravo in questi ultimi tempi e quindi non ho letto come dovrei e come avrei potuto, ma mi sono limitato a letture temporanee o a riletture. In particolare sto rileggendo Terminus Radioso di Antoine Volodine, interrotto qualche mese fa – senza un motivo preciso, ma i rapporti con i libri possono essere capricciosi e infedeli – e ora ripreso senza particolari problemi e con un certo piacere. Ma di questo parlerò in un altro dei miei lunghi interventi. 

Se i libri letti di recente sono stati un numero ridotto (tre in tutto), non sono pochi i libri letti in precedenza e dei quali non ho parlato né scritto e che ora tenterò di sbrigare in questo post. Terminato il quale dovrò riprendere un mio vecchio racconto – anzi due racconti e un romanzo – abbandonati e ora meticolosamente stampati, in attesa di essere riesumati, corretti e completati. «Abbandonati perché…», no, non c'è un 

 

 
perché, diciamo che periodicamente attraverso momenti nei quali tutto ciò che ho scritto mi sembra irrimediabilmente mediocre e quindi degno di essere cancellato, distrutto, dimenticato. In genere il mio spleen non mi permette di mettere in pratica decisioni radicali come cancellare tutto o bruciarlo, come si faceva in altri tempi, ma  lascio tutto al punto nel quale ero arrivato e cerco di dimenticare. Adesso sono in un'altra fase, quindi cerco di riannodare i fili spezzati e riprendere a scrivere. Non so in quale dei due momenti sono davvero me stesso, la ragione (o ciò che più le somiglia) mi spinge a credere che lo sia la fase distruttiva mentre l'emozione (e il narcicismo) mi spingono a credere che lo sia la fase costruttiva. In ogni caso riprendo a lavorare, almeno fino alla prossima eclissi. 
 


Il primo di cui parlare o l'ultimo libro letto è Torino magica di Vittorio Del Tufo, Piccola Biblioteca Neri Pozza, 2020. NON si tratta di uno dei tanti volumi dedicati alla città nera, uno dei tre vertici di un triangolo bianco che comprende Torino, Praga e Lione, o un altro triangolo magico (nero) che comprende Torino, San Francisco e Londra, quanto un tentativo di ragionare più o meno storicamente sulla storia mitica e reale della città e sul suo passato remoto e prossimo. Non mancano i riferimenti alla cronaca recente – l'incendio del cinema Statuto nel 1983, per esempio, dove morirono sessantaquattro persone – o allo strano caso di Diabolich (sic!) che negli anni '50 attirò su di sè l'attenzione di media e forze dell'ordine, o dei rapporti dell'artista Lorenzo Alessandri, un raffinato surrealista, al quale devo alcune delle immagini di questo post, sempre in odore di satanismo (peraltro da lui recisamente rifiutato) o, ancora, del libro di Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino (del quale ho parlato qui) pubblicato una prima volta nel 1977 e recentemente ristampato da Frassinelli, ma questo senza dimenticare i rapporti pressoché secolari dei Savoia con le confessioni ostili alla Chiesa, la presenza costante e tollerata, quando non spinta alla ribalta della massoneria – dalla Loge de Saint Jean la Mystérieuse alla loggia Ausonia, nata nel 1859 –  alle controverse e mai definite simpatie della famiglia reale nei confronti di maghi e negromanti. 
 
Lorenzo Alessandri

 
Un libro che tenta, anche se in un modo umorale e in qualche caso semplicemente disordinato, di raccogliere e riunire un'interminabile serie di saggi sulla «Torino magica», – da Giuditta Dembech a Peter Kolosimo a Massimo Introvigne a Enrico Bassignana – fornendone una versione in qualche modo "postmoderna", citandoli e solo raramente sorridendone, senza allineare né prove né smentite, ma limitandosi a raccontare fatti piccoli e grandi, con un certo, innegabile humour. Onestamente resto dell'idea che il dizionario di Massimo Centini, Torino magica fantastica leggendaria, oltre 300 voci sui misteri della città[1], sia di gran lunga più utile, anche se meno immediatamente leggibile, per farsi un'idea delle tradizioni di Torino. Con tutto ciò resta il "mistero" di Torino, città nata all'incrocio tra due fiumi e che è «una città malinconica, austera, inquietante […] Una città, diceva Italo Calvino, che invita alla logica e, attraverso la logica, apre la strada alla follia.».                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          
 


Brusco cambio di genere, storia e nazione: siamo a L'Invincibile di Stanislaw Lem, l'autore, per chi non lo ricordasse, di Solaris, uno testo magistrale dal quale sono stati tratti due film, il primo, di Andrei Tarkovskij, a mio parere assolutamente inimitabile. Il testo originale di Lem è del 1964 e l'edizione Nord, rigorosamente tradotta dal polacco da Renato Prinzhofer, è del 1974. Il testo, ripescato nella mia seminesplorata biblioteca di sf, ha una copertina "astratta" di Renato Pestriniero e conta su 193 pagine, senza né pre- né post-fazione. La vicenda è relativamente facile da raccontare: in un indefinito futuro una nave stellare, L'Invincibile raggiunge un pianeta extrasolare, Regis III, per ricostruire le circostanze della misteriosa scomparsa della nave gemella, la Condor, che ha da tempo cessato ogni trasmissione verso la base. Il pianeta è teoricamente abitabile per gli umani ma non esistono forme di vita terrestri – soltanto gli oceani sono abitati da una fauna abbondante – e l'atmosfera, pur risultando dotata di un 16% di ossigeno, contiene quantità di origine misteriosa di metano.

Entro breve tempo il personale della Invincibile individua il luogo dove si trova il relitto della Condor ma tutte le ricerche attuate sul relitto e sui cadaveri giungono a conclusioni assurde o contradditorie o inspiegabili mentre uno strano fenomeno, che riduce gli uomini al rango di neonati balbettanti, inizia a colpire anche il personale della nave di soccorso.   

La spiegazione di ciò che è accaduto alla Condor e di ciò che sta avvenendo all'Invincibile emerge gradualmente, in una felice e ardita applicazione della teoria dell'evoluzione a uno zoo di feroci automi alieni. Gradualmente l'Astrogator, Horpach, e l'Ufficiale di rotta, Rohan, giungono alla medesima conclusione e decidono che l'umanità farà bene a tenersi molto lontano da Regis III. 

Un elemento che balza subito agli occhi a chi conosce la produzione narrativa di Lem è la presenza di un'entità non-umana – o sovrumana come in Solaris – in qualche modo ostile o comunque indifferente nei confronti della sorte degli umani, un'entità che non affronta il rapporto con l'umanità secondo criteri comprensibili o afferrabili ma seguendo una propria logica basata su criteri logici ma per noi sostanzialmente inafferabili. 

Quando si dice il sense of wonder.

L'Invicibile è un romanzo che ottenne la felice recensione di Ursula K. LeGuin: 

«…nel presentare un "universo terribilmente aperto", non comprensibile per gli esseri umani, lo fa in modo tale che "la scala umana non viene distrutta, e nemmeno scossa. Perché, per quanto possiamo non capire il come, il perché, o persino il che cosa, dobbiamo agire, e i nostri atti conservano nelle più remote profondità dell'abisso, il loro valore morale inalterabile. Nei romanzi di Lem il centro di gravità è l'etica".»[2]

dimostrando una grande considerazione non solo per questo testo ma per l'intera opera di Stanislaw Lem, considerazione che non posso che condividere. Non è stato così facile accostarsi a un'opera tanto curiosamente diversa dalla sf attuale, del tutto priva di presenze femminili, dove i rapporti che legano tra loro i personaggi sono determinati dalla disciplina militare e l'autoanalisi, la riflessione, le considerazioni di ogni personaggio nei confronti della propria vita assumono un rilievo pubblico e collettivo. Il citare la parola «etica» da parte della LeGuin parlando dell'opera di Lem ha un rilievo reale, spostando la sf dal campo della semplice avventura – che comunque non manca – a quello della riflessione e dal terreno dell'invenzione scientifica e quello della costruzione filosofica. Un romanzo davvero notevole anche se mi rendo conto che non à facile ritrovarlo. Ma tentare non costa niente... [3]

 


Nuovo cambio di luogo e vicenda. Questa volta siamo nella Gran Bretagna della seconda metà del XIX secolo. Idealmente concepito nel 1857, l'Oxford English Dictionary prese forma così (cfr. Wikipedia): 

Il lavoro di compilazione iniziò a pieno regime nel 1879 sotto l'energica direzione di Sir James Murray. Cominciata nel 1884, la pubblicazione si concluse nel 1928 col dodicesimo volume. Nel 1933 ne fu pubblicata una edizione ridotta (Shorter Oxford Dictionary) che ha conosciuto diverse edizioni successive. 

Il libro Il professore e il pazzo di Simon Winchester è una saggio collocato nell'ambiente dell'Oxford English Dictionary che racconta delle non poche difficoltà nell'arrivare a creare un dizionario di tali dimensioni e con un tale approfondimento e della fatica superlativa di Sir James Murray, un testardo, gentile e distrattissimo scozzese, che dal 1885 in poi cominciò a ricevere:

«… foglietti di carta bianchissima non rigata, quindici centimetri per dieci, coperti dalla limpida calligrafia di William Minor, elaboratamente corsiva, e così peculiarmente americana, in inchiostro nero-verdastro […]» 

dove il dottor W.C.Minor annotava il libro nel quale aveva incontrato la parola descritta, le sue origini, il suo significato, l'accezione, se contemporanea o antica, se tuttora in uso o ormai desueta, i suoi derivati e collaterali, lemmi inviati in quantità crescente da un indirizzo che non aveva in apparenza nulla di misterioso. Ma l'invio continuo finì per risvegliare l'attenzione di Sir Murray che giunse alla conclusione di voler conoscere un così valente collaboratore. Si presentò così a Broadmoor nella sede del manicomio criminale, convinto che il suo misterioso corrispondente non poteva che essere il direttore, ma ne fu non poco stupito quando questi dichiarò di non essere il dottor Minor: 

Il dottor Minor è qui, senza dubbio. Ma è un detenuto. È ricoverato da più di vent'anni. È il nostro paziente di più antica data.

Minor era infatti ricoverato – oggi più puntualmente diremmo internato – per l'omicidio di un operaio, George Merrett, compiuta in condizioni di assoluto squilibrio mentale. Una malattia mentale dalla quale il dottor Minor, ufficiale dell'esercito unionista nel corso della guerra di secessione, non guarì mai. Il sodalizio tra i due, cominciato in maniera quantomeno sorprendente, continuò felicemente fino alla morte del responsabile del progetto editoriale, Sir Murray, avvenuta nel 1915. Il dott. Minor lo seguì pochi anni dopo, nel 1920, dopo aver goduto di almeno un anno di libertà dal manicomio. La malattia della quale egli soffriva fu stabilito trattarsi (ma soltanto a posteriori) di una varietà paranoide della schizofrenia, alla quale si aggiunse negli ultimi anni della sua vita la daementia precox

La storia del rapporto tra i due padri dell'Oxford English Dictionary è stata raccontata nel 2019 da un film di P.B.Shemran, con Mel Gibson nei panni del professor Murray e Sean Penn in quelli del dottor Minor. 


 I tre libri dei quali intendevo parlare sono terminati e lo spazio consumato comincia ad avere qualcosa di sottilmente minaccioso. Ragion per cui parlerò (brevemente) di tre libri in tutto, i primi due di uno dei miei autori preferiti nel campo del poliziesco, Qiu Xialolong e il terzo, un testo ahimé rinunciabile, firmato da Andrew O'Hagan. 


L'ultimo respiro del drago [Hold Your Breath, China], è un romanzo del 2017, pubblicato nel 2018 da Marsilio mentre Di seta e di sangue [Red mandarin Dress] è un romanzo del 2007, pubblicato da Marsilio nel 2011 e passato nella collana Universale Economica Feltrinelli nel 2019. Il traduttore dalla lingua inglese di entrambi i volumi è stato Fabio Zucchella.

Il primo vede il protagonista, l'ispettore Chen della polizia di Shangai – recentemente messo in sordina a causa delle sue indagini che avevano colpito membri in vista del Partito – recuperato a lavorare su un'inchiesta che riguarda una serie di omicidi seriali, la cui vicenda finisce per intrecciarsi con quella di un gruppo di ambientalisti, in una Shangai sempre più inquinata e invivibile. Con un intreccio meno lineare che in altre occasioni, il libro racconta di come Chen riesca comunque ad arrivare ad una conclusione, anche se decisamente poco positiva per il partito e foriera di grossi guai per la sua carriera. Più critico nei confronti del Partito e della situazione politica in Cina, Qiu Xiaolong dà la sensazione di tollerare sempre meno i diktat del Partito comunista cinese e di spingere il suo protagonista a fare ricorso alla poesia e alla cucina per sopravvivere in una situazione sempre meno comprensibile. Nel suo insieme un romanzo meno riuscito, ma più preoccupante.

 



Di seta e di sangue è, al confronto, un testo più rilassante, sempre ammesso di poter utilizzare questo avverbio parlando di un poliziesco. Il vero "protagonista" della vicenda è un qipao, un tipo d'abito femminile in uso negli anni '30 nella Shangai dell'interguerra. Una donna viene ritrovata strangolata nei giardini prospicienti a una strada ad alto traffico, vestita soltanto di quel genere di abito, a suo tempo violentemente attaccato come "borghese" nel corso della Rivoluzione Culturale e di recente ritornato in auge nella nuova Cina comunista. Ben presto Chen si rende conto di avere a che fare con un omicida seriale che lo obbligherà a un penoso viaggio a ritroso nella Cina degli anni '70, alle prese con tempi e ideologie che ben poco hanno in comune con l'apparente pacioso comunismo contemporaneo. Un poliziesco non comune per l'attenta ricostruzione di quegli anni lontani e per la sensazione di smarrimento che pervade sia l'ispettore Chen che noi lettori, testimoni di una procedura "rivoluzionaria" più simile a un pubblico linciaggio che a un processo popolare. Da non perdere. 

 

E arriviamo così a La vita segreta, tre storie vere dell'era digitale, di Andrew O'Hagan, editore Adelphi. Le tre storie raccontate riguardano Julian Assange, un individuo che io per primo non so come giudicare, il dark web, ovvero il lato "oscuro" di internet e il presunto (ovvero l'avatar di Craig Wright) Satoshi Nakamoto, "inventore" del Bitocoin.

L'incontro con Julian Assange, iniziato a pagina 21, termina a pagina 92, anche se, personalmente, devo ammettere di aver gettato la spugna intorno a pagina 60. Infatti, una volta stabilito che Assange è un radicale di destra con formidabili tendenze narcisiste, – per le quali non merita nemmeno scomodare Max Stirner e la sua teoria dell'Unico – risulta tutto sommato inutile ripeterle ogni tre pagine, enumerando fatti e discorsi nei quali il nostro amato Assange ripete instacabilmente il mantra della propria fenomenale personalità, della propria missione e del proprio ruolo nel mondo. Oltre a questo, finisce per risultare petulante il narratore che non perde occasione di far notare quanto è stato difficile e tutto sommato inutile inseguire Julian Assange nel tentativo di scriverne una biografia. Non si ha nessuna difficoltà ad ammetterlo e buonanotte: si abbandona la lettura con una sensazione di affaticamento e di sottile nausea, nei confronti di Assange, certo, ma anche del noioso preteso estensore di una biografia inesistente. La sensazione è che O'Hagan abbia puntato sul cavallo sbagliato, continuando ad alzare la posta nel tentativo di raccontarlo, ma dovendo alla fine ammettere di aver sbagliato corridore. In generale, comunque, non sono riuscito a farmi un'idea precisa del nostro Julian Assange ma che, in fondo, non meritasse davvero farsela. Il che sospetto che non sia in fondo giusto.

Più stimolante la seconda parte del libro, dove O'Hagan racconta della sua incursione nel Dark Web e di come sia riuscito, falsificando, mentendo, dando falsa testimonianza, imbrogliando sui propri dati personali e combinandone di ogni colore ad acquistare farmaci, psicofarmaci, droga,  armi e quant'altro vi venga in mente di illegale. Interessante, tutto sommato, ma nulla di davvero sconvolgente: se non siete dei poveri ingenui non scoprirete nulla che non abbiate già sospettato. 

Terza parte dedicata a Craig Wright, alla sua entità virtuale Satoshi Nagamoto e al Bitcoin, la sua invenzione. Mi interessava non poco l'argomento, come il fatto che il Bitcoin sia l'unica forma esistente di valuta sganciata dalle banche centrali e dal sistema finanziario internazionale. I problemi fondamentali che il volume pone sono due: il primo è che qualunque testo in forma di libro sull'argomento rischia un inevitabile ritardo sulla realtà. Il libro è del 2017 e nel 2021, tanto per dire, un soggetto di nome Elon Musk ha investito una quantità considerevole di denaro in bitcoin e i pareri in proposito – oltre alle reazioni del mercato – sono stati quantomai diversi e constrastanti[4]. Il secondo limite è nell'autore del libro, ovvero un narratore e non un giornalista, quindi perfettamente in grado di raccontare le sfumatura di pensiero e di comportamento di Craig Wright ma sostanzialmente incapace di fornire una spiegazione utilizzabile per chi voglia informarsi sul Bitcoin, sulla sua funzione e scopo. In sostanza, tormentato da e-mail che mi invitano a investire sui Bitcoin, sono rimasto ignorante tanto quanto, pur continuando a pensare che, dal momento che non esistono pranzi gratis – detto popolare ma con evidenti legami alla termodinamica – faccio bene a NON investire in Bitcoin, nonostante le stravaganti e/o mostruosi aumenti e cadute del suo valore. Non sono un broker né mi sento di studiare per diventarlo. 

Il problema fondamentale non è probabilmente del libro in sé, che immagino si possa leggere come un gossip book con qualche divertimento, ma del mio atteggiamento sbagliato nell'accostarmi ad esso. Cercavo notizie e ho avuto farfalle. Avessi cercato farfalle sarei rimasto contento. 

 

 

Chiudo parlando di un libro che è stato uno dei miei regali per lo scorso Natale: I fratelli di Serapione di E.T.A. Hoffmann, editore L'Orma, collana Hofmanniana, edizione 2020. Premetto che avevo una vecchia edizione de I fratelli edita nel 1969 da UTET (già ditta Pomba [!!!]) nella collana I Grandi Scrittori Stranieri, ma si trattava di un'edizione incompleta, pur se apprezzabile. Questa eccellente edizione, curata da Matteo Galli in collaborazione con duecento germanisti di tutti gli atenei d'Italia, ha un solo grosso problema: l'apparato storico bibliografico e le note che occupano fino a metà pagina del testo. Basti pensare che sono attualmente a pagina 30 (+ 3 di Premessa dell'autore + XLV di note, introduzione, cronologia, bibliografia e tabella sinottica), avendo letto il primo racconto e ad aspettarmi ci sono altre 500 pagine... Oltre a questo il volume è un peso massimo e leggerlo sdraiato è peggio di una seduta di sollevamento pesi. Mi sono rassegnato a leggerlo alla scrivania ma visti i miei tempi sono certo che andrò molto lentamente nella lettura. Ma un e-book no? 

Finito, per questa volta. Mi rendo conto che l'insieme dei libri scelti dà un'idea un po' schizoide dei miei gusti. 

Beh, temo sia veritiera.

 

Lorenzo Alessandri



[1] Il fatto che sia mia moglie che io siamo riportati tra le 300 voci del dizionario non modifica il mio giudizio, anche se indubbiamente ha un peso... 😉

[2] dalle pagine dedicate a Ursula LeGuin su Facebook. 

[3] Del 2020 una nuova edizione della Sellerio. Dai, che lo trovate...

[4] Basti citare il parere di Bill Gates: «Se non avete i soldi di Elon Musk, lasciate perdere».