22.7.26

Altri libri? Sì, altri libri, letti in montagna o a Torino.


Lo ammetto: non ho ancora terminato la lettura di Sonata per una luna morente di Giovanni Oro ma sono comunque a buon punto, ne parlerò la prossima volta. 

Ma in compenso ho finito Nel mondo a venire di Ben Lerner, edizione originale del 2014 e pubblicato da Sellerio nel 2015. La volta scorsa nel parlarne ho detto: 

«Un romanzo curiosamente riposante […] La sensazione è che Lerner ci possa mettere anche un'intera pagina per raccontare di come un personaggio si infili un paio di scarpe, ma non è una critica, sia chiaro: questo narrare iperrealista regala un fascino del tutto particolare al libro, un grado di confidenza inattesa che risulta perfettamente intonata con le descrizioni di una New York terminale.» 

e qui non posso che confermare la stessa impressione iniziale. Ben Lerner mi ha convinto, tanto che che ho appena ordinato l'ultima delle sue opere pubblicate in Italia: Topeka School, sempre edito da Sellerio. Spiegare il motivo di questa simpatia letteraria non è facile, soprattutto per chi, come me, ama e scrive un genere agli antipodi di Lerner: la fantascienza. Per provare a spiegarmi anticipo qui uno dei libri letti e che presenterò di seguito, Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki, recuperando una delle sue dichiarazioni: 

« Ricordare tutto nella sua interezza è molto difficile […] quindi estraggo alcuni dettagli concreti e peculiari e mi sforzo di stamparmeli in testa […] quello di cui bisogna far tesoro è questa ricca collezione di dettagli concreti.»

Non è mia intenzione paragonare Lerner a Murakami (autore che peraltro amo svisceratamente), ma c'è qualcosa nel modo di narrare dell'autore statunitense che mi ricorda insistentemente il buon Haruki, forse l'attenzione quasi maniacale ai particolari, mai banali, o forse il tono gioiosamente malinconico del racconto di luoghi, persone ed eventi, fatto sta che eggere Lerner è riuscito in un'impresa quasi disperata: rasserenerarmi e spingermi a guardare per qualche istante il mondo con altri occhi. Nel mondo a venire è difficile se non impossibile definire una trama precisa e Lerner se fa quasi un vanto, immaginando di scrivere un libro casuale e autobiografico, senza trama e senza un finale predefinito, diverso da quello promesso al suo agente, libro che poi sarà proprio quello che il lettore si troverà in mano. Raffinatezze metaletterarie che, prodigiosamente, nel suo caso funzionano. Ultimo elemento, ma tutt'altro che secondario è la New York attaccata da un tifone tipicamente tropicale, evidentemente frutto del cambiamento climatico, raccontata con uno stupore rassegnato, come se la condizione della città fosse diventata un dato di fatto inevitabile. Un autore da non perdere di vista. 

Tutt'altro genere e tutt'altro ambiente in Omicidi Srl, di Alessandro Robecchi, un noir (definizione di comodo) scritto da un ex-editorialista de il Manifesto. La vicenda è quella di due killer a pagamento, entrambi dotati di partita IVA, il Biondo e Quello con la cravatta, che spacciano dietro lauto pagamento individui in qualche modo scomodi per i committenti. Ai due, forniti di una sede sociale e ricchi di una corposa esperienza si aggiunge in un secondo momento Francesca Aroldi, «stimata collega di cui hanno avuto modo di apprezzare la professionalità». Il compito ricevuto, dietro una rimessa a sei zeri, è quello di eliminare un ventenne che, tuttavia, risulta essere una brava persona, il che crea ai nostri qualche scrupolo di coscienza oltre a qualche problema di esecuzione. Al termine della vicenda sarà trovata una buona soluzione che, come si dice, salva capra e cavoli, ovvero il giovane e la mercede dei killer. 

Un noir – ripeto: definizione di comodo – che funziona in senso inverso rispetto alla norma. I tre assassini dietro pagamento risultano essere in definitiva, brave persone, al contrario dei loro committenti e delle loro vittime, accomunate da una passione assolutamente insana per il denaro e il potere. Luogo geometrico degli assassinii e degli scambi di denaro è una Milano irriconoscibile e insieme ovvia, per chi, come me, la conosca soltanto come metropoli affannata & anonima. A parte pochi momenti di stanchezza un buon romanzo, che scorre bene, sollecitando il lettore per la divertita rappresentazione au contraire del mondo della ricchezza, incredibilmente misero al confronto con l'etica attenta e scrupolosa dei killer a pagamento.  
 
Rosa Matteucci è un'autrice che, nonostante alcuni pareri contrari, che in ogni caso ammetto e fino a un certo punto condivido, ho sempre apprezzato e più volte recensito su LN-LibriNuovi e anche su questo blog. Qui parlerò di Cartagloria, pubblicato da Adelphi nel 2025, un romanzo relativamente breve (153 pagine) e per me, purtroppo, non all'altezza dei precedenti. Un esasperato autobiografismo non raggiunge i risultati di romanzi come Lourdes, risultando. ahimé, sterile e poco empatico. Le vicende della povera Rosa bambina, traversie sia di natura mistica che religiosa, non hanno risvegliato in me né il gusto blasfemo di certe sue tirate anticlericali, soprattutto rivolte contro la passione beghina di tante sue ipercredenti, né il piacere sfrenato di notare la sua passione antiautoritaria, seppure intrisa di fatica e di dolore. Alcuni elementi – il viaggio in India, l'incontro penoso con i Soka Gokkai o (di nuovo) il viaggio a Lourdes – sembrano voler risvegliare la passione di Matteucci per ciò che è antireligioso, ma sono fiammate flebili, soffocate dalla ricchezza dell'eloquio che, in questo caso, finisce per essere eccessivo e soffocante. Da notare che è proprio all'interno dei romanzi precedenti che la lingua di Matteucci, ricca, multiforme e sorprendente, riesce a rendere con assoluta precisione emozioni, ritratti personali, eventi e situazioni, mentre qui sembra ripetersi senza particolari guizzi. 
Il rapporto tra l'autrice, la religione e la famiglia, al centro in questo, come in altri suoi testi, è comunque divertente e particolarmente incisivo nella prima parte del volume, dove racconta della sua mancata educazione religiosa e di come ella tenti di comunicarsi ugualmente, senza rispettare le regole, con risultati tragicomici: 
 
«Dio mi aveva rifiutato. Dio aveva smascherato e puniva la bambina comunicata senza confessione e senza tutto l'adeguato apparato catechistico e familiare che deve accompagnare il sacramento.»
 
A questo incipit promettente fanno seguito altri episodi in qualche modo collegati, ma privi della dolorosa ironia di questa prima parte. In sostanza un libro accettabile e godibile per chi non abbia letto altro dell'autrice ma decisamente carente in rapporto ai precedenti. 
 
Murakami Haruki, Il mestiere dello scrittore, un "manuale" (definizione ovviamente insufficiente) dove l'autore racconta il suo rapporto con la scrittura, un'esperienza durata ben quarant'anni e che, a tutt'oggi, non è terminata. Personalmente credo di aver letto perlomeno tredici dei sedici romanzi da lui pubblicati, oltre a un numero indefinito di racconti, con (mia) piena soddisfazione. Qualche recensione la potete trovare qui e qui. Quanto a questa sua autobiografia travestita da manuale di scrittura non posso che riaffermare la mia considerazione e la mia stima assoluta per l'autore giapponese…
 
«Può darsi, però, che l'originalità sia imprescindibile da una cattiva accoglienza. Quindi ogni volta che qualcuno mi critica, mi sforzo di pensare in modo positivo: meglio suscitare reazioni decise, anche se ostili, piuttosto che tiepide.»
 
… dovuta anche ad affermazioni di questo genere, come per la sua convinzione che i premi letterari, anche i maggiori, possano essere una jattura per chi scrive, come per la sua voluta scarsa visibilità pubblica, l'antipatia per i mezzi di comunicazione di massa, il rifiuto a partecipare a giurie, la sua riluttanza di fronte all'insegnamento scolastico e all'atteggiamento ultrapragmatico della tecnologia contemporanea:
 
«Una delle cose che si trovano all'estremità opposta dell'immaginazione è l'efficienza. Ciò che ha scacciato dalla propria terra decine di migliaia di persone a Fukushima, se andiamo a cercare all'origine, è il valore attribuito all'efficienza: l'energia nucleare è efficiente, quindi è buona.»
 
Voi da che parte preferite stare: dalla parte dell'immaginazione o dell'efficienza? 
Un libro che merita leggere, anche se non fornisce consigli come una "scuola di scrittura creativa", al massimo suggerisce un modo personale di approcciarsi allo scrivere, in ogni caso prezioso. 
 
Un libro già letto e che ho riletto di recente, stimolato indirettamente dal club di lettura Solarpunk, è stato Il pianeta silenzioso di Stanisław Lem, ediz. originale 1986, ripubblicato in Urania Collezione da Mondadori, dopo l'edizione in Oscar Mondadori del 2022. 
La vicenda: l'astronave Hermes, in viaggio verso il pianeta Quinta, dal quale sono giunti segnali di una civiltà tecnologicamente avanzatissima, raggiunge il pianeta per scoprire che i Quintani sono violenti, poco comunicativi e impegnati in una guerra fratricida che continua, presumibilmente da anni.  Gli umani cercano di entrare in contatto con la nuova specie, ma sono costretti ad utilizzare sistemi sempre più draconiani, fino a distruggere la luna del pianeta, per ottenere una risposta dagli abitanti di Quinta che, tuttavia, sembrano considerare gli umani come "invasori". Ciascuna delle due parti in lotta li riterrà comunque alleati del proprio nemico. 
 
«Con il vostro fuoco e il vostro ghiaccio, non avrete altro da noi che trappole, inganni e travestimenti. Il vostro inviato può fare quello che gli pare. Dovunque andrà, troverà lo stesso silenzio di pietra […]»
 
Di fatto i Quintani non appaiono MAI nel romanzo, che non può che raccontare dei continui scontri, incomprensioni, litigi, ipotesi più o meno realistiche del personale umano dell'astronave, in merito alla posizione da prendere, alle reali condizioni del pianeta, ai motivi del silenzio e della silenziosa resistenza dei locali. Un atteggiamento sempre più aggressivo sembra essere l'unica risposta al silenzio degli alieni, una scelta sempre più pericolosa e, in ultima analisi, inutile. 
Lem non ha pietà nei confronti dell'umanità e come ne La voce del Padrone, mostra con un piacere amaro e desolante nel raccontare gli innumerevoli errori e incomprensioni nei quali gli uomini (N.B.:maschile sovraesteso) potranno compiere nel tentativo di accostarsi a una civiltà aliena, evidente metafora del comportamento più volte verificatosi nei rapporti tra diverse civiltà umane. Un romanzo non facile, ma assolutamente meritevole di lettura. 
 
Ultimo per questa volta: Occhi da cielo di Elia Gonella, vincitore del Premio Urania 2024. Un romanzo che ho letto e riletto con la netta sensazione di non riuscire ad afferrare il tema fondamentale del testo. Diciamo che l'aspetto principale e il più potente e suggestivo del romanzo è il rapporto con il cinema italiano degli anni '70. Per quanto riguarda l'aspetto fantascientifico, viceversa, ho fatto non poca fatica a coglierlo e ho qualche dubbio sul grado di suggestione capace di evocare. Elia Gonella scrive bene, non c'è dubbio: il grado di padronanza della lingua, l'alternanza sapiente dei tempi del romanzo tra passato remoto e presente, la potenza di alcune descrizioni e dei dialoghi, stringenti ed efficaci, sono tutti elementi che non è facile trovare in un testo che, secondo certi "emeriti", è di genere, ovvero di seconda classe. Eppure in questo lettore, al di là della non poca considerazione per la costruzione del testo, è rimasta la convinzione di un ritmo della narrazione spesso insufficiente o, raramente, un po' arruffata. Ruberò, per comodità, alla quarta di copertina del libro la presentazione del romanzo scritta dal curatore: 
 
«Nel 2034, una mummia di cinquemila anni riemerge da un ghiacciaio in scioglimento sulle Dolomiti. Sul petto […] un terzo occhio che si muove. […] L'occhio sfugge a qualsiasi analisi scientifica: l'unica pista è un film del 1986, in cui occhi d'argento simili a quello della mummia si moltiplicano come una pestilenza. […] Finirà in un vortice di enigmi, visioni e rivelazioni in un mondo sospeso tra la minaccia dell'apocalisse climatica e la promessa della vita oltre la Terra.»
 
Notevole l'idea della mummia, che come Ötzi, la Mumie von Similaun, viene a consegnarci un futuro possibile all'umanità: un'idea grandiosa che le dimensioni obbligate di Urania hanno probabilmente sacrificato. Nel frattempo, mentre spero in un'edizione integrale in Oscar Mondadori, faccio comunque i miei complimenti all'Autore, augurandogli ulteriori futuri interventi nel mondo narrativo. 
 
E gli altri libri iniziati? 
 
La letteratura nazista in America, di Roberto Bolaño: pagina 164 su 250. Non posso che ripetere la mia sensazione dopo la lettura delle prima 20 pagine: un libro – forse un trompe l'oeil –assolutamente unico e imperdibile. Sinceramente assolutamente spassosi – senza renderli ridicoli – i ritratti degli autori "nazisti" delle Americhe, soprattutto tenendo conto dell'assoluta apparente estraneità del mondo sudamericano rispetto all'Europa degli anni '30,
 
Affrontare l'infinito di Jonas Enander, pag. 97 su 319. Un libro immancabile per chi si interessa di cosmologia e astrofisica senza essere né un astrofisico né un cosmologo. Imperdibili le prime 70 pagine dedicate alle biografie degli scienziati che hanno dedicate la propria esistenza ai Buchi Neri. 
 
Alla prossima! 
 
 

1.7.26

Letture fatte, quasi fatte e da fare

 

È un sacco di tempo che non parlo di libri. Non ho abbandonato la lettura, anzi, ma il problema è stato che non avevo più tempo o voglia di scriverne. Può capitare? Sì, può capitare. Ma ho deciso di rimettermi in riga e provare a raccontare qlcs dei libri letti, iniziati e persino di quelli che leggerò. Per quanto riguarda questi ultimi preciso che si tratta di "alcuni" tra i libri che leggerò. Sono una di quelle persone che davanti a una bancarella, in una libreria, in un mercatino dell'usato, leggendo "La Lettura", scorrendo Facebook o in qualunque altro modo vi venga in mente, provo un impulso irrefrenabile ad acquistare uno o due o tre libri… Il risultato è che mi capita con una frequenza allarmante di scovare libri acquistati ere geologiche fa tuttora da aprire… 

Cominciamo con una vecchia conoscenza, Ian McEwan, del quale ho scritto alcune recensioni (1) e che mi sono ritrovato davanti con un libro – Quello che possiamo sapere – uscito in versione originale nel 2025 e tradotto da Susanna Basso per Einaudi nel corso del medesimo anno. 

Una volta stabilito che si tratta di un romanzo, abbiamo a che fare con un primo problema: McEwan inizia il testo con: 

«Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough (…)» 

Si tratta di fantascienza? In fondo anche con Macchine come me McEwan aveva giocato con i "generi", in apparenza creando un testo di fantascienza, ma siamo fuori strada: l'autore sta giocando tra l'oggi e un domani possibile – nel libro divenuto reale – il Grande Disastro e l'Inondazione che hanno distrutto il mondo della prima parte del XXI secolo, affondando gran parte delle terre emerse. Nulla a che vedere con i canoni "classici" della sf, né novum né speculazione tecnico-scientifica. 

«Ma gli abitanti del XXII secolo, sopravvissuti a questa catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia, ora con una sognante nostalgia». 

E parte di questa rabbiosa e sognante nostalgia può incarnarsi nella fissazione del protagonista, Thomas Metcalfe, studioso della letteratura del periodo 1990-2030, per la fantomatica Corona per Vivien del grande poeta Francis Blundy, in apparenza perduta per sempre. La passione di Thomas per il poeta e soprattutto per la sua epoca occupa per intero la prima parte del romanzo, trasformando la sua nostalgia in un felpato e crescente orrore per la nostra sorte. La ricerca di Metcalfe del prezioso manoscritto procede in modo disordinato e con lunghi periodi di stanchezza; spesso Thomas prova a "immaginare" la serata nella quale Blundy lesse la sua Corona per Vivien, una descrizione febbrile e insieme nostalgica, una nostalgia di ciò che non si è vissuto: una nostalgia crudele. Le sue ricerche giungono infine a un'apparente soluzione che lo condurrà nell'isola dove sorgeva "Il Casale", la residenza del poeta…

Ma l'ultima ricerca di Metcalfe rimane sospesa e non detta, mentre entra in scena, nella seconda parte del libro, il racconto in prima persona di Vivien, la moglie di Blundy. Siamo tornati indietro di un secolo e passa e la vicenda e le disavventure della donna sono raccontate con puntiglio e chirurgica precisione, fino alla conclusione che riprende e termina in modo inaspettato il tema della Corona, interrotto nella prima parte con Metcalfe e la sua ricerca.

Come definire l'ultimo libro di Ian McEwan? Non facile, ma importante, un libro basato su un sentimento insieme composto e disperato di distacco, su una rottura definitiva. Il nostro tempo se ne va, rabbioso e felicemente difficile, un tempo che il mutamento climatico si prepara a modificare irreversibilmente. Non si può che ringraziare l'autore per averlo raccontato.

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Il volto dipinto di Oliver Onions, un libro di 361 pagine, edito da Hypnos, editore che apprezzo non poco, che ha ripescato e reso disponibili autori di gotico e horror semidimenticati o sconosciuti in Italia. Tutto ciò detto, devo ammettere di aver letto solo 191 pagine del testo, sostanzialmente solo Il Volto dipinto. Ma facciamo un passo indietro: Oliver Onions è presentato come «Uno straordinario autore del weird classico» e ha operato negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale. 

«Filo conduttore del romanzo e delle storie contenute in questo volume è il risveglio della mitologia pagana, attraverso lo specchio della psicoanalisi, della rivisitazione del mito di Venere e di Pigmalione (…)»

Tutto chiaro? Beh, più o meno. Sinceramente non sono riuscito a provare nemmeno un brivido piccolo piccolo nel leggere il romanzo breve, solo un moto di tristezza nel constatare il destino finale della povera Xena, protagonista della vicenda. Probabilmente sono un po' allergico alla prosa ricca e ricercata di Onions e ancora più allergico al revival della mitologia pagana. O forse sono troppo ingenuo per cogliere i preziosi riferimenti inseriti nel testo. Mi accontento di segnalare qui l'uscita del volume, augurando comunque ogni bene all'editore.

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Ucronia di Emmanuel Carrère, un Piccola Biblioteca Adelphi, 160 pagine, 14,00 euro. Soldi ben spesi. Un po' perché anch'io mi sono impegnato in questo sottogenere letterario e un po' perché sono comunque appassionato di storia e di "controstoria". La domanda fondamentale di Carrère è: ma l'ucronia è una stupidaggine o merita un minimo di attenzione e qualche riflessione? La risposta dell'autore è ovviamente che l'Ucronia è una fondamentale testimone dei tempi e che è proprio il suo essere frutto di speculazione storica a renderla affascinante.

«Che nasca dal rimpianto o dalla ribellione, da un credo filosofico-religioso o dall'attrazione per gli infiniti possibili, ogni opera ucronica è destinata a falcidiare certezze, a dinamitare la nostra visione del mondo.»

Questo, in breve, il pensiero di Carrère sull'Ucronia, e per farlo cita numerosi autori e titoli scritti dal XIX secolo in poi, con un'evidente conoscenza (o passione) per gli autori in lingua francese, – Louis Napoléon Geoffrey-Chateau con il suo Napoleone imperatore del mondo, Marcel Thiry, René Barjavel, Charles Renouvier e altri – ma citando anche P.K.Dick, autore de La svastica sul sole, Sarban, Il richiamo del corno e persino Jorge Luis Borges, in un piccolo racconto. L'altra morte. Un difetto non piccolo per un lettore italiano è l'assenza di citazioni per Guido Morselli, autore di Contropassato prossimo, un esempio davvero notevole di Ucronia nostrana e di cui non mi stancherò mai di raccomandare la lettura, ma in ogni caso una lettura edificante e "dinamitarda" per un lettore abituato a letture più rilassanti.
 
 ***
 
Andymon, di Angela e Karheinz Steinmüller, è un romanzo pubblicato per la prima volta in DDR nel 1982, ripubblicato in Germania nel 2004, tradotto da Beatrice Sensini e pubblicato in Italia da Del Vecchio nel 2025. Lo acquistai al Salone del Libro del 2025 e lo posseggo autografato dagli autori, un piccolo valore aggiunto. Il sottotitolo è: «Un'utopia nello spazio» e il valore del romanzo come utopia non è una semplice vanteria. Penso che tutti coloro che hanno una qualche dimestichezza con la fantascienza abbiano presente il concetto di "Astronave generazionale": si tratta di una astronave inviata nello spazio per un viaggio di lunghezza tale da prevedere che siano necessarie più generazioni per giungere alla destinazione. Personalmente ho sempre trovato semplicemente agghiacciante tale idea, ma questa soluzione per i viaggi interstellari ha trovato non pochi appassionati narratori, da Robert Heinlein a Brian Aldiss a Arthur C. Clarke a Samuel Delany a Lino Aldani (Eclissi 2000) e tanti altri. 
Anche in Andymon abbiamo a che fare con una generazione nata su un'astronave colossale, organizzata con ambienti "naturali" e con personale robotico in grado di prendersi cura delle creature nate a bordo e di raccontare in forma di fiaba la sorte del pianeta Terra che i piccoli non hanno mai conosciuto. Dopo una lunga serie di eventi finalmente i nostri arrivano su Andymon, "quarto pianeta del sistema della stella fissa Ra" e da lì prenderanno il via le nuove avventure della colonizzazione con gli inevitabili errori, incomprensioni, ostilità e riconciliazioni. 
Andymon è un romanzo di fantascienza, certo, ma con una componente di Bildungsroman (romanzo di formazione) tutt'altro che trascurabile, il che ne fa un tipo di vicenda fantascientifica carica di riferimenti personali e di storie biografiche che non è facile incontrare. Forse il numero eccessivo di personaggi può risultare un problema, ma si tratta di una conseguenza ovvia per un romanzo corale che comunque non ha – se non molto raramente – momenti di stanchezza. In sostanza una lettura che consiglio, tenendo conto che si tratta di un libro di 500 pagine e che non è consigliabile leggerlo la sera, prima di dormire. 
 
Questo per i libri scelti tra quelli che ho finito di leggere, passo ora a quelli in lettura ma non ancora terminati. 
 
Giovanni Oro, Sonata per una luna morente, Delos Digital, pagine 129 su 287. Un ottimo romanzo, forse (e sottolineo forse) non perfetto sul piano del Worldbuilding alieno – la luna di un gigante gassoso avrebbe forse meritato qualche cenno in più sulla sua geologia, atmosfera e tempo locale – ma assolutamente magistrale nella creazione di una potente metafora dell'umanità ammericana alle prese con una civiltà aliena, ovvero impegnata nella sua sistematica distruzione. Il fatto che gli alieni vittime di questo apparente peacekeeping siano gatti, rende il romanzo più godibile per chi, come me, possiede e ammira quotidianamente le gesta della gatta che ospita volentieri. 
Altrettanto magistrale il profilo di Lila e di Fara, due gatte/aliene, la prima una fanatica appassionata musicista che si illude (e continuerà a illudersi? Questo potrò dirlo soltanto una volta finito il romanzo) di poter riavere il proprio strumento e di poter godere ancora del suo pubblico, la seconda, una cantante, disillusa e ferita, incapace di adeguarsi alla nuova situazione del pianeta. Storia a parte, e altrettanto ben condotta, quella di Jacques, un volontario che agisce guidato da una IA interna e che non riesce a trovare normale e accettabile la situazione creatasi. Un accenno, infine, alle "bande" di gatti irregolari, nate con il crollo della società civile aliena, che non possono non ricordare situazioni simili nella ex-Jugoslavia, in Siria, Sudan del Sud, Mali, Niger eccetera. Davvero un buon romanzo, che tra l'altro dimostra che è la metafora uno degli aspetti centrali della narrazione fantascientifica e non l'inutile sforzo futurologico che non le appartiene e non le è mai appartenuto.
 
*** 
 
Nel mondo a venire di Ben Lerner, Sellerio Ed., ed. orig. 2014, traduzione di Martina Testa, pagine lette 174 su 287. 
Un romanzo curiosamente riposante, essenzialmente per i modi amichevoli e intimi del narrare. La sensazione è che Lerner ci possa mettere anche un'intera pagina per raccontare di come un personaggio si infili un paio di scarpe, ma non è una critica, sia chiaro: questo narrare iperrealista regala un fascino del tutto particolare al libro, un grado di confidenza inattesa che risulta perfettamente intonata con le descrizioni di una New York terminale. Leggermente o felicemente intollerabili i racconti delle cene tra intellettuali newyorchesi, con gli odi, le gelosie, le piaggeria, le finzioni eccetera: nulla di nuovo, sia chiaro, ma un clima e un milieau che si ritrovano paro paro in Italia. Un buon libro, finora. 
 
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Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America, Adelphi, trad. Maria Nicola, pag. lette 20 su 250. Lo so, sono appena all'inizio del libro e allora? Il dato di fatto è che 
Bolaño è un genio e questo suo volume è una caramella talmente prelibata che tardo a ingoiarla per intero, centellinandola come un Nebbiolo del 1960... Ovviamente ciò che racconta l'autore è inventato dalla A alla Z, dai nomi degli autori alle opere pervicacemente elencate in coda al volume e la cosa davvero interessante è che Bolaño non ci informa se qualcuno dei libri o degli autori siano per caso realmente esistiti. Intanto devo ammettere di essere rimasto davvero impressionato dalla piccola biografia letteraria di Edelmira Thompson de Mendiluce che se non è vera è comunque verosimile, anche per il sottile humour di una narrazione perfettamente credibile. 
 
E adesso tre rapidi accenni ai libri che mi aspettano. 
 
1) Carlo Rovelli, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino 2025, pp. 136. «Ci sono atomiche sufficienti per a bruciare viva l'umanità. E stiamo litigando» Un libro che non parla solo di fisica e di guerra, ma parla soprattutto di noi, del futuro che stiamo costruendo e delle decisioni che dobbiamo prendere oggi. Qualcosa da aggiungere? No, penso proprio di no. 
 
 
2) Tullio Avoledo, Furland®, Chiarelettere, 2018, pp.225. «Perché il Friuli non è più una regione, nell'Italia post 2023. È stata combattuta una guerra d'indipendenza, l'enigmatico Vittorio Volpatti ha preso il potere, convincendo il popolo che l'unica strada possibile […] fosse trasformare la regione in un parco divertimenti a carattere storico
Ho letto poco di Avoledo, in vita mia, e di quel poco ricordo soltanto una curiosa sensazione di estraneità e di assurdo. Un ottimo motivo per leggerlo. 
 
3) Jonas Enander, Affrontare l'infinito, i buchi neri e il nostro posto sulla Terra, Neri Pozza 2026, pp. 345. 
«C'è un modo per sapere che cosa accade dentro un buco nero: aprire questo libro, entrarci, iniziare il folle viaggio insieme al suo autore, il fisico e divugatore Jonas Enander.» 
Ho acquistato e intendo leggere questo libro per motivi essenzialmente "professionali": ho infatti intenzione di scrivere un racconto o un romanzo breve sul tema dei buchi neri, un componente apparentemente assurdo dell'universo che mi ha sempre affascinato e che ora, con le ipotesi nate di recente sulla funzione ontologica dei buchi neri primordiali, mi ha definitivamente conquistato. Ne saprete qualcosa anche qui. 
 
Alla prossima! 

(1) Macchine come me / La ballata di Adam Henry / Espiazione (c/o LN-LibriNuovi).