27.8.21

Le letture di un anno… o giù di lì.

È passato un bel po' di tempo da quando ho allineato alcune righe in questo blog e anche in quel caso, ormai remoto, ho parlato delle mie letture. Una cosa che è possibile non interessi a nessuno o quasi, ma che non posso smettere di fare e che probabilmente farò fino al mio ultimo giorno, insieme a leggere come se non ci fosse un domani.

Il piatto di questa edizione del nuovo post è particolarmente ricco, dal momento che sono mesi che non trascrivo nessuna delle mie impressioni di lettura, fatta eccezione per un paio di libri letti ultimamente: La fine di tutte le cose di China Mieville, e La Città condannata di Arkadij e Boris Strugackij, che sono apparsi nel sito di LN-LibriNuovi. 

Comincerò con un saggio di Carocci, uscito nel gennaio 2012, uno degli ultimi che ho ospitato nella mia libreria: L'invenzione della virilità di Sandro Bellassai. A differenza della mia abituale condotta in termini di lettura, si tratta di un volume zeppo di sottolineature, commenti e note scritte a mano ai margini del testo, questo per la paura che qualcuna delle osservazioni dell'autore mi sfuggisse nel corso della lettura. La virilità, come costruzione concettuale, è un dato indiscutibile, eterno, naturale e quindi a-storico o una condizione che varia nel tempo e che non ha nulla di naturale ma è pienamente storica? La tesi di Bellassai è evidentemente la seconda, e ce ne fornisce esempi seguendo tre periodi ben definiti della storia contemporanea: il periodo a cavallo tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, il periodo del ventennio fascista e il dopoguerra, giungendo fino all'inizio del XXI secolo. 

Nel divenire del tempo l'autore individua una variazione nella concezione e nella visione della virilità che, stimolata dalle variazioni sociali ed economiche nate alla fine del XIX secolo, conobbe una ripresa e una nuova concezione:

Nella società italiana fra Otto e Novecento, in particolare, il connubio tra virilismo, concezioni gerarchiche (razzismo, misoginia, omofobia), autoritarismo rafforzò non poco ognuno di questi elementi culturali e politici […]. Un simile conglomerato simbolico, di impianto sostanzialmente tradizionalista, […] perpetuò se stesso nella piena modernità, fino alla seconda metà del Novecento. [pag. 23]

Si consumò così il connubio tra virilità e virilismo, con la scomparsa della prima, divenuta una ovvia appendice del secondo, unica forma accettabile di ideologia:

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno […] Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo –, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore, e il disprezzo della donna.»[pag. 57]

I futuristi, nel loro primo Manifesto del 1909, riunirono magistralmente i diversi elementi di un virilismo trionfante, che mentre esalta la guerra e l'aggressività, non trascura di esibire, come corollario necessario, il disprezzo per la donna.

D'altro canto la donna è quella creatura che:

Chiaramente appare, non per materiale inferiorità mentale e organica, ma per le funzioni inerenti al sesso, non può e non deve tendere a gareggiare col maschio nei lavori mentali e manuali. [L.M.Bossi, pag. 47]

E la segregazione e il disprezzo per la donna raggiunse il suo grado massimo nel ventennio fascista, con osservazioni del tipo:

I veri uomini non hanno bisogno delle donne, anzi, se ne allontanano sdegnosamente. [cit. da Traverso E. in La violenza nazista. Una genealogia]

L'am0re per le donne e quello per la patria sono contrapposti [cit. da Theweleit K. in Fantasie virili]

giungendo alla teorizzazione, per la quale la donna "moderna" non può che essere una contraddizione in termini: 

Essendo la donna la parte per eccellenza "naturale" dell'umanità, ed essendo natura e modernità due termini opposti e inconciliabili, se la donna era moderna non era più donna, non poteva cioè essere considerata appartenente al genere femminile. [pag 83]

E la difesa della "stirpe" dagli agguati delle femmine e dei "negri" trovò la sua definitiva consacrazione nelle leggi relative alle colonie che: 

[consegnarono] a noi italiani il poco invidiabile privilegio di aver prodotto la più organica legislazione razzista della storia del colonialismo, seconda soltanto al razzismo nazista e al regime di apartheid sudafricano per ampiezza, rigore, disprezzo per l'uomo e brutale malvagità.[da Rochat G. in Il colonialismo italiano]

Con la fine del fascismo e la sconfitta, anche gran parte dei miti che accreditavano il virilismo come parte essenziale della Nuova Italia impallidiscono fino a divenire per gran parte della società sostanzialmente ridicoli:

il periodo che ebbe al centro la "grande trasformazione" degli anni '50 e '60 chiuse definitivamente una pluridecennale fase storica in cui i modelli di mascolinità ispirati al virilismo nella sua declinazione più autoritaria, gerarchica e violenta avevano detenuto una notevole egemonia nell'immaginario collettivo maschile. [pag. 99]

Ma in una forma depotenziata questa concezione della virilità rimase ben presente nella società. Il successo e il dinamismo nella loro accezione innanzitutto pubblicitaria divenne il nuovo marchio "maschile", supportate da un consumismo che prometteva a ognuno un "quarto d'ora di virilità" in cambio dell'acquisto di un determinato prodotto. 

Certamente l'uomo degli anni '60 […] sarebbe dunque stato moderatamente liberale e tollerante verso le donne, ma anche incline ai piaceri della vita e ai beni voluttuari; giustamente narcisista e individualista, brillante in società e competitivo, pragmatico, scettico e cinico quanto basta. [pag. 115]

Ma a partire dagli anni '70 l'incontro/scontro con il femminismo e soprattutto con il crescente risalto sociale delle donne, mise duramente alla prova il nuovo virilismo, nato per rassicurare la metà maschile del genere umano, creando una resistenza sorda, un virilismo "informale" basato sostanzialmente su una misoginia frammentaria e disordinata e su una resistenza i cui risultati emergono spesso in modo  clamoroso:

l'impressionante ma quasi universalmente ignorato […] fenomeno della violenza maschile sulle donne [pag. 155]

Il libro si ferma alla prima decade del nuovo millennio, non senza, tuttavia, aver lanciato un segnale allarmante che possiamo verificare quotidianamente. 

Un ottimo libro, basato su una ricerca storica e bibliografica di grande rilievo. Unico limite – che peraltro l'autore stesso dichiara – è la sostanziale mancanza di qualsiasi riferimento all'omosessualità maschile, un elemento che avrebbe sicuramente arricchito il volume ma probabilmente rendendolo troppo complesso e meno immediatamente fruibile. Una lettura che consiglio volentieri ai nuovi galli e ai leoni da tastiera, oltre che ai violenti sotto traccia. 

A questo punto... beh, recensirò ancora qualcosa ma temo che dovrò rimandare il grosso dei libri letti a una "Letture di un anno, parte seconda".

E, dal momento che siamo sul complicato, andiamo su un romanzo del 1922, di Evgenij Zamjatin, Noi letto nelle ultime settimane in una vetusta edizione Feltrinelli del 1963...[*] Come mi sia ritrovato il libro in casa non saprei dirlo, sinceramente, ma ancora più sorprendente il dato che non l'abbia mai letto. 

Noi è un romanzo ampiamente presentato, come 1984 o The brave new world o La notte della svastica o, ancora, Il racconto dell'ancella, come un esempio di letteratura distopica, ovvero dell'affermazione di una forma di convivenza in una società compiutamente autoritaria, dove esiste e prevale un solo punto di vista definitivo sul reale. Da questo punto di vista Noi è un esempio magistrale di tale visione deformata della realtà. Il protagonista, D-503 – il cui nome è divenuto una sigla numerica assecondando le norme vigenti sotto lo Stato Unico –, scrive un diario personale che noi, lettori di un altro tempo e altro luogo, abbiamo l'occasione di leggere. D-503 si presenta come un matematico, il costruttore di un apparecchio, l'Integrale elettrico di vetro, in grado di raggiungere altri mondi e di diffondere il verbo del Benefattore, la forza e la grandezza dello Stato Unico e della sua vita matematicamente perfetta. D-503 ha un rapporto, matematicamente definito, con O-90, una femmina scelta per lui dai Guardiani e con la quale conduce una relazione che settimanalmente e per un'ora gli permette di abbassare le tendine – unico momento di privacy accettabile – e dedicarsi a lei. Che il loro sia amore è ovviamente non detto e da un certo punto di vista, inaccettabile: semplicemente il loro è una delle tante relazioni che Benefattore concede al popolo di numeri che vive nello Stato Unico. Il problema, minuziosamente descritto da D-503 nel suo diario, è l'incontro con I-330, una donna della quale il costruttore inopinatamente si innamora, comportandosi come tutti coloro che sono colpiti da un sentimento incomprensibile, da un istinto che li spinge a cercare una compagnia che i Guardiani non ammettono. 

Affetto da ciò che ritiene una grave malattia, gradualmente D-503 trova sempre meno credibile la costruzione eretta dal Benefattore, ma se ne duole, cerca di resistere, mentre I-330 lo spinge gradualmente a una resistenza recalcitrante, al dubbio vissuto come un'imperdonabile affezione. 

La fedeltà di D-503 allo Stato Unico conosce lunghi momenti di stasi: il rapporto con l'enigmatica I-330 lo svuota, lo spinge a volere e disvolere e anche i suoi rapporti con i colleghi e i superiori divengono altrettanto tesi e insostenibili. È soltanto quando una serie di eventi si sovrappongono, tra i quali la propaganda per la Grande Operazione, "quella che renderà gli uomini finalmente felici come macchine", creando una crisi temporanea dello Stato Unico, che emergono le reali intenzioni di I-330: impadronirsi dell'Integrale e favorire la rivoluzione.

–  Questo è insensato! È assurdo! Non capisco non capisci che voi tramate è la rivoluzione?

–Sì, la rivoluzione! Ma perché è assurdo? 

– Assurdo perché la rivoluzione non può essere. Perché la nostra rivoluzione [...] è stata l'ultima. E non ci può essere nessun'altra rivoluzione.

[...] E tu quale ultima rivoluzione vuoi? Non c'è un'ultima rivoluzione, le rivoluzioni sono senza fine.

Ovviamente la rivoluzione, l'ultima rivoluzione, non può che fallire e D-503 non potrà che normalizzarsi, accettando il meccanismo che libererà la sua mente da ogni desiderio, sogno, speranza e amore. Un finale amaro e gelido chiude il testo. 

Un romanzo nato dalla disillusione di chi ha "smesso di essere bolscevico", da un musicista matematico che chiese e ottenne l'esilio per poter continuare a scrivere ciò che riteneva importante, rigettando la dottrina del "realismo socialista" e la "prevalenza del quotidiano sul contemporaneo"[**].

Tradotto in inglese e in francese senza mai essere apparso in lingua russa, Noi entrò meritatamente a far parte del gruppo dei romanzi distopici, anche se la sua fama rimase per lungo tempo involontariamente oscurata da 1984 di Orwell, uscito negli anni '30.

Un romanzo che è comunque meritevole di lettura, indipendentemente dalla tesi politica in esso contenuta. Duecento pagine cariche di un'angoscia esistenziale che non è facile dimenticare né rimuovere. Freddamente c0ndotto con precisione matematica e disperata follia fino al suo inevitabile exit. Davvero notevole. 

[*] Attualmente disponibile anche in Oscar Mondadori nella traduzione di Alessandro Niero e edito da Fanucci, con la traduzione di Alessandro Cifariello.

[**] dalla prefazione del curatore e traduttore Ettore Lo Gatto. 

Continuiamo con un altro libro corposo come volume e impegnativo per un normale lettore, anche se in grado di ricompensare l'indiscutibile fatica di averlo terminato. Parlo di Terminus Radioso di Antoine Volodine, 2016, edito da 66thand2nd (editore del quale, a onor del vero, non mi perdo un libro).

Il volume è organizzato in quattro parti: kolchoz, elogio dei campi di lavoro, amok e taiga, e si svolge nella Seconda Unione Sovietica, una sconfinata zona contaminata da una terrificante catastrofe che ha coinvolto tutte le centrali nucleari esistenti.  I tre soldati che giungono a Terminus Radioso sono contaminati e confusi ma la loro speranza di comprendere e ritornare a una vita normale è destinata a non trovare soluzione nel kolchoz. Il tempo a Terminus Radioso non procede nei modi ai quali siamo abituati, la morte non è definitiva come non lo è la vita, i sogni divengono reali e la realtà può trasformarsi in una visione, i dialoghi tra i personaggi possono essere privi di un significato ragionevole e facilmente comprensibile e qualunque sforzo, impegno, fatica è destinato a naufragare senza possibilità di successo, in un tempo che procede a velocità variabile e talvolta a ritroso.

Il kolchoz è guidato da due personaggi ognuno a suo modo centrale nel corso del romanzo: Nonna Udgul, eroina del Partito resa immortale dalle radiazioni, che presidia il sito in cui una pila atomica è sprofondata nel terreno alimentando l’intero villaggio, e Soloviei, padre di una ragazza e di due sorelle, sciamano dotato di strani poteri che vede nel soldato Kronauer, appena arrivato, una minaccia all’equilibrio del villaggio. I rapporti tra Kronauer, Nonna Ugdul e Soloviei divengono il centro di una vicenda che procede senza direzione e senza un finale definitivo.

Leggendo altre recensioni scritte sul libro ne ho incontrata una che coglieva singolarmente il problema – e insieme il pregio – di Terminus Radioso: «Questo libro poteva essere di trecento o di milleecinquecento pagine». Verissimo: se è vero che il talento a tratti notevolissimo di Volodine riesce a rendere perfettamente godibili anche i passi meno afferrabili del testo, resta vero che il libro spesso sfugge agli abituali ritmi di lettura, provocando una curiosa reazione nel lettore. Questo lettore ha abbandonato la lettura – esaperato – intorno a metà libro per poi riprenderla, trascorso qualche mese, e condurla alla fine con grande piacere. Non solo, con l'insistente sensazione che il libro avrebbe potuto procedere oltre senza crearmi problemi. 

Il motivo? Non facile da afferrare ma che posso riassumere così: Terminus Radioso racconta il Caos, narrandolo in migliaia di attimi, tutti in apparenza significativi ma che insieme non sono in grado di costruire una storia verosimile, pur creando nel lettore la suggestione di ciò che avrebbe potuto accadere e di ciò che è probabilmente accaduto ma del quale non vi sono testimonianze o dove i testimoni presenti non sono credibili.

Se ve la sentite di affrontare un libro tanto particolare i miei migliori auguri ma se, come me, siete abituati a un certo modo di procedere più piano e regolare preparatevi a odiare Terminus Radioso, a rifiutarlo e a riprenderlo in mano, a nasconderlo in fondo alla pila dei libri che state leggendo e ripescarlo per rileggerlo ancora. In ogni caso un libro che non è facile abbandonare e che è in grado a penetrare profondamente nel vostro modo di vivere la lettura.

Concludo questa serie di libri con un piccolo capolavoro della sf anni '70: Maske: Thaery di Jack Vance, ripescato nel corso di una sessione di riordino di una delle librerie di casa, per la verità mai terminata e tuttora in sospeso.

Maske: Thaery è un romazo del 1976, pubblicato in Italia nel 1978 dall'editrice Nord per la traduzione di Alessandro Monti. La vicenda riguarda un Glint – una delle etnie del pianeta – il giovane Jubal Droad, figlio cadetto di una delle principali casate. Dal momento che la vita presso la casa di famiglia non lo attira affatto, il nostro Jubal decide di emigrare e di recarsi presso la capitale, Wysrod, alla ricerca di una buona occasione.

Trattato con sufficienza, quando non con aperto disprezzo, per la sua etnia di origine, poco amata dai Tharioti, la principale etnia del pianeta. Ma grazie alla sua iniziativa, alla sua considerevole faccia di bronzo e a una curiosità inesauribile, in tutto degna di un vero investigatore, Jubal giunge a smascherare Ramus Ymph, membro di rilievo di una delle grandi famiglie, pronto a asservire il pianeta a una società multiplanetaria, decisa a fare del pianeta un luogo di svago e di un turismo affannoso e rapace.

Davvero notevole il finale e la curiosa sorte alla quale è destinato il traditore, ma in generale è l'intero volume a essere un vero locus vanceiano, per la presenza di alcuni topoi tipici dell'autore californiano, dalla donna fredda, calcolatrice e incurante dei propri interlocutori, alla sua giovane "amica", mentamente instabile, al villain, un individuo rozzo e volgare nonostante la sua posizione sociale, alla insopportabile alterigia, venata di un evidente razzismo, con la quale Jubal viene spesso accolto. 

Un romanzo davvero divertente e narrato con la consueta raffinata e attenta precisione da uno dei migliori autori di space opera e di sf sociologica – o che, forse, sarebbe più corretto definire xenoantropologica.

La lettura di Maske: Thaery è avvenuta insieme a quella de Le case di Iszm dello stesso autore, un testo uscito nel 1964 e tradotto per la prima volta in italiano nel corso dell'anno successivo. Non ne parlerò qui dal momento che il libro è stato letto anche da Silvia Treves e sarà lei ad avere l'onore di presentarlo...

E con quest'ultimo libro ho finito per questa volta. Grazie a tutti per essere arrivati fin qui e arrivederci a presto!


26.2.21

Altri libri? Sì, altri libri

Lorenzo Alessandri
 

Non sono stato particolarmente bravo in questi ultimi tempi e quindi non ho letto come dovrei e come avrei potuto, ma mi sono limitato a letture temporanee o a riletture. In particolare sto rileggendo Terminus Radioso di Antoine Volodine, interrotto qualche mese fa – senza un motivo preciso, ma i rapporti con i libri possono essere capricciosi e infedeli – e ora ripreso senza particolari problemi e con un certo piacere. Ma di questo parlerò in un altro dei miei lunghi interventi. 

Se i libri letti di recente sono stati un numero ridotto (tre in tutto), non sono pochi i libri letti in precedenza e dei quali non ho parlato né scritto e che ora tenterò di sbrigare in questo post. Terminato il quale dovrò riprendere un mio vecchio racconto – anzi due racconti e un romanzo – abbandonati e ora meticolosamente stampati, in attesa di essere riesumati, corretti e completati. «Abbandonati perché…», no, non c'è un 

 

 
perché, diciamo che periodicamente attraverso momenti nei quali tutto ciò che ho scritto mi sembra irrimediabilmente mediocre e quindi degno di essere cancellato, distrutto, dimenticato. In genere il mio spleen non mi permette di mettere in pratica decisioni radicali come cancellare tutto o bruciarlo, come si faceva in altri tempi, ma  lascio tutto al punto nel quale ero arrivato e cerco di dimenticare. Adesso sono in un'altra fase, quindi cerco di riannodare i fili spezzati e riprendere a scrivere. Non so in quale dei due momenti sono davvero me stesso, la ragione (o ciò che più le somiglia) mi spinge a credere che lo sia la fase distruttiva mentre l'emozione (e il narcicismo) mi spingono a credere che lo sia la fase costruttiva. In ogni caso riprendo a lavorare, almeno fino alla prossima eclissi. 
 


Il primo di cui parlare o l'ultimo libro letto è Torino magica di Vittorio Del Tufo, Piccola Biblioteca Neri Pozza, 2020. NON si tratta di uno dei tanti volumi dedicati alla città nera, uno dei tre vertici di un triangolo bianco che comprende Torino, Praga e Lione, o un altro triangolo magico (nero) che comprende Torino, San Francisco e Londra, quanto un tentativo di ragionare più o meno storicamente sulla storia mitica e reale della città e sul suo passato remoto e prossimo. Non mancano i riferimenti alla cronaca recente – l'incendio del cinema Statuto nel 1983, per esempio, dove morirono sessantaquattro persone – o allo strano caso di Diabolich (sic!) che negli anni '50 attirò su di sè l'attenzione di media e forze dell'ordine, o dei rapporti dell'artista Lorenzo Alessandri, un raffinato surrealista, al quale devo alcune delle immagini di questo post, sempre in odore di satanismo (peraltro da lui recisamente rifiutato) o, ancora, del libro di Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino (del quale ho parlato qui) pubblicato una prima volta nel 1977 e recentemente ristampato da Frassinelli, ma questo senza dimenticare i rapporti pressoché secolari dei Savoia con le confessioni ostili alla Chiesa, la presenza costante e tollerata, quando non spinta alla ribalta della massoneria – dalla Loge de Saint Jean la Mystérieuse alla loggia Ausonia, nata nel 1859 –  alle controverse e mai definite simpatie della famiglia reale nei confronti di maghi e negromanti. 
 
Lorenzo Alessandri

 
Un libro che tenta, anche se in un modo umorale e in qualche caso semplicemente disordinato, di raccogliere e riunire un'interminabile serie di saggi sulla «Torino magica», – da Giuditta Dembech a Peter Kolosimo a Massimo Introvigne a Enrico Bassignana – fornendone una versione in qualche modo "postmoderna", citandoli e solo raramente sorridendone, senza allineare né prove né smentite, ma limitandosi a raccontare fatti piccoli e grandi, con un certo, innegabile humour. Onestamente resto dell'idea che il dizionario di Massimo Centini, Torino magica fantastica leggendaria, oltre 300 voci sui misteri della città[1], sia di gran lunga più utile, anche se meno immediatamente leggibile, per farsi un'idea delle tradizioni di Torino. Con tutto ciò resta il "mistero" di Torino, città nata all'incrocio tra due fiumi e che è «una città malinconica, austera, inquietante […] Una città, diceva Italo Calvino, che invita alla logica e, attraverso la logica, apre la strada alla follia.».                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          
 


Brusco cambio di genere, storia e nazione: siamo a L'Invincibile di Stanislaw Lem, l'autore, per chi non lo ricordasse, di Solaris, uno testo magistrale dal quale sono stati tratti due film, il primo, di Andrei Tarkovskij, a mio parere assolutamente inimitabile. Il testo originale di Lem è del 1964 e l'edizione Nord, rigorosamente tradotta dal polacco da Renato Prinzhofer, è del 1974. Il testo, ripescato nella mia seminesplorata biblioteca di sf, ha una copertina "astratta" di Renato Pestriniero e conta su 193 pagine, senza né pre- né post-fazione. La vicenda è relativamente facile da raccontare: in un indefinito futuro una nave stellare, L'Invincibile raggiunge un pianeta extrasolare, Regis III, per ricostruire le circostanze della misteriosa scomparsa della nave gemella, la Condor, che ha da tempo cessato ogni trasmissione verso la base. Il pianeta è teoricamente abitabile per gli umani ma non esistono forme di vita terrestri – soltanto gli oceani sono abitati da una fauna abbondante – e l'atmosfera, pur risultando dotata di un 16% di ossigeno, contiene quantità di origine misteriosa di metano.

Entro breve tempo il personale della Invincibile individua il luogo dove si trova il relitto della Condor ma tutte le ricerche attuate sul relitto e sui cadaveri giungono a conclusioni assurde o contradditorie o inspiegabili mentre uno strano fenomeno, che riduce gli uomini al rango di neonati balbettanti, inizia a colpire anche il personale della nave di soccorso.   

La spiegazione di ciò che è accaduto alla Condor e di ciò che sta avvenendo all'Invincibile emerge gradualmente, in una felice e ardita applicazione della teoria dell'evoluzione a uno zoo di feroci automi alieni. Gradualmente l'Astrogator, Horpach, e l'Ufficiale di rotta, Rohan, giungono alla medesima conclusione e decidono che l'umanità farà bene a tenersi molto lontano da Regis III. 

Un elemento che balza subito agli occhi a chi conosce la produzione narrativa di Lem è la presenza di un'entità non-umana – o sovrumana come in Solaris – in qualche modo ostile o comunque indifferente nei confronti della sorte degli umani, un'entità che non affronta il rapporto con l'umanità secondo criteri comprensibili o afferrabili ma seguendo una propria logica basata su criteri logici ma per noi sostanzialmente inafferabili. 

Quando si dice il sense of wonder.

L'Invicibile è un romanzo che ottenne la felice recensione di Ursula K. LeGuin: 

«…nel presentare un "universo terribilmente aperto", non comprensibile per gli esseri umani, lo fa in modo tale che "la scala umana non viene distrutta, e nemmeno scossa. Perché, per quanto possiamo non capire il come, il perché, o persino il che cosa, dobbiamo agire, e i nostri atti conservano nelle più remote profondità dell'abisso, il loro valore morale inalterabile. Nei romanzi di Lem il centro di gravità è l'etica".»[2]

dimostrando una grande considerazione non solo per questo testo ma per l'intera opera di Stanislaw Lem, considerazione che non posso che condividere. Non è stato così facile accostarsi a un'opera tanto curiosamente diversa dalla sf attuale, del tutto priva di presenze femminili, dove i rapporti che legano tra loro i personaggi sono determinati dalla disciplina militare e l'autoanalisi, la riflessione, le considerazioni di ogni personaggio nei confronti della propria vita assumono un rilievo pubblico e collettivo. Il citare la parola «etica» da parte della LeGuin parlando dell'opera di Lem ha un rilievo reale, spostando la sf dal campo della semplice avventura – che comunque non manca – a quello della riflessione e dal terreno dell'invenzione scientifica e quello della costruzione filosofica. Un romanzo davvero notevole anche se mi rendo conto che non à facile ritrovarlo. Ma tentare non costa niente... [3]

 


Nuovo cambio di luogo e vicenda. Questa volta siamo nella Gran Bretagna della seconda metà del XIX secolo. Idealmente concepito nel 1857, l'Oxford English Dictionary prese forma così (cfr. Wikipedia): 

Il lavoro di compilazione iniziò a pieno regime nel 1879 sotto l'energica direzione di Sir James Murray. Cominciata nel 1884, la pubblicazione si concluse nel 1928 col dodicesimo volume. Nel 1933 ne fu pubblicata una edizione ridotta (Shorter Oxford Dictionary) che ha conosciuto diverse edizioni successive. 

Il libro Il professore e il pazzo di Simon Winchester è una saggio collocato nell'ambiente dell'Oxford English Dictionary che racconta delle non poche difficoltà nell'arrivare a creare un dizionario di tali dimensioni e con un tale approfondimento e della fatica superlativa di Sir James Murray, un testardo, gentile e distrattissimo scozzese, che dal 1885 in poi cominciò a ricevere:

«… foglietti di carta bianchissima non rigata, quindici centimetri per dieci, coperti dalla limpida calligrafia di William Minor, elaboratamente corsiva, e così peculiarmente americana, in inchiostro nero-verdastro […]» 

dove il dottor W.C.Minor annotava il libro nel quale aveva incontrato la parola descritta, le sue origini, il suo significato, l'accezione, se contemporanea o antica, se tuttora in uso o ormai desueta, i suoi derivati e collaterali, lemmi inviati in quantità crescente da un indirizzo che non aveva in apparenza nulla di misterioso. Ma l'invio continuo finì per risvegliare l'attenzione di Sir Murray che giunse alla conclusione di voler conoscere un così valente collaboratore. Si presentò così a Broadmoor nella sede del manicomio criminale, convinto che il suo misterioso corrispondente non poteva che essere il direttore, ma ne fu non poco stupito quando questi dichiarò di non essere il dottor Minor: 

Il dottor Minor è qui, senza dubbio. Ma è un detenuto. È ricoverato da più di vent'anni. È il nostro paziente di più antica data.

Minor era infatti ricoverato – oggi più puntualmente diremmo internato – per l'omicidio di un operaio, George Merrett, compiuta in condizioni di assoluto squilibrio mentale. Una malattia mentale dalla quale il dottor Minor, ufficiale dell'esercito unionista nel corso della guerra di secessione, non guarì mai. Il sodalizio tra i due, cominciato in maniera quantomeno sorprendente, continuò felicemente fino alla morte del responsabile del progetto editoriale, Sir Murray, avvenuta nel 1915. Il dott. Minor lo seguì pochi anni dopo, nel 1920, dopo aver goduto di almeno un anno di libertà dal manicomio. La malattia della quale egli soffriva fu stabilito trattarsi (ma soltanto a posteriori) di una varietà paranoide della schizofrenia, alla quale si aggiunse negli ultimi anni della sua vita la daementia precox

La storia del rapporto tra i due padri dell'Oxford English Dictionary è stata raccontata nel 2019 da un film di P.B.Shemran, con Mel Gibson nei panni del professor Murray e Sean Penn in quelli del dottor Minor. 


 I tre libri dei quali intendevo parlare sono terminati e lo spazio consumato comincia ad avere qualcosa di sottilmente minaccioso. Ragion per cui parlerò (brevemente) di tre libri in tutto, i primi due di uno dei miei autori preferiti nel campo del poliziesco, Qiu Xialolong e il terzo, un testo ahimé rinunciabile, firmato da Andrew O'Hagan. 


L'ultimo respiro del drago [Hold Your Breath, China], è un romanzo del 2017, pubblicato nel 2018 da Marsilio mentre Di seta e di sangue [Red mandarin Dress] è un romanzo del 2007, pubblicato da Marsilio nel 2011 e passato nella collana Universale Economica Feltrinelli nel 2019. Il traduttore dalla lingua inglese di entrambi i volumi è stato Fabio Zucchella.

Il primo vede il protagonista, l'ispettore Chen della polizia di Shangai – recentemente messo in sordina a causa delle sue indagini che avevano colpito membri in vista del Partito – recuperato a lavorare su un'inchiesta che riguarda una serie di omicidi seriali, la cui vicenda finisce per intrecciarsi con quella di un gruppo di ambientalisti, in una Shangai sempre più inquinata e invivibile. Con un intreccio meno lineare che in altre occasioni, il libro racconta di come Chen riesca comunque ad arrivare ad una conclusione, anche se decisamente poco positiva per il partito e foriera di grossi guai per la sua carriera. Più critico nei confronti del Partito e della situazione politica in Cina, Qiu Xiaolong dà la sensazione di tollerare sempre meno i diktat del Partito comunista cinese e di spingere il suo protagonista a fare ricorso alla poesia e alla cucina per sopravvivere in una situazione sempre meno comprensibile. Nel suo insieme un romanzo meno riuscito, ma più preoccupante.

 



Di seta e di sangue è, al confronto, un testo più rilassante, sempre ammesso di poter utilizzare questo avverbio parlando di un poliziesco. Il vero "protagonista" della vicenda è un qipao, un tipo d'abito femminile in uso negli anni '30 nella Shangai dell'interguerra. Una donna viene ritrovata strangolata nei giardini prospicienti a una strada ad alto traffico, vestita soltanto di quel genere di abito, a suo tempo violentemente attaccato come "borghese" nel corso della Rivoluzione Culturale e di recente ritornato in auge nella nuova Cina comunista. Ben presto Chen si rende conto di avere a che fare con un omicida seriale che lo obbligherà a un penoso viaggio a ritroso nella Cina degli anni '70, alle prese con tempi e ideologie che ben poco hanno in comune con l'apparente pacioso comunismo contemporaneo. Un poliziesco non comune per l'attenta ricostruzione di quegli anni lontani e per la sensazione di smarrimento che pervade sia l'ispettore Chen che noi lettori, testimoni di una procedura "rivoluzionaria" più simile a un pubblico linciaggio che a un processo popolare. Da non perdere. 

 

E arriviamo così a La vita segreta, tre storie vere dell'era digitale, di Andrew O'Hagan, editore Adelphi. Le tre storie raccontate riguardano Julian Assange, un individuo che io per primo non so come giudicare, il dark web, ovvero il lato "oscuro" di internet e il presunto (ovvero l'avatar di Craig Wright) Satoshi Nakamoto, "inventore" del Bitocoin.

L'incontro con Julian Assange, iniziato a pagina 21, termina a pagina 92, anche se, personalmente, devo ammettere di aver gettato la spugna intorno a pagina 60. Infatti, una volta stabilito che Assange è un radicale di destra con formidabili tendenze narcisiste, – per le quali non merita nemmeno scomodare Max Stirner e la sua teoria dell'Unico – risulta tutto sommato inutile ripeterle ogni tre pagine, enumerando fatti e discorsi nei quali il nostro amato Assange ripete instacabilmente il mantra della propria fenomenale personalità, della propria missione e del proprio ruolo nel mondo. Oltre a questo, finisce per risultare petulante il narratore che non perde occasione di far notare quanto è stato difficile e tutto sommato inutile inseguire Julian Assange nel tentativo di scriverne una biografia. Non si ha nessuna difficoltà ad ammetterlo e buonanotte: si abbandona la lettura con una sensazione di affaticamento e di sottile nausea, nei confronti di Assange, certo, ma anche del noioso preteso estensore di una biografia inesistente. La sensazione è che O'Hagan abbia puntato sul cavallo sbagliato, continuando ad alzare la posta nel tentativo di raccontarlo, ma dovendo alla fine ammettere di aver sbagliato corridore. In generale, comunque, non sono riuscito a farmi un'idea precisa del nostro Julian Assange ma che, in fondo, non meritasse davvero farsela. Il che sospetto che non sia in fondo giusto.

Più stimolante la seconda parte del libro, dove O'Hagan racconta della sua incursione nel Dark Web e di come sia riuscito, falsificando, mentendo, dando falsa testimonianza, imbrogliando sui propri dati personali e combinandone di ogni colore ad acquistare farmaci, psicofarmaci, droga,  armi e quant'altro vi venga in mente di illegale. Interessante, tutto sommato, ma nulla di davvero sconvolgente: se non siete dei poveri ingenui non scoprirete nulla che non abbiate già sospettato. 

Terza parte dedicata a Craig Wright, alla sua entità virtuale Satoshi Nagamoto e al Bitcoin, la sua invenzione. Mi interessava non poco l'argomento, come il fatto che il Bitcoin sia l'unica forma esistente di valuta sganciata dalle banche centrali e dal sistema finanziario internazionale. I problemi fondamentali che il volume pone sono due: il primo è che qualunque testo in forma di libro sull'argomento rischia un inevitabile ritardo sulla realtà. Il libro è del 2017 e nel 2021, tanto per dire, un soggetto di nome Elon Musk ha investito una quantità considerevole di denaro in bitcoin e i pareri in proposito – oltre alle reazioni del mercato – sono stati quantomai diversi e constrastanti[4]. Il secondo limite è nell'autore del libro, ovvero un narratore e non un giornalista, quindi perfettamente in grado di raccontare le sfumatura di pensiero e di comportamento di Craig Wright ma sostanzialmente incapace di fornire una spiegazione utilizzabile per chi voglia informarsi sul Bitcoin, sulla sua funzione e scopo. In sostanza, tormentato da e-mail che mi invitano a investire sui Bitcoin, sono rimasto ignorante tanto quanto, pur continuando a pensare che, dal momento che non esistono pranzi gratis – detto popolare ma con evidenti legami alla termodinamica – faccio bene a NON investire in Bitcoin, nonostante le stravaganti e/o mostruosi aumenti e cadute del suo valore. Non sono un broker né mi sento di studiare per diventarlo. 

Il problema fondamentale non è probabilmente del libro in sé, che immagino si possa leggere come un gossip book con qualche divertimento, ma del mio atteggiamento sbagliato nell'accostarmi ad esso. Cercavo notizie e ho avuto farfalle. Avessi cercato farfalle sarei rimasto contento. 

 

 

Chiudo parlando di un libro che è stato uno dei miei regali per lo scorso Natale: I fratelli di Serapione di E.T.A. Hoffmann, editore L'Orma, collana Hofmanniana, edizione 2020. Premetto che avevo una vecchia edizione de I fratelli edita nel 1969 da UTET (già ditta Pomba [!!!]) nella collana I Grandi Scrittori Stranieri, ma si trattava di un'edizione incompleta, pur se apprezzabile. Questa eccellente edizione, curata da Matteo Galli in collaborazione con duecento germanisti di tutti gli atenei d'Italia, ha un solo grosso problema: l'apparato storico bibliografico e le note che occupano fino a metà pagina del testo. Basti pensare che sono attualmente a pagina 30 (+ 3 di Premessa dell'autore + XLV di note, introduzione, cronologia, bibliografia e tabella sinottica), avendo letto il primo racconto e ad aspettarmi ci sono altre 500 pagine... Oltre a questo il volume è un peso massimo e leggerlo sdraiato è peggio di una seduta di sollevamento pesi. Mi sono rassegnato a leggerlo alla scrivania ma visti i miei tempi sono certo che andrò molto lentamente nella lettura. Ma un e-book no? 

Finito, per questa volta. Mi rendo conto che l'insieme dei libri scelti dà un'idea un po' schizoide dei miei gusti. 

Beh, temo sia veritiera.

 

Lorenzo Alessandri



[1] Il fatto che sia mia moglie che io siamo riportati tra le 300 voci del dizionario non modifica il mio giudizio, anche se indubbiamente ha un peso... 😉

[2] dalle pagine dedicate a Ursula LeGuin su Facebook. 

[3] Del 2020 una nuova edizione della Sellerio. Dai, che lo trovate...

[4] Basti citare il parere di Bill Gates: «Se non avete i soldi di Elon Musk, lasciate perdere».