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22.7.26

Altri libri? Sì, altri libri, letti in montagna o a Torino.


Lo ammetto: non ho ancora terminato la lettura di Sonata per una luna morente di Giovanni Oro ma sono comunque a buon punto, ne parlerò la prossima volta. 

Ma in compenso ho finito Nel mondo a venire di Ben Lerner, edizione originale del 2014 e pubblicato da Sellerio nel 2015. La volta scorsa nel parlarne ho detto: 

«Un romanzo curiosamente riposante […] La sensazione è che Lerner ci possa mettere anche un'intera pagina per raccontare di come un personaggio si infili un paio di scarpe, ma non è una critica, sia chiaro: questo narrare iperrealista regala un fascino del tutto particolare al libro, un grado di confidenza inattesa che risulta perfettamente intonata con le descrizioni di una New York terminale.» 

e qui non posso che confermare la stessa impressione iniziale. Ben Lerner mi ha convinto, tanto che che ho appena ordinato l'ultima delle sue opere pubblicate in Italia: Topeka School, sempre edito da Sellerio. Spiegare il motivo di questa simpatia letteraria non è facile, soprattutto per chi, come me, ama e scrive un genere agli antipodi di Lerner: la fantascienza. Per provare a spiegarmi anticipo qui uno dei libri letti e che presenterò di seguito, Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki, recuperando una delle sue dichiarazioni: 

« Ricordare tutto nella sua interezza è molto difficile […] quindi estraggo alcuni dettagli concreti e peculiari e mi sforzo di stamparmeli in testa […] quello di cui bisogna far tesoro è questa ricca collezione di dettagli concreti.»

Non è mia intenzione paragonare Lerner a Murakami (autore che peraltro amo svisceratamente), ma c'è qualcosa nel modo di narrare dell'autore statunitense che mi ricorda insistentemente il buon Haruki, forse l'attenzione quasi maniacale ai particolari, mai banali, o forse il tono gioiosamente malinconico del racconto di luoghi, persone ed eventi, fatto sta che eggere Lerner è riuscito in un'impresa quasi disperata: rasserenerarmi e spingermi a guardare per qualche istante il mondo con altri occhi. Nel mondo a venire è difficile se non impossibile definire una trama precisa e Lerner se fa quasi un vanto, immaginando di scrivere un libro casuale e autobiografico, senza trama e senza un finale predefinito, diverso da quello promesso al suo agente, libro che poi sarà proprio quello che il lettore si troverà in mano. Raffinatezze metaletterarie che, prodigiosamente, nel suo caso funzionano. Ultimo elemento, ma tutt'altro che secondario è la New York attaccata da un tifone tipicamente tropicale, evidentemente frutto del cambiamento climatico, raccontata con uno stupore rassegnato, come se la condizione della città fosse diventata un dato di fatto inevitabile. Un autore da non perdere di vista. 

Tutt'altro genere e tutt'altro ambiente in Omicidi Srl, di Alessandro Robecchi, un noir (definizione di comodo) scritto da un ex-editorialista de il Manifesto. La vicenda è quella di due killer a pagamento, entrambi dotati di partita IVA, il Biondo e Quello con la cravatta, che spacciano dietro lauto pagamento individui in qualche modo scomodi per i committenti. Ai due, forniti di una sede sociale e ricchi di una corposa esperienza si aggiunge in un secondo momento Francesca Aroldi, «stimata collega di cui hanno avuto modo di apprezzare la professionalità». Il compito ricevuto, dietro una rimessa a sei zeri, è quello di eliminare un ventenne che, tuttavia, risulta essere una brava persona, il che crea ai nostri qualche scrupolo di coscienza oltre a qualche problema di esecuzione. Al termine della vicenda sarà trovata una buona soluzione che, come si dice, salva capra e cavoli, ovvero il giovane e la mercede dei killer. 

Un noir – ripeto: definizione di comodo – che funziona in senso inverso rispetto alla norma. I tre assassini dietro pagamento risultano essere in definitiva, brave persone, al contrario dei loro committenti e delle loro vittime, accomunate da una passione assolutamente insana per il denaro e il potere. Luogo geometrico degli assassinii e degli scambi di denaro è una Milano irriconoscibile e insieme ovvia, per chi, come me, la conosca soltanto come metropoli affannata & anonima. A parte pochi momenti di stanchezza un buon romanzo, che scorre bene, sollecitando il lettore per la divertita rappresentazione au contraire del mondo della ricchezza, incredibilmente misero al confronto con l'etica attenta e scrupolosa dei killer a pagamento.  
 
Rosa Matteucci è un'autrice che, nonostante alcuni pareri contrari, che in ogni caso ammetto e fino a un certo punto condivido, ho sempre apprezzato e più volte recensito su LN-LibriNuovi e anche su questo blog. Qui parlerò di Cartagloria, pubblicato da Adelphi nel 2025, un romanzo relativamente breve (153 pagine) e per me, purtroppo, non all'altezza dei precedenti. Un esasperato autobiografismo non raggiunge i risultati di romanzi come Lourdes, risultando. ahimé, sterile e poco empatico. Le vicende della povera Rosa bambina, traversie sia di natura mistica che religiosa, non hanno risvegliato in me né il gusto blasfemo di certe sue tirate anticlericali, soprattutto rivolte contro la passione beghina di tante sue ipercredenti, né il piacere sfrenato di notare la sua passione antiautoritaria, seppure intrisa di fatica e di dolore. Alcuni elementi – il viaggio in India, l'incontro penoso con i Soka Gokkai o (di nuovo) il viaggio a Lourdes – sembrano voler risvegliare la passione di Matteucci per ciò che è antireligioso, ma sono fiammate flebili, soffocate dalla ricchezza dell'eloquio che, in questo caso, finisce per essere eccessivo e soffocante. Da notare che è proprio all'interno dei romanzi precedenti che la lingua di Matteucci, ricca, multiforme e sorprendente, riesce a rendere con assoluta precisione emozioni, ritratti personali, eventi e situazioni, mentre qui sembra ripetersi senza particolari guizzi. 
Il rapporto tra l'autrice, la religione e la famiglia, al centro in questo, come in altri suoi testi, è comunque divertente e particolarmente incisivo nella prima parte del volume, dove racconta della sua mancata educazione religiosa e di come ella tenti di comunicarsi ugualmente, senza rispettare le regole, con risultati tragicomici: 
 
«Dio mi aveva rifiutato. Dio aveva smascherato e puniva la bambina comunicata senza confessione e senza tutto l'adeguato apparato catechistico e familiare che deve accompagnare il sacramento.»
 
A questo incipit promettente fanno seguito altri episodi in qualche modo collegati, ma privi della dolorosa ironia di questa prima parte. In sostanza un libro accettabile e godibile per chi non abbia letto altro dell'autrice ma decisamente carente in rapporto ai precedenti. 
 
Murakami Haruki, Il mestiere dello scrittore, un "manuale" (definizione ovviamente insufficiente) dove l'autore racconta il suo rapporto con la scrittura, un'esperienza durata ben quarant'anni e che, a tutt'oggi, non è terminata. Personalmente credo di aver letto perlomeno tredici dei sedici romanzi da lui pubblicati, oltre a un numero indefinito di racconti, con (mia) piena soddisfazione. Qualche recensione la potete trovare qui e qui. Quanto a questa sua autobiografia travestita da manuale di scrittura non posso che riaffermare la mia considerazione e la mia stima assoluta per l'autore giapponese…
 
«Può darsi, però, che l'originalità sia imprescindibile da una cattiva accoglienza. Quindi ogni volta che qualcuno mi critica, mi sforzo di pensare in modo positivo: meglio suscitare reazioni decise, anche se ostili, piuttosto che tiepide.»
 
… dovuta anche ad affermazioni di questo genere, come per la sua convinzione che i premi letterari, anche i maggiori, possano essere una jattura per chi scrive, come per la sua voluta scarsa visibilità pubblica, l'antipatia per i mezzi di comunicazione di massa, il rifiuto a partecipare a giurie, la sua riluttanza di fronte all'insegnamento scolastico e all'atteggiamento ultrapragmatico della tecnologia contemporanea:
 
«Una delle cose che si trovano all'estremità opposta dell'immaginazione è l'efficienza. Ciò che ha scacciato dalla propria terra decine di migliaia di persone a Fukushima, se andiamo a cercare all'origine, è il valore attribuito all'efficienza: l'energia nucleare è efficiente, quindi è buona.»
 
Voi da che parte preferite stare: dalla parte dell'immaginazione o dell'efficienza? 
Un libro che merita leggere, anche se non fornisce consigli come una "scuola di scrittura creativa", al massimo suggerisce un modo personale di approcciarsi allo scrivere, in ogni caso prezioso. 
 
Un libro già letto e che ho riletto di recente, stimolato indirettamente dal club di lettura Solarpunk, è stato Il pianeta silenzioso di Stanisław Lem, ediz. originale 1986, ripubblicato in Urania Collezione da Mondadori, dopo l'edizione in Oscar Mondadori del 2022. 
La vicenda: l'astronave Hermes, in viaggio verso il pianeta Quinta, dal quale sono giunti segnali di una civiltà tecnologicamente avanzatissima, raggiunge il pianeta per scoprire che i Quintani sono violenti, poco comunicativi e impegnati in una guerra fratricida che continua, presumibilmente da anni.  Gli umani cercano di entrare in contatto con la nuova specie, ma sono costretti ad utilizzare sistemi sempre più draconiani, fino a distruggere la luna del pianeta, per ottenere una risposta dagli abitanti di Quinta che, tuttavia, sembrano considerare gli umani come "invasori". Ciascuna delle due parti in lotta li riterrà comunque alleati del proprio nemico. 
 
«Con il vostro fuoco e il vostro ghiaccio, non avrete altro da noi che trappole, inganni e travestimenti. Il vostro inviato può fare quello che gli pare. Dovunque andrà, troverà lo stesso silenzio di pietra […]»
 
Di fatto i Quintani non appaiono MAI nel romanzo, che non può che raccontare dei continui scontri, incomprensioni, litigi, ipotesi più o meno realistiche del personale umano dell'astronave, in merito alla posizione da prendere, alle reali condizioni del pianeta, ai motivi del silenzio e della silenziosa resistenza dei locali. Un atteggiamento sempre più aggressivo sembra essere l'unica risposta al silenzio degli alieni, una scelta sempre più pericolosa e, in ultima analisi, inutile. 
Lem non ha pietà nei confronti dell'umanità e come ne La voce del Padrone, mostra con un piacere amaro e desolante nel raccontare gli innumerevoli errori e incomprensioni nei quali gli uomini (N.B.:maschile sovraesteso) potranno compiere nel tentativo di accostarsi a una civiltà aliena, evidente metafora del comportamento più volte verificatosi nei rapporti tra diverse civiltà umane. Un romanzo non facile, ma assolutamente meritevole di lettura. 
 
Ultimo per questa volta: Occhi da cielo di Elia Gonella, vincitore del Premio Urania 2024. Un romanzo che ho letto e riletto con la netta sensazione di non riuscire ad afferrare il tema fondamentale del testo. Diciamo che l'aspetto principale e il più potente e suggestivo del romanzo è il rapporto con il cinema italiano degli anni '70. Per quanto riguarda l'aspetto fantascientifico, viceversa, ho fatto non poca fatica a coglierlo e ho qualche dubbio sul grado di suggestione capace di evocare. Elia Gonella scrive bene, non c'è dubbio: il grado di padronanza della lingua, l'alternanza sapiente dei tempi del romanzo tra passato remoto e presente, la potenza di alcune descrizioni e dei dialoghi, stringenti ed efficaci, sono tutti elementi che non è facile trovare in un testo che, secondo certi "emeriti", è di genere, ovvero di seconda classe. Eppure in questo lettore, al di là della non poca considerazione per la costruzione del testo, è rimasta la convinzione di un ritmo della narrazione spesso insufficiente o, raramente, un po' arruffata. Ruberò, per comodità, alla quarta di copertina del libro la presentazione del romanzo scritta dal curatore: 
 
«Nel 2034, una mummia di cinquemila anni riemerge da un ghiacciaio in scioglimento sulle Dolomiti. Sul petto […] un terzo occhio che si muove. […] L'occhio sfugge a qualsiasi analisi scientifica: l'unica pista è un film del 1986, in cui occhi d'argento simili a quello della mummia si moltiplicano come una pestilenza. […] Finirà in un vortice di enigmi, visioni e rivelazioni in un mondo sospeso tra la minaccia dell'apocalisse climatica e la promessa della vita oltre la Terra.»
 
Notevole l'idea della mummia, che come Ötzi, la Mumie von Similaun, viene a consegnarci un futuro possibile all'umanità: un'idea grandiosa che le dimensioni obbligate di Urania hanno probabilmente sacrificato. Nel frattempo, mentre spero in un'edizione integrale in Oscar Mondadori, faccio comunque i miei complimenti all'Autore, augurandogli ulteriori futuri interventi nel mondo narrativo. 
 
E gli altri libri iniziati? 
 
La letteratura nazista in America, di Roberto Bolaño: pagina 164 su 250. Non posso che ripetere la mia sensazione dopo la lettura delle prima 20 pagine: un libro – forse un trompe l'oeil –assolutamente unico e imperdibile. Sinceramente assolutamente spassosi – senza renderli ridicoli – i ritratti degli autori "nazisti" delle Americhe, soprattutto tenendo conto dell'assoluta apparente estraneità del mondo sudamericano rispetto all'Europa degli anni '30,
 
Affrontare l'infinito di Jonas Enander, pag. 97 su 319. Un libro immancabile per chi si interessa di cosmologia e astrofisica senza essere né un astrofisico né un cosmologo. Imperdibili le prime 70 pagine dedicate alle biografie degli scienziati che hanno dedicate la propria esistenza ai Buchi Neri. 
 
Alla prossima! 
 
 

1.7.26

Letture fatte, quasi fatte e da fare

 

È un sacco di tempo che non parlo di libri. Non ho abbandonato la lettura, anzi, ma il problema è stato che non avevo più tempo o voglia di scriverne. Può capitare? Sì, può capitare. Ma ho deciso di rimettermi in riga e provare a raccontare qlcs dei libri letti, iniziati e persino di quelli che leggerò. Per quanto riguarda questi ultimi preciso che si tratta di "alcuni" tra i libri che leggerò. Sono una di quelle persone che davanti a una bancarella, in una libreria, in un mercatino dell'usato, leggendo "La Lettura", scorrendo Facebook o in qualunque altro modo vi venga in mente, provo un impulso irrefrenabile ad acquistare uno o due o tre libri… Il risultato è che mi capita con una frequenza allarmante di scovare libri acquistati ere geologiche fa tuttora da aprire… 

Cominciamo con una vecchia conoscenza, Ian McEwan, del quale ho scritto alcune recensioni (1) e che mi sono ritrovato davanti con un libro – Quello che possiamo sapere – uscito in versione originale nel 2025 e tradotto da Susanna Basso per Einaudi nel corso del medesimo anno. 

Una volta stabilito che si tratta di un romanzo, abbiamo a che fare con un primo problema: McEwan inizia il testo con: 

«Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough (…)» 

Si tratta di fantascienza? In fondo anche con Macchine come me McEwan aveva giocato con i "generi", in apparenza creando un testo di fantascienza, ma siamo fuori strada: l'autore sta giocando tra l'oggi e un domani possibile – nel libro divenuto reale – il Grande Disastro e l'Inondazione che hanno distrutto il mondo della prima parte del XXI secolo, affondando gran parte delle terre emerse. Nulla a che vedere con i canoni "classici" della sf, né novum né speculazione tecnico-scientifica. 

«Ma gli abitanti del XXII secolo, sopravvissuti a questa catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia, ora con una sognante nostalgia». 

E parte di questa rabbiosa e sognante nostalgia può incarnarsi nella fissazione del protagonista, Thomas Metcalfe, studioso della letteratura del periodo 1990-2030, per la fantomatica Corona per Vivien del grande poeta Francis Blundy, in apparenza perduta per sempre. La passione di Thomas per il poeta e soprattutto per la sua epoca occupa per intero la prima parte del romanzo, trasformando la sua nostalgia in un felpato e crescente orrore per la nostra sorte. La ricerca di Metcalfe del prezioso manoscritto procede in modo disordinato e con lunghi periodi di stanchezza; spesso Thomas prova a "immaginare" la serata nella quale Blundy lesse la sua Corona per Vivien, una descrizione febbrile e insieme nostalgica, una nostalgia di ciò che non si è vissuto: una nostalgia crudele. Le sue ricerche giungono infine a un'apparente soluzione che lo condurrà nell'isola dove sorgeva "Il Casale", la residenza del poeta…

Ma l'ultima ricerca di Metcalfe rimane sospesa e non detta, mentre entra in scena, nella seconda parte del libro, il racconto in prima persona di Vivien, la moglie di Blundy. Siamo tornati indietro di un secolo e passa e la vicenda e le disavventure della donna sono raccontate con puntiglio e chirurgica precisione, fino alla conclusione che riprende e termina in modo inaspettato il tema della Corona, interrotto nella prima parte con Metcalfe e la sua ricerca.

Come definire l'ultimo libro di Ian McEwan? Non facile, ma importante, un libro basato su un sentimento insieme composto e disperato di distacco, su una rottura definitiva. Il nostro tempo se ne va, rabbioso e felicemente difficile, un tempo che il mutamento climatico si prepara a modificare irreversibilmente. Non si può che ringraziare l'autore per averlo raccontato.

*** 

Il volto dipinto di Oliver Onions, un libro di 361 pagine, edito da Hypnos, editore che apprezzo non poco, che ha ripescato e reso disponibili autori di gotico e horror semidimenticati o sconosciuti in Italia. Tutto ciò detto, devo ammettere di aver letto solo 191 pagine del testo, sostanzialmente solo Il Volto dipinto. Ma facciamo un passo indietro: Oliver Onions è presentato come «Uno straordinario autore del weird classico» e ha operato negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale. 

«Filo conduttore del romanzo e delle storie contenute in questo volume è il risveglio della mitologia pagana, attraverso lo specchio della psicoanalisi, della rivisitazione del mito di Venere e di Pigmalione (…)»

Tutto chiaro? Beh, più o meno. Sinceramente non sono riuscito a provare nemmeno un brivido piccolo piccolo nel leggere il romanzo breve, solo un moto di tristezza nel constatare il destino finale della povera Xena, protagonista della vicenda. Probabilmente sono un po' allergico alla prosa ricca e ricercata di Onions e ancora più allergico al revival della mitologia pagana. O forse sono troppo ingenuo per cogliere i preziosi riferimenti inseriti nel testo. Mi accontento di segnalare qui l'uscita del volume, augurando comunque ogni bene all'editore.

*** 

Ucronia di Emmanuel Carrère, un Piccola Biblioteca Adelphi, 160 pagine, 14,00 euro. Soldi ben spesi. Un po' perché anch'io mi sono impegnato in questo sottogenere letterario e un po' perché sono comunque appassionato di storia e di "controstoria". La domanda fondamentale di Carrère è: ma l'ucronia è una stupidaggine o merita un minimo di attenzione e qualche riflessione? La risposta dell'autore è ovviamente che l'Ucronia è una fondamentale testimone dei tempi e che è proprio il suo essere frutto di speculazione storica a renderla affascinante.

«Che nasca dal rimpianto o dalla ribellione, da un credo filosofico-religioso o dall'attrazione per gli infiniti possibili, ogni opera ucronica è destinata a falcidiare certezze, a dinamitare la nostra visione del mondo.»

Questo, in breve, il pensiero di Carrère sull'Ucronia, e per farlo cita numerosi autori e titoli scritti dal XIX secolo in poi, con un'evidente conoscenza (o passione) per gli autori in lingua francese, – Louis Napoléon Geoffrey-Chateau con il suo Napoleone imperatore del mondo, Marcel Thiry, René Barjavel, Charles Renouvier e altri – ma citando anche P.K.Dick, autore de La svastica sul sole, Sarban, Il richiamo del corno e persino Jorge Luis Borges, in un piccolo racconto. L'altra morte. Un difetto non piccolo per un lettore italiano è l'assenza di citazioni per Guido Morselli, autore di Contropassato prossimo, un esempio davvero notevole di Ucronia nostrana e di cui non mi stancherò mai di raccomandare la lettura, ma in ogni caso una lettura edificante e "dinamitarda" per un lettore abituato a letture più rilassanti.
 
 ***
 
Andymon, di Angela e Karheinz Steinmüller, è un romanzo pubblicato per la prima volta in DDR nel 1982, ripubblicato in Germania nel 2004, tradotto da Beatrice Sensini e pubblicato in Italia da Del Vecchio nel 2025. Lo acquistai al Salone del Libro del 2025 e lo posseggo autografato dagli autori, un piccolo valore aggiunto. Il sottotitolo è: «Un'utopia nello spazio» e il valore del romanzo come utopia non è una semplice vanteria. Penso che tutti coloro che hanno una qualche dimestichezza con la fantascienza abbiano presente il concetto di "Astronave generazionale": si tratta di una astronave inviata nello spazio per un viaggio di lunghezza tale da prevedere che siano necessarie più generazioni per giungere alla destinazione. Personalmente ho sempre trovato semplicemente agghiacciante tale idea, ma questa soluzione per i viaggi interstellari ha trovato non pochi appassionati narratori, da Robert Heinlein a Brian Aldiss a Arthur C. Clarke a Samuel Delany a Lino Aldani (Eclissi 2000) e tanti altri. 
Anche in Andymon abbiamo a che fare con una generazione nata su un'astronave colossale, organizzata con ambienti "naturali" e con personale robotico in grado di prendersi cura delle creature nate a bordo e di raccontare in forma di fiaba la sorte del pianeta Terra che i piccoli non hanno mai conosciuto. Dopo una lunga serie di eventi finalmente i nostri arrivano su Andymon, "quarto pianeta del sistema della stella fissa Ra" e da lì prenderanno il via le nuove avventure della colonizzazione con gli inevitabili errori, incomprensioni, ostilità e riconciliazioni. 
Andymon è un romanzo di fantascienza, certo, ma con una componente di Bildungsroman (romanzo di formazione) tutt'altro che trascurabile, il che ne fa un tipo di vicenda fantascientifica carica di riferimenti personali e di storie biografiche che non è facile incontrare. Forse il numero eccessivo di personaggi può risultare un problema, ma si tratta di una conseguenza ovvia per un romanzo corale che comunque non ha – se non molto raramente – momenti di stanchezza. In sostanza una lettura che consiglio, tenendo conto che si tratta di un libro di 500 pagine e che non è consigliabile leggerlo la sera, prima di dormire. 
 
Questo per i libri scelti tra quelli che ho finito di leggere, passo ora a quelli in lettura ma non ancora terminati. 
 
Giovanni Oro, Sonata per una luna morente, Delos Digital, pagine 129 su 287. Un ottimo romanzo, forse (e sottolineo forse) non perfetto sul piano del Worldbuilding alieno – la luna di un gigante gassoso avrebbe forse meritato qualche cenno in più sulla sua geologia, atmosfera e tempo locale – ma assolutamente magistrale nella creazione di una potente metafora dell'umanità ammericana alle prese con una civiltà aliena, ovvero impegnata nella sua sistematica distruzione. Il fatto che gli alieni vittime di questo apparente peacekeeping siano gatti, rende il romanzo più godibile per chi, come me, possiede e ammira quotidianamente le gesta della gatta che ospita volentieri. 
Altrettanto magistrale il profilo di Lila e di Fara, due gatte/aliene, la prima una fanatica appassionata musicista che si illude (e continuerà a illudersi? Questo potrò dirlo soltanto una volta finito il romanzo) di poter riavere il proprio strumento e di poter godere ancora del suo pubblico, la seconda, una cantante, disillusa e ferita, incapace di adeguarsi alla nuova situazione del pianeta. Storia a parte, e altrettanto ben condotta, quella di Jacques, un volontario che agisce guidato da una IA interna e che non riesce a trovare normale e accettabile la situazione creatasi. Un accenno, infine, alle "bande" di gatti irregolari, nate con il crollo della società civile aliena, che non possono non ricordare situazioni simili nella ex-Jugoslavia, in Siria, Sudan del Sud, Mali, Niger eccetera. Davvero un buon romanzo, che tra l'altro dimostra che è la metafora uno degli aspetti centrali della narrazione fantascientifica e non l'inutile sforzo futurologico che non le appartiene e non le è mai appartenuto.
 
*** 
 
Nel mondo a venire di Ben Lerner, Sellerio Ed., ed. orig. 2014, traduzione di Martina Testa, pagine lette 174 su 287. 
Un romanzo curiosamente riposante, essenzialmente per i modi amichevoli e intimi del narrare. La sensazione è che Lerner ci possa mettere anche un'intera pagina per raccontare di come un personaggio si infili un paio di scarpe, ma non è una critica, sia chiaro: questo narrare iperrealista regala un fascino del tutto particolare al libro, un grado di confidenza inattesa che risulta perfettamente intonata con le descrizioni di una New York terminale. Leggermente o felicemente intollerabili i racconti delle cene tra intellettuali newyorchesi, con gli odi, le gelosie, le piaggeria, le finzioni eccetera: nulla di nuovo, sia chiaro, ma un clima e un milieau che si ritrovano paro paro in Italia. Un buon libro, finora. 
 
***
 
Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America, Adelphi, trad. Maria Nicola, pag. lette 20 su 250. Lo so, sono appena all'inizio del libro e allora? Il dato di fatto è che 
Bolaño è un genio e questo suo volume è una caramella talmente prelibata che tardo a ingoiarla per intero, centellinandola come un Nebbiolo del 1960... Ovviamente ciò che racconta l'autore è inventato dalla A alla Z, dai nomi degli autori alle opere pervicacemente elencate in coda al volume e la cosa davvero interessante è che Bolaño non ci informa se qualcuno dei libri o degli autori siano per caso realmente esistiti. Intanto devo ammettere di essere rimasto davvero impressionato dalla piccola biografia letteraria di Edelmira Thompson de Mendiluce che se non è vera è comunque verosimile, anche per il sottile humour di una narrazione perfettamente credibile. 
 
E adesso tre rapidi accenni ai libri che mi aspettano. 
 
1) Carlo Rovelli, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino 2025, pp. 136. «Ci sono atomiche sufficienti per a bruciare viva l'umanità. E stiamo litigando» Un libro che non parla solo di fisica e di guerra, ma parla soprattutto di noi, del futuro che stiamo costruendo e delle decisioni che dobbiamo prendere oggi. Qualcosa da aggiungere? No, penso proprio di no. 
 
 
2) Tullio Avoledo, Furland®, Chiarelettere, 2018, pp.225. «Perché il Friuli non è più una regione, nell'Italia post 2023. È stata combattuta una guerra d'indipendenza, l'enigmatico Vittorio Volpatti ha preso il potere, convincendo il popolo che l'unica strada possibile […] fosse trasformare la regione in un parco divertimenti a carattere storico
Ho letto poco di Avoledo, in vita mia, e di quel poco ricordo soltanto una curiosa sensazione di estraneità e di assurdo. Un ottimo motivo per leggerlo. 
 
3) Jonas Enander, Affrontare l'infinito, i buchi neri e il nostro posto sulla Terra, Neri Pozza 2026, pp. 345. 
«C'è un modo per sapere che cosa accade dentro un buco nero: aprire questo libro, entrarci, iniziare il folle viaggio insieme al suo autore, il fisico e divugatore Jonas Enander.» 
Ho acquistato e intendo leggere questo libro per motivi essenzialmente "professionali": ho infatti intenzione di scrivere un racconto o un romanzo breve sul tema dei buchi neri, un componente apparentemente assurdo dell'universo che mi ha sempre affascinato e che ora, con le ipotesi nate di recente sulla funzione ontologica dei buchi neri primordiali, mi ha definitivamente conquistato. Ne saprete qualcosa anche qui. 
 
Alla prossima! 

(1) Macchine come me / La ballata di Adam Henry / Espiazione (c/o LN-LibriNuovi).

 

6.6.26

Scrivere come lavoro. Ma ne siete sicuri?

 

Io scrivo, come avranno capito coloro che seguono questo blog. Scrivo da più di cinquant'anni, un oceano di tempo a pensarci bene. Ho scritto una sessantina di racconti, ho curato insieme a Silvia Treves la serie «Fata Morgana», ho contribuito alla realizzazione di ALIA e ho curato personalmente sei antologie per ALIA Evo, scritto sette romanzi lunghi (1) – quattro di sf, uno di ucronia, uno umoristico e uno di fantasy –, quattro romanzi brevi di sf (2) oltre ad un romanzo cyberpunk (3) insieme a Silvia, oltre a qualche centinaio di recensioni sul sito di LN-LibriNuovi e poco meno di un migliaio di interventi su questo blog. Un sacco di lavoro, il tutto mentre facevo il mio lavoro reale, il libraio, per una quarantina d'anni. 

Di tutto ciò quanto ho pubblicato? Beh, senza contare ciò che ho pubblicato sotto il nome della mia vecchia libreria, CS_libri, solo alcuni racconti e qualche presenza in antologie, più o meno il 4% di quanto ho scritto. Ma, a parte qualche momento di scoramento, durante il quale mi convincevo che avevo soltanto sprecato un sacco di tempo e di parole e che a nessuno fregava un kz dei miei scritti, non ho mai smesso di scrivere. Una testardaggine notevole, davvero. Probabilmente un modo per stabilire che sono da sempre un po' fissato, uno senza speranza. 

Ma il mio vero problema è un altro. Nel corso di questi anni ho provato solo una volta a inviare qualcosa a un editore, nel caso alla defunta Editrice Nord, con susseguente gentile lettera di rifiuto. La mia conoscenza del settore, derivata dalla mia professione, mi ha sempre bloccato al momento dell'invio all'editore di turno di un manoscritto. Ho conosciuto personalmente l'allora direttore editoriale della Bollati-Boringhieri, che mi ha condotto in una stanza vuota della case editrice – tre metri x quattro, non uno sgabuzzino – dove erano accumulati i manoscritti inviati dai possibili autori, pile alte un metro o due e che probabilmente nessuno avrebbe avuto il tempo per guardare. No, non ci tenevo a finire in una simile cattedrale di illusioni. 

Ho provato a partecipare ad alcuni concorsi, ottenendone una coppa, un paio di targhe, un vero successo – il Premio Omelas nel 200 – ma anche alcuni dolorosi fallimenti con il Premio Calvino e il Premio Urania. Ho anche partecipato in più occasioni a giurie per piccoli premi giungendo alla conclusione che spesso ad ottenere il primo premio non sono i testi più interessanti o innovativi ma soltanto quelli che non provocano feroci discussioni in seno alla giuria, quelli che tutti dicono: «Sì, sì, nulla di straordinario ma non è per niente male.» E in fondo è probabile sia giusto così: la narrativa procede per accumulazioni successive e solo raramente grazie a uno scatto improvviso o a un cambio di paradigma, un po' come la teoria dell'Evoluzione.

Esistono poi le scuole di scrittura creativa, cominciando dalla Holden, fondata da uno scrittore molto appariscente ma vuoto come un barattolo in spiaggia. Lasciamo perdere. Ne ho anche fondata e seguita una insieme a Silvia Treves – peraltro assolutamente gratuita – raggranellando alcuni entusiasti: un lavoro sicuramente utile e positivo ma non poteva fare molto per aiutarli a pubblicare. Nulla di troppo importante, ma potete leggere QUI qualche frammento del lavoro a suo tempo condotto. 

 


Una volta scartati i concorsi, gli editori e le scuole di scrittura creativa, che cosa resta? Beh, non molto, a essere sinceri. Esistono i social, dove qualunque messaggio dure un mattino e poi scompare e poi i blog, una voce ormai consumata. Recentemente ho utilizzato un social particolare, Substack, dove ho potuto caricare poco più di quaranta racconti, ripescati dalle profondità del pc che ho dovuto abbandonare per motivi microsofteschi. Un buon esercizio, ma che non modifica di molto il rapporto con i lettori. 

Già, i lettori. Una categoria di individui che secondo le classifiche dell'AIE sono in costante diminuzione. Meno di un italiano su due legge almeno un libro all'anno, una categoria, questa dei lettori di un singolo libro/anno, un po' ridicola, come lo è quella del forte lettore che legge dodici libri all'anno, mentre in Germania e Francia lo è chi legge almeno VENTI libri all'anno. Certo, esiste un forte mercato dell'usato, soprattutto nelle regioni meridionali, esistono i libri fuori catalogo o di editori falliti venduti al 50%, i libri sottratti nei magazzini editoriali, le biblioteche ecc. ecc. oltre naturalmente ai libri elettronici letti sugli e-reader, ma di questo folto gruppo di libri e di lettori è difficile o impossibile sapere alcunché. E gli autori? Circola una voce secondo la quale esiste uno scrittore e più per ogni lettore, voce che ritengo verosimile anche, se ovviamente esagerata, nella categoria degli autori italiani di fantascienza, che si rivolgono a un gruppo di lettori ridotto – in Italia i laureati in materie scientifiche sono la metà di quelli presenti nelle principali aree europee – e spesso di età decisamente avanzata e di gusti sorpassati... Un po' come il sottoscritto. 

Scrivere come lavoro? Una fesseria, siamo seri. Gli autori divenuti famosi e che scrivono in italiano, lingua bellissima ma poco parlata, non sopravvivono grazie ai diritti d'autore ma grazie alle collaborazioni con i grandi giornali e anche così molti di loro devono inventare qualcos'altro – scuole di scrittura creativa, collaborazioni, interventi ecc. – per riuscire a sopravvivere. 

In sostanza: ho davvero sprecato tempo e fatica nello scrivere per anni e anni?  Molto probabile. Ma il mio problema è quello di non riuscire a smettere, nonostante tutto. E penso che la mia ultima ora arriverà davanti allo schermo di un PC. In fondo ci sono modi peggiori di morire... Alla prossima!

(1) Titoli: Ultima stella, Settembre, U.K.R., Il settimo clone, Calibano, Il mare obliquo, Amadeus

(2) Titoli: Il perdono a dio, Zero, Leggere al buio, Luna lontana

(3) Riduzione a icona

 

 

21.9.22

Una recensione a «Stazione Diadema»



Come qualcuno saprà, qualche tempo fa Antonino Martino mi scrisse per comunicarmi che aveva appena acquistato "Stazione Diadema". Lo ringraziai, eravamo in luglio, ma poi, preso dall'impegno per ALIA Evo 5.0, me ne dimenticai. Ma oggi il buon Nino mi ha spedito la sua recensione all'e-book, pubblicata sulla pagina di Amazon, e non posso fare a meno di presentarla qui, se non altro per poter – semel in anno – mostrare qui la mia coda di pavone che, comunque, chiunque scriva possiede. Aggiungo che Nino non mi deve nulla, non siamo parenti, non gli ho promesso alcunché e non ho rapito un suo parente minacciandolo di morte. 


Per chi ha voglia di leggerla: 

***

"Una splendida allegoria. La stazione diadema è la vecchia stazione spaziale internazionale. Sulla terra gli anni sono trascorsi. C’è stata una terribile pandemia che ha alterava il DNA , c’è stata una guerra dichiarata dalla federazione russa (non è stato scritto oggi ma qualche tempo fa…). Ci sono ferree leggi e caccia ai mutanti, che assumono a volte sembianze miste di umani e animali, a causa del DNA impazzito. Quelli che possono fuggire raggiungono la vecchia stazione spaziale, la ricostruiscono con gli infiniti scarti in orbita, ne aggiungono pezzi. La stazione diadema ha un’economia circolare, produce tutto, la ricerca è su sistemi ecologici avanzati, per necessità di sopravvivenza. Sulla Terra impazzano le sette. Periodicamente la stazione spaziale viene attaccata. Bisogna cancellare l’abominio. La devianza, le devianze di ogni tipo non possono essere accettate, soprattutto se da loro viene la possibilità di un mondo diverso, più umano. Il protagonista, che da il punto di vista della narrazione è raccolto naufrago dello spazio, dato per morto e abbandonato dai cosiddetti umani. Vive con loro, impara a conoscerli, scopre l’incredibile possibile convivenza di persone completamente diverse una dall’altra, ciascuna con le proprie devianze, a volte assurde. Li aiuta a sgominare un sabotaggio di un folle. E l’ennesimo attacco della terra viene debellato. Un racconto denso di riferimenti, di stilettate, di critica sulla società attuale. Uno stile maturo, realistico nei dettagli anche scientifici. Un allegoria per dire che saranno i reietti, i dannati della terra, gli anomali ad avere la possibilità di costruire un mondo futuro che sia veramente umano. Scorrevole, brillante, umanissimo, ricco di spunti e si legge di un fiato. Cinque stelle con lode. Vale veramente la pena di leggerlo" (Antonino Martino)

 


 

14.6.22

Letture varie & disordinate

È passato abbastanza tempo dall'ultima volta che ho scritto di libri in queste pagine e nel frattempo, com'è ovvio, ho letto non poco. Adesso, avendo cambiato casa, non ho più una pila di libri che pencolano su un angolo della scrivania – dove adesso traballa la pila dei libri da leggere "presto" –, ma uno scaffale d'angolo dove deporre i libri letti. A questo punto siamo a… quattordici tomi, che essendo lo scaffale piccolo (vedi foto) rischiano di precipitare giù. 
 

A questo punto diventa non solo importante (importante, poi, papparapappà) ma addirittura urgente parlare almeno di sei o sette libri tra quelli letti. 
Da dove iniziare? Beh, con un megavolume edito da Orma, letto con una certa fatica, soprattutto in posizione orizzontale, scritto con un carattere 10 (e le note in corpo 8) e che costituisce il volume quinto della la collana "Hoffmanniana", dedicata ad uno dei miei miti personali: Ernest Theodor Amadeus[*] Hoffmann. 
Il volume – primo tomo del volume completo – raccoglie i testi nati con «I fratelli di Serapione», un modo di procedere che ha illustri precedenti – basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer o al Decameron di Giovanni Boccaccio – ovvero una serie di vicende narrate da un gruppo di amici: i Fratelli di Serapione.   
Tra queste appaiono alcune delle più note novelle di Hoffmann, «Il consigliere Krespel», «Schiaccianoci e il re dei topi», «Gli automi», «Una storia di fantasmi», «Il bambino misterioso». 
Ma, oltre alle novelle maggiori, la sorpresa che il volume riserva è nelle piccole storie che vi appaiono, vicende che sono sicuramente "minori" ma che hanno il grande pregio di regalarci il punto di vista di Hoffmann sulla realtà del suo tempo. Su Napoleone e sulla guerra in atto, sulla musica e sui musicisti dell'epoca, sull'arte, la pittura e gli artisti, sul romanticismo – del quale Hoffmann fu uno dei maggiori rappresentanti – e sulla scienza dell'epoca: dal mesmerismo, fenomeno di gran moda all'inizio del XIX secolo, alla neonata psicologia fino alla pedagogia – pochi scrittori sono così nettamente e radicalmente dalla parte dei bambini. 
 

Altrettanto godibili gli intervalli tra una storia e l'altra narrati dagli amici, i "Fratelli di Serapione", Lothar, Ottmar, Cyprian e Theodor, in alcune occasioni anch'essi divenuti protagonisti di qualche novella raccontata davanti al fuoco. 
Il volume si segnala anche per l'accuratissima traduzione e revisione dei testi, con un livello di precisione e di attenzione che giunge in qualche occasione a spiegare talune scelte lessicali, grammaticali o fonetiche di Hoffmann – fascino che temo sarà inesistente per chi non conosce o non ama la lingua di Goethe – e per le immagini raccolte al centro del testo, tutte in qualche modo legate ai testi presentati. 
A colpire in modo particolare, tuttavia, è il piacere di Hoffmann nel renderci complici della sua sottile cattiveria, del suo gusto per il rovesciamento di senso e per lo sberleffo della pubblica morale, per il piacere di narrare da un punto di vista strettamente personale, mettendo in scena mondi ulteriori, tanto assurdi da poter rientrare di diritto in qualsiasi elenco psichiatrico, e di muovere al sorriso anche raccontando di spaventevoli tragedie e di orripilanti peccati. 
Davvero curioso, comunque, il modo nel quale Hoffmann presenta la passione amorosa, raccontata come un'affezione al limite della malattia mentale, qualcosa che paralizza, che rende ciechi e folli, che impedisce di comprendere realmente che cosa sta avvenendo e perché. Un amore "romantico", si direbbe, se non fosse che lo stesso autore ha modi lievemente ironici nel raccontare la follia d'amore, dandone una raffigurazione in qualche modo oggettiva, pur senza mai diventare sarcastica e mostrando partecipazione e un pudico affetto per i suoi personaggi.
Ultimo particolare per il quale è doverosa una precisazione: l'apparato di commento e di note risulta davvero impressionante. Così lo descrive Matteo Galli, il curatore, nella sua introduzione: 
 
Nel gennaio del 2016 […] inviai a una settantina di accademici una mail in cui chiedevo la disponibilità a tradurre e curare uno al massimo due dei racconti che compongono I fratelli di Serapione. […] Ricevetti una valanga di risposte. Colleghe e colleghi – professori ordinari, associati, in pensione, ricercatori, assegnisti, contrattisti, dottorandi: un bel pezzo della germanistica italiana, dunque – si dichiararono con entusiasmo e generosità disposti a collaborare al progetto.
 
E di questo entusiasmo vive il testo, nel gran numero  e impressionante ricchezza delle note al testo e nelle lunghe note di apertura che presentano il testo e la traduzione. Unica osservazione finale, con un consiglio: leggete separatamente il testo e le note al testo: si tratta letteralmente di due testi che procedono paralleli e leggere le note prima o dopo la novella non vi renderà impazienti o esasperati e non vi capiterà di saltarle bellamente come è capitato a me… 
...


Passiamo adesso a due (2) gialli, un genere che non amo follemente ma che non mi dispiace ogni tanto frequentare. 
Ma anche parlando di gialli, è inevitabile per me andare un po' fuori dalle righe. Infatti il primo che presenterò è in realtà un romanzo basato su un tema ucronico: SS-GB I nazisti occupano Londra di Len Deighton, [ed. or. 1978], e il secondo è 1793 di Niklas Natt Och Dag [ed.or. 2017], ambientato nella Stoccolma della fine del XVII secolo. Non molto a che vedere con il poliziesco classico o con il noir contemporaneo, me ne rendo conto, ma sono sempre stato affascinato dall'ambiente nel quale i gialli maturano più che dai moventi dell'assassino o dai modi di procedere dell'investigatore.
Il romanzo di Deighton ha un'ambientazione ovviamente fantastica, ma un "fantastico" con salde radici nel reale. Come in tutti i testi di ucronia il romanzo è basato su un dato di fatto possibile – anche se non realmente accaduto – ovvero l'invasione della Gran Bretagna da parte dei nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale e la situazione degli inglesi in seguito all'invasione. 
Protagonista Douglas Archer, ispettore di Scotland Yard affiancato dal suo sergente, Harry Woods, – entrambi sottoposti a un capo dell'intero sistema poliziesco: il Gruppenführer SS (generale) Fritz Kellerman.
A sorprendere nel romanzo di Deighton è il punto di vista di Archer, che, pur senza esserne entusiasta, accetta come un dato di fatto l'occupazione tedesca e cerca innanzi tutto di continuare onorevolmente il suo lavoro. Il vero problema, come l'ispettore presto scoprirà, è che il caso al quale sta lavorando – la morte di un antiquario dedito anche a traffici non del tutto legali – finirà per coinvolgerlo in una complessa vicenda, che riguarda il suo capo, Fritz Kellerman, lo Standardenfürher Huth dell'ufficio centrale per la sicurezza di Heinrich Himmler, l'SD, l'Abwehr e la [Ge]heim [Sta]at [Po]lizei, la presenza e le iniziative della resistenza britannica, gli agenti segreti americani, i fisici dediti allo studio di una misteriosa "nuova arma" e il Re Giorgio VI, da liberare e condurre negli USA. Ovviamente mantenere la barra a dritta in un simile intreccio di poteri e di manovre più o meno palesi o evidenti non è facile e la sensazione è che talvolta Deighton non sia riuscito a tenere insieme la successione degli eventi e le vicende del suo protagonista, chiamato a scelte via via più complesse. Nell'insieme, comunque, un testo gradevole anche se a tratti affannoso e con un numero talvolta eccessivo di personaggi dai tratti non abbastanza definiti. Da notare che comunque l'autore non ha voluto calcare la mano sul tema della persecuzione razziale a carico di ebrei e altre minoranze, probabilmente ritenendo che una Germania nazista vincente non avrebbe voluto condurre in porto la Soluzione Finale del problema ebraico, decisa nella realtà a Wannsee il 20 gennaio del 1942. Personalmente, avendo presente l'approccio di Adolf Hitler alle teorie antisemite, vissute come condizioni irrinunciabili per un futuro degno del Volk, ovvero degli ariani, mi permetto di avanzare qualche dubbio in proposito e, parlando per pura ipotesi, temo che il nazismo avrebbe tratto forza e maggiore convinzione da un'ipotetica vittoria contro la Gran Bretagna. Ma, per l'appunto, si tratta di semplici ipotesi. 
... 
 


1793 è ambientato nella Svezia della fine del XVIII secolo, l'anno successivo alla morte di Gustavo III, con il paese tormentato da una guerra sotterranea tra la nobiltà e la borghesia, sostenitrice del Ricksdag – gli stati generali svedesi – e governata da Gustav Adolf Reuterholm durante il periodo della reggenza, con il nuovo re, Gustavo IV Adolfo, che all'epoca aveva soltanto 14 anni.
Protagonisti della vicenda sono Mickel Cardell, «un reduce dalla guerra contro la Russia che, nonostante abbia lasciato il braccio sinistro sul campo di battaglia, possiede ancora una forza quasi sovrumana» e Cecil Winge, «geniale procuratore ormai consumato dalla tisi»**. 
La vicenda si apre con il ritrovamento nel quartiere di Södermalm di un cadavere orrendamente mutilato.  A ritrovarlo è Cardell che, faticosamente, lo ripesca dalle acque fangose del Fatburen.
A occuparsi delle indagini viene incaricato Cecil Winge, un ottimo procuratore, anche se non particolarmente amato dai dirigenti, e colpito da una tisi molto avanzata, cosa che non gli impedirà comunque di svolgere, anche se con non poche difficoltà, il suo lavoro. Già perché la Svezia sotto il governo di Reuterholm è un luogo siffatto: 

«Dovete tenere a mente che i requisiti più importanti per quel lavoro sono un'irriducibile fedeltà al regime attuale, accompagnata dalla tendenza al servilismo e all'adulazione.»

Ciò che man mano emerge faticosamente dalle indagini è la compromissione di una delle famiglie più in vista nella Svezia dell'epoca e che il colpevole dell'allucinante omicidio, lo ha compiuto per cancellare il peccato di una passione imperdonabile.
Un giallo affascinante per il tema e l'ambiente – sia pure con qualche passaggio un po' prolisso – e con due personaggi che non è facile dimenticare ma con alcuni difetti (ovviamente secondo la mia personale sensibilità) che è altrettanto difficile rimuovere. Lo sforzo dell'autore di presentare la vita quotidiana nella Svezia dell'epoca lo porta talvolta a sottolineare in maniera eccessiva la brutalità endemica di alcuni ambienti, la sporcizia e l'incuria nella vita di ogni giorno, l'ubriachezza condotta a regola di vita, la rabbia che cova disordinatamente sotto la cenere, i soprusi compiuti dalle autorità costituite, il malaffare, la corruzione e la sostanziale disonestà di chiunque occupi una carica pubblica. Il quadro che ne deriva è quello di una società insieme falsa, bigotta e disperata. Jean Michel Cardell, per gli amici Mickel, appare così talvolta una sorta di sfortunato castigamatti in un mondo incapace di distinguere il giusto dall'ingiusto. In quanto a Winge, rappresentato nella parte finale della propria vita, è un investigatore dotato di un'etica cristallina e davvero geniale, capace di fingere o di mentire in nome di un livello più alto di giustizia, ma evidentemente destinato a una fine prematura.
Il romanzo, obbligato dalle premesse e dall'intreccio a giungere a rappresentare l'orrore puro, deve rialzare costantemente la gravità dei peccati commessi fino a mettere in scena un dramma probabilmente troppo carico di sangue e di orrore per risultare credibile fino in fondo. Lo so, c'è un problema di "sospensione di incredulità" e in questo devo ammettere la mia insufficienza di lettore. Preferisco non esprimere giudizi in merito, lasciando ai lettori il compito non facile di stabilire la necessità di taluni passaggi. In ogni caso non posso che plaudire lo sforzo, avvertibile senza difficoltà in mille episodi, sull'informazione storica e sociale, tali da riuscire a rappresentare una città come Stoccolma nel suo momento particolare e nel suo divenire storico. 
... 

La chiocciola sul pendio, di Arkadij e Boris Strugackij, è stato pubblicato per la prima volta nel 1966 e (meritoriamente) ripresentato in Italia da Carbonio editore, «considerato dai fratelli Strugackij il loro romanzo più completo e significativo»***.
Il testo si apre con Perec, un anonimo impiegato in attesa di traferimento dall'Ispettorato per gli Affari della Foresta, entità burocratica dalle attività e finalità oscure, costruita a strapiombo sulla Foresta, così descritta:
 
… Le verdi paludi bollenti, i pavidi alberi nevosi, le rusalki che si riposano sulla superficie delle acque, sotto la luna […], gli aborigeni enigmatici e circospetti, i villaggi deserti…

Foresta nella quale, a quanto pare, nessuno di coloro che lavorano all'Ispettorato è mai andato, limitandosi a parlarne o a disquisirne con apparente competenza. 
Segue l'apparizione di Kandid, cittadino di uno dei villaggi della foresta, a quanto pare altrettanto deciso ad andarsene per raggiungere una fantomatica città, forse posta su una collina o forse no, ma comunque al di fuori della cinta del grande bosco. 
Le vicende di Perec (cognome a suo modo indicativo, cfr. Vita, istruzioni per l'uso) e di Kandid – voltairiano, se vogliamo – si inseguono capitolo dopo capitolo, in due storie parallele che non procedono in nessuna direzione, senza che nessuno dei due riesca ad allontanarsi davvero dal luogo nel quale si trova ma, come in certi sogni tormentosi, continuando a essere interrotti o deviati facendo incontri inattesi o sorprendenti ma anche assurdi, insulsi o deteriori, ad ascoltare storie incredibili o dementi, a doversi misurare con eventi improbabili o oggetti nati da una fantasia malata o felicemente demente. Il romanzo si rivela così un delizioso monociclo inchiodato, sul quale è possibile pedalare a perdifiato senza giungere da nessuna parte, una felicissima metafora dell'URSS degli anni '60, tesa in una corsa a perdifiato per non andare in nessun luogo, we all road to nowhere, come cantavano i Talking Heads. E il peso di una burocrazia terrificante si respira ad ogni capoverso del testo, unendo affermazioni e dichiarazioni tuonitruanti alla mancanza di mezzi e di soluzioni o alla semplice affermazione dell'assurdo come strumento di potere. 

[…] Ma l'originale sì che contiene questo movimento temporale! Il vettore! La freccia del tempo […]
"Dov'è, dunque l'originale?" Chiese cortese Perec. 
Il direttore sorrise e disse: 
"L'originale, naturalmente, è stato distrutto in quanto opera d'arte che non permette una duplice interpretazione. Sia la prima che la seconda copia sono state ugualmente distrutte, come misura precauzionale".
 
Le cose non vanno meglio per Kandid, perseguitato da non meglio identificati morti viventi, oltre che da una fauna / flora invadente e pericolosa – spesso la distinzione tra piante e animali scompare – e da una moglie vittimista e inconcludente. I suoi rapporti con gli altri membri della tribù che popola il villaggio non sono buoni: fatti di noia, di stanchezza di parole troppe volte ripetute. E la foresta…
 
[…] si mise di nuovo a fischiare, ronzare, crepitare, sbuffare, di nuovo verso la cupola lilla si avventarono nembi di mosche e formiche. Una nube passò sulle loro teste, i cespugli si ricoprirono di sciami di insetti morenti o infiacchiti, immobili o frementi […]
 
Mentre Perec deve fare i conti con questo genere di messaggio: 
 
Attenzione, attenzione! Tutti i collaboratori devono trovarsi sul posto secondo la disposizione numero seicentosessantacinque fratto Pegaso omicron trecentodue, direttiva ottocentotredici, per l'accoglienza trionfale del Padiscià senza seguito speciale, numero di scarpe cinquantacinque.

Un romanzo nel quale non è facile imbattersi e che richiede – opinione del tutto personale – perlomeno una doppia lettura per coglierne i riferimenti costanti al reale, oltre che per divertirsi come se non ci fosse un domani. Un romanzo di fantascienza? Fantasy? Horror? No, un romanzo profondamente politico e, come tale, interamente basato sull'assurdo. 

Siamo a quattro libri recensiti, dopo averne promessi sei o sette. D'altro canto non si trattava di testi tanto facili... 
Ancora uno, un romanzo, poi tutti a nanna. 
 
  
Le case di pietra e le case di paglia, di Consolata Lanza ha un (apparente) grosso difetto, quello che un'editor di una casa editrice che scartò un mio libro avrebbe definito: «Un eccesso di personaggi».
Non solo, tali personaggi vivono vite separate, ognuno man mano raccontato senza interazioni forti o deboli con gli altri, ognuno "abbandonato" alle proprie abitudini, manie, debolezze, errori, sterili eroismi e mediocri vigliaccherie. 
Conoscendo personalmente l'autrice e avendola sentita presentare il suo testo con una certa dose di ironia e autoironia, posso anche permettermi di smentirla affermando che il suo testo non ha nulla di rivoluzionario, di sconvolgente o di assurdo. Semplicemente ritengo molto probabile che non pochi lettori siano ormai (mal)abituati a una lettura senza sobbalzi, come un viaggetto su una sedia a rotelle. 
Verso il burrone.
La narrativa può e deve essere anche "scomoda", per risvegliare nel lettore il piacere di un'avventura letteraria fuori dagli schemi consueti – e forse ormai logori – di una narrativa costruita sul conflitto protagonista / antagonista / deuterogonista.
Esistono due modi per affrontare il libro di Consolata: il primo, che lo è stato anche nell'ordine di lettura, quello di leggere tutte le storie dei vari personaggi una dietro l'altra, seguendo i nomi che precedono i paragrafi, indicati in neretto a sinistra della pagina: «Richi», «Stella», «Elena», Olimpia» ecc. Il risultato è gradevole ma non è ottimale, a personalissimo parere. Ma esiste un altro modo per affrontare il testo – seguito nel corso della mia seconda lettura – basarsi cioè sulla «Guida ai personaggi», stampata a pagina 305 e seguire uno ad uno i personaggi, seguendo il loro divenire nel corso del testo. 
La sensazione finale è di una ragionatissimo e voluto caos, fatto di gesti vani, pletorici o assurdi, di malinconici ricordi troppo spesso rivisitati, di avventure con un finale scontato, di amori affannosi, di rimorsi allontanati o rimossi, di sogni e di incubi, di gesti impulsivi e di rancori trattenuti, in sostanza tutto il tessuto profondo delle vite quotidiane di una quindicina di persone che si ha l'occasione di conoscere e le cui storie raccontano di una malinconia connaturata a gesti e situazioni, di vite raccontate anche se non c'è poi molto da raccontare. 
La capacità di raccontare questi frammenti minimi di vita è una delle caratteristiche più personali e sentite di Consolata, capace di narrare vite normali fino a una rottura che può avvenire nel mondo reale secondo modalità "normali" o nel mondo reale seguendo vie fantastiche o, ancora, in un mondo che ha rinunciato temporaneamente alle regole del reale – nottetempo o in terra straniera – e che cede all'irruzione di un fantastico sornione e invadente. 
A essere demiurgo di questi minuti eventi l'autrice, una presenza divertita e (fortunatamente) priva di ogni ritegno, una semidea assai poco seria e ancor meno pietosa. Un'allegra "masca", che non può non ricordare un personaggio di un suo famoso racconto che recensii nel 2016, dispettoso e malinconico, condannato a una solitudine che ne è la vera e profonda condizione. 

E per questa volta mi fermo qui.
C'è qualche libro in meno da recensire, quanto serve a non provocare crolli. Ma temo che dovrò tornare presto a scrivere. 
Un abbraccio collettivo. 




[*] terzo nome proprio che Hoffmann sostituì a "Wilhelm" in onore di Mozart. 
[**] dalla seconda di copertina. 
[***] Idem