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16.1.21

I caratteri perduti de Il Pugno dell'Uomo

 

 

Avrei avuto altri libri di cui parlare, libri acquistati e letti prima, ma la presenza del volume di Davide Del Popolo Riolo, che mi ha accompagnato alcune sere dell'appena trascorso dicembre, è una tentazione, o se si preferisce un dovere, al quale non intendo sottrarmi. A questo aggiungo la mia incoercibile simpatia per l'autore, visto, sia pure di sfuggita, più volte, al MuFant o presso Strani Mondi o in qualche altro luogo degno della presenza di noi appassionati di sf, tanto da spingermi a parlare del suo testo, vincitore del premio Urania. Tutto ciò detto, aggiungo che non dovete aspettarvi una recensione in forma mielosa e sconciamente elogiativa: non è nelle mie corde (per chiarire: sto ascoltando gli essercizi musici di Telemann) e non sono capace di parlare bene di qualcosa o qualcuno senza rischiare lo sbadiglio del lettore, sicché siete avvertiti.

Nota: se non avete ancora letto il libro fate attenzione: Sono quasi certo di poter fare involontario spoiler parlandone. 

La vicenda è il racconto della «resistibile ascesa» di Ian Derrick, misterioso demagogo dalla sconosciuta provenienza e ignota origine, capace di risvegliare nel popolo minuto un'ira dimenticata verso i Patrizi, la classe storicamente dominante, e verso tutti i non-umani a cominciare dai "succhiatori", un tipo particolare di educati e gentili vampiri che vivono da tempo immemorabile nella città. Tale ira nasce in un momento di epidemia (pandemia? Sì, è possibile) che colpisce in modo particolare le classi più svantaggiate e proletarizzate del nucleo urbano. La politica di Derrick, dalle evidentissime somiglianze con quella di un certo S*****i, lo porta rapidamente al potere, grazie a una condotta basata su un costante clima di odio e intolleranza fino a episodi di vera e propria persecuzione razziale. 

Particolare non secondario: il luogo dove tutto ciò avviene è una città non terrestre, lascito di una semidimenticata espansione umana nella galassia, che viene tuttora ricordata  ma in toni minori, come qualcosa accaduto molto tempo prima e di interesse limitato. La vita quotidiana nella città e si suppongono anche tutti i suoi traffici, attività economiche socialità, scuole e carriere professionali, hanno un evidente tratto vittoriano, tanto da risvegliare la sensazione di avere a che fare con un apocrifo di China Mieville e ciò che emerge da subito è l'assoluta non-alienità del luogo scelto per la narrazione: latitano le specie non terrestri sia in termini animali che vegetali e si giunge a supporre che le uniche forme di vita aliene siano le creature non-umane che popolano la città, mai spiegate e poco presentate. 

Davide Del Popolo Riolo
 

Ma ciò detto, resta la profonda suggestione della storia raccontata, alla quale si può perdonare la scomparsa del sense of wonder, uno degli assi portanti della sf propriamente detta. Per lo stesso motivo si può ignorare la scomparsa del Novum, altro elemento fondante della fantascienza storica, sostituito da una passione che non esito a definire semplicemente politica, nel senso di interesse verso la polis, intolleranza verso gli intolleranti (curiosità non trascurabile: Ian Derrick nella seconda parte della sua carriera ha tratti evidentemente mutuati da Adolf Hitler durante la vita nel bunker), preoccupazione verso i dropouts, qualunque sia la loro origine, biologica o artificiale, e una genuina convinzione della fondamentale uguaglianza tra i sessi. 

Il Pugno dell'Uomo è uscito a novembre del 2020, numero 1684 della rivista Urania. Costa di 280 pagine, stampate con un carattere che, a occhio, direi essere un times 11. No, non sto perdendo tempo, semplicemente mi chiedo quanto sia lungo il manoscritto inviato alla redazione di Urania: 300.000, 350.000 caratteri? Non è un problema così secondario, come spero di dimostrare in seguito. Il testo di Davide Del Popolo Riolo è infatti ricco di tragiche scomparse che avvengono fuori scena – a cominciare da quella che appare come la protagonista perlomeno nelle prime cento pagine: Alexandra – che si apprenderà essere morta senza preavvisi di alcun genere intorno a pagina 112, nella pagina che precede l'inizio della seconda parte. 

Ma l'ecatombe di protagonisti non si ferma con Alexandra, seguono le morti di altri personaggi e comprimari anche queste in genere in assenza del lettore, particolare non del tutto gradevole per chi segue la vicenda.

A questo punto non posso che avanzare la domanda che mi ha accompagnato durante la lettura della seconda parte del romanzo: «Quanto era lungo in origine il romanzo di Del Popolo Riolo? 600.000, 700.000, un milione di caratteri? E quanto l'autore l'ha dovuto tagliuzzare per farlo entrare nella misura di Urania?»

Questa "misura di Urania", dovuta a una semplice cura tipografica – oltre che alla necessità di non fare uscire un esordiente in un Urania Jumbo o in un Millemondi – è la camicia di Nesso della rivista, nata per pubblicare testi brevi, tipici della sf degli anni '50, e costretta a inseguire l'evoluzione della sf con le sue modeste scarpette da giardino, obbligata a rimanere nella sua scarsa misura. Il fatto che molti autori privilegino dimensioni di gran lunga eccedenti Urania è un dato di fatto, oltre all'altro elemento, anche questo non secondario: i diritti d'autore degli autori della fantascienza contemporanea non sono più quelli dei tempi d'oro del genere, e non si computano più in qualche centinaio di dollari o con pochi cent a parola.

 

Sono convinto che Davide nasconda da qualche parte ciò che ha dovuto tagliare dal suo romanzo: le circostanze delle tante morti non descritte e non raccontate, qualche cenno alla storia della città e del pianeta, la sistematica zoologica e botanica aliena, la sua geologia e la sua geografia, un finale meno affrettato e disperato di quello che viene messo in scena  e penso che prima o poi potremo assistere a una nuova edizione de Il Pugno dell'Uomo in director's cut. In ogni caso, personalmente non posso che apprezzare fino all'applauso a scena aperta personaggi pressoché perfetti come Ma'am Zoe, Oleander e il suo ambiguo amico Ben – impressionante la somiglianza tra la sua famiglia, così borghesemente normale e quella di qualunque famiglia ebrea tedesca degli anni '30 –; la seconda vita di Deirdre, lo squallido ma illuso Anton e la stessa Jana, personaggio atroce ma raccontato con cura e attenzione. Oltre a questo segnalo la capacità – in grado si suscitare la più bassa invidia in chi tenta di scribacchiare come il sottoscritto – di utilizzare con raffinata eleganza le diverse persone del narrare: la prima, la seconda e la terza, confermando la vocazione collettiva della sua narrazione.

Davvero, Davide, un buon lavoro. 

Grazie per queste pagine, forse nonostante Urania.




18.9.17

Pubbliche scuse


È concepibile scrivere un post con delle scuse? 
Non l'avrei detto ma è capitato a me. .  
Ricordete il giudizio – forzatamente affrettato – sul romanzo La città del cratere di Alastair Reynolds e il sommesso invito a leggerlo? 
Bene, non fatelo. 
Dubito che qualcuno abbia aderito al mio invito ad acquistare il libro, ciononostante mi sento in dovere di scusarmi e ad annotare qui e nel mio cervello di non sbilanciarmi a pronunciare un giudizio anche solo parziamente positivo (o negativo) su un romanzo senza averlo terminato. 
Se ricordate ho scritto: 

La vicenda della flotta delle astronavi generazionali e dell'eccezionale / abominevole Sky, per quanto risulti la storia parallela e (finora) minore – anche se evidentemente chiamata a riunirsi a quella di Tanner Mirabel – ha una potenza narrativa non piccola e sprigiona un grado notevole di suggestione. 

Tutto vero fino a un certo punto. 
Poi si è scatenata la confusione autoriale, i cambi di personaggi e di personalità, 
Tizio che non era più Tizio – per essendolo stato per cinquecento e passa pagine – ma era in realtà Caio con i ricordi di Tizio... anzi, no... era Sempronio – rimasto sepolto per un secolo e passa – che si era calato nei panni di Caio e che in seguito aveva rilevato i ricordi di Tizio fino a incontrare il brutale Pinco, suo nemico giurato, che Tizio 2, sopravvissuto non si sa bene come all'agguato di un cobra reale alieno, provvederà ferocemente a uccidere – pur non essendo chiarissimo come mai – togliendo nel contempo il disturbo e permettendo che la prima persona singolare con la quale il falso Tanner Mirabel ha parlato per seicento e passa pagine ritorni a essere tale, adottandone nome e cognome. 
Avete presente quelle storie di feuilleton dove Tizio si toglie la maschera e dice «ma in realtà io sono Caio» e Sempronio gli dice «No, tu sei Panco, ti ho riconosciuto» e Tizio impallidisce e dice «davvero? Non me lo ricordavo».
Ecco, una cinquantina di pagine di follia.
Rilevante, comunque, come tutti ricordino la dolce Gitta, moglie non particolarmente acuta di Caio, uccisa da Pinco – credo – che a quanto pare ha lasciato un ricordo indelebile in tutti pur essendo apparsa di sfuggita in quattro - cinque pagine. 
Quanto alle astronavi generazionali vengono sbrigate in poche pagine dopo aver a lungo tenuto sospesa la vicenda. 


... Onestamente, un libro che sconsiglio pubblicamente.
È vero che un autore ha il diritto di fare quello che vuole dei suoi personaggi ma non ha il diritto di farlo anche con i lettori, circonvenendoli con individui che cambiano personalità senza preavviso e il cui passato viene distorto per far tornare i conti.
Non è un mestierante, il nostro Alastair, nel suo romanzo non mancano le buone e persino le ottime idee, ma diciamo che tende a mettere davvero TROPPA carne al fuoco e, una volta che ha un ettaro di griglie accese, non ha idea di come fare a spegnerle e il massimo che gli viene in mente è rovesciarle e saltare sulla carne per spegnerla. 
... Qualcuno vuole un Urania Jumbo seminuovo per 1 eurocent? 

P.S.: ovviamente questa non è una recensione ma soltanto una forma di sfogo personale. Oltre che una pubblica scusa. Non la leggerete su LN-LibriNuovi.

24.5.17

Righe su righe [1]


Non sapevo più come chiamare questo spazio, dedicato come sempre alle mie ultime letture. Sicché ho provato una nuova formulazione per dire, sostanzialmente, la stessa cosa, ovvero che qui si parla delle mie ultime letture. 
Cinque libri, ai quali dedicherò – spero – lo spazio che meritano, anche se temo che lo farò in due o tre post. Cominciamo dall'ultimo dei tre volumi nei quali la Mondadori ha sbocconce... pardon, suddiviso la 31ª collezione annuale di sf curata da Gardner Dozois. 
Questa volta si tratta di nove racconti per un totale di 345 pagine con autori come Lavie Tidhar, Ian McLeod, Stephen Baxter e Ian McDonald. E fin qui...
...
Farò un piccolo inciso, che, volendo, si può anche saltare. 
Il problema è che un'antologia vive anche di un equilibrio interno, di sottili opposizioni e leggere congiunzioni che un buon antologista sa come orchestrare. Lo dico in base al dato di fatto che ho curato numerose antologia e so, come un direttore d'orchestra (della filarmonica di Scassaroppoli Scalo, va bene), che in una raccolta di racconti non hanno tutti lo stesso effetto sul lettore e che il racconto A sta bene accanto al racconto H perché è come un motivo ripreso e terminato, mentre il racconto B non va accanto al racconto J perché sono di tema o ambientazione simili e, in questo caso, danno l'idea di un'involontaria ripetizione. In sostanza i trenta e passa racconti posso immaginare siano stati assemblati a partire da queste premesse ma l'operazione mondadoriana è riuscita a ridurre l'antologia a una serie di racconti spaiati, presentati a distanza di troppo tempo e che hanno perduto qualsiasi assonanza o contrasto il buon Dozois vi abbia voluto inserire. Questo è probabilmente il motivo reale per il quale devo confessare che l'ultima parte dell'antologia mi ha lasciato comunque insoddisfatto, più o meno come un bùnet senza amaretti. 

...
Non male il primo, Natura umana di Lavie Tidhar  anche se ho dovuto rileggerlo più volte per avanzare ipotesi sul/i  significato/i. Un buon racconto, in sostanza, anche se non immediatamente fruibile e probabilmente troppo breve per lo spazio concessogli. Decisamente buono Intrecciati, storia di una donna che non può più accedere profondamente alla comunità umana così com'è diventata. Il suo cervello è stato letteralmente ricostruito dopo un accesso di follia del fratello, Damien, e non può più collegarsi direttamente agli altri divenendo "intrecciata". La frase introduttiva al racconto: «La storia toccante di una donna che vive sola e isolata, tagliata fuori da tutti gli altri... anche se gli altri sono con lei, nella stessa stanza» risulta oscura finché non ci si immerge nel testo. Earth I di Stephen Baxter è un discreto racconto, ambientato tra un'umanità che ha perduto ogni ricordo del proprio pianeta d'origine e che ritroverà al termine del racconto. Prolisso e ovvio, si è tentati di giudicarlo, ma non è esattamente così e la visione tecno-religiosa di questa umanità ultrafutura ha comunque il pregio di stupire. Un po' lungo, se si vuole, ma leggibile. Technarion di Sean McMullen è il racconto di come l'umanità tenta (inutilmente) di sopravvivere a «computer e intelligenza artificiale», ovvero a una guerra tra uomini e macchine iniziata ai tempi dell'Inghilterra vittoriana. Senza infamia e senza lode. Non molto meglio Cercatori di Melissa Scott, dove la ricerca di Materiali Ancestrali premierà con l'immortalità una povera minatrice. Una vicenda dal gusto di un vecchio western, decente ma nulla di più. 
Sarà per la povertà dei racconti che l'hanno preceduto che ho trovato L'aria della Regina della Notte di Ian McDonald un genuino pezzo di bravura, frizzante e animato, con personaggi vivi e vitali e un finale realmente sorprendente. Provate a immaginare una guerra tra la Terra e Marte, con i terrestri che cercano di occupare Marte e un conflitto che si trascina stancamente come la guerra del Vietnam. Aggiungete alcuni artisti chiamati a rallegrare le truppe, magari non proprio grandissimi artisti ma star con una grossa carriera dietro le spalle e ora sul viale del tramonto. Immaginate i capricci, i malfunzionamenti, gli equivoci, le scenate, i problemi di soldi, la guerra che impazza e i gusti singolari del monarca del marziani. Non aggiungo altro, ma diciamo che questo racconto, in tutto 36 pagine, vale da solo il prezzo dell'antologia.
Vivide stelleHard stars, il titolo originale elimina ogni involontario equivoco creato dal titolo italiano – di Brendan DuBois, è la storia di un assedio condotto sul territorio degli USA da droni nemici, che colpiscono qualunque genere di attività elettronica e che stanno conducendo il paese a un medioevo tecnologico. Un tema particolarmente interessante anche se, inevitabilmente sacrificato in una ventina di pagine. La promessa dello spazio di James Patrick Kelly è la cronaca del dialogo tra l'astronauta Andy, rientrato da una sfortunata missione che lo ha privato della memoria e sua moglie Zoe. Andy si fa raccontare la propria vita da Zoe, cerca di ricostruirla mediante poveri sussidi alla memoria ma a ogni incontro è costretto a ricominciare da capo. Un tema degno di Oliver Sacks, dignitosamente condotto. Il racconto finale, Redivivi di Damien Broderick, è in sostanza un romanzo breve dove i viventi e i "rianimati" – ovvero i morti – si trovano a dover condividere la Terra, i vivi nelle loro città, i redivivi nelle Città Fredde, entità protette contro il silenzioso, malevolo rancore dei viventi. Una storia di persecuzione e di intolleranza contro i morti che non si vogliono rassegnare al loro destino e che continuando a esistere e a vivere – anche se menomati in non poche caratteristiche, a cominciare da una vita sessuale reale – costituiscono un'evidente ribellione alla volontà delle molte religioni che dominano il mondo. Un romanzo amaro e disperante che, partendo da un tema in apparenza assurdo, giunge a rendere evidente il peso insostenibile della religione nell'esistenza e nella vita sociale di tutti. 


...
Si può dare un giudizio dell'antologia di Gardner Dozois, servita da Mondadori in tre portate separate? Temo di no, o almeno un parere che non può prescindere dalla separazione del testo. D'altro canto, a volersi mettere nei panni dell'attuale Mondadori – panni che mi stanno particolarmente stretti e scomodi – mi rendo conto che un volume unico avrebbe avuto un costo tale da risultare inadatto alla distribuzione in edicola e a forte rischio di un mancato rientro nei costi. Tuttavia... , tuttavia la fantascienza ha gli stessi diritti di qualunque altro genere di letteratura e onestamente fatico a comprendere un motivo che non sia puramente commerciale per lo smembramento dell'antologia. Vale la pena di leggerla, in ogni caso? La risposta la potete trovare qui e qui oltre naturalmente in quest'ultimo post. Il mio personale consiglio è quello di acquistare i tre volumi in e-book, riunirli valendovi della collaborazione di un pc e provare a leggerli tutti insieme. Riuscirete a farvi un'idea sicuramente più ricca e sfaccettata del testo e avrete un panorama più completo della sf attuale, un panorama che non somigli a un reperto da sala settoria. Per il futuro possiamo contare sulla buona volontà mondadoriana di dividere se non altro solo in due la prossima antologia di Dozois...
...
Troppo, troppo spazio. Gli altri quattro libri andranno tutti insieme in un prossimo post. Che verrà dopo che avrò terminato il lavoro su Il settimo Clone, titolo definitivo del vecchio Un problema di tempo. Ci vorrà un po' di tempo, temo, ma cercherò di sbrigarmi. 



Ultima riflessione, del tutto gratuita, meschina e pettegola. 
Sono appena rientrato dal Salone, malauguratamente privo di Mondazzoli, che ha tentato – fallendo – un Salone alla milanese, come il risotto. Non è una soddisfazione da torinese vendicato, ma la gioia di aver assistito al fiasco di certi manager, convinti che si possa copiare un evento come il Salone di Torino semplicemente cercando di batterlo sul tempo e limitandosi a offrire ostinatamente i propri libri, peraltro disponibili ovunque. 
Il pubblico del Salone ha superato i 140.000 visitatori, nonostante mancassero Mondazzoli e Gems. 
Peggio per loro.
Forse è ritornato il momento di pensare da editori e non da manager...

9.2.17

Ultime letture. Prima parte


Tempi avari di letture, ultimamente. Continuo a leggere con il consueto ritmo – è questo il bello delle abitudini – ma sinceramente fatico a dirmi completamente soddisfatto di ciò che ho letto ultimamente. In particolare mi riferisco alla sf e più in particolare ad alcuni «Urania» letti da poco che, se da un lato mi hanno divertito, per altri versi mi hanno creato qualche perplessità
«Bella novità».
No, non ho intenzione di fare polemiche, ovviamente. Conosco la situazione del periodico, non mi illudo siano possibili miracoli e attendo più o meno pazientemente l'ennesima ristampa o la proposta di un romanzo rinunciabilissimo, resistendo alla tentazione di coprire di contumelie la Mondadori o Giuseppe Lippi. Diciamo che si sentirebbe la necessità di qualcosa di molto diverso, di una collana da libreria, di romanzi tradotti tempestivamente – anche per capire in che direzione sta andando la sf – ma non è tempo e i lettori in Italia sono troppo pochi, sicché... Diciamo che Fanucci e Zona 42 fanno ciò che possono che soprattutto per il secondo non è poco e non pubblicano romanzi del 1966 (!) come novità. 
Quindi diciamo che le ultime letture partiranno proprio dai quattro «Urania» e mezzo letti.  


Mezzo perché c'è tra gli Urania letti anche Chiusi dentro di John Scalzi che ho abbandonato a pagina 140. 
Illeggibile? No, per carità. La storia ha ottime premesse, con in apertura il racconto della Sindrome di Haden, nata dal Great Flu, «pandemia globale che provocò la morte di oltre quattrocento milioni di persone» e che postula come conseguenza della malattia per i sopravvissuti una paralisi totale che li obbliga a fornirsi di un robot per condurre una vita relativamente autonoma o a farsi «ospitare» nel corpo di essere umani consenzienti, gli integratori
Dato un panorama siffatto, data una trama chiaramente virata sul poliziesco, cominciano ad emergere quelli che a me appaiono come difetti o limiti. Una scrittura che ricorda troppo da vicino la sceneggiatura di un telefilm come C.S.I. o Law and Order, una descrizione di scene e ambienti sostanzialmente inesistente, tanto che al lettore nasce prepotente il desiderio di affibbiare come sfondo alle interminabili chiacchiere dei protagonisti le sedie e le scrivanie di una centrale di polizia. Eppure la vicenda meriterebbe maggiore attenzione e non mancano minacce di ordine politico, economico e sociale drammaticamente attuali. Ma non sono riuscito a finirlo, ahimé. Il problema è probabilmente mio: per me la descrizione dei luoghi e della loro singolarità è un elemento di importanza centrale in un romanzo di sf. Non so come la pensate voi, ma leggere un dialogo interminabile nel quale è relativamente facile perdere il turno delle battute e condotto da personaggi poco appariscenti, non fa per me. Mi rendo conto, naturalmente, della significatività del tema affrontato ma l'abitudine tipica di John Scalzi di far parlare troppo i suoi personaggi – ricordate Redshirts (Uomini in rosso)? – in alcuni casi finisce per rendere poco digeribile il suo testo. 


Passiamo al numero due, Coyote Rising di Allen Steele.  
Si tratta del secondo volume di Coyote [ed. orig. 2004], trilogia comprendente Coyote, Coyote Rising e Coyote Frontier. Romanzo collettivo, dove gli abitanti di Coyote, pianeta da poco colonizzato dalla stirpe degli homo sapiens e letteralmente unica risorsa per una Terra sovraffollata e inquinata e dominata da una sorta di comunismo dettato dalla necessità, dovrannno giungere a battersi con l'Unione Astronautica – che ha l'esclusivo possesso delle risorse di Coyote – per guadagnare la propria indipendenza
Animato e vivace, Coyote Rising ci racconta la storia di una rivoluzione nata gradualmente, della matriarca Hernandez e della sua malefica truppa, dei savant, macchine postumane che alloggiano una mente umana in un involucro artificiale, di un pianeta colonizzato solo per il 5% mentre il 95% è tuttora sconosciuto e disabitato.
Uno dei problemi principali di Coyote è quello di essere l'obiettivo o la sola speranza di tutti coloro che hanno a vario titolo fallito sulla Terra, i Losers, i sostenitori di qualche causa sociale, politica o religiosa che non ha trovato adepti sul pianeta madre – sul modello di Zoltan Shirow e della sua «Chiesa della trasformazione universale» – e gli Outlaw di ogni genere e tipo. L'insieme crea un genere di ambiente che non può non richiamare immediatamente alla mente l'epopea del western americano, sia per i personaggi come Carlos o Maria Montero, leader della rivolta, o come Clark Thompson, sindaco di Thompson's Ferry che (involontariamente) determina lo scontro che dà il via alla rivoluzione, o come Manuel Castro, il Savant numero due dell'Unione astronautica, dannatamente simile a certi ambigui pistoleri in abito rigorosamente nero, ai quali – in genere – non è facile attribuire un ruolo positivo o negativo.
Curioso come il romanzo, nato da una serie di racconti pubblicati separamente, riesca comunque a costruire una vicenda coerente e a creare un frammento di storia possibile di un prossimo futuro. Ovviamente è inevitabile respirare l'aria di un'epica tutta americana, perfettamente esemplificata dall'ultima frase del romanzo, tratta da The Star-Spangled Banner, inno nazionale statunitense. In ogni caso un romanzo che si lascia leggere gradevolmente, nel quale Allen Steele si diverte a colpire talune abitudini e fissazioni tipicamente americani, anche se non lascia molto dietro di sè. Ma va bene così, comunque.


Arriviamo così a Tutti i mondi possibili, seconda parte de The Year's Best Science-Fiction, edizione 2014, curata da Gardner Dozois. Qui potrete trovare la recensione alla prima parte. A questo secondo volume farà seguito una terza e ultima parte in uscita a marzo 2017. Dodici racconti tra i quali testi di Greg Egan, Aliette de Bodard, Alistair Reynolds, Nancy Kress, Michael Swanwick e Alexander Jablokov. Una seconda parte dell'antologia che mi è sembrata comunque migliore della prima
Molto buono il racconto di Greg Egan, Zero in condotta, sia per la scelta di una protagonista e di un luogo decisamente poco comuni nella sf – una ricercatrice di origine afghana che compie il proprio lavoro in Iran – che per il tono volutamente dimesso scelto nel raccontare la curiosa, incredibile scoperta di Latifa. 
Discreto anche se eccessivamente breve Verso le stelle di Aliette de Bodard, potente metafora della gravidanza e della nascita. Curiosi anche se in definitiva non particolarmente significativi i protagonisti de Una mappa di Mercurio di Alistair Reynolds, un genere di artisti estremi che non è raro incontrare. Ottimo il racconto Uno di Nancy Kress, settanta pagine per raccontare la storia di Zack, pugile perdente che acquisisce un superpotere inatteso e imprevisto, oltre che maledettamente scomodo. Grazioso ma nulla di più Assassinio sull'Aldrin Express di Martin L. Shoemaker, mentre sorprendente si rivela Frammenti biografici della vita di Julian Prince di Jake Kerr, la biografia letteraria di uno scrittore che ha narrato la fine dell'America del Nord, distrutta da un asteroide, uno dei pochi racconti che merita rileggere. Il flagello di Ken Liu è letteralmente una freccia, racconto brevissimo ma efficace. Si arriva così a La Flotta di Sandra McDonald, una vicenda post-olocausto crudele e nitida, esattamente com'è (giustamente) crudele e sorprendente Il ghigno segreto della Lupa di Michael Swanwick, una storia complessa di combinazioni genetiche aliene e di clonazioni impreviste. Notevole, in ogni caso, la scelta dell'Io narrante.Cambio netto di atmosfera e clima con il racconto Giornataccia a Boscobel di Alexander Jablokov. In un sistema solare abitato dai discendenti della nostra specie, la storia di un complotto messo in atto da profughi marziani su un asteroide tanto boscoso che i suoi stessi abitanti possono passare la vita su rami e fronde senza avere la necessità di mettere mai un piede a terra. Divertente e animato, conferma la vicinanza narrativa di Jablokov a Vance. L'astronauta irlandese di Val Nolan è un buon racconto, lento e meditato come merita la vicenda e con qualche passaggio tanto pudicamente suggestivo da meritare una seconda e una terza lettura. Ultimo racconto L'altra pistola di Neal Asher, scatenata vaudeville con tre protagonisti a loro modo unici, richiama inevitabilmente alla mente Quentin Tarantino, anche per la quantità di morti, feriti, mutilati e altre vittime che si allineano nel corso delle sue cinquantanove pagine, condotte a un ritmo adrenalinico.
A questo punto non mi resta che attendere il terzo volume di questa ciclopica antologia per azzardare un giudizio complessivo. Aspetto curioso – ma anche qui devo attendere di aver concluso la lettura – è da un lato la relativa povertà di stimoli scientifici (biologici, cosmologici, astronomici, linguistici, geologici, planetologici...), dall'altra la sostanziale rinuncia a forme di narrativa meno comuni (o meno banali). Insomma, si tratta di un fantascienza senza età, un particolare che, perlomeno a me, risulta leggermente allarmante.  


Capitan Abisso, Norman Spinrad [1983], uscito per la prima volta in Urania nel 2002 e riproposto nella sottocollana I Capolavori nel giugno del 2015. Una vicenda che richiama immediatamente alla mente storie come Scanners live in vain di Cordwainer Smith o gli Aurei di Samuel Delany, ovvero coloro che possono rinunciare a un aspetto del proprio sé – fisico, psicologico, mentale, caratteriale – in cambio della possibilità di viaggiare nello spazio. 
A essere in ballo, nel caso di Capitan Abissoè nientemeno che la sessualità. Quella di Dominique Alia Wu, pilota di una nave stellare e quella del Comandante del Vuoto, capitano Genro Kane Gupta, la prima artefice dei Salti che permettono alla nave di muoversi nello spazio, il secondo responsabile della nave, dell'equipaggio e degli Onorati Passeggeri con il Domo, Lorenza Kareen Patali, inevitabile deuterogonista e fonte di una passione normalmente trasgressiva.  
L'abitudine dei viaggi spaziali, per il ceto altissimo che si fa portare a spasso per l'universo senza essere posto in elettrocoma – gli onorati passeggeri –, prevede un'inevitabile storia d'amore e di sesso tra la Domo e il Comandante del Vuoto, quasi una sceneggiatura predefinita per divertire i passeggeri. Il problema è però che il comandante, Genro Kane Gupta, si innamora, o meglio, prova una fissazione crescente per il pilota, creatura che:

Lungi dall'essere il vettore e il conduttore della nave [...] non è altro che la resistenza psico-organica del Circuito di Salto, un modulo vivente del circuito in un meccanismo ben più grande. Il Circuito Primario induce una configurazione specifica di orgasmo psicosomaticnel sistema nervoso del pilota. [...] i piloti sostengono che l'intervallo del Salto è contemporaneamente atemporale ed eterno, come lo stesso orgasmo, che tutto il resto è un'ombra e che viene raggiunta la vera unione con l'Atman.

In sostanza, i piloti sono creature profondamente disadattate, con una sintomatologia non troppo diversa a quella dell'autismo e non poche difficoltà a entrare in relazione con gli altri umani. Dominique è in apparenza meglio adattata alla vita sociale ma, come tutti i piloti, ha il Salto come unico scopo della sua vita. E il Salto alla Cieca come unico desiderio non espresso.
La vicenda si snoda in un crescendo drammatico, narrata direttamente dal diario del comandante: 

Sono Genro Kane Gupta, Capitano del Vuoto del modulo Dragon Zephir, e purtroppo questa è la mia storia di morte. Per necessità, è anche la storia del Pilota del Vuoto Dominique Alia Wu. 

Questo è l'incipit del romanzo, un genere di inizio che obbliga a continuare la lettura. 
Tra i pochi difetti – anche se probabilmente dovrebbe essere inteso come eccesso di confidenza nei confronti del lettore – l'uso di termini estratti dal tedesco, dal francese, dallo spagnolo, dal latino ecc. e inseriti all'interno dei normali dialoghi, a voler significare (suppongo) il melting pot creatosi in una lingua universale e/o la confidenza con le lingue degli onorati passeggeri. Il risultato non è comunque e sempre eccellente, nonostante l'impegno di Spinrad e di Antonella Pieretti, la traduttrice, Francamente e giustamente insopportabile l'ambiente – pettegolo, meschino, fatuo e vanesio dei ricchissimi umani che popolano la Dragon Zephir, soprattutto se paragonato all'aspirazione all'orgasmo eterno come passaggio verso il Grande e Unico del Pilota e la folle disperazione del Comandante nel cercare di trattenerla e insieme vivere con lei il suo incubo. 
Naturalmente non sono pochi i passaggi dedicati alle attività sessuali del Comandante,  ma si tratta in genere di attività frustranti o condotte sul filo della follia, ovvero attività che non è consigliabile leggere in attesa di un appuntamento galante. Ultima riflessione sul crescere dell'insanìa del comandante narrata da lui stesso, simile alla pazzia di una falena che viene inesorabilmente attratta da ciò che non potrà che ucciderla


E concludo, necessariamente un po' di corsa, con I Riti dell'Infinito di Michael Moorcock, Urania Millemondi di Agosto 2014, formato da tre romanzi: Il veliero dei ghiacci [1966], nella traduzione di Roberta Rambelli, Il campione eterno [1970], prima edizione italiana in Urania Fantasy [1990], con la traduzione di Riccardo Valla e I Riti dell'Infinito [1971] tradotto da Vittorio Curtoni. 
Il migliore è indubbiamente il più vecchio, Il veliero dei ghiacci, protagonista Konrad Arflane, comandante di lunga carriera chiamato a guidare la Ice Spirit, nave costruita per sfidare i ghiacci e giungere fino a New York, città divenuta leggenda. Un passo indietro: siamo su una Terra colpita da un'era glaciale senza precedenti e le navi a vela devono viaggiare su pattini da ghiaccio, con il rischio costante di rottura dei dei medesimi e una panne che non può che diventare l'anticamera della morte. Accompagnato dai parenti di Pyotr Rorsefne, ideatore e finanziatore dell'impresa, il povero Arflane sarà costretto a difendersi dalle manovre dei parenti del mecenate, da attacchi da parte di popoli sconosciuti, di rotture dei pattini. diserzioni e tentativi di omicidio. Giungerà infine alla meta un pugno di sopravvissuti che troveranno una situazione del tutto imprevedibile. Ma per Arflane non sarà, probabilmente l'ultima avventura. Ben condotta, con un ottimo ritmo e continui colpi di scena, un'avventura artica degna della biografia di un esploratore. 
Non molto da dire sul secondo romanzo, Il campione Eterno, un fantasy che ha per protagonista in immortale con non pochi problemi, Erekosë, in realtà un uomo del XX secolo reincarnatosi in un eroe in un mondo a bassa tecnologia. Potenti battaglie, tradimenti, dubbi, sospetti, omicidi e stragi sono il tema del racconto che si lascia leggere anche se, purtroppo, non sono un amante del fantasy di tipo medievale.  
Ultimo il romanzo che dà il titolo alla raccolta, I Riti dell'Infinito, un romanzo di simulacri di Terre create da un'ignota intelligenza e di uno scienziato – Faustaff, ovvero un Faust dotato del corpo di Falstaff che un po' alla volta troverà la soluzione e riuscirà a incontrare i «Superiori». Un romanzo vivace ma anche piuttosto confuso e in ultima analisi debole. Diciamo che si tratta di un repêchage che si poteva tranquillamente evitare. 
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E sono giunto alla fine. 
Mi sono già prolungato abbastanza. Un grosso abbraccio a tutti!