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8.6.19

Il Mare Obliquo 14

Difiduanna racconta a Maldanea e a Pascalina l'incontro dei tre Signori, un incontro che sembra loro particolarmente minaccioso. Più tardi Maldanea ha l'occasione di incontrare da sola il Conte-Mago Teardraet, un incontro molto interessante.
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– Sarà estremamente indignato, Maldanea! O povera me. «Cosa faceva quell'idiota di Pascalina intanto? Sarebbe meglio che andasse a pascolare le oche, altro che badare a quella sciagurata!» Siamo rovinate tutte e due, cara mia, ed io più di te!
– Ma dai, Pascalina, non essere drammatica. Il Padre-Adulto mi farà una ramanzina, magari un po' più severa di altre volte, con te brontolerà un po', e sarà finita lì. D'altro canto come potevo prevedere che T rovesciata, invece di far finta di nulla mi riverisse come se fossi la Regina Atma? Non è stato divertente, Pascalina? Dico vedere tanti syerdwin inchinarsi per salutarci… Va bene, va bene la smetto.
– Il Conte Gast è molto preoccupato di quello che avviene nella nostra casa, della potenza e della pericolosità degli ospiti. Penso che la sua ira durerà molto poco.
Nell'udire quelle parole Pascalina e Maldanea, sedute su una panca foderata di velluto azzurro, si voltano di scatto. Incorniciata nel vetro giallo ambra della finestra Difiduanna le considera con espressione grave e compunta, senza nascondere una punta di impazienza. – Sì dico proprio a voi, pollastre. Ho sentito io stessa il Conte stramaledire il momento nel quale Horr Vamaiun ha deciso questo incontro per portare la pace tra i Syerdwin. «Come se potesse esserci pace con quel figlio dell'inferno! Piuttosto potrei credere al ritorno dei Lontani Primi o al fatto che Maldanea metta la testa a posto!»
– Non è vero, Diffy, questa frase te la sei inventata tu!– Insorge la giovane Syerdwin. – E poi come fai ad essere così informata su cosa pensa Gast?
La civetta la fissa con irritante degnazione. – Sono abbastanza piccina da entrare quasi ovunque senza essere notata, cara la mia Debah. Ma abbastanza grande da darti una bella beccata in testa se riprovi a chiamarmi di nuovo Diffy.
– Scusa. Posso presentarti la mia più cara Dama di compagnia? Pascalina questa è Difiduanna, Difiduanna, Pascalina.
– Onorata… – Balbetta l'anziana Syerdwin.
– Onore mio. – Risponde la civetta.
– Bene, adesso che vi conoscete possiamo parlare come tre care amiche. Qualcuno ordini una tisana o un infuso ad un servitore. Pensaci tu, Pascalina. E tu Difiduanna dicci, presto, cos'altro ha detto il Conte Gast? E cosa dice Teardraet quando nessuno lo ode? E cosa si sono detti tutti e tre poco fa nella Sala delle Colonne?
La civetta gonfia le penne gratificandola di uno sguardo irritato, sbatte un paio di volte le ali brontola un paio di volte tra sè e plana sul tavolino davanti al divano per servirsi di un paio dei biscotti che nel frattempo Pascalina ha estratto da uno stipo.
– Perché dovrei sapere qualcosa dell'incontro nella Sala delle Colonne? Ma come fanno a venirti in mente certe cose Debah? Non hai biscotti più freschi?
– Dai Difiduanna, non verrai a dirmi che non sei andata a sentire un pochino cosa dicono T rovesciata e il Seliest? Facciamo un patto, io ti dò biscotti più freschi, con un po' di panna, magari o con il burro salato e tu mi dici tutto quello che sai.
La civetta la guarda sospettosa. – Spero che tu non abbia in mente di truffarmi, cara Maldanea. Comunque prima i biscotti, la panna, il burro salato e la salsa di uova e pesce, poi parlerò.


– Non si era parlato di salsa di uova e pesce, mi pare. – Osserva Maldanea.
– Allora Teardraet e Horr Vamaiun faranno discorsi inutili e inconcludenti. – Ribatte Difiduanna.
– Era un patto, Diffy, non un ricatto, mi pareva.
– Direi un giusto prezzo per informazioni carpite a costo della vita.
– Capito, Pascalina? Per favore procura quello che chiede questo rapace uccello e poi potremo metterci tranquille ad ascoltare.
– Sì, Maldanea. – Sospira l'anziana dama, ormai definitivamente vinta ed esce a cercare un servitore.
– Non mi è piaciuto come hai detto "rapace", Debah. Sappilo. – Commenta la civetta appena uscita Pascalina. – Devi avere più rispetto per me.
– Non diventare pomposa, Diffy.
– Io pomposa? Io? Ma non hai proprio rispetto per nulla e nessuno, Debah! Mi chiedo perché mai devo continuare a parlarti ed a sentire i tuoi insulti… Eh perché?
– Biscotti e salsa di uova e pesce.
– Eh, già.


– Allora. Il primo a parlare è stato il Seliest. Ha fatto un lungo discorso sulla necessità e sulla bellezza della concordia e della pace, sul valore dell'armonia e dell'unità e sulla durezza della guerra che voi Syerdwin dovete combattere contro l'invasore d'Oriente, Bartsodesch…
– Ma se è stato Artamiro… – Comincia Maldanea, ma uno sguardo corrucciato della civetta la zittisce.
– Le opinioni separate dai fatti, per favore. Il tuo padre-adulto ha fatto un commento non troppo diverso dal tuo, comunque, ma il Seliest non ha ritenuto opportuno rilevarlo. Dopo mezz'ora di discorso del Re persino le guardie alla porta erano vicine ad addormentarsi o forse a vomitare, scusate l'espressione. Poi è stata la volta del Conte Gast, di parlare. Ha detto cose molto sagge ma anche molto dure. Ha detto che questa guerra non appartiene ai Syerdwin, che per voi non hanno importanza le terre interne ma solo le isole e le coste e che Bartsodesch non vi ha mai minacciato. Ha ricordato che Fald di Ghyliun combatte con il Re delle Porte d'Oriente, senza per questo aver rotto il patto di fedeltà con Vamaiun. Il Seliest lo guardava mentre parlava continuando ad aprire e chiudere la bocca senza interromperlo, ma si vedeva che l'avrebbe volentieri fatto. In quanto a Teardraet taceva e fissava un oggettino che teneva in mano, un gioiello forse, o un talismano. Quando è stato il suo turno di parlare egli ha cominciato dicendo che raramente aveva sentito tanta ipocrisia in un discorso quanta ne aveva sparsa il Seliest, con tutto il rispetto. Horr Vamaiun si è alzato di scatto, di un bel colore apoplettico, ma T rovesciata lo ha gelato chiedendogli quanto denaro gli aveva offerto Artamiro per combattere dalla sua parte contro Re Bartsodesch. Devo dire che Teardraet ha un notevole talento per provocare la gente a fare e dire le cose più stupide. Vamaiun ha passato i minuti seguenti ad urlare come un corvo ed a minacciare di radere al suolo Baran e Verhida, le terre del "Lurido Moeld", mentre Teardraet lo guardava come si guarda un fenomeno curioso e il Conte Gast incaricava i suoi alfieri di prepararsi a disarmare gli ospiti. Quando il Seliest ha terminato la sua sfuriata Teardraet gli ha solo chiesto se era vero o no quello che aveva detto. Vamaiun ha negato recisamente e «Perdonatemi, sono stato male informato, evidentemente.» Ha detto il Conte-Mago con l'aria più tranquilla del mondo e l'evidente convinzione del contrario. Gast Wessiun a quel punto si è sentito in dovere di intervenire, introducendo meglio il tema della conferenza e dando nuovamente la parola a Teardraet. Questi ha fatto un paio di osservazione sul fatto di non essere troppo amato dagli altri Syerdwin, ma che tuttavia è pronto a correre in soccorso del suo Seliest in un momento evidentemente tanto difficile. Horr Vamaiun ha dovuto fare una faccia tutta gentile davanti a quelle parole che gli davano praticamente dell'incapace ed ha fatto anche un discorsetto di ringraziamento che era una pena sentirlo. Il Conte Gast ha parlato nuovamente, poi, ma non ha dato troppe speranze a Vamaiun, lasciando capire che tra Artamiro e Bartsodesch lui continua a scegliere Wessiun e che il patto con il Seliest vale solo se sono le terre di un qualunque Syerdwin ad essere attaccate, cosa non ancora avvenuta. Horr Vamaiun ha fatto buon viso a cattiva sorte, ha lodato la saggezza del Conte, ma non la sua lungimiranza ed ha rimandato la conferenza a domani. Tutto qui.  


– Sei un'ottima narratrice Difiduanna. Ma qual'è la tua opinione su queste cose?
Pascalina emette un gemito e a voce bassissima implora: – Vi prego, già non avremmo dovuto sapere nulla di tutto ciò, ma anche discuterne liberamente…
Maldanea si stringe nelle spalle. – Ormai. E poi non abbiamo forse anche noi un cervello ed un discernimento da poter impiegare? Allora Difiduanna?
– Io credo che Teardraet si riproponga di chiedere un prezzo molto, molto alto per aiutare Vamaiun, andato a cacciarsi in un ginepraio del genere. D'altro canto se i Wessiun non si muovono al Seliest non rimane altra possibilità che quella. Oppure può sempre ritirarsi dalla guerra, andando incontro al rancore di Artamiro o continuarla così, senza onore né gloria, pagando poco una sconfitta ma guadagnando poco da una vittoria.
– Molto vero. Ma Teardraet cosa può chiedere in cambio? No, no, aspetta, forse me lo immagino.
– Brava. La pace con gli altri Syerdwin e la fine del bando e poi, forse, il posto di Vamaiun.
– … E con il posto di Vamaiun nuove guerre e…– Continua Maldanea.
– …Il potere sull'intero Orlo del mondo…– Conclude quasi spaventata dalle sue stesse parole Dama Pascalina.
Le due Syerdwin e la civetta si guardano senza più osare parlarsi. Quella paralisi dura qualche secondo, fino a quando un robusto bussare le sveglia dall'incantesimo.
– Chi è? – Chiede con voce malferma Dama Pascalina.
– Sono Gast Wessiun. È lì Dama Maldanea?
La povera Pascalina guarda la sua pupilla con espressione accorata, ma la giovane Syerdwin, in piedi con espressione cocciuta le fa segno di aprire.
– Buongiorno, Con… – Inizia a dire Pascalina inchinandosi, ma l'anziano Syerdwin entra rapido come uno squalo e si dirige verso Maldanea. – Meno male che ti ho trovata. Devi venire subito con me. Horr Vamaiun ti vuole conoscere e solo gli dei sanno che non è il caso di farlo aspettare, dopo quello che gli ha detto Teardraet.
Maldanea si inchina leggermente in segno di ubbidienza. – Devo mettere qualcosa di più solenne, Padre-Adulto?
Il Conte trasale, sorpreso e infastidito della domanda. – Ma no, ma no, vai benissimo così. Ti prego di essere cortese e affabile con il Seliest, quanto più ti è possibile.
– È un incarico della Famiglia? – Chiede Maldanea, citando la formula riservata ai guerrieri che partono per la guerra.
Il conte Gast sorride a labbra strette e scuote la testa divertito. – Sì, Dama Maldanea. La Famiglia ha fiducia nel tuo valore. – Risponde completando la formula.
– Allora andiamo, non facciamolo aspettare.


– È completamente folle quella ragazza. – Commenta Difiduanna, non appena la porta si è chiusa alle spalle del Conte e della sua figlia-di-terra.
– No, peggio. È una vera Wessiun. E sarebbe capace di dormire in un bosco. – Commenta Pascalina addentando un biscotto.
– Beh, anch'io posso dormire in un bosco. – Osserva Difiduanna, ma l'anziana Dama, con la bocca piena, non le risponde.


Teardraet attraversa il prato che separa le mura di Rocca Wessiun dal bosco. Il prato, umido di rugiada, brilla debolmente ai raggi della luna e il Moeld annusa con piacere quell'aria fredda e odorosa di erba, così diversa da quella delle sue spiagge deserte.
Quel pensiero, nonostante i secoli trascorsi ha ancora il dono di ferirlo, di farlo sentire fragile, solo. Sulle spiagge di Verhida e Baran nessuno Spettro delle Acque del Crepuscolo viene più a cantare ed ad abbandonare i piccoli syerdwin perchè una famiglia li cresca fino al Cambiamento, iniziando così un altro cerchio di esistenza. Teardraet si ferma a raccogliere un fiore, lo annusa per un istante e poi lo schiaccia tra le dita, per sentire più forte il suo debole profumo. Ma perché sacrificare la propria unica, insostituibile esistenza per una creatura fragile, immemore, che condurrà un'esistenza mediocre, accumulando ricordi stupidi o patetici, coronandola nella giocosa stoltezza che segue al Cambiamento? Teardraet allunga il passo, quasi volesse seminare i suoi pensieri molesti e si avvicina all'ingresso del bosco, uno stretto sentiero che scompare nell'oscurità. Dopo una breve esitazione il Syerdwin vi penetra, sforzandosi di resistere alla sorda sensazione di panico che avverte sotto il livello dei pensieri coscienti. Fatti pochi passi si ferma e con uno sforzo solleva il capo, affondando lo sguardo nelle fronde silenziose degli alberi che lo sovrastano. – Belli! – Dice ad alta voce. Ma la sua stessa voce sembra estranea in quell'universo oscuro e confuso, senza aria né luce. «Io appartengo a questo mondo, ormai.» Ripete a se stesso rabbiosamente il Syerdwin mentre penetra più profondamente nel bosco. «Questo mondo non mi ama ancora, ma mi amerà, mi conoscerà ed io diverrò una creatura di terra e di mare, unirò in me le due metà del mondo.» Rami e fronde si protendono verso di lui cercando di fermarlo e Teardraet snuda la Dedrhal, la lunga spada dalla lama leggermente ricurva dei Syerdwin, facendosi largo rabbiosamente nel buio. «Amatemi, maledetti, accoglietemi tra voi, accoglietemi!» Grida nella propria mente Teardraet.
– Amatemi! – Urla con rabbia, immobile in mezzo ad una radura illuminata dalla luna. – Non lasciatemi solo. Non lasciatemi solo a combattere, a ricordare. Amatemi, dunque! – Ripete ancora, con un urlo che somiglia ad un pianto.  


Un movimento ed un fruscio risvegliano la sua attenzione. Un'ombra chiara sta passando dietro i tronchi d'albero più vicini, correndo
– Chi è là? – Chiede il Syerdwin, ma per tutta risposta l'ombra accellera il passo. Il Conte-mago esita per un istante, poi, vinto il timore si getta all'inseguimento tra gli alberi. La figura chiara appare e scompare tra le fronde ed i tronchi ma Teardraet non la perde di vista e sia pur faticosamente si avvicina fino quasi a raggiungerla. Quando è ormai a pochi passi lo spettro si immobilizza e si volta di scatto, stringendo in mano un oggetto metallico. Nel fare questo lancia un urlo rabbioso, simile a quello di un guerriero.
Teardraet si ferma anch'egli, ansando e solleva la Dedhral.
– Chi sei, ombra maligna? – Chiede allo spettro.
– Chi sei tu, piuttosto, che gemi ed urli come un pazzo? – Risponde lo spettro con voce contraffatta.
– Io sono Teardraet, Conte-Mago di Baran e Veridha.– Annuncia il Syerdwin.
– Ed io sono Dama Maldanea delle Rocca Wessiun, non certo un'ombra maligna. – Risponde lo spettro scostando il lungo velo che le fascia il volto.
Dopo qualche secondo di stupefatto silenzio Teardreat chiede. – Posso domandarvi cosa fate in questo bosco, a quest'ora, Mia dama? Ammetterete che non si tratta certo di un'attività consueta per la nostra razza.
– Mi pare di non essere sola a dedicarmi a questa bizzarra attività. Comunque, viste le nostre comuni perversioni, potremmo continuare la passeggiata insieme.
Teardraet ride e rinfodera la Dedhral. – È un vero privilegio, questo, Mia Dama. Questa sera al ballo non avete avuto occhi altro che per il Seliest, ma se il mio sguardo non mi inganna in quegli occhi vi era talvolta una sensazione tediata.
Maldanea incrocia graziosamente le dita sul petto in un gesto pudico che avrebbe fatto la felicità delle sue tutrici e replica. – Il fatto è che non comprendo le questioni di stato. Le trovo noiose e tetre. Voi certo non sarete di questo avviso.
Teardraet le offre il braccio per passeggiare e la conduce nuovamente sul sentiero. – Perché no? Tanto più noiose e tetre le trovo quando a parlarne è il nostro Seliest.
– Non siete generoso con il nostro sovrano. D'altro canto si dicono di voi cose ben più gravi e credo quindi che queste innocenti cattiverie siano una ben piccola parte delle vostra perfidia.
– Voi volete lusingarmi, Dama Maldanea. E d'altro canto io so di Voi che siete tutt'altro che una dama scioccherella con la testa solo nel ballo e negli amoretti. Vi esimo quindi dal fingere con me una stoltezza che la vostra mente sottile non vi permette.
Maldanea lo guarda seria. – Si vede, eh?
– Certo. Un falco non può travestirsi da gallina, nemmeno per una buona causa.
– Anche voi non siete certo uno sciocco, Conte-Mago… Oh, scusatemi! Il fatto è che con una persona come voi non so proprio come sia giusto comportarsi ed il mio primo incontro con un potente dei Syerdwin è stato così tremendo.
– Vedete che continuate? Adesso state cercando di farvi passare per una sprovveduta. Perché non mi dite invece quale motivo vi ha spinto a seguirmi?
– Adesso siete voi a farmi troppo onore, Conte-Mago. Diciamo la pura e semplice curiosità. Credevo di essere la sola nel mio popolo a provare piacere nel mettermi alla prova sfidando il bosco e le terre oscure. Poi vi ho veduto dalla mia finestra inoltrarvi nella selva e non sono riuscita a resistere. E così eccomi qui.
– È stato un ben strano incontro il nostro, Dama Maldanea. Qui le nostre strade tornano a separarsi, vedete, oltre quell'arco di fronde si vedono già le mura delle vostra rocca. – Teardraet si inchina profondamente. – Ho la sensazione che in qualche modo mi abbiate giocato e vi assicuro che non è una sensazione che ho provato spesso. Vi auguro una felice notte ed ogni fortuna.
Maldanea ricambia l'inchino con un sorriso . – Felice notte anche a Voi, Conte-Mago. È stato un incontro molto più emozionante, comunque. – Ride. – E non maltrattate troppo gli alberi.
– Lo farò, grazie. – Replica rigido il Syerdwin guardandola allontanarsi. Quando è a pochi passi un piccolo rapace notturno uscito dalla selva si posa sulla spalla della giovane e volta la testa verso di lui. – Buonanotte. – Ripete ancora una volta Teardraet con un sussurro.


14.5.19

Il Mare Obliquo 8

Mentre il viaggio di Usif-Lizhi continua, sia pure con qualche problema, nella Rocca di Wessiun Dama Lie Maldanea, una giovane syerdwin non esattamente comune, discute con Difiduanna per l'arrivo di qualcuno destinato a cambiare profondamente la sua vita.
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Un lontano brusio di voci e rumori metallici, appena distinguibili dall'eterno boato delle onde lo scuotono. Usif-Lizhi, la mente vuota e levigata come uno specchio scuro fissa lo sguardo verso il limite dell'orizzonte. Ora riesce ad udire il delicato, liquido fruscio prodotto dalla prua di un'altra nave che fende le acque, navigando verso di loro. Forse la curvatura dell'orizzonte o le lontane foschie gli impediscono di distinguere le luci o forse… I pirati: lui, in quanto notturno ne ha una conoscenza del tutto teorica, per averne letto nella biblioteca di Adwina, a Casa Oresme.
Suo malgrado sottilmente eccitato Usif-Lizhi aguzza maggiormente l'udito per riuscire a distinguere qualche frase o suono che diano sostanza al suo sospetto. Nulla da fare, la distanza è eccessiva persino per lui. Quanto saranno lontani? Il Notturno, poco abituato a calcolare le distanze su una superficie piana e liscia come quella marina si sforza di vedere con gli occhi della mente un sentiero che attraversa il grigio mare unendo la sua nave a quella dei pirati. «Almeno trenta miglia.» Conclude, poco convinto.
Appollaiato in punta all'albero di maestra la vedetta scruta il mare, ben lontano dall'udire quello che lui riesce ad udire. O forse dorme, pensa Usif-Lizhi, che la dimestichezza con gli uomini ha reso più comprensivo verso i loro difetti ed insieme più caustico.
Dopo un quarto d'ora il rumore si è fatto più netto ed i sospetti di Usif-Lizhi si sono fatti più netti e precisi. Non manca molto all'alba e probabilmente la nave pirata spera di piombare loro addosso, quando, appena svegli e disorganizzati, non sarebbero in grado di difendersi efficacemente.
Ora riesce a vederlo: un veliero non troppo grande dalla forma agile e veloce, senza luci a bordo, che naviga confuso nei sottili vapori che la vicina alba solleva dalle acque.
Un piccolo brivido di avvertimento gli ricorda che non è lontano il momento in cui fuggire dalla luce del sole, ma il Notturno decide di ignorare l'avvertimento del suo corpo e continua a scrutare la superficie marina.
Quasi insensibilmente il colore del cielo vira dal nero vellutato della notte al grigio dei minuti che precedono l'alba ed in quel grigiore indistinto scruta lo sguardo di Usif-Lizhi, combattuto tra gli avvertimenti del suo corpo e la lealtà che sente verso i suoi compagni di traversata.
– Ehi, di vedetta!
– Cooosa c'eeeè? – Risponde l'uomo.
– Là, a sinistra, una nave pirata.
La vedetta non replica, ma Usif-Lizhi lo vede afferrare il cannocchiale e scrutare il limite dell'orizzonte. Un attimo dopo un possente urlo sveglia la nave: – I PIRATI!!!!
Nel caos di uomini e gu'hijrr che si rovesciano sul ponte Usif-Lizhi si avvia barcollando verso la sua cabina, gli occhi doloranti ed il corpo attraversato da un cupo malessere.
Usif-lizhi arriva nella sua cabina con l'aiuto di Kirzil e di altri due marinai mentre il bordo dorato del sole oltrepassa la cortina di acque e la Tidal con tutte le vele spiegate si allontana dalla minaccia dei pirati.
– Come sta, mio signore? – Gli chiede Kirzil Pennarossa, una volta adagiato sul letto l'esausto Notturno.
– Sto benissimo. – Usif-lizhi, anche più pallido del solito, sorride a labbra strette e afferra la mano del Gu'Hijirr.
– Siete stato molto imprudente, signore, dovevate avvisare la vedetta e tornare nella vostra cabina.
Il Notturno fa segno di no con il capo. – Dovevo aspettare che anche voi li poteste vedere, altrimenti non mi avreste creduto e sarebbe stato tutto perduto.
Il comandante della nave, Eak Liddhen, entrato nella cabina proprio in quel momento annuisce – Dormite bene, Signore Usif-Lizhi. E grazie.– Il notturno fa un cenno vago del capo e chiude gli occhi.


Mentre salgono i gradini verso il ponte Kirzil Pennarossa osserva: – Senza i suoi occhi saremmo già in bocca ai pesci, lo sai Eak?
Il comandante annuisce gravemente. – Questo non basterà a togliermi la sensazione che sento tutte le volte che lo vedo, ma almeno, sacri dei, ho un buon motivo per nasconderla. Non è vero?
– Ben detto. Sarebbe ottimo avere uno di loro su tutte le navi, non è vero?
– Dev'esserci qualcosa di veramente grave a spingerlo. Io non ho mai sentito di uno di loro che sia salito su una nave, e tu?
– Nemmeno io. – Il Gu'hijirr esita un istante, scuote il capo e conclude. – Sono strani tempi, Eak, e ancor più strani ne verranno.




La pioggia cadeva da alcuni giorni: sottile, grigia, eterna, velando di umidità argentea il bosco appena oltre il viale e penetrando ovunque nelle stanze della rocca, fredde e scure, e lasciando la traccia del suo passaggio: odore di muschio e di vecchie stoffe bagnate.
Dama Maldanea di Wessiun aspira felice quegli aromi mentre attraversa i lunghissimi corridoi della rocca. Avvolta nei suoi lunghi veli verdi e argento, che esaltano il pallore del suo volto di Syerdwin, fa trasalire i membri umani della servitù, che appena la vedono scomparire alle loro spalle fanno scongiuri e rozzi incantesimi e proseguono borbottando ed imprecando a bassa voce verso le loro destinazioni.
Dama Maldanea ode le loro parole ed indovina i loro gesti, ma non si adira per quel buffo comportamento. La diverte, anzi, in una maniera riprovevolmente infantile, vederli sobbalzare quando li incontra ad una svolta e sentirli maledire a bassa voce la sua gente.
Gli uomini, coloro che non conoscono Cambiamento, che temono le acque e la solitudine, che non sanno tacere né ascoltare, che confondono le ombre con la realtà, la realtà con i desideri ed i desideri con le paure la affascinano, la incuriosiscono.
Il suo vecchio Aio, Corcodiun, Cambiato ad una età molto veneranda, dopo aver visto migliaia e migliaia di suoi coetanei Cambiare, fino al punto da pensare di essere un Moeld, un Sempre-Uguale, le aveva insegnato a diffidarne, ma anche a studiarli con attenzione. «Gli uomini erediteranno il grande cerchio del Mondo, Debah, e noi cesseremo di Cambiare. Così sta scritto.»
La chiamava con il suo nome di Allieva, il nome che al termine della sua istruzione nessuno avrebbe più usato con lei. Ora, da un paio d'anni divenuta
Maldanea, si sente ancora molto Debah, una Debah molto più libera di parlare e di intromettersi, di curiosare e dire ad alta voce le sue idee.
Nessuno della sua gente ha l'abitudine di uscire dai propri appartamenti se non la notte per la Cerimonia della Marea, tanto meno lì, molto lontani come sono dalle loro isole, nessuno tranne lei.
Al termine del corridoio che sta percorrendo c'è l'uscita per le scale della Torre del Simileun, dai gradini stretti e ripidi.
Non le è vietato raggiungerla e salirla: ormai per Dama Maldanea non esistono più divieti ma azioni più o meno sconvenienti. Nel novero di queste sono ovviamente comprese tutte le azioni che richiedono uno sforzo fisico non essenziale per uno scopo ben preciso, il tipo di cose, insomma, che Debah adora fare.
Una porta massiccia, di legno rosso non lucidato la separa dal terrazzo che conduce alla torre. Un ultimo scrupolo trattiene la mano appoggiata sulla maniglia di metallo nero.
«Dama Maldanea non sale le scale di corsa. Non guarda la pioggia dalle feritoie della torre tutta da sola. Non ascolta il rumore delle gocce sulle vecchie tegole della torre e non spia le civette. E tanto meno parla con loro.» Si dice a bassa voce. «Che creatura noiosa questa Dama Maldanea.» Commenta dopo un attimo aprendo la porta ed uscendo sotto la pioggia.
Prima di salire alla torre sosta per un attimo a guardare giù dai tetti resi lucidi dall'acqua. Si abbassa il cappuccio dal viso esponendolo alle gocce, delicate come piccole carezze. Oltre il bordo dei tetti il verde della radura, che sembra brillare di luce propria, contrasta con il buio umido della foresta. Guarda con una punta di inquietudine Il suo cupo intrico, la sua finta quiete, simile a quella del selvatico che raccoglie le forze per colpire. 


Non esistono quasi gli alberi sulle loro isole, solo l'erba bassa, l'erica e le rocce coperte di muschio e licheni. I boschi si trovano dall'altra parte del breve mare che li separa dagli Uomini. Il suo Aio Corcodiun era uno dei pochi Syerdwin che conoscesse la botanica e riuscisse ad sostare in un bosco senza farsi venire il batticuore ed un'irragionevole paura. La cosa gli era stata più volte di vantaggio, soprattutto quando voleva evitare qualche incontro poco gradito.
Quando era ancora Debah lei lo aveva seguito in qualcuna delle sue escursioni, sfidando la paura e la sensazione di soffocare che le dava l'intrico dei rami scuri sopra la sua testa, anche se non era mai arrivata a condividere l'entusiasmo del suo maestro quando si imbatteva in una forma di vita sconosciuta o in una traccia che non sapeva ricondurre a nessuna specie nota.
Un movimento al limite del bosco, colto con la coda dell'occhio, la allontana dai suoi ricordi. Si tratta di una carrozza scortata da una ventina di cavalieri ed altrettanti fanti, vestiti di un lungo mantello grigio dall'orlo nero che risale al centro della schiena a formare il disegno di una T rovesciata. «Questioni di guerra» Decide Dama Maldanea, che di quella guerra tra i due Grandi Re degli Uomini non si è mai curata, disapprovando, senza averlo mai dato a vedere, il coinvolgimento di loro Syerdwin in quel pasticcio.
«Chissà chi viaggia in quella carrozza?» Si chiede oziosamente, quasi a cercare una scusa per rimanere lì sotto la pioggia. La carrozza si avvicina velocemente al fossato scavato davanti al castello, fino a scomparire sotto il bordo dei tetti.
Nell'avvicinarsi Dama Maldanea riconosce la stessa T rovesciata, nera su fondo grigio, dipinta sugli sportelli della carrozza. Dalla sua posizione non riesce più a vedere nulla ma ode, attraverso il delicato scroscio della pioggia, il rumore del portone aperto ed il rotolare delle ruote fasciate di metallo sull'assito del ponte.
Dopo essersi sporta un paio di volte Maldanea, ormai definitivamente tornata Debah, fa le spallucce ed abbandona la sua postazione marciando verso la torre.
Mentre sale i gradini resi viscidi dall'umidità, nel buio solo a tratti illuminato dalla fioca luce di una feritoia profondamente scavata nel muro, la Dama Syerdwin sembra contrariata e procede veloce, senza nemmeno godersi fino in fondo la sua piccola trasgressione. Quando arriva in cima alla torre, nella piccola stanza circolare subito sotto il tetto, ha un po' di fiatone, gli abiti in disordine ed il viso ornato di segni scuri, lasciati dalla mani che ha passato sui muri per mantenersi in equilibrio.
– Ehi, ci siete? – Chiede appena spuntata sulla piattaforma.
Dal buio della stanza una voce acuta e molto composta risponde: – L'avete fatto ancora, Dama Maldanea.
L'interpellata ride a bassa voce. – Mi annoiano tanto le altre Dame, cara Diffy. E poi è così bello qui.
– Non è bello. È freddo ed umido. E poi il mio nome è Difaduanna, cara la mia Syerdwin.
– Hai ragione. Posso sedermi?


L'interlocutrice di Debah apre le ali e si posa su un vecchio mobile di legno scuro abbandonato nella stanza della torre. Ruota la testa per mettere a fuoco l'immagine e dopo un attento esame ruota la testa contro il muro.
– Non fare così, Diff…Difaduanna, lo sai che mi fai impressione.
La civetta non si volta e commenta. – Anche voi fate impressione, Dama, anche se non per gli stessi motivi.
– Se non mi chiami Debah io continuerò a chiamarti Diffy. –
La civetta si volta di colpo con gli occhi spalancati. – La tua educazione, Debah, mostra sempre più ampie lacune, devo constatare. Da cosa fuggivi questa volta?
La syerdwin si siede su un mucchio di paglia, dopo aver raccolto l'ampio abito intorno ai fianchi, gesto che provoca un altro moto di disapprovazione della civetta, e spiega.
– Non un motivo particolare. Ma adesso che ci sono ospiti ne ho a bizzeffe, penso. Le mie zie mi staranno sicuramente cercando, in questo momento, per andare a salutare il cortese ospite del castello: «T rovesciata».
– Come hai detto?
– Il nome non lo so. È arrivato poco fa e l'unica cosa che so è che sulle porte della carrozza ha un simbolo che sembra una T rovesciata. Ha quaranta uomini di scorta, un numero abbastanza impressionante, non credi?
La civetta alza la testa di scatto come se si fosse ricordata improvvisamente di una minaccia sospesa sulla sua testa.
– Cosa non ti piace, Diffy?
– Hai detto una «T», vero?
– Proprio così.
– Teardraet, non ti dice nulla questo nome?
– Non credo.
– Pronuncialo al contrario, dall'ultima lettera alla prima.
– Vediamo T…E…A…R…Ho capito, Diffy! Che nome curioso, si legge anche rovesciato.
La civetta apre le ali e scuote nervosamente la testa. – Crede di essere spiritoso, evidentemente.
– Ma chi è?
– Non ne te ha mai parlato il tuo Corcodiun? Per molto tempo è stato molto più di un problema per voi Syerdwin.
Debah fa un gesto vago con la mano. – La storia non è mai stata il mio forte, Diffy. Ad essere sincera mi interessavano solo le storie dove i protagonisti erano eroi solitari votati ad una causa nobilissima, mentre le storie di guerra e di complotti, le successioni, gli usurpatori, le congiure mi annoiavano molto e dimenticavo subito i nomi di gente così spregevole.
– Male, in questo caso ricorderesti Teardraet il Sempre-Uguale, Conte-Mago delle Isole Baran e di Verhida.
– Diffy temo che tu stia per insegnarmi un po' di storia. Non credo che resisterò a lungo. – La syerdwin estrae da una profonda tasca dell'abito uno specchio di metallo lucidato e se lo pone davanti al volto. – Dio d'Acqua, ma hai visto la mia faccia? – Esclama dopo un istante.
Difaduanna la guarda aggrondata e preferisce non fare commenti. Debah la spia, fa un grave cenno di assenso e estrae dalla stessa tasca un fazzoletto che comincia a passarsi sul volto. In Debah la linea sottile e lunga del viso, tipica dei Syerdwin è meno pronunciata ed il suo naso volto all'insù ha una curva meno netta, quasi graziosa. Le sue labbra hanno una tiepida tonalità di grigio rosato e non hanno l'aspetto scuro e coriaceo di molti altri della sua razza e così i suoi occhi, grandi e profondi, che non sembrano vuote pozze di oscurità come quelli di altri syerdwin.
– Sono pronta Difaduanna, annoiami pure.