28.10.26

Paranoie di un anziano extraparlamentare


In gioventù – anni '70 e inizio anni '80 – per me e i miei amici esisteva una categoria peculiare di persone, più o meno nostri coetanei, i cosiddetti "cremini", cioè i ricchi, i riccastri e i parvenu, coloro che frequentavano i locali più ricercati e costosi, che si preoccupavano fino all'eccesso di ciò che indossavano, poneveno particolare attenzione alle marche e che in modo più o meno velato mostravano di aborrire le ragazze, parlandone tra loro in maniera sprezzante, talvolta a bassa voce, se una delle ragazze era presente, ma più spesso apertamente, con la ragazza in questione che tentava penosamente di partecipare alla discussione, contando sul fatto che la sua semplice presenza la salvasse dalla mattanza in atto. Ovviamente questo non era MAI vero, nel senso che la volta successiva anche lei sarebbe entrata nello scempio, per le scarpe, il trucco, il comportamento, le tette – poche o troppe – il sedere e qualche episodio imbarazzante avvenuto nel passato. 

Essere un "cremino" o un "plattino", nome di un celeberrimo Bar di Torino, era una definizione, certo, ma tra noi, era una condanna, comunque sempre aperta a una revisione e a un'assoluzione nel (raro) caso di incontrare un "cremino" a un corteo o una manifestazione.

Tutto ciò avveniva nella seconda metà degli anni '70 del secolo scorso e nei primi anni '80 e in seguito nella vita non mi è più capitato di ripensare a quella curiosa sistematizzazione. Non ho smesso di essere un comunista libertario, ateo e anticapitalista ma, anche grazie al mio lavoro di libraio, sono diventato più tollerante verso gli schiavi dell'apparire, limitandomi a considerarli soltanto dei poveri idioti che tengono di più a mostrarsi che a pensare.

Questo fino a qualche giorno fa, quando ho incontrato un esempio tipico della categoria sopracitata che inveiva contro i giovanastri che avevano danneggiato il suo negozio preferito di impedimenta, privandolo della possibilità di spendere quale centinaio di euro in scarpe, felpe e soprabiti. «Fantastico» ho pensato, «c'è qualcuno che non solo si vanta di sperperare denato in oggetti superflui alla faccia del cittadino medio, preso da ben altre ambasce, ma minaccia e insulta chi l'ha privato della possibilità di farlo anche solo per un giorno...» 

In seguito ho scoperto che il soggetto in questione era frutto di un fake più o meno ben costruito, ma questo non ha cambiato in nulla nel mio giudizio. 

Ho capito che il mio separarmi dal mondo e ignorare questo genere di fauna era ormai giunto al termine: dovevo riprendere i miei antichi panni di extraparlamentare e prendere posizione. Non solo e non tanto sul povero falso pirlotto che inveiva on line, ma sullo stato delle cose, sul governo di incapaci, ladri e tagliagole che infesta questo povero paese, sugli evasori e rubagalline che lo sostengono e sui poveri disperati idioti che hanno a suo tempo votato per la Gioggia e la sua corte dei miracoli. Ma non basta, non è sufficiente, devo prendere coscienza e ribellarmi al culto dell'apparenza che permea i media, i social e la vita quotidiana di ognuno di noi. Ma… un momento… I giovani che domenica 18 ottobre hanno assalito le vetrine del centro di Milano volevano disperatamente avere proprio quegli oggetti – scarpe, felpe, soprabiti, gilet ecc. – che rappresentano il marchio della schiavitù alle Marche… Ma è possibile? Che cosa mi sono perso? 

Molti di loro stanno rivendendo ciò che hanno recuperato dalle vetrine rotte e dagli scaffali rovesciati. Si tratta di giovani di provincia, che non riescono a possedere ma sognano i simboli di una ricchezza esibita e spesso rumorosamente dichiarata. Il possesso di tali oggetti certifica… Che cosa certifica? La ricchezza? No. Il gusto? Per la carità. L'esistenza in vita? Già, proprio così. La Merce testimonia che esisti, che meriti di vivere, di apparire, di muoverti nella vita di tutti i giorni. 

A questo punto le vetrine rotte sono davvero ben poco rispetto all'Angst di migliaia o forse milioni di giovani. Che la difesa del diritto di qualcuno di abbigliarsi come la moda comanda è veramente ben misera cosa rispetto alla disperazione matta e violenta di chi sogna quella Merce per apparire in vita. Un'illusione? Certo, questo è il tempo che viviamo. 

Non posso più essere soltanto un vecchio extraparlamentare che disprezza i riccastri, ma devo cambiare punto di vista, capire che qualcosa di diverso è accaduto e sta accadendo. Mi è venuta in mente l'altra sera un caposaldo del pensiero marxista, la distinzione tra struttura e sovrastruttura. La struttura fino a qualche anno fa era il mondo della produzione, dove milioni di operai creavano il surplus per il Capitale. Da lì era relativamente facile progettare una rivoluzione fondata sull'uguaglianza e sulla liberazione, ma ora in apparenza – ma soltanto in apparenza – la classe operaia organizzata in grandi fabbriche è scomparsa e le grandi fabbriche si sono spostate o stanno emigrando all'estero, in luoghi dove i lavoratori non hanno diritto o possono sopravvivere con stipendi che qui sarebbero considerati da fame. La struttura sociale in Italia si è spezzata, frantumata, ridotta a un insieme disomogeneo di povere o immaginarie partite IVA, immigrati in bicicletta a consegnare pasti, stagisti in attesa di un lavoro fisso, lavoratori a cottimo, braccianti senza contratto e disoccupati che accettano qualunque tipo di lavoro. È ragionevole credere che tale indistinto mix di disperati – al quale mi iscrivo anch'io – possa anche solo immaginare un cambiamento radicale dello stato delle cose? E non parlo soltanto dell'Italia, parlo di tutti i paesi del mondo: l'Internazionale, il sogno dei bolscevichi di un secolo fa.  

I sogni dei poveri, la Merce, è soltanto una sovrastruttura nata dalla suggestione creata dai media ed enfatizzata dai social, una suggestione che imprigiona milioni di persone. Ma se sarà difficile unirsi per battersi contro la situazione attuale, è ancora più improbabile che un nuovo paio di scarpe o un jeans di marca possa regalarvi un'esistenza degna di essere vissuta. Sapete come funziona, no? La cosa desiderata cessa di essere importante quando, infine, è diventata vostra. Vale anche per la Merce, tutta la merce.

«O la rivoluzione precederà la guerra o la guerra provocherà la rivoluzione», diceva Mao Zedong e curiosamente penso che sia una frase che merita ricordare.

Non sono leninista fino al punto da desiderare una guerra, ma sono abbastanza libertario da tollerare e spesso apprezzare gli immigrati. 

  


 

 


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