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4.4.26

Un ritorno


Sono passati anni da quando ho smesso di scrivere su questo blog: «Fronte e Retro», a suo tempo ricevuto come regalo dall'ottimo Francesco Eandi. Dal 2022 con un'unica uscita nel 2023. Ho smesso perché molti dei miei "amici di penna" avevano abbandonato il mondo del blog, preferendogli  la presenza su social come facebook o instagram o perché, semplicemente, avevano abbandonato questa forma di espressione, una decisione che anche in me è nata e si è manifestata con la presenza su Facebook e Instagram. Un'esperienza tutto sommato non facile né particolarmente gradevole: la mia prima reincarnazione on line è stata piratata e ho dovuto riscrivere ai i miei "amici" (il concetto di "amico" per Fb è piuttosto ridicolo) per avvisarli che io non ero più io ma un altro con lo stesso nome, col risultato che non pochi hanno continuato a scrivere sulle pagine del vecchio io, rimasto on line, inviandomi auguri, proponendomi iniziative o commentando post dimenticati. Dopo di ché nei miei nuovi panni feisbukkiani sono stato castigato due volte per aver inserito foto "scollacciate" – una foto degli anni '30 di una prostituta parigina, con le zone bollenti coperte e una foto di Lee Miller desnuda (o quasi) dove la fotografa si autofotografava e che era presente nella mostra di Camera, il museo della fotografia di Torino.

 

 

Un buon esempio dell'etica braghettona di feisbuk.  

Oltre a questo ho cominciato ad avere guai di ogni genere nel momento che ho cominciata a pubblicare i miei vecchi racconti su Substack (https://substack.com/) per il semplice motivo che feisbuk non mi forniva un substrato adeguato per i miei testi. E in fondo non solo per questo: 

È da tempo per fatico a rimanere su Fb: troppi haters, troppi stupidi, troppi sempliciotti, troppi precisini, troppi tromboni, in generale un’aria viziata, pesante e irrespirabile, tanto che ho rinunciato da tempo a prendere una posizione precisa in politica o in letteratura o quasi su ogni cosa, tanto per evitare di espormi al rischio di lezioni non richieste o di osservazioni stupide, non pertinenti, ortograficamente errate o decisamente assurde.(…)

«È che non ti piace la gggente», dirà qualcuno e in fondo è persino possibile: non apprezzo il mucchio che ci fa gruppo, il nessuno chi pensa di essere qualcuno perché pesta su una tastiera o su un telefono. Gli imbecilli da bar dei quali parlava Umberto Eco sono diventati onnipresenti, le loro idiozie merce comune e l'antico sogno californiano di regalare una voce a tutti ha rivelato la sua faccia peggiore: c'è sempre qualcuno che si diverte a pestare un fango pur di sporcare qualcun altro. In ogni caso i miei post sono spesso finiti in fondo al mazzo, in modo che pochi riuscissero a vederli. Sono corso al riparo facendo in modo che feisbuk non fosse un viatico per Substack, inserendo un passaggio ulteriore attraverso queste pagine e il risultato è almeno parzialmente riuscito, anche se non in modo trionfale… Pazienza, non è soltanto un problema di Fb ma anche della difficoltà di inchiodare qualcuno a leggere on line per un tempo che superi i cinque minuti…

La mia intenzione, nata dopo una riflessione cominciata all'inizio dell'anno, è di riprendere a scrivere su questo blog, anche se appartiene a Google, società che non stimo e non rispetto, in attesa di approdare altrove. Non abbandonerò feisbuk, né Bluesky e tantomeno Substack, anche saranno essenzialmente modi di dirottare i miei pochi lettori su queste pagine. 

Ultima nota: in un racconto pubblicato da Delos Books nella collana Atlantis, mi sono reso conto di aver in qualche modo preconizzato la situazione in corso. Non ne sono contento, semmai terrorizzato. 

In questo momento la Terra è in una situazione gravissima, sia ambientale che politica. Il Canada, l’Unione di Kalmar e l’Egemonia Siberiana e, nella fascia australe, l’Argentina e la Nuova Zelanda sono gli unici stati che conservino un minimo di regole democratiche, per il resto è il caos. Un caos basato su un fondamentalismo religioso e politico dai tratti allucinanti. Sulla Diadema stiamo cominciando a ragionare su una possibile colonia sul fondo del cratere Walther, che ha il pregio di essere relativamente vicino al polo Sud lunare. E si pensa anche a Marte. In ogni caso non posso dire che la mia carriera sia finita qui.  

Qui parlerò anche di questo. In ogni caso a rileggerci presto. Su queste pagine. 


 

 

5.4.17

Un po' di educazione, perbacco!


L'educazione, quella alla quale si appellavano i genitori quando ci si comportava in modo inadeguato, rissoso, chiassoso, utilizzando «brutte parole», urlando, ridendo sguaiatamente eccetera. Alla censura vocale faceva non raramente seguito una censura ben più corporea, in forma di un paio di sberle che, in genere, ferivano più la propria immagine sociale che il volto. A chi non è accaduto? 
Negli anni che vennero dopo si giurò solennemente che il nostro stile di educazione sarebbe stato incomparabilmente migliore, che si sarebbe discusso – non urlato, e che le sberle e qualunque altro tipo di punizione fisica sarebbe stata eliminata per sempre dalla nostra guida a una buona educazione. 
A distanza di un certo numero di anni devo ammettere di essermi in linea di massima attenuto a questo insieme di precetti, anche se ammetto (e non ne vado orgoglioso) che in qualche occasione ho perso il lume degli occhi – i ragazzi intorno ai 10-11 anni hanno il dono di provocare fino allo sfinimento – giungendo all'inevitabile urlo. 
Ma al di là dei risvolti personali, diciamo che l'educazione impartita da genitori (dotati di buone intenzioni) aveva alcuni scopi lodevoli e qualche effetto meno lodevole. Tra i meno lodevoli una certa ipocrisia, la tendenza a "farsi i kz propri" e un inevitabile conformismo; tra i risultati migliori la capacità di stare tra gli altri senza disturbare e sapendo ascoltare, la pazienza verso gli individui più noiosi o più aggressivi, la gentilezza, la cortesia, la modestia e la disponibilità.
Per molto tempo ho pensato che una buona educazione fosse un discreto collante sociale, quello che ti tratteneva dall'afferrare un cric durante una discussione stradale, che ti impediva di riempire di insulti un tuo casuale interlocutore di diverso parere, mettendo in discussione la sua morale e i costumi sessuali della sua mamma e che ti permetteva di stringere le spalle davanti al furto di un posto per parcheggiare, ma ora mi rendo conto che l'educazione, sia pure quella puramente formale, sta scomparendo lentamente e inesorabilmente. 
E questo non significa che la verità si stia lentamente liberando dalla camicia di Nesso di una sincerità puramente formale ma che, semplicemente, è divenuto giusto afferrare il cric, insultare chi non la pensa come te e litigare fino alla strage per un posto auto. 


«Io» è diventata la valuta maggiormente utilizzata fino a diventare inflazionata come il deutschemark nel 1930, si è diventati sensibilissimi a qualsiasi riferimento alla nostra persona e alla nostra vita – della quale, peraltro, siamo noi a essere i primi detrattori. Si diventa paranoici, ci si convince che sui social network si irridano i nostri figli, che la nostre moglie/ fidanzata / compagna si mostri nuda o quasi dietro cortese richiesta, – quella bottana – che il cugino utilizzi la nostra auto per arrotare i cani dei ricchi nottetempo e che la nonna coltivi erba sul terrazzo regalandola a tutti i tuoi peggiori nemici. 
In TV i personaggi più aggressivi, volgari e intolleranti sono ovunque, pronti a insultare e a mortificare davanti a un pubblico adorante e anche il neo-presidente Donald Trump, si suppone uomo del popolo in quanto perfetto cafone e ideatore di balle spaziali, arriva a insultare il presidente messicano e a rifiutarsi di dare la mano alla Cancelleria tedesca. 
È come una cascata che, lentamente, scende dall'alto fino ai livelli più bassi della società. Siamo tutti più poveri? Beh, facciamo almeno vedere che a noi non ci frega nessuno, che le multinazionali possono anche lasciarci sul marciapiede da un giorno all'altro, ma che siamo sempre pronti a insultare e menare chi non ne ha nessuna colpa. A cominciare dai figli fino alla fidanzata. 
Questo genere di aggressività non ci lascia mai, alcuni diventano troll o hater (odiatori) come Napalm 51 impersonato dal buon Crozza, pronti a credere a ciò che è indimostrabile, falso, assurdo ma che comunque ci piace credere, pronti a SCRIVERE TUTTO MAIUSCOLO CHE SI CAPISCA CHE NOI NON VOGLIAMO TACERE E CHE NON CI POSSONO DIMENTICARE. Gente che scrive «Fate girare», come è accaduto con immagini ridicole o fake prese puntualmente per buone e che collezionano like come immagini della mitica matriciana della zia. 


Dietro l'educazione dataci dai genitori – buona o cattiva che fosse – c'era la convinzione che avremmo dovuto occupare un posto nell'ambito di una società più giusta e ricca di occasioni per chi avrebbe saputo distinguersi (in senso positivo); dietro la scomparsa dell'educazione c'è viceversa una società malignamente frivola, che ci dà comunque occasione per sfogare la nostra disperata paura – talmente profonda da essere divenuta invisibile – da esprimersi mediante accessi di rabbia, di violenza, di gelosia, di intolleranza, di furore. 
Esiste un sottile legame tra l'educazione come progetto di futuro e una società più giusta e democratica e la sua mancanza come ammissione che il futuro è terminato e che non esistono più diritti ma soltanto potere.  
Si potrà urlare, comunque, sparare «cazzo» e «porcozio», ridere di una quindicenne che si esibisce su Instagram – volente o nolente – scandalizzarsi nel vedere neri che trucidano un gattino, masticare minacce e dire «menimpipo» davanti a un gommone di bambini del sud del mondo che affonda: la mancanza di educazione ci lascia soli in un mondo con poche speranze.  


Che cosa resta a noi poveri ben educati in un mondo che sta rapidamente colando a picco? A noi che protestiamo se vediamo qualcuno che spezza i rami più bassi a un albero, che ci ostiniamo a fare la raccolta differenziata constatando ogni volta che il bidone dell'indifferenziato è allegramente colmo di bottiglie, barattoli, carte, plastica e bucce di patate, a noi che abbiamo la netta sensazione che il mondo sia stato sequestrato da individui maneschi, esasperati e tragicamente ignoranti. A noi non resta altro che l'esempio, la pazienza, la comprensione, la capacità di diffidare delle soluzioni troppo semplici e di resistere alla violenza. Non è facile, lo so e lo constato ogni giorno, ma non c'è altra possibilità.  
Ricordando che, comunque, a creare il clima che si respira è qualcosa di estremamente materiale, qualcosa che ha più a che vedere con le modalità con cui si esprime il potere economico piuttosto che con una crescente follia. 
Tutto il resto viene di conseguenza. 


    

16.6.16

Lavorare per i Signori del Silicio?


La famosa pila di libri letti e da recensire è fortunatamente ferma da un po'. Sono a pagina 335 di Vita e Destino di Vasilj Grossman e per il momento la stabilità della pila di libri non corre possibili rischi.
Quindi per questa volta si limiterò alla recensione di un solo libro, anzi di un librino – più o meno 13 x 18 e 152 pagine – letto abbastanza di fretta. Si tratta di Silicon Valley: i Signori del silicio, di Evgeny Morozov, editore Codice, 2016. Un saggio dedicato alla sottovalutata sacralità della nostra identità e che, sinceramente, credo dovrebbe essere letto nelle scuole, a cominciare dalle inferiori di secondo grado. 
Organizzato in sette capitoli, con titoli che vanno da: «Perché odiare la Silicon Valley» a «L'ascesa dei dati e la morte della politica» a «Disconnettersi e basta», riassume la tesi principale di Morozov:

Il punto non è che le promesse della Silicon Valley siano false o fuorvianti [...] ma che quelle promesse possono essere comprese solo se inquadrate in un contesto più ampio: la scomparsa dello Stato sociale, la sua sostituzione con alternative più snelle, rapide e cibernetiche, e poi il ruolo che la libera circolazione dei dati è destinata a ricoprire in un regime commerciale di completa deregulation. 

In sostanza, avverte Morozov, i servizi – le mitiche app – forniti da Facebook, Apple, Google, Uber, Twitter, Airbnb e le altre società hi-tech costituiscono una forma di eliminazione e di graduale sostituzione del welfare state, la cui conseguenza inevitabile sarà quella di renderci tutti indistintamente felici di essere finiti sotto un ponte al termine di una breve e ingloriosa carriera in qualsiasi azienda, vivendo senza alcun genere di tutela e destinati a divenire superflui ogni volta che la vostra società cambia proprietà o nel caso voglia acquisire un maggior valore in Borsa. 

Se lo sfondo è uno Stato sociale al collasso, incapace di far fronte alle promesse fatte alle proprie stesse popolazioni, la Silicon Valley ci offre una nuova rete di protezione sociale: magari dovremo vendere la macchina e saremo sommersi dai debiti, ma avremo sempre accesso a Spotify e Google. 

Secondo la tesi di Morozov, se Wall Street è la personificazione del neocapitalismo più rozzo e avido, la Silicon Valley è la sua versione più  gentile e aggressivamente decisa a «creare mercati a partire da qualunque cosa».

La crisi finanziaria globale – e il conseguente salvataggio delle banche – ha fatto collassare ciò che rimaneva dello Stato sociale, dinamica che ha mutilato – talvolta fino a far scomparire – il settore pubblico. 

La sharing economy, l'empowerment, le smart cities, la smartification della vita quotidiana, i cool tools e altre decine di termini importati dall'inglese commerciale sono, a parere di Morozov, altrettanti modi per mistificare il reale, presentando una versione moderna e accettabile di una sconfitta che sostituisce, soprattutto nella mente del consumatore, i servizi reali e tangibili con "servizi" virtuali. Buon esempio, pensando alla situazione italiana, potrebbe essere quello di barattare un posto all'asilo nido in cambio della disponibilità a prendersi cura a rotazione, da parte di altre madri o padri, del pargolo in oggetto, una soluzione capace di azzerare i costi in termini di tasse – rendendo disponibili ulteriori risorse per le imprese – e addossando ulteriori responsabilità a carico della comunità civile. 


Ed è proprio la nostra capacità di autosfruttamento a favore del mondo dell'onnipresente impresa, anzi, della digital enterprise, l'elemento che più spesso ritorna nel libro di Morozov, insieme alla curiosa invocazione al ritorno della noia nell'accezione citata da Siegfried Kracauer nel 1924: 

[La noia] era invece vera e propia politica, dal momento che consentiva di gettare uno sguardo su un universo temporale diverso, sviluppare spiegazioni alternative alle nostre difficoltà, perfino osare il sogno di futuri differenti. 


Quasi fatale il riferimento, nel capitolo «Disconnettersi basta», al libro di David Eggers, Il Cerchio: «Quando si vive ancorati solo al presente [...] è semplice scambiare una costante invasione del nuovo – a suon di aggiornamenti di stato, tweet, e-mail –per una rottura radicale rispetto a tutto ciò che è stato in precedenza».
La nostra personale "visibilità", ovvero la nostra possibilità di assumere comportamenti "prevedibili" sulla base della neonata "Fisica Sociale" – ovvero lo studio delle nostre relazioni sociali e la possibilità di fornire incentivi ad hoc per riuscire ad affrontare problemi sociali finora trascurati –, finisce per determinare

[...] una profonda asimmetria epistemica. L'iper-visibilità del singolo – registrata da ogni sorta di dispositivo intelligente – va di pari passo con la crescente iper-invisibilità di tutti gli altri attori. I governi continuano a secretare sempre più documenti e appaltano lo proprie funzioni a società private non tenute a ubbidire alle leggi sulla libertà di informazione. Le aziende private fanno di tutto per insabbiare le reali conseguenze delle loro attività e diffondono deliberatamente  ignoranza, finanziando ricerche pseudo-scientifiche di dubbia affidabilità. E Wall Street produce in serie strumenti così poco trasparenti da sfuggire a qualsiasi tentativo di comprensione.


La nostra stessa esistenza finisce così per divenire una merce che sempre più spesso finiamo per cedere gratuitamente ai Signori del Silicio. L'apparente gratuità di un servizio, di un bene, di un'app comportano la possibilità per l'elargitore del servizio di controllare le nostre scelte e i nostri interessi. Questo è il vero spettro che si aggira per il mondo nei nostri tempi e non sarà facile liberarsene. In chiusura e a titolo di esempio ritorno a un tema a me vicino: il commercio di libri e di e-book:

[...] per quanto riguarda i dispositivi dotati di schermi o altoparlanti, a coprirne il costo saranno messaggi promozionali basati sull'uso che ne fate. È questo [...] il percorso che Amazon sta seguendo con i vari modelli di Kindle: se ne volete uno più economico, dovete semplicemente accettare di veder comparire annunci pubblicitari mentre leggete. Il patto faustiano definitivo sarebbe offrirci un e-reader gratuito, con accesso gratuito e istantaneo a tutti i libri del mondo, a un'unica condizione: consentire all'azienda di analizzare tutto ciò che leggiamo, e fornirci pubblicità in base a quello. 

Non posso, a questo punto, che riprendere la recensione a Il Cerchio a suo tempo pubblicata sia qui che presso il sito di LN-LibriNuovi ed estrarne tre brevi frasi che ben rappresentano la situazione contemporanea, dove «la logica del mercato ha rimpiazzato la moralità»: 

I SEGRETI SONO BUGIE, 
CONDIVIDERE È AVER CURA, 
LA PRIVACY È UN FURTO.

Credo che meriti rifletterci su. 
Voi sareste pronti a condividere tutto? A non avere segreti? A eliminare ogni elemento di privacy dalla vostra vita? Se la vostra risposta sono tre «Sì», siete già entrati nel mondo post-informativo. Auguri.