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25.8.19

Il Mare Obliquo 29

L'ospitalità del Cavaliere di Vandel è sicuramente delle migliori, ma un'incomprensibile minaccia incombe sul suo castello e sulla gente di Audiebarr. Usif-Lizhi e gli altri scopriranno presto di che cosa si tratta.
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Attraverso i vetri dalla grande sala, lavorati per assumere un aspetto simile a quello della superficie di un limpido ruscello, la luce chiarissima dei fulmini si sovrappone a quella tiepida delle candele e del camino, trasformando per un istante i volti dei convitati in marmo sbozzato da uno scultore frettoloso.

– Brutta notte, mio Signore. – Commenta il Cavaliere di Vandel rivolto al Duca Kwister, intento a terminare la propria porzione di cinghiale, generosamente annaffiata del buon vino verde del Lodhlen.

– Non oso pensare alla nostra miserevole sorte senza la vostra magnifica ospitalità, cavaliere. Un'ospitalità ben protetta, noto.

Il Cavaliere distoglie lo sguardo di scatto per tornare un attimo dopo a fissare il lupo-drago cercando di celare l'imbarazzo.

– Strani fatti, Duca, mi obbligano a difendere così me stesso ed i miei ospiti.

– È curioso e singolare che i vostri armigeri si trovino nella cinta più interna delle mura, cavaliere. Così è bizzarro e mai citato in alcun trattato di arte militare che essi sembrino voler impedire a qualcuno di uscire piuttosto che ad un invasore di entrare. Non siete d'accordo?

La voce del Barone Enklu non lascia trasparire né tensione né timore enunciando quel semplice dato di fatto. Terminato di pronunziarla il Lupo-Drago compie un cenno leggero indirizzato ad uno dei coppieri schierati alle sue spalle che accorre per riempire il suo bicchiere.

Il Cavaliere per qualche attimo non risponde, limitandosi a guardare davanti a sé con la fissità del malato. – Signori, voi domani potrete riprendere il vostro viaggio. Perché interessarvi di ciò che avviene nelle mie povere terre?

La voce del nobile è appena udibile e quasi solo Usif-Lizhi è riuscito ad udirla nel gruppo di ospiti e dignitari.

– Cos'è accaduto al vostro villaggio, Cavaliere, che molti di noi ricordano felice e protetto da divinità benigne? – Domanda il Notturno.

– Siete proprio sicuro di volerlo sapere, mio gentile ospite?

– Ho veduto tali cose venendo fino qui, che altre non credo potranno ancor più colpirmi. – Replica tranquillo Usif-Lizhi.

– Ebbene… Ebbene. Sapete voi quanti abitanti conta Audiebarr?

– Circa duemila, Monsignore. Vi sono stato altre volte per commercio. – Dichiara Noro Eban.

– Vero. E sapete quanti di loro vivono ancora nel Villaggio? Dodici, non più di dodici. Parte degli altri è fuggita verso le piane del Quym e parte vive ora qui, nella rocca.

– Quali strani eventi sono accaduti per spiegare un tale esodo? – Chiede il Duca Kwister.

– Strani eventi… Molto strani. – Il cavaliere è interrotto da un fulmine più forte mentre il suo sguardo vaga sui volti rigidi e silenziosi dei dignitari di Audiebarr. – Molto più che strani! Ma tra poco saprete, oh se saprete! 

 

Il gruppo di ospiti, ubbidendo ad un impulso comune risvegliato dalle parole del Cavaliere, si volge a guardare verso le finestre sulle cui superfici brilla debolmente il riflesso delle candele, come se appena oltre esse sostasse una processione di spettri.

– Volete essere così cortese da spiegarvi meglio, cavaliere? – Interviene il Duca Kwister, lasciando trasparire l'impazienza e l'esaperazione.

– Non è ancora ora, Duca. Ma sapete voi cos'hanno in comune gli ultimi che ancora popolano le case vuote di Audiebarr?

– Non lo so, ovviamente.

– Una debolezza, una mancanza forse? O forse una bizzarria? – Ipotizza Usif-Lizhi. – Qualcosa che può colpire o rendere diverso un uomo su venti. La cecità forse o qualcosa del genere?

Il cavaliere di Vandel annuisce di scatto. – Mio Signore certo voi siete degno della fama di cui gode il vostro popolo. Si tratta della sordità. Gli unici a vivere ancora nel villaggio sono i sordi ai quali quanto avviene ogni notte alla medesima ora non può recare alcun danno.

– E immagino che i soldati stiano sui bastioni per impedire agli altri abitanti o a voi stessi di uscire dalla rocca, sebbene qualcosa vi spinga disperatamente a farlo. – Continua il Notturno, mentre Kirzil Pennarossa lancia un'occhiata di profondo compiacimento a Share Harvaiun seduto di fronte a lui.

– Qualcosa? Ma voi non potete immaginare Cosa, mio signore. La più orribile sinfonia di pianti e di richieste di aiuto, nata dalla dalla gola stessa dei Demoni del Mondo-Oltre-L' Orlo… Urla di bimbi, lamenti di donne, di vecchi e di giovani, voci che chiamano ognuno di noi per nome, che implorano il nostro aiuto con le voci più care di coloro che non vivono più sotto questo sole… È quanto di più orribile voi possiate immaginare. E la sorte di coloro che escono dalla rocca non è certo migliore. Richiamato da quelle parole, dall'illusione di rivedere i cari volti perduti ognuno insegue ombre senza forma e senza colore fino a cadere nel torrente o a trovare la morte nei modi più strani e incomprensibili, incitato dagli accenti struggenti e pieni di speranza di quelle voci…

Il cavaliere fissa senza vedere, uno dopo l'altro, i presenti, scuotendo a tratti il capo convulsamente, come se uno sciame di zanzare lo perseguitasse. – Non esiste tortura più intollerabile e sottile, nulla di più inumano. Più volte sono stato tentato di abbandonare la rocca e queste terre pur di non udire più o di divenire io stesso sordo e poter riprendere una vita normale in un mondo che sembra non avere più equilibrio.

– Ed i vostri soldati? – Chiede la Fata Mahaderill. – Sono forse sordi?

– Essi hanno le orecchie sigillate dalla cera e solo così possono resistere all'esterno. In questa sala le voci giungono attutite, ma altrove nella rocca sono forti come venti di tempesta ed altrettanto terribili.

– Questo ci rincuora un poco, cavaliere. Ma potete dirci quale sarebbe stata la nostra sorte se fossimo rimasti all'esterno, questa notte?

La risata del cavaliere giunge tanto inaspettata quanto assurda nel clima teso e silenzioso della sala, facendo sussultare i presenti. – La vostra sorte…Vagare fino a morirne, inseguendo un'illusione, ognuno la propria, così come si dice sia caduto l'esercito di Re Harmiden nelle Selve del Nord, vinto dai miraggi del gelo.

– E quale ritenete sia l'origine di quanto avviene, cavaliere? – Chiede Usif-Lizhi.

– L'Origine? E quale può essere la ragione di un simile abominio? Il mio mago personale, Symenn, prima di affogare nel pozzo di una fattoria del villaggio, cercando di trovare tale ragione, ha parlato di una grande Ombra proiettata sul Mondo da un'altro Mondo. Chi si trova sotto quell'ombra non può più discernere ciò che è vero da ciò che non lo è e deve perire schiavo alle proprie fantasie. Ma tale sua teoria non ha potuto avere nessuna conferma… O forse l'ha avuta. – Il cavaliere di Vandel ride ancora mentre un'altra saetta si abbatte su uno dei tetti metallici della rocca, donando alla sua risata acute risonanze metalliche.

– Ho udito anch'io parlare di quell'Ombra. – Dice la Fata Mahaderill, subito dopo che si è spento l'eco della voce del Cavaliere. – E noi fate possiamo sentire che in qualche modo l'equilibrio del mondo si è spezzato e che esso ora somiglia ad un carro al quale il mozzo di una ruota si sia spezzato e i cui giri sempre di più lo conducono verso la rovina. Ma nessuna di noi riesce ad immaginare quale sia il rimedio. I Silvani parlano di una minaccia che ciclicamente si abbatte sull'Orlo del mondo, della quale solo loro conoscono natura e significato, ma più di questo non so dirvi.  


Richiamata dal riferimento ai Silvani l'attenzione di tutti e per prima quella del cavaliere si appunta su Khude il Silvano che ha finora udito senza parlare le conversazioni a tavola.

– Quale sarebbe tale teoria, mastro Erbano? – Gli chiede.

– Io-Noi non abbiamo teorie, signore. Semplicemente vediamo e sappiamo e non è facile raccontare con le vostre parole ciò che Io-Noi vediamo tanto bene quanto voi potete vedere la vostra mano o l'orlo ricamato della vostra veste.

– Suvvia, fai almeno uno sforzo. – Lo incita il cavaliere, preso da una strana animazione.

Khude lo osserva per un attimo con un'espressione che si sarebbe detta di pena o di paura. – Due mondi si disputano la nostra sostanza. – Inizia a dire. – La sostanza di tutto ciò che vive che è, con i suoi ritmi, tutto quanto vedete intorno a voi, animali, piante e rocce…

– Allora, vai avanti su! – Lo incita il suo interlocutore.

– Ora il Kadh è qui. – Risponde il Silvano.

– Cosa dici, cosa dici allora? – Continua il cavaliere che si alza per scuoterlo. Ma il suo gesto non termina, interrotto da un rumore simile ad un lungo sospiro che attraversa la sala come un'onda increspa l'orlo delle acque.

– Le voci, sono le voci! – Urla. – Ascoltate, miei signori e resistete loro se potete.

Khude il Silvano sbatte con le lentezza le palpebre ed annuisce impercettibilmente. Il Kadh è confusione, illusione: egli ben lo conosce e pur temendolo non prova paura. La fata Mahaderill stringe i pugni e punta lo sguardo verso le finestre i cui vetri tremano delicatamente nelle intelaiature metalliche, come scossi dal vento. La sua magia, leggera ed insieme solida come seta la protegge da quell'assalto restituendo le voci alla loro vera sostanza di rumori disordinati e metallici, come pentole e paioli sbattuti con violenza a molta distanza da lì.

Gli altri convitati, rigidi sulle sedie, si voltano di scatto, sicuri che una voce familiare li abbia chiamati, si guardano intorno con espressione rabbiosamente sorpresa, sapendo di vivere un'illusione, ma senza riuscire a resistervi. Già qualcuno si alza, con movimenti incerti e sognanti, come un sonnambulo o un uomo colpito da un attacco di malaria.

I soldati del Cavaliere di Vandel si affrettano a chiudere le porte del salone e alcuni corrono a porsi davanti alle finestre. Solo seguendo meccanicamente quel gesto Usif-Lizhi, alle cui orechie, nitida e distinta come se ella giacesse tra le sue braccia giunge la voce di Adwina, si rende conto che i vetri delle finestre non rispecchiano più le luci della sala, come se il vetro avesse cambiato sostanza e natura, tornando opaca roccia. Aggrappandosi a quell'esile filo il Notturno si alza barcollando, senza che nessuno dei convitati, ciascuno preda del suo personale ricordo, dia segno di vederlo. Si avvicina ad una delle finestre, dove un paio di soldati fanno buona guardia per impedire a chiunque di scendere in cortile passando per quella via.

Giunto ad un paio di metri da essa il Notturno si irrigidisce e cerca di mettere a fuoco lo sguardo. Nella sua mente il dolce richiamo di Adwina si è trasformato in una disperata richiesta di aiuto. Con sgomento il Notturno di accorge di aver semiestratto la spada dal fodero, evidentemente animato dall'intenzione di uccidere chiunque si frapponga tra sé ed il suo desiderio.

Con un gesto lento e penoso Usif-Lizhi spinge nuovamente la spada nel fodero e rivolge un cenno ai due soldati che avevano già posto mano alle proprie.

– Voglio solo guardare… – Spiega il Notturno. – Da …qui. –

Le luci delle candele non sono scomparse, si rende conto il Notturno dopo pochi attimi di osservazione, ma esse non cadono più direttamente sulla superficie lucida del vetro, come se la luce non procedesse più come una freccia lanciata diritta davanti a sé, ma seguendo una strana, impossibile curva. Il Notturno respira profondamente e affonda lo sguardo nella superficie buia del vetro. Infinite linee sottili e scure, dall'andamento caotico come l'acqua in un gorgo, sembrano formare quel buio, come se una vita incomprensibile ed oscura lo animasse.

Usif-Lizhi chiude gli occhi di scatto per resistere a quel moto ipnotico ed ha la spiacevole sensazione che il buio creato dalla sue palpebre chiuse abbia acquistato la stessa sostanza. La voce di Adwina nelle sue orecchie si è fatta un unico, infinito urlo di angoscia disperata e per un attimo il Notturno sente l'invincibile impulso di scagliarsi contro i soldati e correre, correre a perdifiato per salvarla.

Una saetta caduta appena oltre la torre che domina la Rocca, illumina per un istante la sala e la sua luce abbagliante si frange su muri e corpi secondo angoli e disegni bizzarri, come se provenisse dai muri o dai corpi dei convitati. Il fragore del fulmine si è sovrapposto per un istante alla voce di Adwina e in quell'attimo la sua mente sovraeccitata è riuscita a separarla dalla vera sostanza di quel suono, più simile all'insopportabile cigolio di un meccanismo arrugginito che ad una voce umana.

Ed ora Usif-Lizhi si rende conto di non riuscire più a udire la voce di Adwina, ma solo quell' insopportabile frastuono. Incredulo il Notturno si accorge che, come in certi dipinti molto apprezzati dal suo antico maestro, le due forme di suono coesistono come in un'illusione nella quale è impossibile vedere contemporanemente due forme disegnate dallo stesso insieme di linee. 

 

Rincuorato Usif-Lizhi torna a fissare il paesaggio inquadrato dalla finestra: oltre l'intrico caotico di linee scure vede gli alberi che circondano la rocca. Essi si muovono furiosi come antichi guerrieri, circondati da un'oscurità solida e minacciosa che momento dopo momento rischia di sopraffarli. Spontaneamente con lo sguardo cerca il volto di Khude, che se ne sta in un angolo della sala, immobile.

Il silvano tiene gli occhi serrati e qualcosa nella sua espressione suggerisce una fortissima concentrazione, come se anch'egli si trovasse fuori di lì, a combattere a fianco dei fratelli immobili.

Un gesto improvviso e violento del Silvano lo fa sussultare. La Cosa, qualunque sia stata la sua natura è finita. Il notturno si guarda intorno stordito: il primo di cui incontra lo sguardo è il Duca Kwister che si scuote come un cane bagnato e mormora: – È finita.

Usif-Lizhi annuisce.

– Ho udito la voce dei miei Marr che chiedevano il mio aiuto. – Il Lupo-Drago si porta una mano all'orecchio, incredulo. – Come se fossero in questa sala.

Il Notturno chiude gli occhi e fa un cenno di assenso. – È stato terribile. –

– Allora, gentili ospiti, cosa ne dite dell'ospitalità della mia rocca?

Kwister e Usif-Lizhi si voltano di scatto, colpiti dalla strana intonazione del cavaliere di Vandel. Un largo sorriso accende il suo volto, pallido come quello di una statua. – La voce questa volta non mi ha abbandonato, miei signori. – Annuncia il cavaliere. – Egli ora è con me. Con me per sempre. Bevete, bevete con me per festeggiare. Siamo ancora uniti, uniti per sempre.

Negli occhi dei dignitari di Audiebarr vi è una strana luce, una consapevolezza terrorizzata, come se tutti loro avessero temuto quel momento ed insieme avessero saputo che sarebbe infine giunto.

– Edeil è di nuovo con me, signori miei, e stavolta nessuna malattia me lo toglierà… Bevete, bevete con me, presto. – Grida il cavaliere, senza smettere di ridere. – Khude, la tua minaccia mi ha riportato colui che più amavo ed ora per me il mondo che era divenuto un crudele circo ha nuovamente un senso. Bevete, bevete, beve…

Ripete per l'ultima volta il cavaliere di Vandel, prima che il suo sguardo fisso si incrini ed egli cada a terra di schianto.


12.8.19

Il Mare Obliquo 27

Il duca Kwister, Usif-Lizhi e i loro amici sono giunti ad Audiebarr, al cospetto del cavaliere di Vandel. Ma c'è una strana atmosfera nel castello, qualcosa che non riescono ancora a comprendere
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Il villaggio di Audiebarr sorge adagiato sul fianco di un basso colle coperto di giganteschi platani ed esso stesso è in gran parte nascosto dalle chiome di piccoli alberi da frutto e da siepi impenetrabili alla vista del viandante.
Nella scarsa luce della sera vi era il rischio di non vederlo e di vagare ancora nella direzione di Wetie o di Fenygattlan fino a quando le cavalcature stanchissime non si sarebbero fermate comunque.
– È là, ne vedo i tetti grigi e più oltre, dietro quegli alberi più grandi vedo la facciata della Rocca Vandel.
Kwister di Lö si inchina sulla sella all'indirizzo di Usif Lizhi, autore di un'osservazione così precisa.
– Certamente con voi non si rischia di perdersi, Messer Notturno, soprattutto con questa luce così debole e incerta. Sapete anche dirmi se gli abitanti nelle case riposano o si accingono a consumare la cena?
Usif-Lizhi non sembra aver rilevato il tono scherzoso del Duca e la sua risposta suona tanto seria quanto inquietante: – Questo non posso dirvelo, Duca, ma posso senz'altro dirvi che dalle apparenze ben magra deve essere la loro cena.
Il Lupo-Drago non risponde e si limita a lanciare un'occhiata perplessa all'indirizzo di Enklu, unico testimone della conversazione.
– Non è una buona nuova quella che ci date, Messer Usif-Lizhi. – Commenta quest'ultimo. – Dobbiamo quindi prepararci a mangiare del poco che portiamo con noi o dobbiamo addirittura prepararci a difenderlo?
Il Notturno scuote il capo. – Posso sbagliarmi. Ma vi prego, proseguiamo.
Il sentiero man mano che si avvicinano all'ingresso del villaggio non migliora e ben pochi sono i segni lasciati dalle ruote dei carri o dagli zoccoli di altri cavalli. L'erba in molti punti ha guadagnato terreno sul tracciato della strada giungendo in qualche punto a ricongiungersi con quella che cresce al centro della carreggiata, folta e verde come se avesse da poco smesso di piovere.
– Ho tanta paura che la nostra sosta non sarà troppo felice. – Commenta a bassa voce Kirzil Pennarossa, parlando più che altro a se stesso.



All'ingresso del villaggio nessuno si para loro davanti per richiedere un pedaggio o fare altre richieste, solitamente assurde o esose, ed il piccolo gruppo di cavalieri entra silenziosamente come visitatori di un cimitero.
In capo a pochi minuti, seguendo la via centrale affiancata da case buie e silenziose accomunate da un odore penetrante di marciume e da evidenti segni di incipiente rovina come porte divelte e spalancate sul buio, pareti alonate di muffa, tetti sfondati raggiungono la piazza principale dove una fontana silenziosa e coperta di alghe maleodoranti li accoglie.
Qui non possiamo neppure abbeverare i cavalli. – Osserva il Barone Enklu. – Ma cos'è accaduto alla gente di Audiebarr? Lungo la strada ho visto solo poche luci, molto fioche e nessuna voce o pianto di bimbo.
– Lo ignoro. – Mahaderill si guarda intorno pensierosa. – Audiebarr non è mai stato un luogo ricco e rumoroso, ma neppure ha mai avuto un'aria così misera e abbandonata. Mi chiedo cosa può essere accaduto, a meno che le armate di Artamiro o di Bartsodesh non siano giunte fino qui a portare fame e malattie.
– Lo escludo. Entrambe le armate sono molto lontane da qui e poi queste terre non sono così ricche da suscitare facilmente la cupidigia di un bottino.
– Hai ragione, Wediliun, e chi più di un mercante può giudicare se un luogo merita o no di essere spolpato? – Cerca di scherzare Harvaiun. – Ma adesso cosa faremo, staremo qui ad aspettare che sorga la luna?
– No. – Il Duca Kwister si volge verso Usif-Lizhi. – A quanto pare i vostri occhi sono ottimi giudici non solo di ciò che si vede ma anche di ciò che si può imparare con una semplice occhiata. Sapete condurci ora alla rocca di Vandel, sperando di avere miglior fortuna?
– Certo. – Usif-Lizhi sembra sul punto di aggiungere qualcosa ma si limita a voltare il cavallo verso una delle piccole vie che sboccano sulla piazza ed a dirigersi in quella direzione.
La rocca si trova al culmine del piccolo dosso che affianca Audiebarr, praticamente invisibile dal basso, procedendo lungo la via che si arrampica serpeggiante tra i grandi platani. Un piccolo spiazzo ed un grande portone di legno irto di punte metalliche li accoglie al termine della salita.
Il Duca Kwister studia la situazione per qualche secondo quindi estrae da una tasca della sella le insegne della Marrak di Ruthen e Lö e le appunta sulla spalla.
– Aprite, presto! – Urla con tutto il suo fiato Share Harvaiun. – Il duca Kwister di Ruthen e Lö, Twimarrak delle terre occidentali oltre Zemann e consigliere speciale del trono di Dancemarare chiede ospitalità al Signore di queste terre!
Dopo un tempo che chiunque alla corte di Artamiro definirebbe sconveniente una voce stridula dall'alto degli spalti li apostrofa: – Come è possibile che un così potente signore si trovi in questi luoghi desolati? Mostratevi bene alla luce di una torcia e vi sarà aperto.
Kwister, al quale non è mai accaduto che qualcuno dubiti della sua parola, si irrigidisce per un attimo mentre la mano gli corre all'elsa della spada. Lancia uno sguardo incendiario alla stupida porta e subito dopo al tanghero che si nasconde nel buio.
– Harvaiun! – Grida infine, lasciando che il suo ignoto ascoltatore intuisca tutta la sua ira. – Illuminami con una torcia, presto, perchè anche i ciechi possano vedere.
Il servitore Syerdwin, indignato almeno quanto il suo signore, si affretta a recare un tizzone acceso con il quale illumina la massiccia figura del Lupo-drago.  


– Va bene. – Replica la voce dagli spalti. – Ma chi sono gli altri che vi accompagnano?
Stanco di quell'insulso dialogo Kirzil Pennarossa, il fondo schiena anchilosato dalla cavalcata e lo stomaco vuoto e triste almeno quanto le case di Audiebarr, esplode: – Stupido lacché, nato e cresciuto in mezzo al cozzare dei maiali, figlio di un ladro e di una meretrice, prova ad usare quel pezzo di carne putrida che hai in mezzo alle orecchie! Puoi immaginare chi sono i compagni di un sì potente signore o hai bisogno di penzolare da una fune per saperlo?
– Per carità, Kirzil, così temo che saremo accolti da un lancio di frecce o di olio bollente.
– Signore Usif-Lizhi, tu sei troppo raffinato per conoscere le malizie che si devono impiegare con uscieri, guardiani o guardiaporte. È gente meschina, vendicativa e boriosa la cui misera autorità su una porta, un corridoio o una stanza rende tracotanti come Re o siniscalchi di casa reale. Bisogna spiegargli qual'è il loro rango per averne ragione.
Usif-Lizhi annuisce incerto alla tirata del Gu'Hijirr e si volge inquieto verso la grande porta. Un istante dopo un poderoso cigolio annuncia la vittoria della filosofia di Kirzil Pennarossa.
Dal portone aperto esce un ometto magro e stempiato, vestito con una livrea vermiglia attraversata da una fascia azzurra che si inchina fino quasi a giungere a toccare la terra con il naso e dichiara:
– Buonasera, buonasera, miei Signori. Il cavaliere di Vandel vi invita a condividere con lui gli scarsi lussi della sua povera magione, sperando che essi non vi appaiono troppi rozzi per coloro che sono abituati ai palazzi della capitale ed ai magnifici banchetti reali.
Usif-Lizhi fissa stupefatto l'ometto, chiedendosi se la voce sgradevole proveniente dagli spalti fosse di proprietà dello stesso personaggio che ora, soavemente, li invita ad entrare con modi perfettamente urbani. Il Notturno lancia un'occhiata in tralice al Gu'Hijirr che sorride soddisfatto e scuote il capo: il mondo della gente diurna non cessa mai di sorprenderlo.
– Ben volentieri accettiamo. Siate così cortese da condurci a conoscere il vostro signore.– Interviene con sussiego Share Harvaiun.
L'interno è rischiarato da fasci di torce che illuminano il cortile lastricato di rotonde pietre di fiume e le scalinate che salgono agli spalti o si perdono sul fianco delle torri.
La loro guida li conduce ai piedi della scalinata d'ingresso alla cittadella posta al centro della rocca dove li attendono alcuni servitori per prendersi cura dei loro cavalli.
– Vi prego di entrare. – Li esorta il guardiano con un nuovo inchino ancor più profondo.
Appena superato il secondo ordine di mura un gruppo di dignitari si fa loro incontro. Li precede un uomo piuttosto giovane, dai capelli chiari, lunghi e ricci, illuminato alle spalle dalle rotonde lampade di carta portate dai servitori.
– Duca Kwister, che immenso onore per la mia povera casa!
Il Lupo-Drago lo saluta con un cortese cenno del capo, mentre il Cavaliere di Vandel cade letteralmente ai suoi piedi baciandogli l'orlo dell'abito.
– Vi ringrazio dell'accoglienza, Cavaliere. Alzatevi vi prego. Mi scuso dell'ora così sconveniente per una visita, ma questioni d'onore ci impongono una simile condotta.
– Certo, l'onore viene prima di ogni altra cosa. – Approva il Cavaliere di Vandel.
– Permettete che vi presenti i miei compagni. – Annuncia il Duca Kwister.
Le presentazioni sono di breve durata ed il cavaliere dispensa un inchino per ognuno, esitando solo un istante, per il timore o la sorpresa, alla vista di Usif-Lizhi.
All'interno del palazzo vengono condotti in una grande sala dove in un caminetto largo come un'intera parete alcuni servi si affannato a girare su un grande spiedo una quantità di cacciagione e pollame sufficiente a sfamare un intero esercito. 

 
– Desiderate prendere un bagno caldo e ristoratore prima di sedervi a tavola? – Chiede loro il cavaliere e la sua proposta è accolta con entusiasmo dalla piccola compagnia.
Vengono condotti in un'altra ala del palazzo. I bagni, stanze tiepide dalle pareti coperte di tessere multicolori di pietra lucida, nel cui pavimento è scavata un'ampia vasca colma d'acqua profumata.
– Che meraviglia! – Kirzil si sbarazza degli abiti da viaggio e si catapulta nell'acqua. – Che infinito piacere! Io non sono nato per stare troppo lontano da questo elemento così semplice e sincero… E voi signore Usif-Lizhi, non vi bagnate?
Il Notturno fissa perplesso la piccola piscina e annuisce. – Certo. Il fatto è che presso di noi il bagno non è una pratica troppo comune. Il nostro corpo non ha bisogno di essere lavato e l'elemento liquido ci spaventa.
– Suvvia, signore, un bel bagno è così piacevole. – Replica il Gu'Hijirr.
– Certo, certo è possibile. Immagino che dovrò liberarmi degli abiti.
Kirzil guarda il notturno incredulo: è possibile che egli non abbia mai preso un bagno in vita sua? – Sì. – Approva il Gu'Hijirr.
Usif-Lizhi dedica a quell'attività una cautela bizzarra. Toglie l'abito magico di Mahaderill e lo depone ben piegato su una panchetta di marmo posta contro la parte e lo stesso fa per la cotta d'acciaio, il sottoabito di lana e gli altri capi d'abbigliamento. Kirzil lo osserva cercando di nascondere la sua curiosità. Il Notturno ha un corpo esile e sottile del colore della pietra più chiara, non ha peli in nessuna parte del corpo ed ha gambe e braccia delicate e aggraziate come quelle di una fanciulla umana o di una fata.
Il Gu'Hijirr, che lo ha visto battersi con la spada come un guerriero di molte primavere si chiede dove si nasconda tutta la forza in quel corpo così fragile. Torna a guardare il notturno con la sensazione di spiare il bagno di una fata e si stringe nelle spalle.
– Allora com'è il bagno? – Chiede.
Il Notturno, che è entrato nell'acqua con una cautela del tutto esagerata, annuisce. – È un po' caldo.
– Se attendete un po' di raffredderà. O volete che chiami uno degli inservienti?
Usif-Lizhi approva. – Non amo l'acqua troppo calda.– Spiega.
Al richiamo del Gu'Hjirr una fanciulla entra portando un'anfora.
– Grazie, carina. L'acqua è per il mio signore.– Spiega Kirzil.
La ragazza annuisce e si volta incontrando lo sguardo del Notturno.
– Grazie. – Le dice Usif-Lizhi, ma la fanciulla paralizzata lo guarda senza muoversi.

 
– Allora, carina, non hai mai visto un notturno? – Le grida scherzosamente Kirzil. – Beh, questa è la tua occasione.
La ragazza si avvicina alla vasca di Usif-Lizhi reggendo l'anfora davanti a sè come uno scudo. Giunta sull'orlo della vasca si affretta a vuotarla ed a fuggire.
– Timida. – Commenta Kirzil. – Ma non bisogna disperare, il più delle volte le femmine temono ciò che più desiderano.
Il Notturno non risponde. Il ricordo di Adwina è tornato prepotente alla sua mente, risvegliato dallo sguardo insieme timoroso e affascinato della fanciulla, lo stesso sguardo di Adwina quando il silenzio e le notte erano la loro unica compagnia.
– Avete notato, signore Usif-Lizhi, gli occhi del Cavaliere di Vandel?
Il Notturno si scuote dalle sue reminiscenze. – Certo, Kirzil. Egli ha evidentemente l'abitudine di migliorare il suo sguardo ed il suo incarnato con polveri e creme. Lo trovi riprovevole?
– Mah, proprio riprovevole no. Strano, ecco, questo sì. Strano quanto il suo castello così ricco ed il suo villaggio così povero.
– Già. È strana anche la presenza di quegli armigeri sulle mura più interne della rocca, quando sarebbe logico che essi fossero all'esterno.
– E come siete riusciti a veder… Come non detto. E quanti erano?
– Una trentina, direi. Armati.
– Non è che…
– Non so, Kirzil. Essi erano lì già prima del nostro arrivo. Lascio a te trarre le conclusioni che desideri.
– Troppi misteri, signore Usif-Lizhi.
– Potremo cercare di venirne a capo a tavola. Non ci hanno tolto le armi, comunque.
– È vero. – Concede il Gu'Hijirr. – Comunque mi sento già molto meno tranquillo.