16.6.19

Il Mare Obliquo 16

Dopo la faticosa lotta, Klog il boldhovin e i suoi amici si riposano in una locanda poco frequentata ma che gli abitanti del bosco di Canddermyn conoscono molto bene. È il momento per conoscere le gwellyniun e per ascoltare una storia dimenticata.
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 – Ma come sono le fate? Intendo dire nella loro vita di tutti i giorni, cosa pensano, sognano, desiderano?
Il boccone che pacificamente stava compiendo il suo tragitto diretto alla bocca del boldhovin si ferma a mezz'aria ed il proprietario della mano che lo sorregge insieme alla forchetta sgrana gli occhi verso il suo interlocutore. – Sul mio onore questa è una ben strana domanda, Basso Okme. Non conosci forse Sibiell ed i suoi amici seduti qui alla nostra tavola?
L'Uccello-di-Legno si stringe nelle spalle con un buffo movimento a singhiozzo. – Non posso dire di conoscere bene Sibiell. Nessuno può mai vedere una fata se non quando è ella stessa a decidere di mostrarsi e nulla si sa di loro se non quanto sono loro stesse a dire. Una fata è una creatura volubile e bizzarra come la brezza vespertina e nessuno riesce mai ad indurla a discorrere dello stesso argomento per più di pochi minuti.
– È vero. – Conferma Matushka nella sua veste originale, seduta sul tavolo davanti ad una scodella di zuppa. – Sibiell è matta come tutte le sue simili, anche se è molto gentile con noi due che chiama i suoi familiari. Io sinceramente non credo che faccia altro che cantare, danzare, intrecciare amori con i Silvani, raccontare storie meravigliose, comporre ghirlande ed altri oggetti fragili ed inutili e bere tisane parlando delle doti dei suoi amanti con altre fate.
– Matushka! – Insorge Plinio, acciambellato su una vecchia poltrona davanti al caminetto. – Le fate come Sibiell hanno una quantità di compiti che noi ignoriamo, doveri, responsabilità, tristi pensieri…
– Quali per esempio? – Lo interrompe Basso Okme.
– Beh, ecco… Ora di preciso non saprei dire, ma senza dubbio… Insomma avranno qualcosa di cui preoccuparsi anche loro come tutti no?
– Risposta insufficiente. Per quanto ne so la parola «preoccupazione» non esiste tra le fate, proprio nel suo senso di «occuparsi prima» o ha un significato molto diverso.
– Hai ragione Basso Okme. – Interviene Matushka – Non ho mai visto Sibiell affannata o nervosa o appunto, «preoccupata». Ma perché non lasciate parlare Klog, che è l'unico di noi ad avere una conoscenza approfondita delle fate?
Klog che nel frattempo sta ricevendo dalle mani dell'oste la seconda scodella di patate arrostite nel fuoco del caminetto e profumate con ginepro, erba cipollina, scalogno e rosmarino, sussulta come uno scolaro pizzicato dal maestro e guarda accorato le sue adorate patate.
– Non voglio essere scortese, miei cari amici, ma si tratta di una ben lunga chiacchierata e temo che di essa avrebbero a soffrirne queste meravigliose patate. Non potremmo rimandare al termine della cena?
– Vergogna, Klog. La metà della bellezza di una cena in compagnia sta nel conversare e l'altra metà sta nell'ascoltare la piacevole conversazione. Se ne deduce che le tue patate non esistono. Quindi puoi parlare senza remore.
Il boldhovin guarda con dispetto l'uccello di legno ed annusa la scodella. – Non esistono, eh, vecchio uccellaccio? Magari per te che al posto dello stomaco hai ragnatele e polvere, ma per me che ho sconfitto i temibili Syerdwin… Va bene la smetto. Allora, come tutti sapete le Gwellyniuin sono creature di aria, nate dal vento, dai fiori e dalla rugiada o almeno così si racconta. Mia madre Armelinda non mi ha mai fornito schiarimenti su questo né io ne ho mai chiesti. In realtà devo ammettere che mia madre non ha mai dedicato alla mia educazione neppure un pensiero. Se volevo potevo seguirla altrimenti ero libero di andare dove desideravo. Una condizione ben graziosa per chiunque soffra per una madre troppo apprensiva e soffocante, ma alla fin fine ben strana. È sconcertante chiedere alla propria madre. «Posso arrampicarmi su quell'albero altissimo e penzolarmi giù come una scimmia?» sentendosi rispondere: «Certo», oppure «Posso attraversare a cavalcioni su un tronco quel corso d'acqua impetuoso?» ed avere per risposta:«Ti prego, Klog, non annoiarmi con queste piccole faccende. Fai ciò che vuoi.»
Allora, quando le gwellyniuin e le altre creature del bosco mi chiamavano «pelosino» mi sono spesso sentito molto solo ed abbandonato, tanto che mi era passato il desiderio di fare tutte le sciocchezze che fa qualunque cucciolo. Stavo seduto su un vecchio albero, imbronciato, a tirare pigne in testa a tutti quelli che passavano ed a fare domande ad un vecchio tasso che abitava in un buco nella corteccia… 

 
– Un tasso! Io odio i tassi, sono così stupidi, pedestri, invadenti, goffi e incivili! – Si intromette Matushka. – Parlano solo per dire cose banali come «passami il sale», «fatti in là» oppure «oggi pioverà». Io non perderei nemmeno un minuto per parlare con un tasso. Sì, lo so, nessuno ha chiesto il mio parere, ma ci tenevo che sapeste quanto valgono i tassi, ecco.
– Grazie, Matushka. Puoi riprendere ora Klog? – Commenta Plinio con un lungo sospiro.
Il boldhovin che ha approfittato dell'interruzione per riempirsi la bocca di patate, beve un lungo sorso di birra e guarda tristemente la sua scodella.
– Beh, era molto interessante ciò che diceva Matushka. Io comunque non ho detto che il tasso mi rispondesse volentieri, ho solo detto che gli parlavo. Il più delle volte Grial, questo era il suo nome, mi ignorava o sbuffava come una teiera e solo di tanto in tanto mi rispondeva con strane frasi che mi obbligavano a ponzare per delle ore. Una volta gli ho chiesto «Ma è giusto che le Gwellyniuin ignorino così la sorte di noi pelosini?» Ed egli mi ha risposto: «Solo chi non è contento di se stesso fa continuamente domande stupide.» In quell'occasione ho pensato per tre giorni di seguito senza più parlare né con Grial né con nessun altro. Credo che questo fosse il suo scopo, tutto sommato, ma i suoi indovinelli mi hanno fatto bene. In capo a tre giorni avevo trovato la risposta alla mia stessa domanda ed era una ben strana risposta… Scusate.
Il Boldhovin si china sulla sua scodella mentre Edalan l'oste versa birra e latte nelle scodelle di tutti, fatta eccezione per Basso Okme, Bariton'Onodio e Maestro Selestin che non vivono di cibo materiale ma di musica e riflessioni profonde.
– Dicevo: la risposta era ben strana un po' perché credo fosse la prima riflessione vera che facevo un po' perché riguardava la natura stessa delle Gwellyniuin. Molte volte avevo avuto prove del fatto che la Fata Armelinda mi amava, un po' per i suoi baci, un po' perchè mi stringeva al suo petto che sapeva di fiori, d'erba e di vento e giocava con me come una bimba, un po', infine, perché non mancava di farmi raccomandazioni o raccontarmi delle strane cose che vivevano e soffrivano nel grande arco del mondo. Ecco il fatto è che le fate sono creature del Vento e come il loro padre non hanno casa né confini, qualcosa da conquistare o qualcosa da perdere. Esse passano, come ogni cosa di questo mondo senza preoccuparsi di lasciare un segno, un ricordo, senza costruire né distruggere, senza fare del male e senza fare del bene. La loro mente non si ingombra di progetti né di ricordi: esse sono il Presente e anche quando fingono di parlare del Futuro o del Passato lo fanno solo per assaporare il momento nel quale parlano o ascoltano. I loro discorsi non hanno inizio né fine e non vanno in nessuna direzione, sono fatti per incantare e divertire, per stupire e per giocare. Nella loro lingua non esistono parole come «dovere» o «obbligo», ma nemmeno «dubbio» o «rimorso». Quando ho capito questo, ed ero un pelosino non più tanto piccolo, ho provato un grande affetto per mia madre Armelinda che non ha mai cercato di rendermi diverso da come sono, non ha mai cercato di guidare le mie emozioni né i miei pensieri, lasciandomi libero come nessun'altra madre avrebbe saputo fare. 

 
– Scusatemi ma è un ben strano modo di amare, questo, messer Klog. – L'oste Edalan sedutosi al loro tavolo, l'unico occupato nella «Locanda della Felce d'Argento», ride e solleva la caraffa per versargli altra birra. – Mia madre, Donna Leonora di Ranvessel, era più prodiga di sberle che di parole con me, eppure non credo di essere venuto su particolarmente male ed ora ringrazio e benedico la sua mano ossuta e legnosa che mi ha insegnato i doveri, gli obblighi e quanto serve a fare di un ragazzo un uomo. Scusatemi, ma penso che se voi siete una creatura di cuore nobile e di mente agile questo si debba alla vostra indole e non al luogo dove siete nato e cresciuto.
L'oste è un uomo grande come un lupo-drago, dai capelli color del miele e dalla barba folta di una sfumatura di un colore leggermente più scuro. Ha occhi grigi come una mattino nebbioso e qualcosa nel suo passo, nel suo modo di muoversi e di sorridere sprigiona un'istintiva simpatia e fiducia, evoca la quiete di una serata trascorsa a chiacchierare davanti al caminetto mentre fuori il vento e la neve scuotono la terra. Klog annuisce educatamente alle sue frasi, cercando di capire se il dubbio che l'ha colto dal momento in cui ha visto per la prima volta l'oste corrisponda alla realtà oppure no.
– Non posso negare che vi sia del giusto nel vostro discorso Mastro Edalan, ma non è detto che si debbano percorrere le stesse strade per giungere nello stesso luogo. La natura di mia madre era quella che ho appena descritto, simile a quella di tutte le altre fate che ho conosciuto. Se esse nascano così o lo diventino stando con le altre gwellyniuin non saprei dirlo. So di fate che finiscono con l'invecchiare vivendo con le altre creature, che divengono amare e maligne e dimenticano la loro lingua, imparando a pensare con quella dei Syerdwin o degli Uomini. Questo dimostrerebbe che la loro natura non è così definitiva come sembra, cosa in fondo vera per noi tutti. Io ho quasi dimenticato la loro lingua, che ahimè non serve nel mondo dei re e dei mendicanti. A che pro dire «Le tue parole disegnano un lungo, tiepido momento, simile al colore del tuo diadema di petali e di profumo.» Così non parlano neppure gli artisti, tra la gente.
– Disegnare, «durwaldee». – Interviene Maestro Selestin. – È uno dei pochi verbi delle Gwellyniun, ho sentito dire. Esse non hanno quasi verbi, non vogliono mai, ma assistono, guardano e giocano. Se solo potessi trasformare in musica la loro lingua sarei il musicista più felice del mondo e tutti verrebbero ai nostri concerti per provare la felice singolarità di ogni momento, che adesso ingoiamo di fretta, senza appetito e senza piacere.
– Tu sei un vero saggio, Maestro Selestin, e la tua musica possiede già questo dono. – Edalan solleva la coppa ed indica l'anziano uccello-di-legno. – Io bevo al migliore dei musicisti ed al più saggio degli uccelli. Chi è d'accordo con me beva, altrimenti affoghi.
Come un sol uomo tutta la numerosa compagnia alza la coppa o tuffa il muso in una ciotola per festeggiare a gran voce Selestin e persino gli altri due uccelli-di-legno presenti fingono di bere per onorare il loro maestro
– Bene! E adesso che abbiamo giustamente festeggiato il così degno Selestin vorrei chiedere agli altri se il racconto di Klog ha esaurito l'argomento o no. – Continua l'oste. – Se qualcun altro ha qualcosa da aggiungere lo faccia subito: la notte è ancora giovane.
– Io mi ritengo soddisfatto. – Dice Basso Okme. – Sibiell e le altre fate non avrebbero potuto essere meglio descritte di come il boldhovin ha fatto parlando di sua madre Armelinda. Le gwellyniuin hanno il dono della felice inconsapevolezza che è comune al pazzo come al saggio. Se il mondo dovesse perderle sarebbe una ben grave perdita.
– È vero. Le fate amano senza chiedere in cambio nulla, senza pretendere nulla, senza gelosia e senza dolore e insieme non sono di nessuno, nessuno le possiede. Un po' come noi gatti.
Chiunque conosca un poco i gatti sa quando stanno sorridendo ed in quel momento Plinio sta proprio sorridendo, la pancia piena e la groppa riscaldata dal fuoco.
Klog approva e si volta verso Edalan, aspettandosi di incontrare il suo sguardo pieno di calore e di simpatia. Ma l'oste si è rabbuiato, i suoi occhi si sono fatti remoti e inespressivi, come se cercassero di celare violente emozioni.  


– È assolutamente vero, Plinio, e rendo omaggio al tuo acume ed alla tua sfacciataggine. Ma le tue parole mi hanno ricordato una storia così antica che dubito che qualcuno qui abbia mai sentito…
Anche se voce di Edalan suona allegra e potente come sempre Klog avverte in essa un'incrinatura sottile, come un cristallo che abbia perduto la sua leggerezza.
– Racconta, racconta! – Lo scongiura Matushka. – Le tue storie sono sempre così affascinanti.
– In questo caso mi duole di non ricordare una storia più allegra, ma anche di queste storie è fatta la vita. Un tempo, non lontano da qui, viveva un potente mago. Il suo nome era Holmen il Luminoso ed egli era giovane allegro e tanto abile dall'essere divenuto mago ad un'età nella quale la maggior parte degli apprendisti stanno ancora faticando tra provette, alambicchi ed antichi volumi. Il suo maestro era un mago anziano, poco noto, di nome Lanneberd. In quel tempo il seme dei Notturni non si era ancora indebolito ed egli era un Neek, cioè il figlio di un Notturno e di una donna umana. La magia dei Notturni è la più potente e la più segreta del mondo, ma il suo maestro la conosceva in buona parte, come era costume per i Neek che, seppure già molto meno numerosi che nei tempi antichi, erano ancora forti e possedevano terre e castelli. Holmen, addestrato di nascosto alla potente magia dei Notturni, era ben presto divenuto uno dei maghi più richiesti e più amati nel vasto arco del mondo. I Syerdwin, i Gu'Hijirr, gli Uomini, i Lupi-Drago lo conoscevano e lo stimavano ed i loro Re e Signori lo chiamavano nei quattro angoli del mondo per salvare raccolti, catturare rari animali, togliere fatture di maleficio, curare i mali della mente e del corpo, conquistare il cuore di fanciulle o liberarsi di amanti divenuti sciocchi e noiosi. Non aveva mai il tempo neppure di riposare Holmen e soprattutto non aveva più il tempo per riflettere, meditare. Giovane, potente, ricco, sicuro di sé, egli era l'incarnazione della buona sorte, della fortuna e tanto aveva udito ringraziamenti e benedizioni che la sua stessa non comune intelligenza non riusciva più a tener dietro alla vanità ed alla sicumera. Poi un giorno, al culmine della potenza e della fama, mentre si allontanava dalla Foresta Sacra di Anndhuil, dove era stato eletto dagli altri maghi nel Settimo Segreto della loro Gilda, una carica che mai nessuno della sua età aveva ricoperto a memoria del Mondo, incontrò una povera creatura, un bimbo d'uomo che piangeva desolato appoggiato ad un albero.
«Che hai, bimbo?» Egli chiese, ma il piccolo non rispondeva. Poi, con infinita pazienza lo indusse a confidarsi ed il bimbo gli disse che sua madre adottiva, una Gwellyniuin, stava morendo. La sofferenza delle fate era un fenomeno bizzarro e singolare, talmente unico che Holmen sentì che quell'incontro era una sorta di sfida che il destino metteva sulla sua strada, un sigillo alla sua grandezza che credeva senza limiti.
Seguendo il bimbo giunse alla casa della fata e la trovò adagiata su un letto di petali di fiori e di teneri germogli, con gli occhi chiusi, pallida come la morte stessa. Non era la prima volta che incontrava una fata, ma quella era di una bellezza talmente abbagliante e perfetta che Holmen cadde innamorato di lei senza speranza e senza memoria di altre donna conosciute prima. La fata si svegliò dopo pochi attimi, avvertendo la sua presenza e gli sorrise. «Buongiorno, mago Holmen.» Disse e quelle parole, pronunciate dalla labbra esangui della fata, simili a petali di rosa bianca, furono il lucchetto che chiuse per sempre la serratura del cuore del Mago. Holmen non avrebbe mai più potuto innamorarsi di un'altra creatura in questa o in un'altra vita. Senza perdere tempo egli estrasse dalla sua borsa magica tutti i suoi strumenti e le sue pozioni, anzi, fece di più: fece divenire la sua borsa una porta che si apriva sul suo laboratorio in modo da poter disporre di quanto gli serviva e si mise al lavoro. Il bimbo, orfano di due boscaioli che vivevano ai bordi della foresta si mise immediatamente al suo servizio e Holmen non ci mise molto a capire cosa avesse fatto ammalare Loredil la Gwellyniun. Ella era preoccupata, semplicemente preoccupata per la sorte di quel povero bimbo ed il pensiero del suo futuro in un mondo che non aveva pietà dei bambini. Ella aveva fatto violenza alla sua natura per prenderlo con sé ed ancor più ne faceva preoccupandosi del suo destino. D'altro canto il bimbo, di nome Eld, non aveva mai avuto una madre così bella, allegra, fantasiosa, capace di raccontare fiabe così meravigliose e rispondeva con tutto il suo affetto a tanta attenzione. Il problema non era facile, come si vede. Holmen avrebbe potuto ridare la salute alla fata solo allontanando da lei il bimbo, ma così facendo avrebbe spezzato il cuore di entrambi e non avrebbe mai potuto ricevere l'amore della fata. 


 
– Bel problema, non c'è dubbio. – Osserva Bariton'Onodio. – Perlomeno all'altezza della sua abilità.
– Infatti. Ma per quanto si scervellasse Holmen non riusciva a trovare soluzioni ed il bimbo, vedendolo tanto prodigarsi aveva preso ad amarlo come un padre, rendendogli impossibile allontanarlo da lì per salvare la vita di Loredil. La sua amata tuttavia, forse per le sue cure o meglio per i motivi che fra poco vi dirò, sembrava migliorare, sia pure debolmente. Lentamente i suoi occhi riprendevano lucentezza, il suo incarnato colore, le sue membra forza. Nel vedere che i suoi rimedi avevano qualche effetto Holmen prese a prodigarsi anche più di prima e Loredil ogni giorno sembrava stare meglio del giorno precedente. L'unico neo della cosa era che ella ora trattava con distrazione e senza attenzione il piccolo Eld, che sempre più spesso trascorreva il suo tempo con Holmen. D'altro canto anche verso il mago il suo atteggiamento era cambiato. Ora ella rideva spesso della sua serietà, lo canzonava quando egli parlava d'amore, raccoglieva fiori e sorrideva senza rispondere quando lui le apriva il suo cuore per descrivere i suoi sentimenti. Holmen continuava, perplesso a somministrare alla fata le sue pozioni, ma qualcosa in lui si era come spezzato: il sorriso con cui lei l'aveva accolto non era mai più tornato sul suo volto ed ora gli tornava alla mente ogni istante, egli lo paragonava ai sorrisi distratti o buffi che ora lei gli indirizzava ed ogni volta era come se una freccia si piantasse nel suo cuore. I suoi sonni si fecero agitati, dolorosi e i risvegli rabbiosi e cupi. Giunse ad odiare la sua levità, le sue piccole vanità, il suo infantile ridere di ogni piccola cosa ed egli divenne geloso di ogni momento che ella viveva da sola. A tratti sul volto di lei si accendeva nuovamente quel sorriso e quello sguardo ed in quei momenti Holmen ridiventava l'uomo più felice del mondo, ma quei momenti duravano poco perché egli non si saziava mai di quei pochi istanti e cercava disperatamente nuove conferme del suo amore che la fata, distratta e immemore, non poteva dargli.
– Ma come poteva ignorare così la natura delle fate? Tutti gli uomini sanno che innamorarsi di una gwellyniuin è una follia.
– È vero, Klog. Ma Holmen pensava di essere il migliore degli uomini. Ma la sua superbia fu anche la punizione di se stessa, come vedrete. Un giorno che era nel suo laboratorio in compagnia del piccolo Eld, divenuto suo allievo, Holmen decise di andare a trovare la fata di sorpresa per portarle una pietra di opale che gli era costata molto lavoro e molta fatica. Prese per la porta magica che univa il suo laboratorio alla casa della fata e, emozionato al pensiero di quanto lei avrebbe gradito quel regalo, la oltrepassò senza annunciarsi. Oltre la porta magica la bella Loredil giaceva tra le braccia di un Erbano, ridendo ed accarezzandone il volto legnoso. Quando vide il mago ella lo salutò con il consueto sorriso e pronunciò il nome del Silvano. In quel momento tutto il mondo di Holmen si spezzò come si spezza uno specchio. Egli prese a urlare ed a minacciare, gettò la pietra di opale contro il muro, spezzandola in mille frammenti di ogni colore, mentre la sua mente lavorava furiosamente cercando una formula che gli desse la vendetta più crudele e orribile. Ma le altre fate percepite le sue emozioni intervennero e cancellarono parte della sua memoria con un antico sortilegio. Egli, stupito, imbarazzato, si trovò improvvisamente al cospetto di una coppia innamorata nella più imbarazzante e inopportuna delle situazioni. Si scusò con i due, prese con sé Eld, che aveva assistito alla scena in silenzio, oltrepassò la porta magica e la chiuse per sempre. Da quel momento, senza nemmeno sapere il perché egli cessò di frequentare il mondo, scomparve con la sua magia nascondendosi in un'antica foresta e solo nei sogni, confuso e strano, egli vide ancora il sorriso della fata che aveva voluto possedere e a quella vista nei sogni seguiva sempre una sensazione di vergogna e di dolore. 

 
– Una ben triste storia, Mastro Edalan, però perfettamente adeguata alla nostra conversazione precedente. Sapete se ora quell'uomo vive ancora, sapete se è felice, se ha trovato pace?
– Pace… Beh in un certo senso sì, Messer Klog. La sua magia ora serve a rendere la gente amica, a rendere più felice il soggiorno nella sua locanda, talmente nascosta ed appartata che ben pochi la frequentano.
– Capisco, Mastro Edalan. Certo una leggera magia in certi luoghi o in certi volti non si può ignorare. Sapete anche quale fu la sorte del giovane Eld?
– Il suo nome adesso è Sealghan, il grande evocatore al servizio di Re Barstodesch.– Sorride l'oste. – Una bella riuscita per un'orfano.
– Permettetemi di bere alla vostra salute, allora, per festeggiare una così degna fine della vostra storia.
– Alla vostra, Messer Klog ed a tutti coloro che hanno udito questa storia così istruttiva, dovunque essi siano.

12.6.19

Il Mare Obliquo 15

…Intanto continua il viaggio di Usif-Lizhi e di Kirzil Pennarossa sulla spiaggia. di fianco alla Foresta di Cera. Ma l'urlo di una creatura sconosciuta li spingerà a rischiare tutto e a penetrare dove nessuno osa. È la notte quella che i due devono temere più di ogni altra cosa.
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– Cos'era?
– Non lo so.
Usif-Lizhi fissa il limite scuro della foresta di Cera, confuso con le ombre immobili create dalla luna.
– Sembrava un urlo, una richiesta di aiuto.
– Lo credo bene. Faremmo bene a prendere il largo più in fretta, stimolati da tale ammonimento.
– Ma Kirzil, forse c'è una creatura in pericolo là.
– Appunto. Non mi pare il caso di aumentare il numero di creature in pericolo.
– Tuttavia… – Il Notturno si ferma, le orecchie tese a cogliere altre voci o rumori. – Sembrava non troppo lontano. Veniva di là, a poche centinaia di passi da noi.
– Non voglio certo discutere le meravigliose doti del tuo udito che ha già salvato una volta la pelle di noi tutti. Però la vita è unica e non la si può spendere più di una volta. E poi, Usif-Lizhi, ti ricordo che non sei qui per svago ma per una missione per conto del tuo popolo. Se muori chi la compirà?
Il Notturno annuisce. – Hai ragione, Kirzil.
– Bene, allora proseguiamo?
– No.
– Ma sacri dei, non vorrai davvero entrare in quella foresta? Da lì non è mai uscito vivo nessuno, lo sai, no?
– Così si dice.
– Coraggio, ancora questa notte, l'ultima notte, poi Verdevima ci aprirà le sue porte e tu incontrerai Mahaderill. Non vorrai gettare via tutto così sconsideratamente?
In quel momento l'urlo si ripete, accompagnato da fruscii e da curiosi suoni simili a belati o a risate, talmente agghiaccianti che il Gu'Hijirr si chiede che effetto gli farebbe avere lo stesso udito del Notturno e sentire molto di più. Saggiamente decide di non pensarci. – Non morirò, Kirzil Pennarossa, non è ancora venuto il mio tempo. Un'Indovina mi ha profetizzato che vedrò l'Ultima Età del Mondo. Io vado, non seguirmi.
Detto questo Usif-Lizhi si volta e comincia a marciare verso il limite della Foresta, calmo e serio come se andasse a partecipare ad una cerimonia o ad un ballo a corte.
Kirzil lo fissa per qualche istante aggrottando la fronte ma senza fare commenti, anche perché è certo che grazie alle sue singolari doti il Notturno riuscirebbe senza fatica a udirlo. Usif-Lizhi si è allontanato di un trentina di passi quando il Gu'Hijirr urla: – Aspettami maledetto gufo, vengo anch'io. – Ed afferrata la ejiri, la spada dalla lama larga tipica del suo popolo, lo segue. Lo raggiunge quando pochi passi lo separano dai primi alberi.
– Hai udito anche tu una profezia sulla tua vita, Kirzil? – Gli chiede.
– Io non ho denaro da spendere in quel modo, Usif- Lizhi. Conto sulla mia buona fortuna e sul fatto che forse tu riuscirai a spaventare i mostri che abitano questa foresta più di quanto loro spaventeranno te.
Il Notturno ride sommessamente. – È possibile.
– Hai un'arma con te? – Gli chiede il Gu'Hijirr.
Usif-Lizhi annuisce, scosta il mantello ed estrae da un fodero che porta allacciato di traverso sulla schiena una lunga spada lunga e sottile che emette una debole luce azzurra, proprio come i suoi occhi.
– Bella. Ma la sai usare?
– Di questo non preoccuparti, faccia-di-cuoio. Adesso muoviamoci.
Kirzil, stupito che il Notturno conosca il nomignolo che i marinai umani danno abitualmente ai Gu'Hijirr, esita per un attimo, poi sputa nella sabbia, abbassa la testa e supera i primi alberi della foresta.
La luce lunare che penetra a fatica tra le fronde fitte degli alberi e il sottobosco, formato da strane piante dalle foglie sottili e taglienti, rende il loro cammino non facile, ma il Notturno, la cui vista non teme l'oscurità procede veloce come se stesse camminando su un sentiero di campagna. Ogni qualche metro la sua spada luminosa si abbatte sull'intrico di rami spinosi e foglie che cercano di rallentare il suo passo. Kirzil che arranca dietro di lui guarda stupito e insieme rincuorato quei veloci movimenti della lama di Usif-Lizhi che gli ricordano i giochi fatti con le torce dai più abili del suo popolo per la festa della Lunga Marea.
Il Notturno sembra non avere dubbi sulla direzione da prendere e non si preoccupa del fruscio prodotto dai loro passi. È possibile che conti davvero sul fatto di spaventare gli abitanti della foresta, medita Kirzil. Il Gu'Hijirr solleva lo sguardo: il viso ed il corpo del Notturno sono debolmente illuminati dalla luce pallida e fredda della sua spada e quando si volta i suoi grandi occhi che brillano della stessa luce, velando d'ombra il viso, sembrano quelli di un dio freddo e rabbioso, capace di crudeltà indicibili.
«Giuro che se non fossimo amici sarei terrorizzato quasi più da lui che da questa orribile selva.» Osserva tra sé il Gu'Hijirr, rimpiangendo di non avere mai avuto a sua volta sembianze così terrifiche. 

 
La foresta di cera è silenziosa come un sepolcro e tra gli alberi ristagna un'aria immobile, densa che ottunde i sensi e spegne i colori. I Lunghi alberi neri, dalla chioma simile alla fiamma delle candele posseggono una loro peculiare bellezza, anche se Usif-Lizhi non ha tempo per fermarsi a provare la strana sensazione di muta bellezza ultraterrena che essi sprigionano. Nascosti tra le loro fronde immote vede gli azzurri cenerini della faccia inferiore delle foglie, il rosso cupo delle profonde venature del legno e gli altri colori che non ha mai potuto descrivere a chiunque non sia un Notturno e non veda i mille tenui colori della Notte, quelli che ha provato tante volte a descrivere a Adwina: il colore di certi cristalli scuri, i colori nascosti in certi quadri o nellla trama di alcune stoffe. Lei ha finto di vederli, talvolta, per amore e quando le diceva «Se lo vedi, descrivilo» lei rispondeva con un sorriso da bimba cocciuta:«È impossibile raccontare un colore, Usif-Lizhi, lo sai bene.»
Ed il tenuissimo colore delle creature viventi, la loro aurea, diversa per ognuno, per ogni animale o pianta che riluce debolissima ed inafferabile. Mille volte si è chiesto se ci sia un rapporto tra il colore di una persona ed il suo temperamento, se quella strana capacità della sua razza possa in qualche modo essergli utile per distinguere gli amici dai nemici, inutilmente: quel delicato colore, simile a fumo sottile o ad un increspatura dell'acqua è un inganno, un'illusione, come quasi tutte le scorciatoie per comprendere gli altri, le loro intenzioni note e quelle ignote anche a chi le prova. E lui, lui stesso? Per quale motivo si è infilato in quell'impossibile ma bellissima foresta? Per allontanare la paura? Perché è un motivo per eludere il suo viaggio ed il suo disperato compito? O per lo sciocco desiderio di mostrare a Kirzil quanto può valere un Notturno, quanto può essere, forte, coraggioso, anche se la luce del loro sole può distruggerlo?
Alcuni scalpiccii, provenienti dalla macchia davanti a loro interrompono i suoi pensieri.
– Sono lì… – Bisbiglia Kirzil, ma un gesto imperioso del Notturno, immobilizzatosi di colpo, lo interrompe.
Inutilmente il Gu'Hijirr tende l'udito e cerca di vedere attraverso l'intrico maligno di rami e rampicanti: i suoi sensi da creatura degli acquitrini e delle acque tiepide e calme non è all'altezza della necessità.
Usif-Lizhi, saldo ed eretto come un guerriero dei tempi antichi, ode e vede, ma sembra esitare. Le creature che avanzano a pochi passi da loro non emanano nessuna aurea, non hanno colori né vita, non parlano, non respirano. Eppure camminano, con un passo rigido e senza esitazioni, come se un comando, una voce li chiamasse a sé. Colpito, il notturno si volta di scatto verso il suo compagno. Il Gu'Hijirr trasale per il suo movimento brusco, ma continua a tacere come ordinatogli. Dal suo corpo emana la consueta leggerissima nebbia del colore dei germogli d'erba ed il suo respiro è forte, affrettato.
– Canta, più forte che puoi. – Ordina con un soffio al Gu'Hijirr. – Presto.
Kirzil lo guarda stupito. – Ma…
– Canta, urla, fischia, battiti sul petto, fai quanto più rumore ti riesce.
Il Gu'Hijirr riflette per un istante poi comincia a cantare a squarciagola una ballata dei marinai umani, accompagnandosi con battiti delle mani e ululati in cadenza. – Va bene? – Si interrompe un attimo per domandare.
– Splendida. Vai avanti.



E la giovin signora
Scese giù nella stiva
Ma io non so cosa pensar
se ella incontrò l'amor
o si dovette accontentar
di bere o di mangiar.
E rossi i suoi capelli
e occhi come il mar
e pelle come seta,
come seta da sfiorar.
E ditemi voi, miei signor
se l'incontraste proprio qui
la bacereste oppure no?
Ditemi voi, miei signor
non vale forse l'amor
tutto l'oro dei velier?

– Attento! – Il grido soffocato del Notturno interrompe il canto di Kirzil che si mette in guardia puntando la ejiri verso l'oscurità.
Senza un grido o un sospiro i loro nemici escono dal folto del bosco, forme oscure appena visibili nella scarsa luce lunare.
Jeno, Lichd! – Comanda Usif-Lizhi e la sua spada si accende di una luce abbagliante, la luce di un sole che sia sorto per magia in mezzo al bosco. In quella luce Kirzil scorge i visi privi di lineamenti dei loro assalitori, ma non ha neppure il tempo di rabbrividire e si scaglia con la spada in mezzo a loro, colpendo e uccidendo come un principe guerriero.
I colpi vibrati dalla spada del Notturno illuminano come fasci di luce abbacinante il folto della selva e stordiscono i loro avversari che come falene continuano a gettarsi verso Usif-Lizhi ed a cadere. Pochi istanti dura la lotta, senza che un grido abbia disturbato il silenzio della notte.
Stordito Kirzil si guarda intorno cercando qualche nemico ancora in piedi, ma non ne scorge nessuno. La sola creatura ancora viva è Usif-Lizhi, in mezzo ad un mucchio di corpi immobili, lo sguardo fisso sulla luce della sua spada che vibra delicatamente. 

 
– Stai bene? – Gli chiede il Gu'hijirr.
Il Notturno non risponde e con un movimento improvviso scompare nella parete scura della vegetazione. Il movimento è talmente rapido ed inaspettato che passano alcuni istanti prima che Kirzil si accorga che il suo compagno lo ha lasciato.
– Usif-Lizhi? – Lo chiama ad alta voce, ma il Notturno è già troppo lontano per udirlo. Gu'Hijirr si chiede se seguirlo, ma il notturno non l'ha voluto con sé, chissà perché, e anche se la luce della sua spada è ancora visibile nell'intrico dei rami non è una cosa probabilmente troppo prudente seguirlo alla cieca.
«Mi pare che se la cavi piuttosto bene anche da solo.» Commenta tra sè Kirzil e, tratto dalla borsa un pezzetto di esca accende con quella un ramo secco facendosene una torcia. «Coraggio. Vediamo bene chi sono questi signori.»
Ad un passo da lui uno dei loro assalitori è caduto a faccia in giù. Kirzil gli molla un calcio per voltarlo, ma il suo colpo fa rotolare il corpo di qualche metro, come se la creatura non avesse quasi peso.
«Che diavoleria è mai questa?» Si chiede il Gu'Hijirr accostandosi ad un altro dei cadaveri, caduto supino. Sotto un ampio cappuccio il volto del morto è fatto di sacco come quello degli spaventapasseri e dal taglio che la spada di Usif-Lizhi gli ha aperto nel torace non esce sangue ma segatura e vecchi stracci.
«Magia.» Commenta il Gu'Hijirr accostandosi ad una altro dei loro ex-assalitori con lo stesso risultato.
«Eppure li ho ben veduti recare spade ed asce e scagliarsi contro di noi come soldati o briganti. Beh, sembra che in fondo non abbiamo ucciso nessuno, meglio così.» Medita Kirzil, dopo aver ispezionato tutti i corpi, dodici in tutto, senza aver trovato una sola creatura di carne e sangue. «Qualcuno, un mago od una strega, li ha guidati contro di noi. Chissà perché?» Il Gu'Hijirr si siede per terra incrociando le gambe ed estrae la pipa dalla borsa. «Nulla mi impedisce, comunque, di farmi una pipata mentre aspetto. Se tutti i nostri nemici sono come questi… Forse c'è qualcosa in questa selva che nessuno deve sapere né vedere. E quei lamenti? Saranno stati un trucco per attirarci qui? E a che pro?» Kirzil scuote la testa e tira una boccata. La luce della spada di Usif-Lizhi è scomparsa e questa non è certo una bella cosa. «Ho abbastanza esca da dar fuoco all'intero bosco, se necessario. Ho tabacco, pane, un po' di pancetta e quindi non ho motivo per preoccuparmi. È lui che deve fare in fretta, invece, l'alba non deve essere troppo lontana.»
Kirzil si alza nuovamente ad ispezionare i fantocci senza capire molto della loro natura e del loro scopo. Hanno tutti un segno disegnato sul petto, una specie di spirale scura ed intorno al collo hanno un anello di metallo leggero e malleabile. Perplesso il Gu'Hijirr torna a sedersi, giocherellando con la pipa senza accenderla. Ha la sensazione di aver già visto il simbolo che i fantocci portano disegnato sul petto, ma non ricorda più dove né quando. Inquieto guarda il cielo nascosto dalle fronde, con la sensazione che il giorno non sia più troppo lontano.
Passano altri lunghi minuti, scanditi dai leggerissimi rumori della foresta prossima al risveglio e Kirzil ha già quasi deciso di andare a cercare il Notturno prima che la luce del nuovo giorno lo colga, quando una luce debole e lontana si accende nel fondo della selva, dapprima incerta ed instabile, tanto che egli teme che si tratti di un illusione, poi più forte e nitida. E insieme alla luce vengono le voci, molte voci che non riconosce.


– Buongiorno, Kirzil Pennarossa! – Il Notturno ha un'espressione soddisfatta e orgogliosa come un ragazzino che abbia fatto qualcosa di veramente notevole e insieme a lui vengono una donna dai capelli bianchi come la neve e gli occhi del colore delle foglie nuove, un Lupo-Drago vestito di una pesante armatura nera e un uomo in compagnia di un Syerdwin tutti e due piuttosto male in arnese.
– Posso presentarti queste persone? La fata Mahaderill, il Barone Enklu di Nogu, i mercanti Noro Heban e Jai Wediliun.
Kirzil si inchina. – Kirzil Pennarossa di Bracewell. – Quindi si volta verso Usif-Lizhi. – Ma da dove vengono tutte queste persone?
– Da una caverna sorvegliata da una ventina di quei fantocci. – Risponde il barone Enklu dei Lupi-Drago. – Vittime di un incantesimo di sospensione.
– Ho lanciato un contro-incantesimo ed il Barone ha afferrato la sua ascia venendomi in aiuto. Erano un po' troppi per me solo, ma in due ce la siamo cavata già meglio. Poi è intervenuta Mahaderill e gli Oom rimasti sono caduti giù come marionette senza più fili.
– Veramente strano e straordinario. Ma come avete fatto a finire là, miei signori? – Chiede il Gu'Hijirr.
– Sono stata rapita nel sonno. – Spiega la fata. – Non saprei dire il perché. Per me è come se il mio sonno non si fosse interrotto finchè il Notturno non ha spezzato l'incantesimo con la sua magia di luna.
– Noi volevamo attraversare la selva per abbreviare il percorso per Verdevima. – Spiega uno dei mercanti. – Ma dopo il tramonto siamo stati assaliti da quegli orrendi pupazzi e portati alla grotta.
– Io dormivo, come la Signora Fata. – Spiega il Barone Enklu. – Quindici albe fa avrei dovuto incontrare il duca Kwister di Lö presso l'accampamento di Re Artamiro per portargli un messaggio da parte della sua Marrak, ma gli Oom mi hanno sorpreso mentre riposavo sulla spiaggia e non sono riuscito che a colpirne una dozzina prima di cadere nell'incantesimo. – Il Barone sorride mostrando una dentatura formidabile. – Però oggi mi sono vendicato. Ma… Come tutti i presenti ho un debito incommensurabile con il Notturno Usif-Lizhi. Tutto quello che posso offrirgli in cambio è il mio aiuto, dovunque egli vada e qualunque sia il suo destino. Disponi pure di me, signore Usif-lizhi, il mio destino è ormai legato al tuo. Al tuo servizio, Usif-Lizhi. – Il Barone Enklu porta una mano guantata al petto. – Per il Sangue, lungo il cammino.
– Sia così, nel nome di Duvelin, la Prima. – Continua Mahaderill.
– Sul mio onore. – Dice il mercante Noro Heban.
– Sopra e sotto le acque. – Conclude Jai Wediliun dei Syerdwin.
Il Notturno china il capo, commosso. – Grazie, grazie a voi tutti. Ma adesso abbandoniamo questa infausta foresta. Altri Oom possono essere in agguato e forse anche altre creature.
– Andiamo, presto. – Gli fa eco Kirzil. 

 
– Scusa, Usif-Lizhi, posso sapere una cosa? – Chiede il Gu'Hijirr quando il gruppo ha abbandonato la foresta e il notturno riposa al riparo di una tenda vicino alla riva del mare.
– Certo.
– Chi o meglio, cosa sono gli Oom?
– Spiriti senza un proprio corpo, sospesi tra vita e non vita, ma desiderosi di entrare nel nostro mondo da viventi. Li chiamano così i Syerdwin del Nord, che li conoscono e li temono. Solo un mago estremamente potente li può controllare e richiudere in una forma sensibile.
Kirzil annuisce con una smorfia di disgusto. – Bella roba, né vivi né morti. Ma questi Oom, come li chiamate, avevano qualche insegna, qualche segno sui loro abiti?
– Sì, l'avevano. Non vi ho fatto molta attenzione sul momento, ma ora che me lo ricordi… Avevano un simbolo dipinto sul petto, una specie di…
– Una specie di spirale, vero?
– Sì, proprio così. Sai cosa significa?
– Riposa, ora, Usif-lizhi. Io faccio una piccola indagine e lo saprai. Buon riposo.
– Buon riposo, Kirzil. – Risponde distrattamente il notturno. Uno strano pensiero gli ha attraversato la mente, un pensiero che forse non ha significato. O che forse ce l'ha. Forse i loro destini e quelli di tante altre persone sono legati a quello strano simbolo. Forse il loro incontro non è stato casuale come può apparire, così come non è causale la presenza di quelle persone e non altre nella foresta di cera. Usif-Lizhi volta il viso verso la parete della tenda. Il sonno arriva come un'ala di oscurità e si abbandona ad esso con riluttanza, come se esso potesse cancellare qualcosa di estremamente importante.