Io scrivo, come avranno capito coloro che seguono questo blog. Scrivo da più di cinquant'anni, un oceano di tempo a pensarci bene. Ho scritto una sessantina di racconti, ho curato insieme a Silvia Treves la serie «Fata Morgana», ho contribuito alla realizzazione di ALIA e ho curato personalmente sei antologie per ALIA Evo, scritto sette romanzi lunghi (1) – quattro di sf, uno di ucronia, uno umoristico e uno di fantasy –, quattro romanzi brevi di sf (2) oltre ad un romanzo cyberpunk (3) insieme a Silvia, oltre a qualche centinaio di recensioni sul sito di LN-LibriNuovi e poco meno di un migliaio di interventi su questo blog. Un sacco di lavoro, il tutto mentre facevo il mio lavoro reale, il libraio, per una quarantina d'anni.
Di tutto ciò quanto ho pubblicato? Beh, senza contare ciò che ho pubblicato sotto il nome della mia vecchia libreria, CS_libri, solo alcuni racconti e qualche presenza in antologie, più o meno il 4% di quanto ho scritto. Ma, a parte qualche momento di scoramento, durante il quale mi convincevo che avevo soltanto sprecato un sacco di tempo e di parole e che a nessuno fregava un kz dei miei scritti, non ho mai smesso di scrivere. Una testardaggine notevole, davvero. Probabilmente un modo per stabilire che sono da sempre un po' fissato, uno senza speranza.
Ma il mio vero problema è un altro. Nel corso di questi anni ho provato solo una volta a inviare qualcosa a un editore, nel caso alla defunta Editrice Nord, con susseguente gentile lettera di rifiuto. La mia conoscenza del settore, derivata dalla mia professione, mi ha sempre bloccato al momento dell'invio all'editore di turno di un manoscritto. Ho conosciuto personalmente l'allora direttore editoriale della Bollati-Boringhieri, che mi ha condotto in una stanza vuota della case editrice – tre metri x quattro, non uno sgabuzzino – dove erano accumulati i manoscritti inviati dai possibili autori, pile alte un metro o due e che probabilmente nessuno avrebbe avuto il tempo per guardare. No, non ci tenevo a finire in una simile cattedrale di illusioni.
Ho provato a partecipare ad alcuni concorsi, ottenendone una coppa, un paio di targhe, un vero successo – il Premio Omelas nel 200 – ma anche alcuni dolorosi fallimenti con il Premio Calvino e il Premio Urania. Ho anche partecipato in più occasioni a giurie per piccoli premi giungendo alla conclusione che spesso ad ottenere il primo premio non sono i testi più interessanti o innovativi ma soltanto quelli che non provocano feroci discussioni in seno alla giuria, quelli che tutti dicono: «Sì, sì, nulla di straordinario ma non è per niente male.» E in fondo è probabile sia giusto così: la narrativa procede per accumulazioni successive e solo raramente grazie a uno scatto improvviso o a un cambio di paradigma, un po' come la teoria dell'Evoluzione.
Esistono poi le scuole di scrittura creativa, cominciando dalla Holden, fondata da uno scrittore molto appariscente ma vuoto come un barattolo in spiaggia. Lasciamo perdere. Ne ho anche fondata e seguita una insieme a Silvia Treves – peraltro assolutamente gratuita – raggranellando alcuni entusiasti: un lavoro sicuramente utile e positivo ma non poteva fare molto per aiutarli a pubblicare. Nulla di troppo importante, ma potete leggere QUI qualche frammento del lavoro a suo tempo condotto.
Una volta scartati i concorsi, gli editori e le scuole di scrittura creativa, che cosa resta? Beh, non molto, a essere sinceri. Esistono i social, dove qualunque messaggio dure un mattino e poi scompare e poi i blog, una voce ormai consumata. Recentemente ho utilizzato un social particolare, Substack, dove ho potuto caricare poco più di quaranta racconti, ripescati dalle profondità del pc che ho dovuto abbandonare per motivi microsofteschi. Un buon esercizio, ma che non modifica di molto il rapporto con i lettori.
Già, i lettori. Una categoria di individui che secondo le classifiche dell'AIE sono in costante diminuzione. Meno di un italiano su due legge almeno un libro all'anno, una categoria, questa dei lettori di un singolo libro/anno, un po' ridicola, come lo è quella del forte lettore che legge dodici libri all'anno, mentre in Germania e Francia lo è chi legge almeno VENTI libri all'anno. Certo, esiste un forte mercato dell'usato, soprattutto nelle regioni meridionali, esistono i libri fuori catalogo o di editori falliti venduti al 50%, i libri sottratti nei magazzini editoriali, le biblioteche ecc. ecc. oltre naturalmente ai libri elettronici letti sugli e-reader, ma di questo folto gruppo di libri e di lettori è difficile o impossibile sapere alcunché. E gli autori? Circola una voce secondo la quale esiste uno scrittore e più per ogni lettore, voce che ritengo verosimile anche, se ovviamente esagerata, nella categoria degli autori italiani di fantascienza, che si rivolgono a un gruppo di lettori ridotto – in Italia i laureati in materie scientifiche sono la metà di quelli presenti nelle principali aree europee – e spesso di età decisamente avanzata e di gusti sorpassati... Un po' come il sottoscritto.
Scrivere come lavoro? Una fesseria, siamo seri. Gli autori divenuti famosi e che scrivono in italiano, lingua bellissima ma poco parlata, non sopravvivono grazie ai diritti d'autore ma grazie alle collaborazioni con i grandi giornali e anche così molti di loro devono inventare qualcos'altro – scuole di scrittura creativa, collaborazioni, interventi ecc. – per riuscire a sopravvivere.
In sostanza: ho davvero sprecato tempo e fatica nello scrivere per anni e anni? Molto probabile. Ma il mio problema è quello di non riuscire a smettere, nonostante tutto. E penso che la mia ultima ora arriverà davanti allo schermo di un PC. In fondo ci sono modi peggiori di morire... Alla prossima!
(1) Titoli: Ultima stella, Settembre, U.K.R., Il settimo clone, Calibano, Il mare obliquo, Amadeus
(2) Titoli: Il perdono a dio, Zero, Leggere al buio, Luna lontana
(3) Riduzione a icona
































