11.3.26

Il cyberpunk degli anni '90.



  
Morte e trasfigurazione del cyberpunk

Cyberpunk è una cometa che ha transitato nel cielo della speculative fiction e che è esplosa nel momento di massimo fulgore. Ancora per molto tempo navigheremo tra i suoi luminosi detriti.

Cyberpunk è un genere narrativo nato da un gruppo di hacker strafatti, professionisti invasati del computer, scrittori allucinati e superstiti della cultura West Coast. CP ha letteralmente inventato un modo diverso di guardare al reale e ha dovuto inventare un linguaggio – informatico, contaminato, febbrile, indefinito ma spaventosamente preciso – per raccontare la realtà virtuale, le personalità condivise (scisse, separate, frammentate, incoerenti), il mondo dei marchi e degli imperi di dati e di flussi di informazione. CP ha raccontato per primo il mondo della globalizzazione, disegnando i confini tra i diseredati della connessione e del copyright e i nuovi feudatari della proprietà senza patria né luogo, del nuovo capitale onnipresente e invisibile. CP è stato un abile mimo dell’ubiquità e della confusione, ha messo in scena combinandoli e rovesciandoli i frammenti delle culture e delle sottoculture tradizionali, ha innestato, stravolto, infettato e fecondato creando l’illusione di un mondo istantaneo dove ogni luogo è sovrapponibile e perfettamente identico, replicabile all’infinito senza sforzo e senza piacere. La realtà dei romanzi cyberpunk non ha coordinate di spazio o di tempo, è un Ovunque dove le merci sono protagoniste e dove anche le prerogative più schiettamente umane – ricordi, sogni, emozioni, desideri, visioni – sono separabili, normalizzabili, vendibili. CP è ricercare e raccontare l’irriducibile e l’inafferrabile, anche se questo coincide spesso con il malessere, la malattia mentale, la sofferenza. CP è stato ed è una letteratura che nasce dall’attrito con la tecnologia e la scienza. Come la migliore <sf>, CP è narrativa sociale e politica, tanto segnata da questa vocazione da essersi almeno in parte trasfigurata in resistenza al mondo globale, pratica politica dei movimenti no-global e nuovo pensiero sulla realtà.

In questo spazio pubblicato in rete compare una scelta di articoli e recensioni a suo tempo pubblicati su diversi numeri di LN-LibriNuovi nella rubrica «Nostra Signora degli Alieni». Forse il tono e il contenuto di alcuni di essi apparirà sfocato o datato, ma ci è parso utile pubblicarlo ugualmente, anche per tentare una ricognizione sul genere e sulle sue tracce in Italia che non fosse legato a pochi autori e a qualche singolo libro. Buona parte dei libri qui presentati, nella sana tradizione one shot della letteratura di genere, sono ormai reperibili unicamente in forma di usato. Fanno eccezione i titoli delle edizioni ShaKe, alle quali va il grandissimo merito di aver tradotto e pubblicato le opere di Pat Cadigan e di Neal Stephenson.

Comunque il bello delle prefazioni è di essere brevi e significative. Se non posso essere certa della seconda qualità cercherò perlomeno di garantire la prima. (Melania Gatto ft.Massimo Citi)

 


Cyberpunk e Fantascienza, storie intrecciate

La <sf> ha sempre avuto molteplici e diverse anime, basti pensare che vi si sono riconosciuti tanto autori come Samuel Delany, nero, intellettuale e libertario che personaggi come Ron Hubbard, scrittore di ispirazione più o meno neonazista e fondatore di una dottrina quantomeno discussa come Scientology. Ma le tendenze scismatiche del genere sembrano ultimamente divenute la sua vera identità. Dare una definizione generale di <sf> che riesca a riunire insieme scrittori hard-<sf> come Gregory Benford, teorici dell’assurdo multidimensionale come Rudy Rucker, narratori del mondo “da-qui-a-quindici-minuti”, autori come Kim Stanley Robinson o Mark Leyner (che se anche viene considerato di ispirazione cyberpunk (CP) non viene iscritto nelle file degli autori di <sf>) o Paul De Filippo, irriverente parodista di miti culturali e sociali contemporanei è divenuto un’impresa disperata e forse, soprattutto, inutile. Eppure TUTTO CIO’ è <sf>, perché bene o male si basa su un presupposto basilare del genere, ovvero l’estrapolazione coerente degli effetti di una novità tecnologica, ossia un elemento inserito nella realtà nota che ne modifica la percezione da parte dei soggetti che ne fanno parte e insieme trasforma profondamente il modo di autoconcepirsi e autoregolarsi di quella determinata società.

La <sf> è sempre più - in poche parole - la letteratura del possibile e la sua apparente invasività è dovuta semplicemente al fatto che nel mondo in cui viviamo la Possibilità è divenuta regola prima (chissà se è possibile modificare il DNA dei gatti da compagnia in modo da renderli più intelligenti? Probabilmente sì. Chissà se è possibile inserire un chip nei circuiti cerebrali di qualcuno in modo da guidare completamente le sue scelte? Probabilmente non subito ma tra un po’ sì. Chissà, chissà, chissà ecc.ecc.).

Il controllo e la radicale modifica eterodiretta del comportamente umano che un tempo si attribuiva ai telepati, ai comunisti o agli extraterrestri perfidi e schiavisti (ricordate Terrore dalla settima luna di Robert Heinlein?) è diventato probabilità tecnologica, spettro impossibile da esorcizzare. Si può presentare in forma di lusinga, di piacere casalingo, di svago ed è tema quotidiano di polemiche e di riflessioni talvolta ben più che inquietanti. Basti pensare alle Reti planetarie, alla possibile commercializzazione della Realtà Virtuale, agli sviluppi dell’ingegneria genetica, e soprattutto alla possibilità di un controllo monopolistico di strumenti di comunicazione e sviluppo tanto raffinati, o – volendo – anche solo al controllo politico generabile dal possesso di TROPPE reti televisive, per cominciare a sospettare DI ESSERCI GIA’ DENTRO. E forse sarebbe bene capire prima di trovarsi capiti (e leggetevi su un dizionario etimologico cosa vuol dire, in realtà, capire). Il PROBLEMA, in sostanza, è proprio quello della comunicazione, della mole incommensurabile di informazioni, dati, progetti, articoli, riflessioni che transitano quotidianamente. L’epifenomeno, l’aspetto appariscente e inutile di questo, come di altri eventi epocali, sono gli inevitabili frivoli articolotti dei settimanali d’opinione, mentre la realtà al silicio e germanio sono i miliardi di therabyte di informazione che devono circolare, pena il ritardo e la paralisi della Produzione. É così che la Science-Fiction è penetrata nella vita, non solo nella VOSTRA di lettori di <sf> (che magari, almeno in parte eravate preparati) ma anche in quella di coloro che mai ne leggerebbero una riga. Eventi inquietanti e tutt’altro che teorici (cito alla rinfusa) come l’affermazione dell’IA, il progetto Genoma, l’Effetto Serra, l’ibridazione di DNA eterospecifici, il sesso virtuale, la trasmissione istantanea dell’informazione, sono giunti a occupare spazio su rotocalchi popolari e quotidiani a grande tiratura, attizzando la Grande Paura a cavallo del millennio. C’è un efficacissimo racconto di Bruce Sterling, intitolato Chernobyl neurale che dona una dimensione narrativa a questa sensazione sotterranea di spaesamento, di viaggio notturno verso il caos. L’incidente imprevisto (Chernobyl, ma anche Bhopal, la petroliera Exxon Valdez o il gas nervino nella metropolitana di Tokio) sono in agguato dentro la vostra TV spenta solo provvisoriamente o sulla prima pagina del giornale che leggerete tra una settimana. Il problema per noi che viviamo dentro questo treno in corsa è di riuscire a immaginare l’inimmaginabile, convivere con l’assurdo, prendere posizione sull’imprevedibile. Sinceramente credo che l’unica letteratura all’altezza - sia pur disordinata, ingenua, esibizionista, barocca, magari infantile, pacchiana o stilisticamente elementare – sia proprio la <sf> e particolarmente il Cyberpunk degli anni ‘80-’90 - cioè quel genere contaminato, contorto e assurdo germogliato nella zucca di autori cresciuti quando il grande sogno dell’American Way of Life post-bellico aveva cessato di essere il motore del mondo occidentale.

Ma veniamo alla domanda essenziale: ma che cos’è il Cyberpunk (CP) e come distinguerlo, dividerlo, identificarlo in rapporto alla <sf>? Una volta definita la <sf> come letteratura del Possibile e una volta ricordate le sue parentele con altre forme letterarie classiche come il romanzo di viaggio e d’avventura, la novella filosofica e utopica, il racconto psicologico e introspettivo, si potrà in prima approssimazione definire il CP come «letteratura dell’Invasione». Nel romanzo di <sf> tipica (schematicamente), una volta definite le coordinate spazio-temporali nelle quali inscrivere la vicenda, il percorso protagonista/ ambiente si definisce linearmente, come rapporto tra un agente di conoscenza sufficientemente noto che agisce anche per conto del lettore e una situazione da definire.

Nel CP questa situazione lineare salta più o meno completamente, i rapporti tra protagonista e situazione sono complessi, ambigui, l’integrità corporea e intellettuale dell’agente di conoscenza è oggetto di variazioni e innesti cibernetici, la situazione non è definita come invariante naturale ma come universo artificiale, basato su leggi e regole spesso ignote e indefinibili. Con il CP e più in generale anche con la <sf> moderna, anche se evidentemente apparentata con la Space Opera (Iain M. Banks, tanto per non far nomi), salta uno dei dati fondamentali della narrativa: l’integrità e la conoscibilità della mente umana. Cyberpunk diviene letteratura protesizzata, narrativa della percezione distorta, delle sintesi imprevedibili, della logica non-aristotelica e non-cartesiana. Da questo punto di vista si può affermare che il CP avanza in territori che la <sf> tradizionale (se si escludono maestri come James G. Ballard e Philip K. Dick) era insufficientemente equipaggiata per esplorare. Oltre a questo mentre la <sf> tradizionale era (ed è) letteratura di massa, sia pure con tutte le cautele necessarie nell’usare un termine tanto sfruttato, il CP è spesso letteratura d’avanguardia, sperimentazione stilistica e formale, ma anche parodia, gusto dell’assurdo e del rovesciamento paradossale, raffinato gioco di citazioni – tipicamente postmoderno – e ambiguità di senso e di significato.

Non credo ci libereremo tanto presto del CP, almeno nella sua essenza di letteratura della postmodernità, della contaminazione, dell’invasione. E forse solo da una <sf> tanto cresciuta e matura da rovesciarsi nel suo opposto – la <sf> delle origini è ottimista, feticista nei confronti della tecnologia, razionale, tanto quanto il CP è pessimista, disincantato verso la tecnologia e legato alla logica frattale - potrà svilupparsi la letteratura di fine e inizio millennio.

 


 Recensioni. Libri trovabili e introvabili


Nei primi mesi del 1994 usciva a otto (otto) anni di distanza dall’edizione originale americana l’antologia Mirrorshades («Occhiali a specchio»), ovvero la pietra miliare della <sf> CP. Visto che non ci ha pensato nessun altro, l’ha stampata la Bompiani, casa editrice che finora ad allora non aveva dimostrato un interesse se non strumentale verso la <sf>.

L’antologia non è maltradotta, la presentazione a cura di Brolli e Caronia se non è eccessivamente perspicua non è neppure buttata giù alla stracca e il prezzo è decisamente abbordabile. Tra i racconti, delizioso quello che apre l’antologia il continuo di Gernsback, di William Gibson, un'appassionata variazione sul tema del «futuro di ieri», decisamente divertenti racconti come Mozart con gli occhiali a specchio di Bruce Sterling e Lewis Shirer o le imprese di Houdini di Rudy Rucker ed ottimo l’acido e freddo Occhi di serpente di Tom Maddox. Meno riusciti ma almeno dignitosi altri, ma … C’è un ma: che senso ha un’antologia di racconti scritti tra il 1982 e il 1985, presentati come la “nuova onda” della <sf>? Non è che si potevano tradurre prima?

(da LN 29 prima serie)

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Un testo fondamentale per accostarsi al genere è l’antologia Cyberpunk, editrice Nord, a cura di Piergiorgio Nicolazzini. Cominciamo dal paratesto che, una volta tanto, è veramente lodevole: bibliografia delle opere pubblicate con data e titolo della pubblicazione in lingua originale e nome del traduttore, prefazione di Larry McCaffery con storia e inquadramento critico del fenomeno, guida ragionata multimediale al Cyberpunk in ordine più o meno cronologico, bibliografia critica per ulteriori approfondimenti a cura di Nicolazzini e bibliografia completa degli autori pubblicati. Wow! Una cosa da Adelphi della <sf>. L’antologia, probabilmente uno dei più ampi tentativi di dare una panoramica approfondita del Cyberpunk, consta di 700 pagine circa, cioé due romanzi, due romanzi brevi, 24 racconti e due saggi critici. Il livello medio delle opere pubblicate è sempre perlomeno dignitoso, ma con un occhio di favore per il romanzo breve Chi credi di essere di Pat Cadigan, storia di un invasamento cibernetico, per Mosquito di Richard Calder, allucinata storia di puttane-gatto e di guerra commerciale totale, Morte della ragione di Toni Daniel, riuscita tecnoparodia in chiave invasiva di Raymond Chandler, Assiomatico di Greg Egan, storia di una vendetta che diviene comportamento seriale, Addio Houston Street di Richard Kadrey, demenziale racconto dell’impresa di un artista-Erostrato, L’ultima destinazione di Ian McDonald, disperato racconto degno del miglior Philip Dick e Morte Soft di Rudy Rucker, ovvero la beffa della sopravvivenza elettronica. Come talvolta accade ho trovato deludente il racconto di Bruce Sterling, partito interessante e arrivato ovvio, mentre è ai limiti del buon gusto formale l’intervento di William Gibson, presente con un capitolo del suo ultimo romanzo. Ben poco CP il romanzo di Greg Bear, Zero Assoluto, ma comunque godibilissimo e ottimo il racconto di Iain M. Banks che apre l’antologia: Un dono della Cultura. Nota a margine: credo che la Cultura sia una delle più feconde e interessanti invenzioni della <sf> di questi anni e che Banks sia stato poco meno che Dio seduto alla tastiera. Fine dell’inciso. Insomma credo proprio che questa antologia fareste bene a leggerla (sempre che riusciate ancora a trovarla…).

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Un romanzo che a rigore non può essere definito di <sf> ma che certamente è CP (infatti è inserito nella guida schematica al cyberpunk contenuta nell’antologia della Nord), è Mio cugino il Gastroenterologo di Mark Leyner, editore Frassinelli.

Si tratta di un libro sorprendente già per l’impostazione grafica. Infatti il testo non ha giustificazione a destra, in qualche caso i ritorni a capo sono aboliti e sostituiti da spaziature più o meno ampie e in alcuni paragrafi non esistono lettere maiuscole. Ma cos’ha mai di CP il romanzo di Leyner, oltre allo sperimentalismo formale e ai titoli dei capitoli scritti di sbieco e con caratteri che ricordano la grafica dei PC? Bene, avendo definito la letteratura CP come postmoderno narrativo (ovvero come parodia, citazione, frammento - o meglio frattale - molteplicità e indefinibilità del punto di vista, esistenza di punti di vista non-umani [animali o artificiali], impossibilità di definire il reale in opposizione al fantastico, gusto dell’estremo, del paradosso, dell’assurdo) il romanzo di Leyner si colloca a pieno titolo nel filone. Ovviamente è assolutamente impossibile raccontarlo anche perché il modo di procedere nella narrazione è organizzato come A che incontra B che a sua volta incontra C che a sua volta ecc. ecc., fino a quanto Z non incontra A, con A che compare più volte nel testo, magari per telefono o in uno spot TV. Aggiungete che Leyner usa spesso la prima persona SENZA chiarire CHI sta parlando o si dà a deliranti elenchi come fa Benni nei suoi momenti migliori (e come fa anche la Bibbia: «ed Elmer generò Enoch che generò Baruch…»), muta forma e ricordi ai suoi personaggi e, detto in breve, si fa beffe delle leggi fisiche e narrative.

Se vi siete fatti l’idea che si tratti di un romanzo da cui stare alla larga, troppo assurdo per essere tollerabile e che qualunque persona dotata di buon senso farebbe bene ad evitarlo, avete assolutamente ragione: Mio Cugino ecc. è un romanzo troppo assurdo e qualunque persona dotata di un minimo di buon senso farebbe bene ad evitarlo. Ma se avete così tanto buonsenso e non amate l’assurdo perché mai leggete <sf> e CP e anche questa rubrica? Per concludere un saggio del testo, perché tanto a spiegarlo con parole mie non riesco:

«…Il mio ragazzo ripeteva sempre che gli Incas avevano costruito a Machu Picchu un garage con 750 posti per le astronavi degli Extraterrestri. E io appoggiavo la testa sulle sue cosce mentre grossi succosi sottomarini sovietici color rosso scuro si radunavano nella baia per caricare i siluri. Un incidente di caccia mi lasciò con una cavità quandrangolare di 48 cm. nel petto; posso stare davanti alla TV senza ostruire l’immagine…»

Più o meno il romanzo va avanti così per 200 e passa pagine, mutevole, mimetico, assurdo, coltissimo e strampalato. A me comunque è piaciuto. (da LN 33, prima serie)

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Nella primavera del 1995 usciva Snow Crash di Neal Stephenson, premio A.C.Clarke Award 1994. Snow Crash è un romanzo CP a pieno diritto, quindi contaminato, aggressivo, veloce, delirante e scritto con uno stile sottilmente complice, talvolta sgangherato, immaginifico, paradossale. Non è talmente nuovo da far gridare al miracolo, ma si può dire che trasforma in fatto, storia coerente ciò che in altri romanzi e racconti CP è proposta o suggerimento.

Raccontare la vicenda – tanto complessa da risultare a tratti oscura – è abbastanza inutile. Credo possa servire di più un veloce quadro del mondo nel quale il romanzo è ambientato. Si tratta degli States, com’è ovvio, ma divenuti irriconoscibili, frantumati in uno spolverio di minuscoli stati, enclaves, franchise, alla totale bancarotta economica e nei quali qualunque funzione statale, compresa la difesa, è privatizzata o in vendita al miglior offerente. La Mafia è un agente economico e politico legale, garante – sui propri territori – di pace, ordine e tranquillità mentre ciò che resta del governo federale è divenuto un covo di burocrati paranoici che accumulano pratiche sul nulla, passando il tempo a sottoporre a test i propri dipendenti per verificarne la fedeltà.

Esistono ministati fondati su un particolare credo religioso, altri nei quali nostalgici segregazionisti abitano ville in stile Via col Vento e dove è vietato l’ingresso a chi non è puro WASP, enclave di proprietà di Nuova Hong Kong o di Narcolombia e frammenti di territorio senza padroni, concessionari o franchise e quindi destinati al disordine, alla fame e alla delinquenza. Accanto all’universo reale esiste un universo virtuale – il Metaverso – un cosmo cibernetico condiviso dove

«le città sono decine di volte più grandi della più grande città del mondo reale e in cui il campo del piacere e dell’esperienza si trova a essere limitato dalla sola immaginazione».

La struttura del romanzo è quella di un thriller ad intreccio, costruito su un’ipotesi fanta-archeologico-linguistica non esattamente limpidissima ma comunque abbastanza folle da riuscire a reggerne il peso. In 412 pagine si fatica a trovarne due o tre tirate via o inutili e il riferimento a Vineland di Thomas Pynchon che fa Rudy Rucker in ultima di copertina mi è sembrato decisamente azzeccato. Di Pynchon, Stephenson ha la leggerezza stralunata, il gusto per il paradosso, l’ironia sorniona e la carica satirica ad alto potenziale. I suoi USA sono probabili in maniera allegramente allarmante e mostrano fedelmente gli esiti di una deregulation spinta oltre ogni limite ragionevole. È pur vero che l’amore di Stephenson verso gli hacker può muovere al sorriso, ma c’è poco compiacimento e poche illusioni in proposito. Stephenson chiude la parabola dei Neuromanti volgendola in farsa, in una scatenata sarabanda di cyberdroghe e telepredicatori criminali (da LN 34, prima serie)

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Una famiglia nucleare - titolo originale Dad’s nuke – di Marc Laidlaw è stato pubblicato in lingua originale nel 1985 e solo dieci anni dopo tradotto per la prima volta dalla Bompiani nella collana economica «Gli Squali». Marc Laidlaw, americano, anzi californiano, è uno degli autori di punta del CP, fenomeno culturale che a quanto è dato sapere sopravvive benissimo nonostante Gibson e Sterling abbiano già molto tempo fa decretato la sua morte. L’ipotesi fondamentale di Laidlaw (geniale se si tiene conto dell’anno di pubblicazione originale) è che la tendenza xenofoba in atto che prescrive di limitare l’universo dei propri rapporti e contatti ai propri connazionali, avrà sviluppi imprevedibili, limitando sempre di più il campo alla regione, alla città, al borgo, al vicinato fino a giungere alla famiglia (nucleare).

Negli USA immaginati da Laidlaw, divisi in minuscole enclave ostili e paranoidi, Papà Johnson, capofamiglia e direttore della Famiglia Johnson, decide di installare un impianto nucleare nel proprio garage, allo scopo di raggiungere la piena indipendenza energetica. Fin qui il tema, evidentemente paradossale, rimarrebbe nell’ambito delle coordinate della <sf> “sociologica” anni ‘50 e ‘60, quella delle feroci parodie di Pohl & Kornbluth, Sheckley, Vonnegut, Lafferty, Bester ed altri. Ma Laidlaw si spinge decisamente oltre. Nel suo universo la crescita come l’invecchiamento sono predeterminati: la pubertà, indotta chimicamente, viene portata a termine in poche ore, la vecchiaia giunge all’improvviso, la morte è un dovere sociale. La TV è divenuta l’occhio aperto della minuscola comunità locale sulla propria vita familiare. A sera, a tavola, si guarda un programma intitolato «Stasera dalla famiglia Johnson» (o Douglass, o Lynx ecc. ecc.) dove si spia quello che accade in casa dei vicini. Vacanze e lavoro sono possibili solo nella realtà virtuale, con esiti talvolta allucinatori o deliranti come nelle vacanze al parco naturale (virtuale) di Yosemite della famiglia Johnson. I figli, cresciuti e e partoriti da un utero automatico, vengono programmati anche nel temperamento, gusti e scelte. Può quindi capitare, come a P.J. Johnson, di essere decretato omosessuale alla maggiore età in base alla programmazione prenatale.

Laidlaw si dedica con scrupolo e passione a devastare, a rovesciare in assurdo, oscena pantomima e delirio, i valori più tipicamente yankee come la fiducia acritica nella democrazia, il timor di Dio, l’amor di Patria, la passione per le armi da fuoco. Il romanzo conduce il lettore attraverso gradi crescenti di assurdo, definisce poco alla volta, con crudele divertimento, le coordinate del sistema sociale dell’America del nuovo millennio. Laidlaw non lascia speranze, ma conduce il gioco con scintillante allegria, con un tono che non scade mai nel puro grottesco ed evita i moralismi. Insomma, ma non lo si poteva tradurre prima?

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7.2.23

ALIA Evo, quello appena uscito.


 
Come probabilmente vi sarà capitato di incontrarne la segnalazione è uscito ed è disponibile dal mese di dicembre l'ultimo ALIA Evo, il numero 5, sia in formato ebook che in formato cartaceo.
Questa volta credo siamo riuscito a battere una specie di record: 20 racconti e 20 autori, il primo dei quali – lo segnalo volutamente – è il compianto Paolo S. Cavazza, del quale abbiamo pubblicato un inedito: «Palinodia». Ed è a Paolo che abbiamo dedicato ALIA Evo 5.0, con una dedica iniziale scritta da M.Caterina Mortillaro. 
Gli altri autori presenti, oltre ai due immancabili curatori – Silvia Treves e Massimo Citi – sono tutti sufficientemente noti nel mondo della sf italiana: tre vincitori del premio Urania [Costantini, Del Popolo Riolo, Ricciardiello], due vincitori del premio Odissea [Martino, Mortillaro] due giovani autori recentemente emersi [Tabacco, Montoro] gli habitué di ALIA, già presenti nelle antologie presenti e immancabili anche in questa, Centamore, Giorgi, Lanza, Lastrucci, Malerba, Saguatti, Soumaré, Zampatori e due (quasi) esordienti, Ceccarelli e Pesce. 
E i testi?
In questo caso meglio, molto meglio affidarsi a Silvia Treves che ha steso l'introduzione all'antologia. Diciamo che gli alieni presenti in più della metà dei racconti risultano sorprendenti anche per lettori scafati come il sottoscritto mentre la realtà quotidiana che traspare con assoluta evidenza negli altri racconti è narrata con assoluta e sorprendente attenzione.
Posso soltanto affermare che è stato un vero piacere leggerli, impaginarli, correggerli – sotto la direzione di Morgana, il nostro editor – e rileggerli ancora una volta. I miei preferiti? Onestamente temo sarebbero troppi i prescelti e quindi mi limito a dire che in assoluto questo ALIA Evo è uno dei migliori tra quelli pubblicati finora. 
Non posso che consigliarvi di acquistarla, i prezzi sono di € 7,99 per l'e-book e € 15,00 per il libro di quattrocento pagine. 
E potete trovare qui l'e-book e qui il libro.
 

 

21.9.22

Una recensione a «Stazione Diadema»



Come qualcuno saprà, qualche tempo fa Antonino Martino mi scrisse per comunicarmi che aveva appena acquistato "Stazione Diadema". Lo ringraziai, eravamo in luglio, ma poi, preso dall'impegno per ALIA Evo 5.0, me ne dimenticai. Ma oggi il buon Nino mi ha spedito la sua recensione all'e-book, pubblicata sulla pagina di Amazon, e non posso fare a meno di presentarla qui, se non altro per poter – semel in anno – mostrare qui la mia coda di pavone che, comunque, chiunque scriva possiede. Aggiungo che Nino non mi deve nulla, non siamo parenti, non gli ho promesso alcunché e non ho rapito un suo parente minacciandolo di morte. 


Per chi ha voglia di leggerla: 

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"Una splendida allegoria. La stazione diadema è la vecchia stazione spaziale internazionale. Sulla terra gli anni sono trascorsi. C’è stata una terribile pandemia che ha alterava il DNA , c’è stata una guerra dichiarata dalla federazione russa (non è stato scritto oggi ma qualche tempo fa…). Ci sono ferree leggi e caccia ai mutanti, che assumono a volte sembianze miste di umani e animali, a causa del DNA impazzito. Quelli che possono fuggire raggiungono la vecchia stazione spaziale, la ricostruiscono con gli infiniti scarti in orbita, ne aggiungono pezzi. La stazione diadema ha un’economia circolare, produce tutto, la ricerca è su sistemi ecologici avanzati, per necessità di sopravvivenza. Sulla Terra impazzano le sette. Periodicamente la stazione spaziale viene attaccata. Bisogna cancellare l’abominio. La devianza, le devianze di ogni tipo non possono essere accettate, soprattutto se da loro viene la possibilità di un mondo diverso, più umano. Il protagonista, che da il punto di vista della narrazione è raccolto naufrago dello spazio, dato per morto e abbandonato dai cosiddetti umani. Vive con loro, impara a conoscerli, scopre l’incredibile possibile convivenza di persone completamente diverse una dall’altra, ciascuna con le proprie devianze, a volte assurde. Li aiuta a sgominare un sabotaggio di un folle. E l’ennesimo attacco della terra viene debellato. Un racconto denso di riferimenti, di stilettate, di critica sulla società attuale. Uno stile maturo, realistico nei dettagli anche scientifici. Un allegoria per dire che saranno i reietti, i dannati della terra, gli anomali ad avere la possibilità di costruire un mondo futuro che sia veramente umano. Scorrevole, brillante, umanissimo, ricco di spunti e si legge di un fiato. Cinque stelle con lode. Vale veramente la pena di leggerlo" (Antonino Martino)

 


 

14.8.22

Episodio X


 Nell’Altroverso la forza di gravità è pari a un decimo di quella che unisce le stelle e le galassie.
I soli sono pochi ed enormi e non esistono ammassi stellari. Non ci sono vortici di materia che precipitano in un pozzo di gravità, né buchi neri.
Là c’è silenzio eterno, solitudine, fissità.



60 giorni dopo l’Episodio X


Episodio X, come è stata chiamata la prima spedizione nell’Altroverso, quando le tre creature a bordo, OGM ottenuti dalla combinazione sperimentale di DNA umano e animale, non sono mai tornate.
La nave è rientrata vuota, perfettamente in ordine, con la IA della nave disattivata. I respiratori erano carichi e gli stivali allineati nelle rastrelliere: in apparenza le tre creature erano uscite dalla nave con la propria tuta e con l’ossigeno contenuto nelle bombole, sufficienti per dieci-dodici ore al massimo.
La nave, la «Magellano», è tornata dopo diciotto giorni standard terrestri, avendo percorso una distanza pari a una decina di anni luce. Il coordinatore della missione, Hermann Masali, l’ha giudicata «un indiscutibile successo», sottolineando la mancanza di effetti relativistici, specificando però che il problema della sopravvivenza nell’Altroverso non era stato ancora risolto e postulando l’invio di un secondo equipaggio.
In seguito l’Episodio X è scomparso da tutti i registri della Triade e dalla storia delle spedizioni spaziali.


Tre giorni prima dell’Episodio X



La luce della stella ha acceso una sezione della modanatura interna, posta sopra una serie di interruttori e di spie accese in verde.
RavenZesar1 alza lo sguardo a cogliere quel riflesso. Fino a pochi istanti prima la nave era immersa nella luce cinerina di Saturno, a pochi milioni di chilometri da loro, poi il passaggio, brusco e senza sfumature, alla luce candida di un altro sole.
– Rachel, Humber: siamo passati. Ve ne siete accorti?
La risposta di HundHumber2, sdraiato alle sue spalle, è coperta da una potente scarica di statica proveniente dal terminale del substrato.
GoatRachel3 spinge indietro le cinghie che la tengono sdraiata sulla poltrona reclinabile e si alza. Il rumore prodotto dall’apparecchio è assordante e la zoogena abbassa il volume prima di sollevare il microfono: – Nave stellare «Magellano», stazione «Huygens», ci ricevete?
La statica non cessa, anche se si fa più bassa. GoatRachel fa alcuni tentativi, picchietta sulla tastiera, manovra il sensore verticale, prova di nuovo a collegarsi, ma l’elenco dei nodi riceventi resta vuoto. Un lungo sospiro è la sua unica reazione.
– Dove siamo? – chiede RavenZesar.
– Altrove. – La voce di HundHumber è bassa e profonda. – Ed è impossibile collegarsi con una stazione. Era prevedibile.
Il corvo e la capra guardano il riflesso perlaceo di luce che illumina la paratia. RavenZesar si avvicina al vetro dell’oblò. – Dio mio, è enorme.
La stella occupa una buona metà della luce dell’oblò, bianca come un fiocco di neve.
– Non è troppo grande?
La domanda del cane coglie il corvo di sorpresa. – È normale, credo, in questo universo. Qual è la nostra velocità attuale?
Rachel richiama un altro quadro dal terminale. – … Più o meno il decuplo della nostra velocità prima dell’ingresso nell’anello.
– Già. La stessa cosa che è accaduta alle sonde inviate in precedenza.
– Ottimo, Humber. E come glielo facciamo sapere? Per il momento le comunicazioni sono interrotte e non so se riusciremo a ripristinarle. Credo che la stella – Behemoth? Va bene come nome? – emetta radiazioni dure, impedendoci ogni comunicazione.
L’uomo-cane annuisce: – Potremmo riprendere la strada dalla quale siamo venuti. Immagino che la nave abbia tenuto un tracciato per il nostro arrivo: sarà sufficiente seguirlo e ritrovare il nostro punto di arrivo.
– Il tracciato non esiste. – GoatRachel si è collegata alla IA della nave mentre Humber parla e ha visualizzato il loro percorso. – Fino all’ingresso dell’anello è perfettamente tracciato. Poi, il nulla.
I tre si guardano in silenzio. A parlare è HundHumber: – A questo punto dovremmo far almeno sapere ai… Signori che siamo vivi.
– Per il momento. – Commenta RavenZesar.
– Certo.
– Ma le sonde inviate qui come hanno fatto a rientrare?
– Non sono mai rientrate, Rachel. Tutto quello che hanno saputo è stato grazie alle brevi comunicazioni partite subito dopo il passaggio.
– E noi siamo gli eroi che sono venuti fin qui a dare un’occhiata… – RavenZesar produce un faticoso sorriso, – Scusate, siamo stati gli eroi.



Sette giorni prima dell’Episodio X.


– Tre OGM, tre zoogeni. Creature sperimentali. – Il professore Fitzjohn, è perplesso. In qualità di astrofisico non ha le competenze per decidere: roba da biologi. – Forse dovremmo ancora parlarne.
– Ne abbiamo già parlato, professore. – Hermann Masali, il lunare, come coordinatore del team di lavoro non ha in apparenza titoli, se non quello – si mormora – di delegato del potere centrale in forma anonima. Moshe Tatar, l’inviato della Triade, l’entità politica che aveva unito i governi della Terra, di Luna e di Marte, è finora intervenuto un paio di volte e sempre con commenti irrilevanti. «La Triade non appare, ma decide», è stata la conclusione di molti appartenenti al team, senza dichiararlo apertamente per evitare grane a non finire.
– Inviare astronauti umani è stato escluso. Robot e IA ne abbiamo già mandati, ma con esiti deludenti. Due IA sono riuscite a rientrare ma anche analizzandole non siamo riusciti a capire se sia possibile sopravvivere nell’Altroverso. Mandare tre OGM sembra la sola soluzione.
«OGM»
Alain Neiges detesta quel modo di definire gli ibridi zoogeni, creature silenziose e gentili prodotte di recente grazie all’ingegneria genetica: DNA animale e DNA umano combinati a formare una creatura intelligente, in grado di comprendere e parlare.
– Certo, dottor Masali – interviene, – Ma se i tre zoogeni non sopravvivessero, noi come lo sapremmo?
– Grazie al circuito di guida ausiliario che riporterà indietro la nave, al di là delle condizioni dell’equipaggio. Quello che abbiamo già fatto con altre unità inviate nel secondo universo. Tutto chiaro, ingegnere Neiges?
Il responsabile dei sistemi di sopravvivenza annuisce con un movimento del capo: ha fatto la domanda sbagliata. Lui ha conosciuto i tre zoogeni “scelti” per la missione e immaginarli su una nave destinata al sacrificio lo turba, anche più di quanto avrebbe ritenuto possibile. Manda lo sguardo fuori fuoco, nel grande schermo che domina la sala della riunione. Saturno, incoronato dai suoi anelli, è inquadrato in corrispondenza del polo meridionale e ne occupa buona parte. Dopo diciotto mesi di missione lo conosce meglio di Marte, la sua patria.
– Direi di rendere operativo il nostro progetto. – la decisione rapida è il modo di procedere preferito da Masali. Neiges non si prende il disturbo di interromperlo ancora. Più tardi parlerà con i tre zoogeni. O i tre animali, secondo l’emissario-ombra della Triade.

Tre giorni prima dell’Episodio X




GoatRachel ritiene di aver tentato il possibile, ma senza ottenere altro che una variazione minima alle perturbazioni che occupano stabilmente la trasmissione nodale. «Qui nave stellare “Magellano”…» è divenuto un mantra, ripetuto fino a stordirsi.
Gli altri due la osservano senza parlare. Ogni tanto il loro sguardo scivola nel nulla, per riprendersi dopo un attimo.
– …Forse è preferibile andare fuori e respirare il vuoto.
HundHumber lo guarda: – Ti stai chiedendo come accorciare la tua sofferenza, Zesar? Avremo tempo per farlo, ma ora è meglio pensare a qualcos’altro.
– A che cosa? Secondo la IA della nave abbiamo ossigeno per 900 ore più o meno. Un po’ di più se sigilliamo gli altri comparti. Ma intanto, che cosa possiamo fare? Non possiamo comunicare con il nostro universo né tornare indietro. – RavenZesar si interrompe, – …Ma potremmo tentare di rientrare aprendo un passaggio per il nostro universo.
GoatRachel si stacca dal terminale strofinandosi le mani, come a liberarsi di un peso insostenibile: – Questa nave può farlo, certo. Ma nessuno ci ha spiegato sul serio come fare. Ritenevano che saremmo rientrati da dove siamo usciti e che non saremmo riusciti a fare una transizione.
– Possiamo sempre provare. In fondo che cosa abbiamo da perdere? – Rachel e Humber lo fissano, – giusto la pelle, – sorride, – una cosa che ci hanno regalato ma che per loro non vale molto. Cosa ne dite?
Gli altri due non rispondono, ma il corvo sa già che cosa decideranno.

Sei giorni prima dell’Episodio X




Hermann Masali esibisce il suo diastema come una medaglia, sempre pronto a sorridere, ma con una riflesso oscuro in fondo allo sguardo, qualcosa che Neiges fatica a comprendere. Immagina grandi macine che girano nella sua testa, meccanismi ciechi ed efficienti che lo hanno separato dagli altri, schedato e posto in un’area particolare: quella degli individui noiosi e irresoluti.
– Mi dica.
– La disturbo per un motivo. I tre ibridi zoogeni…
– Ah, sì, gli OGM.
– Zoogeni, se non le dispiace, signor Masali. È più corretto.
Masali stringe le labbra, spazientito: – Va bene, ingegner Neiges, ciò che preferisce.
– Grazie. Dicevo: i tre ibridi zoogeni hanno ricevuto un’addestramento rapido e…
– Un anno solo invece che tre, oltre alla prima fase dedicata allo sviluppo della capacità sociali, linguistiche e di relazione. Effettivamente è un addestramento rapido, concordo, ma quei tre hanno dimostrato di poterlo reggere. D’altro canto… – Non termina la frase, lasciando all’interlocutore il compito di completarla come preferisce.
Alain si sforza di non alzare la voce con l’emissario della Triade e stringe i denti: – Non credo abbiano ricevuto sufficienti info sul funzionamento della nave.
– Hanno ricevuto informazioni sufficienti per qualcuno che deve soltanto sedersi a bordo. – La cortesia apparente di Masali sta sottilmente trasformandosi in irritazione – Devono soltanto dare un’occhiata di là e rientrare. Facile, pulito. Non hanno ricevuto notizie sulla programmazione della nave per il rientro: volevamo evitare interferenze, anche involontarie, da parte loro. Se necessarie le riceveranno durante il viaggio.
– E se… – L’ingegnere non ha elementi in mano ma soltanto una sensazione, vaga ma persistente: – E se non riuscissero a mettersi in contatto con noi? In fondo non siamo certi delle comunicazioni dal secondo universo.
Masali si stringe nelle spalle, come un maestro con un allievo zuccone: – Nessun problema, dottor Neiges, i collegamenti con l’Altroverso sono possibili, anche se – questo devo ammetterlo – solo in via teorica. Le sonde inviate non hanno mai dovuto interagire con noi anche per non sovraccaricarle con costosi circuiti di trasmissione transdimensionali. La «Magellano» è comunque dotata di impianti di trasmissione e i tre passeggeri rientreranno con la nave senza problemi. Hanno sufficiente ossigeno e viveri. Nel caso peggiore, quello che devono fare è avere pazienza.
– D’accordo. – Alain Neiges si rende conto che il proprio posto a bordo della stazione spaziale non è mai stato in pericolo come in quel momento, ma non riesce a smettere. – Ma se insorgesse qualche problema… Se fossero presi dalla paura, dal timore di essere abbandonati? Hanno ricevuto abbastanza informazioni su come funziona tutto a bordo? E la IA è in grado di aiutarli?
Masali non lo minaccia apertamente, non è quel genere di persona: ha troppo potere per esibirlo. – La IA risponde soltanto a una domanda precisa, posta da un umano. Teoricamente sono in grado di governare la nave, tenendo conto, però, delle loro facoltà. In fondo sono soltanto tre animali, nulla di più. Faranno il loro viaggetto come bestioline nel cestino.
«Tre animali…». Su quel punto Masali non sembra in grado di fare passi indietro. È la sua debolezza, l’unica che dimostra, ma che non dà a Neiges nessun vantaggio reale. Distoglie lo sguardo verso le grandi vetrate puntate sul cielo di ossidiana. Milioni di stelle immobili, a formare disegni eterni, nati dal caos. Sorride: – È vero, sono tre animali, ma hanno qualcosa di noi, qualcosa di profondo. – Fa un passo indietro: ha preso una decisione, – Va bene: al termine della missione vorrei rientrare sulla Terra. – Sceglie il vecchio nome del pianeta-patria ma Masali non rileva il suo errore.
– Come preferisce, dottor Neiges. Vivere qui sulla stazione spaziale non è facile, lo so. Ci si esaurisce e si attribuisce importanza a problemi poco rilevanti.
Ha lo sguardo fisso, come un serpente che si appresta a colpire il topo. Neiges deve resistere all’impulso di afferrarlo per il collo e premere fino a vederlo soffocare. Annuisce, conscio di essere l’ennesimo individuo che si piega davanti a un potere superiore, ciò che è sempre stato. Ma che cosa potrebbe fare? Nulla, nulla.
– Torno nei miei alloggi. E preparo le valigie. Nei prossimi giorni terminerò le mie relazioni. Con il primo trasporto rientro. Va bene?

Due giorni prima dell’Episodio X




L’immane Stella Behemoth, sottile come il fumo di una sigaretta ma estesa per miliardi e miliardi di chilometri, è ancora accanto a loro. A bordo nessuno parla più da ore e ore. Inutile guardare lo schermo immobile sopra il quadro comandi: l’orologio indica un’ora improbabile, come “43.55:00.00” e solo dopo un tempo soggetto a regole imprevedibili scatta a “33:01” o a “79:12”, due delle combinazioni numeriche a suo tempo apparse sul visore.
– Qualcuno ha fame?
La domanda, in apparenza assurda, di Zesar rimane senza risposta.
Humber e Rachel hanno lo sguardo fisso sull’oblò rivolto verso Behemoth o sulle luci che si accendono e si spengono sull’interfaccia del modulatore.
– Nessuno risponde. – Ripete GoatRachel, – Nessuno in linea.
HundHumber scuote il capo: – Lo sappiamo: è la stella a disturbare le trasmissioni. E forse non soltanto le trasmissioni ma il funzionamento stesso della nave.
– Avete intenzione di passare il tempo così? – RavenZesar non riesce a impedirsi di alzare la voce, –L’astronave dovrebbe essere programmata per rientrare. Possiamo chiederlo alla IA della nave… Nave, mi senti? Ci sei?
La voce della nave è una voce da contralto, lenta, studiata, nata per creare confidenza, fiducia. – Buongiorno RavenZesar. E buongiorno GoatRachel e HundHumber. Sono a vostra disposizione.
– Bene. Vorremmo sapere per quanto tempo questa unità rimarrà nel secondo universo e se esiste una programmazione per il rientro.
La IA esita prima di rispondere: – La nave è programmata per il rientro. Dopo un tempo prefissato. In questo momento, tuttavia, vi sono disturbi che interferiscono con il mantenimento della programmazione predefinita, dovuti alle emissione del grande corpo celeste denominato AX-252-b…
– Behemoth, per farla breve.
– Corretto, zoogeno RavenZesar. Secondo la denominazione da voi scelta.
– E questa interferenza è destinata a durare per…
– Non esistono dati in proposito.
Dopo quasi un minuto di silenzio è HundHumber a intervenire: – Nave? Ci sei ancora?
– Certo. Non sono in grado di fornire ulteriori informazioni. Nè sono in grado di proporre soluzioni di un qualche genere..
– Cosa possiamo intervenire? – Chiede GoatRachel.
– Dati insufficienti. Possa spiegare come funziona la nave e la sua propulsione in caso di malfunzionamenti ma nulla di più.
– E gli ibridi non possono sapere quanto potrebbe durare il viaggio, né se ritorneranno vivi, vero? Né possono intervenire sugli strumenti di bordo.
– Corretto, GoatRachel. Come da ordini ricevuti.
– Dobbiamo addormentarci e sperare di svegliarci? Dico bene?
– Sì, RavenZesar. Ma gli Homo pensano sia bene che procediate con i compiti previsti per la missione, controllando che gli strumenti automatici funzionino come da ordini ricevuti.
– Bene, nave. Basta così.
– Sono a disposizione.
RavenZesar chiude la comunicazione: – Certo, ovvio. Grazie.
La IA della nave tace, anche se i tre sanno che è comunque presente e che registrerà tutto ciò che diranno e che faranno.

***



– Ne sappiamo tanto come prima. – osserva HundHumber. – Ma in fondo non è una cattiva idea riposare e attendere. Sarà più facile passare dal sonno alla morte.
– Già. Gli ibridi non hanno il diritto di interferire con una missione. Siamo cavie. Ma possiamo sempre tornare alla nostra idea iniziale.
– Quale, Zesar? Quella di rientrare? Ma la IA ci lascerà lavorare nella camera a confinamento inerziale? E sugli elettromagneti? Non penso.
– Esiste un modo per staccare la IA della nave. Per quando la nave è in riparazione. – Zesar e Humber si voltano verso Rachel. – Già. È una lezione che avrei dovuto ignorare, ma sono curiosa, come tutte le capre…

Un giorno prima dell’Episodio X





La plancia di comando della nave è deserta: non è previsto che qualcuno la manovri durante il viaggio.
Perché non aspettare tranquilli che il viaggio termini, in qualunque modo abbia fine?
No.
RavenZesar riflette senza smettere di avvitare, stringere, premere, riflettere e guardare, osservare. La vita che vivono è un regalo degli Homo, che li hanno creati e li hanno resi creature intelligenti, in grado di comprendere e di reagire. Ma lui sa, come lo sanno Humber e Rachel, che sono anche bambini che possono disubbidire a chi non li considera e che possono dimostrare di valere quanto gli Homo. Hanno fatto un passo dopo l’altro senza sapere di preciso quale fosse il loro obiettivo, fino a quando Rachel non ha trovato il comando per tacitare la IA della nave e in quel momento hanno capito: perché si trovano lì e che cosa faranno. Hanno provato un brivido mai sentito: l’orgoglio di essere se stessi e di essere vivi.
Come nel corso del programma di addestramento riconoscono i sensori periferici dei grandi magneti di confinamento, individuano senza difficoltà lo Specchio di Transito, al momento ermeticamente chiuso, come tutti gli effettori di passaggio, accesi caoticamente come un albero di Natale fuori fase. Le porte delle nave sono governabili da una serie di interruttori schierati in basso, pulsanti anonimi che normalmente vengono azionati dalla IA.
– Tutto qui. Tutto a posto.
– Bene.
Sorridono. Giocano a inseguirsi nei corridoi della nave come cuccioli e ridono. Non hanno più fretta: il loro tempo è passato e vivono solo quell’istante.

Episodio X




Azionano lo Specchio di Transito: i due universi sono aperti. Rientrano nel loro universo, come si prende al volo una carrozza su una giostra lanciata in velocità. Il temporizzatore tra pochi secondi li riporterà nell’Altroverso ma loro guardano le stelle accese nel loro mondo. Aprono le porte e vanno fuori, nel silenzio estremo, nel freddo eterno. Sono collegati con un cavo tra loro e possono manovrare con gli automotori delle tute. Precipitano verso la stella più vicina con il suo corteggio di pianeti, ben ordinati nella simulazione del piccolo schermo della tuta. La loro nave rientra nell’Altroverso mentre loro scivolano verso il sole straniero.
Hanno compiuto ciò che gli uomini non avevano previsto, toccheranno per primi un pianeta extrasolare. Un capra, un cane, un corvo, come in un’antica fiaba.

Trentadue anni dopo l’Episodio X





– Solo io. Soltanto io. Non è buffo?
Cammina sul sentiero di terra pallida ricavato ai margini del bosco.
– Sapevamo che qui erano sbarcati degli umani, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di presentarci, Per non creare imbarazzo, direi. Anche noi abbiamo affrontato l’Altroverso sapendone il poco che hanno voluto dirci. Il tempo, il tempo era il problema, come sarebbe trascorso il tempo nel nostro universo mentre viaggiavamo a velocità ultraluce nell’altro spazio. La soluzione ci ha lasciato perplessi e confusi: il tempo trascorso nell’Altroverso era puramente soggettivo: all’interno della nave l’unico tempo esistente era il nostro. Siamo arrivati qui e le prime faticose ricerche sulle principali pulsar ci hanno confermato che non si era verificato alcun fenomeno di dilatazione temporale o forse che il passaggio da un universo all’altro ha annullato i fenomeni relativi al nostro moto ultraluce. Per noi erano passati una quindicina di giorni come per il resto del nostro universo. Non è fantastico?
Si interrompe e li guarda: due giovani umani, una femmina e un maschio, età approssimativa tra i quindici e i vent’anni. Sorride loro: – Forse non è troppo facile per voi, ma ci tenevo a parlarne. In quanto a noi tre, Humber, il cane, è morto per primo, una decina di anni fa, il corvo, Zesar, è vissuto un po’ di più, ed era felice, non so dirvi quanto era felice. Noi ibridi zoogeni viviamo di meno, non lo sapete? Forse cinquant’anni e poi togliamo il disturbo.
I due ragazzi sorridono, senza capire. Quella strana creatura parla una lingua che capiscono solo in parte, ma è gentile ed è sorprendente averla incontrata. Non è originaria del pianeta ma ha una tuta che ricorda loro quelle indossate al loro arrivo. La sua presenza una novità rispetto all’interminabile serie di corvée che li aspettano nella comunità. Sfuggiti al governo della Triade, sono sbarcati sul pianeta soltanto sessanta albe prima, e il lavoro non manca di certo.
Arrivano a una radura, al centro due rettangoli coperti da un’erba violacea e da piccoli fiori. Il sole, Mauss, è rosso ed è grande la metà del Sole della Terra, ma è più vicino, più grande e illumina dolcemente la radura e il bosco dalle foglie grige, quasi nere.
– Ecco, sono qui. Noi tre siamo stati le prime creature arrivate su un pianeta extrasolare. Dopo un lungo volo… Capite? Non credo che nessuno ne abbia mai parlato, ma siamo stati i primi. I primi.
I due capiscono quella parola: “primi” e annuiscono. Ne parleranno con la madre di uno di loro, la responsabile del loro gruppo.
– È tanto tempo che non parlo con un umano. Tanto tempo che non parlo più con nessuno. – Si siede su un ceppo e si passa la mano sulla vecchissima tuta, rammendata infinite volte. Ha il viso sottile e la pelle chiara, fragile e macchiata. – Vorrei offrirvi qualcosa: un succo di frutta, un seme zuccherato, ma non vorrei distrarvi dai vostri compiti. – Con un gesto lento indica la baracca che hanno costruito insieme loro tre tanto tempo prima, fatta di tronchi d’albero, corteccia e paglia. – Questa è stata la nostra casa per tanti, tanti anni. – Guarda il sole socchiudendo gli occhi – Ma credo sia valsa la pena di aspettare. In fondo siamo almeno in parte umani e non siamo solo scherzi della tecnologia… Anche noi siamo figli della stessa Terra.
Con calma si alza e sorride: – Andate pure, ora, se volete. Mi ritroverete ancora qui domani e per qualche tempo. – Sorride, – Mi chiamo Rachel, la Capra Rachel.ù


1Ingl., CorvoZesar

2Ted., CaneHumber

3Ingl, CapraRachel

 


11.7.22

Intervistare un personaggio



 Il Maggiore Hans Lundberg, dell’aviazione di Kalmar è il protagonista di «Stazione Diadema», pubblicato nei giorni scorsi da Delos nella collana Atlantis, dedicata ai testi solarpunk. In quanto autore, ho pensato che fargli qualche domanda potrebbe essere una buona idea per chi volesse conoscerlo un po’ meglio, oltre che – ovviamente – per l’autore, tenendo conto che il protagonista sembra vivere esclusivamente nelle pagine di un libro mentre chi lo ha creato – o più probabilmente lo ha “estratto” dal serbatoio delle vite possibili – continua ad avere un’insaziata curiosità verso il suo protagonista.

Autore: Come ci sei finito sulla «Diadema»?

H.L.: Pura fortuna. Mi trovavo all’esterno della «Malmö» la navicella di Kalmar e un frammento metallico troppo piccolo per essere segnalato dal radar ha incrociato la nostra nave e ha tagliato di netto il mio collegamento. Ero solo e il contraccolpo mi ha spedito lontano nello spazio. Hanno fatto qualche tentativo di recuperarmi ma senza successo. Hanno persino modificato la rotta della «Malmö» per cercare di intercettarmi ma non è servito a nulla. La «Diadema» dopo qualche ora ha incrociato nei dintorni e Doralì, una che lavora a bordo della Stazione Spaziale, mi ha recuperato, convinta di aver ripescato un cadavere.

Autore: Ma da dove viene il nome “Kalmar”?

H.L.: Kalmar è una cittadina nel sud della Svezia dove nel ‘400 fu stipulato il trattato che univa Danimarca, Svezia – che all’epoca comprendeva anche la Finlandia – e Norvegia. Il trattato ebbe fine, mi pare, alla fine del XVI secolo e nel 2040 qualcuno ebbe l’idea di riformarlo, comprendendo anche l’ Islanda e la Kalaallit Nunaat, quella che noi chiamiamo Groenlandia. Adesso Kalmar è una delle principali potenze mondiali.

Autore: Sinceramente, come si vive sulla “Diadema”?

H.L.: Non male, in fondo. È vero che girare nella stazione non è facile e che il vitto è come si può piuttosto che come dovrebbe essere, ma la compagnia è piacevole e, incredibilmente, esiste un forte grado di rispetto reciproco, probabilmente per le esperienze a suo tempo vissute dai Freaks che lo popolano. Di individui “normali”, tanto per citare una parola poco amata dagli abitanti di Diadema, ce ne saranno uno su dieci e anche di questo non sono troppo sicuro, dal momento che normalmente c’è l’abitudine di girare vestiti [ride]. Molti comunque hanno peculiarità molto evidenti, come Zazzera Müller, Doralì o la Comandante, Ella Windermere, ma anche con loro è solo questione di abituarsi. Ognuno è affezionato alle proprie “singolarità” e, pur non ostentandole, non si vergogna minimamente di esibirle. Il sentimento di far parte dell’Umanità è molto vivo in loro.

Autore: Ma è vero che si tratta di un regime anarchico?

 


Autore: Pensi di ritornare sulla Terra, prima o poi?

H.L.: Più poi che prima. In questo momento la Terra è in una situazione gravissima, sia ambientale che politica. Il Canada, l’Unione di Kalmar e l’Egemonia Siberiana e, nella fascia australe, l’Argentina e la Nuova Zelanda sono gli unici stati che conservino un minimo di regole democratiche, per il resto è il caos. Un caos basato su un fondamentalismo religioso e politico dai tratti allucinanti. Sulla Diadema stiamo cominciando a ragionare su una possibile colonia sul fondo del cratere Walther, che ha il pregio di essere relativamente vicino al polo Sud lunare. E si pensa anche a Marte. In ogni caso non posso dire che la mia carriera sia finita qui.

Autore: Tutti i miei auguri, allora.

H.L.: Grazie. Ne abbiamo tutti bisogno. E quando dico “tutti” intendo proprio tutti.


14.6.22

Letture varie & disordinate

È passato abbastanza tempo dall'ultima volta che ho scritto di libri in queste pagine e nel frattempo, com'è ovvio, ho letto non poco. Adesso, avendo cambiato casa, non ho più una pila di libri che pencolano su un angolo della scrivania – dove adesso traballa la pila dei libri da leggere "presto" –, ma uno scaffale d'angolo dove deporre i libri letti. A questo punto siamo a… quattordici tomi, che essendo lo scaffale piccolo (vedi foto) rischiano di precipitare giù. 
 

A questo punto diventa non solo importante (importante, poi, papparapappà) ma addirittura urgente parlare almeno di sei o sette libri tra quelli letti. 
Da dove iniziare? Beh, con un megavolume edito da Orma, letto con una certa fatica, soprattutto in posizione orizzontale, scritto con un carattere 10 (e le note in corpo 8) e che costituisce il volume quinto della la collana "Hoffmanniana", dedicata ad uno dei miei miti personali: Ernest Theodor Amadeus[*] Hoffmann. 
Il volume – primo tomo del volume completo – raccoglie i testi nati con «I fratelli di Serapione», un modo di procedere che ha illustri precedenti – basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer o al Decameron di Giovanni Boccaccio – ovvero una serie di vicende narrate da un gruppo di amici: i Fratelli di Serapione.   
Tra queste appaiono alcune delle più note novelle di Hoffmann, «Il consigliere Krespel», «Schiaccianoci e il re dei topi», «Gli automi», «Una storia di fantasmi», «Il bambino misterioso». 
Ma, oltre alle novelle maggiori, la sorpresa che il volume riserva è nelle piccole storie che vi appaiono, vicende che sono sicuramente "minori" ma che hanno il grande pregio di regalarci il punto di vista di Hoffmann sulla realtà del suo tempo. Su Napoleone e sulla guerra in atto, sulla musica e sui musicisti dell'epoca, sull'arte, la pittura e gli artisti, sul romanticismo – del quale Hoffmann fu uno dei maggiori rappresentanti – e sulla scienza dell'epoca: dal mesmerismo, fenomeno di gran moda all'inizio del XIX secolo, alla neonata psicologia fino alla pedagogia – pochi scrittori sono così nettamente e radicalmente dalla parte dei bambini. 
 

Altrettanto godibili gli intervalli tra una storia e l'altra narrati dagli amici, i "Fratelli di Serapione", Lothar, Ottmar, Cyprian e Theodor, in alcune occasioni anch'essi divenuti protagonisti di qualche novella raccontata davanti al fuoco. 
Il volume si segnala anche per l'accuratissima traduzione e revisione dei testi, con un livello di precisione e di attenzione che giunge in qualche occasione a spiegare talune scelte lessicali, grammaticali o fonetiche di Hoffmann – fascino che temo sarà inesistente per chi non conosce o non ama la lingua di Goethe – e per le immagini raccolte al centro del testo, tutte in qualche modo legate ai testi presentati. 
A colpire in modo particolare, tuttavia, è il piacere di Hoffmann nel renderci complici della sua sottile cattiveria, del suo gusto per il rovesciamento di senso e per lo sberleffo della pubblica morale, per il piacere di narrare da un punto di vista strettamente personale, mettendo in scena mondi ulteriori, tanto assurdi da poter rientrare di diritto in qualsiasi elenco psichiatrico, e di muovere al sorriso anche raccontando di spaventevoli tragedie e di orripilanti peccati. 
Davvero curioso, comunque, il modo nel quale Hoffmann presenta la passione amorosa, raccontata come un'affezione al limite della malattia mentale, qualcosa che paralizza, che rende ciechi e folli, che impedisce di comprendere realmente che cosa sta avvenendo e perché. Un amore "romantico", si direbbe, se non fosse che lo stesso autore ha modi lievemente ironici nel raccontare la follia d'amore, dandone una raffigurazione in qualche modo oggettiva, pur senza mai diventare sarcastica e mostrando partecipazione e un pudico affetto per i suoi personaggi.
Ultimo particolare per il quale è doverosa una precisazione: l'apparato di commento e di note risulta davvero impressionante. Così lo descrive Matteo Galli, il curatore, nella sua introduzione: 
 
Nel gennaio del 2016 […] inviai a una settantina di accademici una mail in cui chiedevo la disponibilità a tradurre e curare uno al massimo due dei racconti che compongono I fratelli di Serapione. […] Ricevetti una valanga di risposte. Colleghe e colleghi – professori ordinari, associati, in pensione, ricercatori, assegnisti, contrattisti, dottorandi: un bel pezzo della germanistica italiana, dunque – si dichiararono con entusiasmo e generosità disposti a collaborare al progetto.
 
E di questo entusiasmo vive il testo, nel gran numero  e impressionante ricchezza delle note al testo e nelle lunghe note di apertura che presentano il testo e la traduzione. Unica osservazione finale, con un consiglio: leggete separatamente il testo e le note al testo: si tratta letteralmente di due testi che procedono paralleli e leggere le note prima o dopo la novella non vi renderà impazienti o esasperati e non vi capiterà di saltarle bellamente come è capitato a me… 
...


Passiamo adesso a due (2) gialli, un genere che non amo follemente ma che non mi dispiace ogni tanto frequentare. 
Ma anche parlando di gialli, è inevitabile per me andare un po' fuori dalle righe. Infatti il primo che presenterò è in realtà un romanzo basato su un tema ucronico: SS-GB I nazisti occupano Londra di Len Deighton, [ed. or. 1978], e il secondo è 1793 di Niklas Natt Och Dag [ed.or. 2017], ambientato nella Stoccolma della fine del XVII secolo. Non molto a che vedere con il poliziesco classico o con il noir contemporaneo, me ne rendo conto, ma sono sempre stato affascinato dall'ambiente nel quale i gialli maturano più che dai moventi dell'assassino o dai modi di procedere dell'investigatore.
Il romanzo di Deighton ha un'ambientazione ovviamente fantastica, ma un "fantastico" con salde radici nel reale. Come in tutti i testi di ucronia il romanzo è basato su un dato di fatto possibile – anche se non realmente accaduto – ovvero l'invasione della Gran Bretagna da parte dei nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale e la situazione degli inglesi in seguito all'invasione. 
Protagonista Douglas Archer, ispettore di Scotland Yard affiancato dal suo sergente, Harry Woods, – entrambi sottoposti a un capo dell'intero sistema poliziesco: il Gruppenführer SS (generale) Fritz Kellerman.
A sorprendere nel romanzo di Deighton è il punto di vista di Archer, che, pur senza esserne entusiasta, accetta come un dato di fatto l'occupazione tedesca e cerca innanzi tutto di continuare onorevolmente il suo lavoro. Il vero problema, come l'ispettore presto scoprirà, è che il caso al quale sta lavorando – la morte di un antiquario dedito anche a traffici non del tutto legali – finirà per coinvolgerlo in una complessa vicenda, che riguarda il suo capo, Fritz Kellerman, lo Standardenfürher Huth dell'ufficio centrale per la sicurezza di Heinrich Himmler, l'SD, l'Abwehr e la [Ge]heim [Sta]at [Po]lizei, la presenza e le iniziative della resistenza britannica, gli agenti segreti americani, i fisici dediti allo studio di una misteriosa "nuova arma" e il Re Giorgio VI, da liberare e condurre negli USA. Ovviamente mantenere la barra a dritta in un simile intreccio di poteri e di manovre più o meno palesi o evidenti non è facile e la sensazione è che talvolta Deighton non sia riuscito a tenere insieme la successione degli eventi e le vicende del suo protagonista, chiamato a scelte via via più complesse. Nell'insieme, comunque, un testo gradevole anche se a tratti affannoso e con un numero talvolta eccessivo di personaggi dai tratti non abbastanza definiti. Da notare che comunque l'autore non ha voluto calcare la mano sul tema della persecuzione razziale a carico di ebrei e altre minoranze, probabilmente ritenendo che una Germania nazista vincente non avrebbe voluto condurre in porto la Soluzione Finale del problema ebraico, decisa nella realtà a Wannsee il 20 gennaio del 1942. Personalmente, avendo presente l'approccio di Adolf Hitler alle teorie antisemite, vissute come condizioni irrinunciabili per un futuro degno del Volk, ovvero degli ariani, mi permetto di avanzare qualche dubbio in proposito e, parlando per pura ipotesi, temo che il nazismo avrebbe tratto forza e maggiore convinzione da un'ipotetica vittoria contro la Gran Bretagna. Ma, per l'appunto, si tratta di semplici ipotesi. 
... 
 


1793 è ambientato nella Svezia della fine del XVIII secolo, l'anno successivo alla morte di Gustavo III, con il paese tormentato da una guerra sotterranea tra la nobiltà e la borghesia, sostenitrice del Ricksdag – gli stati generali svedesi – e governata da Gustav Adolf Reuterholm durante il periodo della reggenza, con il nuovo re, Gustavo IV Adolfo, che all'epoca aveva soltanto 14 anni.
Protagonisti della vicenda sono Mickel Cardell, «un reduce dalla guerra contro la Russia che, nonostante abbia lasciato il braccio sinistro sul campo di battaglia, possiede ancora una forza quasi sovrumana» e Cecil Winge, «geniale procuratore ormai consumato dalla tisi»**. 
La vicenda si apre con il ritrovamento nel quartiere di Södermalm di un cadavere orrendamente mutilato.  A ritrovarlo è Cardell che, faticosamente, lo ripesca dalle acque fangose del Fatburen.
A occuparsi delle indagini viene incaricato Cecil Winge, un ottimo procuratore, anche se non particolarmente amato dai dirigenti, e colpito da una tisi molto avanzata, cosa che non gli impedirà comunque di svolgere, anche se con non poche difficoltà, il suo lavoro. Già perché la Svezia sotto il governo di Reuterholm è un luogo siffatto: 

«Dovete tenere a mente che i requisiti più importanti per quel lavoro sono un'irriducibile fedeltà al regime attuale, accompagnata dalla tendenza al servilismo e all'adulazione.»

Ciò che man mano emerge faticosamente dalle indagini è la compromissione di una delle famiglie più in vista nella Svezia dell'epoca e che il colpevole dell'allucinante omicidio, lo ha compiuto per cancellare il peccato di una passione imperdonabile.
Un giallo affascinante per il tema e l'ambiente – sia pure con qualche passaggio un po' prolisso – e con due personaggi che non è facile dimenticare ma con alcuni difetti (ovviamente secondo la mia personale sensibilità) che è altrettanto difficile rimuovere. Lo sforzo dell'autore di presentare la vita quotidiana nella Svezia dell'epoca lo porta talvolta a sottolineare in maniera eccessiva la brutalità endemica di alcuni ambienti, la sporcizia e l'incuria nella vita di ogni giorno, l'ubriachezza condotta a regola di vita, la rabbia che cova disordinatamente sotto la cenere, i soprusi compiuti dalle autorità costituite, il malaffare, la corruzione e la sostanziale disonestà di chiunque occupi una carica pubblica. Il quadro che ne deriva è quello di una società insieme falsa, bigotta e disperata. Jean Michel Cardell, per gli amici Mickel, appare così talvolta una sorta di sfortunato castigamatti in un mondo incapace di distinguere il giusto dall'ingiusto. In quanto a Winge, rappresentato nella parte finale della propria vita, è un investigatore dotato di un'etica cristallina e davvero geniale, capace di fingere o di mentire in nome di un livello più alto di giustizia, ma evidentemente destinato a una fine prematura.
Il romanzo, obbligato dalle premesse e dall'intreccio a giungere a rappresentare l'orrore puro, deve rialzare costantemente la gravità dei peccati commessi fino a mettere in scena un dramma probabilmente troppo carico di sangue e di orrore per risultare credibile fino in fondo. Lo so, c'è un problema di "sospensione di incredulità" e in questo devo ammettere la mia insufficienza di lettore. Preferisco non esprimere giudizi in merito, lasciando ai lettori il compito non facile di stabilire la necessità di taluni passaggi. In ogni caso non posso che plaudire lo sforzo, avvertibile senza difficoltà in mille episodi, sull'informazione storica e sociale, tali da riuscire a rappresentare una città come Stoccolma nel suo momento particolare e nel suo divenire storico. 
... 

La chiocciola sul pendio, di Arkadij e Boris Strugackij, è stato pubblicato per la prima volta nel 1966 e (meritoriamente) ripresentato in Italia da Carbonio editore, «considerato dai fratelli Strugackij il loro romanzo più completo e significativo»***.
Il testo si apre con Perec, un anonimo impiegato in attesa di traferimento dall'Ispettorato per gli Affari della Foresta, entità burocratica dalle attività e finalità oscure, costruita a strapiombo sulla Foresta, così descritta:
 
… Le verdi paludi bollenti, i pavidi alberi nevosi, le rusalki che si riposano sulla superficie delle acque, sotto la luna […], gli aborigeni enigmatici e circospetti, i villaggi deserti…

Foresta nella quale, a quanto pare, nessuno di coloro che lavorano all'Ispettorato è mai andato, limitandosi a parlarne o a disquisirne con apparente competenza. 
Segue l'apparizione di Kandid, cittadino di uno dei villaggi della foresta, a quanto pare altrettanto deciso ad andarsene per raggiungere una fantomatica città, forse posta su una collina o forse no, ma comunque al di fuori della cinta del grande bosco. 
Le vicende di Perec (cognome a suo modo indicativo, cfr. Vita, istruzioni per l'uso) e di Kandid – voltairiano, se vogliamo – si inseguono capitolo dopo capitolo, in due storie parallele che non procedono in nessuna direzione, senza che nessuno dei due riesca ad allontanarsi davvero dal luogo nel quale si trova ma, come in certi sogni tormentosi, continuando a essere interrotti o deviati facendo incontri inattesi o sorprendenti ma anche assurdi, insulsi o deteriori, ad ascoltare storie incredibili o dementi, a doversi misurare con eventi improbabili o oggetti nati da una fantasia malata o felicemente demente. Il romanzo si rivela così un delizioso monociclo inchiodato, sul quale è possibile pedalare a perdifiato senza giungere da nessuna parte, una felicissima metafora dell'URSS degli anni '60, tesa in una corsa a perdifiato per non andare in nessun luogo, we all road to nowhere, come cantavano i Talking Heads. E il peso di una burocrazia terrificante si respira ad ogni capoverso del testo, unendo affermazioni e dichiarazioni tuonitruanti alla mancanza di mezzi e di soluzioni o alla semplice affermazione dell'assurdo come strumento di potere. 

[…] Ma l'originale sì che contiene questo movimento temporale! Il vettore! La freccia del tempo […]
"Dov'è, dunque l'originale?" Chiese cortese Perec. 
Il direttore sorrise e disse: 
"L'originale, naturalmente, è stato distrutto in quanto opera d'arte che non permette una duplice interpretazione. Sia la prima che la seconda copia sono state ugualmente distrutte, come misura precauzionale".
 
Le cose non vanno meglio per Kandid, perseguitato da non meglio identificati morti viventi, oltre che da una fauna / flora invadente e pericolosa – spesso la distinzione tra piante e animali scompare – e da una moglie vittimista e inconcludente. I suoi rapporti con gli altri membri della tribù che popola il villaggio non sono buoni: fatti di noia, di stanchezza di parole troppe volte ripetute. E la foresta…
 
[…] si mise di nuovo a fischiare, ronzare, crepitare, sbuffare, di nuovo verso la cupola lilla si avventarono nembi di mosche e formiche. Una nube passò sulle loro teste, i cespugli si ricoprirono di sciami di insetti morenti o infiacchiti, immobili o frementi […]
 
Mentre Perec deve fare i conti con questo genere di messaggio: 
 
Attenzione, attenzione! Tutti i collaboratori devono trovarsi sul posto secondo la disposizione numero seicentosessantacinque fratto Pegaso omicron trecentodue, direttiva ottocentotredici, per l'accoglienza trionfale del Padiscià senza seguito speciale, numero di scarpe cinquantacinque.

Un romanzo nel quale non è facile imbattersi e che richiede – opinione del tutto personale – perlomeno una doppia lettura per coglierne i riferimenti costanti al reale, oltre che per divertirsi come se non ci fosse un domani. Un romanzo di fantascienza? Fantasy? Horror? No, un romanzo profondamente politico e, come tale, interamente basato sull'assurdo. 

Siamo a quattro libri recensiti, dopo averne promessi sei o sette. D'altro canto non si trattava di testi tanto facili... 
Ancora uno, un romanzo, poi tutti a nanna. 
 
  
Le case di pietra e le case di paglia, di Consolata Lanza ha un (apparente) grosso difetto, quello che un'editor di una casa editrice che scartò un mio libro avrebbe definito: «Un eccesso di personaggi».
Non solo, tali personaggi vivono vite separate, ognuno man mano raccontato senza interazioni forti o deboli con gli altri, ognuno "abbandonato" alle proprie abitudini, manie, debolezze, errori, sterili eroismi e mediocri vigliaccherie. 
Conoscendo personalmente l'autrice e avendola sentita presentare il suo testo con una certa dose di ironia e autoironia, posso anche permettermi di smentirla affermando che il suo testo non ha nulla di rivoluzionario, di sconvolgente o di assurdo. Semplicemente ritengo molto probabile che non pochi lettori siano ormai (mal)abituati a una lettura senza sobbalzi, come un viaggetto su una sedia a rotelle. 
Verso il burrone.
La narrativa può e deve essere anche "scomoda", per risvegliare nel lettore il piacere di un'avventura letteraria fuori dagli schemi consueti – e forse ormai logori – di una narrativa costruita sul conflitto protagonista / antagonista / deuterogonista.
Esistono due modi per affrontare il libro di Consolata: il primo, che lo è stato anche nell'ordine di lettura, quello di leggere tutte le storie dei vari personaggi una dietro l'altra, seguendo i nomi che precedono i paragrafi, indicati in neretto a sinistra della pagina: «Richi», «Stella», «Elena», Olimpia» ecc. Il risultato è gradevole ma non è ottimale, a personalissimo parere. Ma esiste un altro modo per affrontare il testo – seguito nel corso della mia seconda lettura – basarsi cioè sulla «Guida ai personaggi», stampata a pagina 305 e seguire uno ad uno i personaggi, seguendo il loro divenire nel corso del testo. 
La sensazione finale è di una ragionatissimo e voluto caos, fatto di gesti vani, pletorici o assurdi, di malinconici ricordi troppo spesso rivisitati, di avventure con un finale scontato, di amori affannosi, di rimorsi allontanati o rimossi, di sogni e di incubi, di gesti impulsivi e di rancori trattenuti, in sostanza tutto il tessuto profondo delle vite quotidiane di una quindicina di persone che si ha l'occasione di conoscere e le cui storie raccontano di una malinconia connaturata a gesti e situazioni, di vite raccontate anche se non c'è poi molto da raccontare. 
La capacità di raccontare questi frammenti minimi di vita è una delle caratteristiche più personali e sentite di Consolata, capace di narrare vite normali fino a una rottura che può avvenire nel mondo reale secondo modalità "normali" o nel mondo reale seguendo vie fantastiche o, ancora, in un mondo che ha rinunciato temporaneamente alle regole del reale – nottetempo o in terra straniera – e che cede all'irruzione di un fantastico sornione e invadente. 
A essere demiurgo di questi minuti eventi l'autrice, una presenza divertita e (fortunatamente) priva di ogni ritegno, una semidea assai poco seria e ancor meno pietosa. Un'allegra "masca", che non può non ricordare un personaggio di un suo famoso racconto che recensii nel 2016, dispettoso e malinconico, condannato a una solitudine che ne è la vera e profonda condizione. 

E per questa volta mi fermo qui.
C'è qualche libro in meno da recensire, quanto serve a non provocare crolli. Ma temo che dovrò tornare presto a scrivere. 
Un abbraccio collettivo. 




[*] terzo nome proprio che Hoffmann sostituì a "Wilhelm" in onore di Mozart. 
[**] dalla seconda di copertina. 
[***] Idem