23.4.26

Quarna Futura


Lo scorso sabato ho partecipato, in compagnia di mia moglie, Silvia Treves, a un curioso appuntamento a Quarna Sopra, dalle parti di Omegna, un appuntamento dedicato alla fantascienza… 

Il luogo, innanzi tutto. Una piccola località di mezza montagna più o meno a picco sul lago d'Orta, al quale di giunge con una strada (molto) ricca di tornanti, nella quale due auto che procedono in senso opposto devono fermarsi e tirare a sorte su chi può passare. Siamo arrivati dopo aver perso tempo e GPL vagando tra Omegna e Gravellona Toce, chiedendo a chiunque ci capitasse a tiro come giungere a Quarna (Sopra). Passando per Quarna (Sotto) ci siamo graffiati un parafango e uno specchietto retrovisore passando per un budello largo circa un centimetro in più dell'auto – guidati da un maligno google maps – ma infine siamo giunti, più o meno all'ora prevista. 

Ad attenderci un plotone di vecchie e nuove glorie della fantascienza, probabilmente arrivate sul luogo con il teletrasporto. E tra gli altri l'ottimo Mauro Gaffo (1), ideatore, animatore e factotum dell'evento. 

Per cominciare una presentazione di Solarpunk Italia, a cura di Franco Ricciardiello, Romina Braggion e Silvia Treves. 


Inevitabili le consuete osservazioni sul Solarpunk come utopia o come realtà possibile, con le osservazioni seguite all'intervento di Silvia, sull'essere il Solarpunk assolutamente alternativo al capitalismo contemporaneo. Come arrivarci… beh, a meno di rispolverare "Stato e Rivoluzione" di Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin, che non ha fatto bene alla causa della Rivoluzione, si tratta di una partita interamente da giocare. Curioso il contrasto in realtà del tutto apparente tra il prefisso "Solar" e il suffisso "punk". È vero che finora il SP Italia ha finora privilegiato il prefisso rispetto al suffisso? Onestamente non lo credo, ma essendo io sposato da tempo con una parte del SuperComitatoCentrale del Solarpunk, temo che il mio parere non sia particolarmente equilibrato.

                                              Antonella Mecenero

Al Solarpunk ha fatto seguito l'incontro con la scrittrice Antonella Mecenero, autrice di «Ombre di sogni di stelle», pubblicato in aprile da Urania e secondo classificato al premio Urania 2024. A curare l'incontro Francesca Cavallero, vincitrice del Premio Urania nel 2018. 

                                             Francesca Cavallero

Personalmente debbo ammettere che, pur avendo partecipato a numerose presentazioni e averne persino organizzata qualcuna mentre lavoravo in libreria (2), ho sempre nutrito una formidabile diffidenza verso i "Quindici minuti con Tizio Scrivente", nata dalla convinzione che sia inevitabile che il relatore e/o l'invitato finiscano con lo sbrodolare inutilmente o che si producano in esibizioni di code di pavone di dimensioni crescenti, fino a sfiancare i pochi cammellatisi fin lì a farsi firmare la propria copia. Tutto ciò detto non posso che lodare sperticatamente sia Francesca che Antonella, in grado di parlare di un libro e di un'autrice in modo casual, senza annoiare nessuno, anzi. Al termine mi sono fatto firmare la mia copia (sì, sì, va bene Silvia, la nostra copia) dalla deliziosa Antonella. 

A quel punto ha seguito un pranzo frugale sul quale non mi dilungo, al quale hanno seguito la presentazione del libro di Tiziano Leonardi, «Topografia delle dimenticanze», edito da Zona 42, con Franco Ricciardiello a fare da sparring-partner.

In sostanza non posso che ammettere che mi è rimasta un notevole interesse verso un libro che NON È di fantascienza ma che incuriosisce non poco. 

Ha seguito la presentazione di opere di Alessandro Bani, purtroppo boicottate dal fiasco del PC (o del video proiettore), una riflessione, problematica ma stimolante, di Claudio Marcassa su Utopie e Distopie, a partire dal suo volume «Infiniti mondi» e infine la presentazione delle prossime attività del Mufant di Torino da parte di Paolo Bertetti un consueto ma gradevolissimo habitué delle iniziative del museo/biblioteca che, tra l'altro, ospiterà nel mese di maggio la cerimonia di premiazione del Premio Urania 2025. 

 E, infilati in mezzo, i nostri due, Silvia e io, a raccontare in venti minuti la storia infinita o quasi di ALIA e di ALIA Evo, e a proporre la possibilità di dare alla luce un altro ALIA Evo, il numero 6. 

Sì, ALIA Evo 6.0


 

Qui una copertina assolutamente inventata grazie a un disegno di Hitochi Yoneda che ringrazio di cuore. 

Quanto ad ALIA Evo 6.0 in carta, pagine e/o informato e-book, si vedrà. 😎 Aspettiamo che altri, dopo i primi accenni di entusiasmo dei quali ringraziamo di tutto cuore, si faccia vivo prima di cominciare con un lavoro non facile né breve. 

Rientrati a Torino – non senza qualche brivido – ho dovuto constatare che le mie foto non erano poi granché e così e ho dovuto ripiegare su recuperi on-line di immagini in parte datate. Ma, parlando del mini-convegno  si è trattato, a parte ogni altra considerazione, di un evento meritevole di attenzione e di un minimo di fama... 

                            Qui Silvia, Franco e Romina. Il sottoscritto dietro la macchina foto.
 

(1) Mauro Gaffo è stato giornalista scientifico e vicedirettore di Focus. Scrittore e saggista di fantascienza, ha vinto il Premio Robot alla sua seconda edizione (1977) con il racconto Nel fondo dell'oceano. 

(2) e persino un paio con me come autore invitato...😄

 


 

 

17.4.26

ALIA e ALIA Evo 1,2,3,4,5 e il 6? Ci 6 o lasciamo perdere?

                                                             Disegno di Christophe Chabouté

 

Il prossimo sabato saremo, io e mia moglie, a Quarna Sopra per una breve presentazione di ALIA e ALIA Evo, una pubblicazione nata nel 2004 e la cui ultima uscita è del 2022. Con mia moglie ci siamo divisi i compiti: lei parlerà del primo ALIA, del quale sono usciti sei numeri, dal 2004 al 2011, io del "figlio", nato dopo la chiusura della libreria CS: cinque numeri usciti dal 2015 al 2022. 

E mentre si parla di conti può essere interessante calcolare quanti racconti sono usciti in ALIA: 

– ALIA 1/ 2004: Italia 9 racconti / Giappone 6 racconti / Anglosfera 7 racconti.

– ALIA 2/ 2005: Italia 12 racconti / Giappone 7 racconti / Anglosfera 7 racconti

– ALIA 3/ 2006: Italia 13 racconti / Giappone 7 racconti / Anglosfera 5 racconti

– ALIA 4 /2007:  Italia 10 racconti / Giappone 8 racconti / Anglosfera 8 racconti

– ALIA 5 / 2008: Italia 12 racconti / Giappone 11 racconti / Anglosfera 7 racconti

– ALIA 6 / 2011: Italia 7 racconti / Giappone 5 racconti / Anglosfera 1 racconto / Cina 3 racconti / Singapore 4 racconti / Spagna 1 racconto

 Per ALIA Evo: 

– ALIA Evo 1 / 2015: Italia 14 racconti / Francia 1 racconto / USA 1 racconto / Cina 1 racconto / Giappone 1 racconto

– ALIA Evo 2 / 2016: Italia 15 racconti

– ALIA Evo 3 / 2018: Italia 19 racconti

– ALIA Evo 4 / 2020: Italia 14 racconti / Argentina 1 racconto

– ALIA Evo 5 / 2022: Italia 20 racconti

Facendo un minimo di conti risulta che gli ALIA hanno pubblicato negli anni tra il 2004 e il 2022 ben 237 racconti. Pubblicati in ALIA 63 autori italiani, 44 giapponesi e 35 dell'area di lingua inglese più altri 8 di altri paesi e 82 autori italiani e 5 di altre aree in ALIA Evo. In ALIA abbiamo pubblicato, tra gli altri, racconti di Ted Chiang, Michael Moorcock, Karl Schroeder, David Brin, Cory Doctorow, Charles Stross e Walter Jon Williams nell'area di lingua inglese, Asamatsu Ken, Kurimoto Kaoru, Asagure Mitsufumi, Hikawa Reiko, Hayami Yuji e altri nell'area di lingua nipponica e Danilo Arona, Vittorio Catani, Mario Giorgi, Giuseppe Pederiali, Vittorio Curtoni, Renato Pestriniero e altri tra gli autori italiani. 

In ALIA Evo abbiamo pubblicato, tra gli altri, racconti di Maurizio Cometto, Francesco Troccoli, Valeria Barbera, Alberto Costantini, Nino Martino, Alessandro Montoro, Franco Ricciardiello, Erica Tabacco, Chiara Negrini...

Con tutto ciò non siamo diventati ricchi e nemmeno famosi, abbiamo lavorato a undici antologie con scarsi mezzi – ne approfitto per ringraziare l'editore Buckfast per aver contribuito alla pubblicazione di ALIA Evo 2 e 3 – e con risultati che non sono da guinness dei primati per le vendite, ma nonostante tutto non ci abbiamo rimesso e siamo ancora qui a chiederci: «Sarà il caso di fare un ALIA Evo 6».

Dalla nascita degli ALIA diverse persone hanno levato le ancore come gli elfi di Tolkien e hanno viaggiato per un altrove che non conosciamo. Davide Mana, Fabio Lastrucci, Paolo Cavazza, Vittorio Catani, sono felice di ripetere qui i loro nomi, persone importanti per la letteratura oltre i margini, per la storia della fantascienza italiana ma soprattutto per chi li ha conosciuti e ha lavorato con loro. 

Ma non posso che ripetere qui, a Quarna come in questo blog, la domanda che ci perseguita da tempo: «È il caso di lanciarsi in un altro ALIA Evo? Il numero 6?» Potete prendere posizione qui o entro pochi giorni su Facebook o su Instagram o su Substack o, ancora, su Blueprint. O scrivere a aliaracconti[et]fastwebnet.it. Siamo qui, diteci qualcosa. O magari niente, così possiamo regolarci. 


 
                                                          ALIA 1 - L'Arcipelago del fantastico

 

12.4.26

Donaldo Drumpf (chi?)


Essendo questo un blog, non si può pretendere che i miei post siano perfettamente tempestivi. Inevitabilmente risulteranno sempre un po' fuori tempo massimo in rapporto agli eventi, ma questo non mi impedisce di prendere posizione su ciò che avviene. 

Parliamo di Donald John Trump. Ovvero Donald J. Drumpf (cognome originale della famiglia, emigrata dalla Germania)

Praticamente è già stato speso l'equivalente di un corposo dizionario di insulti al suo indirizzo, da "vecchio rincoglionito malevolo" a "pazzo sadico" a "furbacchione, maneggione, insider trader" a "volgare pedofilo" a "squilibrato pericoloso" e così via, fino a quando anche chi lo detesta dal profondo del cuore finisce per ritrarsi, atterrato da questo meritorio ma inutile blablaggio di insulti, in genere perfettamente azzeccati, ma che non servono e definirlo in maniera definita. 

Ma chi è davvero Donald Trump?

Un conduttore televisivo, innanzi tutto (da SE - Scenari Economici): 

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The Apprentice: La Televisione come Trampolino

Il 2004 segna una svolta epocale. *The Apprentice* non è solo un reality show, ma una piattaforma per costruire un’immagine pubblica di imprenditore inflessibile e di successo. Con oltre 20 milioni di spettatori, il programma catapulta Trump nell’immaginario collettivo americano. La sua frase iconica “You’re fired!” diventa più di un motto televisivo: è un manifesto di una nuova filosofia manageriale basata sulla durezza e sulla selezione meritocratica. Questo programma, che economicamente non è stato essenziale nella sua ricchezza, ne ha però creato la sua vera figura pubblica, che è stata la base di lancio per il suo successo politico

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Bene, una volta stabilito un punto di partenza, ossia la sua convinzione assoluta che la "durezza" e sulla "selezione" siano l'elemento centrale di un nuovo capitalismo – rapace, privo di scrupoli, criminale se necessario e, nel caso di Trump, narcisisticamente maligno – possiamo continuare ad aggiungere altri elementi al nostro ritratto, tenendo comunque conto che il Nostro ha la bellezza di 79 anni e non pochi hanno il sospetto che il POTUS sia preda di un decadimento senile piuttosto evidente. 

Donald J.Trump ha un'enorme considerazione di se stesso, contrariamente all'opinione dei molti che lo considerano un vero coglione, ovvero una persona stupida, ottusa, ridicola e spregevole. Ma Trump non calcola il parere di molti, convinto che costoro non possano comprendere la sua grandezza. In fondo aver fatto cessare 7 (SETTE!!!) guerre (Dove? Tra chi? Quando?) è la dimostrazione della sua eccellenza.

Ma questo pallone gonfiato, che si vanta di una partecipazione a uno special tv con venti milioni di spettatori un bel giorno pensa di participare alle elezioni come aspirante POTUS – in polemica con una cantante che aveva ottenuto un contratto migliore – contrapposto a Hilary Clinton, sostanzialmente la mente pensante di Clinton ma clamorosamente fuori moda come un paio di scarpe con le ghette. Vince – anche grazie a un (non) piccolo aiuto da Vladimir Putin e i suoi hacker – e diventa il primo presidente americano eletto grazie alla televisione.  

Cominciando dalle idiozie sul tema COVID, le scelte criminali sui temi ambientali, la diminuzione delle tasse alle grandi imprese, l'esplosione del debito pubblico, l'intolleranza verso gli immigrati (peraltro necessari alla macchina produttiva) e altre sciocchezze del genere (qui qualche accenno al primo mandato di Trump) al termine dei primi quattro anni perde le elezioni e al suo posto diventa POTUS Joe Biden, un poveruomo che a ottant'anni diventa il presidente della maggiore potenza mondiale. Una potenza mondiale che vive di glorie passate, con un dollaro che stenta a rimanere la principale valuta di scambio a livello mondiale, con le imprese che delocalizzano ferocemente e con una finanziarizzazione dell'economia che rende i depositi per le pensioni esposte alle crisi economiche dovute alla riduzione della globalizzazione e all'introduzione di DAZI, ovvero quello che il nostro Trump ritiene la panacea ai problemi americani. 

 

Ma non corriamo: Trump reagisce (male) alla sconfitta e organizza un tentativo di colpo di stato. Stranamente nessuno lo manda sotto processo e quattro anni dopo ri-eccolo a ri-presentarsi come POTUS. Questa volta riesce a sconfiggere Kamala Harris, una sfidante scelta all'ultimo momento e in ogni caso a Woman, ovvero ciò che molti americani non sceglierebbero mai come presidente. 

E qui cominciano davvero i guai per il mondo a cominciare da un'introduzione di dazi lunatica e umorale che ha come unico risultato quello di pesare sui consumatori americani. L'economia americana non ha gli strumenti materiali per soddisfare le esigenze di un mercato vivace e sterminato e deve importare buona parte del suo fabbisogno materiale – cibo, materie prime, semilavorati ecc. – con l'esito di prezzi crescenti e l'inizio di una frattura tra Trump e il suo elettorato – i MAGA, Make America Great Again – formato da individui a bassa cultura, che si informano esclusivamente attraverso la TV e che vivono nelle periferie e nelle aree poco industrializzate degli USA centrali. 

I dazi sono un fallimento, come stabilito anche dalla Corte Suprema americana, con una maggioranza conservatrice scelta sotto la presidenza Trump... Ma il POTUS può contare sui miliardari della West Coast da Elon Musk, Mark Zuckerberg ecc. e quindi se ne frega. Ma la sua politica interna non è certo meglio, basterà ricordare i due omicidi commessi dall'ICE a Minneapolis o le carceri con alligatori, gli "Alligator Alcatraz", trascurando la sua politica nei confronti degli LGBTQI+ e degli immigrati. E la politica estera?

Trump che non tollera più la NATO, Trump che rapisce Maduro con un'azione che può apparire magistrale solo a chi ha un'eccessiva affinità con i giochi sparatutto o che amava esageratamente il compianto Chuck Norris, Trump che litiga col Canada, con la Danimarca per un pezzo di ghiaccio (la Groenlandia), affama Cuba, finanzia individui disgustosi nell'America Centrale e Meridionale, affonda barche e barchette senza sognarsi di di dimostrare che i morti avevano intenzione di smerciare qualcosa negli USA, buuummm e buonanotte, minaccia la Chiesa e il papa nativo di Chiacago e infine aggredisce in combutta con il nazi-sionista Netanyahu un regime sanguinario come quello dell'Iran, suscitando una reazione popolare che lo rafforza...

 


Ma il nostro Drumpf ha un problema grosso grosso e brutto brutto (ecco, il dizionario di Trump mi ha preso la mano, chiedo scusa) e questo problema si chiama caso Epstein, probabilmente ciò che lo ha condotto e lo condurrà alla completa rovina entro breve. Trascinato in una guerra, prima ancora idiota che terrificante, da un individuo sinistro e pericoloso come Netanyahu, Drumpf ha probabilmente qualcosa di più di uno scheletro nell'armadio da nascondere al mondo, qualcosa che ha a che fare con i rapporti intensi e vivaci di Epstein con il Mossad. Trump non è mai stato un individuo particolarmente attento alla psicologia femminile, né con le donne adulte ("basta prenderle per la f...") né, probabilmente, con le adolescenti che Epstein e sua moglie regalavano agli ospiti. Ognuno può costruire tutte le fantasie possibili sui motivi della partecipazione degli USA alla guerra di Netanyahu e mancando i dati in proposito non mi è possibile affermare qualcosa in maniera inoppugnabile, ma se mancano le prove non si può dire che manchino gli indizi... 

In conclusione... No, non è possibile concludere qualcosa sul nostro Drumpf, alias Trump. Possiamo solo augurarci che il suo regno finisca quanto prima...  

Comunque, tanto per divertirsi un po' allego una piccola cronologia delle posizioni di Drumpf dall'inizio della guerra con l'Iran. Cortesemente da "Il caffè scorretto":

  

3 mar: “Abbiamo vinto la guerra.”

7 mar: “Abbiamo sconfitto l’Iran.”
9 mar: “Dobbiamo attaccare l’Iran.”
9 mar: “La guerra sta finendo quasi completamente, e in modo molto bello.”
11 mar: “Non si dice mai troppo presto che hai vinto. Abbiamo vinto. Nella prima ora era già finita.”
12 mar: “Abbiamo vinto, ma non abbiamo ancora vinto completamente.”
13 mar: “Abbiamo vinto la guerra.”
14 mar: “Per favore aiutateci.”
15 mar: “Se non ci aiutate, me ne ricorderò sicuramente.”
16 mar: “In realtà non abbiamo affatto bisogno di aiuto.”
16 mar: “Stavo solo testando per vedere chi mi sta ascoltando.”
16 mar: “Se la NATO non ci aiuta, subiranno qualcosa di molto brutto.”
17 mar: “Non abbiamo né bisogno né voglia dell’aiuto della NATO.”
17 mar: “Non ho bisogno dell’approvazione del Congresso per uscire dalla NATO.”
18 mar: “I nostri alleati devono collaborare per riaprire lo Stretto di Hormuz.”
19 mar: “Gli alleati degli Stati Uniti devono darsi una regolata e contribuire a riaprire lo Stretto di Hormuz.”
20 mar: “La NATO è fatta di codardi.”
21 mar: “Lo Stretto di Hormuz deve essere protetto dai paesi che lo utilizzano. Noi non lo utilizziamo, non abbiamo bisogno di riaprirlo.”
22 mar: “Questa è l’ultima volta. Darò all’Iran 48 ore. Aprite lo Stretto.”
22 mar: “L’Iran è morto.”
23 mar: “Abbiamo avuto colloqui molto buoni e produttivi con l’Iran.”
24 mar: “Stiamo facendo progressi.”
25 mar: “Ci hanno fatto un regalo e il regalo è arrivato oggi. Ed è stato un regalo molto grande, dal valore enorme. Non vi dirò cos’è questo regalo, ma è stato un premio molto significativo.”
26 mar: “Fate un accordo, oppure continueremo semplicemente a colpirli.”
27 mar: “Non dobbiamo esserci per la NATO.”
30 mar: “Aprite immediatamente lo Stretto di Hormuz, o affrontate conseguenze devastanti.”
31 mar: un accordo e “molto vicino” e che l’Iran farà “fatto la cosa giusta”
1 apr: “Vedremo cosa succederà molto presto.”
3 apr: “Sta per succedere qualcosa di grande.”
4 apr: l’Iran deve arrendersi “immediatamente” o affrontare ulteriori conseguenze
5 apr: “Aprite quello stramaledetto Stretto, pazzi bastardi, oppure vivrete all’inferno - STATE A GUARDARE! Sia lodato Allah.”
7 apr: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà.”
7 apr: Accordo di cessate il fuoco sulla base delle 10 proposte dell’Iran.
(tratto da "Il caffè scorretto", su Facebook) 
 
 

 A presto!

 

 

 

 

4.4.26

Un ritorno


Sono passati anni da quando ho smesso di scrivere su questo blog: «Fronte e Retro», a suo tempo ricevuto come regalo dall'ottimo Francesco Eandi. Dal 2022 con un'unica uscita nel 2023. Ho smesso perché molti dei miei "amici di penna" avevano abbandonato il mondo del blog, preferendogli  la presenza su social come facebook o instagram o perché, semplicemente, avevano abbandonato questa forma di espressione, una decisione che anche in me è nata e si è manifestata con la presenza su Facebook e Instagram. Un'esperienza tutto sommato non facile né particolarmente gradevole: la mia prima reincarnazione on line è stata piratata e ho dovuto riscrivere ai i miei "amici" (il concetto di "amico" per Fb è piuttosto ridicolo) per avvisarli che io non ero più io ma un altro con lo stesso nome, col risultato che non pochi hanno continuato a scrivere sulle pagine del vecchio io, rimasto on line, inviandomi auguri, proponendomi iniziative o commentando post dimenticati. Dopo di ché nei miei nuovi panni feisbukkiani sono stato castigato due volte per aver inserito foto "scollacciate" – una foto degli anni '30 di una prostituta parigina, con le zone bollenti coperte e una foto di Lee Miller desnuda (o quasi) dove la fotografa si autofotografava e che era presente nella mostra di Camera, il museo della fotografia di Torino.

 

 

Un buon esempio dell'etica braghettona di feisbuk.  

Oltre a questo ho cominciato ad avere guai di ogni genere nel momento che ho cominciata a pubblicare i miei vecchi racconti su Substack (https://substack.com/) per il semplice motivo che feisbuk non mi forniva un substrato adeguato per i miei testi. E in fondo non solo per questo: 

È da tempo per fatico a rimanere su Fb: troppi haters, troppi stupidi, troppi sempliciotti, troppi precisini, troppi tromboni, in generale un’aria viziata, pesante e irrespirabile, tanto che ho rinunciato da tempo a prendere una posizione precisa in politica o in letteratura o quasi su ogni cosa, tanto per evitare di espormi al rischio di lezioni non richieste o di osservazioni stupide, non pertinenti, ortograficamente errate o decisamente assurde.(…)

«È che non ti piace la gggente», dirà qualcuno e in fondo è persino possibile: non apprezzo il mucchio che ci fa gruppo, il nessuno chi pensa di essere qualcuno perché pesta su una tastiera o su un telefono. Gli imbecilli da bar dei quali parlava Umberto Eco sono diventati onnipresenti, le loro idiozie merce comune e l'antico sogno californiano di regalare una voce a tutti ha rivelato la sua faccia peggiore: c'è sempre qualcuno che si diverte a pestare un fango pur di sporcare qualcun altro. In ogni caso i miei post sono spesso finiti in fondo al mazzo, in modo che pochi riuscissero a vederli. Sono corso al riparo facendo in modo che feisbuk non fosse un viatico per Substack, inserendo un passaggio ulteriore attraverso queste pagine e il risultato è almeno parzialmente riuscito, anche se non in modo trionfale… Pazienza, non è soltanto un problema di Fb ma anche della difficoltà di inchiodare qualcuno a leggere on line per un tempo che superi i cinque minuti…

La mia intenzione, nata dopo una riflessione cominciata all'inizio dell'anno, è di riprendere a scrivere su questo blog, anche se appartiene a Google, società che non stimo e non rispetto, in attesa di approdare altrove. Non abbandonerò feisbuk, né Bluesky e tantomeno Substack, anche saranno essenzialmente modi di dirottare i miei pochi lettori su queste pagine. 

Ultima nota: in un racconto pubblicato da Delos Books nella collana Atlantis, mi sono reso conto di aver in qualche modo preconizzato la situazione in corso. Non ne sono contento, semmai terrorizzato. 

In questo momento la Terra è in una situazione gravissima, sia ambientale che politica. Il Canada, l’Unione di Kalmar e l’Egemonia Siberiana e, nella fascia australe, l’Argentina e la Nuova Zelanda sono gli unici stati che conservino un minimo di regole democratiche, per il resto è il caos. Un caos basato su un fondamentalismo religioso e politico dai tratti allucinanti. Sulla Diadema stiamo cominciando a ragionare su una possibile colonia sul fondo del cratere Walther, che ha il pregio di essere relativamente vicino al polo Sud lunare. E si pensa anche a Marte. In ogni caso non posso dire che la mia carriera sia finita qui.  

Qui parlerò anche di questo. In ogni caso a rileggerci presto. Su queste pagine. 


 

 

1.4.26

L'Ultima Stella.

 L'Ultima Stella, un romanzo interminabile (e interminato)


700.000 caratteri e 410 pagine, questo il dato aggiornato del (mega)romanzo, «L'Ultima Stella» al quale sto lavorando in questo periodo. Da notare che ho ancora di ribattere e rivedere circa una risma di carta piena di testo... Più o meno un altro milione di caratteri. Ma ne sono contento, quindi tutto bene. Rivedendolo, tuttavia, ho notato alcuni particolari che mi lasciano perplesso. La vicenda si svolge dopo un secolo o poco più di presenza degli umani sul pianeta Tanivol, colonizzato ai tempi della prima diaspora e il luogo più remoto raggiunto nell'espansione dall'umanità nel cosmo.
Tenendo conto che:
1) L'Egemonia della Triade Terra-Luna-Marte è scomparsa da una cinquantina di anni, sconfitta dalla Corrente, la federazione dei pianeti umani.
2) Tanivol è stato abitato grazie alle sue condizioni favorevoli e ha raggiunto una popolazione notevole.
3) Tanivol è tuttora fedele all'Egemonia, dal momento che il governo locale non ha mai reso pubblica la caduta della Triade.
4) La tecnologia su Tanivol, mai sostenuta dal suo pianeta patria, è a un livello che potrei definire "steampunk", nel senso che ci sono dirigibili, auto a kerosene o a gasolio, navi a vela ecc.
Tutto ciò detto: è ragionevole che in un pianeta a questo livello di tecnologia e di organizzazione sociale possa arrivare a una rivoluzione che lo colleghi agli altri mondi della Corrente?
Nel romanzo sono convinto che questo possa accadere, ma "funzia", come avrebbe detto una mia vecchia amica?
Giro la domanda a chi mi segue. Devo retrodatare la colonizzazione del pianeta? Devo immaginare qualche curiosa disgrazia stellare che ne spieghi la tecnologia arretrata? O un isolamento dovuto a una nube galattica o qualcosa del genere?
Se avete voglia ditemi qualcosa, ve ne sarei grato. Tenendo conto che, naturalmente, questo romanzo non riuscirà mai a uscire con qualche editore in forma stampata, al massimo, se va bene, come e-book. Grazie a tutti!
 


 

 

11.3.26

Il cyberpunk degli anni '90.



  
Morte e trasfigurazione del cyberpunk

Cyberpunk è una cometa che ha transitato nel cielo della speculative fiction e che è esplosa nel momento di massimo fulgore. Ancora per molto tempo navigheremo tra i suoi luminosi detriti.

Cyberpunk è un genere narrativo nato da un gruppo di hacker strafatti, professionisti invasati del computer, scrittori allucinati e superstiti della cultura West Coast. CP ha letteralmente inventato un modo diverso di guardare al reale e ha dovuto inventare un linguaggio – informatico, contaminato, febbrile, indefinito ma spaventosamente preciso – per raccontare la realtà virtuale, le personalità condivise (scisse, separate, frammentate, incoerenti), il mondo dei marchi e degli imperi di dati e di flussi di informazione. CP ha raccontato per primo il mondo della globalizzazione, disegnando i confini tra i diseredati della connessione e del copyright e i nuovi feudatari della proprietà senza patria né luogo, del nuovo capitale onnipresente e invisibile. CP è stato un abile mimo dell’ubiquità e della confusione, ha messo in scena combinandoli e rovesciandoli i frammenti delle culture e delle sottoculture tradizionali, ha innestato, stravolto, infettato e fecondato creando l’illusione di un mondo istantaneo dove ogni luogo è sovrapponibile e perfettamente identico, replicabile all’infinito senza sforzo e senza piacere. La realtà dei romanzi cyberpunk non ha coordinate di spazio o di tempo, è un Ovunque dove le merci sono protagoniste e dove anche le prerogative più schiettamente umane – ricordi, sogni, emozioni, desideri, visioni – sono separabili, normalizzabili, vendibili. CP è ricercare e raccontare l’irriducibile e l’inafferrabile, anche se questo coincide spesso con il malessere, la malattia mentale, la sofferenza. CP è stato ed è una letteratura che nasce dall’attrito con la tecnologia e la scienza. Come la migliore <sf>, CP è narrativa sociale e politica, tanto segnata da questa vocazione da essersi almeno in parte trasfigurata in resistenza al mondo globale, pratica politica dei movimenti no-global e nuovo pensiero sulla realtà.

In questo spazio pubblicato in rete compare una scelta di articoli e recensioni a suo tempo pubblicati su diversi numeri di LN-LibriNuovi nella rubrica «Nostra Signora degli Alieni». Forse il tono e il contenuto di alcuni di essi apparirà sfocato o datato, ma ci è parso utile pubblicarlo ugualmente, anche per tentare una ricognizione sul genere e sulle sue tracce in Italia che non fosse legato a pochi autori e a qualche singolo libro. Buona parte dei libri qui presentati, nella sana tradizione one shot della letteratura di genere, sono ormai reperibili unicamente in forma di usato. Fanno eccezione i titoli delle edizioni ShaKe, alle quali va il grandissimo merito di aver tradotto e pubblicato le opere di Pat Cadigan e di Neal Stephenson.

Comunque il bello delle prefazioni è di essere brevi e significative. Se non posso essere certa della seconda qualità cercherò perlomeno di garantire la prima. (Melania Gatto ft.Massimo Citi)

 


Cyberpunk e Fantascienza, storie intrecciate

La <sf> ha sempre avuto molteplici e diverse anime, basti pensare che vi si sono riconosciuti tanto autori come Samuel Delany, nero, intellettuale e libertario che personaggi come Ron Hubbard, scrittore di ispirazione più o meno neonazista e fondatore di una dottrina quantomeno discussa come Scientology. Ma le tendenze scismatiche del genere sembrano ultimamente divenute la sua vera identità. Dare una definizione generale di <sf> che riesca a riunire insieme scrittori hard-<sf> come Gregory Benford, teorici dell’assurdo multidimensionale come Rudy Rucker, narratori del mondo “da-qui-a-quindici-minuti”, autori come Kim Stanley Robinson o Mark Leyner (che se anche viene considerato di ispirazione cyberpunk (CP) non viene iscritto nelle file degli autori di <sf>) o Paul De Filippo, irriverente parodista di miti culturali e sociali contemporanei è divenuto un’impresa disperata e forse, soprattutto, inutile. Eppure TUTTO CIO’ è <sf>, perché bene o male si basa su un presupposto basilare del genere, ovvero l’estrapolazione coerente degli effetti di una novità tecnologica, ossia un elemento inserito nella realtà nota che ne modifica la percezione da parte dei soggetti che ne fanno parte e insieme trasforma profondamente il modo di autoconcepirsi e autoregolarsi di quella determinata società.

La <sf> è sempre più - in poche parole - la letteratura del possibile e la sua apparente invasività è dovuta semplicemente al fatto che nel mondo in cui viviamo la Possibilità è divenuta regola prima (chissà se è possibile modificare il DNA dei gatti da compagnia in modo da renderli più intelligenti? Probabilmente sì. Chissà se è possibile inserire un chip nei circuiti cerebrali di qualcuno in modo da guidare completamente le sue scelte? Probabilmente non subito ma tra un po’ sì. Chissà, chissà, chissà ecc.ecc.).

Il controllo e la radicale modifica eterodiretta del comportamente umano che un tempo si attribuiva ai telepati, ai comunisti o agli extraterrestri perfidi e schiavisti (ricordate Terrore dalla settima luna di Robert Heinlein?) è diventato probabilità tecnologica, spettro impossibile da esorcizzare. Si può presentare in forma di lusinga, di piacere casalingo, di svago ed è tema quotidiano di polemiche e di riflessioni talvolta ben più che inquietanti. Basti pensare alle Reti planetarie, alla possibile commercializzazione della Realtà Virtuale, agli sviluppi dell’ingegneria genetica, e soprattutto alla possibilità di un controllo monopolistico di strumenti di comunicazione e sviluppo tanto raffinati, o – volendo – anche solo al controllo politico generabile dal possesso di TROPPE reti televisive, per cominciare a sospettare DI ESSERCI GIA’ DENTRO. E forse sarebbe bene capire prima di trovarsi capiti (e leggetevi su un dizionario etimologico cosa vuol dire, in realtà, capire). Il PROBLEMA, in sostanza, è proprio quello della comunicazione, della mole incommensurabile di informazioni, dati, progetti, articoli, riflessioni che transitano quotidianamente. L’epifenomeno, l’aspetto appariscente e inutile di questo, come di altri eventi epocali, sono gli inevitabili frivoli articolotti dei settimanali d’opinione, mentre la realtà al silicio e germanio sono i miliardi di therabyte di informazione che devono circolare, pena il ritardo e la paralisi della Produzione. É così che la Science-Fiction è penetrata nella vita, non solo nella VOSTRA di lettori di <sf> (che magari, almeno in parte eravate preparati) ma anche in quella di coloro che mai ne leggerebbero una riga. Eventi inquietanti e tutt’altro che teorici (cito alla rinfusa) come l’affermazione dell’IA, il progetto Genoma, l’Effetto Serra, l’ibridazione di DNA eterospecifici, il sesso virtuale, la trasmissione istantanea dell’informazione, sono giunti a occupare spazio su rotocalchi popolari e quotidiani a grande tiratura, attizzando la Grande Paura a cavallo del millennio. C’è un efficacissimo racconto di Bruce Sterling, intitolato Chernobyl neurale che dona una dimensione narrativa a questa sensazione sotterranea di spaesamento, di viaggio notturno verso il caos. L’incidente imprevisto (Chernobyl, ma anche Bhopal, la petroliera Exxon Valdez o il gas nervino nella metropolitana di Tokio) sono in agguato dentro la vostra TV spenta solo provvisoriamente o sulla prima pagina del giornale che leggerete tra una settimana. Il problema per noi che viviamo dentro questo treno in corsa è di riuscire a immaginare l’inimmaginabile, convivere con l’assurdo, prendere posizione sull’imprevedibile. Sinceramente credo che l’unica letteratura all’altezza - sia pur disordinata, ingenua, esibizionista, barocca, magari infantile, pacchiana o stilisticamente elementare – sia proprio la <sf> e particolarmente il Cyberpunk degli anni ‘80-’90 - cioè quel genere contaminato, contorto e assurdo germogliato nella zucca di autori cresciuti quando il grande sogno dell’American Way of Life post-bellico aveva cessato di essere il motore del mondo occidentale.

Ma veniamo alla domanda essenziale: ma che cos’è il Cyberpunk (CP) e come distinguerlo, dividerlo, identificarlo in rapporto alla <sf>? Una volta definita la <sf> come letteratura del Possibile e una volta ricordate le sue parentele con altre forme letterarie classiche come il romanzo di viaggio e d’avventura, la novella filosofica e utopica, il racconto psicologico e introspettivo, si potrà in prima approssimazione definire il CP come «letteratura dell’Invasione». Nel romanzo di <sf> tipica (schematicamente), una volta definite le coordinate spazio-temporali nelle quali inscrivere la vicenda, il percorso protagonista/ ambiente si definisce linearmente, come rapporto tra un agente di conoscenza sufficientemente noto che agisce anche per conto del lettore e una situazione da definire.

Nel CP questa situazione lineare salta più o meno completamente, i rapporti tra protagonista e situazione sono complessi, ambigui, l’integrità corporea e intellettuale dell’agente di conoscenza è oggetto di variazioni e innesti cibernetici, la situazione non è definita come invariante naturale ma come universo artificiale, basato su leggi e regole spesso ignote e indefinibili. Con il CP e più in generale anche con la <sf> moderna, anche se evidentemente apparentata con la Space Opera (Iain M. Banks, tanto per non far nomi), salta uno dei dati fondamentali della narrativa: l’integrità e la conoscibilità della mente umana. Cyberpunk diviene letteratura protesizzata, narrativa della percezione distorta, delle sintesi imprevedibili, della logica non-aristotelica e non-cartesiana. Da questo punto di vista si può affermare che il CP avanza in territori che la <sf> tradizionale (se si escludono maestri come James G. Ballard e Philip K. Dick) era insufficientemente equipaggiata per esplorare. Oltre a questo mentre la <sf> tradizionale era (ed è) letteratura di massa, sia pure con tutte le cautele necessarie nell’usare un termine tanto sfruttato, il CP è spesso letteratura d’avanguardia, sperimentazione stilistica e formale, ma anche parodia, gusto dell’assurdo e del rovesciamento paradossale, raffinato gioco di citazioni – tipicamente postmoderno – e ambiguità di senso e di significato.

Non credo ci libereremo tanto presto del CP, almeno nella sua essenza di letteratura della postmodernità, della contaminazione, dell’invasione. E forse solo da una <sf> tanto cresciuta e matura da rovesciarsi nel suo opposto – la <sf> delle origini è ottimista, feticista nei confronti della tecnologia, razionale, tanto quanto il CP è pessimista, disincantato verso la tecnologia e legato alla logica frattale - potrà svilupparsi la letteratura di fine e inizio millennio.

 


 Recensioni. Libri trovabili e introvabili


Nei primi mesi del 1994 usciva a otto (otto) anni di distanza dall’edizione originale americana l’antologia Mirrorshades («Occhiali a specchio»), ovvero la pietra miliare della <sf> CP. Visto che non ci ha pensato nessun altro, l’ha stampata la Bompiani, casa editrice che finora ad allora non aveva dimostrato un interesse se non strumentale verso la <sf>.

L’antologia non è maltradotta, la presentazione a cura di Brolli e Caronia se non è eccessivamente perspicua non è neppure buttata giù alla stracca e il prezzo è decisamente abbordabile. Tra i racconti, delizioso quello che apre l’antologia il continuo di Gernsback, di William Gibson, un'appassionata variazione sul tema del «futuro di ieri», decisamente divertenti racconti come Mozart con gli occhiali a specchio di Bruce Sterling e Lewis Shirer o le imprese di Houdini di Rudy Rucker ed ottimo l’acido e freddo Occhi di serpente di Tom Maddox. Meno riusciti ma almeno dignitosi altri, ma … C’è un ma: che senso ha un’antologia di racconti scritti tra il 1982 e il 1985, presentati come la “nuova onda” della <sf>? Non è che si potevano tradurre prima?

(da LN 29 prima serie)

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Un testo fondamentale per accostarsi al genere è l’antologia Cyberpunk, editrice Nord, a cura di Piergiorgio Nicolazzini. Cominciamo dal paratesto che, una volta tanto, è veramente lodevole: bibliografia delle opere pubblicate con data e titolo della pubblicazione in lingua originale e nome del traduttore, prefazione di Larry McCaffery con storia e inquadramento critico del fenomeno, guida ragionata multimediale al Cyberpunk in ordine più o meno cronologico, bibliografia critica per ulteriori approfondimenti a cura di Nicolazzini e bibliografia completa degli autori pubblicati. Wow! Una cosa da Adelphi della <sf>. L’antologia, probabilmente uno dei più ampi tentativi di dare una panoramica approfondita del Cyberpunk, consta di 700 pagine circa, cioé due romanzi, due romanzi brevi, 24 racconti e due saggi critici. Il livello medio delle opere pubblicate è sempre perlomeno dignitoso, ma con un occhio di favore per il romanzo breve Chi credi di essere di Pat Cadigan, storia di un invasamento cibernetico, per Mosquito di Richard Calder, allucinata storia di puttane-gatto e di guerra commerciale totale, Morte della ragione di Toni Daniel, riuscita tecnoparodia in chiave invasiva di Raymond Chandler, Assiomatico di Greg Egan, storia di una vendetta che diviene comportamento seriale, Addio Houston Street di Richard Kadrey, demenziale racconto dell’impresa di un artista-Erostrato, L’ultima destinazione di Ian McDonald, disperato racconto degno del miglior Philip Dick e Morte Soft di Rudy Rucker, ovvero la beffa della sopravvivenza elettronica. Come talvolta accade ho trovato deludente il racconto di Bruce Sterling, partito interessante e arrivato ovvio, mentre è ai limiti del buon gusto formale l’intervento di William Gibson, presente con un capitolo del suo ultimo romanzo. Ben poco CP il romanzo di Greg Bear, Zero Assoluto, ma comunque godibilissimo e ottimo il racconto di Iain M. Banks che apre l’antologia: Un dono della Cultura. Nota a margine: credo che la Cultura sia una delle più feconde e interessanti invenzioni della <sf> di questi anni e che Banks sia stato poco meno che Dio seduto alla tastiera. Fine dell’inciso. Insomma credo proprio che questa antologia fareste bene a leggerla (sempre che riusciate ancora a trovarla…).

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Un romanzo che a rigore non può essere definito di <sf> ma che certamente è CP (infatti è inserito nella guida schematica al cyberpunk contenuta nell’antologia della Nord), è Mio cugino il Gastroenterologo di Mark Leyner, editore Frassinelli.

Si tratta di un libro sorprendente già per l’impostazione grafica. Infatti il testo non ha giustificazione a destra, in qualche caso i ritorni a capo sono aboliti e sostituiti da spaziature più o meno ampie e in alcuni paragrafi non esistono lettere maiuscole. Ma cos’ha mai di CP il romanzo di Leyner, oltre allo sperimentalismo formale e ai titoli dei capitoli scritti di sbieco e con caratteri che ricordano la grafica dei PC? Bene, avendo definito la letteratura CP come postmoderno narrativo (ovvero come parodia, citazione, frammento - o meglio frattale - molteplicità e indefinibilità del punto di vista, esistenza di punti di vista non-umani [animali o artificiali], impossibilità di definire il reale in opposizione al fantastico, gusto dell’estremo, del paradosso, dell’assurdo) il romanzo di Leyner si colloca a pieno titolo nel filone. Ovviamente è assolutamente impossibile raccontarlo anche perché il modo di procedere nella narrazione è organizzato come A che incontra B che a sua volta incontra C che a sua volta ecc. ecc., fino a quanto Z non incontra A, con A che compare più volte nel testo, magari per telefono o in uno spot TV. Aggiungete che Leyner usa spesso la prima persona SENZA chiarire CHI sta parlando o si dà a deliranti elenchi come fa Benni nei suoi momenti migliori (e come fa anche la Bibbia: «ed Elmer generò Enoch che generò Baruch…»), muta forma e ricordi ai suoi personaggi e, detto in breve, si fa beffe delle leggi fisiche e narrative.

Se vi siete fatti l’idea che si tratti di un romanzo da cui stare alla larga, troppo assurdo per essere tollerabile e che qualunque persona dotata di buon senso farebbe bene ad evitarlo, avete assolutamente ragione: Mio Cugino ecc. è un romanzo troppo assurdo e qualunque persona dotata di un minimo di buon senso farebbe bene ad evitarlo. Ma se avete così tanto buonsenso e non amate l’assurdo perché mai leggete <sf> e CP e anche questa rubrica? Per concludere un saggio del testo, perché tanto a spiegarlo con parole mie non riesco:

«…Il mio ragazzo ripeteva sempre che gli Incas avevano costruito a Machu Picchu un garage con 750 posti per le astronavi degli Extraterrestri. E io appoggiavo la testa sulle sue cosce mentre grossi succosi sottomarini sovietici color rosso scuro si radunavano nella baia per caricare i siluri. Un incidente di caccia mi lasciò con una cavità quandrangolare di 48 cm. nel petto; posso stare davanti alla TV senza ostruire l’immagine…»

Più o meno il romanzo va avanti così per 200 e passa pagine, mutevole, mimetico, assurdo, coltissimo e strampalato. A me comunque è piaciuto. (da LN 33, prima serie)

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Nella primavera del 1995 usciva Snow Crash di Neal Stephenson, premio A.C.Clarke Award 1994. Snow Crash è un romanzo CP a pieno diritto, quindi contaminato, aggressivo, veloce, delirante e scritto con uno stile sottilmente complice, talvolta sgangherato, immaginifico, paradossale. Non è talmente nuovo da far gridare al miracolo, ma si può dire che trasforma in fatto, storia coerente ciò che in altri romanzi e racconti CP è proposta o suggerimento.

Raccontare la vicenda – tanto complessa da risultare a tratti oscura – è abbastanza inutile. Credo possa servire di più un veloce quadro del mondo nel quale il romanzo è ambientato. Si tratta degli States, com’è ovvio, ma divenuti irriconoscibili, frantumati in uno spolverio di minuscoli stati, enclaves, franchise, alla totale bancarotta economica e nei quali qualunque funzione statale, compresa la difesa, è privatizzata o in vendita al miglior offerente. La Mafia è un agente economico e politico legale, garante – sui propri territori – di pace, ordine e tranquillità mentre ciò che resta del governo federale è divenuto un covo di burocrati paranoici che accumulano pratiche sul nulla, passando il tempo a sottoporre a test i propri dipendenti per verificarne la fedeltà.

Esistono ministati fondati su un particolare credo religioso, altri nei quali nostalgici segregazionisti abitano ville in stile Via col Vento e dove è vietato l’ingresso a chi non è puro WASP, enclave di proprietà di Nuova Hong Kong o di Narcolombia e frammenti di territorio senza padroni, concessionari o franchise e quindi destinati al disordine, alla fame e alla delinquenza. Accanto all’universo reale esiste un universo virtuale – il Metaverso – un cosmo cibernetico condiviso dove

«le città sono decine di volte più grandi della più grande città del mondo reale e in cui il campo del piacere e dell’esperienza si trova a essere limitato dalla sola immaginazione».

La struttura del romanzo è quella di un thriller ad intreccio, costruito su un’ipotesi fanta-archeologico-linguistica non esattamente limpidissima ma comunque abbastanza folle da riuscire a reggerne il peso. In 412 pagine si fatica a trovarne due o tre tirate via o inutili e il riferimento a Vineland di Thomas Pynchon che fa Rudy Rucker in ultima di copertina mi è sembrato decisamente azzeccato. Di Pynchon, Stephenson ha la leggerezza stralunata, il gusto per il paradosso, l’ironia sorniona e la carica satirica ad alto potenziale. I suoi USA sono probabili in maniera allegramente allarmante e mostrano fedelmente gli esiti di una deregulation spinta oltre ogni limite ragionevole. È pur vero che l’amore di Stephenson verso gli hacker può muovere al sorriso, ma c’è poco compiacimento e poche illusioni in proposito. Stephenson chiude la parabola dei Neuromanti volgendola in farsa, in una scatenata sarabanda di cyberdroghe e telepredicatori criminali (da LN 34, prima serie)

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Una famiglia nucleare - titolo originale Dad’s nuke – di Marc Laidlaw è stato pubblicato in lingua originale nel 1985 e solo dieci anni dopo tradotto per la prima volta dalla Bompiani nella collana economica «Gli Squali». Marc Laidlaw, americano, anzi californiano, è uno degli autori di punta del CP, fenomeno culturale che a quanto è dato sapere sopravvive benissimo nonostante Gibson e Sterling abbiano già molto tempo fa decretato la sua morte. L’ipotesi fondamentale di Laidlaw (geniale se si tiene conto dell’anno di pubblicazione originale) è che la tendenza xenofoba in atto che prescrive di limitare l’universo dei propri rapporti e contatti ai propri connazionali, avrà sviluppi imprevedibili, limitando sempre di più il campo alla regione, alla città, al borgo, al vicinato fino a giungere alla famiglia (nucleare).

Negli USA immaginati da Laidlaw, divisi in minuscole enclave ostili e paranoidi, Papà Johnson, capofamiglia e direttore della Famiglia Johnson, decide di installare un impianto nucleare nel proprio garage, allo scopo di raggiungere la piena indipendenza energetica. Fin qui il tema, evidentemente paradossale, rimarrebbe nell’ambito delle coordinate della <sf> “sociologica” anni ‘50 e ‘60, quella delle feroci parodie di Pohl & Kornbluth, Sheckley, Vonnegut, Lafferty, Bester ed altri. Ma Laidlaw si spinge decisamente oltre. Nel suo universo la crescita come l’invecchiamento sono predeterminati: la pubertà, indotta chimicamente, viene portata a termine in poche ore, la vecchiaia giunge all’improvviso, la morte è un dovere sociale. La TV è divenuta l’occhio aperto della minuscola comunità locale sulla propria vita familiare. A sera, a tavola, si guarda un programma intitolato «Stasera dalla famiglia Johnson» (o Douglass, o Lynx ecc. ecc.) dove si spia quello che accade in casa dei vicini. Vacanze e lavoro sono possibili solo nella realtà virtuale, con esiti talvolta allucinatori o deliranti come nelle vacanze al parco naturale (virtuale) di Yosemite della famiglia Johnson. I figli, cresciuti e e partoriti da un utero automatico, vengono programmati anche nel temperamento, gusti e scelte. Può quindi capitare, come a P.J. Johnson, di essere decretato omosessuale alla maggiore età in base alla programmazione prenatale.

Laidlaw si dedica con scrupolo e passione a devastare, a rovesciare in assurdo, oscena pantomima e delirio, i valori più tipicamente yankee come la fiducia acritica nella democrazia, il timor di Dio, l’amor di Patria, la passione per le armi da fuoco. Il romanzo conduce il lettore attraverso gradi crescenti di assurdo, definisce poco alla volta, con crudele divertimento, le coordinate del sistema sociale dell’America del nuovo millennio. Laidlaw non lascia speranze, ma conduce il gioco con scintillante allegria, con un tono che non scade mai nel puro grottesco ed evita i moralismi. Insomma, ma non lo si poteva tradurre prima?

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7.2.23

ALIA Evo, quello appena uscito.


 
Come probabilmente vi sarà capitato di incontrarne la segnalazione è uscito ed è disponibile dal mese di dicembre l'ultimo ALIA Evo, il numero 5, sia in formato ebook che in formato cartaceo.
Questa volta credo siamo riuscito a battere una specie di record: 20 racconti e 20 autori, il primo dei quali – lo segnalo volutamente – è il compianto Paolo S. Cavazza, del quale abbiamo pubblicato un inedito: «Palinodia». Ed è a Paolo che abbiamo dedicato ALIA Evo 5.0, con una dedica iniziale scritta da M.Caterina Mortillaro. 
Gli altri autori presenti, oltre ai due immancabili curatori – Silvia Treves e Massimo Citi – sono tutti sufficientemente noti nel mondo della sf italiana: tre vincitori del premio Urania [Costantini, Del Popolo Riolo, Ricciardiello], due vincitori del premio Odissea [Martino, Mortillaro] due giovani autori recentemente emersi [Tabacco, Montoro] gli habitué di ALIA, già presenti nelle antologie presenti e immancabili anche in questa, Centamore, Giorgi, Lanza, Lastrucci, Malerba, Saguatti, Soumaré, Zampatori e due (quasi) esordienti, Ceccarelli e Pesce. 
E i testi?
In questo caso meglio, molto meglio affidarsi a Silvia Treves che ha steso l'introduzione all'antologia. Diciamo che gli alieni presenti in più della metà dei racconti risultano sorprendenti anche per lettori scafati come il sottoscritto mentre la realtà quotidiana che traspare con assoluta evidenza negli altri racconti è narrata con assoluta e sorprendente attenzione.
Posso soltanto affermare che è stato un vero piacere leggerli, impaginarli, correggerli – sotto la direzione di Morgana, il nostro editor – e rileggerli ancora una volta. I miei preferiti? Onestamente temo sarebbero troppi i prescelti e quindi mi limito a dire che in assoluto questo ALIA Evo è uno dei migliori tra quelli pubblicati finora. 
Non posso che consigliarvi di acquistarla, i prezzi sono di € 7,99 per l'e-book e € 15,00 per il libro di quattrocento pagine. 
E potete trovare qui l'e-book e qui il libro.