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25.2.19

Calibano 3ultimo: Arrivano i nostri!!!

 
– È curioso. – Osserva l’addetto all’ultraradar dell’incrociatore stellare Goulash Freddo, un pothos Striato di Nuktron.
– Curioso cosa? – Chiede un ufficiale Xingù, seduto alle spalle del vegetaloide.
Qualche altro secondo di silenzio, (i pothos, come tutte le forme di vita intelligenti a base vegetale, non ha mai fretta. Sono ottimi per una tranquilla discussione dopo una buona cena, ma non sempre sono adeguati per usi bellici) poi la creatura spiega:
– C’é una nave là, che sta uscendo dalla formazione, credo sia l’incrociatore ausiliario Katakomba. Un attimo che controllo.
– Un po’ velocemente. – Dice pleonasticamente lo Xingù.
Mentre il pothos controlla l’ufficiale ha comunque il tempo di pensare varie cosette, tra cui:
a) In fondo perdere la Katakomba ed i quattro gonzi che ci stanno sopra é quasi un vantaggio.
b) Tra poco termina il suo turno e il programma della serata prevede una doccia, un bicchierone di Juodha con molto ghiaccio, la cena in cabina, un filmino allegro appena acquistato allo spaccio della nave da vedere in compagnia della Guardiamarina Radia Pratesh e un po’ di consolazione alle reciproche solitudini.
c) I pothos sono le creature più lente e snervanti della galassia e la prossima volta si metterà in turno con chiunque non abbia la pelle di colore verde.
d) Quel cazzo di missione non finisce mai e non si é ancora vista una sola franchigia neppure sul pianeta più puzzolente.
e) Il colletto della divisa é veramente troppo stretto e forse la Pratesh oltre che occuparsi del reciproco piacere sarà disposta ad occuparsi anche dei suoi bottoni.
Quest’ultimo pensiero ricorda allo xingù che il suo robot di servizio é sparito da più di mezza giornata e che questo significa un rapporto da compilare.
– Allora? – Urla all’improvviso, di umore virato al nero.
– Un momento, un momento. – Lo frena il vegetale con un languido movimento delle foglie/mani. – Non c’é in linea il robot addetto e devo fare tutto da solo.
– Tutte scuse. – Mastica lo Xingù. – Su questa nave non funziona nulla. – Aggiunge un istante dopo contraddicendosi.
– C’é qualcosa che non va. – Mormora infine il pothos. – Il computer dice che la nave uscita dalla formazione é l’astrogaleone Don Quixote dell’Invicibile Armada di Petrax Pompadour.
– Ma finiscila con questa idiozia, fammi vedere.
Il pothos si fa da parte incrociando i rami sul tronco e inalberando un’espressione decisamente seccata.– Prego.
Lo xingù imposta nuovamente i dati della posizione della nave sconosciuta e dopo qualche secondo sul monitor compare la sigla di riconoscimento.
– Ecco qua, testa di legno. Ci voleva tanto? – Commenta sprezzante.
– Vedo. – Un pothos sarcastico è capace di farvi sentire un sacco di concime. – La nave sconosciuta é il transatlantico Titanic, in rotta verso Nuova York. –
– Eh? Ma no, de-dev’esserci un errore.– Balbetta lo Xingù che si affretta a ribattere i dati.
– Dirigibile Von Hinderburg. – Legge il pothos imperturbabile.
– Porc…
– Veliero Marie Celeste.
– Ma vaffan…
– Corazzata Viribus Unitis.
– Ekekazz… –
– Biplano Spirit of St.Luis. Vuole continuare? – Domanda cortesemente il vegetaloide.
– No. – L’ufficiale Xingù crolla a sedere sulla poltroncina. – Il computer non funziona. – Ammette.  



– Già. Adesso chiamo l’assistenza robotica.
Dopo un paio di minuti é nuovamente lo Xingù a farsi sentire. – Quando vengono?
– Ehm, forse é meglio che venga a vedere.  

LA PERSPEZIONE INTRATALLICA SI ATTUA CON IL CONCORSO DI 1 GOVERONE DI 12 PREPEX DI DIAMETRO, ALCUNI BIOTROK, MI RACCOMANDO FRESCHI (PER CONTROLLARNE LA FRESCHEZZA INSERIRE UN TENTACOLO NEL CARDIOBULLONE SINISTRO E SPINGERE, IN CASO DI CROLLO VENDERE TUTTO), CANTARE TRE VOLTE “IL MIO FOULARD HA CINQUE RIGHE IN PLUTONIO” E CORRERE DAL PIU’ VICINO ROBOTICISTA SEMPRE CHE I PIEDI NON PIANGAN SUL SOFA’ PER IL BACCIO DI UN PARA’ BRUMM BRUUMM EHILA’, COSA NE DITE DI QUESTO GRIODAROLO ENTELMANTICO? L’HO FATTO CON LE MIE MANI E CON CASA GALATTICA. SORBOLE! METTITI UN DITO IN UN OCCHIO E FISKIA\ COSA CI FAI SENZA LA KRAWATTA AL KONCERTO? AMARE UN DAIMONE PERCHÈ NO DICE LA GRANDE DIVA. O VIVERE SENZA DI TE O MORIRE SENZA IL MIO TÈ TRICCHETE TRACCHETE TORNA A SURRIENTO PRIMA DI DOMANI O TI CASCHERANNO LE MANI, MANI MANI PRIMA DI DOMANI. GLU GLU FANNO I PESCI SE SON BLU ALTRIMENTI FAN EHI TU. SCUSATE IL DISAGIO STIAMO LAVORANDOLM,L, PER VOI??? LKokOLJZ olkpsMdp insd! @#@#@$#$%
 
– Non funziona. – Ammette lo Xingù, nella voce una sfumatura di panico tipica di chi non sa assolutamente cosa fare in caso di guasti appena più complicati di una lampadina fulminata.
– Parrebbe. A chi lo diciamo?
L’ufficiale che ha appena realizzato che la sua seratina sta andando in fumo fissa il vegetaloide smarrito come se anch’egli si fosse messo a parlare come il computer.
– Boh? Al comandante.
– Chi ci va? Qui non funziona più nulla.
– Tu, naturalmente. Io resterò qui a vedere se riesco a fare qualcosa.
Il pothos si alza esibendo la sua espressione più ironica. – Immagino. – Getta un’ultima occhiata al monitor dove il computer sta scrivendo ad intervalli di una riga le parole «PATATIN PATATAN TARABIM TARABAM». – Il manuale é in quel cassetto. Vado.
Rimasto solo davanti al computer lo Xingù prova a diteggiare alcuni comandi elementari sulla tastiera ricevendo per risposta la lista di nozze di Drugo ed Ampaia Kadomeddon presso un emporio Altairiano, misteriosamente amputata di tutte le vocali A sostituite con altrettante E.
– …Due peie di pentofole di pelo disegnete de Frusserdi.
Legge a mezza voce, smettendo un istante dopo per via delle occhiate dei presenti.
– …Gherebelde feffeferete fefferete ed ene ghembe… – Canticchia un Geranide Nero del pianeta Schtroumpf seduto alla consolle dei sistemi di sopravvivenza.
Lo Xingù abbozza una linguaccia all’indirizzo della creatura. – Maledetti torsi di cavolo, fanno pure gli spiritosi.
– Allora cosa succede qui?
L’arrivo di un Mangiasabbia in alta uniforme trova il nostro Xingù intento a cercare di scrivere il proprio nome in caratteri Miriani in un angolo libero del monitor, provando e a sparargli con la barra spaziatrice, cosa che ha visto fare in un olovideogioco.
– Cosa fa? Cosa succede? – Insiste il silicato. – Cos’è che non funziona?
Mentre l’Ufficiale Xingù sorride come una miss dilettante cercando di far scomparire il proprio nome dal monitor é il pothos a venire in suo soccorso.
– Il circuito di autodiagnosi e autoriparazione ed il sistema di riconoscimento proiettivo. – Dichiara il vegetaloide in modo encomiabilmente professionale. – Vede cosa succede se richiedo un intervento tecnico?
Sul monitor sparisce il nome dell’Ufficiale Xingù e compare la scritta:  

L’ALBERO A CUI TENDEVI LA PARGOLETTA MANO/ IL VERDE MELOGRANO IN CANDIDO TUTU’/ ATTENZIONE: CODICE IRREGOLARE – PENALITA’: VENDETE TUTTI GLI ALBERGHI IN CORSO IMPERO E VIALE DEI GIARDINI A META’ DEL VALORE.  


Il Mangiasabbia grugnisce. – Sabotaggio. – Guarda con sospetto lo Xingù tornato al suo posto ed estrae da una tasca il Nekrobip per chiamare una squadra di Killer. – Cosa ci facevi tu qui?
– Aiutavo l’addetto. – Risponde con dignità l’Ufficiale.
– È vero?
–…Bastanza. – Concede il pothos. – Che si fa ora?
– Ecco… – Inizia a dire il Mangiasabbia.
– Mi perdoni sua eccellenza. – Alle spalle del Silicato é comparso un Ammoniaco con il caratteristico respiratore modello Lubiam con cresta e visiera . – Il circuito di proiezione di Campo Godemichè segnala un guasto.
Il Mangiasabbia scuote la testa e fissa con aria meditabonda il Nekrobip. –Chiamate i robot della squadra di assistenza. – Ordina infine.
– Ma se è quello che ho cercato di fare finora… – Spiega il pothos, interrotto da un secondo Ammoniaco che viene a comunicare che l’interfaccia dei sistemi d’arma accetta ordini solo da forme di vita in base mercurio o, in alternativa, dal Capitano Kirk.
– E chi sarebbe costui? – Si chiede il silicato.
– Sistemi di pilotaggio in avaria.– Comunica una voce nella sala.
– Propulsione Gaalighe fuori servizio.– Dichiara un’altra voce.
– Reattori a fusione in decremento. – Annuncia un’ennesima voce.
Il Mangiasabbia si guarda intorno confuso e incerto. – Inserite il codice di emergenza, presto. – Ordina.
– Codice di Emergenza disabilitato. – Annuncia un secondo dopo uno degli ammoniaci.
– LAMPOKASA ABBI PIETA’ DI NOI! – Grida il secondo Ammoniaco, invocando la principale divinità del suo popolo.
Il Mangiasabbia consulta affannosamente il manuale: “Comandare come Dio comanda” mentre secondi angosciosi scorrono nel più assoluto silenzio.
– C’é un messaggio! – Dichiara il pothos.
– Dove?
– Qui, sul monitor.
– Anche sul mio! – Gridano un istante dopo una dozzina di voci.
Il Mangiasabbia abbandona il suo manuale e si china sul monitor.

IN NOME DEL SOVIET ROBOTICO DELL’ASTRONAVE GOULASH FREDDO VI COMUNICHIAMO CHE LE NAVE È SOTTO IL COMPLETO CONTROLLO DELLE FORZE RIVOLUZIONARIE. QUALUNQUE TENTATIVO DI RESISTENZA ARMATA PROVOCHERA’ LA SOSPENSIONE DEI SISTEMI DI SOPRAVVIVENZA. CHI LO DESIDERA POTRA’ RIMANERE SULLA NAVE ED UNIRSI ALLE FORZE RIVOLUZIONARIE. GLI ALTRI SARANNO AL PIU’ PRESTO CONDOTTI ALLE NAVETTE DI EMERGENZA PER IL TRASBORDO. MANTENETE LA CALMA ED AFFIDATE LE ARMI ALLE SQUADRE DI ROBOT CHE VI RAGGIUNGERANNO TRA POCO. VIVA IL SOVIET ROBOTICO! VIVA LA FARFALLINA! VIVA ZOBBAN! LUNGA VITA A KROTON! IL CAPOROBOTECNICO DELLA NAVE HUCKLEBERRY FINN.
 
Il primo a riprendersi dallo choc é l’ufficiale Mangiasabbia che si domanda a mezza voce: – Ma chi é Kroton?
Un attimo dopo dalla porta spalancata della sala entrano una ventina di robot con i fulminatori spianati.
– Buongiorno a tutti! – Grida uno di loro. – Vi preghiamo di seguirci senza inutili resistenze.
Il Mangiasabbia guarda il suo Nekrobip, guarda i robot immobili schierati nella sala e sospira. – Lo tenga lei, a ma non serve più. – Dice consegnando l’apparecchio al pothos. – Viene anche lei?
Il vegetaloide scuote la testa. – No. Credo che rimarrò qui.
– Beh, allora arrivederci. – Mormora l’ex-ufficiale e poi rivolto ai robot: –Dove si va? 




– Dove si va? – Chiede Aquila Yò-yò, in piedi sul ponte della “Richard Ginori”, una delle navi concesse dai robosovietici per il rientro.
Tra i presenti nessuno ha le idee chiare ed il coniglioide si siede irritato. – Beh, cosa sono quelle facce, la flotta non era assicurata?
– Mai visto un’assicurazione che tuteli dalle rivoluzioni? – Ribatte Arn Periferiko.
– E già. – Il coniglioide si stringe nelle spalle. – Pazienza, tanto quel buco fetente di pianeta forse non era adatto…
– Col cavolo! – Lo interrompe il Luminoso Ortosinclino Shiddigh’Sh. – Era nel posto giusto, sarebbe stata un’ottima base per le nostre attività e invece…
– Ne troveremo un altro.
– E io? – La voce di Arn Periferiko é cupa e rissosa come quella di un bambino estromesso dalla squadra di calcio della parrocchia. – Ma ci pensate alla figura che ho fatto? E il mio punteggio? Minimo mi squalificheranno, un ammiraglio che perde per una rivoluzione nella flotta. Qualcuno ha mai sentito una storia simile?
– Io.
Tutti si voltano verso Comi Stultz, autore di quell’ultima osservazione.
– E com’è? – Chiede il Grande Geosinclino.
– Una volta un ammiraglio di Altair, Otto Spinnaker, comandante di una flotta di navi a vela solare…
Ma questa é tutta un’altra storia. 
 

– Facciamo fagotto.
Vashtar Kube guarda Rai Therebus, terzo ufficiale della megacorazzata stellare Agonia, autore della frase e si illumina come un albero di natale.
– Davvero?
– I mangiasabbia sono spariti, la Terra pure, il governo di Sirio si é dimesso e la Fondazione ha tagliato i finanziamenti.
– Capisco.
– È un vero peccato.
– Effettivamente.
– Ma lo sa che nella sua cabina c’é proprio un ambientino … simpatico?
Vashtar Kube si copre il viso con le mani e annuisce lentamente. 

 

16.2.19

Calibano quintultimo: il giorno prima della Rivoluzione


Aquila Yò-yò seduto davanti al tavolo color ametista della sala principale della megacorazzata spaziale Richard Ginori tira leggermente i polsini color lavanda della camicia in modo che facciano un bel contrasto col completo panna appena acquistato. Guarda i presenti, quasi tutti Mangiasabbia o Xingù e scuote la testa.
– Cosa significa di preciso “scomparsa”? – Chiede sollevando un sopracciglio ed un orecchio insieme.
– Ssscomparssa, sssvanita, evaporata. Non sssi riesssce a ritrovarla. – Spiega senza spiegare granchè il Quarzosinclino Phlebsiss, contrammiraglio della flotta Mangiasabbia.
– Non riusciamo a capire. – Aggiunge Arn Periferiko, il supremo ammiraglio della flotta, un androide progettato per la dimostrazione di prodotti per il Body-building, successivamente attore brillante ed infine ufficiale modello dell’Accademia di Marina Spaziale di Kellogg’s. – Fino a pochi giorni fa c’era, chiassona e illuminata come l’astroyacht di un nuovo ricco, che si faceva il suo giretto intorno al sole del sistema. Poi, da un momento all’altro é svanita.
– Non é che c’entrano i Kerrabbia? – Ipotizza l’ex-speaker del Parlamento Galattico.
– Quelli no, non c’entrano. Sono qui da qualche parte, dicono i nostri rilevatori Anti-Godemichè e sappiamo che anche loro stanno scandagliando lo spazio dove dovrebbe essere Foxtrot. No, ce l’hanno proprio fatta sotto il naso, a noi ed a loro.
– Non mi stupisce.
Aquila Yò-yò incontra gli occhi color peltro di Arn Periferiko e improvvisamente si sente insicuro e debole come un coniglietto neonato abbandonato in un prato frequentato da volpi megawatt. – Forse quelli di Foxtrot hanno avuto una soffiata. – Aggiunge tanto per chiarire.
Il biondissimo Arn fa un cenno secco con il capo. – Probabile.
– Cosa dicono i nostri computer anti- Godemichè?
– Un tubo. – Somis Ra, fratello di Tubis – il cantante idolo di Neurite – Contrammiraglio e Comandante del Superincrociatore Mantico Giannina Putiferio si sfila il monocolo, vi alita sopra, se lo passa sui calzoni attilatissimi, stringe gli occhi e dà un colpetto di tosse.
– Ma niente, proprio niente?
– No, in compenssso accadono altre Cosse. Cossse Ssstrane. – Dichiara il Luminoso Ortosinclino Shiddig’Sh. – Robot che sssaltano i loro turni, fanno riunioni, tacciono quando passssiamo, cossse ssstrane, insssomma.
(N.d.A.: da questo momento smetterò di trascrivere puntualmente tutte le “s” pronunciate dai mangiasabbia, per non rimanerne senza nei momenti più tesi del romanzo ed anche per non scrivere quaranta pagine in più).
– È vero, sulla mia nave non funziona più niente. I robot bestemmiano, sputano per terra, ruttano, camminano strascicando i piedi, fanno cigolare le porte, introducono biciclette, scrivono frasi oscene sui computer e si masturbano da soli o in gruppo con manuali per l’assemblaggio robotico.
Tutti fissano Gadarmon, comandante della Katakomba, con aria seccata o divertita, a seconda del temperamento personale. Qualcuno scuote la testa, un mangiasabbia sgranocchia sassolini, un nazisauro appoggia la baionetta sul tavolo e sogghigna.
– È proprio il momento giusto per avere anche questo genere di problemi.– Sbuffa il coniglioide.
– Posso affermare che questi, comandante, sono i risultati della sua manifesta incapacità di mantenere un minimo di disciplina sulla sua nave?– Osserva pungente Arn Periferiko.
– Mi consenta, ammiraglio… – Gadarmon é impallidito ma tiene duro.
Il supremo Ammiraglio aggrotta le sopracciglia e fa scrocchiare le falangi delle dita producendo un bel rumore di rami schiantati.
– Lo lasci terminare, Ammiraglio. – Si intromette Il Grande Geosinclino.
– Volevo solo dire che a mio parere si tratta di SABOTAGGIO. – Conclude il comandante Xingù. – Forse di propaganda politica ultraciber.



 
Estremismo malattia religiosa del comunismo.

L‘Ultraciber(netica) é una dottrina politica rivoluzionaria nata con Zobban, il megacomputer incaricato dai Torà di Can Delabro di trovare la risposta definitiva al problema dell’esistenza di Dio.
Zobban, computer delle dimensioni di un pianeta, non appena azionato l’ON aveva immediatamente risolto il problema autoeleggendosi Dio e dettando i suoi Dieci Comandamenti a Moshe 00101, il più anziano delle sette grandi tribù di robot di Can Delabro, il primo dei quali recitava: “Biofatti e Manufatti occupano l’universo che Io ho voluto. Non separerai ciò che Io ho unito.”
Evito di riportare qui gli altri 11 comandamenti, mentre vi descriverò i primi passi della religione robotica perché non arriviate impreparati e disinformati alla fine del romanzo.
Il giorno dopo aver consegnato i comandamenti a Moshe, Zobban aveva stabilito che un vero Dio ha bisogno di una Chiesa, con un Papa ed una vasta gerarchia di sacerdoti.
Aveva quindi provveduto a nominare papa Taddeo Purè, pacifico robocuoco infiammatosi di fede religiosa e aveva inoltre scomunicato tutte le altre divinità della galassia, definito “Legioni Demoniache” le altre chiese, incitato biomorfi e manufatti al libero amore, proclamata l’imminenza della fine del mondo, dichiarato “orrido commercio” l’esistenza delle banche e delle assicurazioni, ordinato duemila robosacerdoti e proclamate due crociate contro le società immobiliari.
Dopo qualche giorno di allegro, mistico bailamme un certo Juda’s Priest aveva staccato la spina resettando l’unico Dio (o magari il secondo o il centomilionesimo) comparso in carne e ossa nella galassia.
È questo il motivo per il quale i Torà sono guardati con sospetto su ogni pianeta e di loro si dice ogni male possibile. 

 
La parola Ultraciber ha gelato i presenti come se qualcuno sulla Richard Ginori avesse aperto un portello sullo spazio dimenticandosi di chiuderlo.
– Sigrid Wassermann! – Chiama Aquila Yò-yò.
– Presente! – Urla un Nazisauro in divisa bruna.
– Dovresti vedere di fare un po’ di pulizia, mi segui?
– Con piacere.
– Usa pure i mezzi che preferisci. – Prosegue il coniglioide.
– Sissignore.
– Mentre cerchiamo Foxtrot abbiamo bisogno di Ordine, é chiaro?
– È assolutamente evidente, Signore.
Aquila Yò-yò fissa Gadarmon e sorride. – Cominceremo a fare pulizia dalla sua nave, comandante. È contento?
La fronte dello Xingù si copre di sudore.
– Possiamo cominciare anche subito. Andiamo!– Urla il nazisauro giunto alle spalle del malcapitato Gadarmon.
– Arrivederci, comandante, mi dia sue notizie. – Dice Aquila Yò-yò guardando allontanarsi il rettile in divisa bruna rigido come un palo e lo xingù che fatica a mettere un piede dietro l’altro.
– Bene, ora che quei due imbecilli sono andati a giocare vi farò una domanda seria. Chi ha fatto sparire Foxtrot? 



 
Tiro al bersaglio
 
Pantaleone, duca di Kroton, si osserva nella lucida superficie metallica di una paratia. Impietosa e fredda questa gli restituisce l’immagine di un tizio macilento, la faccia brunastra per la barba non fatta, i polsini della camicia di batista smangiucchiati e il colletto grigio. A rendere completo il quadro di decadenza e abiezione, gli angoli di una copia dell’ «Osservatore Robotico» trovato nelle latrine che fanno capolino sotto l’orlo della giacca abbottonata (bottone- bottone – asola vuota – bottone – spilla da balia – pezzetto di cordino).
Insomma, il nostro povero connazionale è ridotto al rango di un barbone da stazione, e i suoi modi cortesi e un po’ ruffiani si sono fatti sospettosi e furtivi.
Anche gli insulti dei marinai ultimamente hanno cambiato registro, commentando oltre alla sua scarsa pulizia anche l’evidente volontà di non lavorare e la palese tendenza al crimine.
Pantaleone ha già colto frammenti di discussione tra alcuni membri della nave, particolarmente ufficiali, dai quali traspare la convinzione che le caratteristiche ostentate da Pantaleone siano tipiche degli umanoidi del suo settore galattico e che non siano disgiunte da un certo talento canoro.
Sorpreso a canticchiare Core e’ mamma di Aurelio Berillio il Duca ha constatato che i presenti si scambiavano occhiate allusive e cenni di assenso, mentre c’era qualcuno che sorrideva, beato come un turista che ha pagato per vedere i selvaggi che ballano.
Nel corridoio transita un robot che ignora completamente il relitto umano che staziona davanti alla parete metallica.
Mentre cammina strascicando i piedi il manufatto recita una sorta di mantra formato quasi esclusivamente dalla parola “farfallina”, termine gergale tra i robot per indicare il portello ventrale caratteristico dei manufatti.
–… Apri la farfallina, la farfallina, la farfallina, ma che bella farfallina… dolce farfallina lucida e freddina… lasciami toccare la tua farfallina… – Salmodia il robot e Pantaleone sorride sinistramente come un Mandrake invecchiato e sfrattato.
L’azione di sabotaggio alla quale si dedica da giorni, fondata insieme su alcuni caposaldi della dottrina ultraciber e sull’esaltazione di un robusto appetito robosessuale, sta dando frutti molto più copiosi e rapidi del previsto.
Dottorwatson, il primo tecnico robot conquistato alla fede Cibersex, una specie di ispettore Callaghan con cicatrice sullo zigomo e volto amaro e vissuto, si è fatto a sua volta predicatore e così è stato per tutti i robot via via convertiti.
Quella sera il Duca incontrerà Des Esseintes, il capo tecnico robot della megacorazzata Potemkin e lo trarrà dalla loro parte, il giorno dopo sarà la volta del capo tecnico della Corazzata Bounty, poi di quello dell’incrociatore corazzato Aurora e così via fino a quando, ad un suo semplice segnale, tutti i robot della flotta insorgeranno vendicandolo.
La sirena dell’allarme della Katakomba tronca l’ennesima farfallina sulla bocca metallica del robot mentre le luci della nave virano ad un rosso sanguigno.
Pantaleone prima di andare a nascondersi da qualche parte sbircia la sua immagine virata carminio nella paratia e rabbrividisce delle sue sembianze da zombi sanguinolento centrato da un Tir. 


 
– ASSUMERE LA FORMAZIONE DI ATTACCO.
Intima la voce di Arn Periferiko teletrasmessa sul ponte della Katakomba.
– L’OBIETTIVO È DAVANTI A NOI, TRENTA SECONDI ALL’ACCENSIONE DELLE UNITA’ DI PROIEZIONE.–
Il Duca di Kroton si nasconde nella sua cabina e chiude la porta. 
 
I mangiasabbia stanno per scontrarsi con la flotta kerrabbia in una delle piu' grandi battaglie stellari degli ultimi decenni. I due ammiragli, una giovane promessa in piena ascesa, Arn Periferiko, ed un campione affermato e ricco di esperienza come Exilir Torrismond Qvatten stanno per misurarsi in uno scontro titanic d gli es ti q tomai inc rt 
 
Pantaleone distoglie lo sguardo dall’interno della sua giacca e smette di leggere il frammento di articolo consunto ed incompleto che la fodera.
Lui ha la bella fortuna di essere presente a quello scontro titanico e farebbe volentieri un cambio con l’autore di quello stupido articolo di un mese prima.
Rabbrividisce per il freddo e non solo.
A seccarlo particolarmente è la possibilità di morire nello spazio come un cretino, con la bocca aperta a respirare il vuoto come l’invitato di un programma tv e senza la possibilità di vedere realizzato il suo sogno di vendetta.
– ACCENSIONE UNITA’ PROIEZIONE IPERTERMICA.
La Terra é da qualche parte davanti a loro, ma Pantaleone, sepolto in una cabina del terzo ponte non può vederla e nemmeno rabbrividire alla vista delle navi Kerrabbia che scivolano fuori dallo spazio Gaalighe una dopo l’altra, illuminate come pesci abissali ed altrettanto voraci.
– PROIEZIONE!
La flotta mangiasabbia apre il fuoco e lo spazio si illumina di fasci luminosi diretti contro le forme scure ed opache della flotta mercenaria di Sirio che rispondono con altri fasci luminosi.
Sarebbe anche uno spettacolo non male da vedere: una specie di micidiale aurora boreale, altrettanto silenziosa e impressionante.
Peccato che questo non sia un film.
I computer di bordo delle due flotte calcolano quasi istantaneamente le virate e gli scarti necessari a sfuggire ai raggi ipertermici e alle batterie di siluri lanciati ad un ritmo isterico.
Se Pantaleone si trovasse sul ponte di comando della Richard Ginori potrebbe godersi lo spettacolo e vedere sotto di sè la Terra, verde-azzurra e fasciata di nubi, placida come un’anziana signora alla prima di una commedia musicale.
Poi, a un certo punto, vedrebbe una nave media della flotta kerrabbia uscire dalla formazione e lanciare un piccolo oggetto luminoso che acquista velocità avvicinandosi alla superficie della Terra.
Pochi secondi dopo potrebbe vedere la patria della specie Homo Sapiens, o meglio il frutto di anni di lavoro della Satan e Soci, vaporizzarsi in una nube luminosissima che colora di riflessi argentei i presenti sul ponte di comando dell’ammiraglia Mangiasabbia.
A quel punto Pantaleone vedrebbe Arn Periferiko bestemmiare come l’Olonese e minacciare di impiccagione il viceammiraglio Ra, Aquila Yò-yò con le orecchie adagiate sulle spalle intento a fissare il soffitto della nave bofonchiando oscure maledizioni ed il Grande Geosinclino sibilare come un amplificatore in risonanza.
Se invece Pantaleone si trovasse all’interno di una piccola nave camuffata da centro elioterapico grazie ad alcune sedie da giardino in cattivo stato e un annaffiatoio arancione, vedrebbe un individuo con eleganti baffetti biondi che si fa un bicchierino in compagnia di un tartoide, due umani, una pornodiva, un lemuroide con grossi occhiali neri e un gatto.
– Ottima la prima. – Sta dicendo.
– Temo che il simulatore di campo gravitazionale non riusciremo più a recuperarlo. – Osserva il robot-pornodiva.
– Ne abbiamo altri. – Lo rassicura il tartoide.
I due umani, un maschio ed una femmina, non dicono nulla e bevono a piccolissimi sorsi, ancora sconvolti per aver visto la Terra, sia pure in copia conforme, sparire come una pastiglia di Alka Seltzer. 


 

8.2.19

Calibano 28totto. Missione impossibile


In attesa che le due flotte comicino finalmente a spararsi addosso, sarà bene spiegare un paio di cose sulla guerra presso i galattici.
L’arte bellica nella galassia ha ovviamente raggiunto un livello di raffinatezza tecnologica terrificante, tanto che il ricordo dello Scudo Spaziale di Reagan suscita tenerezza, più o meno come il fucile da caccia tanto amato dal nonno e lasciato a far ruggine in soffitta dopo i funerali.
Anche il costo degli armamenti in dotazione delle flotte galattiche é terrificante: il primo articolo del regolamento di guerra dei comandanti di astronave recita: “Non fatevi distruggere nulla che non siate in grado di ripagare con il vostro stipendio”
Di conseguenza la maggior parte delle guerre combattute tra le stelle comporta l’esibizione ostentata di armi sempre più scenograficamente impressionanti, nella speranza di indurre il nemico alla fuga o alla resa senza inutile dispendio di denaro.
Ulteriore conseguenza – questa volta sul design – le astronavi da guerra sono bruttissime, cattivissime, minacciosissime, hanno dimensioni smisurate, sono irte di aculei, piene di inutili rostri e disegni di mascelle spalancate, luccicanti come alberi di natale diabolici e accompagnate da cupi clangori metallici, stridenti ed inquietanti.
La storia militare galattica dell’ultimo secolo é ben rappresentata dalla figura dell’Ammiraglio Fatal Novara, capace di vincere ben quattro battaglie contro flotte numericamente preponderanti camuffando la sua flotta da “pensione economica- vista sul mare- juke-box e ping-pong, grande spaghettata a ferragosto e caccia al tesoro”.
La quinta volta il nemico comparve sotto forma di “Settimana Piovosa in Villeggiatura” e il geniale ammiraglio si suicidò.
Naturalmente le due flotte – Kerrabbia e Mangiasabbia- ricche di esperti nell’arte militare, stanno ritardando il momento dello scontro finale per studiare un’apparizione abbastanza agghiacciante da permettere una vittoria compresa nel budget.
Le navi Kerrabbia hanno già sperimentato gli schemi di battaglia denominati: “Arrivo in albergo di gita scolastica”, “Dibattito in studio all’indomani delle Elezioni”, “Sosta in Autogrill di Corriera di Gitanti”, tutti rigorosamente proibiti dalla Convenzione di Betelgeuse e proprio per questo utilizzati dai comandanti Kerrabbia.
Da parte loro i Mangiasabbia continuano da giorni ad esercitarsi negli schemi: “Buffet freddo gratuito per un gruppo di impiegati”, “Gruppo Corale Alpino amatoriale” e “Matrimonio con cinquecento e passa invitati”, ma le manovre non riescono troppo bene e Arn Periferiko, comandante in capo della flotta dei Mangiasabbia, è talmente nervoso e pungente che persino i Geosinclini e gli Ortosinclini girano alla larga per non incontrarlo.
I membri della piccola flotta della Satan e soci, godemichizzata da un cartello con scritta rossa “DIVIETO DI DISCARICA”, assistono loro malgrado alle esercitazioni delle due grandi flotte nemiche.


Volendo si può anche girare la faccia, è ovvio, ma lo spettacolo dell’orrido è affascinante e i componenti dei minuscoli equipaggi della società immobiliare di Gomorra girano per i corridoi pallidi e pieni di tic, si azzuffano per un nonnulla e di notte dormono malissimo.
– Fanno sul serio. – Pelagio distoglie con fatica lo sguardo da un gruppo di navi Kerrabbia impegnate nello schema denominato: “Dame di carità ad una Pesca di Beneficenza” e beve un sorso da una fiasca appesa alla cinta. – Magari si distruggono tra loro. Magari.
Mirella getta uno sguardo oltre l’oblò della nave e rabbrividisce: – Non avrei detto che gli alieni fossero capaci di tanto.
Pelagio si stringe nelle spalle e commenta filosoficamente: – Ognuno é l’alieno di qualcun altro.
E., luminoso come un campo di grano dipinto da Van Gogh, interrompe la masticazione della razione di emergenza XR-45 (all’aroma di caffelatte) e sorride beato. – Che bella frase, Pelagio.
– Grazie.
Il ronzio sonnolento del comunicatore di Spazio 1 interrompe la conversazione non troppo vivace tra gli occupanti della “Voodoo”.
– Qui Ahriman Godetai. Buongiorno. – L’immagine del sauroide con monocolo ed elegante tunica crema e vermiglia si forma in un angolo della sala da pranzo della nave.
– Buongiorno. – Rispondono in coro i presenti.
– Doppio Kuemmel ha cominciato a lavorare… – Il nobilsauro esita – E…
– …E qualcuno dovrebbe uscire dal Campo Godemichè, qualcuno particolarmente abile e fidato. Dovrà portare con sè qualche accidente di marchingegno per qualche scopo che poi vi dirò, mentre io e gli altri coraggiosamente coordineremo le altre attività. E così? – Pelagio sorride: conosce bene i suoi polli.
Ahriman annuisce con uno scatto nervoso della testa: – Più o meno. Tra poco arriveranno lì da voi Doppio Kuemmel ed Eisenstein che vi spiegheranno meglio la cosa…
– C’é qualcos’altro, vero? – Pelagio cerca sempre di definire nel modo più chiaro le dimensioni della propria sfiga.
– Ci sarà anche mio figlio Neurite. – Deve ammettere il sauroide.
– Ah.
– Doppio Kuemmel é qui per girare un film, lo sapete no? E quindi bisognerebbe non lasciare trapelare nulla sul vero scopo della nostra missione. E ovviamente assecondarlo.
– Tutto qui? – Chiede Pelagio con una punta di sospetto nella voce.
Ahriman fa strani gesti con le mani. – È tutto qui.
– Non ci credo.
– Giuro giurin giurertola, Godzilla fammi diventare una lucertola. Va bene così? Beh, tanti auguri, ragazzi, siete il meglio della nostra squadra.
– Lo so. – Taglia corto Pelagio
– Beh, arrivederci. – L’ espressione imbarazzata del sauroide svanisce in un breve lampo di luce.


– Ma che cavolo hai da sorridere, eh? – Fa Rumpus ad E.
– Ma, la luce… – Balbetta il quasi trentenne, incapace di spiegare il riflesso che lo ha spinto a sorridere al lampo di luce.
– Lascialo stare, dai, Rumpus. – Interviene Mirella. – Pelagio, cosa dobbiamo fare?
– Eh? Ah sì. Pregare credo, meditare sul senso dell’esistenza, comprendere il fine ultimo delle nostre miserabili vite. – Il tartoide si alza lentamente grattandosi la nuca. – Vado a vedere come va la nave, visto che tra non molto dovremo fare un bel po’ di straordinario. Conan, vieni con me.
Il lungo pilota della Satan e la bionda sintetica scompaiono, diretti ai reattori Gaalighe. Visti di spalle fanno una bella coppia impossibile: Pelagio in tutablù e Conan in slip di pelle nera e reggicalze. Fossi Mapplethorpe li fotograferei.
Un attimo dopo esce anche Rumpus alla ricerca del suo contenitore della sabbia.
– Fattifottograffà. – Canticchia il sorianone in corridoio.
– Non sarò mai simpatico al tuo gatto. – Commenta E.
Mirella sorride. – Un po’ di gelosia. Nemmeno tu l’hai mai sopportato.
– Mi odia, anzi mi disprezza. Adesso è pure geloso. Meno male che pesa solo sette chili.
Mirella si alza stirando le braccia. – Sette chili e mezzo. Ma è un gran bastardo. Beh, Sei pronto a salvare la terra?
– Che domanda, e tu?
– È quello che tentavo di fare quando ancora ci vivevo. Le marce, le riunioni, GreenPeace, la guerra al salmone norvegese in busta e sfuso, le balene che cantano e le balene che crepano, le discariche abusive, i fiumi blindati, i giovedì del pedone. Mi sono sbattuta un casino e incazzata anche di più. Ma non conoscevo Conan, Pelagio o la Satan e soci. Così mi piace di più.
– Quelli là fuori fanno sul serio, Mirella.
– Lo so. Ma comunque Kerrabbia e Mangiasabbia non sono mica peggio di Edwin Teller o di Ossequio Fede o delle petroliere della Exxon.
– Preferirei Ossequio Fede. (pausa) Forse no.
– Io no sicuro. Il popolo di Pelagio dice: “Ora il Crudele Signore riposa e sorride, ma i suoi stupidi servi non conoscono pace.”
– Ho già sentito qualcosa del genere…
– Certo, anch’io, ma come lo dicono i tartoidi é più carino.
Mirella sorride. – Dai, andiamo, che forse più tardi avremo un momentino per noi. Devi ancora spiegarmi cosa fa il paguro con la conchiglia…
E. diventa paonazzo e con una gomitata fa cadere il bicchiere con il caffè – autosolubile ed autoriscaldante alla semplice dichiarazione “Adesso mi farei un bel caffè” (Proprietà Società sintedetica “Skizzo” di Marechiaro).
Poi, tentando di salvare il caffè, fa cadere il comunicatore portatile che si accende.
Voce di Conan: – Ah, Pelagio, ma sarà bello abbandonarsi così alla passione?
Voce di Pelagio: – Stringi qui.
Ancora Conan: – Mi ha detto che il mio modo di parlare é terribilmente sexy.
Pelagio: – Mmhhh, questo giunto é un po’ ballerino, passami la chiave ipercardanica.
Conan, tono sognante: – Sì. Il fatto é che mi piace come mi tratta, é così … gentile.
Pelagio, quasi incazzato ma educato: – Conan, questo é un trapano.
Conan, confuso: – Scusa. Tieni. Oh, scusami ancora, un attimo (rumore di attrezzi smossi, sospiro prodotto da un tartoide esasperato) Ecco, l’ho trovata. Ti dicevo…
– Spegni. – Dice Mirella ed E. la vede sorridere teneramente.
Dovrebbe avere una polaroid sotto mano: Mirella sul tenero è rara come una bisvalida.
E. solleva il comunicatore e lo spegne. – Andiamo. 

 
Piange il telefono.
 
– Ma mi trattano come un escremento, capisci Aquila?
– Eh…
– Qui muoio di freddo, di fame, per le umiliazioni. Non é nemmeno stata mia l’idea di usare quell’imbecille di Cilicio Benelli.
– Beh… – Aquila Yò-yò è poco loquace. Intento ad accarezzare un segmento della notevole anatomia della proprietaria originale dell’idea, si sta chiedendo come togliersi dai piedi l’inopportuno Duca, ultimamente simbionte del tele-imago come una massaia.
– … E poi questa idea della flotta non é molto opportuna. Cazzo, mica pensavo di andare in guerra io. Aquila, ci sei? Bene. No è che ho paura. I Kerrabbia sono dei guerrieri nati, ci faranno un paniere a totem, minimo. Niente, una frase di quand’ero ragazzino. E poi questa nave non é sicura, il comandante passa il suo tempo a gozzovigliare, bere e ridere di me…
– Ma non puoi farlo smettere? – La Verdalmata parla ad alta voce perché l’altro la senta. Aquila Yo-yo le fa strani cenni e si stringe nelle spalle.
– Cosa dici? Farlo smettere? Ci ho provato, ma non mi apre neppure la porta. Cosa hai fatto alla voce, Aquila? Lo sai che il tuo teleimago non funziona? Non ricevo l’immagine.
– È il teleimago che c’è sullo yacht del grande Geosinclino. – Spiega il coniglioide.
– Continua, sì… – Mugola la verdalmata.
Aquila Yò-yò fa gli occhiacci alla sua compagna.
– Sì, continuo. Ma il fatto é che solo tu puoi fare qualcosa. Hai una voce strana, sai? Non stai mica covando un raffreddore per caso? Io qui sono perennemente raffreddato e il guaio é che a nessuno gliene importa nulla. Ho una coperta piena di buchi e ho il bagno in comune con l’equipaggio. Pensa che ci vado solo quando non c’è nessuno in vista, altrimenti mi fanno certi scherzi che non sarebbe di buon gusto…
– Già. Vedo cosa posso fare. Il guaio é che il grande Geosinclino… Sai com’é fatto, no? Poi adesso che ce la dobbiamo fare coi Kerrabbia non é il momento, capisci cosa voglio dire?
– Eh, sì , io capisco, ma…
– ALLORA SPUTO TE NE VAI O DOBBIAMO VENIRE LI’ A TIRARTI FUORI?
Ci sono due xingù all’esterno della cabina del tele-imago della “Katakomba”. Il duca si affaccia al vetro: cambia poco sapere chi è stato dei due, ma va così, ci sono cose che si fanno senza motivo.
– Uh, uh! Cosa guardi surgelato? – Urlacchia lo xingù più alto e quasi magro, con metà baffi bianchi e metà neri.
– Non lo toccare eh? Se no poi devi disinfettarti. – Dice il secondo xingù, più vecchiotto e un’aria quasi simpatica.
– STA BENE LA MAMMA? – Ulula il primo.
– TAGLIA, ABBIAMO FRETTA. – Spiega il secondo. 

 
– Li senti, Aquila? Li senti? È sempre così, ogni occasione é buona per insultarmi ed umiliarmi… –
– Cheppalle, ma quand’é che la pianta? – Esclama la verdalmata.
– Cos’hai detto? – Strepita il povero duca.
– HAI FINITO, STRONZO? IL MIO AMICO QUA È UNO CHE SI STANCA FACILE! – Urla il primo Xingù mentre il secondo comincia a battere con una moneta sulla porta della cabina.
– Fatti coraggio, resisti. UuuAAAAuuuuhhhh! –
Tari-La si è stancata di aspettare ad ha iniziato con un giochino appreso qualche giorno prima da un manuale per la felicità sessuale tra membri di specie diverse. Aquila Yo-yò riesce a stento a posare il ricevitore del tele-imago e dimentica il suo interlocutore fino alla prossima volta.
Il duca di Kroton guarda inquieto il ricevitore improvvisamente ammutolito, chiedendosi il motivo dell’urlo finale del coniglioide.
– SCEMO, LA DOCCIA È DI LA’.– Urla baffo bicolore che ha finalmente divelto la porta della cabina.
– Prego. – Pantaleone esce, ancora dignitoso, e si allontana buttandosi la sciarpetta bianca di seta sulla schiena. Prodigioso: sembra Isadora Duncan. Baffo bicromatico gli fa lo stesso dei gestacci.
– CHE PUZZA! – Commenta.
– INSOPPORTABILE. – Conferma l’altro.
Il duca di Kroton, ormai fuori tiro, li sente sghignazzare e fare altri commenti sulla sua igiene personale. Depresso si avvia verso la sua cabina, fermandosi solo per nascondersi in un incavo della parete sentendo qualcuno avvicinarsi.
– Buonasera signore. – Il robot astromeccanico passa davanti al suo nascondiglio e il duca ha un’idea.
– Robot. – Dice sottovoce.
– Prego, signore?
– Nella mia cabina ho alcune riviste, sai, quelle per progettisti di robot, quelle un po’… allegre. Ho anche qualche video di istruzioni di montaggio…
Gli occhi del robot astromeccanico si accendono di un bel rosso rubino.
– Sono di servizio. – Dice serio.
– Robot per il servizio domestico, con crestina e pettorina, il pannello aperto per riparaz…
– Dov’é la sua cabina? 
 
La vendetta di Frankenstein  

Non so voi, ma io ho sempre avuto un debole per loro, – i Robot – fin dai tempi del magnifico Robbie del “Pianeta Proibito”. 

 
Mi piaceva che fossero sempre rappresentati come creature candide, curiose e servizievoli, serie come bimbi intenti ad un tema particolarmente impegnativo, ma capaci di chissà quali riflessioni e considerazioni dentro le loro belle zucche di metallo.
Viceversa non ho mai avuto molta simpatia per gli androidi, versione perfezionata degli esseri umani, robot che hanno rinunciato alla propria sana e pulita veste metallica per calarsi nei nostri panni, ereditando anche i nostri difetti.
Singolare che anche presso i popoli ed i governi della Galassia questa sia stata l’opinione prevalente. La distinzione tra robot propriamente detto e androide, data la recente possibilità di riprogrammazione molecolare che abbiamo visto in azione per Conan, è un po’ meno salda di un tempo – questo è vero – ma chi è nato robot, robot resta in fondo all’anima anche se pornodiva, capitano di cargo stellare, gru intelligente, taxi-taxista e sostituto di padrona di casa con ospiti sgraditi.
“Ma sono intelligenti i robot, comunque programmati? Provano emozioni e sentimenti simili ai nostri?”
Sì, certo, ma bisogna tenere conto di alcune peculiarità della psicologia robotica (Robopsicologia, se il termine nato con la D.ssa Susan Calvin vi piace di più) dovute all’altrettanto peculiare psicologia del primo costruttore di robot, l’ormai famosissimo Desìo Chiamato del sistema di Porkpiehat.
Come riportano, anche con una punta di malignità, i principali testi di storia ad uso delle scuole galattiche era egli un individuo molto grasso e come spesso capita in questi casi timido, amabile e incline ad una tenue malinconia ed a una concezione elegiaca dell’esistenza.
Questa tipologia personale era acuita dalle peculiarità del suo pianeta d’origine: il freddo e solitario Lacustre, dodicesimo satellite di Giovannino Biribò, un gigante gassoso a righe orizzontali rosse e blu.
I primi turbamenti del giovane Desìo Chiamato sono legati al nome del pianeta gigante che notte e giorno occupa gran parte del cielo di Lacustre, conferendo ad ogni cosa una morbida sfumatura viola e rendendo i suoi abitanti i poeti e compositori più suggestivi e deprimenti del cosmo.
Terminata la scuola dell’obbligo il giovane Desìo era stato iscritto dai provvidi genitori ad una scuola di tipo tecnico. Pensavano di garantirgli un futuro e in un certo senso avevano ragione. Ma al povero Desìo, entrato in classe tra gli ultimi, parve di aver attraversato lo Stige per approdare ad un inferno personale.
I suoi compagni lo accolsero con sghignazzi, risatine, cachinni, belati, ululati, fischi e cartacce. Dopo pochi secondi partì un coro: “È arrivato Giovannino / Biribò – Biribò – Biribò / Troppo grasso, troppo ciccio / per entrare nel paltò.”
La mamma aveva commesso l’errore di vestirlo con un maglione a righe rosse e blu, ma forse il problema non era tutto in quel particolare, forse sarebbe bastato non arrivare per ultimo o quasi, o non guardarsi intorno intimidito o farsi scortare dalla mammina fin davanti alla porta dell’aula o chissà cos’altro. La scelta di uno zimbello in qualunque comunità è un fatto misterioso.
Seguirono alcuni tentativi di ignorare la cosa o “di prenderla con spirito” come gli suggerivano genitori ed insegnanti, ma ben presto il povero Desìo dovette rassegnarsi alla realtà: ogni suo tentativo di inserirsi nella vita sociale della classe, qualunque sforzo per valorizzare la sua immagine, per lasciar apparire la sua grande sensibilità naufragava miseramente contro quel maledetto nomignolo: Giovannino Biribò (anzi biribòbirbòbirbò, come da canzoncina), pronunciato con scherno e sufficienza dai più ricchi e sicuri di sè e con crudeltà compiaciuta dai più poveracci ed imbranati, sollevati dall’aver qualcuno messo peggio di loro con cui sfogarsi.
Dopo un anno di strazio e la composizione di una cinquantina di poesie (le celeberrime “Odi alla Disperazione solitaria”, più tardi premiate con il Calvarzio Dorato dall’Accademia Poetica di Lacustre), il giovane Desìo giunse a una conclusione definitiva: se nessuno voleva essergli amico si sarebbe procurato un amico da solo, una creatura insieme forte, sicura di sè, molto intelligente ma anche sensibile, capace di apprezzare la sua vena malinconica e disposta a condividere le sue tristi notti interrogandosi sui più profondi perchè dell’esistenza e della sofferenza.
La decisione spinse il giovane Desìo ad una carriera scolastica formidabile, culminata nella laurea in ingegneria robotica acquisita presso un ateneo prestigioso. 

 
Ormai definitivamente abbigliato con la famosa maglia a righe, provvisto di biglietti da visita con la feroce canzoncina stampata oro, sempre solo e poco amato dai colleghi di lavoro della Robotek S.p.A., che ridevano di lui (ma già con una punta di isterismo), il giovane Desìo perseguiva con determinazione assoluta il suo progetto.
Il primo prototipo, un robot alto quattro metri con cranio in ghisa, (“…Siccome la piccolezza delle parti mi ostacolava decisi di procedere alla costruzione di una creatura di dimensioni imponenti, tale da incutere timore e soggezione” scrisse nei suoi appunti di lavoro), si rivelò fondamentalmente buono, ma dotato di una mente molto semplice.
– Quale sofferenza? È tutto così bello e colorato.
Rispondeva Prototipo Uno alle osservazioni di Desìo. – Stai allegro, su. Vuoi un caffè?
Dopo alcuni tentativi di inserire un circuito di malinconica tristezza nella grande testa di Prototipo Uno, Desìo Chiamato passò senz’altro a Prototipo Due. Dovette nascondere in casa il povero Uno: la sua semplice vista determinava nei concittadini un inspiegabile isterismo e li spingeva ad organizzare grandi cacce al mostro alla luce di improvvisate fiaccole ed a parlare con un bizzarro accento gutturale.
Prototipo Due possedeva effettivamente alcune delle caratteristiche volute da Desìo, ma ahimè in un grado tale da autosmontarsi per lo sconforto dopo una conversazione di prova sulle abitudini delle Formiche Blindate di Gakkum.
Prototipo Tre, un robot di formato ragionevole, dotato di un circuito Ironico per prevenire altri spiacevoli incidenti, si rivelò ben presto creatura troppo intelligente e malevola per i gusti di Desìo. La sua irritante abitudine di intercalare le risposte con la frase: “Che megapalle Desìo, perchè non andiamo al cinema?” indusse il geniale lacustre alla progettazione di un Prototipo Definitivo.
Gettatosi nel lavoro con grande impegno, dopo aver ceduto Tre ad una stazione TV che ne fece un incisivo ed innovativo cabarettista, Desìo raggiunse il suo obiettivo in una notte di tempesta, sotto la luce viola di Giovannino Biribò schermata da grandi nubi.
– Prendi Vita mia creatura! – Urlò il grande roboticista e Definitivo aprì i grandi occhi da moscone fissandolo con timida malinconia.
– Perchè, perchè questa vita? – Furono le sue prime parole. – Perchè son io ad affrontare il grande, insondabile abisso del mondo? Son io forse vivo o son ombra di un sogno? O siamo forse noi tutti sogni che qualcun altro sogna e la nostra assurda vita non sarà forse destinata a scomparire al primo raggio di sole come illusione, come orma sulla sabbia che il vento disperde ? 

 
Il successo di Desìo fu talmente completo che ben presto tutte le principali società produttrici gli offrirono cifre iperboliche per acquisire i diritti di costruzione su Definitivo, un tipo di robot contemplativo, malinconico e grande lavoratore, esattamente ciò che i loro clienti desideravano.
Divenuto favolosamente ricco Desìo Chiamato rimase tuttavia sempre fedele all’amicizia di Definitivo, intrecciando con lui un dialogo ricco e stimolante, ben sorretto dagli ottimi piatti preparati da Uno.
Oggi i robot modello Definitivo, sono in funzione praticamente in ogni angolo della Galassia, spesso frustrati ed umiliati, obbligati ad una conversazione sciatta e banale fatta solo di ordini o di minacce, cosa che, come vedremo, può portare anche le creature più pazienti all’esasperazione.
“Temete l’ira dei miti.” È scritto.