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8.3.20

Il Mare Obliquo 58

Davanti alle mura di Ulfa, Kwister e i suoi amici si chiedono come potranno mai liberarla dalle migliaia di assedianti. Ma Oakin ha portato con sé un tipo di arma sconosciuto ai nemici.
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– Da dove arriveranno mai, le macchine da guerra? I Semurgh sono sempre stati così rissosi che da soli non avrebbero mai inventato nemmeno il cucchiaio. – Jay Wediliun, acquattato nell'erba alta, parla a voce bassissima, lanciando frequenti occhiate intorno.
– Non è difficile immaginarlo. Arriveranno da dove sono arrivate le frecce di Jeghu Eshida. Direttamente dai magazzini reali di Dancemarare. Se penso che quell'imbecille di Nyby Ornoll ha mandato i figli delle migliori famiglie del regno a morire per i Cancelli d'Occidente… mentre quelli ci cucinavano questo bel piattino.
– Piano, Oakin, ci sentiranno.
– Ma se riesco a ritornare a Farsoll…
– Fai silenzio, vecchio rospo. I Semurgh possono essere ovunque. Anche dietro la tua coda.
Il comandante della Goren resiste alla tentazione di voltarsi per non dare soddisfazione a Kirzil e scruta ostentatamente il dosso della collina che scende dolcemente verso la città. – Vedete le mura? Come sono scure, profonde e inclinate? Sono molto antiche: Ulfa è da anni e anni la capitale della Lega delle Chiuse ed ha già dovuto affrontare molti assedi. L'abitano uomini e gu'hijirr che vivono in pace e buon accordo, dediti ai propri commerci e alle proprie faccende. Solo da poco tempo si sono uditi profeti e arcimaghi che predicavano la superiorità della gente nuova. Così almeno mi hanno detto negli ultimi viaggi. Adesso comprendo chi li inviava e pagava i loro sporchi uffici.
– Come pensi di agire, Oakin? Quali armi formidabili ci nascondi? – Chiede il Barone Enklu.
– Nulla di nuovo. – Replica asciutto il gu'hijirr.
– Ma non avrete potuto portare la granatiera fin qui…
– La granatiera no, ma le granate sì. I miei marinai ne portano cinque ognuno. Si spargeranno lungo il declivio a nord, uno ogni cinquanta passi. Quando Usimbal lancerà la prima… là, la vedete barone quella grande tenda color mostarda? Lì sicuramente sta l'Anansi di Tedeki… quando questo avverrà gli altri marinai saranno pronti a lanciare le proprie proprio nel mezzo delle milizie assedianti. Poi, mi auguro che gli Ulfani siano pronti ad approfittarne.
– Ci sarà poco lavoro per le spade, ma sicuramente è meglio così. – Osserva il barone.
Oakin sorride. – Non siatene certo. Quando Uhban, Semurgh e Tedeki cominceranno a correre verso le cime della Corona ci passeranno molto vicini. E noi potremo contribuire ad aumentare il caos.
– E se da Ulfa non arrivasse nessun aiuto? – Chiede Harvaiun.
Oakin sbuffa. – E se invece dei piedi avessi un paio di pinne? Cammineresti male, non trovi? Se sarà così improvviseremo qualcosa, ci penseremo al momento. Adesso silenzio. 
 


Kwister appiattito al suolo – posizione che, nonostante la necessità, trova assai poco dignitosa – attende che gli giunga all'orecchio il suono della prima delle esplosioni. Ha già udito il formidabile fragore della granatiera della Goren, ma in quell'occasione il rumore era arrivato imprevisto e quindi non l'aveva scosso più di tanto. Ma questa volta l'attesa lo rende nervoso, molto più che nelle precedenti attese di battaglia.
Accanto a lui Usif-Lizhi solleva a intervalli regolari la testa sopra il livello dell'erba, ma quanto al resto sembra tranquillo come l'invitato a un matrimonio.
– Chissà che disturbo sarà per voi il rumore delle granate, Marr Usif-Lizhi. Mi dicono abbiate orecchie molto delicate.
Il notturno per guardare il massiccio Lupo-drago non solleva la testa, ma si appoggia su un fianco. – Non posso negarlo. Ma tutto è preferibile a quest'attesa.
– Non posso darvi torto. Chissà quando verrà il segnale dell'attacco.
– Da qui i nemici si distinguono agevolmente. I mantelli rosso scuro dei Tedeki. Dicono che vengono tinti con il sangue dei loro nemici.
– Sangue di porco e sterco secco. Infatti puzzano. – Mormora a mezza voce il Duca.
– … E gli elmi con il puntale degli Uhban, con il quale si lanciano a testa bassa contro i nemici…
– Come stupidi montoni…
– … e gli scudi alti di cuoio e legno dei Semurgh, che portano legati sulla schiena.
– Per gente abituata ad accoltellarsi alle spalle è certamente il posto migliore per portare uno scudo.
– Vedo che non avete molta considerazione per i nostri nemici, Duca.
– Idioti superbi e vigliacchi. Si sentono forti perché sono tanti, ma non si amano e se Ulfa dovesse cadere finirebbero per massacrarsi tra loro per il bottino. Non sono un esercito ma solo una grossa banda di tagliagole. Al primo spavento scapperanno come lepri. Quando i Notturni dominavano il Kie non avevano neppure il coraggio di mettere il naso fuori dalle loro tane.
– Già. Ma ora la mia gente non si interessa più di quanto avviene nel mondo. E comunque devono essere molto abili gli emissari di Dancemarare a riunire in un'unica armata popoli tra loro rivali.
– È ciò che la Lega delle Chiuse ha sempre temuto. Semurgh da Nord, Uhban da Sud e Tedeki da Est. Deve essere costata molto denaro questa alleanza. Speriamo che siano denari sprecati.
– In fondo siamo qui per que…
Il fragore della prima granata arriva molto più smorzato di quanto si attendessero. Una fontana di terra, erba, fumo e fuoco sorge improvvisa davanti a loro, dove fino a un istante prima sorgeva la tenda dell'Anansi.
Al segnale di Usimbal è la volta degli altri marinai della Goren di lanciare le proprie granate. Si alzano in piedi, mulinano la frombola e con un movimento secco, elegante lasciano partire piccoli oggetto neri e opachi che superano d'un fiato la distanza che li separa dall'accampamento degli invasori.
Kwister e Usif-Lizhi nascondono il capo nell'erba quando la granata giunge al suolo per risollevarlo un istante dopo, a controllare l'effetto dell'esplosione.
Terminata la prima serie di lanci i gu'hjirr attendono che il fumo si sia sollevato per riprendere il tiro. Dalla nebbia grigia che avvolge le prime tende dell'accampamento vengono urla e i nitriti terrorizzati dei cavalli.
– … povere bestie. – Mormora distintamente Oakin e dà a Usimbal, ancora in piedi, il segnale per il secondo lancio.
Come in un'innocua esercitazione le granate esplodono l'una accanto all'altra. Il terreno brontola e l'aria ha un odore secco e pungente.
Ussai, Farsoll! – Gridano insieme i marinai gu'hijirr, sollevando le frombole.
– Le porte di Ulfa… guardate! – Sibila Harvaiun quando anche il fumo della seconda serie di esplosioni si è sollevato.
Le massicce porte di bronzo della città scivolano lentamente sui cardini. Nell'ombra una fila di lancieri nella livrea azzurra e viola della Lega delle Chiuse abbassa le lance ed esce sulla spianata al piccolo trotto. Un silenzio innaturale domina la scena. Anche gli invasori, paralizzati, assistono alla manovra dei temibili lancieri Hymn come spettatori di una parata. Gli Hymn sono stati i loro nemici per decenni e i loro colori significano morte in tutte le terre del Kie. 
Quando il terreno rimbomba del rumore degli zoccoli dei cavalli, Usimbal urla con tutto il fiato che ha in corpo: – Adesso! Tirate! Ussai Farsoll!
Una lunga fila di fiori di fuoco e fumo si accende tra i Semurgh, gli Uhban e i Tedeki.
Nella piana i lancieri si allargano in tre lunghe file che travolgono i pochi guerrieri che hanno vinto il terrore delle granate per andare ad affrontare gli Hymn. Alle loro spalle vengono correndo i piccardi e gli arcieri di Ulfa, a terminare l'opera.
Ben presto gli invasori abbandonano ogni parvenza di resistenza organizzata, abbandonano le macchine d'assedio, travolgono i propri ufficiali, gettano le armi e corrono disordinatamente verso la cima delle montagne.
Usimbal attende che il primo gruppo di tedeki in fuga sia a un centinaio di metri per lanciare la quarta serie di granate.
– Adesso! È il nostro momento!
Il Duca Kwister non attende neppure che il fumo si sia diradato per gettarsi giù dalla discesa, incontro ai nemici.
– Attendete Duca Kwister! Ancora un lancio… – Grida inutilmente Usif-Lizhi, ma il Lupo-drago nemmeno lo sente. Al notturno non resta che alzarsi in piedi, snudare la egyri e seguirlo.
Se la vista del massiccio Lupo-drago che scende rapidamente l'erta mulinando la lunga spada aumenta il loro panico, vedere correre a pochi passi da lui un uomo-di-luna incurante della luce del giorno, con gli occhi accesi come lanterne e la grande spada ricurva che si accende di riflessi dolorosi, li getta definitivamente nel terrore.
Fuggono come lepri abbandonando armi e armature, qualunque cosa ostacoli i loro movimenti. Urlano: – Tradimento! – E – Antayul! – Il nome che i loro popoli attribuiscono ai Notturni. Ed è soprattutto questo secondo grido a rendere deboli e spaventati anche i più risoluti e coraggiosi tra loro. 

 

27.2.20

Il Mare Obliquo 57

Dopo un piacevole e inaspettato soggiorno nell'antica foresteria dei Gu'hijirr bruni, Kwister, Usif-Lizhi e gli altri giungono fino a Ulfa, ma una brutta sorpresa li attende.
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Un raffinato gioco di contrappesi permette di far scorrere nello stesso modo anche le finestre. La luce pallida del tramonto illumina un vasto ambiente circolare, vuoto e pulito. Lungo un segmento della circonferenza c'è un ampio caminetto e nel centro della sala una scala conduce al piano superiore.
– Non male, non male davvero. – Commenta Harvaiun, tuttora eccitatissimo per aver indovinato il segreto dei Bruni.
– Cristallo. Vero cristallo. – Noro Eban accarezza con la punta delle dita le finestre del loro asilo. – Anche a Dancemarare non saranno più di una trentina i palazzi che hanno veri cristalli alle finestre.
– Invece i bruni lo usavano anche per il semplice rifugio di una piccola guarnigione. Impressionante. Dovevano essere immensamente ricchi e potenti. – Aggiunge Jay Wediliun
– E tutti questi meccanismi? Se pensi che il re dei Gu'Hijirr va fiero solo per aver fatto mettere una cerniera girevole al basamento del suo trono, c'è proprio da ridere. Qui tutti i nostri artigiani avrebbero moltissimo da imparare.
– … e noi un sacco di soldi da fare.
– Proprio vero.
– Dobbiamo riuscire a tornarci.
– Piacerebbe a tutti tornarci. Se non altro perché sarebbe la prova che in un futuro più o meno vicino saremo ancora vivi.
– Hai ragione, Kirzil. Sarà meglio rimandare questi progetti.
– Già. Forse è il caso di accendere il fuoco.
– E cucinare qualcosa.
Liberare il tiraggio si rivela più facile del previsto e ben presto un allegro fuoco illumina e scalda la stanza. All'esterno la tempesta è ripresa, ma il vento e la pioggia battono inutilmente i vetri del rifugio. 
 

– Coraggio! Fuori il cielo è lucido e azzurro come uno specchio e il sole è caldo come il bacio di una donna innamorata. Muovetevi, sbrigatevi!
Una serie di grugniti e di imprecazioni accoglie l'ottimo umore di Kirzil Pennarossa e la luce del giorno che scivola nella stanza dalle finestre aperte dal gu'hijirr.
– Su, belli. Ulfa la bella ci aspetta, con le sue focacce calde alle olive e le sue femmine stanche dei mariti.
– Perché sono stanche dei mariti?
Una risata sottolinea l'imbarazzo di Kirzil, che ha dimenticato la presenza tra loro di Moridee. La bambina spunta con il naso dalla coperta e accanto a lei, seduto a gambe incrociate, Usif-Lizhi sorride maliziosamente. – Allora, Kirzil dei Mappin, perché mai le donne di Ulfa sono stanche dei loro mariti? Spiegalo a Moridee.
– … Ecco…

– Perché i loro mariti sono sempre in giro sul Drew – A togliere d'impaccio il gu'hijirr interviene Mahaderill. La sua voce morbida e profonda risuona nella stanza come una carezza e per un attimo tutti provano la medesima sensazione di abbandono e di pace di un bambino risvegliato dalla madre. – Non si fermano mai abbastanza a casa. – Continua la gwellyniuin – Non le guardano e non le baciano. Così sono stufe di loro.
– E Kirzil e gli altri vogliono baciarle?
– Certo. Così si sentiranno meno sole.
– Bello. – Moridee scivola completamente fuori dalla coperta e fissa bene in volto il gu'hijirr. Sorride divertita. – Devi proprio essere buono, Kirzil. E anche gli altri.
– Già… – Il gu'hijirr scuote la testa e le restituisce un mezzo sorriso perplesso. "Chissà se è giusto educare una bambina a questo modo"



Si lasciano alle spalle il Ghy-dunand accompagnati da un vento fresco e profumato, dopo una colazione a base di biscotti secchi e tisana al tiglio. La strada si incurva leggermente verso il basso, procedendo sul fianco dei monti. Sotto di loro il corso del Drew scivola argenteo e silenzioso, più lontano, oltre i Colli Grigi, il Deserto Scheggiato riflette la luce del sole come una gigantesca lastra di vetro adagiata sull'orizzonte.
– Bello spettacolo, non è vero?
– Devo ringraziare questo mantello magico se posso godere di queste meraviglie. Eppure voi, Duca, forse non sapete quanto possa essere bello il mondo illuminato dalla luce della luna, visto dalla schiena di un ippogrifo. Gli ippogrifi possono salire fin dove l'aria è tanto sottile e fredda che le loro grandi ali trovano appena sostegno.
– Fino a toccare la luna?
– Così dicevano i poeti.

"Oyster il bello raccolse la luna
in seno la nascose e volò
fin sulla schiena della nube più alta
al centro del cielo la depositò
perché le onde rabbiose dell'oceano
non potessero più rapirla al mondo."

– Questo è il Tempo Elisyum, non è vero? Il poema dei Notturni.
– Sì. È la traduzione fatta dal bardo Bylitisan-drai per i Re della Casa degli Odo di Dancemarare. Oyster è un nome che molti delle terre d'Occidente conoscono.
– In realtà la luna è un altro mondo, separato dal nostro da un oceano di vuoto. Così almeno mi hanno insegnato nella mia Marrak. E nessun ippogrifo o altra creatura volante potrà mai raggiungerla. Ma si dice anche che i Notturni provengano proprio dalla luna. E che il desiderio che provano per lei nasca dalla nostalgia.
– Conosco questa leggenda. Bella, come molte leggende, ma altrettanto assurda. E il sole?
– È ancora più lontano, fortunatamente. Le sorti del nostro mondo vi sono unite ed esso vortica come una pietra in una frombola, attorno alla mano che la regge. E grazie al cielo si tratta di una mano instancabile.
– Questo lo lessi anch'io nei libri della mia famiglia. Dufigh il Nero vi aggiungeva che il mondo si avvicina e si allontana al sole e a questo si debbono le stagioni. Ma in questo era contraddetto da Gayun il sottile che invece sosteneva che il mondo fosse rotondo come un'arancia e inclinato. Le terre più lontane dalla sua luce sono le più fredde e le stagioni sarebbero dovute al variare dell'inclinazione del mondo nel corso del suo viaggio intorno al sole.
– Ingegnoso. E quale ipotesi prevalse?
– Dufigh il Nero proveniva da una famiglia più in vista. E così nei nostri libri la sua tesi ha più spazio. Ma ciascuna rocca fa per sé. Nella mia la tesi di Gayun era preferita. Anche perché esistono altri mondi che, come il nostro, ruotano intorno al sole. E il mondo d'argento, per esempio, Urìa, si mostra periodicamente incompleta, come se un altro mondo gli facesse ombra.
– In questo la vostra famiglia sembra contraddire i vostri grandi viaggiatori, che sostengono di essere giunti al limite del mondo e aver visto le acque dell'oceano circolare, il mare obliquo, che cadono oltre l'Orlo e, grazie alla capillarità, ritornano al centro del mondo, alla Sorgente Ultima, a formare il grande ciclo dell'Acqua.
– I nostri grandi navigatori talvolta non si sono mai mossi dalle loro rocche. Ma erano ottimi narratori.
Il duca Kwister ride. – Siete un eccellente conversatore, cavaliere Usif-Lizhi, anche se non mi pare abbiate sufficiente rispetto per le vostre tradizioni.
– Le tradizioni ci stanno uccidendo. Siamo un popolo tanto colto e scrupoloso nel rispettare gli usi degli antenati che nessuno riesce più neppure a soffiarsi il naso senza aver consultato una dozzina di antichi libri. – Una punta di rabbia è penetrata nella voce del notturno, che ha distolto lo sguardo dalla strada e fissa l'aria davanti a sè. – Abbiamo paura di ciò che deve venire, paura delle nuove vite, terrore dell'infanzia. La nostra ansia per la fine che si avvicina è tale da volerla anticipare, rifiutando di dare vita a figli e nipoti. E il nostro popolo ha ormai una mente vecchia, timorosa, pavida. 

 
Educatamente Kwister preferisce tacere. Le riflessioni di quello strano notturno risvegliano in lui l'ansia per la sua missione. A muoverlo è una semplice profezia, versi e parole che da anni nelle marrak tutti si ripetono abbassando la voce. "Da dove vengono venti tanto forti da scuotere Ruthen e Lö?". E mentre Enklu ha attraversato le coste d'occidente, fino a Prospera, l'Isola-Continente, altri Lupi-Drago hanno percorso Uhbarr o le terre Asciutte oltre Klezmer, Lidele e Odeser, gli ultimi castelli di Bartsodesch, il suo compito è attraversare il sud e l'est per trovare finalmente il nemico che da anni i Lupi-Drago attendono.
«Il nostro nemico sta nella cinta di Dancemarare, e come un titanico ragno assassino tesse la sua tela tra Urag, le Porte d'Oriente e il Drew, ormai lo sappiamo. Ma anche qui, in queste terre lontane, vi è modo di combattere contro Konstantin, ferirlo, spezzare i suoi fili e i suoi nodi».


– Fumo. Lo vedete? – Usimbal, il secondo della Goren indica un punto oltre una cresta.
– Oltre quella cresta c'è Ulfa. Circondata dai monti, abbracciata dal fiume, come dicono a Farsoll. – Oakin fa un cenno a due suoi marinai. – Precedeteci. Arrivate alla cresta e guardate cosa accade.
I due marinai accellerano il passo e ben presto scompaiono oltre l'orlo della strada in salita.
– Ulfa è dunque terra gu'hijirr? – Chiede Enklu.
– Un'antica alleanza unisce la Lega delle Chiuse al regno dell'Estuario. – Conferma Oakin, stranamente solenne. – Dovere di ogni suddito del nostro re ("chiunque egli sia in questo momento" sussurra Usimbal)… del nostro re, dicevo, è difenderne le città della Lega come difenderebbero la cinta di Farsoll.
– I Semurgh?
– È probabile. Hanno già preso Villa Lou. Uxsiel Flynnen è deserta come una tomba e se cade Ulfa per la Lega non vi saranno più speranze.

Continuano a camminare in silenzio, attendendo che i due marinai portino loro notizie.
Non è passata più di un'ora che i due gu'hijirr ricompaiono correndo.
– I Semurgh. – Dice il primo di loro. – Hanno circondato Ulfa e hanno grandi macchine da guerra.
– Sono ovunque come formiche e le loro tende affollano i fianchi dei monti come funghi. – Continua il secondo.
– Vi sono anche le tende di cuoio degli Uhban e gli stendardi di Tedeki. – Termina il primo.
– Vi sono segni di resistenza sulle mura della città? – Chiede il Duca Kwister.
Il primo gu'hijirr annuisce. – Gli spalti sono sorvegliati e recano i colori di Ulfa.
– Bisogna andare a salvarli!
La frase di Kirzil, solitamente assai poco guerresco, li prende di sorpresa.
– E come faremo, Kirzil dei Mappin? Siamo appena una trentina. E i nostri nemici sono migliaia. – Risponde per tutti Noro Heban.
– Abbiamo i nostri mezzi, non è vero Oakin?
Il vecchio marinaio sospira e si stringe nelle spalle. – Sì. Ma bisogna ugualmente studiarsela bene. 

 

17.2.20

Il Mare Obliquo 56

Il viaggio verso Ulfa di Usif-Lizhi e dei suoi amici continua a piedi, camminando su un'antica strada dei Gu'Hijirr Bruni. La piccola Moridee che li accompagna si rivela una risorsa inattesa.
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– E questa sarebbe una strada?
Oakin, lontano dalla sua nave e degradato da marinaio a viandante, ogni dieci minuti recrimina e maledice l'antica via scavata dai Gu'Hijirr neri e che procede a mezza costa sui monti Ndy fino a Monte Bilgiam, che domina Ulfa.
– La strada è abbandonata da secoli e solo i Silvani ne conservavano il ricordo. Senza questa strada ci saremmo già perduti nei boschi e saremmo finiti dritti in qualche accampamento di Semurgh.
Oakin sa alla perfezione che il Barone Enklu ha ragione, ma questo non gli impedisce di scuotere la testa e imprecare a bassa voce. – Avremmo potuto procedere lungo la costa, trainando la nave.
Il suo secondo deve averlo udito perché non perde l'occasione per rimbeccarlo. – Dai, Oakin, lo sai che era impossibile. La corrente ce l'avrebbe strappata di mano. Oppure saremmo finiti in mezzo al fiume con lei. La Goren sta bene dov'è, ancorata nell'Ansa del Guaritore. Se torneremo la riprenderemo e viaggeremo comodamente spinti dalla corrente.
– Maledetto Usimbal. Possibile che quelli della tua schiatta non perdano mai la lingua?
Ma dopo quell'ultimo augurio Oakin decide di tacere e guardare dove appoggia il passo. La strada dei Bruni, selciata con pietre tagliate a stella, così accuratamente posate che ben pochi semi sono riusciti ad attecchire tra le connessure, è tuttavia consumata e ingombra di rami e tronchi marciti di alberi caduti. In qualche punto il fondo ha ceduto e la pavimentazione è divenuta il fondo di larghi stagni circolari che li obbligano a complicati giri nel sottobosco fittissimo.
Il cielo non si è rasserenato dopo la tempesta del giorno precedente e grandi nuvole scure lo attraversano veloci stendendo la loro immane ombra sulle montagne.
A intervalli regolari la strada si allarga davanti a piccole costruzioni fatte della stessa pietra del colore della sabbia bagnata che pavimenta la strada.
– Forse ospitavano piccole guarnigioni. Guardie per il controllo della strada – Aveva ipotizzato Kirzil.
– No. – Moridee l'aveva contraddetto con compiaciuta sicurezza. – Erano stazioni per il cambio dei cavalli. Ve ne sono sei come questa, poi una più grande dove era possibile riposare e mangiare. E il ciclo si ripeteva ogni settantasette ghy. Ogni undici ghy una costruzione, al settantasettesimo una stazione di riposo.
– E cosa sarebbe un ghy, signorina Moridee?
– La misura di lunghezza dei Gu'hijrr bruni. Un ghy vale undici fud, ciascun fud vale sette kogdam e ciascun kogdam vale undici flitten. 
 – Sette e undici, curioso. Dovevano avere una vera passione per questi numeri. – Osserva divertito il Duca Kwister.
– È perché possono essere divisi solo per se stessi o per uno. Tutto ciò che hanno fatto i Bruni è basato sull'unicità . – La bambina si stringe nelle spalle. – I bruni erano fatti così.
– E tu come lo sai?
Moridee esita a lungo prima di rispondere. – Mio padre. Mi ha raccontato di loro. Mi ha mostrato i loro libri. 

 
– Scusa. Avrei dovuto immaginarlo.
– Perchè ti scusi, Duca lupo? Mio padre è sicuramente vivo. Quelli come lui, che conoscono tante parole, sono preziosi. Nessuno li uccide. Lui me l'ha ripetuto tante volte.
– Hai ragione. E noi lo troveremo.
Moridee annuisce seccamente, come se anche quella risposta fosse già prevista.
– Ma forse non hai mai visto i nostri libri, Moridee.
La bambina si volta verso il Notturno e fa segno di no con la testa.
– Vi si parla spesso dei Numeri unici. Tutto si può dividere in parti più piccole. Una pietra, un vaso, persino una montagna. Ma i numeri unici si possono solamente ridurre a tante unità, dalle quali ripartire da capo per ricostruire le cose. Solo ciò che vive è indivisibile. Così dicevano i nostri antichi maestri. Ma molte delle cose che hanno scritto sono state lette negli in-quarto dei gu-hijirr bruni. Prima di noi, sono venuti loro. E mi sembra impossibile che un popolo tanto saggio sia scomparso dall'orlo del mondo. – Usif-Lizhi parla piano, in un soffio, come se le montagne avessero orecchie e potessero riferire le sue parole ai loro antichi abitanti. – Tu sei stata fortunata, Moridee, perché hai potuto vedere i loro libri.
– Erano molto grandi e molto pesanti. Mio padre li leggeva tenendo i guanti. Erano in una stanza di cui solo lui aveva le chiavi. E solo lui poteva leggerli. Ma io li ho toccati. – Sorride nel raccontare la sua audacia. – Quando lui non guardava. Ma non li ho mai rovinati.
– Sicuramente sei stata tanto saggia quanto fortunata.
– Un pochino mi annoiavo. Ma solo un pochino. E poi non capivo le parole. Solo qualcuna. Mi piacevano le carte, però, erano colorate. C'era anche il fiume. Il Drew. Lo chiamavano Taifon, loro.
– Erano queste le loro terre? – Chiede Kwister.
– Certo, Duca Lupo. C'erano nelle loro carte. E c'era anche il Kie e le Montagne dell'Orlo. Mio padre diceva che sono nati proprio qui. La loro capitale si chiamava Minìnghal e aveva mille e mille colonne. Era al centro di quello che adesso chiamano il Deserto Scheggiato. Io penso che sia un peccato che adesso non ci siano più. Avevano degli strani abiti, bellissimi.
– Il tempo si porta via le nostre vite e anche le nostre città. – Risponde il Duca, senza davvero rendersi conto di parlare con una bambina di otto anni. E Moridee annuisce solennemente, come faceva quando era il padre a esprimersi sul passato e sul futuro.



– Dove ci fermeremo? Il tempo non sembra abbia intenzione di migliorare. – Disse Harvaiun dopo un paio d'ore di silenzioso cammino.
Sollevano il capo. Il giorno si sta consumando, sconfitto dalla nubi che lo presidiano, massicce e oscure come enormi navi. La strada proprio in quel momento giunge in cima a una cresta e il vento li assale. Si stringono intorno a Moridee e alla fata Mahaderill e debbono rallentare il passo.
– Bella domanda, Share. Qualcuno sa rispondere? – Chiede Oakin.
– Tra poco incontreremo un settantasette-ghy. E ci potremo fermare per riposare. – Annuncia Moridee.
– Un cosa?
Ghy-dunand. I Bruni lo chiamavano così. Erano tutti segnati sulle loro carte. Io però non ne ho mai visto uno. Dalla strada che parte dall'ansa del Guaritore si arriva al ventidue-ghy. Poi ce ne sono stati altri quattro. Tra poco ci dovrebbe essere il settantasette-ghy. Chiaro?
– Perbacco! Chiarissimo. Chi ha detto che a stare sempre in mezzo ai libri si perde tempo? Eh, Oakin?
– Dipende. Se sei tu a farlo, Kirzil dei Mappin, sicuramente perdi il tuo tempo.
Il Ghy-dunand appare subito dopo un lungo e difficile tratto della strada che passava all'interno di un bosco di pini neri e altissimi.
– Quello è il settantasette-ghy. – Dichiara Moridee e si mette a correre.
– Dove vai? Fermati! – Le urla inutilmente dietro Enklu, gettandosi all'inseguimento un attimo dopo. – Può essere pericoloso!
La costruzione dei gu-hijirr bruni è grande come un palazzo di Farsoll e, come un palazzo della capitale dei gu-hijirr, è sollevata dal terreno.
Moridee è arrivata allo spiazzo che la circonda e si ferma a guardarla. Enklu vi arriva un istante dopo e le appoggia una mano sulla spalla.
– Come si entra? – Le chiede.
Moridee scuote la testa. – Questo non lo so. Penso che legassero i cavalli sotto il palazzo per ripararli dal vento e dalla pioggia.
– Ma non ci sono finestre. È tutto chiuso.
– Ci saranno, solo che non si vedono. – Ribatte la bambina con logica stringente.
– Già. E nello stesso modo non si vede la porta.
In breve tutti, marinai e viaggiatori, si dedicano a esplorare palmo a palmo il pavimento e le colonne alla ricerca di un passaggio, di una leva, di un segnale che indichi il modo di penetrare nel Ghy-Dunand.
– Io ne ho abbastanza. – Il primo a cedere è Harvaiun che si siede sul pavimento e si libera rumorosamente dello zaino. – Per me è sufficiente una coperta, un fuoco e un tetto sopra la testa. È vero che la casa è senza pareti, ma di questi tempi ho imparato ad accontentarmi. Avete capito? Lasciate perdere. Qui ci vorrebbe qualcuno dentro, qualcuno che apra. Ma qui l'ultimo ha chiuso la porta e non si è posto il problema di quelli che sarebbero arrivati mille anni dopo.
– Temo che tu abbia ragione, per una volta. Ma mi secca rinunciare. Se riprende la tempesta questo tetto servirà a ben poco. Tu Moridee sei proprio sicura di non ricordare qualche disegno, qualche trucco?
La bambina, pallida, si stringe nello scialle prestatole dalla fata Mahaderill e scuote la testa. – Non lo so, Kirzil, ti giuro che non mi ricordo nulla.
– Pazienza, speriamo nella misericordia degli dei.
Anche Pennarossa decide di seguire l'esempio di Harvaiun e si siede accanto a lui. – Quando avranno finito di agitarsi dovremo accendere un bel fuoco. E metterci sopra qualcosa a cuocere. – Una raffica di vento più forte lo obbliga ad abbassare la testa. – Sempre che si riesca ad accenderlo.
– Hai notato, Kirzil? Ci sono undici colonne. Dieci disposte tutte intorno e una, più grossa, al centro. 

 
– Ovvio. Contavano per undici, questi qua. I palazzi di Farsoll stanno su dodici colonne, tre per quattro. Mi sembra più logico, tre per quattro. E si sale da una botola. Ma qui non ci sono botole.
– Certo che proprio voi gu-hijirr non riusciate a trovare un passaggio. …
– E che cavolo vuol dire? La gente li chiama gu-hijirr bruni giusto perchè avevano la pelle coriacea come noi. Ma non assomigliavano a noi più di quanto un rospo assomigli a una tartaruga.
– Già. Mi sembra un bel paragone. Le tartarughe sono più belle, comunque. Ci sono sette linee scolpite su ciascuna delle colonne. Voialtri non avete mai avuto abbastanza senso artistico per decorare le vostre famose palafitte. Sette linee ondulate, piuttosto belle. Sette, sette, sette, sette, sette…s… otto?
– Come otto?
– La colonna centrale, ci sono otto linee.
– Ma va'. Non sai più contare.
– Giuro. – Harvaiun si alza per controllare. Passa in mezzo agli altri, ancora intenti a scrutare la superficie inferiore della costruzione nel tentativo di scorgere il disegno di una botola da forzare, e si piazza davanti alla colonna.
– Una, due, tre… – Preme con forza il dito sull'anello ondulato di pietra che circonda la colonna. – … quattro, cinque, sei, sette, OTTO! Vist…
Con un cupo cigolìo la parete della colonna scivola verso l'interno, mostrando i gradini stretti di una scala che sale verso l'oscurità e Share Harvaiun, tuttora infervorato nella sua discussione con Kirzil, è il primo a penetrare nella fortezza dei bruni, anche se non con la dignità appropriata.
– E bravo, pesce! – Gli grida Kirzil.