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13.1.20

Il Mare Obliquo 50

Il tradimento dell'Arciduca Kostantin ai danni di Artamiro è giunto al suo epilogo. Nel grande accampamento dell'armata scoppia una furibonda battaglia che contrappone la gente nuova ai popoli degli antichi re. 
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– Ho mandato messi al campo dei soldati di Teardraet. Ed altri al campo di Bartsodesh. Altri sono pronti a partire per le Case Reali di Vamaiun e Ornoll. – Il giovane Liest indica un minuscolo tavolino illuminato da una lampada ad olio. – In quanto a voi, so che avete raddoppiato la guardia intorno ai vostri attendamenti, non è vero Barone Deshigu?
Il Lupo-Drago annuisce. – Ho ricevuto istruzioni dalla Meridiana dei Marr ed una lettera del Duca Dymiu di Lö, Ombra del Duca Kwister.
– Cosa vi ha scritto?
– Non sono autorizzato a dirlo.
Il principe Tamu Hiniun annuisce. – Avete ragione, perdonatemi. Ma speravo che le decisioni dei vostri anziani potessero illuminare anche me e la mia gente.
– Avete incontrato il generale Kataiud?
– Si dice che egli sia gravemente malato. Ad assisterlo vi erano gli uomini del Conte Burlagh.
Il lupo-drago scuote il capo con un moto rabbioso. Il corto pelo intorno alla bocca è ingrigito dal tempo, ma il barone non sembra aver perduto né forza, né lucidità. – Gudiak Adhun! La vita del generale non vale più di un filo di paglia ormai. Sapete chi dovrà sostituirlo?
– Chi lo sa? Forse lo stesso Burlagh.
– Le nostre genti non possono rimanere oltre con le mani in mano, non credete?
– Siamo spiati, sorvegliati. Credete sia possibile organizzare qualcosa qui nel campo? Non siete arrivato qui voi stesso di nascosto? Sono certo che i sicari di Kostantin si muoveranno senza preavviso. L'unico luogo sicuro è il campo della gente di Teardraet, che non si è mai mescolata a noi.
– Diffido di Teardraet. Egli intende condurre una guerra solo per se stesso.
– Neppure le vostre precauzioni potranno salvarvi da Konstantin. Noi siamo dispersi, divisi, orgogliosamente e stupidamente retti mentre lui è contorto, spietato e procede per realizzare scopi che possiamo solo tentare di intuire. Molte sono le voci che riguardano il suo odio per la Gente Antica e il suo desiderio di un regno che vada da capo Wiggdon e Mune Kathani alle foreste di Cera ed oltre.
Il barone Deshigu annuisce. – Ho udito anch'io di tali voci. – Solleva la lunga spada ricurva fino all'altezza del petto con un movimento improvviso. – Possiedo la via per abbandonare una situazione tanto poco onorevole. E molti tra coloro che mi assaliranno dovranno seguirmi nella via oltre l'Orlo.
– Dovremo unirci, rafforzarci. Meglio ancora abbandonare il campo.
– Artamiro è ancora tra noi.
– Egli vive già tra le ombre. Quando ogni compito affidato da Konstantin ai suoi uomini sarà compiuto, egli morirà.
Il Lupo-Drago chiude gli occhi e scuote il capo. – So cosa si mormora. E io stesso sono tormentato da dubbi e timori.
– Una potente magia ha ucciso il mio buon amico, il Duca Rossiter. Un vile sicario ha spacciato Tiatikenn: il vecchio mago deve aver sentito o riconosciuto qualcosa.
– Non vi sono stati testimoni alla morte del Duca Rossiter.
– O forse un testimone c'è ed ora giace indifeso, circondato dagli scherani del Conte Burlagh.
– Invierò una memoria al Duca Dymiu.
– Forse sarà troppo tardi. Preparatevi: quando Artamiro morirà, verrà il nostro momento.


– Cosa succede?
– È solo il vento. Annuncia la primavera.
– E queste voci? Sembrano pianti, lamenti.
Drjol, il mago Gu'Hijirr, si alza a sedere sul proprio giaciglio. – Sembrano provenire dalla tenda di Re Artamiro.
Tamu Hiniun annuisce. – Il momento è venuto. Chiama i servi. Che preparino le mie armi ed il mio cavallo.
Drjol annuisce e si affretta ad alzarsi.
Mentre si prepara il Liest ascolta con attenzione i suoni provenienti dalla grande tenda del Re dei Cancelli d'Occidente. – Non senti, Drjol? Non ti pare di udire rumore di spade e cozzare di scudi? 
– Temo di sì, mio signore.
Tamu Hiniun affretta i suoi preparativi, senza riuscire ad immaginare chi possa combattere al cospetto del Sovrano appena morto. Che Deshigu si sia mosso in anticipo, ubbidendo alle sue raccomandazioni? Eppure non vi era più stato modo di incontrarsi e le sue lettere erano rimaste tutte senza risposta.
Si affretta ad uscire dalla tenda trovando ad attenderlo un piccolo gruppo di cugini, già armati e pronti.
– Andiamo a vedere cosa accade. – Annuncia ad alta voce. – A cavallo.
Rapidamente raggiungono il Recinto Reale, illuminato da un ampio cerchio di grandi torce, la cui fiamma fuma e si piega agli urti del vento.
Davanti alla tenda si affollano decine di fanti, armati di tutto punto che vociano e si spingono senza riuscire a procedere di un palmo.
Alla luce incerta e fuggevole delle torce il Liest intuisce più che vedere le forme possenti degli Erbani, schierati in triplice ordine davanti all'ingresso della tenda reale, che colpiscono e uccidono i soldati del Conte Burlagh, molto superiori a loro per numero.
– Hanno ucciso il Re! – Grida fortissimo Faithe, il suo cugino più giovane. E senza fermarsi a riflettere il syerdwin si lancia con la spada alta verso il cielo trapunto di scintille rosse a caricare gli innumerevoli soldati del Conte.
Tamu Hiniun esita solo per un attimo, quindi si alza in piedi sulla sella e solleva a sua volta la spada, la Urvann che i suoi antenati avevano portato in battaglia contro i Lupi-Drago molti secoli prima.
Le ultime file dei fanti del Conte si volgono nel sentire il rumore degli zoccoli e le grida del piccolo gruppo di Syerdwin, e nella luce mutevole delle torce non riescono a comprendere il numero dei loro nemici. La terra asciugata dal vento sembra moltiplicare il numero dei cavalli e alcuni dei fanti del Conte schierati nelle ultime file lasciano cadere la spada e lo scudo e fuggono. Il panico si trasmette rapido come fiamma in un pagliaio, mentre le ombre urlanti dei Syerdwin piombano addosso ai pochi che non sono fuggiti, travolgendoli.
I soldati alle loro spalle si sbandano oppure arretrano verso i loro compagni, tuttora impegnati dagli Erbani della guardia di Artamiro.
In un istante il caos si è impadronito delle schiere fedeli a Konstantin, che lasciano cadere armi e bandiere, cercando scampo nel buio. Dubro, il primo degli Erbani, alza la sua grande scure che nella luce rossa delle torce sembra agli atterriti soldati del Conte un enorme pendolo che scandisce il tempo dell'eternità.
Le antichissime creature avanzano combattendo silenziose, muovendosi perfettamente all'unisono come i migliori tra i reparti del Re.
È bastata una manciata di minuti perché Erbani e Syerdwin rimangano padroni del campo.
– Dubro. – Grida Tamu Hiniun frenando il cavallo. – Hanno ucciso il Re?
Il Silvano annuisce insieme ai suoi fratelli. – Siamo stati traditi. Io-Noi sappiamo. Un veleno ha spezzato i suoi tristi sogni.
– Andiamocene di qui, presto. I soldati di Konstantin torneranno.
I Silvani esitano. Non hanno bisogno di guardarsi per sapere ciò che ognuno di loro pensa. Un attimo dopo due di loro portano all'esterno della tenda il corpo di Artamiro, disteso su una barella e vestito della sua armatura.
– Possiamo andare, ora. – Dice Dubro.


Vagano per il campo divenuto un caotico campo di battaglia, illuminato dagli incendi che gli uomini di Konstantin hanno acceso ovunque.
La guardia di Artamiro ed i cugini di Tamu Hiniun si trovano più volte a combattere e nel frattempo il loro gruppo aumenta e si popola di altri Syerdwin, di Gu'Hijirr, di fedeli ed amici del Duca Rossiter.
Alla fine non son meno di cinquecento a seguire la bandiera di guerra degli Hiniun e le grandi asce degli Erbani. Ma per quanto la piccola armata si adoperi e attraversi il grande campo per difendere gli attendamenti della gente degli antichi Re, i soldati di Dancemarare sono troppi ed il loro attacco condotto nel buio ha gettato nel panico i loro ex-alleati, rendendoli facile preda del tradimento.
Hiniun ed i suoi cavalcano per il campo, ma sempre più spesso ad attenderli trovano tende bruciate, cadaveri di gu'Hijirr e Syerdwin uccisi nel sonno, i loro oggetti rubati o spezzati, le insegne, gli onori dispersi e calpestati.
– Taressiun, Itiuun, Yodeniun… qui termina il futuro delle grandi Case Nero-Bianche. – Grida Tamu Hiniun, il volto pallido di Syerdwin reso fulvo dal riflesso della fiamma. – Cosa potrà mai ridarci la fiducia, la speranza di un altro mondo all'indomani di questa infamia? Uccisi nel sonno come cuccioli insani, da coloro che avevano considerato come amici e fratelli… Il mondo ha davvero esaurito i suoi domani. Cosa faremo, dove andremo con questo ricordo maledetto infitto in fondo all'anima? Come potremo ancora ridere, amare, vivere dopo aver conosciuto questo inferno? Come potremo allevare i nostri piccoli, curare i nostri malati se l'odio ci consumerà a tal punto? – Il principe Syerdwin si copre il viso con le mani coperte dai guanti metallici e per un attimo il suo volto diviene una maschera di sangue e acciaio. La gente della sua piccola armata rabbrividisce a quella vista e sente il cuore fermarsi per un istante.
– Cugino, rincuorati. Noi siamo ancora vivi e possiamo ancora combattere.
– Dici bene Faithe, ma nessuno potrà riempire ancora di sabbia l'ampolla della clessidra e ignorare il tempo malefico di questa notte. Tu sia maledetto Konstantin, maledetta la tua genìa fino all'ultimo giorno di questo mondo, che l'eredità di questa notte sia per voi un dolore senza speranza e senza remissione, lo stesso che abbiamo conosciuto noi e che ci avvelenerà il tempo che ci rimane.
Lentamente Tamu Hiniun solleva la sciabola coperta di sangue fino a illuminarla della luce antica del fuoco. – Andiamo, fratelli, non perdiamo altro tempo, lasciamo che il nostro sangue si dissecchi e diventi di sabbia fredda. Mandiamo altri morti sulla bilancia dell'Ombra di Sangue perché non ci creda vili!
Il principe abbassa la celata sul viso con un rumore secco e si getta al galoppo dove vede altre ombre muoversi ed ode rumore di armi cozzare e la sua gente lo segue, spinta da un dolore e da una rabbia che moltiplica le loro forze ed il loro valore. Combattono fino alle prime luce dell'alba, ma i nemici sono infiniti ed attraversano il campo numerosi e feroci come ratti.
Quando un sole scuro e velato di fumo sorge sulla pianura l'armata di Hiniun ha trovato quartiere sulla piccola altura dove sorgeva la tenda di Tiatikenn, ma i nemici sono ovunque intorno a loro, un mare limaccioso dal quale sale il rumore tempestoso delle armi.
Tamu Hiniun fissa lo sguardo sui suoi, ormai pochi e troppo stanchi, sui Silvani, raccolti intorno a Dubro, le grandi asce con il filo ormai ottuso per il troppo scontrarsi con le spade e gli scudi dei soldati di Dancemarare, sui guerrieri del Duca Rossiter che portano ancora in alto l'emblema Rosso e Bianco di Telegin, sui Gu'Hijirr dai volti e dagli scudi di cuoio e li paragona con il minaccioso brulicare steso davanti a lui.

"Siamo riusciti a vedere ancora una volta il sole." Il principe chiude gli occhi e cerca di afferrare saldamente il profumo del mare che ha creduto di sentire per un attimo. "Mi dispiace morire qui, su questa terra arsa e scura, così lontano dalla mia rocca e dalle Acque del Crepuscolo." Riapre gli occhi per comandare l'ultimo inutile attacco per spezzare il cerchio di nemici, ma esita per un istante vedendo uno sbandamento, un'onda attraversarlo.
– Chi è, cosa succede? – Grida.
I suoi cugini scuotono il capo.
– Therrelise e Baran vengono. – Dice Dubro. – Sono qui a scuotere il trono infame di Konstantin.
Hiniun si alza in piedi sul cavallo ed aguzza la vista. – Come puoi saperlo, Dubro?
– I fratelli Immobili sanno, li hanno veduti attraversare la pianura uniti, Spettri di mare e Denti-rossi ed insieme combattere.
Il principe Syerdwin annuisce e finalmente sorride. – Li vedo anch'io. – Ed indica ai suoi soldati le bandiere con la T rovesciata e le torri rosse della Meridiana di Therrelise. – Deshigu e Nivel'Iun. Andiamo ad aiutarli!

17.11.19

Il Mare Obliquo 42

Re Artamiro si sente sempre più solo e tradito. E misteriosi eventi continuano a perseguitare il suo accampamento. Un'inutile carica di cavalleria lo trascinerà molto vicino alla morte.
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– L'hai assaggiato, qualcuno l'ha assaggiato? – Il servitore annuisce con un secco cenno del capo. – E allora vattene, non voglio spettatori ai miei pasti.

Artamiro lancia un'occhiata di puro disgusto al prosciutto di cervo ed al pasticcio di cinghiale e reprime a fatica il desiderio di lanciare per aria piatti, vassoio, coppe ed il tavolo stesso. A trattenerlo è solo il fatto che nessuno della servitù darebbe troppo peso al suo gesto ed entro pochi minuti si troverebbe apparecchiata davanti una tavola identica, fino a quando non si fosse stancato delle sue bizze. «Un re per quanto potente è sempre un bambino» medita tra sè «con il quale usare infinita pazienza ed insieme fermezza.»

Non ci sono notizie da giorni del Duca Rossiter partito con uno squadrone di Lupi-Drago ed un reparto di Arcieri di Eriud alla volta di Huma, alle spalle delle posizioni dell'Armata della Casa d'Oriente per disturbare l'arrivo dei rifornimenti dei nemici. Questi dal canto loro hanno trascorso gli ultimi giorni ad alzare un'alta palizzata di tronchi interrotta da frequenti torrette, come se non cercassero lo scontro in campo aperto ma si preparassero a trascorrere l'inverno su quelle posizioni.

L'invio di squadre di Uhban a cavallo per disturbare i lavori degli uomini di Bartsodesh non ha sortito alcun effetto e così adesso quando lo desidera Artamiro può fare una bella galoppata a nord della foresta per rimirare la lunga palizzata adornata di stendardi.

Dei rinforzi promessi da Vamaiun e da Nyby Ornoll non vi è alcuna notizia e in compenso i miraggi ed i fenomeni inspiegabili continuano. Una fitta nevicata all'interno della tenda del Consiglio ha interrotto una seduta dei generali del suo esercito, sono comparsi volatili smisurati sui quartieri dei Syerdwin presto svaniti senza lasciare traccia, nel corso di una caccia alla volpe i cani si sono azzannati tra loro sbandandosi e la sua concubina preferita, la splendida Dama Ariadne di Lagorosso, gli è apparsa per un attimo dinanzi priva del volto come un Oom.

Tutti quegli incidenti hanno reso Re Artamiro anche più crudele e arcigno del solito, aumentando la sua proverbiale sospettosità e donando ai suoi lineamenti magri e nervosi una patina di anni e di stanchezza, scavando profondamente le rughe sulla fronte e intorno alla bocca.

Artamiro mangia poco e di scarso appetito. All'esterno la luce è grigia e malinconica ed il mondo stesso sembra essersi quietamente accomodato ad attendere la sua fine. Dalla corte arrivano solo cattive notizie: rivolte in lontane provincie, la morte alla nascita del primogenito di sua figlia Calissa. Inoltre dalle città lungo il Drew giungono notizie di uno strano fenomeno che sembra trasformare il fiume, la terra, gli alberi e gli abitanti stessi in bizzarre forme cristalline inerti.

Artamiro ha dovuto prendere decisioni, mandare le poche persone delle quali si fida ad indagare, ricercare, senza riuscire a scrollarsi di dosso la sensazione, sempre più forte, che non solo il suo impero ma la sua stessa vita corrono rischi sempre più gravi.

Teardraet si è ritirato nelle sue isole ed alle sue chiamate attraverso gli specchi gemelli risponde solo raramente, rivolgendogli parole tanto cortesi quanto inutili.

Fa chiamare uno dei suoi ufficiali e gli chiede. – Avete notizie del Duca Rossiter?

– Purtroppo no, Vostra Volontà.

Artamiro sbuffa. – Mi avrà tradito anche lui, se ne sarà andato come il Duca Kwister.

– Le nostre vedette…

– Non mi importa nulla delle nostre Vedette. – Urla Artamiro. – Fate montare la cavalleria. Date l'ordine, presto!

Il giovane ufficiale esita per un istante. – Allora? Tutti gli uomini disponibili, immediatamente. E fate preparare Emmedil e Key. Ho atteso anche troppo. – Il Re percorre a grandi passi lo spazio che separa la sua stanza dall'ingresso della tenda ed indica il cielo grigio. – Il tempo ci è amico, le basse brume copriranno le nostre manovre. Correte.



Rinvigorito dalla decisione Artamiro fa chiamare i suoi Valletti, indossa l'armatura e le insegne che indossava al vittorioso assedio di Chari ed esce dai suoi reali quartieri seguito da un piccolo gruppo di ufficiali e nobili, i pochi che siano riusciti a prepararsi.

Il suo ordine ha scatenato il caos nel campo.

Artamiro lo attraversa ostentando un'espressione di rabbioso disgusto. Ordina di far frustare una ventina di soldati ed ufficiali che gli sono parsi insufficientemente zelanti e a chi gli chiede informazioni urla. – Avanti, si va da Bartsodesh, da quel cane rognoso partorito da una strega e da un sifilitico. A cavallo, presto!

I suoi ufficiali esitano, parlottano tra loro a bassa voce ma nessuno osa discutere con il Re. Nessuno ha il coraggio di dirgli che una galoppata di un'ora sfiancherà i cavalli, che senza le macchine da guerra è divenuto impossibile superare le difese della Casa d'Oriente. Sballottati come marionette nobili ed alti ufficiali seguono Artamiro, che convinto di essere ritornato agli anni della giovinezza, galoppa per il campo esortando, urlando, insultando e minacciando.

In capo ad un'ora si sono raccolte poche migliaia di cavalieri, i Lupi-Drago dalle pesanti armature e dalle lunghe lance, poco più di cinquecento, sono l'unico gruppo che abbia già assunto una formazione e si dimostri pronto. Artamiro con il suo piccolo seguito va a porsi in testa a loro ma prima si ferma a parlare con il loro generale, il Barone Deshigu.

– Mi compiaccio, Barone, i vostri cavalieri sono immancabilmente i migliori.

Il nobile Marr si inchina rigido.

– Fate suonare il trotto. Si va a trovare Bartsodesh.

La tuba dei Lupi-Drago, emette un cupo richiamo ed il terreno trema scosso dagli zoccoli dei grandi cavalli da guerra allevati dal popolo del Nord. Ben presto il cavallo del Re rompe il trotto obbligando i lupi-drago e dietro di loro gli altri cavalieri a lanciarsi di corsa all'inseguimento del Re.

Percorrono la pianura che costeggia la foresta in un lampo, lasciando dietro di loro un terreno devastato e sconvolto, si arrampicano sulle basse alture che separano i due eserciti e ne discendono precipitosamente per accalcarsi sulla piana che fronteggia le fortificazioni di Bartsodesh. Il terreno lì è più arido, basse rocce e sassi affioranti tra l'erba fanno cadere i cavalli più stanchi, ma Artamiro non dà segno di rallentare. Attorniato da una corte di poche decine di cavalieri vede avvicinarsi la palizzata degli Orientali ed ha occhi solo per quella. Alle sue spalle i Lupi-Drago hanno mantenuto una parvenza di formazione frontale e procedono con le lance alzate pronte ad abbassarsi per la carica.

Alle loro spalle il resto dell'armata procede alla rinfusa, i reparti ed i seguiti dei nobili confusi e mescolati in un caotico incrociarsi di insegne e colori. Artamiro si volta più volte e sorride udendo il frastuono prodotto dalla sua cavalleria.

Non si avvede del sudore freddo, dell'incespicare frequente della sua cavalcatura: le basse torri del nemico sono davanti a loro, fragili costruzioni di legno che il loro impeto schianterà. Sugli spalti dell'esercito di Bartsodesh si nota ormai anche ad occhio nudo l'agitarsi dei nemici, l'accorrere alle difese.

Artamiro corre verso di loro come verso un miraggio, inebriandosi del proprio corpo ritornato giovane, e sentendosi forte ed invincibile.

Il barone Deshigu che cavalca al suo fianco è l'unico ad accorgersi della roccia celata nell'erba ed urla con tutta le sue forze attraverso la celata, ma il frastuono sollevato dalle migliaia di zoccoli copre la sua voce.

Il cavallo di Re Artamiro incespica, cerca di ritrovare l'equilibrio, oscilla, sgroppa ed infine crolla a terra con un terribile nitrito. Il re si aggrappa alla sella stupito e quindi precipita e cade immobile in una piccola macchia d'erba. Solo pochi si accorgono subito di quella caduta gli altri procedono ancora verso la lunga palizzata nemica. È il Barone Deshigu a far suonare la ritirata.






L'armata di Artamiro rientra nell'accampamento prima che la luce abbia abbandonato il cielo, portando con sè numerosi feriti ed un re che ancora respira ma la cui anima sembra aver abbandonato per sempre il corpo.

– Come sta?

Quiffrin il Cerusico, un rarissimo Syerdwin albino, apre esageratemente gli occhi di un rosa che ricorda il colore dei fenicotteri di Farsoll e si stringe nelle spalle, un gesto morbido, appena accennato.

– Siamo nelle mani di Miollkanei. – Dichiara a bassa voce citando una divinità del suo popolo. – La Polvere di corteccia di china combatte la febbre e l'infuso della Diedea mantiene leggeri e veloci i liquidi corporei. Sua Volontà non ha ancora ripreso conoscenza ma nulla nel suo capo sembra essere gravemente danneggiato. – Il Syerdwin nel pronunciare quelle parole lascia che il suo sguardo incontri quello di Drjol, il giovane mago Gu'Hijirr. – Questo almeno secondo l'onorevole opinione del mio stimabilissimo collega.

Il Duca Rossiter, appena rientrato, annuisce nervosamente, si siede sullo scranno posto al fianco del capezzale del Re per rialzarsi un istante dopo. – Ci sono movimenti da parte del nemico?

Il generale Kataiud sembra riprendersi da una breve parentesi di sonno, stringe con le mani i bordi del mantello allacciato sul petto e si schiarisce la voce. – Vegliano sugli spalti della propria fortificazione ed attendono.

– Certo, va bene, ma qualcuno sa dell'incidente occorso a Re Artamiro?

La calma sicurezza del militare sembra venire meno per un istante. – Non credo…Cioé in teoria è possibile che qualcuno abbia visto…

– E le spie? Vuol dirmi generale che il nostro campo non è imbottito di spie come un mulino che pullula di topi?

– ... Sì, certo, è probabile che…

– È stata predisposta una difesa? Se si trovasse al posto di Bartsodesh lei cosa farebbe? – Il Duca si avvicina al generale impalato nella propria posizione, il volto che va tingendosi di un bel colore porporino. – Eh? Lei cosa farebbe generale Kataiud se fosse appena un po' provetto di arte militare? Non coglierebbe al volo l'occasione per dare l'assalto al campo di un nemico con numerosi cavalieri feriti ed il morale a terra, il cui Signore giace tra la vita e la morte?

– Non se sapessi che il Duca Rossiter è ritornato ed ha preso in mano la situazione. – Dichiara serissimo Kataiud.

Il giovane Duca reprime l'impulso di scoppiare a ridere e fa un veloce cenno con la mano. – Sarà meglio non approfittare troppo di tanta insperata fortuna, comunque, ed erigere a nostra volta una palizzata dietro la quale prepararci a trascorrere l'inverno. Le prime nevi sono passate senza danno e l'Inverno ancora sonnolento ci ha concesso una breve tregua ma tra breve si risveglierà e cingerà d'assedio il campo. Non perdiamo altro tempo. Potete ritirarvi.

Il suo sguardo si posa subito dopo sul cerusico Syerdwin rimasto in piedi in un angolo della tenda. – Anche voi, Quiffrin, ritornate pure per la prossima applicazione.

Rimasto solo con Tamu Hiniun, il principe Syerdwin, ed il giovane mago Drjol, il Duca slaccia la cintura che sostiene la spada e torna a sedersi stendendo le gambe e abbandonando la testa sulla spalliera.
 – Invidia, incapacità, pigrizia, maldicenza, questi sono i fili dei quali è ormai intessuta la bandiera di Dancemarare. Su queste terre è riunita la più grande Armata che l'Orlo del Mondo abbia mai visto, ma essa è immobile, debole come un povero demente dalle fattezze terribili ma dal corpo malato.

– Ma perché Artamiro ha ordinato quell'impossibile assalto? – Si chiede Liest Hiniun. – Come pensava di superare la palizzata del nemico, quale visione, quale miraggio ha sconvolto la sua mente?

Il Duca Rossiter scuote il capo. – Una potente magia ha da tempo vincolato il cuore e la mente del nostro Re e talvolta penso che i suoi veri nemici non si trovino oltre Canddermyn ma qui tra noi ed a Dancemarare. O forse molto a Nord, dalle parti di Baran e Verhida.

– Ma se il Re non riprenderà presto conoscenza… – Inizia a dire Drjol subito interrotto dal Duca.

– Non dire, Drjol! Non chiederti neppure cosa accadrebbe! Corvi e sciacalli attendono da tempo il tramonto della Casa d'Occidente e l'affievolirsi del pugno di Artamiro. Non tutti gli Odo sono scomparsi nell'oblio e Vamaiun e Ornoll non attendono altro per allungare le proprie mani sulle terre della pianura. Il marito di Calissa, l'Arciduca Konstantin ha da tempo preparato amici e complici per la propria fortuna che ritiene quanto mai prossima ed anche qui non gli mancano sostenitori ed amici interessati.

– Il siniscalco del Re..



– Taci Hiniun, qui anche i muri hanno orecchie, piedi svelti e silenziosi e bocche per riferire.

Il Duca fissa il volto calmo e rilassato di Artamiro che sembra dormire finalmente tranquillo. – Il re deve tornare tra noi ad ogni costo, le sue insegne devono essere nuovamente issate alla testa dell'Armata, almeno finchè non sarà definita una volta per tutte la linea di successione.

– Tu sei il nipote del Re, figlio primogenito dell'amata Sorella Dama Ghifra. Non vi sono altre possibili linee: la Casa d'Occidente non prevede la successione femminile. – ricorda Liest Hiniun, ma con scarsa convinzione, quasi cercasse di rassicurare prima di tutto se stesso.

– La Casa d'Occidente o le armi di Artamiro? Vi è stata più volte una regina vestita dei colori degli Odo, Rachel, Regina dei Cancelli dell'Ovest, tanto per farti un nome. Capisci cosa intendo dire?

– Ammetto le tue buone ragioni, ma cosa ti fa pensare che un Re moribondo, appena appena in grado di cavalcare o anche solo lungamente convalescente possa mantenere unito il regno? In fondo Artamiro non è più giovane e ciò che accade oggi potrebbe accadere ancora domani.

– Non lo so, Drjol. È questo che volevi sentirmi dire amico mio? Ebbene te lo ripeto. Non lo so. Forse solo la paura mi spinge a mantenere in piedi sulla scacchiera un re ormai battuto ed assalito da ogni lato, in spregio ad ogni regola e a ogni uso. La tempesta infuria già e le armi del Re d'Oriente sono ben poca parte dei nembi che stanno ricoprendo il nostro cielo. Al buio topi e serpi assalgono senza vedere né sapere e la nostra luce si va facendo fioca, fioca come un tramonto senza la speranza di un'altra alba. – Il duca si alza per porre altra legna sul fuoco. – Fa freddo in questa tenda, non trovate amici miei? Il Re potrebbe avere freddo, potrebbe soffrire senza che noi possiamo udire la sua flebile, remota voce. La sua anima è debole come mai lo è stata e sola, tanto sola che neppure chi ha visto cadere il suo ultimo compagno nei deserti di ghiaccio può avere provato tanto freddo al cuore. Nel luogo dove si trova ora non vi sono voci di amici né sospiri di donne innamorate né canti o risa. Riscaldiamolo, amici miei, facciamo sì che il calore non abbandoni per sempre il suo corpo.

20.9.19

Il Mare Obliquo 33

Re Artamiro sente il tempo passare senza riuscire ad incontrare il suo nemico e il tempo che passa lo logora fino ai limiti della follia.
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– Cosa fa Bartsodesch, niente come il solito?

Il generale Kataiud si inchina profondamente e mormora: – Attende, Vostra Volontà.

Artamiro scaglia lontano la piccola tabacchiera d'ambra dono di Niby Ornoll, Signore dei Gu'Hijirr, ed impreca.

– Bartsodesch non ha motivo per muoversi. – Spiega il generale. – Inoltre il tempo è inclemente e la neve, cominciata a cadere questa notte, copre già per molti pollici le vie e ed i passi.

– Ed è destino che io debba svernare qui, ad attendere dei rinforzi che non verranno mai ed un nemico che non ha fretta. Già, non ha fretta, aspetta che questa armata sia divenuta un immenso gregge di ladruncoli, mercanti e sodomiti per allungare la mano, spazzarli via come si disperde una colonna di formiche, arrivare a Dancemarare in un giorno e passare la notte nel mio letto con le mie concubine.

L'anziano generale non rileva il tono amaro e sarcastico di Re Artamiro.

– Sono in corso molte esercitazioni per tenere la truppa pronta allo scontro, Vostra Volontà.

Artamiro sembra non udire e accarezza con espressione ispirata l'interno vellutato del suo mantello.

– Hai mai udito, Kataiud quella canzoncina infantile che recita:



Cerca il drago

per cento foreste

cerca il drago

senz'acqua né cibo

né vesti né fuoco

senz'armi e soldati

cerca il drago

alla porta di casa

sarà sempre lui

a trovare per primo te



– Dimmi, allora, l'hai già udita?

Il generale socchiude gli occhi ed aggrotta la fronte. – L'ho udita, Volontà, quando ero così piccino che una spinta di una delle mie sorelle poteva mandarmi a terra. – Kataiud sorride. – L'ho udita cantare da loro e non so perché, al termine del ritornello toccava sempre a me portare l'acqua o cercarle tra i cespugli e gli alberi.

Artamiro trae un profondo sospiro. – È proprio così, Kataiud. Essere Re è quando l'ultima sillaba del ritornello ti sceglie una volta per tutte. E nessuno lo vuole ricantare una seconda volta se non per ucciderti. Sono così stanco, così annoiato…Potrei chiamare qui tutto il teatro di Dancemarare per divertirmi, ma anche i loro guizzi e i loro sberleffi non potrebbero allontanare da me questa noia rabbiosa… Che accade Kataiud? Chi ha steso una magia su di noi? Chi conduce fin qui fantasmi, tornadi, mostriciattoli partoriti dal cuore stesso dell'Inferno? Chi ha chiamato l'Innominabile ad occupare le terre del giorno? … Quale greve stanchezza domina il nostro cielo? Non sarebbe forse meglio uscire in armi e cercare la giustizia tra le lance dei nemici, chiamare qui l'Ombra di Sangue e dimenticare ogni cosa nel furore, nell'ansimare cieco della battaglia?

Artamiro si alza e corre alla soglia della tenda aprendola di scatto.

– Neve, la bianca sorella dei cieli. Hai notato Kataiud come tutto abbia lo stesso colore quando nevica? Terra, cielo, alberi, acque… Solo noi creature di carne e sangue corriamo come lupi sulla pelle nuova del mondo. La neve porta a noi tutti nuova vita, ma noi la calpestiamo senza vedere, senza capire fino al carnevale della primavera. E primavera dopo primavera la nostra morte si avvicina, allegra e idiota come una contadina dal ventre scaldato dal vino. E noi ci rotoliamo con lei, con gioia e disprezzo, ne ridiamo nel nostro cuore pallido e malato… Camminerai su questo grande lenzuolo di innocenza che cancella tutti i nostri orrori? Lo calpesterai, generale? 
 

Kataiud fissa lo sguardo sull'orizzonte brumoso all'esterno della tenda senza che il suo volto coperto di rughe lasci trasparire nessuna emozione. – La mia vita non è in mio potere, Volontà, ma in vostro.

Artamiro ride. – Bravo, bellissima risposta. Come canta la canzoncina del drago. Sarà sempre lui/ a trovare per primo te. Un uomo che ubbidisce non può sbagliare… Sarà il suo Signore a sbagliare, a creare odio e rancore. Vai pure Kataiud, torna alle tue manovre. Sei un servitore prezioso, non c'è dubbio.

Il generale si inchina rigido ed esce dalla tenda, camminando il più leggermente possibile, quasi cercasse di non lasciare tracce sulla neve fresca.

Artamiro trascorre ancora qualche minuto a contemplare il moto incessante e silenzioso della nve, a tratti percorso da soldati o servitori che procedono sollevando leggeri scricchiolii, con la cautela ed insieme lo strano compiacimento che sembra prendere ogni creatura quando calpesta per prima la superficie soffice e rilucente.

"Come bimbi" Riflette il re. "A fingere una guerra che non c'è, un nemico appena oltre gli alberi o dietro un dosso." Una figura scura e sottile sta venendo nella sua direzione. Cammina esitante, trascinando il passo, il capo abbassato e coperto da un ampio cappuccio.

Quando si trova a tre passi da Artamiro questi lo riconosce: – Tiatikenn! – Grida, facendolo sussultare.

Il mago accenna un piccolo inchino. – Posso entrare, Volontà?

– Certo. Come stai?

Tiatikenn entra nella tenda e rovescia il cappuccio sulle spalle senza rispondere.

Artamiro trasale vedendo i segni lasciati sul volto del suo primo Mago dalla rabbia di Canddermyn. Egli sembra aver perduto trent'anni di vita, la pelle del suo viso sembra aver assunto la consistenza di quella di una piccola mela avvizzita, gli occhi si sono infossati ed hanno perso lucentezza ed i pochi capelli che ancora il mago ospitava sono scomparsi, lasciando posto ad un labirinto di cicatrici rosee che disegnano lettere di ignoti alfabeti sulla pelle chiarissima del cranio.

– Sono come un naufrago, Volontà. Come un bottegaio che abbia veduto il suo esercizio bruciare in una sola notte. Non posso neppure più ordinare ad una mosca di correggere il suo volo, né posso indurre in alcuna nessuna emozione se non disgusto per le mie misere condizioni.

Artamiro tace ed arretra fino a tornare al proprio scranno coperto di morbide pellicce. Anche la voce del mago ha perduto forza e si è fatta debole ed incerta come quella di un vecchio.

– Ma ho sentito, Artamiro, ho percepito il brivido che corre sulla pelle del mondo. Come un novizio che si stupisce nell'intuire la oscure forze che reggono il palcoscenico del mondo, ma che può solo sognare incubi angosciosi da raccontare ai compagni per spaventarli.

– Cosa hai sentito, Tiatikenn? – Chiede Artamiro con voce resa cavernosa dal lungo silenzio.

– Ho sentito i Mondi sconfitti, i Mondi dimenticati che cercano di ritornare. Ho udito le voci di coloro che non sono mai nati, il lamento dei dimenticati dalle molte creazioni dell'Orlo del Mondo, gli spettri del Mare Obliquo che agitano le nubi dei nostri cieli e i giganti di cristallo che scuotono le loro gabbie di pietra per tornare a posare i piedi sull'orlo del Mondo. Questo e molto altro ho visto e sentito.

Artamiro sorride. – L'abitudine di spaventare chi è più forte e ricco di te non l'hai perduta, Tiatikenn. E nemmeno la capacità di far credere che sai molte più cose di quante realmente tu ne conosca.

– Io ho visto, Artamiro e posso mostrarlo a chiunque desideri vedere il mondo che ci attende.

– Da Primo Mago e Primo Astrologo della mia corte. È questo il tuo desiderio?

Tiatikenn abbassa il capo e ripete. – Vieni con me, Artamiro, e vedrai.

– E va bene. – Il re si alza di scatto e marcia fino a porsi davanti alla figura sottile del mago. – Vengo, Tiatikenn. Ma se ciò che vuoi mostrarmi non mi soddisferà non avrò pietà della tua misera condizione.

Il mago ride, una risata breve e stridula. – Sarai soddisfatto, Volontà.





– Cos'è questa vecchia costruzione? –

– È la Torre di Dortrendiuna. – Spiega Drjol, il giovane mago Gu'Hijirr che dopo l'episodio dell'apparizione durante il banchetto è divenuto membro costante del seguito di Artamiro. – Ho udito che i fantasmi del Signore di questi luoghi e di suo fratello trucidati dall'antico Re di Odo si aggirino ancora per questi luoghi.

Artamiro fissa lo sguardo sulla neve che scivola leggera sulla terra e sorride. – I Re di Odo sono stati i predecessori della mia Casa Reale. I miei antenati li hanno massacrati durante un banchetto. Devo quindi ritenere che gli spettri che abitano questo luogo mi debbano della riconoscenza per aver fatto giustizia dei loro assassini. Giusto?

Tamu Hiniun, il Liest Syerdwin ride. – Giusto, Volontà.

– Bene. Allora, Tiatikenn mi hai portato qui per farmi incontrare due spettri ingrati?

– Ben di altro si tratta, Volontà.

– Cosa dobbiamo fare qui? – Chiede il Duca Rossiter, il volto arrossato dal freddo.

– Che dobbiamo fare, allora Primo Mago? Hai udito il Duca?

Tiatikenn non risponde e scende da cavallo con i movimenti lenti ed incerti di un malato.

– Avete visto Duca? Bisogna camminare. – Scherza Artamiro.

Intanto Tiatikenn percorre lo spazio che li separa dalla torre di pietra chiara, parzialmente diroccata, nella quale si aprono grandi finestre ovali senza più vetri né sbarre.

Gli altri membri del gruppo scendono da cavallo e lo seguono procedendo tra gli arbusti nudi cresciuti nell'antico giardino della rocca dei Dortrendiuna, che la neve rende eleganti e preziosi come raffinate sculture.

Giunto davanti alla grande porta aperta della torre il Mago esita e si volge verso il seguito di Artamiro.

– Siete certo di voler vedere, Volontà?

Tutti i presenti si volgono verso Artamiro che stringe le labbra e chiede. – È uno dei tuoi trucchi, Tiatikenn?

– No. Seguitemi. – Si limita a replicare il mago, scomparendo nell'ombra del portale.

All'interno una sala ampia e spoglia li attende, il pavimento coperto di foglie secche e fango.

Hiniun alza il capo verso il soffitto, dove gli stemmi dorati della famiglia, incastrati negli spazi disegnati dalle travature di legno scuro, sono semicoperti dalla muffa e dalle ragnatele. "Ecco il destino." Pensa il giovane Liest, sentendosi improvvisamente un intruso.

– Venite, di qua. – Li incita Tiatikenn. – Sulle scale.

Percorrono la scala avvitata sulla parete della torre, cercando di non scivolare sui gradini viscidi di fango gelato ed abbassando il capo per evitare le ombre scure che pendono dai soffitti bassi. Il mago li conduce ad una delle stanze del secondo piano, dove si affacciano due delle grandi finestre ovali visibili dall'esterno.

– Ecco, Volontà. Vi prego di affacciarvi a quella finestra. – Dice Tiatikenn con voce piana.

– Quale?

– Non ha importanza.

Artamiro procede con cautela sul pavimento di legno che lancia dolorosi scricchiolii ad ogni passo fino a giungere davanti alla finestra di sinistra.

– Allora? – Chiede irritato.

– Vi prego, Volontà, osservate con attenzione il paesaggio che si gode da lì.

Artamiro si stringe nelle spalle e lascia che il suo sguardo si posi sul vecchio giardino coperto di neve, sul bosco poco lontano: un'ombra scura avvolta dalla candida coperta della neve.

Poi un movimento leggero, quasi impercettibile attira il suo sguardo. Una figura si muove lentamente sulla neve, un'ombra che non lascia tracce dietro di sé.

– Cos'è quello? – Chiede Artamiro senza voltarsi.

La voce di Tiatikenn ripete: – Osservate con attenzione, Volontà.

Alle spalle della strana forma che procede un po' strisciando ed un po' correndo sulla neve ne è sorta improvvisamente un'altra, che procede eretta e rigida come camminerebbe un albero se potesse muoversi. Artamiro osserva la scena senza capire, contempla gli strani movimenti dei due esseri che procedono senza orme su una neve che somiglia a gesso o ad una liscia superficie di pietra. Il cielo ha mutato colore, si è fatto scuro e denso come una bassa cupola che partendo dall'Orlo del Mondo lo ricopra completamente. Improvvisamente il Re si accorge che l'aria che penetra dalla finestra non è più l'aria frizzante e gelida del mattino ma una brezza tiepida e snervante che odora di polvere, come l'aria di una stanza tenuta chiusa per troppi anni. 

 

Un leggero urto lo fa sobbalzare. Accanto a lui si è affacciato Drjol e Artamiro può udire il respiro accellerato del giovane Mago Gu'Hijirr. Poi il Re si accorge di riuscire a sentire anche il respiro delle creature che popolano il cortile della torre divenuto una superficie livida e opaca. Sono sospiri senza ritmo, quasi che le creature che li emettono non abbiano bisogno di respirare o siano costretti da un'orribile maledizione a farlo senza poter dimenticare una sola volta di farlo.

Accanto a lui Drjol recita a bassa voce alcune frasi, senza distogliere lo sguardo dagli esseri che corrono e si inseguono come bimbi ciechi. Artamiro chiude gli occhi per riaprirli un secondo dopo sullo stesso paesaggio: le montagne scabre e spezzate che scompaiono sullo sfondo nero del cielo ed i margini netti e chiari del cortile, come se egli si trovasse dentro la finestra di una torre nel gioco degli scacchi.

"Un Re ed un Torre" Pensa per un istante Artamiro."Un cielo chiuso ed un gioco che non posso comandare."

Torna a guardare le creature che hanno cessato di muoversi ed oscillano debolmente, come se una corrente marina li inclinasse dolcemente.

Artamiro vorrebbe distogliere lo sguardo da quei movimenti che gli sembrano sbagliati, incompleti ma sente alle sue spalle lo sguardo divertito di Tiatikenn e non cede, resistendo al suo corpo che vorrebbe strapparlo da lì.

Quando una delle creature alza il capo verso di lui, mostrando il volto privo di occhi e la grande bocca scura, priva di labbra, simile ad un taglio operato con il più tagliente dei rasoi, il Re sente il cuore nel petto fermarsi.

Una strana, incomprensibile tristezza spira da quei tratti incompleti, come abbozzati dalla mano di un bimbo.

– Mi ha guardato! – Urla gettandosi lontano dalla finestra.

Tiatikenn scuote leggermente il capo. – Vedono, ma non guardano. Noi possediamo il loro sguardo.

Artamiro si volta di scatto. – Drjol, via di lì! – Grida.

Il mago Gu'Hijirr non risponde, appoggiato al bordo della finestra.

Rossiter e Tamu Hiniun lo strappano dalla sua contemplazione e nel farlo il loro sguardo si posa per un attimo sull'incredibile paesaggio che si vede dalla torre.

Nessuno dei due parla, ma il volto divenuto livido parla per loro in modo eloquente.

– Via di qui, presto! – Grida Artamiro sconvolto.

Drjol lo sguardo fisso ed il corpo senza forza, simile a quello di un manichino viene portato via a braccia.

Una volta giunto al piano inferiore Artamiro esita.

La voce di Tiatikenn lo scuote come una frustata. – Fuori di qui è tutto come sempre, Volontà.

Il cortile della torre coperto di neve, il cielo chiaro e senza profondità li attendono apparentemente quieti ed immutabili.

Artamiro sale a cavallo. Esita nel lasciare che il suo sguardo abbracci il mondo, come se esso potesse scomparire alla sua vista da un attimo all'altro. Si stringe nella folta pelliccia. Improvvisamente il freddo si è fatto più forte.




Nuovamente solo nel proprio laboratorio Re Artamiro fissa il drappo di seta rossa che copre Idùn, lo Specchio d'Ombra. La luce alle sue spalle, guidata dai moti del suo animo, lampeggia di un colore verde freddo, il colore della paura. Esita, il sovrano di Dancemarare, ma intuisce che l'unica spiegazione di tutti gli strani eventi accadutigli non può che essere custodita nel buio solido di Idùn.

Non ha mai tentato di comunicare direttamente con le forze che sorreggono la sostanza dello specchio ed il respiro stesso del Re si fa leggero e quasi inaudibile per non risvegliare le strane entità che dormono appena oltre la stoffa. Per un attimo si chiede se anche Teardraet, attraverso il gemello di Idùn, Andòden, saprà delle sue paura, della sua confusione. Stringe i denti, Artamiro, raccoglie il sudore freddo che corre a inumidirgli le sopracciglia bianche, chiude gli occhi rivedendo nitido come in una visione il volto bruno del Conte-Mago dei Syerdwin. Lo vede muoversi lentamente, come se procedesse nell'acqua, lo vede immergere il volto nella liscia superficie scura di Andòden, provocando piccole onde che si spengono sulla cornice dorata dello specchio.

Un lamento, un debole rantolo nasce e si spegne sulle labbra di Artamiro. Il sovrano di Dancemarare strappa con un movimento rabbioso il drappo di seta gettandolo dietro di sé.

– Idùn! – Grida, come se stesse chiamando un servitore malaccorto.

Lo specchio immobile ed opaco non risponde.

– Idùn! – Grida nuovamente Artamiro, improvvisamente incerto.

Un filo di luce accende il bordo dello specchio, un filo di luce che guadagna man mano spazio sul buio fino ad occupare l'intera superficie. Il re si avvicina nuovamente a contemplare il riflesso argenteo di un luogo che non si trova in quella stanza: un lago forse o un mare illuminato da una luce grigia priva di sfumature, il cui limite si perde in lontananza senza confini tra acqua e cielo. Una calma assoluta domina quella visione, come se in quel mare nessuna creatura si muovesse, nessun alito di vento giungesse mai a perturbarne la superficie. "Il mare Obliquo" Pensa Artamiro, risvegliando un vecchio ricordo udito o letto chissà quando e dove.

– Idùn, voglio sapere cosa sta accadendo. – Stacca bene le sillabe e la parole il Re, come se parlasse con uno straniero o con un bimbo.

"Nulla che non sia già accaduto, Mirei."

Artamiro sobbalza: quella voce, formatasi nella sua mente, appartiene ad Harruet, la sua governante personale alle quale i suoi genitori lo affidavano bimbo piccolissimo. Ed a Harruet appartiene anche quel vezzeggiativo che il suo Maestro gli ha insegnato poi a disprezzare Lui ancor piccolo che annuncia ad Harruet: "Cessate di usare quel nomignolo altrimenti sarò costretto a farvi frustare."

Quel ricordo, seppellito sotto milioni di altri, torna in superficie all'improvviso e Artamiro sente il proprio viso farsi di fuoco, lo sguardo piegarsi davanti alla quieta sorpresa di lei, come allora.

– Cosa vuoi dirmi Idùn? Perchè mi tormenti?

"Nulla, nulla che tu non abbia già provato o saputo, Mirei. Nulla esiste che qualcuno non abbia già sperimentato, nulla che non sia conservato oltre il Mare Obliquo, dove tutti i ricordi attendono solo di essere risvegliati. I tuoi, Mirei, quelli di chiunque tu abbia conosciuto o che tu mai conoscerai. Un oceano di sogni e di ricordi che uniscono passato e futuro, ricordi che verranno e ricordi già vissuti, ricordi mai vissuti da nessuno e altri che nessuno oserà mai ricordare."

– Cosa vuoi dirmi, Idùn? La visione alla finestra… È solo un ricordo? Ma di chi, di cosa? 

 

La voce di Harruet si fa ancor più lenta e carezzevole, come quando si sforzava di spiegargli qualcosa che la sua mente bambina non riusciva ad afferrare. "Si può scomparire in questo mare, Mirei, perdere il senso del tuo tempo. Esistono ricordi che non hanno menti né corpi: essi sono come un'onda che sale dagli abissi più profondi per ricoprire l'Orlo del Mondo, sono i ricordi che nessuno desidera ricordare."

– Come questo, Harruet? Come quando…? – La voce di Artamiro si spezza, vinta da un'emozione che lo fa rabbrividire come se si trovasse all'esterno, nella neve che precipita lenta da ogni luogo. Il volto privo di lineamenti della creatura scorta dalla finestra di Dortendiuna impallidisce davanti ai suoi occhi chiusi dalle lacrime, ed ora Artamiro può riconoscerlo. Il burattino che aveva bruciato per allontanare da sé ogni traccia dell'infanzia, per darsi un dolore che l'avrebbe spinto a crescere come desideravano da lui.

Il volto colorato del burattino si era fatto nero al contatto della fiamma, il naso di stoffa era scomparso, volato nel camino, gli occhi di vetro si erano velati e spezzati e solo la bocca semiaperta, rigida e netta come un taglio era rimasta spalancata come a cercare aria per l'ultima volta.

Artamiro finalmente singhiozza disperato come non aveva fatto da bimbo, quando aveva guardato a labbra strette la dolorosa morte di Heini – ecco qual'era il nome – un milione di volte dimenticato, del suo compagno di giochi da bimbo solitario, perso nelle grandi stanze della Reggia di Dancemarare.

La superficie dello specchio è tornata al suo abituale buio opaco, ma il Re, il volto nascosto nelle braccia raccolte sotto di sè, non lo vede più. Ricorda con uno strano, doloroso compiacimento, cercando nella sua mente tutto ciò che il tempo e la sua volontà hanno cancellato, tutto ciò che non avrebbe mai creduto di poter vivere una seconda volta.

La luce che illumina il suo corpo contorto sulla nuda pietra è divenuta chiara e forte come un faro al limite di un mare ignoto.