30.6.12

Via S. Tommaso angolo Via Bertola. Torino


Non sto compilando uno stradario. 
Semplicemente riporto l'indirizzo della «libreria degli editori» di Torino. Libreria dove oggi ho portato alcuni titoli di CS_libri. 
La Libreria degli Editori è gestita dall'Associazione Sulla Parola, associazione di un centinaio di piccoli editori piemontesi ai quali mi sono ultimamente aggiunto anch'io. La libreria ha 4 vetrine, un centinaio di metri quadrati sul piano strada e un vasto sotterraneo per eventuali incontri e presentazioni. E presenta sui propri scaffali esclusivamente i titoli degli editori aderenti all'associazione. 
Insomma, non è niente male. 
Da oggi in avanti la libreria ospiterà cinque titoli di CS_libri. ALIA storie, uscito nel 2011, antologia di fantastico e fantascienza, 140 lettere d'amore di Vittorio de Alfaro, Lei coltiva fiori bianchi di Consolata Lanza, Sarà Ieri di Silvia Treves e In controtempo, del sottoscritto. Poi, nei prossimi giorni, non appena recuperate le copie giacenti presso un grossista locale, saranno presenti altri dieci o dodici titoli, in pratica una buona metà del catalogo CS_libri. 
Inevitabile un minimo di soddisfazione e altrettanto inevitabile invitare i lettori a farsi un giretto in libreria. E non solo per i libri CS.

La copertina del primo ALIA, ormai esaurito

28.6.12

Che cosa leggere ora?


Non è una domanda retorica rivolta all'intero mondo dei lettori, ma semplicemente un'osservazione rivolta a me stesso, ora che i libri non vengono più a me e devo, viceversa, andarmeli a cercare nelle altre librerie. Ed è una domanda che curiosamente mi rende moooolto più giovane, più o meno intorno ai vent'anni. 
... Andarmeli a cercare in un'altra libreria. Già, ma quale? 
Faccio un passo indietro. 
Dalla chiusura della libreria ho recuperato più o meno una ventina di libri, quelli che desideravo più intensamente e che non hanno trovato clienti che li desiderassero più intensamente di me. Questo semplicemente per motivi di cassa. Il concetto, infatti, era quello di vendere quanto più possibile allo scopo di rastrellare soldi. 
Tra i venti libri posso annoverare cinque o sei titoli di Codice edizioni, qualche piccolo Sellerio, un ottimo libro di Tristam Hunt, La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels, edito da ISBN, un paio di P.K.Dick riediti da Fanucci, un Oe Kenzaburo pubblicato da Garzanti, La vergine eterna e Le passioni dell'anima di Raffaele Simone, sempre Garzanti, dove si narra delle ultime ore di vita di René Descartes. 
Più o meno quanto potrebbe bastarmi per leggere per qualche mese. 
Ma il mio vero problema è «avere gli occhi più grandi della bocca», come avrebbe detto mia suocera buon anima. Questi trenta e passa anni di «mestiere» mi hanno guastato senza possibilità di redenzione. Ho sempre avuto 2-3 libri in lettura contemporaneamente, possibilmente di temi, approccio e argomento diversi, e non riesco ad abituarmi all'idea di leggere soltanto un libro alla volta
Non sono ricco, aggiungo, e meno che meno lo sono adesso. Ho una biblioteca decentemente fornita, ovviamente, con non pochi libri da iniziare o da finire, ma non riesco a sopravvivere senza dare un'occhiata in libreria e, necessariamente, spendere qualcosina.
E ritorniamo al punto di prima: in quale libreria? 
La situazione delle librerie mi è nota, naturalmente. Un'occhiata in vetrina il più delle volte mi è sufficiente per immaginare lo stock, la sua composizione e le scelte praticate dal responsabile del punto vendita. Quanto basta, in sostanza, per resistere senza troppa fatica all'impulso di entrare. 
Esemplificando: a non più di 5-minuti-5 da casa mia c'è una Feltrinelli-Village, ben sistemata nell'atrio del centro commerciale «8 Gallery», nel Lingotto. Fino a un paio di mesi fa passarvi davanti e fuggire a gambe levate erano tendenze consustanziali in me. Pile terrificanti di Brunovespa, Paulocoehlo, Alessandrobaricco e di qualche altro pirolotto o pirlotta erano la norma in vetrina e si tratta di merce che preferisco - e preferivo - non trattare. Poi un comando dall'alto ha modificato la faccia della libreria, eliminando le ziggurat di titoli tutti uguali e presentando un certo numero di novità diversamente sistemate. Sono perfino entrato un paio di volte, tutte e due le volte cercando un ben preciso regalo - che ho trovato anche senza dover chiedere aiuto ai commessi - ma senza aver molta voglia di soffermarmi. 
Ho poi visitato - per altri motivi - la libreria Millevolti, dove non ho potuto fare a meno di acquistare un saggio di Sean Carroll nella Biblioteca Scientifica Adelphi e sono persino passato da FNAC in Via Roma, dove ho acquistato l'ultimo saggio di John D. Barrow, ma senza desiderare di perdere altro tempo in una libreria tanto anonima [1]. 
Ma il mio personale sogno l'ho trovato altrove, in una piccola libreria remainder's a Sestri Levante. Due mesi fa vi acquistai quattro libri, spendendo un totale di 20 € e lo scorso week-end l'ho nuovamente visitata, andandomene via con altri cinque libri e più povero in maniera assai poco allarmante.
Mi piace che i libri siano organizzati in maniera razionale ma non idiota, che nessuno venga a chiederti che diavolo stai facendo lì, che nessuno ti guardi storto se giri per una mezz'ora con un paio di libri in mano, se esiti, dubiti, prendi e rimetti a posto, controlli e confronti, se leggi un paio di pagine e poi rinunci. Che non ci siano i soliti quattro farlocchi sparati in vetrina, che non ci siano offerte in corso - se non quella ovvia dello sconto del 50-60% sul prezzo di copertina - e che esista perfino una piccola sezione dei libri a 1 o 2 cadauno. 
Assomiglia un po' alle librerie di una volta, questo genere di esercizio. Mancano le ultime novità, è vero, ma non è che questo mi dispiaccia più che tanto. Tra i libri che ho trovato c'è un China Mieville che non avevo mai letto, un Eça de Queiroz, un Thomas Hardy, un Ibarguengoitia, un Peter Ackroyd...  No, la curiosità è che adesso che non lavoro più come libraio sono, inevitabilmente, molto più libero, ovvero non devo più scegliere tra le novità presentate oggi dai Signori Editori.
E evidentemente, nonostante le mie paure, posso continuare a leggere.

[1] Ho trascurato di riportare i miei giorni di lavoro presso il Salone del Libro dove ho rastrellato una dozzina di libri. Di Carocci, ma anche di Einaudi - un Aravind Adiga e un Cortazar - di Codice (un piccolo vizio personale), un saggio di Paul Krugman e un divertentissimo saggetto che finalmente parla male di Steve Jobs. 
E, naturalmente, il mio edicolante dove mi procuro a modico prezzo la mia cattiva droga: Urania.

24.6.12

R.E.M. Nuotando di notte


Domenica allucinante. Sono andato a smontare una casa e, come sempre, la quantità di cose da buttare è pari N x 10 il numero di cose che originariamente la popolavano.
Misteri del reale.
Riesco a far uscire il mio post domenicale in equilibrio incerto a un tavolo traballante, con gente che mi passa alle spalle e ha fretta.
...
Nightswimming è stato probabilmente il primo pezzo che ho sentito dei R.E.M. o, perlomeno, il primo che mi è rimasto in mente e lo rimarrà, immagino, per sempre.
«September is coming soon». C'è un'intera vita in una sola frase. Buon ascolto. 




23.6.12

Dal momento che...


Qualcuno tempo fa mi ha fatto notare di preferire i file in formato .pdf a quelli in formato .epub, ho pensato che, tutto sommato, mi costava ben poco fatica fare un'altra versione de Il perdono a dio
Così chi preferisce il formato .pdf - o non è contento della mia personale produzione in formato .epub - può scaricare


il file. 
Abbiate pazienza per la copertina, ma LuLu non mi ha permesso di creare una copertina più carina. E io, tanto per cambiare, avevo poco tempo : (


21.6.12

Un'idea scaduta. ovvero storia di un nome (4)


Quarta parte di un testo che, perlomeno all'inizio, doveva non prolungarsi oltre un paio di interventi. 
E invece... Le cose da scrivere sono venute un po' per volta, i ricordi si sono ripresentati uno alla volta sulla soglia del ricordo e così man mano mi sono trovato a riempire righe dopo righe. E temo che non sia finita qui. Mah, comunque fino alla quarta puntata sono arrivato, oltre si vedrà.
...
Ciò che distingueva, perlomeno all'inizio, la CS dalle librerie della zona, era la possibilità di essere riconosciuti. Non solo e non tanto personalmente, quanto grazie alla presentazione della propria tessera. «Tu presenti la tessera e zàcchete, ti becchi lo sconto». Un principio semplice e normale. Ci sono moltissime cose - dalle discoteche ai sex partouze - che funzionano sul principio delle tessere e senza grossi problemi. Già, ma bisogna essere, da un certo punto di vista, desiderosi di possedere la tessera. Un po' come bisogna crederci davvero per andare a sentire un tizio vestito di bianco che chiacchiera e si agita per un'oretta di domenica mattina. Se non credi, il tizio ti parrà leggermente ridicolo e l'insieme una modesta follia. E se non credi alla cooperazione come principio, il giochino di sfoderare la tessera ti parrà più o meno assurdo come una cerimonia Maori trapiantata a Rho.
Non è successo tutto insieme, capiamoci. Ci sono voluti anni perché si perdesse anche il ricordo della cooperazione studentesca. Una volta - ma molti, molti, molti anni fa - i professori e gli studenti popolavano la stessa struttura ma senza avere gli stessi scopi. Gli studenti erano più socialmente variabili, c'erano i ricconi e i quasi poveracci e i prof erano (e sono) una corporazione più o meno compatta e e credibile ma, avrebbe detto Lenin, messa lì apposta per trasmettere, travestita da cultura, «il punto di vista borghese sul mondo». Più o meno la stessa funzione dei carabinieri e dei giudici. 
Un punto di vista esagerato, non c'è dubbio. E poi Lenin non è più di moda e la trasmissione della cultura stenta ad avvenire, travestita o meno. Ma ciò che è profondamente mutato è il modo di progettare la realtà da parte delle classi dominanti. No, non è che sto ingegnandomi a tirare fuori paroloni senza senso, soltanto cerco di rendere facile un concetto per nulla semplice. 
La vera università che conta, ora, non è quella statale. 
Non è quella italiana. 
Non è quella del sud Mediterraneo.  
Se avete quindicimila-ventimila testoni annui da versare a un'università privata, in Italia o all'estero, avrete tutte le porte aperte. Altrimenti potete anche rompervi il c... in una facoltà italiota, pagando comunque parecchio e ricevendone in cambio un piatto di lenticchie. 
Il prezzo dell'iscrizione all'Uni è diventato pesante e noi ci abbiamo messo anni a capire che i libri erano gradualmente passato in terza o quarta fila nella hit parade delle necessità degli studenti. E, particolare da non trascurare, meno importanti in rapporto alla posizione sociale della famiglia. Infatti ci è capitato sempre più spesso di vendere libri universitari ai figliolini di papà mentre i bravigiovani si arrangiavano con fotocopie, libri usati, libri piratati e appunti rastrellati ovunque. Come dire che la trasmissione della cultura, o anche solo dell'erudizione, passava soltanto per coloro che avevano un'abitudine familiare all'uso dei libri. Se pensi di poter fare a meno dei libri, probabilmente i libri possono fare a meno di te. E tu non andrai lontano... Chiaro che un concetto come quello di cooperazione studentesca è divenuto incomprensibile a molti, più o meno come la caccia alle streghe o il Giudizio di Dio.   
La situazione nei fantastici anni 2000 è gradualmente diventata sempre più assurda. Con studenti sempre più ritrosi all'idea di cedere i propri dati personali e la propria e-mail, «e se poi mi riempite di spam e di virus? Eh?» e soprattutto sempre meno convinti dell'utilità di farlo. Lo sconto, infatti, da sostegno materiale allo studio era diventato un premio alla semplice esistenza in vita. «Tu sei vivo? Bravo, non perderti lo sconto straordinario che concediamo soltanto a te e ad altri sette-ottocento milioni di persone presso il punto vendita Libro Selvaggio», e un elemento fondamentale di rapido sviluppo coccodrillesco tra coccodrilli sempre più grandi.
«Beh, non vorrai mica dire che è giusto che gli studenti si paghino i libri al prezzo di copertina?»
No, non lo penso proprio. Ma chi cerca di emergere sgomitando nel mondo dei coccodrilli punta in genere su 9-10 titoli importanti, lasciando che il resto dei libri marcisca dimenticato o che venga allegramente fotocopiato. 
E qui si vede che io ritengo importanti i libri. Comunque e sempre. 
...
Ma non c'erano soltanto gli studenti, ovviamente. C'erano anche i normali lettori, ingolositi - perlomeno all'inizio - dalla possibilità di uno sconto standard per l'acquisto di libri. 
La CS, infatti, ha sempre avuto almeno due colonne per sorreggersi. I libri universitari e i libri di cultura varia. 
Ma di questa sezione ne parlerò la prox settimana. Per raggiunti limiti di tutto.
Alla prossima.


19.6.12

Il perdono a dio in e-book


Ce l'ho fatta. 
È stata dura fino alla fine - anche se sono certo che questo divertirà parecchio chi mastica abitualmente XHTML, XML e CCS -, con la stupida richiesta di inserire un piccolo, semplice dato che non sapevo bene dove annidare, ma alla fine l'e-book è pronto e lo potete trovare alla fine di questo breve articolo [1]. 
Gratis, nonostante tutto. 
Gratis perché il pezzo mi è già stato pagato non una volta ma due,  perché mi sento in qualche modo in debito con chi mi ha fatto compagnia in questi anni tutt'altro che facili e gratis, infine, perché non sono uno scrittore professionista ma un praticante. E poi sono troppo gigione e abbastanza narciso per resistere alla tentazione di ostentare una delle cose migliori che ho scritto...
...
Il perdono a dio ha vinto il premio Omelas nel 2002. Un buon premio, uno dei pochi ai quali ho deciso di partecipare. L'anno precedente il premio l'aveva vinto mia moglie, Silvia Treves, con un racconto, Cielo clemente [2], davvero notevole che prima o poi pubblicherò in e-book. 
Poi il racconto è stato pubblicato nelle pagine del Corriere della Fantascienza con una breve intro - che riporto in calce a questo post [3]. Quindi, nel 2003, è uscito su ALIA 1 , con prefazione scritta da Vittorio Catani che, puntualmente, compare in apertura anche di questa edizione in e-book.
ALIA 1 è al momento esaurita - anche se penso che entro l'anno riuscirò a ripubblicarla in forma di e-book - come lo è ALIA 2, dalla quale ho recuperato il racconto Un rifugio a Baba Yaga che ho messo in calce al pacchetto. 
...

Ovviamente ho riletto - più e più volte, fatalmente - il racconto prima di pubblicarlo. Con un po' di ritrosia e un minimo di cinismo ma senza trovare nulla che meritasse davvero cambiare. Il che può semplicemente significare che non sono un professionista. 
Mi sono nuovamente affezionato alla protagonista, Verena, e al suo triste, faticoso amore. E ho spudoratamente fatto il tito per Liza di Un rifugio a Baba Yaga.
Ho il sospetto di non aver fatto la cosa giusta, ma pazienza.  
I due racconti li potete trovare


potete scaricarli, leggerli, commentarli e criticarli.
Se vi salta in mente di copiarli abbiate perlomeno il buon gusto di cambiare nomi e ambiente. Non sono egoista, ma a Demait e a Verena sono davvero molto affezionato.  
Buone lettura a tutti!

[1] Nel caso ci fossero problemi di lettura potete scrivermi qui o a massimo.citi[et]fastwebnet.it
[2] disponibile, per eventuali curiosi, presso il sito del CdF.
[3] Questo il testo con il quale presento il racconto presso il CdF:
 
Urano, le armate bianche e la sorte.

Come nasce un racconto?
Per intenzione, volontà o desiderio? Forse sì, ma è più probabile per un'imprevedibile miscuglio di suggestioni e ricordi, emozioni e immagini. Un racconto comincia a scriversi — il racconto si scrive da solo almeno quanto siamo noi a scriverlo o a leggerlo — quando si è avvertito lo scatto di un interruttore. Le stagioni di Urano spiegate a mia figlia e l'immagine di un lungo viaggio attraverso le sue terre/stagioni sono stati l'interruttore di questo racconto.
A percorrere le stagioni — a compiere il pellegrinaggio — un esercito sconfitto, un'Armata Bianca del lontano futuro imbarcata su grandi navi di terra. Perché? Perché qualcuno ha lusingato le loro illusioni, li ha convinti che una vita migliore fosse possibile, che per loro ci sarebbe stata un'occasione definitiva in un mondo dove, al di là delle apparenze, le occasioni sono ben poche.
La speranza di cambiare la propria sorte è un diritto umano?
Lo è non essere illusi e traditi, non essere usati da un potere personale, ingannati e sconfitti.
Se fosse possibile dire che un racconto ha uno scopo o se la protagonista del racconto potesse incontrare uno a uno i suoi lettori direbbe proprio questo: non credete alle illusioni, non credete a chi vi promette un'occasione impossibile.
Omelas, un premio "eversivo" nell'unire temi politici e narrativa speculativa, era uno sbocco praticamente obbligato per questa storia



17.6.12

In punta di sax

Di nuovo la copertina di un disco che NON è del gruppo scelto... Ma al quale sono affezionato, come si vedrà

 Come probabilmente alcuni tra coloro che mi leggono sanno, sono stato per qualche anno un flauto-sassofonista di poca fama e anche minor talento prima di rinunciare alla «carriera» di musicante e darmi alla professione di libraio.
«Visto com'è finita potevi anche continuare a rompere le tasche e i timpani al mondo» - dichiara puntualmente il mio terrificante SuperIo - e io non posso dargli completamente torto, ma la vita va come deve e come può e passare il tempo a stabilire che nel momento x avrei dovuto fare B invece che A può essere un esercizio divertente scrivendo, ma nulla di più. 
...
Ho iniziato a suonare il flauto a 13 anni, un quantità di tempo terrificante a ripensarci. Modello per imparare il flauto è stato immancabilmente Ian Anderson dei Jethro Tull, coadiuvato dal mio chitarrista dell'epoca, alla ricerca di una voce solista da accompagnare. 
Poi alcune esperienze musicali che ora è difficile ricostruire - gli Audience di Howard Werth e il suo meraviglioso sax-flautista Keith Gemmell in primo luogo - mi hanno spinto a imparare a suonare anche il sax tenore. Nel frattempo la neonata passione per il jazz e la fusion - perché il rapporto con uno strumento è bilaterale: tu fai di lui ciò che vuoi e viceversa - mi spinsero a imparare a suonare anche il sax soprano, che poi sarebbe quel buffo sax corto e dritto, capace di far produrre ai neofiti trilli e fischi assordanti, a differenza del sax tenore, ottimo nel far emettere poderosi muggiti ai novellini. 
Tra i tanti motivi che mi spinsero verso il sax soprano ci furono (ovviamente) i Weather Report e Wayne Shorter ma anche il Perigeo, gruppo italiano che presento qui. Incontrarli fu un'esperienza davvero notevole e riascoltarli è comunque e sempre fantastico. Da non perdere Giovanni Tommaso che suona il violoncello con le dita, esperienza più unica che rara. 


14.6.12

Un'idea scaduta ovvero storia di un nome (3)


Terza parte del mio intervento economico-personale sulla storia della «C» di CS. 
Per la «S» ci sto pensando, può darsi che «studentesca» o «studi», ovvero il nocciolo del nome della libreria, meritino un'altra piccola storia. Ma ne parleremo poi.
...
Cooperativa, dicevamo. 
Dagli anni '80 non più parte del movimento cooperativo ma battitore libero. Già, perchè la fine del Coneditor (per chi non si ricorda cos'è può controllare qui) aveva suscitato in noi un numero eccessivo di dubbi. Era il caso di rimanere in una struttura così palesemente incapace di garantire e controllare le società aderenti? Non che si invocasse una qualche STASI per le cooperative, ma il sostanziale silenzio della Lega delle cooperative ci aveva tramortito. Probabile, e in qualche pissi pissi bao bao praticamente certo, che alla Lega Piemonte non importasse un asso di picche del consorzio nazionale di librai. La sezione coop culturali della Lega pullulava di «animatori» ben decisi a farsi mantenere dagli enti pubblici e del tutto incuranti anzi rabbiosamente incuranti delle nostre piccole storie da bottegai.
E qui un piccolo inciso merita farlo. 
Esiste nel vasto mondo della sinistra italica più o meno estrema un pregiudizio profondamente radicato e probabilmente, almeno in parte, giustificato e giustificabile. Chi si occupa di vendere, rivendere, commercializzare, smerciare è un «bottegaio». Senza se e senza ma. E, in quanto bottegaio, ha una visione ridotta e parassitaria della realtà. Inclina inconsciamente alla frode e al mercato nero. È potenzialmente un grassatore, un evasore fiscale, un traditore del proletariato. Un grasso e avido speculatore. Insomma, una specie di panciafichista. 
È interessante notare come certe categorie dell'estrema sinistra possano agevolmente assumere connotati sottilmente inquietanti, al limite dello squadrismo morale. Non è per fare il solito stupido ragionamento sugli opporti estremismi, dio me ne scampi, ma indubitabilmente la sinistra italiota si è spesso gingillata con categorie di morale quotidiana degne della più famosa casalinga di Voghera. Nulla da aggiungere, un po' per non polemizzare e un po' perché alcuni soggetti delle coop librarie in qualche modo almeno in parte meritavano un tale pregiudizio. Soprattutto negli anni '80, quando, dopo il fallimento storico della sinistra, gli yuppies avevano sostituito gli hippies e il manuale sull'analisi di bilancio aveva rimpiazzato i Manoscritti economico-filosofici o Stato e rivoluzione.
Sia come sia, in quegli anni decidemmo di uscire dalla Lega delle Coop e di affrontare direttamente le periodiche revisioni previste dal ministero. E non abbiamo più avuto motivo per cambiare idea, nonostante le maligne previsioni delle prefiche coop. Gli ispettori ministeriali non ci hanno mai distrutto, nè angustiato, nè torturato, nè impoverito.  
Sistemati come ci sembrava decente, ma più o meno soli, abbiamo cominciato a ragionare sulla situazione delle librerie in Italia. Avevamo ormai alle spalle la visione un po' comica dei librai come «squallidi piccolo-borghesi fedeli al capitale parassitario», e cercavamo di capire come funzionavano davvero le cose.
Erano buoni anni. Si vendeva decentemente e si rifletteva, cercando di comprendere dove passava il confine, dove, in altre parole, correva la linea di frattura fra uno sviluppo democratico delle conoscenze e delle competenze e il mass-market monopolistico. Mass-market che, è inevitabile ammetterlo, alla fine ha vinto. Ma non ha trionfato e la partita è tutt'altro che chiusa. Ma questo è un altro discorso e ci ritorneremo. 
Nel frattempo il nostro rapporto con il pubblico, particolarmente con i ggggiovani funzionava bene. Esisteva (ancora) una sinistra studentesca viva - anche se non troppo vitale - e comprare i propri libri in una libreria dichiaratamente schierata aveva ancora un senso. Si era negli anni '80, si polemizzava a distanza con la Thatcher e con Reagan, si ascoltava «I think the russians love their children too» di Sting, si correva al cinema - non ancora multisale - a vedere «Chi ha incastrato Roger Rabbit» o «Ghostbusters», si progettava di acquistare un videoregistratore e si scriveva «Goto»e «Run» sugli home computer. 
Era un momento di equilibrio, nonostante tutto. Un equilibro che avremmo capito soltanto dopo un po' che era instabile e che ciò che allora sembrava una parentesi detestabile era destinata a diventare una tendenza irreversibile. 

A questo proposito... verso la fine di quegli anni - e chiedo scusa per la parentesi del tutto personale - mio padre mi chiese di tradurre dal tedesco alcuni documenti aziendali di ditte dei quali era consulente. Obbedii tirando su qualche soldino che, come ognuno sa, non fa mai schifo e soprattutto scoprii che una ditta di ascensori o di condizionatori creava gran parte del proprio business acquistando e vendendo buoni di stato, italiani e stranieri. Ingenuamente ero stato convinto fino a quel momento che il Capitale avesse come scopo principale quello di ingrandire acquistando e vendendo aziende e non buoni di stato. Magari migliorando tecnologicamente la propria produzione per poter meglio competere con le aziende straniere. No, nulla di tutto ciò. Si viaggiava con un «Oggi vendiamo i BOT per comprare i Buoni Tedeschi che poi vendiamo per acquistare Buoni statunitensi o canadesi. Il tutto ci fa incassare tot lire»... senza che ci siano ricadute sulla fabbrichetta. Anzi. 
La crisi dell'Italia era già in pista, poco intellegibile all'epoca ma già esistente. I BOT e i CCT rendevano troppo per non provocare salivazione diffusa tra coloro che i soldi da investire li avevano. Altro che «i risparmi dei pensionati», ad acquistarli erano aziende (ed evasori fiscali, ovviamente) che operavano da un punto di vista finanziario piuttosto che economico
Allora fu soltanto un'introduzione al tema che poi ho - e abbiamo - sentito ripetere fino alla nausea. La crisi è prima di tutto una crisi di prospettive... Detto di passata, quando il denaro è facile da fare acquistando buoni del tesoro - i cui interessi paghiamo tutti con il nostro lavoro - passa la voglia di inventare qualcosa. E infatti...
Una tendenza irreversibile, dicevo... ma rimaniamo negli anni '80. Le fotocopie esistevano già ma erano ben pochi quelli che pensavano seriamente di poter dare un esame brandendo un fascio di fotocopie.
Esisteva persino una certa resistenza all'idea. Che fosse ragionevole e auspicabile poter preparare un esame senza il libro di testo, libro di testo che si credeva, spesso a ragione, talvolta a torto, che dovesse servire anche nella professione. Non che si fosse tanto pifferi da credere a tutte le scemenze che giravano all'università - e qui l'esperienza degli studenti più anziani poteva essere preziosa - ma una certa vaga ma immancabile fiducia nell'istituzione in quanto tale permaneva anche nei più arrabbiati. 
Un atteggiamento che all'epoca era forse ingenuo o risibile o inadeguato e che certamente oggi si presta a motteggi e cachinni, ma che aveva il suo peso. E non sono sicuro che vivere in un tempo nel quale l'unico valore di ogni cosa è il suo costo sia positivo. 
Tra il valore i costo di qualcosa passa un'enorme differenza, ma è difficile spiegarlo a parole. 


...
Mi fermo qui per semplici motivi di stanchezza e di lunghezza. 
Ho parlato degli anni '80, lo so, ma anche degli anni successivi. Sono probabilmente andato fuori tema ma pazienza, non sono a scuola. 
Immagino che al terzo brano dovrà seguirne un quarto.
Ma ne riparliamo la prossima settimana. 

11.6.12

Il buio e la candela


Un racconto piuttosto vecchio, più o meno risalente al natale 2000. 
Basato sull'incontro / contrapposizione tra due voci narranti, l'una di una domestica a ore di problematica discrezione e fedeltà, la seconda di una creatura lunare e misteriosa, tanto da creare più di  un dubbio sulla sua salute mentale.
E il racconto potrebbe essere tutto qui. Il racconto di una domestica che un bel giorno scopre che la propria datrice di lavoro ha definitivamente dato i numeri ed è scomparsa.
Da un certo punto di vista, infatti, è proprio così. 
Ma ci sono le parole lasciate dalla nostra curiosa ninfa lunare. Ciò che accade alle piante. I disegni. Gli appunti. 
Tanto piccolissimi indizi che conducono lontano. Verso l'oscurità, verso l'Ombra.
...
Sinceramente non ho mai stabilito se si tratta di un racconto sufficientemente riuscito o di un tentativo patetico. L'ho pubblicato anche su LN, nel numero 2.10, scoprendo, con una certa sorpresa che in quanto autore non ho realmente preso posizione e che, in fondo, mi sono garbatamente fatto beffe di tutti i personaggi. Il che non è bene ed è una tecnica di narrazione che non utilizzo quasi mai. 
Ma forse l'apparente celia nasconde un filo di paura, quella che deve aver provato la sottil creatura. Forse è sufficiente spingere appena più in là la vostra immaginazione. 
A voi decidere...

Certo, non sono mica sorda. E neanche scema. Ho capito tutto. Cosa crede, ho fatto anche le superiori, io. Ecco è che... la signorina era un po' strana. Ogni tanto, anche in pieno giorno, entravo nel soggiorno o nella sua camera e trovavo le persiane chiuse. Immagini che aveva fatto mettere delle sopratende di velluto nero, spesso, che non lasciavano entrare nemmeno un filo di luce. E poi accendeva una candela. Quando entravo sollevava la testa così, così, vede? Sembrava un gatto... o forse dovrei dire un serpente. Stava senza occhiali e mi sgranava addosso quegli occhi chiari che sembrava che avesse soltanto il puntino nero in mezzo, la pupilla, senza il cerchiolino colorato intorno... l'iride? Sì, l'iride. Certo, la signorina aveva gli occhi chiari, molto chiari. A guardarla con una certa luce faceva quasi paura. Poi era magra, magrissima. A vederla spogliata... non l'ho mica fatto apposta, cosa crede? Faceva quasi paura. Una pelle bianca, liscia anche se non era proprio più giovane. Ma pallida come una boccia da biliardo. Dov'ero rimasta? Ah, sì. La candela. Aveva una fissazione per le candele. Lei sa che la signorina lavorava per una rivista di giardinaggio... Non lo sapeva? Beh, adesso lo sa... ma ultimamente non combinava quasi più niente. Se ne stava sempre in veste da camera a ciondolare da una stanza all'altra. Mi dava anche sinceramente un po' fastidio. Io sono abituata a fare le mie cose senza nessuno tra i piedi e la signorina...

La luce di una sola candela, l'oscurità che si addensa. Faccio scivolare il candeliere sul tavolo di legno lucidato, luci e ombre lo seguono. Ma l'oscurità più profonda, che mormora e fermenta negli angoli della stanza rimane immobile. Per spostarla dovrei avvicinarmi ancora, procedere come fa il nuotatore nelle acque notturne. Fenderla mentre quella si ritrae con un fruscìo o forse con uno schiocco lentissimo, un rumore immondo e colossale come un gorgo di lava nel cuore dell'inferno. Giù, nel profondo, nel silenzio. Fronteggiare l'Ombra: siamo rimasti in pochi a farlo. In pochi a pensare che sia ancora importante. Fino a qualche giorno fa camminavo nel bosco di notte per fronteggiare l'ombra, poi ho avuto paura. La prima volta, la prima paura. L'ho sentita, mi ha toccato. Era dolce, era terribilmente dolce, parole di un amore che ti vuole perdere.
Tutto questo silenzio, questa minaccia che si cela nel buio mi eccitano. Mi trema la mano nello scrivere e sento un vuoto che non chiede altro che di essere colmato con la mano. Stringo le gambe e rischio di perdere il controllo di ciò che scrivo. Il buio non si avvicina, si limita a osservarmi, non ha fretta.

Era normale la signorina, cosa crede? Ma forse è a fare questo lavoro qui che diventate tutti un po' sporcaccioni... Ha ragione, forse. Forse è che effettivamente ne avete viste tante... Ma anch'io a fare la colf, sapesse... Vabbé, comunque. Sì, la signorina aveva avuto qualche storia, ma niente donne, aveva un tipo che ogni tanto l'accompagnava fuori, una specie di musicista. Più giovane di lei... Eh, il nome non me lo ricordo... Gianni, mi pare. No con me giusto buongiorno e buonasera. Suonava uno strumento strano, una specie di corno. Aveva il codino, anzi una treccia, qui, così. Sì anch'io avevo pensato fosse un po', come dire... ecco, sì. E invece no, una volta li ho trovati in macchina, nel garage... ero andata a posare il battitappeto, mica sono una di quelle che spiano, è stato un caso. Sì, proprio un caso. Comunque se quello era un invertito io sono la Madonna. Un bel ragazzo. Adesso era un po' che non veniva. No, non proprio litigare, diciamo discutere. Lui se n'è andato e aveva gli occhi rossi. Adesso sono gli uomini a piangere, eh? L'ho incontrato per caso, è uscito dalla porta dietro, quella che dà sulla legnaia. Beh, sì certo, anche questo era un caso.

Non devono esserci spifferi qui dentro, nemmeno un filo d'aria. La luce della candela deve salire dritta, senza oscillazioni. Proprio come è avvenuto l'altra volta, come nel bosco quando la luna è tramontata. Quando si rivela. Quando il buio è solido, qualcosa di più che semplice assenza di luce. L'oscurità non è un'assenza, stupido, stupido e cieco chi lo crede. L'oscurità ha proprie leggi, una propria vita. Propria volontà.
Se lo osservo posso riconoscere vortici e correnti, posso udirlo. Così delicato, così morbido. Un mare senza terra, senza fondo, senza orizzonte. Me ne sto seduta sulla spiaggia fredda dell'oscurità aspettando la nave che se lo voglio mi porterà via. Una nave di acciaio opaco con un equipaggio di ombre che sfiorano senza toccare. Ombre senza ricordi, né passato né futuro. Istantanee e immobili.

- Mi faceva degli strani discorsi. No, non matta. La signorina leggeva molto. Pensavo fossero cose che aveva letto da qualche parte. Boh, io non ci capivo molto. Cose tipo siamo sogni... Aveva cominciato con la storia di una farfalla, inventata da un cinese... Come dice? Sì, Laozé, un nome così. A me sembrava un po' una sciocchezza. Poi una volta ho trovato un suo appunto: « Di noi chi è l'ombra? » E c'era insieme una specie di disegno, abbastanza pauroso, se devo essere sincera. Sì, la signorina disegnava bene... C'era un manichino, un manichino nel senso che non aveva la faccia, che proiettava un'ombra con la faccia che il manichino non aveva. Sì, lo so, da fumetto, da omino coi baffi. Ma non era così, a me faceva impressione. C'erano delle linee bianche, lunghe, appuntite… è difficile da spiegare… Lei ha mai provato a disegnare in negativo? A coprire tutto di colore tranne certi punti, certe linee? Lasciarle libere, vuote… Ammetterà che è un modo ben strano di disegnare. Ecco sì, ogni tanto la signorina disegnava qualcosa, lo appendeva sulla bacheca in cucina, ma dopo un giorno o due lo buttava via. Ma in genere erano cose colorate che faceva coi pastelli: fiori, piante... Una cosa così non l'aveva mai fatta. Anche bella, da un certo punto di vista, ma… Ho pensato che fosse un po' giù per via di Gianni. No, il cognome non lo so. E perché mai dovrei saperlo? Comunque telefonava tutti i giorni. Se chiedete alla Telecom avranno la registrazione delle telefonate... Ci aveva già pensato? Bravo! Allora, il disegno... la smetta di fare quel sorrisino. Conosco bene la calligrafia della signorina e quella scritta: « Di noi chi è l'ombra? » non l'aveva fatta lei. Era troppo... troppo rotonda... non riesco a spiegarmi... come di una donna, certo, ma strana, come chi l'aveva scritta non avesse mai spostato la penna e avesse solo fatto scorrere il foglio sotto... Meglio di così non riesco a spiegarglielo. Non so nemmeno perché mi sia venuta un'idea tanto cretina. Ma è quello che ho pensato. Lei? Lei, sì lei, se vuole può anche cancellarla quest'ultima frase. No? Tanto ve lo leggete tra voi, come vuole che me ne importi?

Ho sognato che uscivo di casa, facevo pochi passi. Appena oltre il portoncino di legno correva una linea dritta di oscurità, come un taglio in un disegno o in una fotografia. Di qui il mio mondo di tutti i giorni, con quella luce grigia di cotone dei giorni nuvolosi, di là, a un passo l'ombra… non l'ombra, l'Ombra, profonda e definitiva. Ma ormai sono diventata esperta, ne sento il tessuto, la struttura. Restavo affacciata sulla linea, con la punta dei piedi appoggiati sull'ultima sottile striscia di realtà. E mi guardavo la punta delle scarpe. Scarpe bianche traforate. Non ho mai posseduto un paio di scarpe simili. Le aveva mia madre, le portava con un terribile tailleur color crema che le tirava sui fianchi e una borsetta di vernice bianca con la chiusura dorata. Due manici corti e rigidi, con le cuciture affacciate. Non stava bene con quell'abito e con quella roba, ma pensava di dover essere elegante. Perché mio padre non dovesse vergognarsi di lei. Traballava su quelle scarpe e sorrideva. Non potevo allontanarmi da lei né parlare con i grandi. Se lo facevo sentivo il suo passo ticchettante alle spalle e poi la sua mano con le unghie tinte di rosso che mi stringeva la spalla, forte… «la bambina disturba… È una scioccherella, parla troppo». Dicevo che non era vero, ma mi guardava con gli occhi di quando mi odiava, mi odiava perché la rendevo ridicola, mi odiava perché la obbligavo a parlare e sorridere controvoglia e spiegare di me e di lei, mentre oscillava sui tacchetti, sapendo che il tailleur le tirava sui fianchi.

No, non ho visto nulla di strano. Ho aperto con la porta del retro e sono entrata. C'era silenzio, ma è normale. O almeno è normale ultimamente. Una volta la signorina sentiva musica, molto musica, musica di tutti i generi. Qualcosa mi piaceva, qualcosa no. Poi a passare aspirapolvere, lucidatrice e battitappeto… No, non c'erano segni di violenza, li avreste visti anche voi, mi pare. No, non ho raddrizzato nulla, proprio nulla. C'era la caldaia staccata, questo sì, ma lo sapete. Ve l'ho detto subito. In effetti era strano, ma, come ho detto, ultimamente la signorina era così strana… sono andata a cambiarmi, per prima cosa. Lo faccio tutti i giorni. No, non l'ho chiamata, pensavo fosse nel suo studio, con le tende tirate, come faceva sempre. Sì, sarà passata un'ora prima che andassi a vedere dov'era. Cominciava a fare freddo davvero e allora, passando nel corridoietto per arrivare al suo studio ho visto le piante… Sì, tutte bruciate. Lo so che voi dite che non sono bruciate ma soltanto annerite, ma a vederle così sembrava proprio che fossero bruciate… e poi mi spiega come accidenti è possibile che siano diventate nere senza che qualcuno le abbia bruciate? Ci stanno lavorando quelli della scientifica? Va bene, va bene. Fatto sta che mi è preso un colpo e ho bussato allo studio della signorina per dirglielo: …« sono bruciate le piante! Mi sente? Le piante sono bruciate!» La porta era chiusa a chiave, ma ho provato con un'altra chiave, sono tutte uguali. Ma era chiuso dall'interno. È stato allora che vi ho chiamato. No, l'avete visto anche da voi che era chiusa. E perché mai avrei dovuto fare una cosa simile? No, semplicemente se n'è andata, partita. E ha bruciato le piante, prima, così, per dire che quella vita lì era finita…

L'Oscurità questa sera è più potente, più vivida. Con gli occhi ormai esercitati posso vedere il suo lento, potente crescere nella stanza, andare a coprire d'ombra tutti gli angoli, gli spiragli, divenire viva, manifestare la sua misericordiosa quiete. Si addensa intorno alla sottile luce della candela. Dovrei alzarmi e accendere il lampadario per scacciarla, per tornare a vedere il mondo che lentamente si consuma intorno a me, che mi consuma.

Guardi, a me questa storia mi mette già abbastanza i brividi così. L'avete visto anche voi, c'erano quelle poche righe, scritte male, di fretta. No, non so di cosa parlasse e non penso fosse un messaggio lasciato a chi resta. Insomma un messaggio da suicida… Avete almeno provato a cercarla? Anche a casa di quel Gianni? Sparito? Normale, sarà sparito con… Via per lavoro? Ma avete controllato? Va bene, va bene, leggiamolo pure un'altra volta, tanto, per quello che serve…

Cresce, come un'onda troppo alta sulla testa dovrei resisterle
resisterle
ma davvero voglio farlo?
sono fatta della medesima oscurità della medesima materia
mi è entrata dentro, la porto con me da allora, nel bosco
adesso capisco, adesso vedo
avrei dovuto resistergli allora 
ora è troppo tardi
ora non resta che questo strato sottile di
l'involucro che sorride che parla 
che attende la notte 
un passo è abbastanza 
un soffio è sufficiente

La troverete, allora?
Ma dove vuole che sia finita? Sono in migliaia a sparire tutti gli anni? Beh, questa è bella… e voialtri che ci state a fare? Poi almeno il cadavere… qualche osso, qualcosa… magari è gente che va all'estero, gente che si perde da qualche parte, che si perde e non ritorna. Magari gente che non vuole ritornare. Certo, gente che non vuole proprio ritornare.

10.6.12

La cura


Ho conosciuto i Cure grazie a Videomusic. Allora era stato un buffo, assurdo video di loro chiusi in un armadio che rotolano giù da un scogliera, qualcosa di piuttosto diverso dal registro prevalente del gruppo. Ma è questo è un elemento che ho scoperto in seguito. Resta il fatto che, nonostante il parere fortemente contrario di Robert Smith, gran parte delle composizioni musicale dei Cure rimangono  comunque nell'area Darkwave & Gothic, ovviamente tenendo conto che si tratta di un categorizzazione largamente riduttiva per un gruppo con la loro storia e una tale quantità di albi pubblicati. 
I Cure esistono tuttora, peraltro, e il loro ultimo album, dal titolo 4:13 Dream è uscito nel 2008. Per il momento sono fermi, ma non perdiamo le speranze... : )
...
Il brano scelto viene da uno dei più famosi album dei Cure, Disintegration, del 1989, ma non è uno dei loro pezzi più noti. Sono tuttora affascinato dal tempo dispari tenuto per tutto il brano e sono incantato dall'apparente semplicità di un'armonia complessa. 
È un brano al quale sono profondamente legato per motivi essenzialmente personali. Dedico questo post a Silvia e non aggiungo altro. Sparate l'amplificatore dalle parti del massimo e chiudete gli occhi. 


6.6.12

Un'idea scaduta ovvero storia di un nome (2)


Come promesso, eccomi con la seconda parte del mio intervento-storia. 
Potrebbe essere l'ultimo di questa serie, ma non ne sono troppo sicuro, vediamo un po' come procede. 
...
Cooperazione significa... beh, innanzi tutto una forma di democrazia pratica applicata a un'attività economica. Una vera bestemmia nel tempio del «Ghe pensi mi». L'idea che il general manager o CEO della situazione debba preoccuparsi di rispondere a un Mr. Pisquano qualunque sui motivi delle sue scelte è semplicemente scandalosa. 
Lo so, anche nelle SpA può succedere che il nostro CEO debba replicare a un oscuro azionista criticone, ma qui è la situazione è profondamente diversa, ogni socio infatti ha lo stesso peso avendo versato un'identica quota sociale. «Siamo tutti nella stessa barca» in una coop è un dato di fatto, non una semplice petizione di principio e qui la democrazia ha poco a che vedere con le manovre subacquee di un'assemblea di azionisti. 
Ma l'economia non gradisce troppo la democrazia. E ancor meno ama chi vuole ficcare il naso nella gestione di alcunché senza capirne la più classica fava. Tra i cooperatori che ho conosciuto l'intolleranza più o meno palesata nei confronti delle assemblee dei soci era un dato di fatto. Io non credo di essere stato né meglio né peggio di tanti altri. Un po' come un sincero cattolico che tollera, pur senza amarle, le gite estive organizzate dall'oratorio, tolleravo le allegre asinate o le pericolose scemenze che qualche socio benintenzionato sciorinava senza risparmiarsi, avendo ben chiaro in mente che, in ultima analisi, a pagare per qualsiasi errore sarei stato io e gli altri 3 o 4 del consiglio di amministrazione. E non lui o lei.
A ripensarci adesso direi che esisteva - ed esiste - un grosso problema nella gestione di una coop. Che l'esercizio della democrazia rischia di diventare una semplice seccatura che fatalmente il CdA tende a ridurre al minimo. 
Il problema nasce, probabilmente, dalla ritualità delle assemblee. In una occasione rituale a parlare spesso sono coloro che vogliono farsi notare piuttosto che coloro che hanno qualcosa di serio da dire. O i furbetti in sedicesimo. In realtà non posso biasimarmi per la mia evidente impazienza sentendo richieste del tipo: «Sì, ma perché la cooperativa non tiene più libri d'arte? O di fotografia? Avete qualche resistenza contro le forma di espressione personali?» 
Bastava chiedere al socio quale fosse la sua passione e sentirsi rispondere «la fotografia» per trarne le necessarie conseguenze. La mia replica era puramente economica: «I libri di fotografia costano un botto. E bisogna pagarli se va bene a 120 gg. altrimenti prima. Quanti sei disponibile a comprarne al mese?»
«IO? Ma lo dicevo per l'offerta della libreria, perché...»
«Se è per cultura personale, vai in biblioteca, compagno. Esistono apposta».
Potete prendere la parola «fotografia» e sostituirla con «cinema», «teatro», «computer» o «cucina» e il risultato non cambia. 
Un dialogo degno della CCCP del 1929, me ne accorgo. E non mi sento troppo bene nei panni del Lavrentij Beria della situazione. Ma mi sono chiesto - allora - come diavolo si poteva pensare di costruire non dico il socialismo ma almeno un'impresa comune e condivisa se chi ne faceva parte non arrivava - o meglio non si sforzava - di capire un minimo come funzionavano le cose. 
In realtà il dialogo con i soci esisteva. I suggerimenti e le critiche arrivavano ma in genere in momenti e luoghi diversi. Davanti a una tazzina di caffè o dietro un tavolo di novità. 
«Ma perché non organizzi un incontro con...?»
«Prova a tenere più libri per gli infermieri...»
«Non sarebbe il caso di aumentare la presenza dei libri di filosofia della scienza?»
Tutti contributi utili, giunti da soci che poi non avevano tempo per le assemblee o per altre simili occasioni sociali. 
Eppure era in quei momenti lì, sentendo quel genere di domande che mi rendevo conto che la democrazia era presente nella coop. 
Calma, lo so, i consigli in camera caritatis ricordano gli umili suggerimenti di poveri fellah avanzati al Gran Visir, ma la democrazia è sostanza prima che pura forma. E la mia «autorità» non era personale e indiscutibile ma semplicemente dovuta alla mia più o meno evidente competenza. Un prezzo che chiunque è disposto a pagare, dovendo proporre o criticare qualcuno che di quel lavoro vive.
Con i consigli dei soci e con le nostre personali idee abbiamo fatto molte cose, inventato soluzioni talvolta geniali e più raramente asinine o inopportune. Abbiamo spostato l'attività tre volte - da V. Michelangelo, IV piano a V. Ormea 67 a V. Ormea 69 - e progettato almeno una dozzina di altri possibili spostamenti. Siamo stati per qualche anno agenzia di viaggi, cartolibreria, punto vendita Apple, grossisti di universitaria, libreria scolastica, organizzatori di convegni, contabili c/terzi, libreria per ragazzi... Tutte attività nate per sostenere le entrate in genere troppo fiacche per pagarci. 
...
Le cooperative sono cambiate non poco in questi anni. In generale aumentando i poteri dei CdA e diminuendo quello dei soci e aumentando le complicazioni, gli ostacoli e le difficoltà.  Le coop sono state assimilate alle società di capitali ed è stato rafforzato il personaggio - necessariamente un po' ambiguo - del socio-lavoratore con pochi o nessun diritto, un modo come un altro per aggirare la legislazione sul lavoro. 
Nella metamorfosi le maggiori coop hanno gradualmente vestito i panni delle grandi imprese, come quelle potendo agire nel mondo imprenditoriale, acquistando e controllando srl o SpA. Ciò che temo sia impallidito  - o velato, come scrive Guido Bonfante in un'analisi del mondo cooperativo successivo al 2003, anno della riforma delle coop del secondo governo Berlusconi - è il rapporto tra soci e dirigenti delle cooperative, fenomeno che trova, curiosamente, una puntuale corrispondenza con lo stato attuale della sinistra in Italia. Una sinistra che di popolare e progressista ha davvero molto poco...
...
Non ho ancora capito se ho finito o meno. 
Se trovo qualcos'altro da dire, comunque, ci sarà sul blog la prossima settimana. Giuro. 

5.6.12

Una piccola occasione


Post molto breve per comunicare che CS_libri, la casa editrice sopravvissuta alla scomparsa della libreria CS, ha trovato un nuovo luogo di distribuzione. 
Si tratta della libreria Millevolti di C.so Francia 101, qui a Torino. L'intero catalogo di CS_libri sarà presto disponibile presso la libreria, ma intanto da oggi saranno presenti una decina di titoli assortiti della collana «n&d», l'ultimo ALIA, ovvero ALIA storie, l'antologia nipponica Foglie Multicolori e le 140 Lettere d'amore di Vittorio de Alfaro. Una buona rappresentanza, tutto sommato. Ne approfitto per ricordare che l'intera produzione CS_libri è disponibile sulle librerie on line, IBS, DeAStore, Webster e Unilibro-Mailtrade.
Ricordo, inoltre, che i libri CS sono disponibili anche presso il Bazaar del Fantastico di Delos Libri e presso le librerie Cortina di Torino, la libreria Mangetsu, la libreria Lupo Rosso, e la fumetteria bookstore Rencomics
E ho il forte dubbio di dimenticare qualcuno...
Comunque in quanto morti, siamo ancora abbastanza attivi, direi.