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15.9.26

Libri? Beh, sì, in montagna c'è tempo per leggere.


Sono passati un po' di giorni dal mio precedente post, ovviamente anche quello sui libri, letti o in corso di lettura. Forse è un po' maniacale ma compatitemi, ho fatto il librario per una quarantina d'anni e credo che quello fosse davvero il mio mestiere... Non ho mai perso l'abitudine di commentare – recensire è probabilmente una parola troppo impegnativa – dapprima su un quadernetto, poi, con l'avvento delle macchine a vapor… – pardon, un problema di età – dicevo, con l'avvento dell'informatica, sono passato ai PC. Ovviamente ho tentato di rendere fruttuosa questa mania, inventando insieme a Silvia Treves un sito di recensioni: LN-LibriNuovi, sito sopravvissuto alla chiusura della libreria, sia pure in mezzo a un numero infinito di traversie. Sul sito di LN – ma prima sull'omonima rivista – ho scritto 426 recensioni + 19 disapprovazioni + altre 79 sotto diversi pseudonimi. Ovviamente il tutto non mi ha mai procurato altro che (forse) un po' di stima, ma il problema è che tra me e il denaro esiste una fondamentale incomprensione e, comunque, ho fatto tutto il possibile per essere scomunicato dall'ambiente letterario, per esempio parlando molto male del grande Baricco... 

Ma adesso parliamo di libri letti e iniziati. Comincerò con Jorge Luis Borges, un mostro sacro del quale mi professo un seguace incondizionato sia pure con qualche resistenza sul lato delle poesie e una certa perplessità su certe sue incursioni in campo narrativo. Questo libro, Il manoscritto di Brodie, fa parte delle incursioni dell'ottimo Borges, questa volta impegnato nel chiosare e replicare formalmente i racconti di Rudyard Kipling in Il risciò fantasma e altri racconti dell'arcano o nell'antologia «Loro» o, ancora, nell'antologia Racconti del mistero e dell'Orrore, con esiti deliziosi dal punto di vista dello stile, immancabilmente perfetto e godibilissimo, e dell'ambientazione – l'Argentina dell'inizio del XX secolo – ma, pur attento e assolutamente ineccepibile nel costruire le sue vicende di sangue e terrore, le sue storie hanno un gusto in un certo senso "saputo", privo di quella punta di innocenza narrativa e di sorpresa che Rudyard Kipling e altri autori citati (Henry James o Franz Kafka), sapevano inserire nelle loro vicende, Ciò che manca al nostro ottimo Borges, per lo meno in questo caso, è la convinzione profonda della possibilità e la necessità reale, da un punto di vista narrativo, di quanto raccontato. Ciò detto non posso che consigliarne comunque la lettura: Borges in questa antologia "gioca" con la narrativa e con i suoi lettori – peraltro ben disposti a giocare con lui –, non lo si può trascurare o dimenticare e comunque la sua raccolta di racconti scritti in tarda età sono un'ottima guida al suo stile inimitabile. 
 
Altro libro, Furland®
 di Tullio Avoledo, pubblicato da Chiare Lettere nel 2018. Il libro è così presentato su Wikipedia: «una distopia in cui il Friuli del 2035, dopo aver dichiarato l'indipendenza, è diventato un colossale parco di divertimenti a tema storico», una buona definizione sintetica ma ovviamente non in grado di rappresentare la ricchezza della vicenda, nata non soltanto per irridere i sostenitori di qualunque idea di secessione sul territorio italiano, ma anche per presentare ciò che in questo momento sembrano divenuti elementi fondamentali di qualunque organizzazione di estrema destra: 
 
«…Chiunque, presente sul suolo della nostra regione, non abbia un lavoro fisso, una dimora stabile o comunque non si sia integrato nella nostra realtà sociale e culturale verrà invitato a lasciare il Friuli entro due settimane […] Non è più il momento delle promesse: è il tempo dei fatti.  Un primo fatto completo è la Sicurezza…»
 
La Sicurezza, la bandiera preferita di chiunque voglia spaventare un possibile elettorato, presentandosi come il paladino di un Ordine definitivo (Ordnung, in tedesco), contrapposto a una sinistra permissiva e criminale. Il misterioso Vittorio Volpatti, inventore di questo Friuli indipendente, costretto a diventare il palcoscenico di un passato spesso solo immaginato, è una silenziosa presenza costante in ogni momento o luogo di questo Friuli del 2035, dalla gastronomia alle biblioteche alle produzioni teatrali e cinematografiche, improntate a una cultura volutamente provinciale e localistica. D'altro canto il localismo esasperato, una visione del mondo limitata – oltreché inevitabilmente stucchevole – è una delle caratteristiche fondamentali del leghismo e, ultimamente, anche del post-fascismo. 
Nel libro di Avoledo il visitatore di questo Friuli, autoreclusosi tra l'Impero Austro-Ungarico di inizio '900 di una Trieste retrocessa al proprio passato prossimo e la sopravvivenza nelle campagne, divenute simbolo di una genuinità continuamente evocata, continua a vagare, nel tentativo di comprendere il senso ultimo di ciò che vede, fino a una conclusione sorprendente, che non può che richiamare alla mente lo slogan della campagna elettorale di Bill Clinton: «It's economy, stupid!». Un libro, assolutamente meritevole di lettura, tanto più in tempi come questi…
 
E, avendo sfiorato la SF con un romanzo di ucronia, mi ci trattengo per un buon romanzo che ha protagonista una creatura di forma felina – una gatta intelligente che cammina eretta sulle zampe posteriori – e un umano, parte di una missione "di pace" su un pianeta di recente scoperta, sulla quale è il primo ad avere forti dubbi.
È il caso che ripeta ancora una volta che la SF è spesso metafora del reale, che è una letteratura dalla forte vocazione sociale e collettiva, insomma tutte le cose che il nostro – forse sarebbe meglio dire «vostro» – Covacich ignora bellamente, pur parlando a vuoto come un pappagallo ubriaco?
Giovanni Oro è rabbiosamente chiaro nel raccontare la presenza "inopportuna" di membri armati della specie umana e la confusione e la disperazione dei "gatti", loro malgrado colonizzati e condotti a una guerra civile che non può che ricordare la situazione jugoslava negli anni '90. La protagonista, Lila, è una musicista affermata, la cui carriera è stata interrotta dalle infinite guerre intestine che attraversano e hanno attraversato Teluva, il pianeta-patria dei Sinibi e delle altre nazioni aliene. Ma Lila ama disperatamente il suo lavoro, divenuta la forma completa e assoluta di vita, tanto da giungere ad accettare la protezione di uno dei "Signori della Guerra" di Teluva pur di poter riprendere la propria carriera. Ma questa scelta non è condivisa da Fara, la sua migliore amica oltre che la sua migliore collaboratrice, che ha visto i propri congiunti uccisi dai guerriglieri di Gopu, il protettore di Lila, colui che ha promesso alla "gatta" di rendere di nuova agibile il teatro nel quale lei si esibiva, suonando il dodecacembalo. Il confronto / scontro Lila e Fara è una parte centrale del testo sul quale il lettore – o perlomeno questo lettore – ha avuto non poche difficoltà a dover prendere posizione, finendo con l'astenersi da qualunque decisione, comprendendo i punti di vista di entrambe, l'ansia creativa e disperata di Lila e l'odio impossibile da rimuovere di Fara. L'altro protagonista del romanzo, Jacques Montaigne è un volontario delle forze umane mandate su Teluva – per i terrestri Ibis 4 – un individuo ingenuo e sinceramente convinto della sua funzione di sostenitore di una pace instabile e continuamente minacciata dalle varie fazioni della popolazione locale. Ovviamente la sua posizione, come quella delle forze di pacificazione, è talmente ambigua da esporlo spesso a pressanti dilemmi etici ai quali il nostro protagonista faticherà a trovare una soluzione che lo convinca. Se per caso vi vengono in mente le forze dell'ONU che avrebbero dovuto evitare incidenti in Bosnia… beh, avete ragione. Un buon romanzo, teso quando necessario, con personaggi ben delineati: un ottimo esempio di fantascienza italiana. Ovviamente non mi farò mancare i libri di Oro, quelli già usciti e quelli che scriverà. Un'ultima nota sulla posizione di finalista del romanzo di Oro nel Premio Urania 2023. Purtroppo non ho letto il romanzo di Antonio Benvenuti, il vincitore del Premio, ma in ogni caso penso, in maniera assolutamente arbitraria, che la Sonata per una Luna morente avrebbe meritato qualcosa di più di una segnalazione...
 
E, dal momento che mi sono imbarcato nella Scienza Fantastica, posso felicemente transitare verso la Scienza, sic et simpliciter, con il saggio di Jonas Enander, Affrontare l'Infinito, sottotitolo: I buchi neri e nostro posto sulla Terra. 
Un saggio che iniziai a leggere in luglio e che ho finito a metà agosto, un buon saggio ma che non ha risolto definitivamente i miei problemi narrativi nei confronti dei buchi neri. Se ricordate, infatti, in un post su questo blog parlai della necessità di aggiornare le mie conoscenze a proposito dei buchi neri e, in conclusione posso dirmi soddisfatto di quanto ho appreso, anche se, naturalmente non posso chiedere alla scienza quanto la scienza stessa ignora. Jonas Enander, fisico e divulgatore, ha affrontato lo stato attuale delle nostre conoscenze sul tema con una serie di cosmologhe e cosmologi – le prime sono state intervistate in numero maggiore, alla faccia di tutti i V…acci del mondo – impegnate/i nello studio dei buchi neri al centro delle galassie o degli enigmatici buchi neri nati poco dopo il big bang. Il volume, nella prima parte, ricostruisce la non facile storia dell'affermazione dei black hole nell'astronomia e nella cosmologia, un "orrore" proposto come "stella buia" da John Mitchell, un pastore di un sperduta parrocchia nella campagna inglese con la passione per l'astronomia e, dopo una comunicazione presso la Royal Society di Londra, ripreso da Pierre-Simon De La Place in una sua opera che riassumeva le conoscenze astronomiche dell'epoca. Con il problema della gravitazione e la fisica dei buchi neri si sono in seguito misurati Einstein, Penrose e Hawking e, particolarmente quest'ultimo, ha creato alcune ipotesi ma giungendo solo in parte a renderle dimostrate e dimostrabili. Il problema reale è l'impossibilità di estrarre informazioni da un fenomeno come un buco nero, in grado di creare letteralmente il nulla intorno a sé. In un buco nero le dimensioni che ci sono familiari: la luce, la gravità, il tempo hanno caratteristiche del tutto impensabili, la luce è di fatto scomparsa, la gravità ha un valore che tende a infinito avvicinandosi al centro della singolarità e il tempo è immobile fino a cessare di esistere. Non male, vero? Un saggio comunque interessante sia per la prima parte di storia della scienza che nella seconda dove si affronta l'importanza fondamentale dell'esistenza dei buchi neri. «Fondamentale? E perché mai?» direte voi. Beh leggete questo libro e lo saprete. 
 
Una breve nota su un libro di fumetti, un albo, come si sarebbe detto un tempo e adesso romanzo grafico o graphic novel: Nel nido dei serpenti di Zerocalcare. Una volta riaffermato che, come i precedenti testi di Zerocalcare, anche questo merita tutte le lodi possibili alle intenzioni dell'autore e alla sua realizzazione grafica, non posso nascondere un pochino di insoddisfazione una volta cessata la lettura. Chi mi ha già letto può immaginare che non sto minimamente discutendo né i temi – la carcerazione di Ilaria Salis, terminata con la liberazione per la sua elezione nel parlamento europeo e quella di Maja T., quest'ultima conclusa con una condanna a otto anni di carcere – tutte e due dovute all'appartenenza [supposta] alla Hammerbande [Banda del martello] che avrebbe "colpito" alcuni neonazisti ungheresi nel "Giorno dell'Onore", provocando loro dai sei agli otto giorni di prognosi (sic!), né le intenzioni di denuncia del testo di Zerocalcare, i cui proventi andranno interamente alla difesa di quanti accusati dalla giustizia ungherese – ciò che probabilmente mi ha lasciato freddo è l'essere così evidentemente legato all'attualità, senza riuscire a "mordere" nel mondo dell'estrema destra europea. I nazisti, giustamente rappresentati come individui rasati e dallo sguardo truce e feroce, non ci dicono molto su coloro che li sostengono – i piccolo borghesi che cercano ordine, tanto per dire –, degli ambienti dai quali provengono, sulla loro vita quotidiana. 
«È solo un fumetto, se volevi un pamphlet, dovevi comprartelo.» 
Sacrosanto. Infatti invito chi mi legge ad acquistare la graphic novel di Zerocalcare, anche per sostenere chi è tuttora detenuto nelle prigioni ungheresi (Maja T., innanzitutto) e anche per giungere a comprendere, leggendolo, che la polizia, qualunque polizia, non è mai dalla parte di chi si oppone al nazifascismo. 
 
Ultimo libro, La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño, un libro malinconicamente comico, una triste rassegna di individui disperati e grotteschi, che tentano con esiti più o meno riusciti di arrampicarsi nel mondo dei giornali e dei media. Il dato di fatto che costoro abbiano posizioni di estrema destra talvolta assolutamente assurde e non raramente ridicole, non serve a renderli personaggi di rilievo, al massimo dei poveracci che cercano di arrabattarsi in un ambiente chiuso e raffinato come quello della comunicazione. Ed è questo un aspetto inatteso ma particolarmente gustoso nel quadro creato da Bolaño: il destino di oblio al quale gli autori della letteratura nazista sono senza esclusione destinati e che, in qualche modo, replicano la sua vita non facile, di oppositore al regime di Pinochet, dei faticosi tentativi di inserirsi nella realtà della Spagna, dove si era rifugiato dopo otto anni di prigione sotto il regime cileno. Nella mia prima segnalazione al romanzo scrivevo:  
 
«Sinceramente assolutamente spassosi – senza renderli ridicoli – i ritratti degli autori "nazisti" delle Americhe, soprattutto tenendo conto dell'assoluta apparente estraneità del mondo sudamericano rispetto all'Europa degli anni '30,»
 
Non posso che confermare questo giudizio, aggiungendo che un lettore serio non può fare a meno di impadronirsi di questo libro e leggerlo. 
Ne approfitto e suggerisco anche la lettura della recensione scritta da Silvia Treves de La pista di ghiaccio dello stesso autore e personalmente prometto di imbarcarmi presto nella lettura delle 1000 e passa pagine di 2666, ultimo libro di Bolaño. 
Alla prossima! 

 

1.7.26

Letture fatte, quasi fatte e da fare

 

È un sacco di tempo che non parlo di libri. Non ho abbandonato la lettura, anzi, ma il problema è stato che non avevo più tempo o voglia di scriverne. Può capitare? Sì, può capitare. Ma ho deciso di rimettermi in riga e provare a raccontare qlcs dei libri letti, iniziati e persino di quelli che leggerò. Per quanto riguarda questi ultimi preciso che si tratta di "alcuni" tra i libri che leggerò. Sono una di quelle persone che davanti a una bancarella, in una libreria, in un mercatino dell'usato, leggendo "La Lettura", scorrendo Facebook o in qualunque altro modo vi venga in mente, provo un impulso irrefrenabile ad acquistare uno o due o tre libri… Il risultato è che mi capita con una frequenza allarmante di scovare libri acquistati ere geologiche fa tuttora da aprire… 

Cominciamo con una vecchia conoscenza, Ian McEwan, del quale ho scritto alcune recensioni (1) e che mi sono ritrovato davanti con un libro – Quello che possiamo sapere – uscito in versione originale nel 2025 e tradotto da Susanna Basso per Einaudi nel corso del medesimo anno. 

Una volta stabilito che si tratta di un romanzo, abbiamo a che fare con un primo problema: McEwan inizia il testo con: 

«Il 20 maggio 2119 presi il traghetto della notte da Port Marlborough (…)» 

Si tratta di fantascienza? In fondo anche con Macchine come me McEwan aveva giocato con i "generi", in apparenza creando un testo di fantascienza, ma siamo fuori strada: l'autore sta giocando tra l'oggi e un domani possibile – nel libro divenuto reale – il Grande Disastro e l'Inondazione che hanno distrutto il mondo della prima parte del XXI secolo, affondando gran parte delle terre emerse. Nulla a che vedere con i canoni "classici" della sf, né novum né speculazione tecnico-scientifica. 

«Ma gli abitanti del XXII secolo, sopravvissuti a questa catena di eventi, sono avvezzi al disagio e alla penuria e inclini a guardare alla ricchezza e alla varietà del mondo precedente ora con rabbia, ora con una sognante nostalgia». 

E parte di questa rabbiosa e sognante nostalgia può incarnarsi nella fissazione del protagonista, Thomas Metcalfe, studioso della letteratura del periodo 1990-2030, per la fantomatica Corona per Vivien del grande poeta Francis Blundy, in apparenza perduta per sempre. La passione di Thomas per il poeta e soprattutto per la sua epoca occupa per intero la prima parte del romanzo, trasformando la sua nostalgia in un felpato e crescente orrore per la nostra sorte. La ricerca di Metcalfe del prezioso manoscritto procede in modo disordinato e con lunghi periodi di stanchezza; spesso Thomas prova a "immaginare" la serata nella quale Blundy lesse la sua Corona per Vivien, una descrizione febbrile e insieme nostalgica, una nostalgia di ciò che non si è vissuto: una nostalgia crudele. Le sue ricerche giungono infine a un'apparente soluzione che lo condurrà nell'isola dove sorgeva "Il Casale", la residenza del poeta…

Ma l'ultima ricerca di Metcalfe rimane sospesa e non detta, mentre entra in scena, nella seconda parte del libro, il racconto in prima persona di Vivien, la moglie di Blundy. Siamo tornati indietro di un secolo e passa e la vicenda e le disavventure della donna sono raccontate con puntiglio e chirurgica precisione, fino alla conclusione che riprende e termina in modo inaspettato il tema della Corona, interrotto nella prima parte con Metcalfe e la sua ricerca.

Come definire l'ultimo libro di Ian McEwan? Non facile, ma importante, un libro basato su un sentimento insieme composto e disperato di distacco, su una rottura definitiva. Il nostro tempo se ne va, rabbioso e felicemente difficile, un tempo che il mutamento climatico si prepara a modificare irreversibilmente. Non si può che ringraziare l'autore per averlo raccontato.

*** 

Il volto dipinto di Oliver Onions, un libro di 361 pagine, edito da Hypnos, editore che apprezzo non poco, che ha ripescato e reso disponibili autori di gotico e horror semidimenticati o sconosciuti in Italia. Tutto ciò detto, devo ammettere di aver letto solo 191 pagine del testo, sostanzialmente solo Il Volto dipinto. Ma facciamo un passo indietro: Oliver Onions è presentato come «Uno straordinario autore del weird classico» e ha operato negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale. 

«Filo conduttore del romanzo e delle storie contenute in questo volume è il risveglio della mitologia pagana, attraverso lo specchio della psicoanalisi, della rivisitazione del mito di Venere e di Pigmalione (…)»

Tutto chiaro? Beh, più o meno. Sinceramente non sono riuscito a provare nemmeno un brivido piccolo piccolo nel leggere il romanzo breve, solo un moto di tristezza nel constatare il destino finale della povera Xena, protagonista della vicenda. Probabilmente sono un po' allergico alla prosa ricca e ricercata di Onions e ancora più allergico al revival della mitologia pagana. O forse sono troppo ingenuo per cogliere i preziosi riferimenti inseriti nel testo. Mi accontento di segnalare qui l'uscita del volume, augurando comunque ogni bene all'editore.

*** 

Ucronia di Emmanuel Carrère, un Piccola Biblioteca Adelphi, 160 pagine, 14,00 euro. Soldi ben spesi. Un po' perché anch'io mi sono impegnato in questo sottogenere letterario e un po' perché sono comunque appassionato di storia e di "controstoria". La domanda fondamentale di Carrère è: ma l'ucronia è una stupidaggine o merita un minimo di attenzione e qualche riflessione? La risposta dell'autore è ovviamente che l'Ucronia è una fondamentale testimone dei tempi e che è proprio il suo essere frutto di speculazione storica a renderla affascinante.

«Che nasca dal rimpianto o dalla ribellione, da un credo filosofico-religioso o dall'attrazione per gli infiniti possibili, ogni opera ucronica è destinata a falcidiare certezze, a dinamitare la nostra visione del mondo.»

Questo, in breve, il pensiero di Carrère sull'Ucronia, e per farlo cita numerosi autori e titoli scritti dal XIX secolo in poi, con un'evidente conoscenza (o passione) per gli autori in lingua francese, – Louis Napoléon Geoffrey-Chateau con il suo Napoleone imperatore del mondo, Marcel Thiry, René Barjavel, Charles Renouvier e altri – ma citando anche P.K.Dick, autore de La svastica sul sole, Sarban, Il richiamo del corno e persino Jorge Luis Borges, in un piccolo racconto. L'altra morte. Un difetto non piccolo per un lettore italiano è l'assenza di citazioni per Guido Morselli, autore di Contropassato prossimo, un esempio davvero notevole di Ucronia nostrana e di cui non mi stancherò mai di raccomandare la lettura, ma in ogni caso una lettura edificante e "dinamitarda" per un lettore abituato a letture più rilassanti.
 
 ***
 
Andymon, di Angela e Karheinz Steinmüller, è un romanzo pubblicato per la prima volta in DDR nel 1982, ripubblicato in Germania nel 2004, tradotto da Beatrice Sensini e pubblicato in Italia da Del Vecchio nel 2025. Lo acquistai al Salone del Libro del 2025 e lo posseggo autografato dagli autori, un piccolo valore aggiunto. Il sottotitolo è: «Un'utopia nello spazio» e il valore del romanzo come utopia non è una semplice vanteria. Penso che tutti coloro che hanno una qualche dimestichezza con la fantascienza abbiano presente il concetto di "Astronave generazionale": si tratta di una astronave inviata nello spazio per un viaggio di lunghezza tale da prevedere che siano necessarie più generazioni per giungere alla destinazione. Personalmente ho sempre trovato semplicemente agghiacciante tale idea, ma questa soluzione per i viaggi interstellari ha trovato non pochi appassionati narratori, da Robert Heinlein a Brian Aldiss a Arthur C. Clarke a Samuel Delany a Lino Aldani (Eclissi 2000) e tanti altri. 
Anche in Andymon abbiamo a che fare con una generazione nata su un'astronave colossale, organizzata con ambienti "naturali" e con personale robotico in grado di prendersi cura delle creature nate a bordo e di raccontare in forma di fiaba la sorte del pianeta Terra che i piccoli non hanno mai conosciuto. Dopo una lunga serie di eventi finalmente i nostri arrivano su Andymon, "quarto pianeta del sistema della stella fissa Ra" e da lì prenderanno il via le nuove avventure della colonizzazione con gli inevitabili errori, incomprensioni, ostilità e riconciliazioni. 
Andymon è un romanzo di fantascienza, certo, ma con una componente di Bildungsroman (romanzo di formazione) tutt'altro che trascurabile, il che ne fa un tipo di vicenda fantascientifica carica di riferimenti personali e di storie biografiche che non è facile incontrare. Forse il numero eccessivo di personaggi può risultare un problema, ma si tratta di una conseguenza ovvia per un romanzo corale che comunque non ha – se non molto raramente – momenti di stanchezza. In sostanza una lettura che consiglio, tenendo conto che si tratta di un libro di 500 pagine e che non è consigliabile leggerlo la sera, prima di dormire. 
 
Questo per i libri scelti tra quelli che ho finito di leggere, passo ora a quelli in lettura ma non ancora terminati. 
 
Giovanni Oro, Sonata per una luna morente, Delos Digital, pagine 129 su 287. Un ottimo romanzo, forse (e sottolineo forse) non perfetto sul piano del Worldbuilding alieno – la luna di un gigante gassoso avrebbe forse meritato qualche cenno in più sulla sua geologia, atmosfera e tempo locale – ma assolutamente magistrale nella creazione di una potente metafora dell'umanità ammericana alle prese con una civiltà aliena, ovvero impegnata nella sua sistematica distruzione. Il fatto che gli alieni vittime di questo apparente peacekeeping siano gatti, rende il romanzo più godibile per chi, come me, possiede e ammira quotidianamente le gesta della gatta che ospita volentieri. 
Altrettanto magistrale il profilo di Lila e di Fara, due gatte/aliene, la prima una fanatica appassionata musicista che si illude (e continuerà a illudersi? Questo potrò dirlo soltanto una volta finito il romanzo) di poter riavere il proprio strumento e di poter godere ancora del suo pubblico, la seconda, una cantante, disillusa e ferita, incapace di adeguarsi alla nuova situazione del pianeta. Storia a parte, e altrettanto ben condotta, quella di Jacques, un volontario che agisce guidato da una IA interna e che non riesce a trovare normale e accettabile la situazione creatasi. Un accenno, infine, alle "bande" di gatti irregolari, nate con il crollo della società civile aliena, che non possono non ricordare situazioni simili nella ex-Jugoslavia, in Siria, Sudan del Sud, Mali, Niger eccetera. Davvero un buon romanzo, che tra l'altro dimostra che è la metafora uno degli aspetti centrali della narrazione fantascientifica e non l'inutile sforzo futurologico che non le appartiene e non le è mai appartenuto.
 
*** 
 
Nel mondo a venire di Ben Lerner, Sellerio Ed., ed. orig. 2014, traduzione di Martina Testa, pagine lette 174 su 287. 
Un romanzo curiosamente riposante, essenzialmente per i modi amichevoli e intimi del narrare. La sensazione è che Lerner ci possa mettere anche un'intera pagina per raccontare di come un personaggio si infili un paio di scarpe, ma non è una critica, sia chiaro: questo narrare iperrealista regala un fascino del tutto particolare al libro, un grado di confidenza inattesa che risulta perfettamente intonata con le descrizioni di una New York terminale. Leggermente o felicemente intollerabili i racconti delle cene tra intellettuali newyorchesi, con gli odi, le gelosie, le piaggeria, le finzioni eccetera: nulla di nuovo, sia chiaro, ma un clima e un milieau che si ritrovano paro paro in Italia. Un buon libro, finora. 
 
***
 
Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America, Adelphi, trad. Maria Nicola, pag. lette 20 su 250. Lo so, sono appena all'inizio del libro e allora? Il dato di fatto è che 
Bolaño è un genio e questo suo volume è una caramella talmente prelibata che tardo a ingoiarla per intero, centellinandola come un Nebbiolo del 1960... Ovviamente ciò che racconta l'autore è inventato dalla A alla Z, dai nomi degli autori alle opere pervicacemente elencate in coda al volume e la cosa davvero interessante è che Bolaño non ci informa se qualcuno dei libri o degli autori siano per caso realmente esistiti. Intanto devo ammettere di essere rimasto davvero impressionato dalla piccola biografia letteraria di Edelmira Thompson de Mendiluce che se non è vera è comunque verosimile, anche per il sottile humour di una narrazione perfettamente credibile. 
 
E adesso tre rapidi accenni ai libri che mi aspettano. 
 
1) Carlo Rovelli, La cattiva coscienza dei fisici, Solferino 2025, pp. 136. «Ci sono atomiche sufficienti per a bruciare viva l'umanità. E stiamo litigando» Un libro che non parla solo di fisica e di guerra, ma parla soprattutto di noi, del futuro che stiamo costruendo e delle decisioni che dobbiamo prendere oggi. Qualcosa da aggiungere? No, penso proprio di no. 
 
 
2) Tullio Avoledo, Furland®, Chiarelettere, 2018, pp.225. «Perché il Friuli non è più una regione, nell'Italia post 2023. È stata combattuta una guerra d'indipendenza, l'enigmatico Vittorio Volpatti ha preso il potere, convincendo il popolo che l'unica strada possibile […] fosse trasformare la regione in un parco divertimenti a carattere storico.»
Ho letto poco di Avoledo, in vita mia, e di quel poco ricordo soltanto una curiosa sensazione di estraneità e di assurdo. Un ottimo motivo per leggerlo. 
 
3) Jonas Enander, Affrontare l'infinito, i buchi neri e il nostro posto sulla Terra, Neri Pozza 2026, pp. 345. 
«C'è un modo per sapere che cosa accade dentro un buco nero: aprire questo libro, entrarci, iniziare il folle viaggio insieme al suo autore, il fisico e divugatore Jonas Enander.» 
Ho acquistato e intendo leggere questo libro per motivi essenzialmente "professionali": ho infatti intenzione di scrivere un racconto o un romanzo breve sul tema dei buchi neri, un componente apparentemente assurdo dell'universo che mi ha sempre affascinato e che ora, con le ipotesi nate di recente sulla funzione ontologica dei buchi neri primordiali, mi ha definitivamente conquistato. Ne saprete qualcosa anche qui. 
 
Alla prossima! 

(1) Macchine come me / La ballata di Adam Henry / Espiazione (c/o LN-LibriNuovi).