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26.9.26

Qualche nota bio(grafica) sullo scrivere

 



Non sono uno scrittore. Scrivo e basta. Da cinquant’anni. Adesso ne ho settantuno, quindi scrivo da quando ne avevo ventuno. In realtà ho cominciato prima, scribacchiando recensioni ai libri letti, abbozzando poesiole, ma poi ha finito per innamorarmi del flauto traverso e quindi del saxofono tenore e soprano – hanno la medesima tastiera, Boehm, se non sbaglio – divenendo un flautosaxofonista passabile. Ho suonato, principalmente jazz-rock fino allo scioglimento del gruppo musicale causa chiusura del locale per le prove. Quindi per distrarmi e rilassarmi non rimaneva che scrivere… Dopo i primi cento fogli dattiloscritti – il PC è arrivato dopo – ritenevo già di essere un genio. Immagino sia un percorso comune: rileggersi ed esaltarsi il mattino seguente di ciò che si è scritto. Un po’ meno dopo una settimana e ancora meno un mese dopo, ma questo l’ho imparato in seguito. Nel frattempo facevo il libraio, prendendo uno stipendio ogni due mesi o tre e rischiando più volte la bancarotta, ma tenendo il mestiere e la vita coi denti. Nel fare il libraio avevo l’occasione più unica che rara di leggiucchiare – è impossibile fare il libraio e leggere come tutti i cristiani, al massimo leggere una frase o due durante un momento di calma –, di spulciare, dicevo, ciò che mi arrivava. È così che può capitare di incontrare anche i libri che piacciono poco o per niente, le biografie insulse, i pamphlet prezzolati o assurdi, i romance più ovvi – s’incontrano, si detestano ma poi finiscono per amarsi – i gialli quasi-porno, i romanzi dei giovani autori che descrivono minuziosamente il proprio ombelico e le zone limitrofe, il best-seller che piace-a-tutti-tutti-tutti o quasi… Personalmente avevo altre passioni: i libri di cucina – nel frattempo avevo conosciuto mia moglie che NON sapeva cucinare mentre io sì – i romanzi di narrativa di autore straniero pubblicati da editori come Adelphi, Einaudi, E/O, Minimum Fax, Voland, Iperborea, Marcos y Marcos e similari, i testi comici e satirici e infine i romanzi gotici e di fantascienza. Ed è proprio la SF, insieme alla narrativa fantastica, una delle mie passioni, nonostante che né l’una né l’altra in questo paese siano molto considerate. D’altro canto da giovine ero un membro della cosiddetta sinistra extra-parlamentare e a non essere preso sul serio mi sono abituato da tempo.

Ma mentre cercavo di tenere in vita la libreria continuavo a scrivere. Mia moglie lavorava all’università e faceva ricerca, congegnava esperimenti e leggeva articoli sul tema ma, una volta stabilito che non le avrebbero mai dato una posizione fissa, piantò lì, si trovò un lavoro come insegnante e… cominciò a scrivere, cosa che fa tuttora con risultati più che soddisfacenti. Sicché non ebbi nemmeno il problema della convivenza: io scrivevo, mia moglie pure e finimmo per suggestionare anche mia figlia che, una volta laureata e divenuta adulta, finì per andare a lavorare per uno studio editoriale e in seguito per una casa editrice.

Scrivevo, dicevo, in vita mia ho scritto otto romanzi sopra i duecentomila caratteri, cinque romanzi brevi, ovvero sopra i cinquantamila caratteri e sotto i duecentomila, un numero indefinito di racconti, un romanzo a quattro mani con mia moglie e ho curato cinque antologie con altri autori: gli ALIA Evo. Una montagna di testi, indubbiamente. Una volta chiusa la libreria, schiacciata da una concorrenza insostenibile, ho imparato a impaginare i testi creando prima e-book e in seguito anche libri che pubblicai con il nome della casa editrice della libreria, all’epoca una delle tante trovate per sopravvivere. In questo modo riuscii a raggranellare dai 2 ai 20 euro mensili… appunto, non sono uno scrittore ma uno che fa anche quello che scrive. Le mie (poche) esperienze con l’editoria seria furono più o meno catastrofiche, idem quelle con i concorsi, fatta eccezione per qualche caso nel quale raggranellai un paio di libri, una coppa e alcune targhe che adesso fanno mostra di sé nella tavernetta della casa di montagna.

Ovviamente tutto ciò ebbe qualche conseguenza sulla mia salute mentale. Attraversai periodi di depressione, visitai psichiatri e psicologi ma evitai di coltivare inclinazioni al suicidio, non per mio merito ma unicamente, credo, per testardaggine.

Negli anni ‘20 del nuovo secolo riuscii a pubblicare quattro testi: un romanzo breve e tre racconti e di recente un romanzo lungo [400.000 caratteri], Amadeus, con Delos Books. Ovviamente un testo di fantascienza… ma scritto dignitosamente – e fa ridere doversi quasi giustificare. Aver letto gente come Borges o Ballard, Pessoa & Saramago, Ian McEwan e tanti altri mi ha reso, poco o tanto, attento alla scrittura e allo stile. Ovviamente sono soddisfatto della pubblicazione ma la cosa non mi ha dato alla testa (ah, buona questa!): ho troppi anni per pensare di essere il futuro della letteratura… Di che cosa parla Amadeus? Bella domanda. Non posso che rimandare alla pagina dell’editore che racconta qualcosa in proposito.

Sulle pagine di Substack ho letto dei molti che si affannano intorno al mondo della letteratura e della narrativa. C’è qualcuno che pubblica un romanzo a puntate, qualcuno che fa pubblicità a scuole di scrittura creativa, chi pubblica racconti, chi dichiara, afferma, sproloquia sul tema della pubblicazione e io stesso che ho pubblicato un mio romanzo breve… Un nervoso ma generoso agitarsi del quale, sospetto, la grande editoria se ne fotte alla grande. Poco male, almeno per me, vista la mia età, ma credo anche per coloro che si agitano: l’editoria è sempre più divisa tra i Grandissimi editori e le briciole, tra le quali tutti quelli che si pubblicano da soli.

Non cercate di diventare scrittori: è una categoria che l’IA condanna a morte, ma continuate a scrivere, continuate, continuate, studiate, leggete, rileggetevi (ma almeno una settimana dopo) e immaginate, fantasticate, raccontate, senza scimmiottare gli autori di best-seller, ma continuate a immaginare, la sola cosa che vi rende umani… 


 

2.6.22

Qualche riflessione inutile sullo scrivere

 
Scrivere o non scrivere? 
Lo so, non è un tema che possa interessare o, ancor meno affascinare i pochissimi lettori di questo blog, tanto meno in tempi nei quali i blog finiscono per essere trascurati: troppo da leggere con troppo poco tempo. 
Ciò detto, perderò e (forse) vi farò perdere un po' di tempo a riflettere su un tema che riguarda non poche persone, foriero di problemi, di sensazioni di insufficienza, di dubbi di incapacità e ansie di essere sostanzialmente illeggibili, noiosi o rinunciabili, tanto da provocare talvolta il sostanziale abbandono degli strumenti di scrittura.
Scrivere… È diventata una piccola mania, sostanzialmente innocua, soprattutto se paragonata ad altre passioni come la caccia o la droga, ma che può creare non pochi problemi in chi la pratica. 
È vero, si scrive per se stessi, o almeno così pare, ma il dato di fatto è che dopo un certo numero di righe scritte e di racconti, raccontini, elzeviri, componimenti, fulminanti ritratti, commediole o poesie ci si convince di saper scrivere e si comincia a cercare dei lettori che possano confermare questa nostra convinzione col tempo divenuta più salda. 
Il tempo che determina questo autoconvincimento è variabile in rapporto alle persone e ai caratteri: si va da coloro che inseguono i vicini di casa per una lettura dopo aver scritto due (2) cartelle, a coloro che lo fanno dopo aver scritto perlomeno un racconto, a coloro che osano chiedere una lettura del loro romanzetto, fino a coloro che scrivono due o tre romanzi delle dimensioni della Recherche e si limitano a dichiararlo nei social media, senza chiedere alcunché a nessuno. 
Personalmente rientro nella terza categoria, "coloro che osano… con un romanzetto", e il problema è che, personalmente. sono drammaticamente convinto di essere un vero genio della scrittura. 
Nei giorni fausti. 
O di essere una mezza calzetta indegna di una lettura che vada oltre una mezza paginetta. 
Nei giorni infausti. 
Premessa. 
Negli anni '80, dopo aver abbandonato giocoforza il sax e il jazz – causa perdita sala prove – mi sono "accontentato" di scrivere, dopo qualche faticoso (e grottesco) tentativo di poetare. Sicché in sette - otto anni ho scritto un mostro – prima a mano, poi su macchina da scrivere, quindi con un programmino autoprodotto su TI 99 e infine su un M20 Olivetti – che sfiora le 900 pagine e che sto riguardando in questi giorni. Un'impresa che mi porrebbe di diritto nella categoria 4, se non fosse che… Già, mentre componevo il mio personale monumento alla scrittura, ho scritto anche racconti di vario genere e con quelli ho cercato di guastare la vita e corrompere i gusti di creature che avevano come particolare difetto quello di condurre un qualsivoglia rapporto con il sottoscritto.
 

 
Tra le altre cose ho anche partecipato a un concorso, incitato da un mio collega di lavoro – era il 1990 – ottenendone un piazzamento e la pubblicazione. Il mio collega, che aveva inviato a sua volta un racconto, non ottenne nulla e metaforicamente mi tolse il saluto. Il dato principale è che in questo modo trovai una sorta di ammissione al grado più basso di scrittorìa: quello di volenteroso apprendista. A quello seguirono altre partecipazioni a concorsi vari con posizioni più o meno lusinghiere. La scrittura stava gradualmente diventando un mestiere… Capitolo a parte la partecipazione al concorso per il Premio Calvino: inviai due volte lo stesso romanzo con qualche modifica (quello che, una volta modificato, si può trovare qui) con esiti nel primo caso decorosi, nel secondo – dopo aggiunte e revisioni – con risultati catastrofici. Diciamo che è stato il primo caso nel quale ho incontrato un "intellettuale" di sinistra puro-e-duro che non arrivò nemmeno a capire che la Rote Armee non era l'Armata Rossa sovietica, accusandomi larvatamente di essere un rottame nazistoide. Errore mio, temo, e delle mie sciagurate passioni per la storia del XX secolo e per lingua tedesca. Ma l'episodio mi segnò profondamente, anche se sul momento affettai indifferenza, mostrandomi come esista una differenza sensibile tra ciò che si crede di scrivere e ciò che viene letto come esiste tra ciò che si è ritenuto di scrivere e ciò che viene realmente letto. 
Un particolare poco importante? No, non è così. 
Come risolvere il problema? 
Beh, se avete una risposta sono prontissimo ad ascoltarla. 
 

 
Il dato di fatto è che questa discrasia (chepparolone...) mi ha inseguito nel tempo, sia partecipando alle tre o quattro presentazione messe in piedi per l'uscita da CS_libri della mia prima antologia, «In controtempo» che in seguito, scoprendo immancabilmente che esistevano fratture, malcomprensioni – non solo, talvolta sovracomprensioni, attribuendo alle mie parole significati ulteriori mai da me sospettati – che rendevano il mio testo diverso da come intendevo fosse compreso. «Normale», direte voi, «In fondo è successo a tutti gli scrittori». Molto vero, ma in ogni caso almeno sorprendente per chi allinea un flusso di parole in un testo. 
O in un cesto, parlando di misunderstanding.
Ma se la malcomprensione di un testo scritto può sabotare – più raramente esaltare – la vostra "poetica", le cose non vanno meglio parlando dell'esercizio stesso di scrivere, ovvero il tempo che – in uno modo o nell'altro – si dedica alla fatica della scrittura. 
Qualcuno, a occhio direi Giacomo Leopardi, parlava di "sudate carte", frase che quando iniziai a scrivere mi sembrava un'iperbole, sia pure letterariamente deliziosa. Senonché… 
Quando iniziai ero effettivamente contento come una pasqua di trovare un po' di tempo per la mia "passione", scrivevo quando potevo: la mattina prima di andare a lavorare; all'ora dell'intervallo con un panino in mano; dopo cena e, ovviamente, di domenica. 
Il problema è che il vasto mondo non gradiva particolarmente le mie creazioni, pur essendo io tutto sommato abbastanza ritroso nel rifilargliele. Sicché il mio iniziale entusiasmo cominciò a diventare più cauto, più faticoso, più ponderato. Al semplice lavoro di allineare una riga dopo l'altra cominciò a rendersi necessario una seconda fase, nella quale rivedevo il testo, lo ripulivo, lo emendavo, in qualche caso lo eliminavo, anche se, meditabondo, non gettavo via il testo scartato. Con il tempo alla seconda fase ne subentrò una terza e poi ancora il lavoro di riprendere in mano il testo una volta "raffreddato". 
 

 
Le conclusioni alle quali giunsi erano che:
1) Il vasto mondo aveva tutte le ragioni di considerare poco il prodotto iniziale del mio genio. 
2) Scrivere era, in realtà, fatto per un decimo di gioia e per nove decimi di pura e semplice fatica.
3) In ogni caso anche il prodotto più o meno finito del mio lavoro mi risultava insufficiente o mal scritto e dovevo impedirmi di rimettere mano anche alla bozze più o meno definitive. 
4) per accontentare i lettori bisognava far sì che un testo rallegrasse in particolar modo loro – pur senza cedere un palmo al midcult – questo anche se, tutto sommato, fosse una faticaccia scriverlo.
Andando avanti con gli anni le cose si sono fatte sempre più ardue. Ormai per scrivere una pagina – 2000 battute spazi compresi – devo scriverne più o meno il doppio – o anche di più – e poi tagliare, cambiare, eliminare, sostituire, cercando di rimanere abbastanza presenti a se stessi. 
Onestamente le affermazioni tipo: «Eehh, scrivere dev'essere soprattutto un piacere» mi lasciano quantomeno perplesso e vorrei rispondere: «No, scrivere è un lavoro e nemmeno dei più rilassanti.»
E qui ritorniamo al punto di partenza, ovvero: "Scrivere o non scrivere?". 
La voce del buon senso mi direbbe: «Ma per carità. È già troppo pieno di poveretti che si affannano a scrivere, oltretutto in italiano, una lingua sfigatissima: poco parlata e ancor meno letta. Fai altro: leggi, studia, scrivi recensioni, gioca a frisbee o a ping-pong, fai correre il cane e fai dispetti al gatto, fai videogiochi o smonta e rimonta computer per il piacere di farlo, ma NON scrivere.»
Una parte di me, quella probabilmente più antica, o più infantile, o più vanesia, ribatte: «Scrivere è vitale per un pirla come te. Devi farlo indipendentemente dal numero di lettori che riesci a raggranellare: per il semplice piacere di soffrire. Fatica e sarai contento: in fondo non hai padroni né servitori. E hai un sacco di tempo libero, ora che non lavori più.» 
Vero. 
In più c'è il fatto che posso lavorare senza guadagnare nulla di serio (a titolo di esempio, l'ultimo bonifico mensile a mio favore per un testo pubblicato è stato di € 5,98), un'attività che, considerando il mio lavoro precedente, con stipendi che arrivavano un mese sì e uno no, non mi turba. 
Quindi penso che continuerò a scrivere. Magari perdendo tempo prima, dopo e mentre, ma continuerò a scrivere. 
Ma il tema non è esaurito, penso che scriverò ancora di me che scrivo. Se non vi interessa – probabilità tutt'altro che remota – potete tranquillamente ignorarmi, in fondo Internet ha di bello proprio la possibilità di ignorare bellamente praticamente tutto. 
Alla prossima!
  


 



 


 
 
 


26.1.21

Un incontro on line


Salve a tutti. Sono qui per caldeggiare la vostra presenza a un dibattito on line che andrà in onda sul canale ALIA Evo di You Tube e sulla pagina di ALIA Evo 4.0 su Facebook. 

Tutto ciò avverrà: 


GIOVEDì 28 Gennaio, h. 17.30


Parteciperanno (seriamente) Silvia Treves, Giovanna Repetto, autrice di La mappa dei gesti possibili e Nino Martino, autore di A love supreme, tutti e due editi da CS_libri.

Parteciperà, un po' meno seriamente, anche il sottoscritto, nella veste del risibile regista di tale memorabile evento. Ovviamente vi invito a non mancare: potrebbe non capitarvi più di vedere uno sciagurato che fatica a raccapezzarsi. 

Di seguito la locandina originale: 

 



 

 


 

 

17.4.19

Ci scusiamo per l'interruzione, ma...

... ci sono alcune notizie (quasi) urgenti. 

La prima è l'avvenuta uscita di Calibano o l'Ultimo Spettacolo a € 2,99.


Che può essere acquistato qui in formato kindle: 


Per quanto riguarda i tre e-book a suo tempo promessi: 

La confessione di Padre Bertolt, gesuita di Alberto Costantini




 Configurazione Alieno di Mario Giorgi


e Isole nella Corrente del sottoscritto



sono in avanzata fase di preparazione e ci saranno – a Dio piacendo – a partire dal 28 aprile. 

Rimanete sintonizzati!


 

8.6.18

È più di un mese che…



… che non scrivo nemmeno una riga su questo blog. 
Non solo, non leggo neppure ciò che scrivono i miei amici di penna. 
«Vergogna!»
Sì, beh, certo. Ma ho i miei motivi. E non sono i soliti. O meglio non sono soltanto i soliti.
La casa nuova di mia figlia, per cominciare. Da arredare da zero. Non aggiungo altro perché chiunque può arrivare a immaginare che cosa significa dover finanziare una nuova casa in termini non soltanto di denaro ma anche di scelte, di arredamento, di gusti, di suggerimenti liquidati con una scrollata di spalle e di osservazioni per le quali la risposta è: «non voglio una casa come la tua».
Oh, parbleu. 
Cosa c'è che non va in casa mia?
Niente da fare, ha già cambiato ambiente o sta prendendo copiosi appunti.
Non saprò mai che cosa c'è che non va, anche perché mi guarderò bene dal chiederglielo.
Arredare una casa di 55 m2  sembra un affare semplice, all'inizio, ma si rivela ben presto qualcosa di spaventosamente complicato. Quando arrivano i comuni aggeggi da cucina – frigorifero, microonde, lavatrice ecc. – lo spazio che sembrava una promessa comincia a ridursi drasticamente e le cose sembrano modificarsi, come in film espressionista assumono forme incombenti e angolose, mentre l'intera casa si riduce progressivamente come fosse passata oltre il raggio di Schwarzschild. 
È un effetto che conosco da tempo, reduce come sono da… N traslochi, condotti con la mia famiglia e in precedenza con la famiglia dei miei. Case luminose e fresche che divengono in un batter d'occhio allucinanti profluvi di piani occupati da millanta cose, delle quali solo una parte troverà posto nei cassetti e dietro le ante. E la domanda esistenziale di quei giorni è: ma che cos'è questa e cosa è finita qui? 
«Ma come, non ti ricordi, quella giornata a Ravenna, quindici anni fa… All'uscita dal duomo (non so se a Ravenna c'è un duomo, ma immagino di sì) l'abbiamo comprato perché TU hai fatto un enoooooorme capriccio.»


Oltre a questo aggiungo al cahier de doléance il ritardo nella consegna della cucina della nostra buona cugina scandinava, l'IKEA, che, dopo aver promesso la consegna al 1/6 ha telefonato per  comunicare che in realtà mancavano più o meno la metà dei pezzi (piani, scaffali, viti, bulloni, mandrini, ante, cassetti etc etc.) e che avrebbero dovuto farli arrivare dal magazzino centrale. Tempo di consegna previsto: 13/6.
Che fare? Lamentarsi? Bestemmiare? Tirare giù ogni santo dalla sua loggetta e minacciarlo? Abbozzare o altro?
Abbiamo deciso di abbozzare, ma promettendo in cuor nostro di presentare il malfatto di IKEA in ogni luogo virtuale e non, cosa che ho puntualmente fatto. 
Ma un altro compito mi ha riempito tutto il tempo disponibile nei giorni passati: la preparazione dei due e-book che ho fatto uscire in questi giorni, L'Eresia del Multiverso di Alberto Costantini e UKR del sottoscritto. Ovviamente non posso fare a meno di accennarne, sia sul merito dei due romanzi che sui modi almeno rocamboleschi con il quale sono venuti alla luce. 
Partirò da un episodio peculiare: il mio PC, un ASUS nonmiricordopiùchecosa, nel tentare di scaricare gli aggiornamenti di Microsoft Windows si è impallato senza speranza.E per senza speranza intendo la sostanziale impossibilità di farlo  ripartire se non impiegando un'unità esterna che mi ha permesso di recuperare tutto ciò che conteneva il PC ma senza riuscire a farlo ripartire. È un problema comune, questo dei desktop ASUS, almeno a giudicare dalla quantità di commenti sconfortati raccolti in rete. In ogni caso il mio glorioso ASUS eccetera era in azione dal 2013, acceso per 15-16 ore/die e qualche volta dimenticato acceso anche di notte e adesso me lo porterò in montagna, nel mio rifugio antiatomico, dove lo farò resuscitare con KUBUNTU, mandando finalmente e definitivamente al diavolo Bill Gates e il suo stradannatissimo Windows. 


Ma questo non ha risolto, in realtà, il problema di disporre di un PC che mi permettesse di impaginare in un formato epub e kindle decenti. A questo punto ho tirato fuori un asso (più o meno) dalla manica: un portatile ASUS più giovane, utilizzato per scrivere e per guardare Netflix e Amazon. 
Già, ma il problema si è subito complicato, dal momento che il portatile NON aveva programmi adeguati per impaginare. Li ho dovuti scaricare ex-novo, lavorare con un portatile maledettamente sensibile, nostalgico della larga e comoda tastiera del desktop, rimpiangendo la mancanza di Sigil del quale non riuscivo a scaricare l'ultima versione e continuando a perdere e ritrovare i file definitivi. 
Quanto ai due e-reader – il Kobo e l'antico Sony – sui quali ho scaricato i due file .epub, mi hanno dato le risposte più imprevedibili, compresa la scomparsa del testo, del quale entrambi conservavano cocciuti soltanto le parti in corsivo, con un effetto involontariamente comico. 
Alla fine, intorno alle 10.00 di lunedì mattina, li ho sconfitti entrambe e sono riuscito a fare uscire i due e-book anche in versione .epub. 
E pensare che avevo indicato il lunedì come termine comodo – per me – contando di dedicare la domenica all'installazione del pc nuovo, un HP Pavillion. Ho passato la domenica a bestemmiare e a trattare a male parole chiunque mi disturbasse e ho dovuto correre al riparo il lunedì con la famiglia passabilmente stufa di me, compreso la gatta Isidora (la cana no, i cani sono sempre di manica molto larga con i padroni). 


Ma, venendo ai due testi, per il secondo – cioè il mio – mi limiterò a riportare una recensione scritta dall'ottimo Gianni Carioni che non è un dotto esponente dell'Intelligentsia ma un ingegnere informatico (come Bruce Sterling, ma più magro). La recensione fu condotta sulla seconda versione di UKR, uscita nel 1994 e ne fui particolarmente soddisfatto, dal momento che l'ottimo Carioni colse uno degli aspetti fondamentali del testo, la psicosi del complotto diffusa in ogni settore della società, a creare un clima limaccioso e inafferrabile. 
Il romanzo di Alberto Costantini, L'Eresia del multiverso, è stato uno dei migliori lavori sui quali mi sia capitato di condurre un lavoro di editing. Me ne sono reso conto perché la tendenza a leggere-e-basta, ovvero ciò che non si dovrebbe mai fare editando un testo, mi ha preso più di una volta la mano e più di una volta mi sono reso conto che stavo felicemente leggendo invece di considerare con sospetto la punteggiatura, eccepire sugli aggettivi e contestare la costruzione della frase. 


In sostanza ho riletto il romanzo quattro volte (se non di più) prima di cominciare il lavoro sul testo. Un buon lavoro, condotto in stretta collaborazione con l'autore, ovvero ciò che dovrebbe sempre avvenire nell'editing di un romanzo. L'Eresia è nata così, senza litigi tra editor e autore, un'ottima torta cotta al punto giusto. 
«Ma di che cosa parla?»
Basta guardare la copertina, nata dalla fantasia di Ginevra Sorbelli, la nostra ottima illustratrice. Avete visto bene le due immagini femminili? Ma proprio bene? Avete visto come sono vestite? 
Certo, si tratta di due donne vissute in Terre parallele e che avranno modo di incrociare vite e avventure – e questa è una parte importante del romanzo – ma che, soprattutto, avranno occasione di vivere letteralmente l'una nei panni dell'altra, conoscere modi, usi, abitudini, fissazioni e paure ognuna dei tempi dell'altra. Una combinazione condotta in maniera magistrale con il giusto ritmo e con un'attenzione delicata, a tratti quasi ipnotica.
Ma la storia è condotta anche da Galeotto Marzio da Narni, un personaggio realmente vissuto – e del quale Alberto Costantini racconta la vita e abitudini nella biografia posta di seguito al romanzo. Un uomo eccentrico, insieme collerico e  suadente come sanno esserlo soltanto gli uomini animati da una curiosità insaziabile e da un profondo odio per le abitudini, il decoro, le forme, l'ipocrisia, i sepolcri imbiancati e lo stare in società. Medico, astrologo, alchimista, negromante, taumaturgo, filosofo naturale, Galeotto è una presenza costante – e fisicamente ingombrante – all'interno del testo, un Nero Wolfe spesso costretto a fatiche notevoli per uno della sua mole, ma sempre pronto a battersi, anche perché spesso non del tutto conscio della natura dei suoi nemici…



Ecco. 
In qualche modo ho spiegato come ho trascorso gli ultimi due mesi e il motivo fondamentale per il quale non ho più scritto nulla qui. 
Questo non significa che sono pronto a ritornare con continuità sul blog. Ho poco tempo, in realtà, anche perché mia moglie con quest'anno ha finito il suo servizio militare ventennale (con rafferma) nella Legione di Roma e potrà dedicarsi finalmente agli ozi negli orti e nei giardini. 
E io ne sono sinceramente felice. 

Segue la recensione a UKR di Giovanni Carioni. 
Piccolo particolare dichiarato per puro sentimento di giustizia: l'editing della sua ultima versione è stato condotto con teutonica precisione e pungente attenzione dalla mia inestimabile figlia, che mi perseguitò anche in momenti poco ortodossi – appena sveglio o mentre stavo per uscire – per chiedermi «se ero poi convinto di quel corsivo o di quel ritorno a capo o di quei due punti». È stata dura sopravvivere, tanto da avere la tentazione di travestirmi come l'ispettor Clouzot, ma ce l'abbiamo fatta, eh Momi?


Il romanzo descrive una realtà ipotetica, nella quale è però facile riconoscere elementi – preoccupanti e pericolosi - della nostra quotidiana esperienza. Parlo di realtà ipotetica e non di realtà futura perché, formalmente, la vicenda si svolge in Italia nel 1987, ma i particolari narrati, che consentono al lettore di costruire un contesto storico e sociale, sono alterati sia nella loro sequenza temporale, sia nei ruoli giocati dagli attori (penso, ad esempio, ad una Italia del 1987 che ha come principale importatore la Germania, nuovamente tornata al genocidio). A differenza però di altri – molti e famosi – romanzi nel futuro (uno per tutti, 1984), Citi descrive una realtà inquietante per il senso di soffocamento della libertà, per il complotto che aleggia, per le conseguenze sociali che una certa direzione politica internazionale sembra imporre, ma lo fa con freddezza, senza la crudezza realistica tipica delle metafore della nostra realtà. Direi, anzi, che il lettore osserva i fatti da un punto di vista "silenzioso", di non protesta nei confronti degli stessi: il lettore potrebbe essere uno degli anonimi consumatori di una cronaca giornalistica del tempo, che, con il proprio silenzio-consenso, si aggrega alla massa dei suoi simili, generando una popolazione ideale per la crescita di ogni totalitarismo. Complotto? Direi complotto nell'ambito di un post-complotto (sigh). Il Complotto mi fa pensare a qualcuno e qualcosa che trama per sovvertire, ma qui, purtroppo, non c'è più nulla da sovvertire. Il potere occulto che ieri tramava oggi non ha più bisogno di stare nell'ombra, e chi viene sterminato non può far altro che agire nascosto: complotto, sì, e giudaico, ma per difesa.

Affascinante (ahinoi) l'idea di un totalitarismo, anche religioso, che combatte il caos della geometria dei frattali e impone una politica culturale fondata su una matematica "non deviante", riflesso di un Dio Geometra che non ha sgabuzzini bui dove nascondere la parte errata si sé (e quindi impubblicabile per un Dio). Le parole: contribuiscono in maniera irrinunciabile a dare fascino alla descrizione della realtà ipotetica. C'è un "esotismo" temporale e geografico diffuso nei ricorrenti termini tedeschi, nel'uso di ordinatore (in una dittature è, come si dice, tutto un programma...) invece di computer o calcolatore, nel nome del servizio di spionaggio alle persone, SerViRe, nell'uso del Voi fascista. Leggetelo che diverte e fa bene.


 



15.12.17

Cose che passano


È un po' che manco da qui, vero? 
Sempre ammesso che qualcuno se ne sia accorto. 
Niente da fare, il mio rapporto con il blog sembra essersi appannato senza, al momento, speranza di riprendere. 
Ma ho anche un motivo che in parte può spiegare questa situazione. Infatti sto scrivendo un romanzo...
«Sai che novità.»
Beh, è vero. Non è un fatto nuovo. Mi è già successo più volte di scrivere qualcosa, per ALIA o per il re di Prussia, senza scomparire dai radar. 
Probabilmente è qualcos'altro a bloccarmi. 
La sensazione di scrivere inutilmente? Ovvero di affermare male cose che altri affermano con sicumera e indiscutibile assenso generale? O generale riprovazione, che poi, come insegna Vespasiano Gonzaga «Sive bonum, sive malum, fama est». Temo di sì. 
È un problema che ho la sensazione di cogliere, scorrendo i blog dei quali tengo memoria nella colonna a dx del mio blog. Pochi quelli che sono aggiornati, molti quelli che accumulano polvere virtuale, con da «4 settimane fa» fino a «un anno fa». Ma, d'altro canto, chi ha voglia di parlare di attualità o di politica, di questi tempi. E voi, pochi o tanti che siate, avete già deciso se votare? E per chi votare? Lasciamo perdere, via. Tanto temo che sull'argomento ritornerò prima del 4 marzo. 
Parliamo d'altro. 


Sto leggendo il quarto volume della serie di Canopus di Doris Lessing, «Un luogo senza tempo». Ho letteralmente divorato  i precedenti due volumi, «Un pacifico matrimonio» e «Una donna armata». Avete idea di che cosa significa leggere della buona fantascienza – lo so, la Lessing la definiva Space Fiction, ma si tratta di buona, vecchia sf – senza dover subire un pessimo italiano e storie vecchie anche quando si svolgono in un futuro più o vicino? La mia benamata Lessing scrive bene, cribbio, ed è riuscita a creare un universo credibile con personaggi spessi e vitali. Dio mio, come mi mancava un autore come lei… Piccolo dolore, l'edizione del quinto volume non è mai uscita in italiano, il che comporterebbe la necessità di leggerlo in lingua originale. Leggere in inglese è possibile, certo, ma con un cambio di velocità netto rispetto all'italiano… ma ci penserò a suo tempo.
Ovviamente una volta digerito il grosso boccone ne parlerò diffusamente qui e/o su http://librinuovi.net/.
Altri libri altrettanto succulenti non ne ho letti, a essere sincero, se si esclude «Specchi neri» di Arno Schmidt che sto centellinando per la paura di consumarlo troppo presto. Ho tentato di leggere l'ultimo Greg Egan pubblicato, «Un razzo a orologeria» ma ho gettato la spugna prima di arrivare alla parola «fine». Orrendo? No, sinceramente non posso dirlo, ma se ho voglia di fare un veloce ripasso della fisica studiata in quinto liceo prendo il mio vecchio manuale di fisica e me lo ristudio da capo. Indubbiamente la possibilità di studiare una fisica diversa, nella quale la luce non abbia una velocità costante ma presenti diversa velocità in rapporto allo spettro cromatico, è molto suggestivo ma il problema è quello di renderlo efficacemente attraverso lo strumento narrativo e non attraverso un addendum alla fisica studiata a scuola. D'altro canto se Egan riuscisse a scrivere insieme una relazione su una fisica di un universo parallelo e contemporaneamente i moti dell'animo di alieni abitanti di quell'universo sarebbe – come dire – troppo bravo per il metro umano e incarnerebbe alla perfezione un'Intelligenza Artificiale prossima a conquistare il mondo.
Sono abituato agli alti e bassi della narrativa di Egan e non mancherò di acquistare anche il prossimo libro, nonostante tutto. E non è detto che prima o poi non riprenda mano il manuale di fisica e lo rilegga, in compagnia del libro di Egan.  


Ho anche altri libri che mi ronzano dalle parti della scrivania, tra cui i due testi scritti da Davide Mana – grazie Davide! – e sei o sette testi che mi aspettano per una lettura non casuale ma in vista di eventuali recensioni o per un'eventuale pubblicazione in ALIA Arcipelago. Temo che se ne riparlerà nel periodo di ferie (ferie?!?) in montagna. Senza contare che sto accarezzando l'idea di far uscire in e-book cinque racconti appartenenti al ciclo della Corrente, a suo tempo usciti sui vecchi ALIA o su Fata Morgana e dovrei fare qualcosa di più che sbatterli tutti in una cartella informatica e episodicamente guardarli. 
La vera novità è che mia moglie, Silvia Treves, ha presentato la domanda per la pensione e se non sorgono problemi con l'autunno del 2018 dovrebbe smettere di lavorare. A scuola. Ciò che la fanciulla non ignora è che da quel momento sarà mio ostaggio per tutto ciò che riguarda il lavoro per ALIA e per LN.
Altra novità è che con l'anno nuovo partirà il lavoro per ALIA Evo 3.0 in forma stampata. Ma di questo penso riparleremo presto. Intanto posso mostrare al pubblico la bozza (è una bozza… non cercate di capire che cosa c'è scritto).


Per il momento comincio a fare i miei migliori auguri di buone feste e di un 2018 almeno un po' migliore dell'anno in corso. In fondo non ci vorrebbe molto.
Ovviamente se riappaio qui vi ribeccherete gli auguri un'altra volta.

3.2.17

Dalla carta al virtuale




È uscita in queste ore la nuova edizione in forma di e-book del mio «In controtempo – Otto racconti iperreali», pubblicato in forma cartacea nel lontano 2007 e giunto ad esaurimento già qualche mese fa. 
Non si tratta di un'antologia di fantascienza – ma di fantastico, anche se un po' «particolare». 
Riporto qui il breve commento al testo che ho inserito su Amazon.it, poi ne parliamo:

Otto racconti che affondano oltre lo strato immediato della realtà, conducendoci dove non avremmo ritenuto possibile arrivare. Nella realtà sottostante, invisibile ai nostri occhi abituati all'apparente calma di ciò che vediamo ogni giorno. Un mare perduto, una donna spiata, un giardino mosso da un vento inesistente, una strada invisibile di giorno, una goccia insistente, una televisione sintonizzata su un canale perduto, un'illusione di libertà o di esilio e polvere, troppa polvere. Non aspettatevi brividi o paure dalla lettura di questa antologia, forse soltanto una sensazione di smarrimento, una breve vertigine, quella che si può provare davanti al caos dell'perreale.

Già, iperreale. 
Per iperreale intendo ciò che è invisibile ai nostri occhi distratti, ciò che «può capitare di cogliere con la coda dell'occhio», illusioni o miraggi che non rappresentano il reale di ogni giorno ma il grado più profondo della realtà, il caos nel quale, inconsapevoli, affondiamo le nostre radici. Proverò a spiegarmi meglio utilizzando le parole di Alessandro Defilippi che ha introdotto l'antologia: 

I veri protagonisti dei racconti di Citi non sono tanto gli uomini e le donne – solitari, tangenziali rispetto al mondo – che ne percorrono le pagine, quanto invece gli oggetti, gli interni delle case, la polvere, come nell’ultimo, memorabile racconto; le cose, in una parola, che rivelano una loro vita sotterranea e intensa, né maligna né benefica: semplicemente Altra, indifferente agli uomini. Non esistono mostri in queste storie: vi sono invece esseri umani che assistono al lacerarsi del velo della realtà, che scoprono, sotto la superficie di abitudini rassicuranti, l’esistenza di un altro piano, dove le cose hanno significati e fini per noi incomprensibili. Tutti questi racconti sono in primo luogo rapporti dall’Altrove, resoconti di attese, di un incontro che non si verifica mai, ma che incombe, che si annuncia.
 

Quindi non aspettatevi fantasmi o mostri, semplicemente uno sguardo inatteso sul reale e una serie di personaggi coi quali è possibile, anche se poco raccomandabile, impersonarsi. 
Detto per inciso è questo il principale addebito che ho ricevuto e del quale ho preso a suo tempo nota. Posso solo replicare che le sconfitte sono tutte a carico dei personaggi maschili. Curioso, ma forse non troppo. Forse, in definitiva, si tratta semplicemente di un catalogo dei miei fantasmi personali.
Colgo l'occasione per scusarmi personalmente con Cettina Calabrò, autrice della copertina originale e delle illustrazioni all'antologia. Come ho spiegato anche nel testo in vendita si tratta di un semplice problema di «peso» eccessivo dell'e-book.
Ultimo particolare l'antologia esce qualche mese dopo Perdenti e perduti, nove racconti iperreali che ne è il logico completamento e che è disponibile presso Amazon.it.
I due volumi sono in primi della nuova collana «Miraggi», nata per l'occasione.

In controtempo è disponibile a € 2,99 in formato per kindle:


e in formato .epub 

qui 

Buona lettura!