17.11.19

Il Mare Obliquo 42

Re Artamiro si sente sempre più solo e tradito. E misteriosi eventi continuano a perseguitare il suo accampamento. Un'inutile carica di cavalleria lo trascinerà molto vicino alla morte.
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– L'hai assaggiato, qualcuno l'ha assaggiato? – Il servitore annuisce con un secco cenno del capo. – E allora vattene, non voglio spettatori ai miei pasti.
Artamiro lancia un'occhiata di puro disgusto al prosciutto di cervo ed al pasticcio di cinghiale e reprime a fatica il desiderio di lanciare per aria piatti, vassoio, coppe ed il tavolo stesso. A trattenerlo è solo il fatto che nessuno della servitù darebbe troppo peso al suo gesto ed entro pochi minuti si troverebbe apparecchiata davanti una tavola identica, fino a quando non si fosse stancato delle sue bizze. «Un re per quanto potente è sempre un bambino» medita tra sè «con il quale usare infinita pazienza ed insieme fermezza.»
Non ci sono notizie da giorni del Duca Rossiter partito con uno squadrone di Lupi-Drago ed un reparto di Arcieri di Eriud alla volta di Huma, alle spalle delle posizioni dell'Armata della Casa d'Oriente per disturbare l'arrivo dei rifornimenti dei nemici. Questi dal canto loro hanno trascorso gli ultimi giorni ad alzare un'alta palizzata di tronchi interrotta da frequenti torrette, come se non cercassero lo scontro in campo aperto ma si preparassero a trascorrere l'inverno su quelle posizioni.
L'invio di squadre di Uhban a cavallo per disturbare i lavori degli uomini di Bartsodesh non ha sortito alcun effetto e così adesso quando lo desidera Artamiro può fare una bella galoppata a nord della foresta per rimirare la lunga palizzata adornata di stendardi.
Dei rinforzi promessi da Vamaiun e da Nyby Ornoll non vi è alcuna notizia e in compenso i miraggi ed i fenomeni inspiegabili continuano. Una fitta nevicata all'interno della tenda del Consiglio ha interrotto una seduta dei generali del suo esercito, sono comparsi volatili smisurati sui quartieri dei Syerdwin presto svaniti senza lasciare traccia, nel corso di una caccia alla volpe i cani si sono azzannati tra loro sbandandosi e la sua concubina preferita, la splendida Dama Ariadne di Lagorosso, gli è apparsa per un attimo dinanzi priva del volto come un Oom.
Tutti quegli incidenti hanno reso Re Artamiro anche più crudele e arcigno del solito, aumentando la sua proverbiale sospettosità e donando ai suoi lineamenti magri e nervosi una patina di anni e di stanchezza, scavando profondamente le rughe sulla fronte e intorno alla bocca.
Artamiro mangia poco e di scarso appetito. All'esterno la luce è grigia e malinconica ed il mondo stesso sembra essersi quietamente accomodato ad attendere la sua fine. Dalla corte arrivano solo cattive notizie: rivolte in lontane provincie, la morte alla nascita del primogenito di sua figlia Calissa. Inoltre dalle città lungo il Drew giungono notizie di uno strano fenomeno che sembra trasformare il fiume, la terra, gli alberi e gli abitanti stessi in bizzarre forme cristalline inerti.
Artamiro ha dovuto prendere decisioni, mandare le poche persone delle quali si fida ad indagare, ricercare, senza riuscire a scrollarsi di dosso la sensazione, sempre più forte, che non solo il suo impero ma la sua stessa vita corrono rischi sempre più gravi.
Teardraet si è ritirato nelle sue isole ed alle sue chiamate attraverso gli specchi gemelli risponde solo raramente, rivolgendogli parole tanto cortesi quanto inutili.
Fa chiamare uno dei suoi ufficiali e gli chiede. – Avete notizie del Duca Rossiter?
– Purtroppo no, Vostra Volontà.
Artamiro sbuffa. – Mi avrà tradito anche lui, se ne sarà andato come il Duca Kwister.
– Le nostre vedette…
– Non mi importa nulla delle nostre Vedette. – Urla Artamiro. – Fate montare la cavalleria. Date l'ordine, presto!
Il giovane ufficiale esita per un istante. – Allora? Tutti gli uomini disponibili, immediatamente. E fate preparare Emmedil e Key. Ho atteso anche troppo. – Il Re percorre a grandi passi lo spazio che separa la sua stanza dall'ingresso della tenda ed indica il cielo grigio. – Il tempo ci è amico, le basse brume copriranno le nostre manovre. Correte.


Rinvigorito dalla decisione Artamiro fa chiamare i suoi Valletti, indossa l'armatura e le insegne che indossava al vittorioso assedio di Chari ed esce dai suoi reali quartieri seguito da un piccolo gruppo di ufficiali e nobili, i pochi che siano riusciti a prepararsi.
Il suo ordine ha scatenato il caos nel campo.
Artamiro lo attraversa ostentando un'espressione di rabbioso disgusto. Ordina di far frustare una ventina di soldati ed ufficiali che gli sono parsi insufficientemente zelanti e a chi gli chiede informazioni urla. – Avanti, si va da Bartsodesh, da quel cane rognoso partorito da una strega e da un sifilitico. A cavallo, presto!
I suoi ufficiali esitano, parlottano tra loro a bassa voce ma nessuno osa discutere con il Re. Nessuno ha il coraggio di dirgli che una galoppata di un'ora sfiancherà i cavalli, che senza le macchine da guerra è divenuto impossibile superare le difese della Casa d'Oriente. Sballottati come marionette nobili ed alti ufficiali seguono Artamiro, che convinto di essere ritornato agli anni della giovinezza, galoppa per il campo esortando, urlando, insultando e minacciando.
In capo ad un'ora si sono raccolte poche migliaia di cavalieri, i Lupi-Drago dalle pesanti armature e dalle lunghe lance, poco più di cinquecento, sono l'unico gruppo che abbia già assunto una formazione e si dimostri pronto. Artamiro con il suo piccolo seguito va a porsi in testa a loro ma prima si ferma a parlare con il loro generale, il Barone Deshigu.
– Mi compiaccio, Barone, i vostri cavalieri sono immancabilmente i migliori.
Il nobile Marr si inchina rigido.
– Fate suonare il trotto. Si va a trovare Bartsodesh.
La tuba dei Lupi-Drago, emette un cupo richiamo ed il terreno trema scosso dagli zoccoli dei grandi cavalli da guerra allevati dal popolo del Nord. Ben presto il cavallo del Re rompe il trotto obbligando i lupi-drago e dietro di loro gli altri cavalieri a lanciarsi di corsa all'inseguimento del Re.
Percorrono la pianura che costeggia la foresta in un lampo, lasciando dietro di loro un terreno devastato e sconvolto, si arrampicano sulle basse alture che separano i due eserciti e ne discendono precipitosamente per accalcarsi sulla piana che fronteggia le fortificazioni di Bartsodesh. Il terreno lì è più arido, basse rocce e sassi affioranti tra l'erba fanno cadere i cavalli più stanchi, ma Artamiro non dà segno di rallentare. Attorniato da una corte di poche decine di cavalieri vede avvicinarsi la palizzata degli Orientali ed ha occhi solo per quella. Alle sue spalle i Lupi-Drago hanno mantenuto una parvenza di formazione frontale e procedono con le lance alzate pronte ad abbassarsi per la carica.
Alle loro spalle il resto dell'armata procede alla rinfusa, i reparti ed i seguiti dei nobili confusi e mescolati in un caotico incrociarsi di insegne e colori. Artamiro si volta più volte e sorride udendo il frastuono prodotto dalla sua cavalleria.
Non si avvede del sudore freddo, dell'incespicare frequente della sua cavalcatura: le basse torri del nemico sono davanti a loro, fragili costruzioni di legno che il loro impeto schianterà. Sugli spalti dell'esercito di Bartsodesh si nota ormai anche ad occhio nudo l'agitarsi dei nemici, l'accorrere alle difese.
Artamiro corre verso di loro come verso un miraggio, inebriandosi del proprio corpo ritornato giovane, e sentendosi forte ed invincibile.
Il barone Deshigu che cavalca al suo fianco è l'unico ad accorgersi della roccia celata nell'erba ed urla con tutta le sue forze attraverso la celata, ma il frastuono sollevato dalle migliaia di zoccoli copre la sua voce.
Il cavallo di Re Artamiro incespica, cerca di ritrovare l'equilibrio, oscilla, sgroppa ed infine crolla a terra con un terribile nitrito. Il re si aggrappa alla sella stupito e quindi precipita e cade immobile in una piccola macchia d'erba. Solo pochi si accorgono subito di quella caduta gli altri procedono ancora verso la lunga palizzata nemica. È il Barone Deshigu a far suonare la ritirata.



L'armata di Artamiro rientra nell'accampamento prima che la luce abbia abbandonato il cielo, portando con sè numerosi feriti ed un re che ancora respira ma la cui anima sembra aver abbandonato per sempre il corpo.
– Come sta?
Quiffrin il Cerusico, un rarissimo Syerdwin albino, apre esageratemente gli occhi di un rosa che ricorda il colore dei fenicotteri di Farsoll e si stringe nelle spalle, un gesto morbido, appena accennato.
– Siamo nelle mani di Miollkanei. – Dichiara a bassa voce citando una divinità del suo popolo. – La Polvere di corteccia di china combatte la febbre e l'infuso della Diedea mantiene leggeri e veloci i liquidi corporei. Sua Volontà non ha ancora ripreso conoscenza ma nulla nel suo capo sembra essere gravemente danneggiato. – Il Syerdwin nel pronunciare quelle parole lascia che il suo sguardo incontri quello di Drjol, il giovane mago Gu'Hijirr. – Questo almeno secondo l'onorevole opinione del mio stimabilissimo collega.
Il Duca Rossiter, appena rientrato, annuisce nervosamente, si siede sullo scranno posto al fianco del capezzale del Re per rialzarsi un istante dopo. – Ci sono movimenti da parte del nemico?
Il generale Kataiud sembra riprendersi da una breve parentesi di sonno, stringe con le mani i bordi del mantello allacciato sul petto e si schiarisce la voce. – Vegliano sugli spalti della propria fortificazione ed attendono.
– Certo, va bene, ma qualcuno sa dell'incidente occorso a Re Artamiro?
La calma sicurezza del militare sembra venire meno per un istante. – Non credo…Cioé in teoria è possibile che qualcuno abbia visto…
– E le spie? Vuol dirmi generale che il nostro campo non è imbottito di spie come un mulino che pullula di topi?
– ... Sì, certo, è probabile che…
– È stata predisposta una difesa? Se si trovasse al posto di Bartsodesh lei cosa farebbe? – Il Duca si avvicina al generale impalato nella propria posizione, il volto che va tingendosi di un bel colore porporino. – Eh? Lei cosa farebbe generale Kataiud se fosse appena un po' provetto di arte militare? Non coglierebbe al volo l'occasione per dare l'assalto al campo di un nemico con numerosi cavalieri feriti ed il morale a terra, il cui Signore giace tra la vita e la morte?
– Non se sapessi che il Duca Rossiter è ritornato ed ha preso in mano la situazione. – Dichiara serissimo Kataiud.
Il giovane Duca reprime l'impulso di scoppiare a ridere e fa un veloce cenno con la mano. – Sarà meglio non approfittare troppo di tanta insperata fortuna, comunque, ed erigere a nostra volta una palizzata dietro la quale prepararci a trascorrere l'inverno. Le prime nevi sono passate senza danno e l'Inverno ancora sonnolento ci ha concesso una breve tregua ma tra breve si risveglierà e cingerà d'assedio il campo. Non perdiamo altro tempo. Potete ritirarvi.
Il suo sguardo si posa subito dopo sul cerusico Syerdwin rimasto in piedi in un angolo della tenda. – Anche voi, Quiffrin, ritornate pure per la prossima applicazione.
Rimasto solo con Tamu Hiniun, il principe Syerdwin, ed il giovane mago Drjol, il Duca slaccia la cintura che sostiene la spada e torna a sedersi stendendo le gambe e abbandonando la testa sulla spalliera.
 – Invidia, incapacità, pigrizia, maldicenza, questi sono i fili dei quali è ormai intessuta la bandiera di Dancemarare. Su queste terre è riunita la più grande Armata che l'Orlo del Mondo abbia mai visto, ma essa è immobile, debole come un povero demente dalle fattezze terribili ma dal corpo malato.
– Ma perché Artamiro ha ordinato quell'impossibile assalto? – Si chiede Liest Hiniun. – Come pensava di superare la palizzata del nemico, quale visione, quale miraggio ha sconvolto la sua mente?
Il Duca Rossiter scuote il capo. – Una potente magia ha da tempo vincolato il cuore e la mente del nostro Re e talvolta penso che i suoi veri nemici non si trovino oltre Canddermyn ma qui tra noi ed a Dancemarare. O forse molto a Nord, dalle parti di Baran e Verhida.
– Ma se il Re non riprenderà presto conoscenza… – Inizia a dire Drjol subito interrotto dal Duca.
– Non dire, Drjol! Non chiederti neppure cosa accadrebbe! Corvi e sciacalli attendono da tempo il tramonto della Casa d'Occidente e l'affievolirsi del pugno di Artamiro. Non tutti gli Odo sono scomparsi nell'oblio e Vamaiun e Ornoll non attendono altro per allungare le proprie mani sulle terre della pianura. Il marito di Calissa, l'Arciduca Konstantin ha da tempo preparato amici e complici per la propria fortuna che ritiene quanto mai prossima ed anche qui non gli mancano sostenitori ed amici interessati.
– Il siniscalco del Re..


– Taci Hiniun, qui anche i muri hanno orecchie, piedi svelti e silenziosi e bocche per riferire.
Il Duca fissa il volto calmo e rilassato di Artamiro che sembra dormire finalmente tranquillo. – Il re deve tornare tra noi ad ogni costo, le sue insegne devono essere nuovamente issate alla testa dell'Armata, almeno finchè non sarà definita una volta per tutte la linea di successione.
– Tu sei il nipote del Re, figlio primogenito dell'amata Sorella Dama Ghifra. Non vi sono altre possibili linee: la Casa d'Occidente non prevede la successione femminile. – ricorda Liest Hiniun, ma con scarsa convinzione, quasi cercasse di rassicurare prima di tutto se stesso.
– La Casa d'Occidente o le armi di Artamiro? Vi è stata più volte una regina vestita dei colori degli Odo, Rachel, Regina dei Cancelli dell'Ovest, tanto per farti un nome. Capisci cosa intendo dire?
– Ammetto le tue buone ragioni, ma cosa ti fa pensare che un Re moribondo, appena appena in grado di cavalcare o anche solo lungamente convalescente possa mantenere unito il regno? In fondo Artamiro non è più giovane e ciò che accade oggi potrebbe accadere ancora domani.
– Non lo so, Drjol. È questo che volevi sentirmi dire amico mio? Ebbene te lo ripeto. Non lo so. Forse solo la paura mi spinge a mantenere in piedi sulla scacchiera un re ormai battuto ed assalito da ogni lato, in spregio ad ogni regola e a ogni uso. La tempesta infuria già e le armi del Re d'Oriente sono ben poca parte dei nembi che stanno ricoprendo il nostro cielo. Al buio topi e serpi assalgono senza vedere né sapere e la nostra luce si va facendo fioca, fioca come un tramonto senza la speranza di un'altra alba. – Il duca si alza per porre altra legna sul fuoco. – Fa freddo in questa tenda, non trovate amici miei? Il Re potrebbe avere freddo, potrebbe soffrire senza che noi possiamo udire la sua flebile, remota voce. La sua anima è debole come mai lo è stata e sola, tanto sola che neppure chi ha visto cadere il suo ultimo compagno nei deserti di ghiaccio può avere provato tanto freddo al cuore. Nel luogo dove si trova ora non vi sono voci di amici né sospiri di donne innamorate né canti o risa. Riscaldiamolo, amici miei, facciamo sì che il calore non abbandoni per sempre il suo corpo.

12.11.19

Il Mare Obliquo 41

Usif-Lizhi, Kirzil e il Duca Kwister continuano a navigare sul Drew, ma dopo l'incontro con una strana nave giungeranno a Uxsiell Flynnen dove troveranno un altro mistero ad attenderli.

– Non viene nella nostra direzione. – Il vecchio Oakin stringe le palpebre per valutare meglio le distanze ed una rete fitta di rughe sorge ad incorniciargli gli occhi. – Passerà un miglio a babordo della Goren.
Il barone Enklu mostra i canini candidi in un sorriso non riuscito. – Io spero che siate abile come sembrate, Mastro Oakin.
Il marinaio non si preoccupa di rispondergli e continua a fissare la titanica nave che scivola leggera sui campi, senza neppure piegare l'erba.
– Mavra. – Mormora a se stesso Usif-Lizhi.
– Cos'avete detto mio signore? – Chiede con lo stesso tono Kirzil Pennarossa.
– Non lo leggi tu stesso? È il nome della nave. Ogni cosa sotto l'ampia cupola del cielo deve avere un nome.
– Non riconosco quei caratteri.
Usif-Lizhi riflette a lungo prima di rispondere. – Li ho veduti ben poche volte io stesso, caro amico. Si tratta dell'alfabeto dei Lontani Primi.
– Sarebbe come dire che quella nave…
– È diventata polvere già da infiniti cicli del sole. In questo luogo, o forse solo nel nostro sguardo il tempo è precipitato in un profondissimo pozzo, in modo tale che noi possiamo vedere ciò che da tempo immemorabile non esiste più.
Oakin stringe ancora di più gli occhi ed indica l'altissimo castello di poppa del vascello di madreperla. – Guardate com'è alta, non sono mai corse navi siffatte sui nostri mari, né tantomeno sui nostri fiumi.
La grande nave è ormai quasi affiancata a loro e le sue alte e sottili finestre hanno vetri opachi dai quali la luce del giorno si ritrae senza riflettersi.
Khude il Silvano osserva a lungo il fantasma prima di parlare. – L'Orlo del Mondo è stato sollevato e non ci separa più da ciò che è stato e che sarà. E da ciò che non sarà mai.
La frase del Silvano fa vibrare l'aria come il rintocco di un pendolo, ma nessuno gli chiede spiegazioni, sulla Goren ognuno ha occhi solo per la grande nave che lenta attraversa il tempo dei Discendenti.
– Non sentite… questo odore… – Harvaiun rimane con la bocca aperta, immobile come un Tekk'sin della leggenda.
– Odore di polvere, di solitudine. – Usif-Lizhi distoglie lo sguardo dalla enorme murata della Mavra, attraversata da sottili screpolature, fitte come infinite ragnatele. – Il nostro mondo si ritrae da essa, le dona odori e colori adatti alla sua sostanza.
La Mavra supera l'ansa del fiume e comincia a curvare, diretta verso le pianure argentate del Kyuda. La sua forma sembra stranamente ridursi, accorciarsi come in una prospettiva sbagliata. La nave continua a curvare divenendo solo una sottile linea argentea che d'improvviso scompare restituendo pienamente libera la vista delle lontane alture che cingono la piana.
– Questa poi! Ma era dunque solo un fondale da teatro la nave dei Lontani Primi? Uno spettacolo di lanterna magica per spaventare i bimbi? – Kirzil Pennarossa ha ritrovato la voce ed il coraggio ed in piedi davanti all'albero principale della Goren fa sentire ben alti l'una e l'altro per dimenticare il brutto quarto d'ora. – E quali guerrieri la popolano? Maschere ed abiti vuoti, le teste come bolle di sapone? E le spade, di cosa saranno fatte mai? Di scaglie di pesci o di raggi di luna?
– Attento, Kirzil. I miei antenati sostenevano che le Ejiri sono fatte con i sospiri delle rocce e con i raggi di luna. – Usif-Lizhi appoggia la mano sull'elsa della spada. – Posso assicurarti che possono uccidere tanto bene quanto le migliori armi di Re Artamiro.
– Chiedo perdono umilissimo, mio Signore. Non volevo certo ridere dei tuoi antenati. Ma tu come spieghi questa strana apparizione e l'ancor più strana scomparsa?
– C'è spiegazione al mondo? Noi tutti lo accettiamo ad ogni risveglio per ciò che è fin da quando siamo tanto piccoli che né parole né pensieri né sogni tormentosi turbano la nostra mente. L'Orlo del Mondo conosce un Tempo che per noi non ha significato, tanto eccede la povera durata della nostra vita. Siamo entrati in un altro Tempo, Mastro Kirzil, e le regole che hanno accompagnato il risveglio della tua mente nei primi mesi della vita non bastano più a spiegarlo. Tutto qui. D'altro canto questo incrinarsi dell'Universo ha il pregio di fare di noi dei bimbi, di cancellare anni e decenni con un semplice soffio. – Il Notturno usa il suo tono più allegro e mondano per pronunciare quelle parole, ma lui stesso sembra credere ben poco a ciò che dice.– Probabilmente la stessa Ombra di Sangue finirà per dimenticare il suo crudele compito. Non è escluso che potremo incontrarla su questi campi cristallini a recitare ritornelli e filastrocche. 

 
– Io non ho nessuna voglia di ritornare bambino, caro Signore dei Notturni, con tutto il rispetto per i tuoi antenati e per la tua mente da poeta. Da bambino ho preso tante di quelle sberle e calci da non rimpiangere nulla di quella bella età. – Oakin infila una mano in un tasca del camiciotto dai bordi stinti e consumati e ne estrae una pipa dal bocchino lunghissimo. – I miei antenati si limitavano a dire che non bisogna fumare a stomaco vuoto, oltre ad altre regolette del genere, semplici semplici e forse molto stupide. Ma i miei antenati non hanno mai incontrato una nave come quella. I pirati magari sì, ma mai una cosa simile. Quindi adesso sappiate che mi riempirò la pipa ed andrò a fumarla sulla punta della prua. Alla vostra salute!
– E per quanto mi riguarda penso che andrò a mettere qualcosa sotto i denti: l'ora del primo pasto è passata da un pezzo ed il mio stomaco si è piegato e consumato come una vecchia bisaccia. Se qualcuno crede di voler seguire il mio esempio…
Intorno a Kirzil Pennarossa dei Mappin, diretto verso il sottoponte, si forma quasi subito un gruppo di sostenitori della sua idea ed il ponte si svuota così in un batter d'occhio, lasciando soli Usif-Lizhi, la fata Mahaderill ed il Duca Kwister.
– Alle volte mi capita di chiedermi… – Inizia col dire il Lupo-Drago, interrompendosi a metà per rimirare il riflesso d'oro del sole sulle acque.
– … Che ne sarà della mia Marrak, dei miei cari, del poco che ritengo davvero importante nella vita… – Continua la Fata Mahaderill.
– Ignoravo queste virtù di voi Fate. D'ora in poi starò molto attento a non pensare in presenza di una di voi. – Il Duca sorride senza voltarsi.
– Le fate non posseggono il dono di leggere nella mente. Solo taluni incantesimi della magia più antica rendono possibile farlo, ammesso che sia opera degna. No, il vostro pensiero è scritto sul volto, insieme ad una sorta di ira malsopportata, la stessa che ci prende di fronte alla sfacciataggine innocente di un bimbo. – Mahaderill scuote dolcemente il capo, adornato di piccoli fiori come è costume delle gwellyniuin.
Con una punta di malinconia il Duca nota che i fiori sono già in gran parte sfioriti. Quell'emozione, dapprima delicata e quasi piacevole si trasforma ben presto in una nostalgia bruciante, dolorosa, quale non avrebbe mai creduto di poter provare. I bastioni scuri della sua Marrak, aggrappati sul bordo di una profonda valle profumata d'erba sorgono davanti al suo sguardo tanto reali da dargli il desiderio di sfiorarli. Tra le vecchie pietre crescono decine di delicati fiori azzurri, muschi dalle mille sfumature di verde e marrone bruciato, ciuffi d'erba disordinata e caparbia, lunghi sottili steli del colore del miele. Le pietre illuminate dal sole mandano un delicato tepore che giunge fino a lui superando lo spessore del cuoio del guanto. Respirando affannosamente il Lupo-Drago cade in ginocchio, appoggiando le mani aperte sulla pietra del bastione, sentendola vibrare dolcemente, con lo stesso ritmo trasognato dei canti uditi oltre le porte del grande Salone della Luna, quando era solo un piccolo lupetto pestifero, amato dagli altri Marr solo quando finalmente dormiva.

Kwister di Lö vede i giorni correre veloci sulla pietra del bastione: sente il gelo afferrarlo, il vento attraversare le ossa come se lui stesso fosse divenuto un fantasma, il caldo delle ore più calde della breve estate appena temperato, la dolcezza estenuante della luce d'autunno ed i venti freddi che preannunciano il grande silenzio della neve. E la pietra scura della Marrak imbrunisce ancora sotto le sua mani, crepe dapprima leggere la attraversano, frammenti cadono facendosi polvere al contatto delle dita. La pietra ha cessato di respirare e quieta attende la propria fine. Il Lupo-Drago stringe i denti, afferra i frammenti di pietra e li ricaccia affannosamente nelle crepe, aprendone di più grandi, sempre più grandi, fino a vedere oltre gli orli spezzati il grigio polveroso delle residenze crollate, i tetti sventrati, le finestre vuote e silenziose. Ed ancora tempo passa, sempre più veloce davanti alle pupille dilatate del Duca: il giorno si confonde con la notte, il cielo brilla con la luce di un interminabile crepuscolo. Le montagne regrediscono velocemente a colline, insulse alture che proiettano ombre instabili e lunghissime. Solo il freddo non conosce tramonto, si fa più forte, arrogante: è l'unico tiranno dell'aria sottile rimasta a cingere quella terra piana e senza futuro. Kwister sente che il freddo ha ormai raggiunto anche il suo cuore, la mente. Quella terra del crepuscolo gli sembra tiepida, accogliente, pacifica. Gli occhi rimasti finora sbarrati si chiudono con un'ultimo spasmo ed il duca crolla sul pavimento della nave, rigido come un cadavere.
Usif-Lizhi si china su di lui, lo rigira. – Ha il viso freddo, quasi gelato. – Si volta verso la gwellyniuin. – Cosa gli è accaduto?
– La nave portava con sé il principio e il termine di ogni cosa. Un'onda che ha colto forse il solo duca.
Usif-Lizhi chiude i grandi occhi e scuote la testa. – Non solo lui, Mahaderill. Ho sentito un vuoto, un languore che come un incubo non voleva abbandonarmi. Cos'altro dovremo affrontare in questo viaggio?
– Non lo so, Uomo-di-luna. E forse è meglio così per noi tutti.

Uxsiel Fllynnen è un piccolo porto poco frequentato sul percorso del Drew, posto a poche miglia dalle grandi chiuse. L'unico particolare degno di nota del villaggio è la grande torre detta l'Ago di Evresse che sorge accanto al minuscolo palazzo del Guardiano delle Acque. Costruita probabilmente dai Gu'Hijirr bruni si racconta esistesse già ai tempi delle guerre tra i Notturni ed i Lupi-Drago delle pianure del Sud. Dalla sua cima, una piccola cupola di cristallo di un paio di metri di diametro, lo sguardo può correre dalle montagne dell'Orlo fino ai primi lembi del grande territorio di Re Artamiro seguendo il lento e maestoso corso del fiume. In condizioni di tempo buono e di vento leggero è visibile per buona parte del percorso fluviale ed i riflessi del sole sulla cupola si dice possano essere avvistati con un buon cannocchiale già dai Nove monti di Verdevima.
– È alta più di duecento braccia. – Spiega Kirzil Pennarossa a Share Harvaiun. – E le fondamenta scendono fin sotto il livello del Drew. Non esiste nessuna costruzione più alta in tutto il vasto orlo del mondo.
Il syerdwin la osserva con una punta di compiacenza. – Non nego che alta sia ben alta, ma il Faro della Misericordia su nelle Isole della Regina è certamente più alto.
Kirzil aggrotta le sopracciglia. – Mai sentito nominare. Ma in fondo la valentia dei Syerdwin come costruttori non è particolarmente famosa. 

 
– Dicono che questa torre sia stata costruita dai Gu'Hijirr bruni. Secondo il Duca Kwister questi non hanno molto a che vedere con i Gu'Hijirr attuali, più o meno come non si possono confondere le tartarughe con i Lontani Primi. – Continua parlando in tono mondano, quasi distratto il Syerdwin. – Presso la corte la gente di Farsoll è chiamata con il nomignolo di Maiali di Mare mentre molto timore e rispetto ho spesso sentito esprimere per i Gu'Hijirr Bruni.
– Questo è niente. – Ride Kirzil Pennarossa. – Alla corte di Niby Ornoll la gente della tua razza è definita "Pesce Secco". In quanto al nomignolo di gusto delicato scelto dal tuo re e dai suoi sodali ti consiglierei di citarlo solo a voce molto bassa. La gente di Oakin è particolarmente permalosa ed ha l'abitudine di gettare nel fiume una dozzina di volta chi l'offende. Allora cosa ne dici di questa meravigliosa torre costruita dai miei antenati a buon titolo?
Il Syerdwin inghiotte un paio di volte a vuoto, scruta le espressioni poco raccomandabili della ciurma della Goren ed annuisce. – Davvero meravigliosa, sì. Ricordati di venirmi a trovare nella mia città una volta o l'altra, Kirzil Pennarossa dei Mappin che saprò ben come renderti una simile ospitalità.
– Prima dobbiamo portare a compimento la nostra impresa, pesciolino mio. Ma la nave sta rallentando, non pare anche a te?
– Sì. E mi sembra stia anche accostando a destra.
– Approderemo ad Uxsiel comesichiama dunque? Ecco, mio signore, trascorreremo la sera in un'accogliente locanda di questa piccola città?
Usif-Lizhi si scuote come chi è risvegliato da un sonno non particolarmente felice e si stringe nelle spalle. – Credo che questa sia l'intenzione di Oakin e del Duca. Dall'alto dell'Ago di Evresse speriamo di vedere fino a che punto sia giunto il Cambiamento e se le chiuse siano ancora praticabili.
– In caso contrario, mio signore? – Chiede Harvaiun.
– In caso contrario dovremo proseguire a cavallo, guardandoci dalle scorrerie degli uomini di mezza-pianura, i Tedeki, e chiedendo ospitalità alle rocche dei Notturni sparse lungo la strada.
– Magnifica prospettiva mi pare. Ma forse è preferibile un pericolo reale ed afferrabile come quello dei mezzi uomini di pianura o una notte in una Rocca dei Notturni ad incontri come quelli avuti sul fiume.
Il Notturno sorride in modo appena avvertibile. – L'unico pericolo tra la mia gente è quello di morire di noia tra una raccolta di minerali ed una collezione di profumi ed essenze. I Tedeki sono un po' peggio, si dice, dal momento che hanno l'abitudine di nutrirsi degli occhi e della lingua delle loro vittime per acquisirne ricordi e capacità.
– E qual'è la sorte dei poveretti così ridotti? – Chiede Kirzil cercando di conservare la voce ben ferma.
– Lo ignoro. Ma quand'anche non infierissero oltre sulle loro vittime non credo che dalla cosa si potrebbe trarre gran consolazione.
– Indubbiamente, mio Signore, indubbiamente. – Ammette il Gu'Hijirr.
Nel frattempo la Goren ha terminato le manovre di attracco e nell'aria limpida della sera si ode il grido di Mastro Oakin che ordina di serrare i nodi d'ancoraggio.

7.11.19

Il Mare Obliquo 40


Il viaggio nelle Foreste Sotterrate si fa sempre più pericoloso e i nostri riescono a sopravvivere solo grazie agli strani amici Aloq.
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La colazione è costituita di un sorso d'acqua ed un biscotto e viene consumata mentre il notturno racconta dell'incontro di Klog.

– … Io credo che quelle creature vivano vicino alla superficie e che quindi ben poche di loro scendano fino alle foreste sepolte, ma naturalmente non ne sono certo.

Un brontolio indistinto dei cervi e la mesta rassegnazione degli altri è l'unico commento al discorsetto.

– Ma insomma si può sapere cosa hai visto di preciso? – Chiede Plinio attardatosi nella colonna per aspettare il Boldhovin che procede per ultimo, con le mani sprofondate nelle tasche e gli occhi fissi sul soffitto del condotto.

– Possono camminare rovesciati, come le mosche secondo te? – Chiede all'improvviso Klog. – L'ho chiesto a Gudre-Yinnu ma non ha saputo rispondermi.

Plinio sospira. – Dovrei sapere un po' meglio di cosa parli per poterti rispondere.

– Parla piano.

– Va bene.

– Sono gli alloq, le creature che abitano queste profondità. – Spiega il Boldhovin. – Ne ho visto uno. Fischiano e si muovono al buio senza rumore.

– Credo che il nome giusto sia Aloq, ma sono creature da fiaba, non esistono. – Spiega il gatto con un sorriso.

– L'ha visto anche il Neek.

– Ho sentito. Ma sono scettico.

Klog decide che non merita cercare di convincere lo stupido gatto. Si stringe nelle spalle e continua la sua osservazione del soffitto.

– Ma cosa ha fatto quella creatura? – Chiede dopo un po' Plinio che non si è ancora allontanato.

– Nulla. Anzi, si addolorava perché certa gente non ammette la sua esistenza.

– Smettila, Klog. Se vuoi ci credo. Cosa faceva l'Aloq?

– Fischiava e si spostava nel buio, nulla di più. Ci spiava, insomma. Hanno una faccia che sembra una maschera di cartone, si vestono di ragnatele e hanno occhi grandi che non riflettono la luce.

Il gatto riflette per qualche istante senza replicare.

– Probabilmente questi luoghi ne sono pieni. Vivono in questi antichi condotti scavati dai Gu'Hijirr Bruni e rapiscono la gente nelle notti di luna nuova. – Continua il Boldhovin. – Ma temono la luce ed io ho la Pietragemella.

Plinio annuisce suo malgrado impressionato dal racconto e getta un paio di occhiate al buio alle sue spalle.

Procedono per un paio d'ore, continuando a scegliere ai frequenti bivi la strada che promette di condurli più in basso.

– Di questo passo arriveremo nella Reggia nell'Ombra di Sangue. – Commenta a bassa voce Matushka all'ennesimo bivio. – Cosa ci assicura che la strada giusta sia quella che porta verso la profondità?

– Nulla. – Gudre-Yinnu, che marcia in testa al piccolo gruppo sorreggendo la lanterna, ride: – Ricorda che i Neek hanno l'udito dei notturni, piccola Fuji-Ku. Abbiamo solo qualche ricordo ormai sbiadito dal tempo e qualche frase di vecchissimi libri.

L'unica replica della piccola volpe è uno sbuffo irritato.

Dopo un'altra mezz'ora di marcia il disegno del condotto si è fatto meno preciso, come se lo scavo avesse incontrato un sistema di gallerie naturali limitandosi a seguirlo. Le pareti sono più ampie e gli spiazzi, mal delimitati e stillanti umidità, si sono fatti più frequenti.

– Ehi! Il soffitto non è più tramezzato! – Esclama Klog. – Siamo vicino alle foreste?

– È probabile. – Replica brevemente il Neek. – Ma credo che fino a sera non le…

Un debole fischio, apparentemente proveniente da una diramazione della caverna interrompe le parole di Gudre-Yinnu.

Un istante dopo un'altro fischio proveniente dal condotto che hanno appena superato giunge in risposta al primo.

– Sono gli Aloq? – Chiede Fahgön, tranquillo come se avesse chiesto il tempo che fa.

Il Neek risponde con un cenno del capo ed estrae lentamente la lunga Ejiri. Altri fischi echeggiano nei corridoi.


– Schieriamoci contro quella parete, presto. – Grida Fahgön. – Così non potranno prenderci alle spalle. – Il vecchio cervo agita l'imponente palco di corna. – Ükkum-Glid, Fratelli- di-scorza, tenetevi pronti a caricare. – Grida agli altri cervi.

Passano pochi secondi, lunghi come il tempo degli dei e da quattro varchi aperti sul buio penetra correndo un'orda di creature che procedono a testa bassa, senza produrre rumore né grida.

– Ükkum Hian! – Grida Fahgön ed i quattro cervi si lanciano a testa bassa verso il gruppo più vicino di assalitori, simili al vento che scuote le chiome degli alberi.

Non un lamento si leva dalla creature assalite e calpestate da Fahgön e dai suoi Fratelli-di-scorza. Dopo la prima carica i cervi si voltano rapidi per caricare il secondo gruppo di nemici che, preavvisati li accolgono con gli scudi sollevati. I cervi, con così poco spazio per prendere la rincorsa, sono costretti a piombare sui guerrieri con impeto minore e la loro carica riesce solo a fermarli senza sopraffarli.

– Attento Fahgön, a destra! – Urla Gudre-Yinnu lanciandosi addosso ad un terzo gruppo di avversari che stanno per attaccare alle spalle i quattro cervi. Il Neek si lancia in mezzo al gruppetto di creature urlando e abbattendo la sua spada in mezzo a loro.

– Sono Oom! – Grida Matushka. – Non c'è sangue nei loro corpi.

Klog che sta per estrarre la Pietragemella dalla borsa alza lo sguardo e fissa la Ejiri manovrata dal Notturno, che ha già colpito molti assalitori senza macchiarsi di sangue. Un brivido gelido lo immobilizza: gli Oom sono creature senza mente nè spirito, animate da una Magia di Sangue ed impossibili da spaventare o fermare senza distruggerle.

Plinio estrae dalla borsa una corta spada di fabbricazione Gu'Hijirr e si lancia in soccorso di Gudre-Yinnu, circondato da quattro Oom, che lo attaccano a turno come una muta di cani rabbiosi.

– La lanterna… – Grida il Boldhovin. – Attenzione! – Ma il suo grido giunge troppo tardi. Uno degli Oom l'ha già raggiunta e scagliata a terra. Nel buio più completo la lotta già difficile è diventata senza speranza. Un istante dopo l'aria si riempie improvvisamente di fischi e dell'odore di viole degli Aloq. Klog sente qualcosa afferrarlo mentre sta per estrarre la Pietragemella ed aspira un forte lezzo di palude un istante prima che il soffitto della caverna gli cada sulla testa.





Buio. Cerca di sollevare il capo ma una fitta dolorosa lo immobilizza con la nuca contro il pavimento di roccia. «Sono vivo a quanto pare.» Osserva tra sé il Boldhovin, incerto se rallegrarsi o meno per quel dato di fatto. Nella caverna o qualunque sia il luogo nel quale si trovano, c'è un assoluto silenzio, appena turbato dal respiro di alcune creature. Con uno sforzo doloroso estrae dalla tracolla, rimastagli miracolosamente appesa alla spalla, la Pietragemella che illumina la scena con un bagliore vivido.

Si trovano ancora nella caverna della battaglia, su questo non c'è dubbio, ma non vi è traccia degli Aloq né degli Oom. Klog si alza a sedere. Più o meno malconci i suoi compagni sembrano esserci ancora tutti, se vivi o morti però non saprebbe dirlo.

– Gudre-Yinnu? – Chiama. – Plinio? Fahgön? Matushka?

L'unica risposta è una specie di grugnito proveniente senza alcun dubbio dalla gola del cervo.

– Sei vivo Fahgön?

– Credo di sì. Siamo stati sconfitti, vero?

Klog sente lo spasmodico desiderio di ridere di fronte a quell'osservazione così tipica ma si trattiene.

– Siamo vivi, Fahgön, perlomeno io e te. Non sei contento?

Il vecchio cervo brontola qualcosa nella sua lingua e si alza a fatica sulle quattro zampe. – Una vita senza onore non è vita. – Commenta. – Come stanno i nostri compagni?

– Non lo so. Chiediamoglielo.

– Non mi toccate, per favore. – La voce del Neek sembra molto meno divertita ed ironica del solito. – Non credo di avere più un solo osso nella sua sede naturale. – Si alza su un gomito. – Come abbiamo fatto a salvarci?

– Gli Aloq. – Klog riconosce la voce di Basso Okme e si volta di scatto. L'uccello-di-legno è in piedi, apparentemente incolume. – Li ho sentiti arrivare e li ho visti combattere con gli Oom. Quelli non potevano avvertire la mia presenza perché sono attirati solo dalle creature fatte di carne e di sangue. Gli Aloq ne hanno distrutti molti ed hanno trascinato via i loro resti ed i pochi superstiti. I fischi che abbiamo udito prima dell'arrivo degli Oom erano stati emessi per avvertirci.

– Oh, bella. E tu come fai a sapere tutte queste cose? – Chiede Plinio massaggiandosi la nuca.

– Li ho veduti ed ho parlato con loro. In genere non amano chi entra nelle loro terre, ma meno di tutti amano gli Oom, che sono entrati ieri ed hanno invaso le loro silenziose gallerie.

– Hai visto, stupido gatto, che gli Aloq esistono?– Non può fare a meno di dire Klog con espressione trionfante.

– Già, e meno male che esistono. Da come li avevi descritti tu non sembravano poi troppo utili, tuttavia.

Prima del Boldhovin è Basso Okme a rispondere. – Sono strane creature. Parlano una lingua fatta di fischi e odori, forse la lingua più antica dell'Orlo del Mondo. Sono diffidenti ed insieme ingenui come bambini e così possono esseri crudeli e generosi. Comunque mi hanno detto che quanto prima ce ne andremo meglio sarà.

– E così sia. – Commenta Gudre-Yinnu. – Io non ho nessuna intenzione di occupare le loro amate gallerie ancora per molto tempo, ne stiano pur sicuri. Immagino che questa tua capacità di comprendere le lingue ti sia stata donata da Kerfilluan.

– Ogni lingua ubbidisce a regole musicali, Gudre-Yinnu. Chi comprende la musica può comprendere ciò che gli altri esseri dicono.

– Se avete terminato con la vostra bella discussione sulla musica e la lingua io direi di allontanarci in fretta di qui. – Fahgön scuote il grande palco di corna come per rassicurarsi di essere ancora tutto intero. – Potrete riprendere una volta tornati sotto il cielo, se proprio ci tenete. Io non ne posso più di questo luogo.

Nessuno trova nulla da aggiungere e, tra lamenti e grugniti i custodi della Pietragemella riprendono zoppicando il loro viaggio verso le Foreste Sotterrate.