24.5.19

Il Mare Obliquo 11

Sceso dalla nave il Notturno cerca un altro passaggio in compagnia di Kirzil e per raggiungere un altro scalo deve costeggiare una foresta particolarmente temuta: la Foresta di cera. Intanto il Duca Kwister si libera abilmente di un incantesimo posto sulla sua testa dal mago Tiatikenn e parte per la sua missione. 
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– Attenzione, Kirzil, lì c'è una grossa pietra!

Il Gu'Hijirr si china di scatto a guardare nel momento in cui il suo piede tocca la roccia e finisce a capofitto nella sabbia. Si rialza bestemmiando il nome dei suoi numerosi dei. – Grazie per l'avvertimento. – Commenta amaro.

Usif-Lizhi ride anche senza averne voglia.

– Scusami, ero soprappensiero. Ti sei fatto male?

– Direi di no. Ma voi, mio Signore, siete un po' troppo spesso soprappensiero, come dite voi. Può essere pericoloso, alle volte. Anche per gli altri.

– Suvvia, Kirzil Pennarossa, chi vuoi che assalga un Notturno e per giunta di notte?

Il Gu'Hijirr si volta a guardare l'oscuro intrico della foresta che stanno costeggiando e fa un cenno con il capo. – Là dentro, signore, nella Foresta di Cera, vivono creature che non temono nemmeno i Notturni. Avete mai udito parlare dei Vreden?

Usif-Lizhi si stringe nelle spalle. – No. Ma questa strada me l'hai indicata tu perché era la più breve per raggiungere Verdevima e lì trovare un altro imbarco.

– È vero. Ma io Signore non credevo che la sceglieste, né tantomeno che partissimo subito, in piena notte.

– Vedi…

– Altolà, lo so, sono stato io ad offrirmi di accompagnarvi, quindi non posso lamentarmi. Ma non mi stavo lamentando, era solo per chiacchierare un po' e dimenticarmi della paura.

– Non devi sentirti troppo vincolato dalla tua parola, Kirzil, la generosità è sempre un po' impulsiva. E io non credo di essere troppo saggio, né credo che sia saggia la mia condotta. Ma chi sono allora questi Vreden?

Il Gu'Hijirr si guarda intorno e comincia a parlare bisbigliando: – Essi non hanno occhi ma vedono, non hanno orecchie ma ascoltano, non hanno bocca ma mangiano. Essi sono come i pupazzi snodabili dei pittori, ma il loro corpo non è di legno, nossignore. Il loro corpo è fatto di una manciata di capelli ed unghie, cementati dal fango e dalla salsedine. Hanno un solo desiderio: la vita vera ed il sangue, che ne è la sostanza. Inseguono i vivi, silenziosi come nuvole e non appena questi dormono li assalgono per divorarli. So di persone che li hanno incontrati e si sono svegliate un secondo prima di essere assalite, scorgendo i loro volti vuoti ed orribili.

Usif-Lizhi stringe le labbra. – E vivono nella foresta di Cera?

– Così ho udito dire.

– Ci sono altre creature orribili di quel genere nella foresta?

– Certo. Si dice che in essa vivano le Bàtorj, enormi ragni dal volto di donna, che attirano il viaggiatore con il loro pianto struggente, al quale nessuna creatura con un po' di cuore riesce a resistere. E poi vi sono i Necklas, dai denti di metallo, i Vei, le cui risate provocano la pazzia, gli Scultori del Vetro…

– Ecco, parlami di quelli.

Kirzil si volta a fissare il Notturno. – Io sono qui a spaventarmi da solo e sapete che cosa penso?

– No.

– Penso che voi mi facciate raccontare queste cose tanto per passare il tempo. Voi non avete paura di nulla, vero?

– Non è esatto. Io ho paura di tantissime cose. Rimanere solo, per esempio, o non riuscire più ad immaginare nulla, se non ciò che mi è già accaduto. Perdere la memoria, non trarre nessun insegnamento da un'esperienza, divenire cieco a ciò che provano le altre creature, fare del male a qualcuno senza accorgermene, odiare senza tentare di capire. Queste sono solo alcune delle cose che mi fanno paura.

– Voi parlate bene, signore, ma le vostre sono le paure di un nobile. Le mie sono le paure di un poveretto, che crede a queste cose e le racconta per non domandarsi cosa ne sarà di lui da vecchio o come metterà insieme il pranzo con la cena.

– Molte cose ci rendono simili, Kirzil, molte di più di quelle che ci rendono differenti. Qual'è il motivo vero per il quale hai voluto venire con me, dimmelo sinceramente.

Il Gu'Hijirr scuota le testa come per scacciare una mosca e sbuffa. – Siete curioso eh? Io ve lo dico, ma non dovete offendervi. Il fatto è che mi sembrate una creatura così ingenua, così indifesa in questo mondo così poco nobile. E trovo singolare che a darmi questa sensazione sia una creatura che mi fa un po' paura e che le nostre femmine chiamano in causa per spaventare i bimbi quando fanno i capricci. E così volevo capire, seguendovi, quale delle mie sensazioni è quella giusta, sempre che ce ne sia una giusta.

– E finora cosa hai deciso?

– Nulla. Ovvero tutte e due le cose continuano a sembrarmi vere e forse sarà così fino a quando le nostre strade non si divideranno. Ma voi perché fate questo viaggio, così difficile per uno della vostra razza?

– Dovete sapere…

– Come "dovete"? Io sono uno solo. – Lo interrompe il Gu'Hijirr.

– Anch'io sono uno solo. – Ribatte Usif-Lizhi. – Ma voi continuate a parlarmi come se fossimo in tanti.

Kirzil lo guarda per un'istante senza capire, poi fa una smorfia. – Ho capito, sape…sai. Ma non mi sembra una cosa ben fatta. Non… sei mica uno di noi. Cioé… No non volevo dire… Insomma, lasciamo stare. E comunque non hai risposto alla mia domanda. 

 

Il Notturno guarda la luna appena sorta, fasciata di bruma, che risplende come argento vecchio sul tappeto vegetale della foresta di Cera. – Siamo rimasti in pochi, Kirzil, nella mia razza. Pochi e stanchi. Ormai viviamo tutti nei nostri castelli di pietra sui ghiacciai ed è come se quel freddo e quell'immobilità fossero entrati in noi. Non nascono più piccoli della nostra gente, io sono uno degli ultimi ad essere stato concepito da due Notturni, e dopo la mia nascita in tutta la vasta curva del mondo non ne sono nati altri.

– Ma non c'è un rimedio a questo?

Usif-Lizhi si stringe nelle spalle. – Il Mago Denfrya ha scritto che il nostro sangue è ormai divenuto freddo e arido come sabbia e che da nessuno della nostra razza potrà più nascere un figlio, né da un notturno e da una creatura d'una altra razza. Siamo destinati a scomparire tutti.

– È terribile.

– Certo lo è per noi, ma non so quanto ne saranno addolorati gli altri popoli. Noi figli della luce della luna non siamo molto amati, anche se alcuni, come te, sono almeno curiosi di noi.

– Ehm, ma questo viaggio?

La luce degli occhi di Usif-Lizhi impallidisce ed il notturno si volge verso il mare perché Kirzil non lo veda mentre parla. – Devo rivolgermi ad un… Mago più potente di Denfrya, allo spirito più potente di tutti.

– Sono stato inopportuno, vero Usif-Lizhi? Non ti disturbare a negarlo. Non ti chiederò altro, così non sarai costretto a…

– Ti prego, Kirzil. Forse una di queste notti chiederò il tuo consiglio, forse a tutte le creature dovrei chiedere consiglio… – Il volto del Notturno, illuminato dalla luce della luna sembra una maschera d'argento, fissata per sempre ad esprimere smarrimento e dubbio.

Il Gu'hijirr ne sopporta la visione per qualche istante prima di abbassare gli occhi e fare alcuni gesti nervosi con le mani.

– Sarò pronto ad udirti, in quel caso, Usif-Lizhi, come un amico. Ma ora ti prego, allunga il passo: anche se sono solo leggende vorrei superare velocemente la Foresta di Cera.

Il Notturno si scuote, lo guarda, esitante, e ride sommessamente. – Non ho le parole per elogiare le tue attenzioni, Kirzil Pennarossa. Non mi hai detto, comunque, chi sono gli Scultori del Vetro.

Il Gu'Hijirr fa un gesto di scongiuro tipico della sua razza toccandosi rapidamente la fronte e le spalle. – Sono i peggiori, peggiori dei Vreden, della Bàtorj, dei Vei e di tutti gli altri.

– Affascinante e quali sono le peculiarità di costoro? E cosa sono, uomini, gu'Hijirr, Syerdwin o che altro?

– Usif-lizhi, io sto parlando seriamente. – Puntualizza Kirzil.– Comunque essi danno la caccia a tutte le creature che entrano nella foresta, e magari anche a qualcuna fuori. – Il Gu'Hijirr lancia un'occhiata inquieta al tratto di spiaggia che li separa dal limitare della foresta e riprende. – Non so quale sia la loro natura, ma c'è chi dice che nascono spontaneamente dalla sabbia rovente ed il loro volto sia come vetro consumato dal vento. Comunque, una volta catturata una creatura viva essi la imprigionano in un guscio di vetro che poi scolpiscono a loro piacere, facendo in modo che la loro vittima non giunga mai a morirne. C'è chi dice che al centro della Foresta di Cera vi siano i loro capolavori e che altri siano custoditi dal Conte-Mago Teardraet dei Syerdwin o dal Mago Tiatikenn… Uomini e altre creature, ancor vive, scolpite in forma di albero o di uccello, condannate a rimanere eternamente in quella forma. Se qualcuno tenta di liberarle dal loro involucro di vetro esse muoiono, perchè non vi è più separazione tra la loro carne ed il cristallo che le imprigiona e gli scultori traggono piacere nel vedere i visi delle loro vittime, per sempre immobili nel terrore… 

 

– Madre Luna, e poi tu dici di avere paura dei Notturni, quando la tua mente riesce a convivere con tali incubi. Sei decisamente curioso, Kirzil Pennarossa, io credo che faticherò a trovare sonno dopo la tua narrazione, mentre tu dormirai come un bimbo, ne sono certo.

– Certe storie ci vivono dentro senza fare danno se non le ricordiamo. Ma d'altro canto c'è chi dice che questa storia è solo una diceria messa in giro ai Maghi come Tiatikenn, per stornare l'attenzione dai loro esperimenti sulla conservazione eterna della vita.

Usif-Lizhi lo guarda con ammirazione. – È solo un espediente, un trucco, il tuo, vero? Dico quello di fingerti un semplice marinaio ignorante, mentre mi sembri molto ben informato su ciò che avviene nel mondo.

Kirzil si stringe nelle spalle, modesto. – Giro molti porti ed ho buone orecchie per udire. Il mio segreto è solo questo, Usif-Lizhi. Ora che c'è la guerra molte bocche restano cucite, ma ben pochi sanno tacere in compagnia, dopo una buona bevuta, probabilmente nemmeno Artamiro o Bartsodesh ne sarebbero capaci, proprio come le loro spie. Non che io preferisca troppo l'uno all'altro. Il nostro re, Nyby Ornoll ha scelto la causa di Artamiro, perché lo teme, credo, come me e tutti noi, ma il Principe Tidli il Testardo di Grabelitz, si batte dalla parte di Re Bartsodesh, cosicché noi Gu'Hijirr saremo alla fine vincitori in ogni caso e saranno solo Nyby o Tidli a rimetterci la zucca.

– Io temo di essere molto meno informato di te di ciò che accade nel mondo diurno, Kirzil, ma tra i Notturni non è considerato di buon gusto occuparsi di ciò che avviene alla luce del sole. D'altro canto nessuno avanza pretese sulle nostre rocce, sui nostri ghiacci e sui nostri castelli, così non abbiamo motivo per preoccuparci per ciò che fanno la altre razze.

– Mi duole dirtelo, ma almeno TU dovrai preoccupartene, visto che non vi è angolo del mondo dove la guerra non sia giunta. La strada per Dancemarare, dove sei diretto, attraversa i campi di battaglia dove si scontrano gli eserciti di tutti le genti.

– Lo sapevo, Kirzil. Ragion per cui ti chiedo di continuare a raccontare ciò che sai senza timore di annoiarmi.

– Povero me, temo che sarò io stesso il primo ad annoiarmi. Ma comunque preferisco parlare delle scelleratezze certe piuttosto che di quelle possibili. Allora, devi sapere che la guerra è cominciata…

Usif-Lizhi cammina lentamente, scalzo sulla sabbia fredda, e l' attenzione con la quale ascolta il gu'Hijirr non gli impedisce di provare piacere da quel contatto che nessuno della sua razza provava più da tempo. Il mondo visto da quella spiaggia gli sembra un posto bellissimo, ricco come un sogno inesauribile ed altrettanto sorprendente. Per qualche momento il Notturno dimentica il motivo per il quale si trova lì, cosa lo attende al termine del suo viaggio e gli abbracci di Adwina. Come un cucciolo senza problemi per il futuro ascolta Kirzil Pennarossa, sorride per la sua irriverente e saggia ironia e danza leggermente sulla sabbia fredda ascoltando il rumore del mare, forte ma non minaccioso.







Il tuono rumoreggia ad nordest, sopra le schiene antiche dell'Annadille. Ancora più ad nordest, oltre lo Smüll e Thesiger dai mille Specchi, oltre il Grande Circo formato dai Monti Nuovi, oltre Muni Kathani ed il Primo Ghiaccio sorge Therrelise dell'Erica, l'ultima città dei Lupi-Drago.

La luna sui tetti della sua città disegna ombre pallide che scoloriscono piano fino alla lenta comparsa del sole, un astro lontano, freddo, che sembra solo un lontano parente di quello che illumina il sud del mondo. Ancora più a nord il sole scompare per interi mesi e passano giorni e giorni prima che la sua luce svanisca del tutto, lasciando un ricordo di un colore tiepido, appoggiato sull'orizzonte nero.

Ma a sostituirlo sorgono le aurore boreali, i Sogni degli Dei, come li chiama la sua gente, che si riunisce fuori dalle case per guardarle in silenzio, come si guarda un innocuo fantasma o i colori stesi sulla tela da un folle. Quel mondo del Sud è così povero e così ricco insieme, la gente non si rende neppure conto della sua fortuna e come un bimbo viziato vuole sempre qualcosa di più, un'emozione di un attimo alla quale segue inesorabile un altro desiderio. E così divorano ogni cosa senza nemmeno esserne coscienti e pur ricchissimi piangono sempre miseria.

– Buongiorno Duca Kwister! – Il saluto della sentinella al suo passaggio suona enfatico, come se l'uomo credesse davvero al significato augurale di quel saluto.

Chissà se quel soldato ama come lui quei minuti che precedono l'alba o, infreddolito, lo stramaledice borbottando tra sé contro i comandanti troppo mattinieri? La pioggia non tarderà e Kwister guarda il cielo con affetto: gli uomini, quelle stupide scimmie, non la amano e bestemmiano e si affannano per non bagnarsi, anche se solo gli dei sanno quanto farebbe loro bene un bel bagno.

Al nord l'aria sa di neve, di vento, di grandi distanze e grandi solitudini. Lì, in quel campo eretto da settimane ad aspettare di combattere un nemico accorto ed abile, tutto marcisce rapidamente e sa di sudore, di paura, di rabbia, sa di uomini stanchi, ubriachi, pieni di rancore e di malattie della pelle e solo quelle passeggiate in solitudine riescono, sia pure per poco, a liberargli la mente da quegli odori così sgradevoli.

Una pattuglia di Swyerdwin con i colori del loro re, Horr Vamaiun, attraversano la sua strada ed il loro ufficiale, un Syerdwin dalla carnagione particolarmente spettrale, lo saluta con un secco cenno della testa. Il Lupo-Drago ricambia il gesto e chiede: – Qualcosa da segnalare, Wys?

Il Syerdwin annuncia: – Wys Aila Mondhiun, Liest. Alcuni uomini si sono azzuffati nell'attendamento del Liest Prawen Farnjiun e ci sono feriti. Due disertori Gu'Hijirr hanno abbandonato i loro quartieri, alcune volpi sono penetrate…

– Grazie, basta così. Conosci Siah Teh, il vostro mago?

Il Syerdwin corruga la fronte prima di rispondere, probabilmente stupito. – Egli fa parte della mia famiglia, Liest Kwister di Lö. È un mio cugino.– Kwister annuisce. Presso i Syerdwin cugino è un grado di parentela molto diverso che presso gli uomini, i Lupi-Drago o i Gu'Hijirr, designa infatti tutti i piccoli lasciati nell'arco di un'anno sull'isola di una Famiglia, dagli Spettri delle Acque del Crepuscolo perché i suoi membri vi provvedano. Conseguentemente i doveri di lealtà e di fedeltà dei cugini Syerdwin sono meno solidi che in altri popoli, o almeno così si racconta.

– Io devo incontrare tuo cugino, Wys Mondhiun, dove lo posso trovare?

Il Syerdwin lo guarda con una punta di apprensione. – Hai una regola d'onore con lui, Liest?

Il Lupo-Drago annuisce senza parlare.

– In questo momento egli è in compagnia delle nostre femmine, Liest, e temo che non sia pronto ad una regola d'onore. – Riprende il Wys. – Se la tua cortesia volesse accettare una piccola dilazione…

Kwister ringhia sottovoce ma in modo udibile per il suo interlocutore. Probabilmente l'ufficiale ha detto la verità: il suo imbarazzo sembra essere genuino, come pure l'apprensione per la sorte del cugino.




– Wys, ti affido un pegno del mio onore, ti prego di recarlo a Siah Teh Mondhiun. Se egli non dovesse incontrarmi nel tempo stabilito sarà oltre che spergiuro, ladro.

– Certo Liest.

– Questo collare di Therrelise è un oggetto di grande valore per la mia gente e per me. Ti prego di recarlo con te con la massima attenzione. Entro domani sera al tramonto deve essermi ritornato, altrimenti…

– …Altrimenti non vi sarà più ragione d'onore tra te e Siah Teh Mondhiun ed egli potrà essere ucciso in qualunque momento da chiunque. – Recita il Wys. – Vado immediatamente.

– Aspetta ancora un po', Aila, termina il tuo turno. – Ride il Lupo-Drago. – E poi lascialo divertire un po', potrebbe essere l'ultima volta. Capito?

– Sì, Liest.

– Vai pure. Arrivederci.

– Arrivederci Liest Kwister di Lö.

Allontanandosi il Lupo-Drago deve resistere al desiderio di scoppiare in una risata omerica. Per un po' il Wys si sarebbe tenuto il collare e suo cugino, se pure fosse ritornato al suo laboratorio avrebbe ricevuto visioni di arresti di ubriachi o di zuffe indecorose, fino a quando, cessato il turno di guardia il povero Aila gli avrebbe portato il collare. Avrebbe voluto esserci per vedere la faccia di Siah Teh, di Re Artamiro e del suo siniscalco, Ant'Kisìel. Ma non c'è tempo per quei divertimenti anche se meritevoli e il Duca nuovamente libero dei suoi movimenti allunga il passo per tornare alla sua tenda.

– Share Harvaiun è pronto il mio cavallo? – Ulula il Lupo-Drago appena superata la soglia della sua tenda. Il servitore Syerdwin fa capolino da dietro una tenda annuendo freneticamente. – Sì Liest, prontiss…

– Ti ho detto un sacco di volte di non chiamarmi con quel titolo da nobile- pesce. E tu sei pronto? Ci attende un viaggio non breve.

– Certo, mio signore.

– Allora andiamo.

Con i bagagli ridotti al minimo per non dare nell'occhio, i due cavalieri attraversano gli attendamenti dei nobili umani, dei Lobha Gu'Hijirr, i focolari dei briganti, dei saccheggiatori, dei poveracci e degli attori e giocolieri che accompagnano tutti gli eserciti da quando il mondo esiste e giungono al primo bivio, ai piedi dell'Annadille.

– Erano tutti appena svegli, signore, e credo che ben pochi si ricorderanno di averci visto, una volta scolato un po' di vino per colazione.

Il duca, privo di insegne ed il viso seminascosto da un cappuccio commenta. – Non so se sia meglio il vino o il tuo pesce secco, Share Harvaiun. Comunque credo che tu abbia ragione.

– Ma il pesce è buono, Lies… Signore. E poi è molto più nutriente. Quale direzione dobbiamo prendere?

– Una strada porta verso Thesiger e Therrelise, l'altra verso il mare, quale credi che prenderemo?

– Quella verso Thesiger.

– Ottimo. Allora andremo verso il mare. – Ordina il Duca spronando il cavallo.






– Vero che non è troppo cattivo il mio pesce, Signore?

Seduto all'ombra di un grande castagno Kwister fa una smorfia e trangugia il boccone. – Quando non avrò altro… Adesso passami le gallette e il lardo affumicato. – Il duca mastica per qualche minuto in silenzio, beve un sorso d'acqua e si appoggia con la schiena al grande tronco dell'albero. – Non ti ho ringraziato, Harvaiun, per la notizia sul collare, e non ti ho nemmeno chiesto come hai fatto ad averla.

– Forse giudicherete poco onorevole il modo nel quale essa mi è giunta, signore.

Kwister fa un gesto con la mano. – Non ha importanza.

– Dovete sapere che Siah Teh ha la sciocca abitudine di cercare di impressionare le donne della mia razza con le quali si accompagna, anche quando la loro compagnia non si deve ad un sentimento d'amore. Egli ama spaventarle citando Teardraet il Non-Cambiato e dicendo di essere stato al suo servizio. Probabilmente egli teme l'abbandono dell'amore carnale e il breve mancamento che esso dà e pur subendo la volontà del corpo, cerca di impedire alle sue improvvisate compagne di sentirsi anche un poco padrone di lui. E così egli si vanta, si vanta, racconta di sé cose spaventose, orribili ed empie, racconta di essere lui il vero padrone dell'anima di Re Artamiro, di quella del nostro Re, Horr Vamaiun, e di Nyby Ornoll, re dei Gu'Hijirr. Ultimamente ha cominciato a raccontare anche di voi, Signore, dicendo che il vostro pendaglio, cioé collare, gli dava potere sulla vostra anima.

– Ben strane cose mi racconti, Harvaiun. Che singolare piacere si può trarre da un simile amore? L'amore tra i Lupi-Drago è forte e delicato come il volo di un albatro. Silenzioso, si nutre di sguardi e di silenzi, non delle ridicole capriole e del tronfio agitarsi come galli sulla gallina degli uomini. Devo quindi credere che voi Syerdwin siate più rozzi degli uomini stessi?

Share scuote furiosamente il capo. – No, signore. Certo voi sapete che i modi più nobili spesso, anche se non sempre, appartengono alle persone di miglior lignaggio sparse nel vasto arco del Mondo, e che quindi gli amori più raffinati non sono la regola per nessun popolo…

– Se con questo vuoi dire che anche tra i Lupi-Drago vi sono individui volgari, non posso negarlo. Ma non parlavo solo per i ricchi, i nobili e gli artisti.

Il Syerdwin approva con un gesto del capo. – Certo, mio Signore. Con ciò, comunque, il comportamento di Siah Teh non è usuale, se non forse tra gli individui più paurosi di noi, che devono essere accompagnati per tutta la vita dalle ombre fatte di parole da loro stessi create. Il fatto è che qualche giorno fa è giunta presso di noi una delle mie giovani cugine, Vye Harvaiun, ricevuta presso il Chiuso dei Sospiri. Ed è lì che ella ha incontrato Siah Teh, ansioso di conoscere l'ultima arrivata. L'ha spaventata molto ed un caso, solo un caso mi ha condotto ad incontrarla ed a udire le sue parole…

– Un caso, eh? – Ride il Lupo-Drago.

Il Syerdwin fa una specie di smorfia. – Ho pagato inutilmente la Madre del Chiuso, Signore. Anch'io ero curioso di incontrare l'ultima arrivata e quella era Vye! Ciò che mi ha detto ve l'ho subito riferito ed ecco tutto. Vi avevo avvertito che non c'era molto di onorevole in tutto ciò.

– Effettivamente. Ma non ti preoccupare, è stata un fortuna che il tuo desiderio si accordasse così bene con i miei interessi. Sarà meglio, ora, che ripartiamo, non voglio stare lontano dal campo più di una settimana.

– Io Signore vi ho detto tutto, ma vi seguo senza sapere nulla della nostra destinazione e del nostro destino.– Si lamenta Share alzandosi. – E non mi sembra una bella cosa.

Il Duca lo guarda aggrottando la fronte. – Sei sempre più sfacciato, Harvaiun. Ma forse è meglio che tu sappia dove vado e perché. Se mi capitasse qualcosa, almeno tu potresti terminare il mio compito.

Il Syerdwin inghiotte a vuoto. – Forse non è tanto importante che io sappia, in fondo. Vi seguirò con la stessa, immutata fedeltà.

– Silenzio. Sono diretto verso Verdevima, dalla Vecchia Fata Mahaderill, un tempo astrologa della Marrak di Ruthen e Lö. Ella è la sola persona che meriti la mia fiducia in questo mondo così barbaro ed a lei devo fare una domanda. La domanda è…

– Non esistono fate vecchie, Signore, esse non invecchiano mai. – Lo interrompe il Syerdwin.

– Qui non c'è la biblioteca, Harvaiun, ma qualcosa da tirarti lo posso trovare ugualmente. – Ringhia il Duca. – Le fate vivono moltissimi anni senza invecchiare e muoiono trasformandosi in nubi dell'aurora, lo so, ma se trascorrono molta della loro vita con creature della terra invecchiano. Il loro viso si fa rugoso, il loro naso si incurva ad incontrare il mento, gli occhi si fanno piccoli e maligni ed esse finiscono con odiare tutto quanto vi è di giovane e vivo nel mondo. Il loro corpo si incurva, vestono abiti scuri e troppo larghi per nascondere la loro decadenza ed usano la loro magia per punire chi si fa beffe di loro e per fatture di vita di morte.

– Che bello! – Esclama il Syerdwin. – E noi dobbiamo andare al cospetto di una simile creatura?

– Smettila stupido, Mahaderill non è mai stata una fata come le altre. La sua saggezza è tale da preservarla da questa orrenda metamorfosi. La domanda che dovrò o che dovrai porle è: «Da dove soffiano venti tanto forti da scuotere Ruthen e Therrelise?» Ripetila.

Il Syerdwin scuote la testa. – «Da dove soffiano i venti che scuotono Ruthen e Therrelise?» Ma non basterebbe un mago del cielo per dirlo?

– «Venti tanto forti da scuotere Ruthen e Therrelise», sciocco. Se non porrai la domanda in modo giusto la risposta non avrà senso. Andiamo, avrai tempo per impararla meglio. – Kwister sale a cavallo e fa segno a Share di sbrigarsi. – Abbiamo perso troppo tempo, Harvaiun, scenderemo al galoppo.

Il Syerdwin, mediocre cavaliere come tutti i suoi simili, ha solo il tempo di gemere e chiudere gli occhi, poi il suo cavallo con uno scarto si accoda a quello del duca, lanciato sulla strada che scende digradando lentamente.



21.5.19

Il Mare Obliquo 10

  1. Klog, Matushka e Plinio sono pronti a scacciare gli invasori, ma la disparità di numero li trattiene. La foresta di Canddermyn ha in realtà più di un segreto e dovranno inventare un sistema inatteso per scacciare gli invasori.
 
Per l'ennesima volta Klog il Boldhovin si china a raccogliere la lunga penna azzurra che sporge dall'elmo, ottenuto da un grosso imbuto rovesciato, sottrattagli dalle basse fronde di un albero.
– Bel guerriero.– Si lascia sfuggire Matushka.
– Non ho chiesto un'elmo, io. Sono stati gli uccelli e la Gwellyniuin ad insistere. Tantomeno ho chiesto un pennacchio.
La piccola volpe, trasformata temporaneamente dalla magia di Sibiell in una giovane donna dai capelli rosso tiziano trattenuti in una lunga coda, ridacchia coprendosi la bocca con la mano e indica la lunga piuma. – Ti conviene mettertela in tasca, Klog e tirarla fuori solo alla vista del nemico. Potrebbero ridere tanto da non riuscire più a combattere.
– I syerdwin non hanno molto senso dell'umorismo.– Puntualizza Plinio, nelle vesti di un uomo barbuto, precocemente incanutito. – Ma chissà, alla vista del tuo elmo…
– Avete finito di burlarvi di me? E poi parlate piano che i syerdwin possono udirci. – Replica stizzito Klog. Dire che il boldhovin si è pentito della sua incauta generosità è ingiusto, ma il fatto è che solo adesso gli sono venute in mente una mezza dozzina di soluzioni al problema dei Syerdwin che non contemplano la soluzione militare, oltre ad un centinaio di osservazioni e considerazioni da opporre alla necessità di combattere.
"Ma perché mai i Syerdwin dovrebbero danneggiare il bosco? Insomma, manteniamo i nervi a posto." Immagina di dire con espressione virilmente accigliata mentre la madre-sorella Sibiell lo guarda con ammirazione e gli uccelli di legno assentono con improvvisa convinzione, grati che la sua saggia determinazione li abbia preservati dall'errore. "E poi essi sono penetrati già da qualche giorno epperò non hanno ancora…" Immagina di continuare il Boldhovin, ma qualcosa inceppa la sua fantasia ad occhi aperti. La selva di Canddermyn è sì grande, ma camminando per due giorni è possibile attraversarla. Perchè mai i Syerdwin sono ancora lì?
– Matushka? – Chiama a bassa voce.
– Sì?
– Riflettendo mi è venuta in mente una cosa.
– Succede.
– Ma no, parlo seriamente. Come mai i Syerdwin sono ancora qui, quando ci vogliono due o al massimo tre giorni per attraversare la selva?
La piccola volpe ride mostrando i dentini candidi. – Davvero non lo sai? Alle volte gli uccelli di legno dimenticano di dirlo ai visitatori, sai sono così presi dalla loro musica. Qui nella Selva non corre il Tempo dei Viventi ma il tempo degli Immoti, il Tempo delle Grandi Piante.
Il Boldhovin sbatte due o tre volte le ciglia. – E cioé?
– Il tempo scorre diversamente, qui, caro Klog. – Interviene Plinio. – È più lento per chi ha fretta, mentre non è diverso dal tempo dei Viventi per chi ama questo luogo e non ha fretta di andarsene. E così i viaggiatori frettolosi possono impiegarci anche diversi mesi per uscire di qui, mentre un viandante dal cuore sensibile non ne è troppo ritardato.
– Ma…
– La Selva in un certo senso è viva ed è un'unica grande creatura che pensa pensieri lunghi come intere stagioni. – Gli occhi verdi della piccola volpe hanno lunghe ciglia quasi invisibili e qualcosa in essi ricorda a Klog lo sguardo della sua sorella-madre Fata Armelinda. Inconsciamente il boldhovin annuisce con aria seria e compunta, come faceva da bambino quando la Fata decideva di insegnarli qualcosa.
– Canddermyn avverte chi l'attraversa senza amarla e muove la terra sotto i suoi piedi, la fa scorrere come un lungo tappeto tirato nel senso opposto ai passi del viaggiatore, questo perché egli abbia il tempo di conoscerla.
È una cosa forse crudele. – Continua il gatto – Ma Canddermyn è una strana creatura, viva dall'alba del mondo, che non conosce la morte pur conoscendo la sofferenza. 

 
Klog si toglie l'elmo per grattarsi in testa e guarda in alto l'intrico delle fronde. Sapere che Canddermyn non è un casuale incontro di enormi alberi, ma una sola grande creatura, è un pensiero che lo spaventa e insieme lo affascina. Aveva udito parlare dalle fate dei Grandi Spiriti Immoti, ma saggiamente non aveva mai chiesto loro nulla, nella convinzione che spesso l'ignoranza sia l'unica garanzia dalle inutili preoccupazioni.
…E quindi più i Syerdwin si affrettano meno velocemente procedono. Di conseguenza resteranno qui molto a lungo. – Conclude Klog.
Anche per anni. E nel frattempo possono fare molto male a Canddermyn ed a noi tutti. E siccome sono creature delle acque impazziranno ben presto, qui chiuse. – Plinio lo guarda serio. – Purtroppo l'unico modo per risolvere la situazione è portarli fuori di qui senza più far toccare loro il terreno. Una cosa non facile, come immagini.
– Immagino.
Nella mezz'ora seguente i tre camminano senza più parlarsi, come se aver esposto la situazione avesse reso il loro compito più difficile. Matushka ha anche rinunciato a prenderlo in giro per il suo elmo né d'altro canto Klog ha voglia di scherzare sulla sua lunga piuma azzurra che, cionondimeno, continua ostinatamente ad impigliarsi ovunque.
– Piano. Sono proprio qui davanti a noi. – Dice improvvisamente a bassa voce il gatto. La volpe annuisce. – Nella radura oltre quegli alberi.
Klog aguzza l'udito ma i suoi sensi non sono all'altezza di quelli dei due predatori. Procedono con grande cautela, a rapide e silenziose corse, Plinio e Matushka e in punta di piedi il Boldhovin, che deve arrancare per star loro dietro.
– Eccoli. – La voce di Plinio è diventata un sibilo roco appena udibile.
– Ma dove sono? – Chiede Klog.
– Ma proprio lì, davanti a te… Ah, già, sono protetti dall'Invisibile. – Il gatto fruga nel piccolo tascapane che porta alla cintura e ne estrae una minuscola boccetta di vetro color arancio.– Tieni, solo due gocce per occhio, se non vuoi vedere il Termine Ultimo di ogni creatura.
Klog guarda con sospetto la piccola ampolla, impaurito dall'ultima, misteriosa frase del gatto. Dopo una lunga esitazione rovescia il capo all'indietro e versa le due gocce prescritte negli occhi. Quando li riapre ha la sensazione che il sole sia improvvisamente tramontato, lasciando al suo posto una luminosità fredda e nitida che trasforma ogni ombra in una forma solida ed impenetrabile. Il Boldhovin chiude più volte gli occhi e li riapre, sicuro che ritornerà a vedere la luce alla quale è abituato ma inutilmente.
– Ma cos'è Questo? – Chiede infine dimenticandosi di bisbigliare.
– Piano! – Lo zittiscono Plinio e Matushka. – Ma io voglio sapere… – Insiste Klog.
– I tuoi occhi sono nel Mondo-tra-un-Istante, il mondo dell'Invisibile. Non c'è ancora il sole nel Mondo-tra-un-Istante, solo il suo preannuncio, come all'alba. – Spiega Matushka.
– E se io avessi messo tre o quattro o anche venti gocce? – Chiede Klog, che anche se spaventato è curioso come tutti quelli della sua razza.
– Quanto è lungo un istante, Klog? – Replica spazientita la volpe. – Più gocce metti, più lungo diventa quell'istante. Nessuno ha mai osato andare oltre le cinque gocce e chi l'ha fatto ha visto un mondo scuro senza sole, popolato di spettri che lo attraversano senza pace. Cosa c'è Oltre? La fine di ogni cosa probabilmente, la morte della Morte, forse.


Klog sente un brivido gelido sollevargli il pelo della nuca. – Ma allora quei syerdwin, protetti dall'Invisibile, viaggiano all'interno di questo mondo…
– Molto esatto. E questo non renderà certo migliore il loro soggiorno a Canddermyn. – Conclude Plinio. – Adesso vuoi fare un po' di silenzio?
Il Boldhovin annuisce e si decide a guardare nella direzione dove il gatto gli ha indicato.
Siedono nello spiazzo erboso, ben al centro di esso come assediati. Klog li conta in silenzio ed ha la sensazione che i suoi compagni stiano facendo la stessa cosa.
– Dodici. Ci sono tutti.– Avverte Matushka mentre Klog e Plinio annuiscono.
– Si sono fermati da poco. – Osserva il Boldhovin notando che nessuno dei syerdwin ha ancora tolto gli stivali.
– O stanno per andarsene… No, non ci sono tracce di un pasto.
– È meglio avvicinarsi, Plinio, per sentire quello che dicono.– La volpe li guarda con una strana espressione per una attimo e pronuncia una parola. Un attimo dopo dal mucchio di abiti scivolati a terra fa capolino la familiare figura di Matushka che appena uscita si siede e si mordicchia nervosamente il pelo del dorso. – Odio queste trasformazioni improvvise, ma se mi avvicino così è meglio.
Klog si volta di scatto verso il gatto che sorride a bocca chiusa. – Non ho intenzione di imitare la mia sorellina, non ti preoccupare.
Mentre aspettano che la volpe torni dalla sua spedizione gatto e boldhovin si sdraiano a terra osservando la scarsa animazione che regna nel campo dei loro avversari. Qualcuna delle creature marine ha tratto dalla propria borsa un po' di cibo, probabilmente pesce affumicato e qualcuno sta bevendo, ma almeno dalla loro posizione non sembra che nessuno abbia gran voglia di danneggiare gli alberi o di abbandonarsi a gesti inconsulti.
I dodici Syerdwin portano giustacuori con i colori del loro re, Horr Vamaiun, violetto, sabbia e nero ed hanno armi, scudi ed elmi colorati di bianco e nero, come è nelle tradizioni dei Syerdwin.
– Sembrano molto stanchi. – Bisbiglia a Plinio che fa un lento cenno di assenso.
Dopo pochi minuti Matushka ritorna dalla sua spedizione, con il pelo arruffato e le orecchie basse.
– Allora? – Le chiede Plinio.
– Puzzano terribilmente di pesce. Penso che a te piacerebbero. – Commenta la piccola volpe e pronuncia la formula che le restituisce sembianze umane. Naturalmente ritornando umana si trova a quattro zampe, come un bimbo apprendista bipede, cosa che sembra infastidirla ancor di più dell'odore dei Syerdwin.
– Cos'hanno detto? – Le chiede Klog.
– Devo rivestirmi, stupido Boldhovin, non lo vedi? Dove sono quegli stupidi pezzi di stoffa?
Plinio le porge il fagotto degli abiti con un gesto pieno di cautela e la ragazza-volpe si veste di fretta, con gesti nervosi, maledicendo lacci e fodere. Quando finalmente il volto di Matushka fuoriesce dalla camicia, ella esibisce un'espressione così intensamente contrariato da bloccare ogni curiosità in Plinio e Klog, che si dispongono ad attendere pazientemente che la volpe abbia terminato di abbigliarsi.
– Ho finito, maledizione. Che il gran Dio Gherso stramaledica gli abiti, gli idioti che li hanno inventati, i cretini che li cuciono ed i babbei che li indossano. Beh, cosa avete da guardarmi in quel modo?
– Se sarà necessario, la prossima volta… – Comincia Plinio.
– Puoi giurarci, fratello. – La volpe si guarda la giubba, dove l'ultimo bottone in basso oscilla ibero, mentre il primo occhiello in alto è desolatamente vuoto come l'occhio di un cieco.
Matushka guarda il cielo senza aggiungere nulla e comincia a sbottonarsi con pericolosa calma.
– Ehm… – Tossicchia Plinio.
– Sì, ho capito. Si sono detti ben poco ed a vederli da più vicino mi sono sembrati molto spaventati. Io non conosco bene i Syerdwin, ma mi sono sembrati stanchi e nervosi come gatt… Scusa. Insomma, poco raccomandabili.
– Ti è venuta qualche idea? – Si azzarda a chiederle Klog.
– Credo di no. Bisognerebbe farli dormire molto e molto profondamente… O farli rinunciare al loro compito, magari spaventandoli.
– Sono già molto spaventati.– Osserva Plinio. – E poi farli scappare non servirebbe a farli uscire dal bosco.
– Eh, già.
– Si potrebbe loro suonare una musica che… – Inizia Klog.
– Nel Mondo-tra-un-Istante si possono solo udire le risonanze della musica ed i suoi echi. D'altro canto non senti le nostre parole?
Il Boldhovin annuisce silenziosamente. Le frasi pronunciate dai suoi compagni arrivano al suo orecchio con un leggero ritardo, come se essi fossero più lontani, e con un alone di risonanza, simile a quello di un eco.
– Non credo che nessun musicista riuscirebbe a comporre una musica da udire nel Mondo-tra-un-Istante. – Conclude Matushka. – Allora cosa facciamo?
– Bella domanda. – Il gatto si siede per terra a gambe incrociate ed estrae dal tascapane una pipa ed una borsa del tabacco. – Intanto che pensiamo mi faccio una pipata.
I syerdwin nel frattempo si sono sdraiati a terra e solo un paio di loro rimangono in piedi per fare la guardia. Passano lunghi minuti di silenzio, infine rotto da un'esclamazione di Klog che fa sobbalzare suoi compagni.
– Ci sono!
– Piano, per carità.
– Ho detto che ci sono. – Ripete a bassissima voce il Boldhovin.
– Abbiamo capito. Vuoi spiegarti?
– Hai detto che dovremmo spaventarli e farli fuggire, e se invece facessimo il contrario?
– Cosa intendi dire?
– Noi vogliamo che in un modo o nell'altro essi abbandonino la foresta e più essi si affrettano meno avanzano, giusto?
– Giusto. Comincio a capire, boldhovin. – Sorride la piccola volpe.
– Io invece, no.
– Ma è semplice, noi vogliamo che i Syerdwin procedano lentamente, quindi dobbiamo rubare loro i cavalli e gli stivali.
– Bellisssima idea, Klog, ma… – Matushka si interrompe di colpo. – I cavalli non è difficile, ma gli stivali… Eh, no, non un'altra volta.
– Temo che sia necessario. – Osserva Plinio serio.
– E perchè non tu?
– Non è una cosa da gatti.
– Rubare, portandoli in bocca, dieci paia di stivali non è nemmeno una cosa da volpe, se è per questo. Tantopiù se gli stivali puzzano di pesce.
Il gatto e la volpe si guardano corrugando le sopracciglia e con l'occhio della fantasia Klog li vede agitare la coda o abbassare le orecchie e ringhiare.
– Non litigate. Pescheremo.
– Come sarebbe?
– Dovremo procurarci del filo e degli ami, poi dall'alto degli alberi… 
 
– Non sei mica scemo, sai Klog?
– Grazie.
– Ritiro tutti gli insulti che non ti sei meritato.
– Grazie, Matushka.
– Che non sono molti. – Commenta a mezza voce il gatto.
Il boldhovin apre la bocca per ribattere ma intercetta lo sguardo divertito di Plinio e sorride a sua volta.
– Andiamo a pescare, coraggio fratelli. – Li incita Matushka. – Lilliath il merlo-violino è già corso a procurarci il necessario e nel frattempo dobbiamo arrampicarci sugli alberi. Se poi non riesci a scendere, Plinio, saremo lieti di aiutarti.
– E se tu non riesci a salire? – Ribatte il gatto.
– Ti chiederò di sorreggermi. – Replica la volpe con un sorriso malizioso.
– Quand'è così andiamo.