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3.7.19

Il Mare Obliquo 19

Presso Mahaderill, la gwellyniun, si ritrovano Usif-Lizhi, che ha salvato il Barone Enklu e quanti erano con lui dai terrificanti Oom, e il Duca Kwister di Lö. Ognuno alla ricerca delle risposte alle proprie domande. 
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Il Barone Enklu depone l'osso perfettamente spolpato del fagiano, beve un lungo sorso di vino e indirizza un cenno di ringraziamento alla fata Mahaderill, loro gentile ospite.
– Se non sono indiscreto, ci sarà bene un motivo che vi ha spinto fin qui. Così a proposito aggiungo.
Usif-Lizhi annuisce lentamente: aspettava quella domanda da quando il loro destino e le loro vie si sono sovrapposte, ma ciononostante non ha ancora deciso se essere sincero o no. I suoi interlocutori, seduti ad un ampio tavolo protetto dai lunghi raggi del sole vicino al tramonto da un graticcio carico di glicine profumata, lo guardano con curiosità e simpatia, un'emozione che raramente i Notturni hanno saputo suscitare nelle creature del giorno.
– Il mio signore è forse un po' stanco, un po' sofferente per questo sole? Vuole forse ritirarsi? – Gli viene in aiuto Kirzil Pennarossa.
Il Notturno ride a bassa voce. – Ti ringrazio, Kirzil, ma credo che questi signori che generosamente hanno deciso di accompagnare i miei passi meritino di sapere. Mi trovo qui a Verdevima per incontrare la fata Mahaderill e chiederle di tracciare la mia strada. Ciò che mi spinge è una maledizione che un'ignoto dio ha lanciato sul mio povero popolo, colpevole solo di essersi abbandonato all'ignavia ed all'isolamento, tanto che, se non mi sono sbagliato, in molti di voi lo stupore per essere stati salvati da un Notturno ha quasi superato il sollievo per essere stati sottratti dalla loro incomoda situazione. –
– È verissimo. – Ride Noro Heban il mercante, mostrando i denti chiarissimi che formano un buffo contrasto con il colore scuro della pelle. – Ho pensato che quella foresta dovesse essere ben strana se l'attraversavano malvagi Oom e coraggiosi Notturni armati. È dai tempi della battaglia della Quercia Gyan che nessuno ha più veduto Notturni cingere una spada o partecipare alle guerre di noi uomini, dei Syerdwin o dei Gu'Hijirr.
– Neppure noi-io abbiamo più partecipato alle guerre di voi gente di carne. – Khuda, il silvano che vive sotto il tetto di Mahaderill, nessuno saprebbe dire se come servitore, come marito o come collega, fa udire per la prima volta la sua voce lenta e grave. – Il fratello-immobile che voi chiamate Gyan ricorda quella battaglia. Quella debole foglia del poco tempo di voi gente-che-correte, usato per uccidere l'ha lasciato incredulo ed egli non ha smesso di chiedersi perché. Io-Noi non comprendiamo.
– Ma non ci sono silvani al servizio di Re Artamiro? – Chiede il Barone Enklu.
– Un giuramento. Io-Noi li ode. Non combattiamo per lui, lo difendiamo come egli ha giurato di difendere i Fratelli-immobili.
– Fin dove arriva la differenza, Khuda? – Chiede educatamente il mercante Wediliun, un syerdwin magro e dai lineamenti delicati come quelli di una dama.– Perdonami, ma se nel mezzo della battaglia qualcuno assale Re Artamiro cosa faranno gli Erbani al suo servizio se non ucciderlo?
Nessuno ha mai udito ridere un silvano, ma quel profondo crepitio di legno che nasce dalla profondità del petto di Khuda è senza alcun dubbio una risata. – Io-Noi abbiamo molti modi per fermare uno della gente-che-corre senza strappare il delicato germoglio che porta al centro del petto. Io-Noi possiamo difendere senza uccidere, creatura delle acque. 


– Devo dire che questo mi solleva molto. – Interviene Kirzil. – Nel caso avessi pensato di uccidere Artamiro. Ma tutto questo parlare a me ha asciugato le labbra ed a voi?
In risposta a quell'invocazione una brocca di vino giunge nelle vicinanze del Gu'Hijirr direttamente dalle fresche cantine di Mahaderill. Kirzil se ne versa generosamente e l'assaggia. – Meraviglioso. So che non usa gettare sortilegi su cibi e bevande, ma ditemi, fata Mahaderill, non è nemmeno un pochino fatato questo vino così splendido?
– No. Della vendemmia e della pigiatura si occupa Khuda ed alcuni altri del suo popolo. Credo che il segreto stia nel fatto che nessuna delle piante dalle quali prendono i grappoli soffra della raccolta, il che migliora sensibilmente la qualità del vino. Ma se permettete vorrei tornare al nostro buon amico Usif-Lizhi al quale è stata troncata la parola in bocca. Qual'è la maledizione che pesa sul tuo popolo?
– La sterilità, Mahaderill. Non nascono più né Notturni né Neek, nè altri mezzi-sangue concepiti con le altre razze che popolano il Mondo. I migliori maghi e negromanti sono impotenti, i cerusici con le loro polverine ed i loro rimedi universali si allontanano dai nostri castelli scuotendo la testa e neppure Onnielvhena, la decana di voi fate ha saputo immaginare un rimedio. Invecchiamo inutilmente, scontrosi ed esageratamente formalisti, malati di nervi o stravaganti, continuando a rimandare il momento di ritirarci per non rimanere soli a riflettere, prendendoci cura delle nostre inutili collezioni o discutendo per notti e notti intere del giusto abbigliamento per un'occasione mondana o della sfumatura di colore di una trama o di un ordito. Sono fuggito dal castello di Lizhi già tre anni or sono, rifugiandomi presso un dama degli uomini, Adwina di Casa Oresme. L'ho amata ed ella ha amato me, ma il nostro amore per quanto meraviglioso, ci ha lasciato soli.
Usif-lizhi si interrompe per un istante. Pronunciare il nome di lei in mezzo a tutte quelle persone gli provoca una sensazione penosa, come se farlo fosse un po' tradirla, spargere al vento qualcosa di così raro e fragile che esposto alla luce non può che deperire e svanire.
– Comprendiamo, Liest Usif-Lizhi. Non soffermarti sui ricordi più tristi, non spenderli per noi che non possiamo leggere nella tua mente. Dicci piuttosto qual'è la speranza che ti guida. – Jay Wediliun il Syerdwin lo guarda con calma intensità, quasi che fosse riuscito a contraddire le sue stesse parole ed a penetrare nei suoi ricordi.
– Racconta, Uomo-di-Luna, Io-Noi ascoltiamo. – Lo esorta Khuda. Usif-lizhi annuisce: i Silvani non sono mai soli, un contatto continuo, delicato ed insieme solido come l'acciaio lega ciascuno di loro agli altri ed ai fratelli immobili. Raccontare la propria storia a Khuda è come narrarla a tutte le creature vegetali che popolano il vasto orlo del mondo: un uditorio ben strano, attraversato da sentimenti e sensazioni che uno della Gente-che-corre non può neppure immaginare. Il Notturno si guarda intorno e fissa il proprio sguardo via via sui compagni di quell'avventura, che silenziosamente attendono le sue parole. I suoi occhi incontrano il viso alabastrino del mercante Syerdwin, il sorriso di Noro, l'espressione incerta e preoccupata di Kirzil Pennarossa, i lineamenti impenetrabili di Khuda dietro i quali si nascondono i pensieri di tutti gli alberi del vasto Orlo del mondo, gli occhi del colore delle foglie di Mahaderill, la rocciosa sicurezza del Barone Enklu e si rende conto che una misteriosa forza ha posto al suo servizio i membri di tutte le razze che vivono sotto la luce del sole, li ha resi suoi compagni ed amici, per combattere contro la sconosciuta e terribile Ombra-di-Sangue.
Quel pensiero, durato il tempo di un sospiro, gli dà coraggio e forse per la prima volta Usif-Lizhi si permette una piccola, fugace speranza. – Una profezia mi ha spinto ad abbandonarla, giurando di tornare comunque da lei. Queidhen l'Unico mi ha fatto sapere che solo presso l'Ombra-di-Sangue potrò avere risposta alla mia domanda. Questo è tutto.


Un silenzio teso e spaventato segue le sue ultime parole. Kirzil che le parole del Notturno davanti alla foresta di cera avevano già messo sull'avviso si stringe nelle spalle e si versa un'altra abbondante dose di vino. "Uno spirito molto potente, Kirzil." Aveva detto Usif-Lizhi in quell'occasione. "Ma solo il dio delle paludi sa quanto potente. Pazienza, chi vuole vivere per sempre?" Si chiede il Gu'Hijirr. "Devo essere completamente impazzito, evidentemente, ma il bello è che mi sento felice e in pace, come se quell'accidenti di Notturno mi avesse proposto una buona bevuta ed una gu'hijirr morbida e focosa. Sarà magia." Conclude Kirzil quando giunge al fondo del suo boccale.
– Sapete già come giungere in sua presenza? – Chiede il Barone Enklu.
– Si trova nel gabinetto di magia di Re Artamiro. Egli ignora di possedere la Via per giungere all'ombra di Sangue, ma io dovrò sottrargli quella via e percorrerla.
– Non è un compito facile. – Osserva Noro Heban. – Ma forse non è neppure impossibile.
– Ho udito dire tali cose sulla crudeltà e sull'avidità di Artamiro che temo che sottrargli anche uno spillo sarà la cosa peggiore. – Commenta Jay Wediliun. – Ma siamo tanti e coraggiosi, cosa abbiamo da temere? Dopo alcuni giorni in compagnia di quegli orribili Oom la paura in me si è interamente consumata, non sono più in grado di provarla.
– È vero. – Conferma il Barone Enklu. – Ora possiamo affrontare davvero qualunque cosa senza temere.
– Non scherzate, vi prego, amici. Voi avete giurato di seguirmi, ma non sapevate nulla di me. Non posso accettare di legare le vostre vite alla mia in queste condizioni.
– Io-Noi non abbiamo giurato. – Khuda interrompe Usif-Lizhi che lo guarda senza ancora capire. – L'Uomo-di-Luna ha permesso a noi di dividere il nostro tempo con Mahaderill. Il tempo si sarebbe spezzato senza di lei. Io-Noi sappiamo e ricordiamo. Stenderemo la nostra ombra su di lui.
– Ben detto! Non c'è motivo per rimangiarci la parola data, Usif-Lizhi. Hai rischiato non solo la tua vita ma quella di tutto il tuo popolo per salvare gente che neppure conoscevi. La nostra vita ti appartiene. Non c'è null'altro da aggiungere o da togliere.
Un bussare forte e deciso segue le parole del Barone Enklu, facendo sobbalzare i presenti.
– Non attendevo nessuno. – Osserva Mahaderill.
Istintivamente Kirzil ed il barone Enklu portano la mano all'elsa della spada.
– Attendete. – Li ferma Khuda.
Il Silvano si alza lentamente e rientra nella piccola casa per aprire la porta. Dopo qualche attimo il silvano fa ritorno a tavola.
– Mahaderill, si tratta di un lupo-drago. Chiede di vederti.
– Aspettate, Fata Mahaderill, lasciate che vi accompagni. – La ferma Enklu. – Le cose si sono fatte torbide anche tra i miei consimili e non so più di chi sia giusto fidarsi.
La fata annuisce e abbandona la tavola seguita dalla massiccia figura del barone. Una volta giunti all'interno Enklu bisbiglia. – Aprite la porta e sedetevi là in fondo. Io starò dietro il battente, pronto ad intervenire.
La fata sorride come una ragazzina che stia architettando uno splendido scherzo. Apre e corre a sedersi su una sedia a dondolo posta davanti alla grande finestra che domina la stanza. – Entrate pure, chiunque voi siate.
Il Duca Kwister di Lö esita, inquadrato nella cornice della porta: – Siete la fata Mahaderill, vero?
– Certo.
– Sono molti anni che non vi vedo più. E voi non vi ricorderete certo di me. Ero un lupacchiotto, allora, e passavo il tempo ad azzuffarmi con gli altri cuccioli.
– Chi siete? – Le chiede l'anziana fata cercando di ricordare il volto del Lupo-Drago.
– Sono Kwister della Marrak dei Lö, dove avete vissuto per vent'anni.
– Ah. – La fata rimane apparentemente indifferente. – Non vi ricordo, Kwister. Ricordo il vostro nome, come è ovvio, ma non posso ricordarvi adulto.
– È evidente.
Dietro il battente della porta Enklu spia lo sguardo della fata per cogliere da lei eventuali cenni, ma Mahaderill sembra essersi dimenticata della sua presenza ed ha occhi solo per il suo ospite.
– Cosa ricordate di me? – Chiede al Lupo-drago, imbarazzato come un ragazzo di fronte ad un'insegnante.
– Ricordo che avevate guanti di filo verde scuro e che li indossavate durante i vostri colloqui con il Duca Uhma, mio padre e con Kedrun, mio zio. Ricordo che avevate una vera passione per il tè alla verbena e detestavate il maggiordomo della Marrak, un uomo di nome Sagden. Dicevate che era un individuo avido, lezioso e meschino. Durante la festa della primavera siete caduta in una trappola tesa per i cervi ed avete fatto crescere due orecchie d'asino al capo dei bracconieri, Muin, che poi avete liberato dall'incantesimo. Una volta avete litigato con Dama Gudrun e le avete lanciato un incantesimo per il quale ogni volta che apriva bocca si udiva il verso della gallina e un'altra volta…


– Va benissimo. Ma finora non avete detto nulla che non avreste potuto apprendere da qualcun altro. Non sapete riferirmi qualcosa che solo voi ed io possiamo sapere?
Kwister stringe le labbra e riflette. – Credo di sì. – Dice infine. – Raramente mi avete rivolto la parola, ero troppo piccolo per meritare la vostra considerazione, ma una volta mi avete dedicato qualche minuto per insegnarmi i nomi dei fiori nella lingua dei Silvani, i nomi per chiamarli e farli aprire. Mi avete fatto giurare di non svelarli a nessuno ed io finora ho rispettato il giuramento.– Il Lupo-Drago si schiarisce la voce. – Il nome della viola è hodjen, il nome della margherita è ferei, il nome della Rosa canina è gadlimell, il nome della primula è ogain, il nome del…
– Va bene, Kwister di Lö, hai buona memoria. – Ride la fata. – E sei molto cresciuto da quando eri un piccolo, fangoso lupetto. Barone Enklu, abbandonate pure la vostra postazione, non c'è nulla da temere.
Nell'udire quelle parole il Duca si volta di scatto. Alle sue spalle c'è un lupo-drago più giovane, vestito di colori a lui noti, che si inchina leggermente.
– Barone Enklu della Marrak dei Nogu. Al vostro servizio.
Kwister, ancora scosso, annuisce. – Al buon servizio anche della nostra comune amica Mahaderill, vedo, Barone. Come sta vostro padre, Duindae?
– Gode di buona salute e si inchina alla vostra Marrak di Lö come faccio io.
– Sono molto contento di incontrare un buon amico come voi a tanta distanza dalle nostre terre. Ma temete forse che qualcuno possa attentare alla vita della Fata Mahaderill?
– È un lungo discorso, Duca. D'altro canto noto che voi non portate i colori della vostra Marrak. Vi sono in genere motivi molto gravi per viaggiare in incognito.
Kwister ride. – Abbiamo molto da raccontarci, evidentemente. Permettetemi di andare a chiamare il mio aiutante, Share Harvaiun, rimasto ad attendermi fuori, poi potrò raccontarvi tutto.

2.5.19

Il Mare Obliquo 5

Usif-Lizhi dopo aver salutato Adwina si è messo in viaggio a bordo di un veliero, dove ha conosciuto Kirzil, un Gu'Hijrr del popolo degli acquitrini e delle paludi. Sulla nave il Notturno cerca di abituarsi ai modi della gente diurna.   
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Usif-Lizhi, in piedi sul castello di poppa delle nave, lascia che i suoi pensieri lo raggiungano, senza più cercare di trattenerli o di nasconderli a se stesso.
Il viso, le mani, il sorriso di Adwina sono disperatamente vivi nella sua mente, come se l'avesse abbandonata solo da pochi minuti. Nei suoi primi giorni il ricordo non era così intenso, riflette quasi senza dolore il Notturno, lo è divenuto da poco tempo, come se la sua mente cercasse di restituirgli la presenza di lei. Nel sonno, un sonno agitato e quasi vergognoso, un cadere nell'incoscienza mentre gli uomini sulla nave lavorano, ridono, mangiano, si è svegliato molte volte sentendo nettamente il Suo profumo, l'odore unico della sua pelle, del suo sospiro.
“…Adwina?” L'ha chiamata ad alta voce almeno una volta, sorridendo felice, ma ancora più amara è stata la delusione nel riconoscere le pareti curve della cabina e la luce brutale del sole che penetrava attraverso le fessure degli scuri.
Ogni tanto Usif-Lizhi si sforza di tollerare quella luce: la sua tenace, caparbia ostinazione lo ha spinto a camminare sul ponte della nave all'alba ed al crepuscolo, cercando di parlare con gli uomini, di trovare nelle loro parole, così concrete, decise, reali, un antidoto alla sua malinconia. Ma gli uomini lo temono, certo, lo rispettano, ma non riescono ad essere se stessi in sua presenza: sorridono stupidamente, lo guardano con un'antipatia fatta per metà di ammirazione e per metà di terrore, sentono che “Non siete fatti della stessa carne”, come gli aveva detto Tiatikenn.
Come sempre solo la notte è la sua unica amica sincera, l'unico rifugio, la madre pietosa di tutta la sua razza.
Usif-Lizhi fissa lo sguardo nel riflesso della luna nelle specchio mobile delle acque e si stringe nel mantello per proteggersi dall'umidità. Nessuno delle sua gente ha mai sfidato l'inquieta solitudine dei mari, ha abbandonato il silenzio delle loro montagne, dei loro castelli semivuoti, per sfidare una materia così infida, mai serena ed immobile. Usif-Lizhi ride tra sé: i Notturni non sono creature irrequiete come gli umani, e la sua impresa, che se fosse stato umano gli avrebbe dato eterna fama, presso la sua razza al massimo gli sarebbe valsa un'alzata di spalle e qualche commento annoiato o scandalizzato.
Da quanto tempo non incontra più un altro notturno? Forse l'aver trascorso gli ultimi anni sempre e solo con gli umani lo sta trasformando, senza che neppure lui se ne renda conto. Ma quanti di loro sono rimasti a vivere in quel mondo? E quanti hanno scelto di tornare roccia e ghiaccio, la materia dalla quale tutti loro sono nati? Forse in quel mondo non c'è più posto per loro, semplicemente, e il suo tentativo è solo l'inutile ultimo guizzo di un corpo ormai vicino alla morte. 

 
Sotto di lui le acque divise silenziosamente dalla prua della nave corrono a riunirsi ed il suo sguardo si perde in quello spettacolo sempre uguale e sempre differente. Un pensiero lo sorprende: mai nessuno dei Notturni è morto ucciso dalle acque e se si gettasse sarebbe il primo anche a scegliere quella morte, l'ultima delle sue bizzarrie.
Khujrr-Itz, il suo vecchio maestro, apprendendo quella strana notizia avrebbe scosso la testa lentamente guardando verso l'alto, come a chiamare a testimonianza della gravità dello scandalo a cui doveva assistere tutte le divinità dell'Antica Terra Oscura.
Un passo lento, quasi timoroso interrompe la corrente dei suoi pensieri. Usif-Lizhi si volta e riconosce nella fioca luce lunare un gu'hijirr, Kirzil Pennarossa, terzo ufficiale della Tidal.
Il gu'hijrr ha uno strano modo obliquo di camminare, come se cercasse contemporaneamente di guardare davanti a sé ed alle sue spalle.
Sono strane creature, i Gu'hijirr, dalla pelle scura e coriacea come vecchio cuoio, i grandi occhi dalle pupille orizzontali come quelle dei serpenti, timorosi e codardi ma capaci di ire violente ed improvvise, senza capelli né peli e con buffi piedi larghi e piatti che li rendono meravigliosamente adatti a vivere sulle navi.
La loro principale città, Farsoll la Luminosa, sorge sul delta del fiume Drew, che attraversa tutte le pianure occidentali di Dancemarare ed è circondata da miglia e miglia di canneti e canali, dove è impossibile dividere nettamente la terra dalle acque.
– Kirzil!– dice a mezza voce il Notturno ed il Gu'hijirr, la cui vista nell'oscurità è persino peggiore di quella degli uomini ha un sobbalzo, immobilizzandosi al centro del ponte.
– Chi è là?– risponde con voce malferma la creatura.
– Sono Usif-Lizhi, Kirzil, non temere.– Anche da lì il notturno riesce a sentire il sospiro di sollievo del Gu'hijirr che commenta tra sé, certo di non essere udito: “E chi poteva essere se non il nottambulo, stupido Kirzil? Non può mica dormire sempre, eh!”
– Hai proprio ragione, Kirzil Pennarossa. Anche se le mie veglie non sono molto allegre.
Con pochi passi il gu'hijirr lo raggiunge. – Mi hai sentito, vero? Come fai, signore Usif-Lizhi a vedere e sentire con questa oscurità? Io mi sento sempre così a disagio al buio: ogni piccolo rumore mi sembra una minaccia inconcepibile ed ogni ombra mi sembra nascondere una minaccia.
Il Notturno ride ed indica i suoi grandi occhi accesi di una debole luminosità verde chiaro e le grandi orecchie a forma di foglia.
– Siamo fatti così, Kirzil, tutti. Non c'è merito né capacità in questo. Ma in compenso per noi la luce del giorno è insopportabile, ci asciuga la pelle e gli occhi rendendoci ciechi e uccidendoci dopo poche ore. Noi non possiamo perdere acqua come voi o gli uomini per mantenerci freschi. Secchiamo come involucri di insetti e diventiamo polvere.
– E come farai, signore Usif-Lizhi ad attraversare Dancemarare per giungere da Re Artamiro senza lasciarci la pelle per la strada?
Il Notturno esita prima di rispondere. Non ricorda di aver mai parlato con Kirzil Pennarossa del suo viaggio e della sua destinazione. – Ho l'abitudine di parlare nel sonno? – Chiede con aria casuale Usif-Lizhi osservando l'espressione prima confusa poi imbarazzata del gu'hijirr. 

 
– Effettivamente, signore…
– Devo parlare molto forte allora, se sei riuscito a sentirmi anche attraverso la parete che divide le nostre cabine.
– Eh sì, signore.
Usif-Lizhi sospira. Subito sopra il suo letto una griglia metallica permette il passaggio dell'aria tra le due cabine ed è probabilmente così che il Gu'hijirr ha potuto sentirlo. L'immagine di Kirzil appolaiato su uno sgabello e con un orecchio appoggiato alla griglia si forma per un attimo nella sua mente, risvegliando il suo umorismo che sembrava partito per il viaggio molto prima di lui senza lasciare nessuna traccia di sé.
– Chissà che brutta caduta, quando quell'onda più forte ha fatto oscillare la nave. – osserva il Notturno con aria casuale.
– Hai proprio ragione, signore, sento ancora il dolore qui nel… – Kirzil si interrompe di scatto con un sorriso imbarazzato e comincia a guardarsi intorno con nervosismo.
– E cos'altro ho detto, durante i miei sonni, Kirzil? Ho ben il diritto di saperlo, credo, visto che essi hanno avuto un così attento spettatore.
– Oh, signore, non so se…
– Non ti preoccupare, caro amico e cronista. In fondo non posso aver detto nulla di troppo insultante verso me stesso, non credi?
Il gu'hijirr fa un grande cenno di diniego che, confuso, interrompe a metà. – Hai fatto un nome, Edwina o Adwina, credo, un nome che hai ripetuto più volte e poi…
– Allora?
– Hai parlato… – Kirzil inghiotte un paio di volte a vuoto. – Hai parlato dell'Ombra di Sangue ed ho sentito tanta paura nella tua voce, tanto che ho cessato di ascoltare, ché i tuoi sogni devono essere ben spaventosi, signore.
Usif-Lizhi immobile non si preoccupa di rispondere né di spiegare. Il termine del suo viaggio è in quel nome aborrito che ha tentato di seppellire nel mondo dei suoi sogni. Può venire dal male assoluto il bene del suo popolo? E liberare l'Ombra dall'incantesimo posto dagli Antichi Primi non sarà un crimine immane, anzi Il Peccato definitivo che sprofonderà tutte le razze del Mondo negli abissi che lo circondano?
Kirzil lo guarda interdetto, senza più avere il coraggio di parlargli ma neppure di fuggire e l'incertezza lo porta a saltare prima su una gamba poi sull'altra, in una specie di ridicola giga muta.
– Smettila di ballare, Kirzil. – Gli dice aspro Usif-Lizhi.
Il gu'hijirr si immobilizza come fulminato, con un movimento così improvviso e netto che il Notturno non riesce a mantenersi serio e comincia a ridere nel suo modo caratteristico, simile al canto notturno della civetta.
– Scusami, Kirzil, per i miei modi che ti devono apparire piuttosto bizzarri. Non voglio saziare la tua curiosità, perché in questo modo potrò continuare a godere della tua compagnia, che mi offrirai se non per simpatia, almeno per interesse dei miei strani sogni. Ma non voglio trattenerti ancora. Per voi gente diurna vegliare in queste ore oltre il crepuscolo non è un esercizio sano. Vai e dormi, Kirzil Pennarossa e domani sera vienimi a riferire cos'altro ho detto in sogno.
– Sarà fatto, signore. Col vostro permesso… – Il Gu'hijirr dopo una profonda riverenza si allontana senza distogliere del tutto lo sguardo da lui. Mentre si avvia verso il boccaporto che conduce alle cabine lo ode borbottare: – Oh, Winogard, come avevi ragione. Mai impicciarsi negli affari dei Notturni, sono tutti matti senza rimedio. Eh sì, proprio matti e magari anche pericolosi… Pieni di strani misteri e di ancor più strani pensieri… Gran Dio Ohnton della Paludi ricordati dei tutte le mie offerte… E così sia.
Usif-Lizhi resiste alla tentazione di rispondere con un “Così sia” alla singolare preghiera del Gu'hijirr e muove qualche passo sul ponte, risvegliando i cupi cigolii del vecchio legno.
Dopo qualche altro minuto il Notturno lancia un ultimo sguardo indecifrabile alla luna seminascosta da una nube e si dirige verso la sua cabina, silenzioso come un fantasma.


13.4.19

Il Mare Obliquo 2

In precedenza: A Klog, il Boldhovin, viene affidata dal Re una missione che ben presto scopre essere soltanto un diversivo che gli sarebbe costata la vita. Colui che l'ha messo sull'avviso è un curiosa creatura: un corvo-contrabbasso di nome Basso Okme che gli racconta un'antica leggenda. Intanto a Casa Oresme Usif-Lizhi, un Notturno amante di Adwina, una donna umana, scopre che dovrà abbandonarla per tentare di salvare il suo popolo.



La Storia di Kerfilluan il Mago





«Molti, molti anni fa in questo bosco viveva Kerfilluan, il Mago. Egli, a differenza di alcuni dei suoi simili e di molti uomini era una persona che amava la musica. Il suo amore era così intenso che egli inventò molti nuovi strumenti, purtroppo ora dimenticati, come l'arpa ad acqua o la Hiolesse dalle sonorità intense come il canto di una sirena. Ma ciò che affascinava maggiormente il mago Kerfilluan era il canto degli uccelli all'alba, così uguale ogni mattina, ma così diverso e variato nella tessitura e nell'intarsio.

Egli aveva inventato numerosi congegni per poter incidere e riascoltare il canto mattutino dei fringuelli, dei ciuffolotti, delle silvie e persino lo stridio dei corvi, ma quelle registrazioni, anche se superbe, anche le più belle, rimanevano uguali e immobili, come una bella farfalla trafitta con uno spillone. Il mago ne era amareggiato ma la sofferenza era per lui uno stimolo e così, nel suo tentativo di unire alla lieve bellezza del canto degli uccelli, la ricchezza dei toni degli strumenti musicali ha creato noi, gli uccelli di legno. Il suo desiderio era quello di arricchire il canto degli uccelli ed insieme di poter udire ogni giorno una diversa e più ricca armonia nascere dalle fronde della sua selva. Ci creò, noi poveri automi, dandoci intelligenza e sensibilità, amore per la musica e per la bellezza della foresta, doti che trasse da se stesso, che ne era così ricco. All'inizio eravamo pochi ed io ero uno dei primi, nato quasi per uno scherzo, dal momento che il canto dei corvi non gode di buona fama. Ma non bastavamo a Kerfilluan che costruì altri uccelli ed altri ancora, ancora, ancora ed ancora. La nostra musica era bellissima e diventava via via più ricca e meravigliosa. In quei giorni non c'era creatura che passando per la Selva non ne fosse ammaliato e che solo per la fame ed il languore crescente dell'anima trovasse alfine la forza di abbandonarla.

Ma Kerfilluan non sembrava mai soddisfatto, anzi sembrava che più voci aggiungesse alla sua orchestra meno fosse contento del risultato. Quando il nostro numero superò il migliaio finalmente Kerfilluan capì, ma era troppo tardi. Egli aveva così generosamente usato la sua grande anima per darci vita che egli ne era ormai poverissimo, quasi come un qualsiasi bruto senza amore per il mondo. Gli rimaneva il ricordo di ciò che aveva saputo provare, ma era troppo poco e ormai anche quel ricordo, col passare del tempo si era fatto rancido e irritante, come una storia d'amore bellissima troppe volte ricordata. Distrusse alcuni di noi, allora, per ritornare ad essere se stesso, ma inutilmente: il dono che ci aveva fatto non poteva essere restituito e noi stessi ora amavamo la vita del suo stesso amore, tanto da non desiderare certo di perderla. La mattina egli si affacciava ancora al terrazzo della sua grande casa, ma solo per maledirci e tirarci addosso sassi ed altri oggetti. Noi tutti, che in un certo senso eravamo Lui, ne soffrivamo, tanto da ammutolire e nasconderci. Poi un giorno scomparve, forse se ne andò o forse morì, e noi non lo vedemmo più. Da allora siamo in attesa di spettatori, perché la musica senza pubblico è un ben triste incantesimo e per questo che io, vecchio uccello di legno, fermo tutti coloro che passano nel bosco per pregarli di ascoltarci, almeno per un giorno. I veri uccelli sono fuggiti da questo bosco, spaventati dalla nostra presenza, per questo è così silenzioso e noi siamo così tristi per Kerfilluan che non osiamo più eseguire le nostre musiche se non per le persone che ce lo richiedono espressamente.»





– Allora vuoi ascoltare la nostra musica, Klog?

Il boldhovin corruga le sopracciglia. – Mi hai salvato la vita, corvaccio… Per devo porre una condizione alla tua richiesta.

– E quale sarebbe la tua condizione?

Klog sorride ed estrae da una borsa a tracolla un piccolo flauto d'argento. – Se posso accompagnarvi…






Usif-Lizhi





Adwina accarezza Jexel-Fathu, il suo falco cacciatore e stringe leggermente gli occhi. La linea di luce affacciata sul termine del mondo si colora d'oro gradualmente concludendo un'altra notte. – Non è malinconica l'aurora, Jexel?

– Soprattutto quando viene dopo ore di passione nelle braccia di un amante – osserva filosoficamente il falco. – Un certo languore è normale in queste circostanze.

Adwina si stringe leggermente nelle spalle. – Sei volgare e materiale, Jexel. Ogni alba è un monito. «La vita scorre via veloce come il riflesso di luce in un torrente. Appena un istante per vederlo ed è già terminato.» L'amore è bellissimo, ma brucia troppo in fretta e le sue ceneri soffocano.

Il falco inclina leggermente il capo e chiude a metà la palpebra orizzontale sugli occhi. – È per questo che lo concedi ad un Notturno, mia cara Adwina?

– Mi hai spiato, non è così?

– Certo, io e Mathan, il tuo capocaccia. Non ci fidiamo di quelli.

– Sono così indifesi, così buffi. – Il riso della donna è un lieve sussurro che non disturba il silenzio d'attesa del bosco. – I loro occhi brillano nel buio, lo sai? Ed hanno mani così sottili, magre che io, Adwina, mi sento così viva, forte, potente in loro compagnia, come se potessi facilmente spezzarli e solo per capriccio mi impedissi di farlo.

Il falco tace per qualche istante, apparentemente impegnato a lisciarsi le penne del petto.

– Quando mi accarezza la pelle mi sembra che a farlo sia un albero, una creatura fatata dei boschi, dalle membra legnose e dal respiro antico. Cosa mi può dare un uomo della mia razza se non grugniti, cattivo odore, scarso piacere ed una stupida conversazione?

– Probabilmente hai ragione, mia Adwina. Ma non sottovalutarli: i Notturni sembrano soltanto deboli ed indifesi. Essi esistono da quando la terra non era ancora scura e l'erba non cresceva ancora. Essi odiano gli uomini e tutte le creature che vivono della luce del sole, odiano tutto ciò che è caldo e vivo ed amano soltanto le fredde rocce illuminate dalla luna, l'arida pietra dei loro castelli, la fredda polvere ed il silenzio. Vi osservano, vi spiano, parassiti della vostra felice ed immemore stupidità, sognando di rendervi simili a loro.

Adwina sorride e si morde le labbra. – E non forse questo un ottimo motivo per frequentarli? Sono annoiata della vita da umana, del chiasso, delle stupide feste, del rumore, dei servi e dei padroni, dei vili e dei coraggiosi, dei nobili e dei poveri. È tutto così insulso, senza senso, che solo creature senza fantasia né intelligenza possono trovare piacevole la compagnia dei miei simili.

– Ti diverte la bizzarria, la stravaganza. Ma la risposta è così vicina che non riesci neppure a vederla.

– A cosa ti riferisci mio buon amico?

Il falco apre le ali e sferza l'aria con forza trattenuta. – Lo vedi? La risposta qui, davanti a te, nelle pianure, nei boschi, sulle acque.

Adwina ride. – Ma io non voglio diventare una silvana, caro Jexel. Amo le buone musiche, i begli oggetti, l'intelligente conversare, le buone letture. Come potrei godere di queste cose se mi seppellissi in fondo ad un bosco?

Il falco agita il capo con un gesto infastidito. – Basta così. Sono senza argomenti. Vogliamo cacciare dunque? Già i primi fagiani si sono svegliati, ma ancora lenti e torpidi. È il momento migliore.

– Vai, allora, caro Jexel.

Il falco si alza in volo quasi verticalmente e punta verso sud, là dove sa che le sue prede si preparano al nuovo giorno. «Ah, mia bellissima Adwina, chissà se un giorno capirai quanto può essere vicina la tua risposta. Quando i tuoi "caro Jexel" diverranno sospiri d'amore.» – Scivolando sull'ala passa veloce sopra la piccola figura di lei. Il sole illumina i suoi capelli del colore del miele di castagno mentre solleva in alto la testa per salutarlo. – «Comunque sarà bene che prima di tutto vada a vedere cosa combina quello spaventapasseri: ai fagiani penserò dopo.» E così pensando Jexel si affretta verso Casa Oresme.






Usif-Lizhi, il Notturno passeggia nel lungo corridoio appena illuminato da poche torce, che conduce dal suo giaciglio ipogeo al passaggio per Casa Oresme.

Solleva il capo annusando l'aria. – Ecco, è ritornata. – Dice a bassa voce. – Tra poco dovrò andarmene. E ancora nessun messaggio. Nulla, nulla di nulla. – Usif-Lizhi apre il mantello con un gesto nervoso e vi si riavvolge più strettamente. – Come odio questa attesa… Ma forse…

Dal buio del lato più profondo del corridoio viene una profonda vibrazione. Il Notturno fissa gli occhi accesi di una debole luminiscenza verso l'oscurità ed apre leggermente il mantello.

– Tiatikenn, appari – pronuncia a bassa voce. La vibrazione si fa più intensa ed insieme più ravvicinata, come la singola nota di un canto ripetuta a velocità crescente. – Tiatikenn, fai presto, presto!

La voce di Usif-Lizhi ha una sfumatura di urgenza, quasi di allarme. Dopo un'ultima vibrazione il viso del mago appare al centro dell'oscurità, i contorni leggermente sfumati per l'enorme lontananza.

«Salute a te, Usif-Lizhi.» La voce del mago nasce all'interno della mente del Notturno, che annuisce e risponde mentalmente al saluto.

«Cosa sai dirmi a proposito della mia richiesta?» chiede il Notturno.

«Tardi, molto tardi. Il vostro tempo su questa terra è quasi terminato. Il cibo degli uomini vi avvelena, la loro acqua non vi disseta. Gli uomini vi odiano e vi temono.»

«Ma il mio tentativo?»

Il viso dell'Arcimago sfuma per un attimo nell'indistinto, come se un'onda avesse attraversato lo spazio teso tra loro. Solo dopo qualche secondo il viso dell'uomo torna a scorgersi, ma meno definito, più instabile. «So di essere in debito con la tua gente, Usif-Lizhi. È questo l'unico motivo per il quale..»

«Parla, Tiatikenn!»

«L'Ombra di Sangue è la risposta.»

«Dove si trova?»

«Un arcaico incantesimo, posto dagli stessi Antichi Primi la tiene. Un incantesimo che nessuno può spezzare. È possibile che Re Artamiro di Dancemarare la custodisca nel suo gabinetto di magia, ma credo che non sappia neppure di cosa si tratta…»

«Ma Adwina…?»

«Inutile. Adesso non può nascere da ventre di donna umana. Non siete fatti della stessa carne. Inutile, tutto inutile.»

Usif-Lizhi tace. Nella voce del mago ha colto una nota di maligna soddisfazione che lo ha per un attimo dolorosamente stupito. “È dunque vero che ci odiano… Ma così intensamente, così crudelmente…” ...«Andrò a Dancemarare.»

«E sfiderai la luce del giorno? E l'odio degli uomini? E come potrai costringere l'ombra di Sangue ad ubbidirti?»

«Quando vi sarò giunto lo saprai, uomo» dice infine il Notturno. «Non ti sciolgo dal tuo debito.»

«Non puoi, Usif-Lizhi, in fondo ti ho servito bene interrogando Queidhen l'Unico a costo della mia stessa vita.»

Il Notturno sorride leggermente, senza mostrare i denti. «Sei stato molto avido di conoscenza. Tiatikenn ed è stata la nostra magia a renderti così potente. Non credo che potrai mai essere libero dal tuo debito. Vai pure ora.»

Il Notturno estrae dal mantello un bracciale a forma di mezzaluna e lo accarezza leggermente. «Quando avrò ancora bisogno di te ti chiamerò.»

Con una vibrazione forte e stonata il volto del mago scompare risucchiato dall'oscurità. Il Notturno stavolta ride, ed il suo riso assomiglia al canto notturno della civetta. – Quanto stupido esibizionismo, Tiatikenn. Credi di spaventarmi? – Grida Usif-Lizhi prima di allontanarsi e tornare da Adwina per dirle addio.