7.12.12

M.A.d.u.L.p. 7.

Un numero dedicato al milite ignoto del commercio, il commesso. In una piccolissima attività come la mia a «fare il commesso» si poteva essere in tanti in diversi momenti della giornata. Ma cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambiava.





Esiste persino una parola apposita nel vocabolario gestionale della moderna impresa commerciale (modern commercial corporation). In inglese americano, come gli ordini ad Abu Ghraib. Serve a designare il/i soggetto/i chiamato/i ad affrontare il cliente; l'addetto al front office. Che suona sicuramente meglio dell'arcaico, classista e odioso «commesso».
L'addetto al front office, d'ora in poi per brevità A.F.O., è chiamato a una vita dura. Nei periodi di morta più che i clienti deve affrontare essenzialmente ambulanti immigrati, venditori di calzini e centrini, spacciatori di biglietti per manifestazioni benefiche (il più delle volte l'identità dei beneficati è oscura), rappresentanti di compagnie telefoniche (nefasti e adesivi), di aziende produttrici di boccioni (i bottiglioni rovesciati che elargiscono un bicchiere d'acqua fresca, producendo in sovrappiù una bella bolla azzurra), di aziende per il condizionamento, di agenzie per il marketing mirato, per la formazione professionale del management, per la vendita porta a porta di surgelati, pagine gialle, pagine utili, pagine eleganti, pagine di quartiere, di borgo, di condominio, boy-scout, raccolta firme contro e a favore di parcheggi, call-center e prostituzione e droga. E sicuramente ho dimenticato qualcuno o qualcosa.
Di tutta questa vasta rassegna di rompitasche liscie e gassati a salvarsi sono proprio i primi citati, gli ambulanti immigrati con tappeti e senza. Semplici esseri umani che disturbano in proprio senza la prosopopea coatta dei promoter di Infostrada, Telecom, Noicom, Tim, Wind, Fastweb eccetera.
Comunque anche nei periodi di morta accade che entri qualcuno animato dalla vaga intenzione di acquistare qualcosa. Una fotocopia, un biglietto del tram, un metro a nastro, carta da regalo, videogiochi o Cd musicali.
«Non ne abbiamo», dichiara il/la A.F.O.. Se è dell'umore giusto aggiunge: «Noi vendiamo libri».
In molti casi il potenziale cliente di qualcun altro si guarda intorno smarrito, come se ignorasse l'esistenza dell'immagazzinamento dati su supporto cartaceo, come dicono quelli di Star Trek. Oppure sembra seccato. «Ma via, non è possibile vendere soltanto libri», pensa.
Esce confuso e amareggiato, e marcia verso un negozio di divani o una copisteria, alla ricerca di un carillon «con gli animali».



Ma esiste anche chi cerca un libro.
Chi arriva con un foglietto giallo in mano, scritto davanti, dietro, di traverso e al contrario («Cerco un libro… aspetti… aspetti…) e chi arriva senza nulla in mano.
Sono i peggiori.
«Ieri, sul giornale o forse era alla radio, hanno parlato di un libro di (o su) una donna che dopo aver fatto la ballerina… mi pare… o forse faceva l'interprete… poi è stata anoressica e adesso aiuta le adolescenti anoressiche. Per caso ne ha sentito parlare?»
All'A.F.O., se ben preparato e pronto a tutto balza subito in mente un bel diagramma a flusso pieno di rettangoli, rombi e ovali.
Nome giornale - Nome programma - Nome autore / autrice - anno approssimativo di edizione - nome editore -> titolo libro.
Se, come avviene in pratica sempre («… scusi… l'ho sentito in macchina / mentre bagnavo i fiori / mentre facevo sesso… e non sono riuscito a prendere nota») il potenziale cliente non ricorda quasi nulla e quel poco che ricorda è fuorviante («in copertina c'è una farfalla disegnata dal figlio di Omar Scharif»), l'A.F.O. si riduce a fare domande minori, patetiche nella loro inutilità: «Era proprio ieri? Era anoressia o bulimia? Dove faceva la ballerina? Da che lingua e verso che lingua traduceva?»
Il cliente, se ha un minimo di cuore, si sente in colpa. Ma piuttosto che ammettere che non sa rispondere inventa, deforma, modifica e inganna. Aggiunge particolari inutili o ridondanti: «Diceva che non le piacciono i fiori recisi», «Il libro parla di quelle che dimagriscono troppo».
«Questo? Questo? Questo?» L' A.F.O. allinea biografie, monografie, trattati di scienza dell'alimentazione e di psichiatria.
«No, c'è la farfalla sulla copertina. Si ricorda? Poi l'ha scritto una donna. O parla di una donna. Era su TTL e ne ha parlato anche Fahrenheit. Non ha l'ultimo TTL? Non sentite Fahrenheit, qui?».
Un A.F.O. esperto sa quando è il momento di gettare la spugna. Quando è il momento di mentire: «Ah sì, adesso ho capito. Ma deve ancora uscire. Provi a passare al prossima settimana», o di rivolgersi al responsabile degli acquisti (il buyer, sempre nella lingua degli executive manager) che, ormai scaltrito come un vecchio lupo si limiterà a masticare un: «Digli che l'abbiamo finito. Domani se ne sarà dimenticato».
Immancabilmente il buyer ha ragione. L'esperienza è un ottimo surrogato all'intelligenza. E poi, come insegna Immanuel Kant, qualsiasi problema ignorato per un tempo sufficiente si risolve da solo.
Arrivare a capirlo è un sintomo di maturità.
Il mistero del libro finisce per essere risolto qualche tempo dopo, quando anche il cliente ha ormai dimenticato ogni cosa.
Il libro, scritto da un pope ortodosso, parla dell'esercizio del digiuno presso talune comunità di eremiti. Ha in copertina un Cristo crocefisso disegnato da Chagall (Sharif e Chagall suonano quasi uguali, per radio). È uscito sette anni prima ma ha ispirato una nota psicologa al suo debutto narrativo con il romanzo «Il piatto vuoto di Domiziana».
Che due testimoni dello stesso evento diano versioni non del tutto coincidenti è un fatto ormai accertato grazie a lunghe e costose ricerche.
Noi avremmo potuto dirlo anche gratis. 

 

Ma la casistica di falsi riconoscimenti e agnizioni fasulle è praticamente inesauribile. Così come lo è quella dei comportamenti più o meno singolari indotti dal semplice ingresso in una libreria.
C'è chi entra, saluta e dichiara a gran voce: «Dò un'occhiata in giro» ed esce dopo sedici secondi e mezzo.
C'è chi entra, non saluta e comincia a spulciare, leggiucchiare, leggere, togliere pellicole protettive, abbandonare libri in giro e uscirsene con aria seccata, senza aver pronunciato una sola parola e, ovviamente, senza aver comprato nulla di nulla.
C'è chi entra, sceglie, va alla cassa e comincia a raccontare all' A.F.O. il motivo per il quale ha acquistato quel libro. Se trova terreno fertile continua spiegando perché ha comprato anche il precedente. Cosa ci trova nei libri che acquista e perché acquista proprio quelli. Che spendere soldi in libri è meglio che spenderli dall'analista. Sì perché sono stato in analisi fino al mese scorso. Ma adesso sono a a posto. Ogni tanto mi trema il sopracciglio. Vede? Ma mi è rimasto solo questo, di sintomo. Cosa fa di bello una di queste sere? Io abito qui vicino. Da solo. Mi sono lasciato con la moglie. Per questo sono andato in analisi, Ma adesso non ho più problemi. Ah, è fidanzata. Beh, non è mica un problema.
C'è chi entra, guarda senza toccare nulla, tiene le mani in tasca o incrociate dietro la schiena, ronza accanto a tavoli e scaffali, inclina la testa di scatto a destra e sinistra per seguire le scritte in costa ai libri (che non sono mai nello stesso verso, chissà perché), osserva insistentemente un titolo per staccarsene con un gesto improvviso, quasi doloroso, sale le scale, scende le scale poi raduna tutto il suo coraggio e chiede: «Avete l'ultimo libro della Litizzetto?»
C'è chi entra con bloc-notes, penna e fascio di fotocopie. «I libri universitari sono sotto?» chiede passando e scompare. Alla chiusura bisogna andare a chiamarlo per evitare di chiuderlo dentro mentre sta «aggiornando» le fotocopie dell'edizione precedente del libro di testo che ha trovato al piano inferiore.
Poi c'è chi non entra.
Socchiude la porta e chiede: «Ce l'avete le memorie della guardia del corpo di Lady Diana?
Ce l'avete 100 colpi, eh? (sogghigno) eh, ce l'avete?
Ce l'avete «Anime di luce, morti che parlano coi vivi?»
Ce l'avete il libro per il concorso da sottoapplicato sostituto vicesegretario aggiunto facente funzione vicario?
Ce l'avete il libro coi sogni dei numeri del lotto?
Ce l'avete il libro di inglese per le superiori? Come quale, quello che usa mio figlio!
Ce l'avete il Partigiano Fitti Contini?
Ce l'avete Sequestro un uomo?
Ce l'avete un libro sui cocktail?
Ce l'avete un libro sui cani?
Avete visto il mio cane?



Altri categoria ancora, relativamente recente, quella dei clienti polemici. Frequentemente, ma non esclusivamente, di sesso femminile, ostentano sufficienza e disapprovazione preventiva.
«Avete dei libri di Sergio Romano?»
«Avete dei libri sulle stragi fatte dai partigiani?»
«Avete l'ultimo libro della Fallaci? E il penultimo? E quello prima del penultimo? E la cofana della Fallaci ce l'avete eh?»
«Avete il libro di Bondi?»
Sì, perché – siete liberissimi di non crederlo – esiste un libro di Bondi Sandro (Sandro è diminutivo di «Allassandro»).
Proprio lui, il vicesottopancia del Cavalier Bandana. Tale libro, edito da…, no indovinatelo, è intitolato addirittura: «Tra destra e sinistra». Titolo geniale per audacia di concezione e realizzazione.
A essere sinceri non l'ha chiesto nessuno, ma forse solo perché abbiamo la faccia di quelli che l'hanno usato per tappare uno spiffero sotto una porta.
Però fatichiamo a capire come possano, questo genere di clienti, intuire che non ci piacciono le loro letture ancora prima che l' A.F.O. risponda, educato ma gelido: «non l'abbiamo».
Sarà per la bandiera della pace che ci ostiniamo a tenere bene in vista? Sarà perché siamo barbuti (le donne no), vestiti in modo casual(e) e abbiamo le scaffalature in metallo? Sarà perché in vetrina non esponiamo i libri che non ci piacciono, in barba e in spregio a tutte i dogmi della Scuola Librai?
«Perché non avete messo il libro della Fallaci in vetrina?» Ci ha chiesto un'attivista dello scontro tra civiltà. «Perché non ci piace», ha risposto l'A.F.O. di turno. La paladina del Modo di Vita Occidentale è fuggita invocando Fukuyama, Teodori, Wolfovitz e Mickey Mouse.
Comunque siamo preoccupati. Se è così facile riconoscerci rischiamo di passarcela maluccio, prima o poi.



Fare l' A.F.O.a è alienante e faticoso, forse l'avrete intuito.
Personalmente ho già dato e cerco di evitarlo ogni volta che posso.
Preferirei fare solitari e scrivere sciocchezze nascosto in una stanzetta in fondo alla libreria.
Ma non posso. Occupo il tempo a caricare e scaricare novità, emettere fatture, fare ricerche bibliografiche, compilare rese, computare acquisti e vendite, ricevere rappresentanti, rispondere a e-mail più o meno deliranti («Pubblicate poesie di esordienti? E le distribuite in tutta Italia pagando anche lucrosi diritti d'autore?», citazione praticamente testuale. A gentile richiesta posso esibire l'e-mail), preparare ordini e riordini, controllare ristampe e liste di titoli fuori catalogo, verificare disponibilità e preparare riassortimenti…
«È un lavoro duro, ma mi piace», dovrei dire.
No, è che tutto è meglio che fare l'A.F.O.

6.12.12

In attesa

Un racconto, scritto nel 1999 e pubblicato nel 2001 su Fata Morgana 4, «Nuvole». Un racconto... beh, diciamo di sf, sottogenere catastrofico, tanto per sgombrare il campo, anche se inevitabilmente un po' ballardiano nell'approccio e nella storia raccontata. Nato da un frammento mal ricordato di una vecchissima canzone (1971) scritta da un gruppo praticamente sconosciuto e tratto da un album dal nome profondamente suggestivo (per me): «Alpha Ralpha Boulevard». Nel brano qualcuno cantava: «... E rido con i miei cani / ebbro di felicità...»



Stamattina, verso le cinque, sono arrivati altri due camion.
Ho sentito gli uomini aprire le porte, scaricare le vecchie coperte color polvere, li ho sentiti parlare troppo forte, scherzare ad alta voce. Hanno messo in posizione la gru montacarichi senza preoccuparsi di quelli che dormivano. Siamo rimasti in ben pochi, in questo quartiere.
Li ho spiati dalle fessure delle serrande che lasciavano entrare una luce lattiginosa. Si muovevano velocemente, ma con una sorprendente cautela, con la sicurezza dei gesti di chi è abituato a utilizzare l'intero corpo, nel lavoro, e insieme con l'attenzione di chi non vuole scuotere la terra, di chi cerca di passare inosservato.
Siamo in molti, ormai, a farlo. Molti a muoverci - in ritardo - con questa nuova cautela. Molti a camminare sulla terra con la gentilezza che si ha nell'appoggiare il passo su un pavimento antico, fragile e incerto.
Qui, molto vicino al nuovo limite della costa noi superstiti abbiamo cessato di usare la macchina. La corrente elettrica arriva solo per due ore al giorno e per comunicare non ci sono rimasti che i telefoni cellulari, almeno finché vi saranno ancora ripetitori.
Dalla finestra, al quarto piano cominciano a scendere i mobili. Mobili scuri, lucidi e rotondi come carapaci di scarabei. Specchi, sportelli chiari di cucina, lavatrice, frigorifero, lavastoviglie, scrivanie, scaffali smontati, tappeti arrotolati. Da una finestra aperta una donna, con il viso coperto da un foulard, assiste alla morbida discesa dei suoi mobili, la gru montacarichi ronza, gli uomini lanciano le coperte, spostano, caricano, danzano attorno ai loro camion. Il cielo si schiarisce a oriente, oltre i tetti delle fabbriche affondate.

Conoscevo quella donna? Non smettevo di osservarla. Alle sue spalle il buio, la luce arriverà più tardi, verso le otto.
Era giovane? Sì era giovane, poteva essere una sorella minore della padrona di casa o una figlia già grande. Indossa una vestaglia da notte, un pigiama, ancora tiepido? Sentirà l'odore del proprio sonno salire dalla fessura chiara tra i seni?
L'odore intimo del proprio sesso, per l'ultima volta nella giornata. È sottile, magra. Si volta per parlare con qualcuno dentro casa. Scompare.
Vieni a vestirti, vieni ad aiutare, ci sono i bicchieri da imballare, ci sono i piatti da salvare.
Scende una televisione, solenne, lucida. Gli uomini la trattano con rispetto, l'avvolgono nelle coperte come un nuotatore valoroso e stanco.
Un uomo anziano, con un cagnolino li osserva, ai bordi del giardino. Nessuno ha più potato i cespugli che lo separano dal marciapiede. Tra le crepe crescono piante verdi e forti. Il vento porta il leggero odore del mare. 

 
Il suono di una radio accesa. Ineguale, proviene dai finestrini aperti di un'auto che gira nelle vie vuote, zigzagando tra i marciapiedi non più protetti da una doppia fila di veicoli. Sono fuggiti verso l'interno, verso la terra che inavvertibilmente sale, che promette di farsi costa e isola.
Sono usciti per ultimi, portando le valigie e gli ultimi oggetti, i più cari. Sono saliti in auto e hanno atteso, con il motore acceso, che gli uomini terminassero le operazioni di carico.
La mia stanza si accende. È arrivata la corrente, sono le otto. Non spengo più le luci, che bisogno ho di farlo? Devo andare a cucinare sul fornello elettrico le poche cose che mangerò oggi e nei prossimi giorni. Un'ora di elettricità adesso e un'altra alle otto di stasera, per mangiare.
La mia casa è semivuota, poco per volta l'ho svuotata gettando via ogni cosa: mobili, abiti, libri, elettrodomestici, come se, una volta resa più leggera, potesse galleggiare.
Abito al pianterreno, quando arriverà, l'Onda, entrerà dalle mie porte e dalle mie finestre. Finché potrò la guarderò, forte e limacciosa, poi salirò di un piano, di un altro, di un altro ancora. Attenderò che il mare tiri il fiato prima dell'ultimo assalto. Ci vorranno mesi.
I camion vengono chiusi, si accendono i motori. Un braccio si sporge dall'abitacolo del camion, fa segno all'auto di precederli. L'auto scivola sotto le pareti lucide, colorate di giallo e azzurro degli autocarri, proietta la sua ombra sulle grandi ruote. Prende la strada che porta fuori dal quartiere. Alzo le serrande e saluto l'ennesimo piccolo convoglio che fugge davanti al mare.
Nessuno mi risponde, cerco di ascoltare il suono dei motori, di separarlo, finché è possibile, dal silenzio.

Nel cielo le nuvole sono immobili, fotografate dalla luce del sole come particolari di una scenografia. L'aria è ferma, senza odore. La strada, davanti alla mia finestra è vuota.

Potrebbe arrivare di notte, lo so. Entrare urlando dalla finestra, travolgermi senza che neppure me ne accorga.
Non riesco a trovare preoccupante, questa possibilità. Mi addormento ascoltando il silenzio della terra.
L'acqua che sale dai rubinetti, solo due volte al giorno, già da mesi è meno limpida e ha un sapore che ricorda quello delle docce sulla spiaggia.
Sono rimasti pochi rumori, le finestre sono serrate, come se fosse possibile ritornare, ripercorrere al contrario la strada che ci ha portato a questo punto.
Per due ore al giorno ascolto la radio, le stazioni che poco per volta si sono ridotte a una sola, che trasmette sulle onde medie. Che dà informazioni sul traffico, sui villaggi di accoglienza, sulla legge marziale, sulle fucilazioni, sulle bande armate che attaccano i convogli diretti verso l'interno, sulle dighe in costruzione, sulle terre divenute fondali marini, sui terremoti e le frane.
Poca musica, quasi esclusivamente classica, inserita tra un comunicato e l'altro dell'autorità straordinaria che regge quel che resta della nazione.


Qualcuno è rimasto. Nella via alle mie spalle ci sono dei panni stesi ad asciugare. Il vecchio con il piccolo cane che circola in bicicletta, la bestiola seduta nel cestino. Gli sciacalli vengono di notte, entrano nelle case svuotate, distruggono gli infissi, sporcano, qualche volta accendono fuochi. Ma ormai non c'è più nulla da rubare e nulla da distruggere.
Dormo protetto da una porta corazzata e da una pistola. Ma finora non hanno bussato alla mia porta.

Nell'appartamento abbandonato tre giorni fa una luce è accesa. Strano, una delle ultime abitudini civili è di staccare l'interruttore centrale della corrente, come quando si parte per una lunga vacanza.
Nella luce del crepuscolo cerco di individuare un movimento, il passaggio di un'ombra dietro le serrande non completamente chiuse. Un paio di volte ho la sensazione di vedere qualcosa di chiaro che scorre veloce dietro le finestre.
Prendo la torcia elettrica ed esco. Attraverso la strada per raggiungere il palazzo di fronte. Il portone è aperto, salgo le scale fino al terzo piano. La porta dell'appartamento è spalancata, fili elettrici pendono dalle scatole degli interruttori strappate dai muri. La casa è completamente vuota, non solo: il filo che porta la corrente al contatore è stato tagliato.
Mi affaccio alle finestre. Il mio appartamento è ben visibile, da lì. Riconosco la mia finestra aperta, un angolo del letto non fatto, la poltrona.
Eppure stamattina molto presto la luce era accesa, proprio in questo appartamento.
Prima di uscire scardino le serrande delle finestre affacciate verso di me. Esco, cercando di convincermi di aver sbagliato piano.

La luce è incerta, puntiforme. Passa oscillando davanti alle finestre spalancate seguendo un passo lento e regolare ma non riesco a scorgere chi la tiene in mano. La luce di una candela o forse di una piccola torcia. Potrebbe trattarsi di uno sciacallo, di un visitatore, ma perché in quella casa, al terzo piano, dove non c'è più nulla, anonima e uguale a tutte le altre che la circondano?

Il vecchio se ne sta da solo sul marciapiede. Tiene la bicicletta inclinata con una mano, chiama a intervalli regolari: «Rigolò? Rigolòooo?»
Il piccolo cane non c'è. Generalmente compariva strisciando sotto un cespuglio, arrivava zigzagando, il ventre sporco di terra e di frammenti di foglie. Il vecchio lo rimproverava, lo ripuliva con il suo fazzoletto e lo caricava nel cestino della bicicletta. Probabilmente lo portava a vedere il nuovo mare, appena oltre la vecchia stazione.
Ci sono andato solo una volta a vederlo: un mare color cenere, limaccioso, gonfio. A emergere dalle acque sono rimasti gli ultimi piani di un palazzo lontano e le torri della vecchia centrale elettrica, simili a scheletri di ombrelli spezzati e conficcati nell'acqua. All'ultimo piano il palazzo, reso più chiaro dalle piogge, ha ancora le antenne paraboliche, puntate verso il cielo come funghi rovesciati. Non ci vive più nessuno.
«Rigolò, Rigolò?»
Come nome cretino per un cane. Può essere una storpiatura di Rigoletto o di Regolo, Attilio Regolo. Il vecchio non si stanca, continua a chiamare.



Stamattina alle otto la corrente non è più arrivata.
Il quartiere è ufficialmente morto. Anche il vecchio è scomparso. Di notte i cani abbaiano e ululano. Abbandonati, attraversano le vie ancora esitanti, giunti sul marciapiede si fermano ad annusare il vento, abbassano la testa e corrono via.
Sono tornato all'appartamento di fronte. Ci sono macchie di fango fresco, orme incerte e confuse. L'aria sa di vecchie alghe, di legna marcia di salsedine asciugata dal vento.

Ieri ho bruciato il mio primo palazzo, a un paio di isolati dal mio. È stato un lavoro faticoso. Ho fatto la spola tra il vecchio distributore di benzina lungo la via principale portando due taniche per volta, sono salito in cima alle scale e ho rovesciato la nafta sui pavimenti e le scale. Ho ripetuto l'operazione più volte. Alla fine, morto di stanchezza, ho atteso che calasse la notte.
All'inizio dalle finestre aperte usciva solo fumo, un fumo grigiastro che sapeva di plastica. Poi il fuoco ha attaccato le porte e gli infissi e le fiamme sono apparse dietro alle finestre. I vetri hanno cominciato a esplodere per il calore. Contemplavo lo spettacolo sentendo la faccia bruciarmi. Alle mie spalle i cani. Guardavano a turno me e il rogo, seduti, intenti e affascinati. Abbiamo fatto qualche passo indietro quando le fiamme hanno cominciato ad alzarsi più robuste.
Il palazzo ha impiegato diverse ore a bruciare completamente. Ogni tanto un pavimento crollava e una corona di scintille si alzava verso il cielo. Urlavamo, allora, e io ridevo, ridevo e bevevo. I cani si allontanavano da me di qualche passo, senza perdermi d'occhio.



Ho trovato delle pile, oggi, e le ho inserite nella radio. Nulla, nessun segnale disturbava il fruscio del quadrante.
Nelle ore più calde della giornata, quando anche i cani dormono, ho sentito delle voci. Voci quiete, tranquille, inafferrabili. Nulla di convulso, eccitato, nervoso. Chiacchiere a tavola, tranquille storie del dopopasto.

Mi sono trasferito nel palazzo di fronte, al terzo piano.
Il trasloco è stato svelto, sotto una pioggia battente. Ho portato qui le mie poche cose e mi sono affacciato alla finestra. I cani per strada mi hanno guardato, come passanti sorpresi. Non scodinzolano mai, questi cani e non hanno paura del fuoco. Non si avvicinano né mi aggrediscono, si limitano a sorvegliarmi, a seguirmi.
Ho atteso il buio seduto, la schiena appoggiata a una parete.
Sono qui, dicevo a intervalli regolari. Non udivo la mia voce da giorni e non riuscivo a trovare il tono giusto per parlare. Ora urlavo, ora bisbigliavo. Le parole mi sembravano senza senso e mi venivano restituite, ancora più insignificanti, dalle pareti spoglie.

La luce mi ha svegliato, un raggio sottile che disegnava le pareti.
La luce di una torcia elettrica.
Nell'oscurità un respiro affrettato, un'ombra indistinta che ha atteso che fossi sveglio per fuggire silenziosamente. Mi sono alzato in piedi, disorientato, cercando di seguire la direzione dei passi.
Mi sono affacciato alla finestra. Credo di aver visto qualcosa, una forma china, aggobbita, nascosta dalle chiome degli alberi.

Nuvole gonfie, malate passano sulla terra, il mare non le riflette. Il mare dorme con un occhio aperto, assaggia i suoi nuovi confini. L'acqua è gelida, vischiosa. Oggetti irriconoscibili danzano sul pelo delle onde lente. Cerco di ricordare la stagione, il tempo, ma non ho più calendari né orologi. Tre cani mi hanno seguito fino alla massicciata della ferrovia, la nuova, temporanea costa. Mi guardano da lontano. Ho tirato loro le pietre macchiate che ci sono tra i binari e li ho inseguiti gridando. Sono fuggiti ma poi sono ritornati. Stanno seduti sulle zampe posteriori, tra loro c'è anche Rigolò, o forse Regolo.

Piove: seduto sul letto, la schiena appoggiata al muro freddo cerco da qualche minuto di distinguere le gocce, di distinguere il loro percorso, ma le perdo di vista, le riafferro e le perdo nuovamente.
Scendo nel giardino e urlo con tutto il fiato che ho in gola.
- Vieni fuori! Vieni! Vieni!


Lo attendo acquattato all'ultima rampa di scale, che conduce al terrazzo, alle antenne televisive, ai fili grigi dove secoli fa qualcuno stendeva i panni ad asciugare.
La mareggiata di ieri ha portato l'acqua nelle strade: rigagnoli, rivoli che scorrono a fianco alle strade. L'acqua sale dai tombini scoperchiati. Appoggiando l'orecchio a terra si distingue il suono delle onde, come ascoltando in un'enorme conchiglia.
Attendo, immobile, immagino passi, voci. La nostalgia mi prende di sorpresa, mi schiaccia contro il pavimento. Il nostro tempo è passato per sempre, era fatto di nulla, di risate, occhiate, sogni confusi con i ricordi, tentativi di fuga, di mascheramento, vanterie e vergogne, ansie, rimorsi e sollievo, piccole e grandi abitudini. Scandito dal tempo, dal nome dei giorni, dei mesi, degli anni. Il mare ha cancellato tutto, ha bagnato i nostri segni e noi non avevamo altro, io, come tutti, non avevo altro: solo il tempo.
Questo tempo senza limiti ci è nemico, ci soffoca, ci annulla anche prima che lo faccia il mare. Immane, infinito si estende da ora fino al termine dei soli.

Credo di essermi addormentato, la mente arroventata dalla sensazione di perdita, dal suono vuoto delle scale deserte.
Il passo è esitante, trascinato. Gli fa corona il ticchettìo delle zampe dei cani. Decine di cani, che salgono le scale, che scivolano in silenzio sul marmo lucidato a piombo solo pochi mesi fa.
Mi affaccio alla tromba delle scale: una sottile lama di luce si arrampica sui muri, svolta ai pianerottoli, sale ancora, marcia verso il mio nascondiglio. I cani riempiono completamente il passaggio, affondano nel buio delle scale, procedono a muso basso annusando i passi di chi li precede.
Non mi alzo, li attendo accucciato a terra. Il minuscolo raggio di luce termina l'ultima curva e mi lambisce. Loro respirano, a decine, a centinaia. Mi guardano già con nostalgia. L'uomo-cane lascia cadere la piccola torcia elettrica nella tromba delle scale. La sento rimbalzare sulle ringhiere, vedo la sua luce impazzita illuminare per l'ultima volta i soffitti, le scale rovesciate, le finestre sporche di pioggia.
Adesso è definitivamente caduto il buio e la caccia è terminata.

5.12.12

Alga in superficie e Dracula nel profondo



Ieri pomeriggio ho ricevuto la comunicazione che immantinente vi giro: 

Cari lettori,


È con immenso piacere che vi invitiamo alla Cerimonia annuale di Alga!
Come ormai da tradizione, dopo più di un anno di letture, votazioni e commenti, premieremo il vincitore della corrente Edizione e annunceremo i nuovi cinque titoli partecipanti all'Edizione 2013 del concorso. Vi aspettiamo

Martedì 18 Dicembre, ore 18:30
Circolo dei Lettori
Via Bogino 9, Torino


Saranno presenti gli autori Consolata Lanza, Francesco Gallo, Valeria Amerano, Marisa Porello, Silvestro Catacchio, Mariagrazia Nemour, Carlo Bertolini e Claudia Manselli. Gli autori saranno disponibili per discutere dei loro libri e autografare le copie cartacee.
...

In sostanza il 18 dicembre saprete chi tra i cinque partecipanti ha vinto il concorso indetto per il 2012 e conoscerete i cinque partecipanti per l'edizione 2013.
È stato un concorso funestato da numerosi problemi, quello di quest'anno, tanto che la consueta presentazione ha finito per slittare da giugno fino alla seconda metà di dicembre. Alga sta lavorando per ampliare e arricchire la propria presenza on line cercando nel contempo di essere più presente sul mercato attraverso i negozi convenzionati. 
Come spiegavo in un altro post credo che il progetto Alga sia tra i più interessanti e innovativi nel quadro dell'attuale situazione editoriale e ho prestato volentieri il mio piccolo aiuto per arrivare a questo risultato. D'altro canto non è facile trovare libri da 200-300 pagine a 3,00 euro, sia su carta che on line.
L'incontro sarà l'occasione anche per conoscere gli attuali progetti e le intenzioni di Alga. Non mancate. 
...
Approfitto di questo spazio per segnalare la terza puntata - questa volta si affronterà il secondo capitolo - dello speciale dedicato a Dracula di Bram Stoker che si terrà venerdì 7 dicembre, ore 18.30, presso il circolo culturale «Verba manent» di V. Lessona 46[1] . Ancora una volta sarà l'ottimo Franco Pezzini a guidarci all'inseguimento del Dracula classico
Ottima occasione per tutti gli appredisti Renfield.





[1] Questa volta spero tu mi abbia sentito, Lady Simmons ; )
    


4.12.12

Nei panni dell'editore


Ogni tanto mi capita di vestire i panni dell'editore e di provare a collaborare con i miei colleghi nella gestione comune della libreria Piemonte Libri di via Arsenale, qui a Torino. 
La libreria, come forse qualcuno ricorderà, è nata più di due anni fa in seguito a un'iniziativa di un'associazione locale in risposta a un bando della giunta piemontese di allora, con Oliva come assessore alla cultura regionale. La regione Piemonte si offriva di sostenere i primi tre anni di gestione della libreria con uno stanziamento complessivo intorno ai 500.000 euro, fino a quando, in sostanza, la libreria non sarebbe riuscita a navigare da sola. 
Dei tre anni ne sono passati più di due, il finanziamento della regione è in ritardo di mesi, gli incassi della libreria non coprono le spese - particolamente l'affitto del locale, posto in pieno centro - la libreria è esposta per migliaia di euro nei confronti degli editori che hanno fatturato i loro libri con lo sconto (straordinario) del 50% [1], le tre persone che lavorano in libreria sono in attesa di qualche mese di stipendio e la regione - dove nel frattempo il colore della giunta è cambiato - ha già fatto sapere che non rinnoverà il finanziamento che quindi terminerà entro il prossimo aprile. 
Una situazione non facile, tanto per usare un eufemismo, dove l'associazione «Sulla Parola» che ha gestito finora l'iniziativa ha già fatto sapere che passerà la mano e che sarà già contentissima di recuperare i soldi anticipati. 
Gli editori aderenti al progetto sono ufficialmente 140, dei quali più della metà sono di Torino, che pagano una quota sostanzialmente simbolica (15 euro/anno) per utilizzare la libreria, esponendo il proprio catalogo e organizzando presentazioni al vasto piano inferiore della libreria, organizzato come sala riunioni e presentazioni.
Personalmente mi sono aggiunto soltanto a luglio di quest'anno, partecipando con una trentina di titoli, praticamente tutti usciti prima del 2012, con esiti di vendita che potrei senza problemi definire deludenti. Ma non mi aspettavo miracoli, naturalmente. Luglio e agosto sono mesi vuoti - ho fatto il libraio anch'io, in fondo - settembre e ottobre senza scolastica e universitaria sono mesi appena appena medi e in condizioni normali ci si può aspettare una ripresa delle vendite da metà novembre in avanti. In condizioni normali, però, non con gli acquisti in caduta libera da mesi a questa parte e una tredicesima falcidiata dall'IMU. 
La situazione che si può provare a disegnare e che riguarda me e gli altri 139 editori piemontesi può avere alcuni diversi esiti. Il primo è quello di aspettare senza far nulla che scada il contratto di affitto, passare a ritirare i libri giacenti e dimenticare tutto. Lo spazio per gli editori non promossi da Me(ssaggerie) Li(bri) o da RCS-Rizzoli, da Mondadori o dalla PDE di Feltrinelli è molto vicino a zero nelle librerie indipendenti ed è praticamente nullo nelle librerie di catena e sperare che la situazione possa modificarsi grazie a un cambio di linea delle librerie è come sperare che Babbo Natale scenda dal camino per portare a noi tutti, grandi e piccini, i regali preparati dai suoi elfi. Senza un punto vendita in città le possibilità di essere presenti sul mercato degli editori - di questi editori, perlomeno - risulteranno nettamente ridotte.
«Sì, ma cosa fanno, questi editori? Un po' di libri in dialetto piemontese, qualcuno sulla montagna, qualcuno sul vino e parecchi pagati dall'autore».
No, non è vero. Provate un po' a passare dal sito di Piemonte Libri e fatevi un'idea. Non è possibile semplicemente azzerare più di cinquemila titoli. 
Quindi rimangono altre possibilità. 
Cercare un altro punto vendita, sia pure più piccolo e senza uno spazio predisposto per le presentazioni, accettando il principio per il quale le presentazioni hanno fatto il loro tempo e conviene ora pensare a semplici, veloci incontri con i lettori. Cercare di recuperare ancora qualcosa - dell'ordine di un decimo dello stanziamento precedente - dalla Regione Piemonte, tenendo comunque conto che la Regione è stata colpita dalla spending review montiana e che l'indebitamento degli enti locali - anche grazie a manovre e interventi largamente discutibili - ha raggiunto livelli insostenibili. Lavorare sugli eventi, da Portici di Carta a Più Libri più liberi, cercare di essere maggiormente presenti on line (problema tutt'altro che piccolo con editori che sostanzialmente ignorano le vendite on line e l'esistenza degli e-book) e sul territorio. Cercare, in breve, di fare della libreria una vetrina costantemente presente e continuare a esistere come progetto comune, per preservare il posto di lavoro alle persone che lavorano in libreria e salvare questo spazio assolutamente unico.
Ho partecipato a una riunione per stendere un progetto da presentare alla Regione e curiosamente è stata un riunione utile e costruttiva. Il documento è stato steso e a giorni ne riparleremo. 
Personalmente sono passato da una libreria che faticava a pagare affitto, spese e tasse a un libreria che fatica eccetera. Quantomeno non posso dire di essere sorpreso, anche se credo che il problema stia tutto nei libri, una «merce» poco appetibile per un'Italia in rapida avvicinamento all'analfabetismo di ritorno.
Ma ormai sono abituato a combattere per nulla e gloriarmi della mia condizione di eroico sconfitto, tanto che non posso più farne a meno. 
Continuate a seguire il mio blog e vi dirò com'è andata a finire. Non prometto nulla, tranne la mia assoluta, stolida convinzione di non mollare.     



[1] Lo sconto medio concesso normalmente dagli editori alle librerie è del 30%. Lo sconto del 50% (o più) è generalmente concesso dall'editore al proprio distributore e si tratta di un sconto esclusivo concesso secondo un contratto di distribuzione. Ne consegue che se un editore concede tale sconto a una libreria si trova ad aver spezzato il contratto con il distributore. Questo spiega le difficoltà ulteriori o la mancata adesione di alcuni editori al progetto. Ed è un elemento di forte dibattito tuttora in corso.  

2.12.12

Musica tosta


Domenica da queste parti significa musica. Più o meno da quando, circa un anno fa, postai il primo intervento sul grande Arvo Pärt. 
Da allora, praticamente senza interruzione, ogni domenica ho dedicato questo spazio a un musicista e a una musica a me prediletti. Mi rendo conto, riguardando l'elenco, di aver trascurato il jazz, pubblicando materiali di musicisti pop d'antan o cercando di suscitare - o resuscitare - interesse per la classica moderna o per curiosi artisti come Tuxedo Moon, Aphex Twin o avant-garde come i Massive Attack, i Portishead o potentemente heavy metal come S.O.a D. e Rammstein. 
In futuro prometto di dedicare maggior attenzione al jazz, che è stato assolutamente centrale per un lungo periodo della mia vita, quando suonavo e ascoltavo jazz senza interruzioni tra l'una cosa e l'altra, ma senza dimenticare la classica del xx secolo alla quale, lo ammetto, mi sento molto vicino, persino a soggetti profondamente discussi come quello che presento oggi.    


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Alban Berg era un viennese, nato nel 1885, sotto il l'imperial-regio governo (K. und K.) e morto nel 1935, sotto il Reich millenario fondato e infine distrutto dall'austriaco Adolf Hitler. 
Allievo di Schoenberg e membro attivo della Seconda Scuola Viennese, venne discriminato e ridotto al silenzio dal nazismo in quanto compositore di una «musica degenerata». Nella Vienna degli anni '10 - uno di quei momenti e luoghi irripetibili nella storia di un paese - aveva come amici personali Gustav Klimt, Karl Kraus e Adolf Loos e compose opere come Wozzeck - dal testo del drammaturgo Georg Büchner - e Lulu, rimasta incompiuta.
Modernista e sostenitore della composizione dodecafonica, era comunque profondamente legato alla musica di Mahler e di Debussy. 
Personalmente l'ascolto di una composizione di Berg mi obbliga a mettermi idealmente in smoking ed ascoltarlo in assoluto, nevrotico silenzio [1]. Di fatto, quindi, lo ascolto sempre in cuffia. E a volume molto, molto alto.



[1] per una sorta di contrappasso, o forse di scherzosa vendetta, il povero Alban Berg è comparso come citazione e maschera qui, in un frammento di un mio brano. Non credo se ne sia adontato, in fondo a me le sue opere piacciono (anche se non è affatto detto il contrario).