7.11.19

Il Mare Obliquo 40


Il viaggio nelle Foreste Sotterrate si fa sempre più pericoloso e i nostri riescono a sopravvivere solo grazie agli strani amici Aloq.
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La colazione è costituita di un sorso d'acqua ed un biscotto e viene consumata mentre il notturno racconta dell'incontro di Klog.

– … Io credo che quelle creature vivano vicino alla superficie e che quindi ben poche di loro scendano fino alle foreste sepolte, ma naturalmente non ne sono certo.

Un brontolio indistinto dei cervi e la mesta rassegnazione degli altri è l'unico commento al discorsetto.

– Ma insomma si può sapere cosa hai visto di preciso? – Chiede Plinio attardatosi nella colonna per aspettare il Boldhovin che procede per ultimo, con le mani sprofondate nelle tasche e gli occhi fissi sul soffitto del condotto.

– Possono camminare rovesciati, come le mosche secondo te? – Chiede all'improvviso Klog. – L'ho chiesto a Gudre-Yinnu ma non ha saputo rispondermi.

Plinio sospira. – Dovrei sapere un po' meglio di cosa parli per poterti rispondere.

– Parla piano.

– Va bene.

– Sono gli alloq, le creature che abitano queste profondità. – Spiega il Boldhovin. – Ne ho visto uno. Fischiano e si muovono al buio senza rumore.

– Credo che il nome giusto sia Aloq, ma sono creature da fiaba, non esistono. – Spiega il gatto con un sorriso.

– L'ha visto anche il Neek.

– Ho sentito. Ma sono scettico.

Klog decide che non merita cercare di convincere lo stupido gatto. Si stringe nelle spalle e continua la sua osservazione del soffitto.

– Ma cosa ha fatto quella creatura? – Chiede dopo un po' Plinio che non si è ancora allontanato.

– Nulla. Anzi, si addolorava perché certa gente non ammette la sua esistenza.

– Smettila, Klog. Se vuoi ci credo. Cosa faceva l'Aloq?

– Fischiava e si spostava nel buio, nulla di più. Ci spiava, insomma. Hanno una faccia che sembra una maschera di cartone, si vestono di ragnatele e hanno occhi grandi che non riflettono la luce.

Il gatto riflette per qualche istante senza replicare.

– Probabilmente questi luoghi ne sono pieni. Vivono in questi antichi condotti scavati dai Gu'Hijirr Bruni e rapiscono la gente nelle notti di luna nuova. – Continua il Boldhovin. – Ma temono la luce ed io ho la Pietragemella.

Plinio annuisce suo malgrado impressionato dal racconto e getta un paio di occhiate al buio alle sue spalle.

Procedono per un paio d'ore, continuando a scegliere ai frequenti bivi la strada che promette di condurli più in basso.

– Di questo passo arriveremo nella Reggia nell'Ombra di Sangue. – Commenta a bassa voce Matushka all'ennesimo bivio. – Cosa ci assicura che la strada giusta sia quella che porta verso la profondità?

– Nulla. – Gudre-Yinnu, che marcia in testa al piccolo gruppo sorreggendo la lanterna, ride: – Ricorda che i Neek hanno l'udito dei notturni, piccola Fuji-Ku. Abbiamo solo qualche ricordo ormai sbiadito dal tempo e qualche frase di vecchissimi libri.

L'unica replica della piccola volpe è uno sbuffo irritato.

Dopo un'altra mezz'ora di marcia il disegno del condotto si è fatto meno preciso, come se lo scavo avesse incontrato un sistema di gallerie naturali limitandosi a seguirlo. Le pareti sono più ampie e gli spiazzi, mal delimitati e stillanti umidità, si sono fatti più frequenti.

– Ehi! Il soffitto non è più tramezzato! – Esclama Klog. – Siamo vicino alle foreste?

– È probabile. – Replica brevemente il Neek. – Ma credo che fino a sera non le…

Un debole fischio, apparentemente proveniente da una diramazione della caverna interrompe le parole di Gudre-Yinnu.

Un istante dopo un'altro fischio proveniente dal condotto che hanno appena superato giunge in risposta al primo.

– Sono gli Aloq? – Chiede Fahgön, tranquillo come se avesse chiesto il tempo che fa.

Il Neek risponde con un cenno del capo ed estrae lentamente la lunga Ejiri. Altri fischi echeggiano nei corridoi.


– Schieriamoci contro quella parete, presto. – Grida Fahgön. – Così non potranno prenderci alle spalle. – Il vecchio cervo agita l'imponente palco di corna. – Ükkum-Glid, Fratelli- di-scorza, tenetevi pronti a caricare. – Grida agli altri cervi.

Passano pochi secondi, lunghi come il tempo degli dei e da quattro varchi aperti sul buio penetra correndo un'orda di creature che procedono a testa bassa, senza produrre rumore né grida.

– Ükkum Hian! – Grida Fahgön ed i quattro cervi si lanciano a testa bassa verso il gruppo più vicino di assalitori, simili al vento che scuote le chiome degli alberi.

Non un lamento si leva dalla creature assalite e calpestate da Fahgön e dai suoi Fratelli-di-scorza. Dopo la prima carica i cervi si voltano rapidi per caricare il secondo gruppo di nemici che, preavvisati li accolgono con gli scudi sollevati. I cervi, con così poco spazio per prendere la rincorsa, sono costretti a piombare sui guerrieri con impeto minore e la loro carica riesce solo a fermarli senza sopraffarli.

– Attento Fahgön, a destra! – Urla Gudre-Yinnu lanciandosi addosso ad un terzo gruppo di avversari che stanno per attaccare alle spalle i quattro cervi. Il Neek si lancia in mezzo al gruppetto di creature urlando e abbattendo la sua spada in mezzo a loro.

– Sono Oom! – Grida Matushka. – Non c'è sangue nei loro corpi.

Klog che sta per estrarre la Pietragemella dalla borsa alza lo sguardo e fissa la Ejiri manovrata dal Notturno, che ha già colpito molti assalitori senza macchiarsi di sangue. Un brivido gelido lo immobilizza: gli Oom sono creature senza mente nè spirito, animate da una Magia di Sangue ed impossibili da spaventare o fermare senza distruggerle.

Plinio estrae dalla borsa una corta spada di fabbricazione Gu'Hijirr e si lancia in soccorso di Gudre-Yinnu, circondato da quattro Oom, che lo attaccano a turno come una muta di cani rabbiosi.

– La lanterna… – Grida il Boldhovin. – Attenzione! – Ma il suo grido giunge troppo tardi. Uno degli Oom l'ha già raggiunta e scagliata a terra. Nel buio più completo la lotta già difficile è diventata senza speranza. Un istante dopo l'aria si riempie improvvisamente di fischi e dell'odore di viole degli Aloq. Klog sente qualcosa afferrarlo mentre sta per estrarre la Pietragemella ed aspira un forte lezzo di palude un istante prima che il soffitto della caverna gli cada sulla testa.





Buio. Cerca di sollevare il capo ma una fitta dolorosa lo immobilizza con la nuca contro il pavimento di roccia. «Sono vivo a quanto pare.» Osserva tra sé il Boldhovin, incerto se rallegrarsi o meno per quel dato di fatto. Nella caverna o qualunque sia il luogo nel quale si trovano, c'è un assoluto silenzio, appena turbato dal respiro di alcune creature. Con uno sforzo doloroso estrae dalla tracolla, rimastagli miracolosamente appesa alla spalla, la Pietragemella che illumina la scena con un bagliore vivido.

Si trovano ancora nella caverna della battaglia, su questo non c'è dubbio, ma non vi è traccia degli Aloq né degli Oom. Klog si alza a sedere. Più o meno malconci i suoi compagni sembrano esserci ancora tutti, se vivi o morti però non saprebbe dirlo.

– Gudre-Yinnu? – Chiama. – Plinio? Fahgön? Matushka?

L'unica risposta è una specie di grugnito proveniente senza alcun dubbio dalla gola del cervo.

– Sei vivo Fahgön?

– Credo di sì. Siamo stati sconfitti, vero?

Klog sente lo spasmodico desiderio di ridere di fronte a quell'osservazione così tipica ma si trattiene.

– Siamo vivi, Fahgön, perlomeno io e te. Non sei contento?

Il vecchio cervo brontola qualcosa nella sua lingua e si alza a fatica sulle quattro zampe. – Una vita senza onore non è vita. – Commenta. – Come stanno i nostri compagni?

– Non lo so. Chiediamoglielo.

– Non mi toccate, per favore. – La voce del Neek sembra molto meno divertita ed ironica del solito. – Non credo di avere più un solo osso nella sua sede naturale. – Si alza su un gomito. – Come abbiamo fatto a salvarci?

– Gli Aloq. – Klog riconosce la voce di Basso Okme e si volta di scatto. L'uccello-di-legno è in piedi, apparentemente incolume. – Li ho sentiti arrivare e li ho visti combattere con gli Oom. Quelli non potevano avvertire la mia presenza perché sono attirati solo dalle creature fatte di carne e di sangue. Gli Aloq ne hanno distrutti molti ed hanno trascinato via i loro resti ed i pochi superstiti. I fischi che abbiamo udito prima dell'arrivo degli Oom erano stati emessi per avvertirci.

– Oh, bella. E tu come fai a sapere tutte queste cose? – Chiede Plinio massaggiandosi la nuca.

– Li ho veduti ed ho parlato con loro. In genere non amano chi entra nelle loro terre, ma meno di tutti amano gli Oom, che sono entrati ieri ed hanno invaso le loro silenziose gallerie.

– Hai visto, stupido gatto, che gli Aloq esistono?– Non può fare a meno di dire Klog con espressione trionfante.

– Già, e meno male che esistono. Da come li avevi descritti tu non sembravano poi troppo utili, tuttavia.

Prima del Boldhovin è Basso Okme a rispondere. – Sono strane creature. Parlano una lingua fatta di fischi e odori, forse la lingua più antica dell'Orlo del Mondo. Sono diffidenti ed insieme ingenui come bambini e così possono esseri crudeli e generosi. Comunque mi hanno detto che quanto prima ce ne andremo meglio sarà.

– E così sia. – Commenta Gudre-Yinnu. – Io non ho nessuna intenzione di occupare le loro amate gallerie ancora per molto tempo, ne stiano pur sicuri. Immagino che questa tua capacità di comprendere le lingue ti sia stata donata da Kerfilluan.

– Ogni lingua ubbidisce a regole musicali, Gudre-Yinnu. Chi comprende la musica può comprendere ciò che gli altri esseri dicono.

– Se avete terminato con la vostra bella discussione sulla musica e la lingua io direi di allontanarci in fretta di qui. – Fahgön scuote il grande palco di corna come per rassicurarsi di essere ancora tutto intero. – Potrete riprendere una volta tornati sotto il cielo, se proprio ci tenete. Io non ne posso più di questo luogo.

Nessuno trova nulla da aggiungere e, tra lamenti e grugniti i custodi della Pietragemella riprendono zoppicando il loro viaggio verso le Foreste Sotterrate.

2.11.19

Il Mare Obliquo 39

Il viaggio di Klog, Plinio e Matushka, guidati dal Neek Gudre-Yinnu, continua nelle caverne della Foresta Sotterrata, dove, tuttavia, non mancheranno di fare incontri inattesi.
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Il primo ad attraversare l'Arco di Uxrol ed a penetrare nel Regno delle Foreste Sotterrate è Gudre-Yinnu, il Neek, subito seguito da Fahgön che subito prima di scomparire nell'ombra annusa l'aria con una smorfia.
Subito dopo entrano gli altri cervi e poi Basso Okme, Plinio, Matushka ed infine Klog che cammina con il viso sporto in avanti e gli occhi infitti nell'oscurità come una caricatura.
Gli ippogrifi del Notturno si sono levati in volo pochi minuti prima, ubbidendo ad un ordine di Gudre-Yinnu pronunciato in una lingua che nessuno di loro ha riconosciuto.
– Cosa c'è, una scala lì sotto? – Chiede Klog dopo pochi secondi di cammino, senza che nessuno si preoccupi di rispondergli. La luce color zafferano del giorno regredisce lentamente, quasi insensibilmente ed il Boldhovin si chiede con una punta di smarrimento quando cesserà di illuminarli, lasciandoli nel buio più completo, alla mercé delle sconosciute e crudeli entità che sicuramente vivono in quell'anticamera dell'inferno.
Ad ogni passo esitante, su un sentiero in lieve pendenza scavato nella pietra, constata il lento, quasi insensibile impallidire della luce del giorno.
«Forse questa luce non cesserà mai di accompagnarci, forse debole, quasi invisibile, ma in ogni punto di questi luoghi sarà ancora possibile coglierne il riflesso». Ragiona tra sé il Boldhovin. «Forse saranno solo i nostri occhi che non riusciranno più ad avvertirla, ma quasi invisibile resterà con noi, come un salvacondotto in mezzo alle tenebre.»
I pensieri consolatori di Klog si interrompono di colpo quando il sentiero devia con una curva improvvisa, nascondendo loro il settore di cielo inscritto nell'Arco di Uxrol.
Il Boldhovin gira il capo per vedere un'ultima volta la luce del giorno, fa un profondo sospiro ed allunga il passo per raggiungere Matushka che cammina davanti a lui.
Fatti pochi passi una debole luce color pergamena accende l'alta volta di pietra sospesa sopra di loro.
– Una lanterna! – Esclama in un soffio Klog.
Una breve risata del Neek è l'unica risposta al suo moto di gioia.
In capo ad una mezz'oretta, procedendo in fila indiana in quella sorta di ampio condotto scavato nella roccia, l'odore lieve e tiepido dell'aria esterna è stato completamente sostituito dal sentore freddo e secco delle profondità.
– Singolare. – Osserva Basso Okme. La sua voce risuona stranamente amplificata tra le pareti di roccia, perdendosi con un rombo remoto molto oltre i loro passi. – Singolare, dicevo. – Ripete l'Uccello- di-Legno questa volta parlando a voce bassissima. – Non vi è umidità in questi luoghi.
– È vero. – Commenta Plinio, a cui il silenzio totale che li circonda sta cominciando a dare sui nervi. – È tutto così secco, freddo e…
– …E morto, stavi per dire, vero messer Gatto? – Il Neek sembra l'unico della compagnia ad avere ancora voglia di scherzare, sia pure nel suo modo molto personale. – C'è poca acqua in superficie ed è assolutamente normale che ve ne sia poca anche in profondità, non trovate?
– Assolutamente logico. – Approva Fahgön. – E non vedo il motivo di sollevare inutili interrogativi in proposito.
Klog tira fuori la lingua per una risposta adeguata ma silenziosa alla sicumera del cervo, così convinto della sua forza e del pari del tutto privo di fantasia.
Nel corso del loro cammino altri corridoi talvolta si aprono davanti a loro, altrettanto bui e silenziosi. Gudre-Yinnu non esita neppure per un attimo in questi casi, scegliendo sempre la strada che sembra condurli più profondamente.
– Tra pochi minuti, non appena avremo trovato uno spiazzo abbastanza ampio ci fermeremo per il riposo notturno. – Avverte Gudre-Yinnu. – Se il mio segnatempo non sbaglia in questo momento sopra di noi il sole è calato e già la luna è sorta.
L'idea che il buio si trovi ora anche alle loro spalle fa rabbrividire Klog per un istante.
– Dovremo dormire qui, in mezzo alle rocce come morti prematuri? – Chiede a bassa voce a Matushka.
– Così pare.
– Ma tu non hai fame?
– Non molta, per la verità. Qui mi sento poco ispirata.
Quando il condotto si allarga in un piccolo spiazzo dal fondo liscio come un pavimento di pietra il Neek si ferma ed agita in alto la lanterna.
– Tirate fuori le provviste. Non si possono accendere fuochi, purtroppo: non abbiamo legna né sarebbe consigliabile farlo senza un adeguato tiraggio. – Spiega. – Quindi dovremo rassegnarci a mangiare i nostri cibi così come sono. Faremo turni per dormire, per questa notte il primo sarò io, poi sarà la volta di Fahgön, poi di Plinio, ed infine di Klog. Domani notte toccherà a Matushka, Bunke, Ernuf, Og e Basso Okme. D'accordo? 

 
Un mormorio di consenso accoglie le parole del Neek, mentre Klog riflette sgomento che un turno di guardia significa trascorrere un paio d'ore in assoluta solitudine, a fissare le due oscure estremità del corridoio che li ha condotti fino a lì e che li dovrà portare fino all'altra estremità di quel luogo desolato, attraversando chissà quali orrori.
Con un moto di disperazione il Boldhovin alza il capo verso il soffitto della piccola sala. – Per il Dio zoppo di Fragnan, avete visto il soffitto? – Esclama un attimo dopo.
Tutti levano il capo in alto tranne Gudre-Yinnu, intento a disporre a terra la propria coperta per sedere.
– Una miniera! – Commenta Basso Okme. – Ecco cos'è questo strano luogo. Ma chi veniva a scavare a questa profondità, e per cercare cosa, poi?
– A questa domanda non so proprio cosa rispondere, gentile Basso Okme. – Risponde il Neek. – So che in questi luoghi la mia gente, quando non aveva ancora abbandonato le pianure, possedeva molte miniere che faceva scavare ai Gu'Hijirr Bruni, una razza che ora credo non esista più. Erano dotati di strana ostinazione i Gu'Hijirr Bruni, e conducevano i loro scavi anche molto oltre ciò che veniva loro ordinato. Come talpe attraversavano senza sosta le viscere della terra, cercando chissà cosa. Erano minatori molto capaci e del pari assolutamente folli. Il loro destino mi è sconosciuto e si perde nella confusione del periodo della fine dei Tre Regni, quando i Notturni combatterono un'assurda guerra contro i potenti Te-Ulsh giunti dai Cancelli dell'Ovest, i progenitori degli Uomini che popolano ora le pianure.
– Fin dove ci porterà questo comodo condotto? – Chiede Ernuf uno dei cervi, riconoscibile per una sfumatura color miele del pelo.
– Dovrebbe portarci fino alle foreste entro domani. Lì potremo procedere anche senza la lampada. In tre giorni dovremmo riuscire ad attraversare le foreste ed incontrare un passaggio simile a questo che ci riporterà in superficie.
– Mi pare molto chiaro e soddisfacente. – Commenta il cervo. Klog si guarda intorno: anche gli altri tre cervi sembrano pensarla nello stesso modo, con la testarda, rigida convinzione tipica della loro gente.
Plinio e Matushka gli sembrano invece un po' meno assolutamente convinti, forse più che altro come lui rassegnati.
– Questo programma esclude ogni possibilità di fare brutti incontri, nevvero? – Chiede il Boldhovin dopo qualche attimo di silenziosa riflessione.
– Certo.
– Ma se…
– È inutile preoccuparsene ora. Siamo armati, decisi e coraggiosi: cosa dobbiamo temere dalle eventuali ombre che abitassero in questi luoghi?
– Nulla, nulla. – Approva Klog, stanco di udire tanta ostinata sicurezza.
La cena a basa di patate arrostite fredde e pan biscotto, annaffiato da pochi sorsi di acqua aromatizzata dalle foglie di menta, viene consumata rapidamente ed in silenzio.
– Chiamatemi per il mio turno. – Mormora il Bodhovin un attimo prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni. 


– Su forza, ho sonno adesso.
Klog socchiude gli occhi, certo di trovarsi nella sua piccola casa di Deninax, nel May Dell. La delusione è tanto più cocente quando, alla tenue luce della lanterna, riconosce il soffitto sorretto dalle travature e l'espressione seccata di Fahgön chino su di lui.
– Allora, Boldhovin! È ora di alzarsi. Devi fare la guardia per due ore e poi svegliare tutti gli altri, capito?
Klog fa un debole cenno di assenso alzandosi a sedere e si avvolge nella coperta.
– Sei ben sveglio? – Gli chiede il cervo.
– Certo.
– Fai buona guardia.
– Sicuro.
Dopo pochi istanti al concerto di respiri dei dormienti si aggiunge quello lento e profondo del grande cervo. "Ecco, adesso solo io sono sveglio." Spiega a se stesso il Boldhovin, rimpiangendo per la prima volta in vita sua la compagnia di Fahgön. Per passare il tempo si mette ad ascoltare il respiro dei suoi compagni cercando di riconoscerlo. "Questo così delicato, simile a quello delle fate dev'essere di Matushka. E Plinio, respira lentamente, con un esitazione, come se ogni respiro potesse essere l'ultimo… e Gudre-Yinnu: dev'essere lui a cambiare spesso posizione ed a sbuffare, neppure nel sonno riesce a trovare un po' di pace. Non sento il respiro di Basso Okme… Ma forse è normale, chissà se respirano gli uccelli di legno? Proprio come gli Oom…"
Il pensiero delle marionette, nato dal lontano ricordo del racconto di un Lupo-Drago, lo raggela per un istante e per la prima volta, ubbidendo ad un riflesso obbligato Klog fissa l'apertura del condotto posto davanti a lui. Non vede null'altro che buio, fitto e pesante come una parete solida. Si volta di scatto alle proprie spalle verso l'apertura dalla quale sono giunti, ovviamente altrettanto oscura. Scuote la testa emettendo un sospiro prolungato ed emette una nota, inizio di una breve composizione per fischio solista. Non è tanto il timore di svegliare i suoi compagni a farlo smettere, quanto la paura che qualcuno o qualcosa possa udirlo. Klog inghiotte a vuoto e vorrebbe riuscire a ingoiare nuovamente anche quella nota leggera che danza ancora lievissima nell'aria. Il silenzio di quel luogo è talmente profondo ed assoluto da mettergli la voglia di cantare ad alta voce, battere le mani, produrre almeno un po' di chiasso. "Noi nati nel bosco non dovremmo neppure sapere l'esistenza di luoghi come questo, dove la stessa aria penetra a stento e non ha affatto un buon odore." Per un momento il Bodhovin si chiede se in quello piccolo spiazzo vi sia aria a sufficienza per tutti loro, ma prima di giungere a decidere alcunché in proposito un tenue fischio interrompe le sue riflessioni. Per un attimo Klog, ancora non del tutto sveglio si chiede stupito se per caso non sia stato lui, senza rendersene conto, a produrlo. Tuttavia quando la nota si ripete, un attimo dopo, ogni dubbio scompare: qualcuno o qualcosa sta fischiettando a pochi metri da loro, assolutamente invisibile. Klog si alza di scatto guardandosi intorno come un guerriero d'altri tempi, ma oltre ai corpi addormentati dei suoi compagni non scorge null'altro. Con il cuore che gli batte furiosamente in petto tende l'orecchio: dopo pochi attimi nuovamente il fischio, lento e cupo come un rintocco. Il Boldhovin fissa il condotto aperto davanti a lui: il suono sembra provenire da lì, ma nulla, nessuna forma o luce provengono dall'apertura.
Klog torna a sedersi ed il fischio tace per qualche minuto, tanto che comincia a chiedersi se non si sia trattato di uno scherzo di pessimo gusto della sua fantasia. Quando lo ode nuovamente, il fischiatore sembra essersi trasferito alle sue spalle, da qualche parte nel corridoio dal quale sono giunti. Questa volta il Bodhovin fa un bel salto, come se qualcuno gli avesse infitto uno spillone in una coscia e corre all'imbocco del condotto. Non vede assolutamente nulla, ma un debole soffio d'aria tiepida, con un fortissimo sentore di viole lo fa sobbalzare.
– Ehi, chi è là? – Sussurra con voce strangolata.
Un cigolio o forse una risata rispondono alla sua domanda.
Klog fissa ancora una volta il buio, poi, con un movimento improvviso, infila la mano nella piccola tracolla ed afferra la Pietragemella di Sibiell. Non appena la estrae dalla borsa il corridoio di roccia si illumina di una forte luce chiara, lasciando scorgere una forma sottile come un fiammifero e molto alta, vestita di un lungo abito grigio simile ad un'enorme ragnatela.



– Chi s-sei? – Chiede.
La creatura nasconde la testa dietro la manica sfilacciata dell'abito ed emette un debole suono, simile ad uno schiocco.
È smisuratamente alta, ma l'assurda magrezza del corpo gli conferisce una fragilità assai poco minacciosa.
– Cosa sei, abitante del buio? – Chiede il Bodhovin.
Lo strano essere china il capo senza smettere di nascondere il viso alla luce, poi con un movimento rapidissimo si piega come un coltello a serramanico e corre via faccia a terra senza produrre il minimo rumore.
– Cosa succede?
La voce di Gudre-Yinnu, sorta improvvisamente alle sue spalle lo fa trasalire violentemente.
– Hai visto?
– Ho udito, certo. E sento uno strano profumo nell'aria.
– Cos'era quella cosa, lo sai? – Chiede Klog.
– Non l'ho veduta, amico mio. Ho solo sentito deboli rumori e la tua voce spaventata.
– Era magrissimo, un lungo palo avvolto in un vecchio mantello dalle maniche molto ampie e teneva il volto nascosto per ripararsi dalla luce emessa dalla Pietragemella di Sibiell. È scappato di là…– Il Boldhovin si interrompe di colpo. – Hai intenzione di seguirlo?
– Credo di no. Ha miracolose proprietà quella pietra, le ignoravo.
– Anch'io le ignoravo: ho afferrato la pietra per difendermi. Allora, sai cos'era?
– È probabile fosse un Aloq. Si tratta di strani esseri sui quali esistono ben poche testimonianze.
– Sono pericolosi?
– Vivono in solitudine, che io sappia. Hanno la pelle sottile come carta ed occhi molto grandi e sporgenti, senza colore come la pioggia. Vi sono alcune leggende su di loro, si dice che escano alla superficie solo nelle notti nuvolose di Luna Nuova per rapire i viandanti e farne i propri schiavi e che si nutrano degli insetti che si nascondono sotto le pietre rovesciate. Qualcuno racconta che nelle notti di vento si riuniscano per cantare e qualcun altro sostiene che nascano dalle unioni tra le fate ed i Notturni. – Gudre-Yinnu sorride. – Sarebbero una specie di Neek anche loro insomma.
Klog annuisce ma senza sorridere. – Sono pericolosi?
– Non lo so. – Ammette il Neek. – Quello che hai incontrato tu non lo era, mi pare.
– Noi siamo in molti.
– Ma questa è la loro casa. Potrebbero essercene a migliaia qui intorno.
Klog ammutolisce e si guarda intorno. – Forse sarebbe meglio ripartire.
– Il mio segnatempo mi dice che abbiamo ancora quasi un'ora di sonno ma forse hai ragione tu: è meglio andarcene da qui, probabilmente gli Aloq non scendono fino alle foreste sotterrate.
Il Boldhovin annuisce e corre ad avvolgere la propria coperta.
– Plinio… Matushka… Svegliatevi, si parte.
– Di già? – Chiede la piccola volpe.
– Così ha deciso Gudre-Yinnu.
Matushka si solleva su un gomito, lancia uno sguardo di pura ferocia al Neek e si tira a sedere.
– Si fa colazione prima di partire? Ma come mai sei così pallido Klog, cos'hai visto? – Chiede Plinio.
– Ho visto e basta, poi vi dirò. Adesso fate come dice Gudre-Yinnu. – Taglia corto il Boldhovin.

27.10.19

Il Mare Obliquo 38

t
… Dove Maldanea racconta a Teardraet di un'antichissima leggenda che ricorda ciò che sta avvenendo nel loro mondo.
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– Maldanea, Maldanea! – La voce consueta ed affannata di Pascalina la raggiunge da uno spiazzo scavato nella viva roccia una dozzina di braccia sotto di lei. La giovane Wessiun attende un attimo prima di rispondere, come faceva nella Residenza dello Zio e per un attimo una profonda malinconia la attraversa, cancellando la visione delle onde grigie che fanno tremare la terrazza di roccia dove si è arrampicata.
– Sono qui Pascalina. – Grida prima di scendere a rotta di collo la stretta scaletta tagliata nella roccia, dai gradini alti quanto metà del suo polpaccio.
– Attenta, Maldanea, vai piano! Ma cosa fai, stupidina, lasciami andare!
– Da quando in qua è vietato abbracciare la propria governante? – Chiede ridendo la giovane Swyerdwin. – Cosa vuoi ancora da me? Il Conte-Zio mi sta cercando? E come hai fatto a trovarmi?
L'anziana dama scuote il capo: – Una guardia mi ha detto di averti visto. È Liest Teardraet che ti cerca.
La giovane Syerdwin cessa di sorridere di colpo e si volta a guardare il luogo dal quale è scesa.
– Ne sei certa, Pascalina? Il mio gentile id'iun non ha dato segno di ricordarsi della mia presenza negli ultimi giorni, neppure per consumare i pasti insieme.
Se l'anziana dama ha un'opinione in proposito non lo dà a vedere. Si stringe leggermente nelle spalle secondo l'uso degli Umani, un uso che le è sempre parso insieme dignitoso e delicato.
– Vorrà scusarsi della sua indelicatezza.
Dichiara dopo qualche istante, quando il silenzio della sua pupilla comincia a metterla a disagio.
Maldanea vorrebbe ridere ma non vuole ferire la povera Pascalina. – È probabile. Andiamo ora, alla Residenza.


– Liest Teardraet l'attende nella Sala dell'Arcobaleno. – Le comunica Ghiza, il capo servitore addetto ai suoi appartamenti.
– Grazie. Non disturbarti ad accompagnarmi, conosco la strada.
Maldanea attraversa il lungo corridoio che conduce alla Sala delle Acque, poi il corridoio basso e arcuato, dalle pareti di vetro smerigliato ed entra nella Sala dell'Arcobaleno senza rallentare.
– Buongiorno Id'Iun – Dice ad alta voce, scandendo bene le sillabe.
Teardraet è seduto in'un'ampia poltrona, con in braccio un grande volume aperto indossando un paio di lenti da vista, cosa che Maldanea non gli mai visto fare.
– Buongiorno mia Id'iun, anche se temo che scegliendo questa parola tu voglia dirmi molto di più di quanto le sue semplici lettere esprimono.
– "Coloro che dividono le acque", questo è il significato antico della parola. Non significa nulla di più di questo. – Spiega Maldanea con voce piana, come se si trovasse di fronte ad un adolescente particolarmente ottuso.
– Certo, coloro che dividono le acque. – Ripete Teardraet quasi distrattamente. – Scusami mia Id'Iun.
– Non sono una povera ragazzina delusa, Conte-Mago, nella mia vita sono sempre bastata a me stessa. – Maldanea fa uno strano sorriso. – Come nel bosco davanti alla Residenza Wessiun, ricordi?
Teardraet la guarda a lungo senza parlare, toglie i vetri da vista e li pulisce con un piccolo straccio di stoffa morbida.
– Ho cercato di essere me stesso, il me stesso di sempre, Lie Wessiun, ma riesco solo ad essere rozzo, sgarbato, cervellotico o ridicolo, non è forse vero? Ti ho fatto chiamare per questo.
– Non mi mai sono fatta illusioni sulla nostra unione: lega Casa Wessiun con la Casa di Baran e Verhida, e tutti i Syerdwin con il Moeld, ora che una guerra inutile ed eterna scuote il mondo. Re Horr Vamaiun ha bisogno di appoggi per mantenere il proprio trono intatto ed ha sposato la causa di Artamiro per inerzia o vigliaccheria. Ma molti sono i Syerdwin ed i Gu'Hijirr che vorrebbero la fine di questa assurda alleanza ed i principi ribelli delle due nazioni combattono già con la Casa D'Oriente. Ho esposto bene la lezione?
– Non si sarebbe potuto chiedere di meglio ad un Messo di Artamiro. E la tua opinione se posso chiedertela?
Maldanea riflette per qualche secondo prima di parlare. – Interrompere la guerra, subito ed eleggere un nuovo Re per i Syerdwin.
– E credi che Horr Vamaiun sarebbe d'accordo? E Nyby Ornoll? Per non parlare di Artamiro e dei Lupi-Drago. La guerra serve a mantenere ogni cosa al suo posto, questa è la verità.
– Vero. E la tua opinione, Id'Iun, quale sarebbe?
La giovane Wessiun comincia a provare gusto per quel dialogo che sarebbe stato inconcepibile nella Casa.
– Il centro del problema sono i Marr dei Lupi-Drago, fedeli per giuramento familiare a Re Artamiro ed alla sua casa ed il primo tra loro, Kwister di Lö. Una volta scomparso lui la guerra si trascinerebbe ancora per un po' senza vinti né vincitori, permettendo alle cose di cambiare, cambiare anche molto.
– Tutto questo discorso significa alcune cose certe, Conte Teardraet: hai già ucciso o tentato di uccidere il Duca Kwister, stai spingendo alla follia Artamiro perché qualcun altro, forse il Duca Rossiter delle Terre Brune prenda infine il suo posto e stai lavorando per unire i Syerdwin sotto una nuova corona. – Maldanea si interrompe. – La tua, senza dubbio, purché la guerra duri abbastanza a lungo. In tutto ciò, comunque non capisco la parte di quella bizzarra creatura giunta alla fine dell'inverno con quella stranissima nave. 
 
– Sei una persona molto attenta, Maldanea, ma di questo non ho mai dubitato. Tranne per il particolare che non ho mai inteso uccidere il Duca Kwister. Ho avuto contatti con lui, comunque, ed egli si è già allontanato dal campo del Re. Ma probabilmente altri lo sostituiranno e lo stesso problema si presenterà in altre forme. In quanto ad Artamiro non è del tutto esatto dire che lo sto spingendo alla follia: egli è ad una svolta della propria esistenza ed io non faccio che sollevare altri dubbi, altri rimpianti, ricordi dolorosi e fatti dimenticati. È materia viva e crea sofferenza in lui ma anche in chi muove quei fili. La bizzarra creatura della quale mi hai detto è capace di risvegliare quegli stati d'animo, di quelli si nutre con inesauribile voracità. Queidhen l'Unico è forse l'essere più singolare nato sotto questo cielo, se pure mai è nato. Il tempo è per lui uno spazio simile ad un mare nal quale può muoversi a suo piacimento, attraccare al porto che desidera, allontanersene, ritornarvi. È lui a muovere le Marionette, gli Oom, facendo uso della magia dei Lontani Primi e io stesso ignoro i limiti del suo potere e della sua conoscenza.
Maldanea ascolta le parole di Teardraet affascinata, mentre una voce leggera, quasi impercettibile ripete domande alle quali non dà ascolto. Quando la voce del Conte-Mago tace la giovane Swyerdwin finalmente può udire quella voce e comprendere. – È avvenuto qualcosa, Id'Iun, per questo mi hai fatto chiamare.
Teardraet parla senza sollevare il capo, che sorregge con le mani aperte. – È folle pensare che tu, una giovane nata e cresciuta in una Rocca tra i Boschi possa davvero aiutarmi a capire cosa sta avvenendo, ma qualcosa si è spezzato senza rimedio. È una sensazione, nulla di più, come quando avverti una leggera corrente d'aria in una stanza ben riscaldata. Apparentemente nulla è diverso da un attimo prima eppure qualcosa è avvenuto, lo sento ogni volta che penetro nel Mondo-tra-un-istante: un'ombra, una vibrazione, un alito di aria gelida che accarezza per un attimo la pelle.
– Esistono sovramondi e sottomondi, non è vero, Id'Iun?
– Il mondo che vediamo è come una linea sottile che trattiene l''infinito Oceano dei Mondi che avrebbero potuto essere, una linea tanto sottile da essere talvolta quasi impercettibile e su essa corriamo come cattivi attori saltano ed urlano sulle fragili assi di un palcoscenico.
– E sotto? Cosa c'è Id'Iun?
– Ciò che non ha potuto essere, fantasmi diresti tu, senza volontà né sentimenti ma con un unico desiderio: salire fino alla superficie, al Reale.
– Ma…
– No, ignoro cosa abbia reso più instabile il nostro mondo… I Silvani hanno un mito nel quale tutto ciò ha un nome: Nerthurok, ma conosco troppo poco la lingua ed il pensiero dei Silvani per potermi spiegare ciò che avviene.
– Hai mai pensato che … – La giovane Wessiun comincia a parlare esitando, come se il pensiero si formasse nella sua mente mentre dispone le parole una dietro l'altra. – …I Silvani, le creature fatte della stessa materia della quale sono fatti i boschi, immutabili e quasi eterni sono in un certo senso il contrario di noi Syerdwin, mutevoli e mortali, che temiamo e soffriamo sotto un cielo fatto di rami e foglie? Non dovrebbe esistere un mito simile anche per la nostra gente, per contrasto, così come la luce si contrappone all'ombra pur avendo entrambe la stessa origine?
– Bella osservazione. Hai studiato presso un mago, Id'Iun? – Teardraet la osserva con un interesse nuovo, come se un'altra persona avesse improvvisamente sostituito la giovane Wessiun.


– Avevo l'abitudine di curiosare ovunque, anche nelle Stanze Nascoste di Rocca Wessiun, riservate ai Maghi della Casa. Un paio di volte mi hanno sorpreso addormentata con un libro in mano: erano volumi enormi, scritti in una lingua che faticavo a comprendere.
– Era Ghain'iun, la lingua di coloro che abitavano Dancemarare prima della nascita della stirpe degli uomini. I libri che hai veduto sono stati trascritti centinaia di volte per poter arrivare nelle nostre mani. – Il Conte-Mago la osserva con curiosità. – Hai letto qualcos'altro di interessante in quelle pagine?
Maldanea ride. – Moltissime cose, ma ben poche ne ricordo. Qualche incantesimo, qualche semplice magia e pagine e pagine di dotte e noiosissime considerazioni e avvertimenti. No, credo di non ricordare nulla che possa servirci in un caso così singolare. Ma dimmi, cos'è mai "Il-Mondo-tra-un-istante" del quale ho letto più volte, anche chiamato con altri nomi?
– L'Indeterminato, l'Inabitato, la Terra Senza Ombre, Murr-Hub, le Lande Cieche, erano questi i nomi, vero? È il luogo che permette l'invisibilità ai nostri occhi, il luogo nel quale spesso mi nascondo per visitare il mio palazzo…
– Id'Iun, usi questo incantesimo anche per visitare non visto i miei appartamenti? – Il tono di voce di Maldanea è leggero, quasi casuale.
– Cosa desideri che ti risponda, mia Id'Iun? – Teardraet sorride lievemente, divertito. – Che conosco la consistenza di velluto della tua pelle al risveglio? Che conosco i tuoi pensieri o quanto di essi emerge nei tuoi discorsi con te stessa? Che conosco il tuo volto ed i tuoi gesti anche quando sei sola?
– Sì.
– No, non ho mai visitato i tuoi appartamenti, anche se la tentazione in me è stata forte come il vento che spazza le isole e preannuncia la primavera.
Maldanea tace per qualche istante, assorta. – Puoi venire da me se lo desideri, Id'Iun. – Dice infine la giovane Wessiun. – Ma senza abbandonare il nostro fragile, sottile mondo.
Teardraet annuisce lentamente, quasi temesse di spezzare la concentrazione di quell'istante. – Verrò da te, mia Id'Iun, per conoscere la tua morbida e riservata conversazione notturna. – Il Conte-Mago assomiglia in quel momento alla creatura confusa ed infelice che attraversava il bosco dei Wessiun in una notte di qualche mese prima, ma i suoi modi restano distaccati e attenti. – Ritenevo che mi trovassi ripugnante, Lie Maldanea. Sono felice di scoprire che la mia sensazione si rivela sbagliata.
– Non sei abituato a raccontare le tue emozioni, vero Liest Teardraet? – Maldanea sorride come una bambina che abbia congegnato uno scherzo particolarmente ben riuscito. – Temo tuttavia dalle tue parole che la nostra conoscenza così nuova potrà durare ben poco. Non vi è modo di chiedere aiuto allo stregone che hai affermato di conoscere, colui che attraversa il tempo come altri attraversano un piccolo lago?
– Queidhen non sa o non vuole parlare di questa alterazione nella materia del mondo e comunque risponde alle chiamate di chi lo cerca solo quando e se questi ha un qualche valore per i suoi progetti.
– E Mastro Nerubavel? Non sa nulla egli di ciò che avviene, non conosce arti o magie dello strano luogo dal quale certamente proviene?
– No, cara Id'Iun, egli è inerme e fragile come noi di fronte a ciò che sta avvenendo. Sinceramente l'unica cosa nuova in proposito l'ho udita da te pochi minuti fa. Ma io non ricordo nessuna leggenda della nostra gente che sembri attagliarsi agli strani eventi che avvengono ora. 

 
– Conosci la storia dei Cjnn'Iun, Liest Teardraet?– Chiede Maldanea dopo qualche attimo. – Sì certo, la sai, ovvio, la raccontano a tutti i piccoli Syerdwin ritrovati sulle spiagge, ma conosci la versione che si racconta nelle Isole della Corona?
– Non credo, prova a raccontarmela.
– Dama Pascalina viene proprio da là, da Punta Arcenia. La versione del mito dei Cjnn'Iun della quale ti dirò mi è stata raccontata molti anni dopo il mio arrivo sulla spiaggia della Porta di Mare di Casa Wessiun. Si racconta che molti, moltissimi anni fa Dagla Cjnn'Iun, signore delle Isole della Corona, delle Isole interne e delle pianure che si stendono fino al Mahan Dwur insieme agli altri della sua Casa avesse armato una grande flotta per giungere a valicare i muri di ghiaccio che cingono all'estremo Nord l'Orlo del mondo. Egli ed i suoi parenti erano infatti convinti che il mondo non avesse limiti e che altre terre ed altri popoli vivessero oltre quel confine posto dagli dei. Nella versione più comune della leggenda Re Dagla Cjnn'Iun giunse fino al limite dei ghiacci, qui vi incontrò i fantasmi di coloro che avevano perso la ragione e poi la vita sulle gelide pianure della Barriera, ma continuò ugualmente facendo trasportare le navi su grandi slitte. Giunse così dopo infinite perdite ed a prezzo di grandi sofferenze fino ad una barriera di cristallo alta fino al cielo e con le ultime energie, ormai vinto dalla stessa follia che aveva perduto coloro che l'avevano preceduto, ordinò ai pochi superstiti di abbatterla con l'aiuto del fuoco. Bruciarono le ultime navi giunte fino a lì ed il fumo annerì il cristallo del cielo, rendendolo opaco e grigio come lo vediamo noi nelle terre del Nord. Gli dei, offesi per l'orgoglio dei Cjnn'Iun non uccisero gli ultimi superstiti, lasciandoli vivi a vagare per tutta l'eternità sulla barriera, a provare per sempre il dolore insopportabile del freddo e della solitudine. Nelle Isole della Corona si racconta invece che Dagla Cjnn'Iun vide le proprie navi ed i propri marinai farsi di una materia simile a ghiaccio, non morti e neppure vivi e che giunse infine solo al limitare di un mondo immoto, illuminato da una debole luce simile a quella dell'alba, nel quale vivevano solo enormi creature fatte della stessa materia, lente come il passaggio di una grande nube. Si racconta che davanti a quella visione Re Dagla perdesse completamente la ragione, tanto da estrarre la spada per combatterle ed impedire loro di penetrare nel nostro mondo. Secondo gli anziani delle Isole egli è ancora là, pronto a difendere il proprio mondo, sfidando un sonno ormai secolare ed il freddo. – Maldanea ride. – Dama Pascalina ancora adesso quando nevica ha l'abitudine di dire «Svegliati Dagla!» –
– No, non avevo mai udito questa versione della leggenda. – Teardraet si alza dirigendosi verso la grande libreria. – Fermati qui ti prego mia Id'Iun, aiutami, se lo desideri.
La giovane Wessiun annuisce. – Conosco solo storie, vecchie storie che non interessano più a nessuno, Liest Teardraet, non so quanto riuscirò ad aiutarti.
– Forse solo le vecchie storie ci permetteranno di salvarci, Maldanea.