10.1.13

Iain (M.) Banks: la Cultura di un autore di fantascienza

Ripubblico qui, dopo essere comparso sul blog Il futuro è tornato, il mio lungo articolo su Iain M. Banks e sulla Cultura. Un articolo che mi è costato un certo lavoro ma del quale devo - nonostante tutto - ringraziare l'ottimo Nick di Nocturnia, che con minacce e lusinghe è riuscito a schiodarmi dalla mia pigrizia intellettuale. L'articolo, pubblicato in due parti, ha provocato un certo movimento, sia nel blogger-mondo che su Facebook, dove Davide Mana ha provveduto a creare un po' di interesse. Ne approfitto per ringraziare, tra gli altri, Davide Mana per l'apprezzamento dimostrato e Iguana Jo per il dibattito che ha contribuito a creare, permettendomi di mettere maggiormente a fuoco a punto alcuni punti essenziali del mio articolo. Piccola nota: questo articolo non è una biografia né si candida a voler presentare l'intera opera dell'autore scozzese. Si tratta unicamente di un piccolo contributo per eventuali interessati alla scoperta del suo lavoro in ambito fantascientifico

 
Iain (M.) Banks è nato nel febbraio del 1954, in Scozia, a Dunfermline, nel Fife, una piccola città ma che è stata la capitale della Scozia. E vi è nato più o meno sette anni dopo Ian Anderson - se non sapete chi è potete informarvi wikipediando sulla tastiera del vostro pc le parole «Jethro Tull» - e questo è già quanto basta a rendermi la città particolarmente simpatica.
Il nome gaelico della città è Dùn Phàrlain e anche il fatto che la città possieda un nome in due diverse lingue è un elemento a suo modo consonante con il tema di questo breve lavoro. Iain Banks, infatti, è noto al mondo con due nomi, ai quali corrispondono due diverse tendenze narrative. Iain Banks, infatti, è autore di horror, fantastico, gotico e mainstream, mentre Iain M(enzies) Banks è autore di sf, space opera, distopia e, solo secondo alcuni, cyberpunk.
La M di Menzies indica un «middle name» che il padre di Banks dimenticò di registrare all'anagrafe e che il figlio ha in seguito adottato come facile formula per distinguere la propria produzione. Ovviamente per coloro che ci tengono. I «due» Banks, I.M.Banks e I.Banks sono stati comunque stati inseriti dal Times tra i cinquanta migliori scrittori inglesi attivi dal 1945. Un risultato tutt'altro che trascurabile per un autore di sf.
La Cultura è nata da Iain M. Banks probabilmente come intuizione per dare uno sfondo unitario ai suoi romanzi di space opera. È un nome breve, sintetico, che racchiude milioni di diversi significati.
Ma innanzi tutto essa è strana:

Ma l’ambiguità della Cultura, il suo apparire insieme fortuna e condanna dell’umanità, il suo orientamento antiretorico e la sua prassi, perennemente oscillante tra prassi diretta e contorti bizantinismi, le calcolate reticenze e le osservazioni solo apparentemente casuali sono il modo personale di Banks di sfuggire alla necessità «morale» di definire una società futura. Un sottile umorismo percorre e innerva le descrizioni della Cultura, forma di società futura ipotizzata per rovesciare e ridicolizzare il nostro presente. Gli utensili intelligenti della Cultura – dalle astronavi alle armi – sono moralisti, formali, guidati da dettami etici vincolanti e praticamente insopportabili, simili a vecchie zie petulanti che hanno immancabilmente ragione e anche per questo risultano particolarmente moleste.
Di fronte a questo genere di macchine gli umani possono rivelare i propri tratti immaturi, tanto più che saranno le Menti sintetiche a indirizzarli verso forme di esistenza e coesistenza accettabili (da: recensione a «Considera Fleba», LN-LibriNuovi out-of-print).

Menti sintetiche.
La Cultura è innanzitutto una forma di intelligenza diffusa, penetrante, vischiosa e immane, curiosa, pettegola, crudele e anticonvenzionale. Un'intelligenza ambientale, che permea e attraversa, mutandone il significato e il verso, lo scopo e la funzione di oggetti d'ogni genere, dalle armi portatili alle navi stellari:

«Attenzione!» gridò la pistola. «Solo il personale autorizzato può provvedere alla manutenzione! Ogni tentativo di smontare questo oggetto avrà come risultato la sua irreversibile disattivazione!»
«Zitta, piccola bastarda» dissi (e la pistola tacque). (da: «Un dono dalla Cultura», Fanucci, Solaria, trad. Anna Feruglio Dal Dan)

Un'intelligenza innocente, ma tutt'altro che innocua,

Le Menti che governano la Cultura sono per antonomasia entità innocenti, ma l’innocenza, come ci ha insegnato Chesterton, non coincide con l’ingenuità né, a maggior ragione, con la superficialità… (da: recensione a «Volgi lo sguardo al vento», LN-LibriNuovi out-of-print)

Definire la Cultura è relativamente semplice. Da un certo punto di vista può essere definita come «Una forma di intelligenza di natura sintetica, estesa nello spazio a controllare ogni azione di origine umana, cercando di ridurne e smorzarne i tratti violenti e infantili». Una definizione ovviamente tendenziosa e ridotta alla sua semplice condotta relativamente agli umani (e alle altre specie intelligenti), ma dove «ridotta» non significa né elementare né semplice e può essere narrativamente molto interessante spiegare come la Cultura interviene nelle faccende umane.

Definita in vario modo – per qualcuno persino «comunista» – la Cultura inventata da Banks è un’entità politica ibrida, dove si ritrovano elementi di gran parte delle ideologie radicali che hanno attraversato il XX secolo, strappate al limbo dell’utopia con la pragmatica applicazione da parte di strutture senzienti non umane. L’elemento di particolare interesse del sistema politico della Cultura sta nel volgere in termini positivi un caratteristico incubo della sf (e non solo): la società dominata dalle macchine, ovvero da un determinismo meccanico che esclude radicalmente l’intuizione e l’emotività umana. E qui il primo riferimento che viene alla mente non è letterario ma cinematografico: il ciclo di Terminator.
L’aver postulato un universo compiutamente postideologico (e in ultima analisi postumano) permette a Banks di giocare costantemente sulla linea d’ombra tesa tra l’utopia e l’incubo, moltiplicando, sovrapponendo e contrapponendo i punti di vista a proposito dello «stato delle cose» tra macchine, umani e alieni. (da: recensione a «Volgi lo sguardo al vento», LN-LibriNuovi out-of-print)

Gli esseri umani, nell'universo dominato dalla Cultura, hanno il diritto di comportarsi in una maniera infantile, rabbiosa, autistica e autolesionista - e qui il miglior riferimento dell'universo della Cultura è a Il signore delle Mosche, di William Golding - ma sarà la Cultura a decidere della loro sorte, direttamente o semplicemente lasciando che il gioco delle influenze, dei gesti, delle azioni e delle risposte decida in sua vece.
La Cultura ha tempo, e questo è un elemento centrale del suo esistere.

La Cultura è una comunità intergalattica regolata dal principio del progresso: i suoi cittadini vivono per secoli interi e le sue emanazioni […] sorvegliano e controllano la galassia a bordo di gigantesche astronavi guidate da intelligenze artificiali (le Menti) di enormi capacità. (S.Pergameno, prefaz. a «Lo stato dell'Arte», Fanucci Solaria, 2001)


Chi vi ricorda, Iain M. Banks?

Quando si parla di gioco, non posso fare a meno di pensare, in ambito fantascientifico, a un romanzo ammirevole e per molti aspetti esemplare [...]- Penso cioé a Il disco di fiamma (Solar Lottery, 1955), il romanzo di esordio di Philip K. Dick. (Piergiorgio Nicolazzini, presentazione a «L'Impero di Azad», Nord, 1990)

[...] L'universo della Cultura assomiglia un po' ai conglomerati di mondi vanciani. Di Vance possiede anche la bizzarria e la forza immaginifica» (S.Pergameno, prefaz. a «Lo stato dell'Arte», Fanucci Solaria, 2001)

In apparenza ci muoviamo tra P.K.Dick e Jack Vance, ma non possiamo dimenticare i Signori della Strumentalità di Cordwainer Smith, che la Cultura di Banks sembra richiamare insistentemente quando nutre i suoi gesti di un antiumanesimo in tutto degno della stessa suprema indifferenza raccontata da Cordwainer Smith. Un'indifferenza che un universo pienamente tecnologico come quello di Banks non sente la necessità di motivare e che, contemporaneamente, è spesso l'elemento di crisi che i suoi romanzi portano alla luce. Il metamorfo Horza, protagonista di Pensa a Fleba, Linter in Lo stato dell'arte, Ghel di Volgi lo sguardo al vento, Gurgeh de L'impero di Azad sono, ognuno a suo modo, dei paria, dei reietti, strani soggetti in qualche modo inclusi nel grande gioco della Cultura senza esserne in nessun modo testimoni. Minuscole pedine che Banks muove con il suo macabro e spietato sense of humour, con una cifra narrativa che può ricordare il grande Jack Vance ma spesso condotta oltre il limite, sia pure bizzarro, tipico dell'autore americano. In Banks manca un principio «umano» di crudeltà, sostituito da una lucida, inflessibile tecnoregola riconoscibile come corretta ma in sostanza inaccettabile per la mentalità comune.
Questo ci conduce a individuare un altro grande possibile co-autore nella narrazione di Banks. Se qualcuno ricorda l'incomparabile e sinistro Jonathan Swift di Una modesta proposta, ritroverà nelle sue pagine lo stesso gusto lucido e stravagante, la stessa inaccettabile e insieme indiscutibilmente corretta scelta di soluzione dei problemi.

Cultura e politica in Iain M. Banks

A noi tocca il migliore dei destini. L’alternativa è qualcosa come la Terra, dove per quanto soffrano, per quanto ardano di dolore e di confusa, imprecisa angoscia esistenziale, pure producono più spazzatura che altro; soap opera, quiz show, giornali dozzinali e romanzacci rosa. ( da: «Un dono dalla Cultura», Fanucci, Solaria, trad. Anna Feruglio Dal Dan)

Lo so, il giochino con la parola «Culture» è fin troppo facile, ma è difficile resistere alla tentazione. Una visione politica ragionevole applicata alla Cultura è un esercizio decisamente complesso e altamente sdrucciolevole. Proviamo a procedere per indizi, fino a costruire una sorta di prova.
La Cultura non è una democrazia. Il motivo è molto semplice, non si tratta di creature «nate uguali» ma di esseri viventi di varia origine e natura, autocoscienti e autodeterminati. La forma tradizionale di democrazia non è applicabile in quest'ambito. Questo non significa che i pareri personali o di gruppo siano ignorati, ma soltanto che essi vengono analizzati secondo numerosi e diversi punti di vista. Il risultato finale è, in ultima analisi, imprevedibile per un umano. La Cultura è un'entità capace di risposte trans-umane che, come ognuno può verificare leggendo, appaiono stranamente perfette, come taluni imprevedibili - e vagamente sinistri - interventi diretti della Provvidenza.
Nella Cultura esistono unicamente incarichi. Non esiste un ruolo sociale definitivo: un operaio o un imprenditore, un professionista o un tecnico. Tutti possono essere «arruolati» in un ufficio della Cultura se ritenuti utili alla sua sopravvivenza o silenziosamente emarginati o eliminati se ritenuti pericolosi.
Nella Cultura non è rilevante il denaro né sono considerate essenziali le proprietà personali. Un elemento di notevole rilievo che mina alla base l'organizzazione della piramide sociale.
La Cultura non è nazionalista né localista, razzista o sessista. I concetti centrali dell'identità umana: «Sono di, vengo da, sono di origine, nasco da, sono maschio, sono femmina, sono gay, sono lesbica» non hanno alcuna importanza o rilievo. Conseguentemente non esistono forme di separazione o di persecuzione.
La Cultura non ha una morale predefinita né la sua condotta si attiene a principi etici. L'aspetto fondamentale del comportamento della Cultura è insieme linea di condotta e principio fondante: la praxis. La Cultura se attaccata agisce rapidamente e con accurata precisione. Il principio morale viene preso in considerazione come apparato di pensiero se ritenuto di qualche importanza nell'approccio verso l'avversario. Il che significa, in breve: «Se tu ci credi, è un tuo punto debole».
Per farla breve, la Cultura è atea, non crede alla proprietà privata, è internazionalista (o interplanetaria), egualitaria, indifferente alle posizioni sociali e non crede nella democrazia rappresentativa. «Comunista», secondo alcuni. Io preferirei una definizione più vasta che sicuramente contiene il significato letterale di «Comunismo»: l'Anarchia, nel suo significato originale di attiva assenza di un governo centrale. A questo proposito non risulterà fuori luogo ricordare le nettissime prese di posizione di Banks contro la guerra in Iraq, la posizione internazionale di Israele, la politica della Gran Bretagna - sia sotto Tony Blair che con l'attuale leader conservatore - e il suo sostegno alla causa dell'indipendenza scozzese.
Che gli scozzesi non siano individui troppo facili da trattare lo si può facilmente immaginare. Ma, tanto per fare un piccolo esempio, basterà ricordare che cosa avviene nel libro di David Mitchell, L'atlante delle nuvole, quando uno dei vecchietti ricoverati loro malgrado in un lager-casa di riposo grida ad alta voce: «Non ci sono dei veri scozzesi in questo pooosto? Quelli là sono inglesi maaalvagi che calpestano i miei diiiriiitti dati da Dio!»
No, meglio ricordare sempre che Iain M. Banks è uno scozzese.

Il futuro della Cultura

I libri di Iain M. Banks pubblicati in Italia sono esauriti o molto vicini all'esaurimento. Il motivo è in apparenza banale e apparentemente inoppugnabile: gli italiani non amano la fantascienza. «Urania» è passata dai cinquanta-sessantamila acquirenti degli anni Ottanta ai cinque-seimila attuali e non esistono più editori specializzati a diffusione nazionale.
Ma, calma un attimo, si rischia qui di attribuire una precisa tendenza unificante a eventi non strettamente collegati tra loro. Dagli anni Novanta in poi la sf e i suoi autori hanno acquistato nei paesi dove ha da sempre avuto maggior successo - i paesi di lingua inglese, la Germania, la Francia, il Giappone e la Cina - maggior rilievo. Questo ha automaticamente condotto a un aumento del costo dei diritti di traduzione che ha finito per mandare fuori mercato gli editori italiani. Il risultato - e si parla qui esclusivamente di costi - è stato un abbandono del genere per gli editori «specializzati» come Fanucci, la chiusura e il passaggio di proprietà per la storica Editrice Nord e la malinconica decadenza della rivista «Urania».
D'altro canto, provando a modificare appena un po' il nostro punto di vista potremmo arrivare a scoprire che il grosso problema della sf è quello di essere un genere letterario complesso e che - come il romanzo storico, il poliziesco deduttivo o la biografia storica - richiede una competenza di base al lettore. In fondo per leggere che Gina ama Pino ma non è riamata o che Fdriut riuscirà a vendicarsi dello stregone Kottnen che ha sterminato la sua famiglia non è richiesta nessuna competenza, mentre per comprendere perlomeno i principi di base della genetica, dell'informatica, della cosmologia o della teoria dell'evoluzione sulla quale sono basati molti dei romanzi di sf, è necessaria quantomeno una forte curiosità e una certa disponibilità all'apprendere.
Curiosità e disponibilità ad apprendere nell'Italia del 2013?
Naaaa. Gli italiani non amano la sf. Gli italiani amano i pornosentimentali, i noir seriali e i librini della Litizzetto.
O perlomeno questo è ciò che hanno stabilito le case editrici.
Quindi se qualcuno prova della curiosità e dell'interesse per Iain M. Banks e la sua Cultura, costui dovrà non soltanto preoccuparsi di avere una minima cultura scientifica di base ma anche un discreta conoscenza dell'inglese. O di qualche altra lingua nella quale il nostro autore sia stato tradotto [1], per poter acquistare e leggere gli ultimi tre romanzi della Cultura: Matter (2008), Surface Detail (2010) e Hydrogen Sonata (2012).

Iain Banks con e senza «M» [2].

Soltanto un paio di parole, non di più, sul Iain Banks autore di « horror, fantastico, gotico e mainstream» e sul Banks autore di romanzi di sf non della serie della Cultura.
Del primo mi limito a riportare un paio di commenti a loro modo esemplari scritto da Silvia Treves al suo Complicità (2004):

Con una prosa nitida, discreta e priva di compiacimenti Banks induce il lettore a condividere i malesseri di Cameron e a divenire complice riluttante di un giustiziere animato da un’etica distorta, velleitaria e disperata, che si sostituisce alla società dopo aver sperato in essa, dopo aver atteso invano che il governo liberista o l’opposizione di sinistra offrissero una prospettiva di riscatto, di cambiamento.

e a Corpo a corpo (2000)

...Grandiosa deriva letteraria ed emotiva, il romanzo di Banks, scritto nel 1986, è considerato da molti il suo capolavoro non fantascientifico. Inutile cercarvi spiegazioni puntuali e la sicurezza di un punto d’arrivo: alla fine ogni vicenda troverà il suo posto, il «mistero» del Ponte verrà spiegato, con soddisfazione dei lettori che, pagina dopo pagina, cominciano a immaginare una possibile soluzione.

Per quanto riguarda il Banks libero dalla «Cultura» segnalo i due romanzi a suo tempo tradotti in italiano dall'Editrice Nord e ora, naturalmente, esauriti.

1) L'arma finale (Against a dark Background, 1992), 1993

2) Criptosfera (Feersum Endjinn, 1994), 1995

Il primo basato sulla ricerca dell'Arma Finale, ovvero una delle armi speciali costruite dalla più vasta intelligenza artificiale mai esistita, il secondo ambientato su una Terra profondamente mutata e prossima alla fine.
Due buoni romanzi - parere personalissimo - ma leggendo i quali si attende (inutilmente) l'apparizione della Cultura...

Conclusione.

Soltanto poche parole per concludere questa affannosa rincorsa attraverso uno dei fenomeni letterari della sf nata a cavallo tra il XX e il XXI secolo.
La Cultura è stata - ed è - un'invenzione narrativa unica e per molti versi assolutamente inimitabile. La Space Opera nelle pagine di Iain M.Banks ha perduto i suoi panni di ingenuo tuttofare o di servetta sciocca della fantascienza «seria» per diventare una forma ricca e ben precisa di espressione. E ha obbligato i lettori a misurarsi con categorie profondamente «politiche», risvegliando il cuore profondo della fantascienza.

«Parlare della Cultura come di un’utopia desiderabile è, forse, quantomeno impulsivo. Nell’«Universo della Cultura» si rispecchiano genialmente deformati e dislocati i tratti della politica interna e internazionale dell’ultima parte del secolo appena trascorso. Vi si incontrano simbolicamente l’assassinio politico come prassi abituale e la guerra etica, parti di un interminabile apprendistato alla comprensione del fenomeno «intelligenza naturale» da parte delle macchine.»
(da: recensione a «Volgi lo sguardo al vento» in LN-LibriNuovi out-of-print,)



Note:

Se non diversamente indicato le citazioni sono tratte da recensioni dell'autore di questo articolo

[1] Oltre che - ovviamente - in inglese, tutti e tre i romanzi in questione sono attualmente disponibili in tedesco. In francese sono usciti due volumi da Belial e da Robert Laffont e manca soltanto l'ultimo, uscito, però, soltanto nel 2012. Non aggiungerò ulteriori commenti sull'editoria italiana.
[2] L'elenco completo delle opere pubblicate da Iain Banks/Iain M. Banks è disponibile presso: http://en.wikipedia.org/wiki/Iain_Banks. L'elenco delle opere ancora disponibili in italiano è reperibile presso: http://www.sbn.it, il sito del Sistema Bibliotecario Nazionale.

9.1.13

Perché i benzinai si sentono spesso soli


Avrei voluto...
Lo so, non è giusto iniziare così un post, ma avrei voluto fare un bel post dedicato alla mie letture natalizie - quelle avvenute e quelle avvenire - ma non è il momento. C'è qualche piccolo problema con la pensione di mia madre (ovviamente inventato di sana pianta dall'INPS) e così ho il tempo massacrato da incontri, corse al patronato e altri simili impedimenta. Risultato non ho il cervello in condizioni tali da potermi serenamente dedicare ai libri.
Quindi anticiperò una delle idee stupide che si sono venute in mente durante queste vacanze. 
...
Nel 1999 o giù di lì fu pubblicata una piccolissima antologia (40 pagine più o meno) dal titolo Fata Morgana 1. Volendo si può scaricare integralmente qui in formato .pdf. Il titolo dell'antologia fu: «Antologia di narrativa mimetica». L'idea che allora allignò nelle nostre menti malate fu quella di «fingere» altri stili e altri approcci, ripescando brani scritti nel corso del nostro (leggendario) seminario autogestito di scrittura creativa. Ovvero, come scrisse Silvia Treves nella prefazione all'antologia:

«...Per puro divertimento - lo stesso che spinge a leggere e recensire - alcuni dei partecipanti al Koro hanno provato a riprodurre alcuni dei più comuni stilemi della narrativa di questo secolo e non solo. [...] Per la maggior parte sono brani già comparsi nella prima serie di LN, riveduti e corretti per l'occasione, e hanno tutti la stessa controindicazione: sono brutti e malsani, studiatamente illeggibili, eppure così simili ad ipotetici modelli da suscitare nel lettore malessere e dubbio.»

L'autore di alcuni di questi testi «brutti e malsani», oltre che maledettamente "italiani", nel senso di provinciali, fasulli e vacuamente esibizionisti fu il sottoscritto. Un esercizio a suo modo divertente che spero tale risulti ancora. Un esercizio che si propone anche come prologo al possibile seminario on line sulla scrittura che ho proposto su queste pagine.  
Sono testi non particolarmente lunghi - una cartella e mezza / due - che si candidano a non vincere alcunché e che appariranno qui tutte le volte che non avrò il tempo per pubblicare altro
Buona lettura : |
...


 METROPOLITANO

...So che tanto questo mio scritto non vi piacerà e che probabilmente lo butterete via senza nemmeno leggerlo. Non so nemmeno perché ve lo mando. É un momento di grossa paranoia e io scrivo quando mi sento così. Voi, se mi leggerete, dovete ricordare (dovete, capito?) che a volte si scrive per noia e poi si detesta ciò che si è scritto, oppure che si scrive per capirsi almeno un po'. Commovente, no?

Perché i benzinai si sentono soli
di Roberto Curci

(solo di sax alto. Blues lento. Dove: notte su una grande via metropolitana, luci al neon rovesciate nelle pozzanghere. Passano auto a forte velocità. Animo: naufrago metropolitano, colletto del giubbotto alzato a raschiare la barba di tre giorni.) 
Ha una minigonna di plastica nera. Con grossi passanti. Le pieghe spiccano sulla stoffa rigida. Scende da un Tir.
Saluta con un gesto lucido il tizio dentro. Ha fatto un piccolo salto, scendendo, come lo faceva Sara. Infilo gli occhiali neri e la guardo mentre si avvicina all'ingresso del bar. Ho freddo. Sto male. Accendo un'altra camel e getto il fumo lontano da me. Contro la luce al sodio. Si avvolge su di sé, il fumo, prima di scomparire. Cerco di stabilire il momento nel quale cesso di vederlo. Rido piano. Quando cominci a non essere più te stesso? Quando cominci a dire: è troppo per me?
Puzzo di olio di macchina, di benzina, di pioggia acida.
Eravamo in tre.
Su quel Tir.
Sara, Gennaro e io.
Li ho amati.
Nei cessi lucidi delle autostrade tedesche, nelle case enormi e vuote del Kreuzberg, nei vagoni di seconda classe con le tende tirate. Li ho amati. Già non ricordo più i loro visi. La mia pelle li ricorda. La pelle asciutta e un po' ruvida di Gennaro, l'odore di Sara, simile a quello del lievito.
Un capodanno a Parigi. Seduti, soli. Io e Gennaro. Non mi guarda e dice è stata una bella avventura. É finita vero?
Devo tornare.
Canticchio Baby we are born to run.
Sara viene con me.
Bevo. With a little help from my friends (Joe Cocker, da Woodstock).
Ti dispiace? A chi, a me? Fischietto Lux Aeterna di Ligeti per farlo sentire il lurido verme cafone che è. Non lo riconosce. Carina, è Ron? mi chiede. E adesso dove andrai? mi chiede. Schiocco le labbra, metto un dito in bocca , lo alzo per sentire il vento e dico dillà. Addio, statemi bene e salutatemi le famiglie. M'alzo. Dice lo stronzo: il vento tira dall'altra parte. Sto andando a pisciare, chiarisco.
Entro nel bar.
Puzzopuzzo di fumoalcolerbavomitopisciotoastbruciati.
É venuta la quiete. Dopo. Il lavoro come creativo. Le serate con le signorine bene, capricciose e puttane. Le corse in auto per cercare un compagno sconosciuto per una notte. Anche questo è finito, finito male. La ragazza con la mini nera è seduta su uno sgabello a trespolo. Si guarda in uno specchietto da borsa stringendo gli occhi. Mi siedo vicino a lei. Mi piace l'idea: una puttana vera dopo tante dilettanti. Ordino da bere per due. Sbatte le ciglia lunghissime. Mi arrapa questo suo farsi scopare da uno sguardo. Tengo gli occhiali e la fisso. Mi sento come un maniaco omicida. Freddo. Duro e lucido come acciaio. Le metto una mano sul ginocchio. Ho l'impressione che abbia paura. Mi eccito. Il juke-box suona un rap di Frankie Hi Nrg M.C. Faccia da tonno barbuto e troppe buone intenzioni. Metto un cento sul bancone per pagare la consumazione. Aspetto il resto. Sono gli ultimi. Usciamo sotto la pioggia. La sua pelle sa di lievito. Io e Sara. Abbiamo fatto l'amore su un pianerottolo di una vecchia casa di Fabourg Saint Honoré, ascoltando il cigolare dell'ascensore a gabbia.
Un vecchietto ha aperto la porta e gli ho urlato una frase in tedesco. Ich will eine Salade ohne Gurken, bitte! Per spaventarlo. Il tedesco faceva impazzire Sara.
Gennaro aveva un accento da svizzero che al massimo riusciva ad arrapare le mucche.
Il porco.
Passiamo davanti alle pompe di benzina. Il benzinaio ha i capelli brizzolati. Si muove lento, stanco. Ha odore di minestrone, addosso, la maglietta lana fuori e cotone dentro. Le mani che puzzano di benzina. Guarda con occhio da miope la gente che fa da sé per risparmiare 40 lire al litro. Anche sulla tangenziale. Controlla che nessuno faccia casini.
Non sorride. Ha la faccia di un bambino vecchio.
Allora? mi dice lei. Accendo un'altra sigaretta. La voglia mi è scomparsa. Le infilo una mano sotto la gonna. Nulla. Non provo desiderio, né rabbia. Scuoto la testa, scusa per il tempo perso. Sbuffa. Non c'è più nulla, qui dentro. Lei inarca le sopracciglia e sorride. Indica la fronte. Io avevo indicato il petto.
La mollo davanti al bar e accendo il motore. Saetto i fari sull'asfalto umido. Le notte della città è un inferno artificiale. Ci strofiniamo nelle sue sottane fredde come gattini ciechi. Aspiriamo il suo odore di urina vecchia, scarichi diesel, polvere umida.
Soli. 
(il sax cresce, diventa lancinante. Campo lungo sulla mia auto che esce dal parcheggio.) 
Finirà, anche questo finirà
(rumore di pioggia amplificato)
come è finita la nostra stagione ribelle.
Attacco il CD. 
Strawberry fields for ever.
Striscio sulla tangenziale. Supero un Tir. La cabina è illuminata. Accellero per non vedere. Non ricordare più nulla.
Finirà, come è finita la nostra stagione ribelle.
(This is not America, Pat Metheny Group & David Bowie)



 

6.1.13

(Sil)Marillion


Esistono ancora i Marillion?
Sinceramente non lo sapevo finché non ho wikipediato il loro nome, scoprendo che esiste persino un disco del 2012: Sounds That Can't Be Made. Anche se si tratta dei Marillion (nome originale Silmarillion, in omaggio a R.R.R. Tolkien) orfani di Fish, sostituito da un brav'uomo come «H» Steve Hogarth, ottimo cantante ma privo del «peso» e della personalità di Fish.
...
Ho ascoltato i Marillion finché a cantare c'era Fish, cioè Derek W. Dick, poi ho comprato ugualmente il disco successivo a Clutching at Straws, Seasons End, del 1989, ma l'ho ascoltato un paio di volte e bòn. Atteggiamento infantile? È possibile, non lo nego. Ma, come Murakami Haruki con Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, ho scritto un intero romanzo ascoltando sempre lo stesso disco dei Marillion fino a consumarlo - il già citato Clutching at Straws - e trovavo semplicemente inconcepibile che non ci fosse più quell'accidenti di boscaiolo scozzese a cantare.  
Poi si potrà anche dire che i Marillion erano mediocri cloni dei Genesis, che a Fish i panni di Peter Gabriel erano insieme troppo larghi e troppo stretti, che con una quintalata di peso era piuttosto difficile rappresentare un jolly... tutto quello che volete. Ma le passioni musicali sono come quelle amorose e non ammettono discussioni.
Conseguentemente presento qui uno dei brani dell'album incriminato, The last Straw, in una versione live, da un concerto a Lorelei, in Germania.


 

3.1.13

M.A.d.u.L.p. 10.



Il burn-out
Credevo riguardasse gli infermieri professionali. I vigili del fuoco. Gli operatori sociali. Chiunque si adoperi a rendere la vita dei propri simili un po’ meno atroce.
Insomma tutte quelle categorie di individui chiamati a un impegno prolungato e costante, alla pazienza e alla gentilezza, all’equilibrio e alla pacatezza.
Credevo.
Poi ho scoperto, parlando con alcuni colleghi ma anche interrogando me stesso, che mi riguarda.
Non sono ancora del tutto bruciato-fuori, ma quasi.
È stato un fenomeno lento e costante, come un bradisismo dell’anima, una deriva dei continenti del temperamento.
Impossibile definirne le tappe, rintracciare un punto di ripristino di configurazione del sistema. Sono soltanto cosciente di essere qui, come in certe mappe («voi siete qui»), mentre prima ero «lì».
Prima, quando ero «lì» avevo pazienza. Sorridevo come un padre benigno davanti alla scheda del libro stupidino («in fondo devono stampare anche questi. Se stampano questi – e “questi” potevano essere le vignette di Forattini come il libro gonfiabile di Roberto D’Agostino – poi hanno i soldi per stampare i veri libri»), scuotevo dolcemente la testa, muovevo la mano in un educato diniego degno di una romantica donna inglese.
Prima, quando ero «lì» ero molto civile. Molto tollerante.
Con i rappresentanti e con i clienti.
Altri tempi, altri momenti.
Adesso so di non avere più pazienza. Non ho più voglia di nascondere il mio parere su un libro, su un editore, su un autore, su un’operazione editoriale. Non sopporto più di fingere educato interessamento per chi cerca di convincermi che il libro su vita e amori di Camilla e Carlo – un esempio tra tanti, i troppi – sia qualcosa di diverso da una volgare speculazione sui fatti privati di gente della quale non me n’importa nulla e che credo – a torto o a ragione – non debba importare nulla a nessuno.
Faccio male.
Sconcerto rappresentanti, turbo benpensanti, terrorizzo vecchiette.
«Non me n’importa nulla se esce la biografia di Valentino Rossi, se escono le memorie di Gianna Nannini, se pubblicano uno studio su Costantino Vitagliano! Me n’impipo dei trascorsi erotici di Paris Hilton, vivo bene anche senza sapere che esiste un tizio di cognome Fullin che va in giro vestito da donna, o che mezzo mondo diventa scemo a scrivere numeri dentro uno schema quadrato».
Eppure dovrebbe importarmene.
I rappresentanti – pochi divertiti, alcuni allarmati – me lo fanno notare. Cercano di ricondurmi alla ragione. «QUESTO è ciò che la GENTE vuole. Son tempi duri, son tempi amari… bisogna abbozzare, lo sappiamo, è m… pura, ma si vende.»
Questo genere di discorso non mi hai convinto.
«Ciò che la gente vuole.»
Volere è una parola grossa. Davvero troppo grossa per questo genere di ogggetti. La gente, quella che secondo il nostro Benamato premier «ha la cultura di uno studente di seconda media non troppo sveglio» non «vuole», si limita a scegliere all’interno di un’offerta sempre più ridotta e standardizzata. Conosco gente che ricerca da anni un libro esaurito e letto in altri tempi. Riuscite a immaginare qualcuno che, tra dieci anni, cerchi disperatamente un libro di Luciana Litizzetto?
Le barzellette su Totti? 
Corsi e ricorsi ma non arrivai di Giobbe Covatta?
Il libro di Bruno Vespa uscito nel 2003?
(Chissà com’era intitolato? Ci sarà mica stata la parola «Berlusconi» nel titolo?)
Sui banchi delle librerie e degli store di catena i prodotti cartacei dei grandi editori sgomitano, si accavallano, si sovrappongono, si confondono… La loro futilità tracima, si diffonde nell’aria come un effluvio dolciastro e spossante… come resistere? Perché resistere?
Già. Ma se si tratta dei prodotti che «la gente vuole» perché non sono miliardario? Perché la gente non si accalca ad acquistare?
Ma anche la parola «editori» ha perso significato, ormai. 
L’editoria libraria è divenuta una semplice provincia di confine di imperi mediatici sui quali non tramonta mai il sole, parti di una «sinergia» talmente convulsamente reiterata da assumere il sapore di un atto impuro coatto, nato dalla noia e dello spleen.
Esistono ancora editori, grazie al cielo. Gente che immagina possibili lettori per i propri libri. Non è detto che siano capolavori, i loro libri. Magari non lo sono, ma si dovrebbe apprezzare lo sforzo, la fatica, l’impegno. Sono titoli che faticano a trovare spazio in libreria, pallide ombre seminascoste dai sagomoni e dai crowner. Libri che non hanno una vita lunga e probabilmente nemmeno molte occasioni. Ma sono ciò che ci resta. Il nostro futuro.






Faccio male, dicevo.
Non dovrei avere un’espressione tediata e ostentare disgusto se una povera vittima del bombardamento mediatico si palesa in libreria a chiedere «l’ultimo libro di Iva Zanicchi».
Perché ho voglia di rispondere: «Ma sa scrivere Iva Zanicchi? Sa leggere? Sa cos’è un libro? A cosa serve? E lei, lei, lo sa cos’è un libro? Come può pensare che tra Iva Zanicchi e i libri possa esistere un legame? È come credere che esista un legame tra un arcobaleno e un paio di pedalini da palestra. Il sublime e l’ordinario. La luna e sei soldi. Le margherite e i porci.»
Non lo dico, intendiamoci. Taccio. Ma mi rendo conto di dimostrare impazienza e nervosismo. Di apparire superbo e sprezzante.
È il burn-out.
Ciò che io stesso non sopportavo nei librai che frequentavo da giovane.



Strano sia finito a fare questo mestiere.
Da giovane non amavo le librerie. Fino ai diciassette-diciotto anni ero un frequentatore assiduo di bancarelle. Ho conosciuto Shakespeare, Pirandello, Chesterton, Pavese, Calvino, Borges, Dick, Buzzati e non so quanti altri autori esclusivamente attraverso libri esauriti o usati. Sulle bancarelle nessuno mi stressava, nessuno mi osservava, nessuno mi dava la sensazione di sorvegliare e giudicare le mie mosse.
Disertavo le librerie. 
Nelle librerie politicamente schierate la gente se la tirava da morire, in quelle prive di caratterizzazioni politiche controllavano soltanto che non uscissi con un libro sotto la giacca.
In tutti i casi i librai mi sembravano gente che non si meritava di vivere in paradiso. Angeli annoiati e strafottenti, beati con la puzza sotto il naso.
E non sono pochi a dirmi che molti librai non sono guariti da pose e sussieghi.
A guarirli, radicalmente, ci penseranno i megastore che li porteranno via.
Tutti, imparzialmente.




Ogni tanto mi viene il dubbio di essere diventato così.
Di guardare con sufficienza, di esprimere degnazione, esibire boria, dimostrare insofferenza. Certo, non sono ancora arrivato a benedire con un «che libro cretino» l’acquisto di un cliente una volta perfezionata la vendita (fatto realmente accaduto) ma forse non mi rendo nemmeno più conto degli scherzi che mi gioca il mio inconscio bruciato.
Forse riesco ancora a fingere, a dissimulare, ma non ne sono troppo sicuro. Sicuramente so di avere sempre fretta, di essere sempre irritato, di passare molto, troppo tempo a immaginare ulteriori spazi per ospitare orde di (inutili) novità che non lasceranno alcuna traccia e altrettanto a preparare scatoloni di rese.
Qualcuno se ne accorge di questo lavorio dietro le quinte? Qualcuno riesce a sapere del romanzo africano giunto in due copie e frettolosamente tolto dall’esposizione per far posto all’ennesima confessione smutandata? 
Non credo.
L’«aspra, scandalosa confessione di un malessere esistenziale» (leggi confessione smutandata) troverà posto, colonne e spazi su giornali e settimanali. Favori ricambiati o favori richiesti in un mercato della «promozione» che si candida a sostituire la promozione editoriale vera e propria, fatta di rappresentanti che macinano migliaia di chilometri ogni anno.
Il romanzo o il saggio meno corrivi difficilmente riescono a trovare posto in questa industria dell’infinito intrattenimento, della leggerezza obbligatoria. Viviamo circondati da tragedie poco serie, esistiamo a metà in un presente paralizzato che non riesce a diventare storia.
Probabilmente anch’io, come molti, accumulo impazienza e covo intolleranza. E sono stufo di essere, sia pure in modo marginale e temporaneo, complice di una congiura che mira al rimbambimento generale.
Mi manca chiarezza, certo. Talvolta me la prendo con le persone sbagliate. Un processo non è un individuo, soprattutto se le responsabilità individuali sono diluite in decine, centinaia di passaggi.
Chi dedica spazio a un libro inutile lo fa per sopravvivere. Anche chi l’ha scritto. E chi lo promuove. Chi lo stampa, chi lo espone, chi lo consegna, chi lo acquista e magari lo legge.
I libri inutili sono sempre esistiti. I libri cretinetti, futili, stupidini, insulsi. Ma adesso sono diventati troppi. Soffocanti e protervi, oscurano i libri vivi. Tentano di raccontarci la storia che leggere sia facile come guardare la televisione. Che leggere non costi fatica, non ci coinvolga, non ci chieda di prendere posizione o di riflettere su noi stessi.
Aspirano a diventare l’unica forma di lettura praticabile nei tempi affannosi e frantumati della nostra vita. Sono performanti, creano un canone e una forma destinata a ripetersi e perpetuarsi.
Mirano a diventare l’unico tipo di libro possibile. 
Mentre gli altri, i libri veri, sono pesanti, faticosi, lenti.
Vecchi, in un parola.



Sono bruciato, effettivamente.
O forse dovrei dire che non sono normalizzabile. Non sono funzionale.
Sono vecchio anch’io e non c’è verso di sistemarmi da qualche parte nella catena distributiva del libro moderno.
Non si può vendere il libro moderno con la luna storta, via!
Forse sarà bene cominci a imparare a memoria un libro.
Bradbury aveva torto. Non c’era bisogno di bruciarli, i libri.
Basta farli dimenticare. O forse basta bruciare chi li scrive, li pubblica, ne parla, li distribuisce.