26.4.19

Il Mare Obliquo 4

Klog il Boldhovin e Basso Okme sono ospiti di uno strano personaggio. O forse di diversi personaggi ma di un'unica persona vittima di una curiosa abitudine...
– Buongiorno, io sono Basso Okme. – Dichiara Il Corvo. – E questo è il mio buon amico, Klog il Boldhovin, viandante in questa foresta.
L'uomo annuisce con un gesto lento ed aggraziato, poi abbassa gli occhiali sul naso fissandoli con un'espressione indagatrice.
– Io sono Glearmodhe, il sapiente. A cosa devo la vostra interessante visita?
Klog guarda senza darlo a vedere Basso Okme ed intercetta un impercettibile cenno di assenso da parte sua, cosa che lo tranquillizza.
L'uomo, di piccola statura, ha un'età sulla cinquantina, una calvizie in gran parte nascosta da un berretto di velluto blu scuro la cui punta ricade sulla schiena finendo con un piccola nappa. Indossa un'ampio veste da camera a disegni grigi e senape drappeggiata su una lunga camicia di seta bianca ed un paio di ampi pantaloni rossi alla moda orientale. Al collo, trattenute da catenelle d'oro, ha tre tipi diversi di lenti d'ingrandimento e gli occhiali sono privi della metà superiore, come è d'uso per gli studiosi. Nell'insieme l'uomo ispira un senso di quieta saggezza ed erudizione, una rispettabilità non priva di ironia ed un grande equilibrio. La sensazione è talmente forte che Klog si chiede se Basso Okme non abbia voluto giocargli uno scherzo con tutte quelle stupidaggini sui nomi.
– Vi prego di entrare nella mia modesta casa. Sono ben lieto di avere ospiti, è un bene talmente raro in questo luogo.
L'interno della casa sembra ciò che deve essere, una tranquilla casa di campagna di uno studioso, dalle pareti chiare coperte per tre quarti della loro altezza da libri, pergamene, strumenti metallici, pietre dalle forme o dai colori singolari, scheletri di strani animali ed altri oggetti che Klog non riesce a distinguere, posti sugli scaffali più alti.
Glearmodhe indica loro una ampia panca posta davanti ad un tavolo di legno scuro, ingombro di libri aperti e chiede:
– Posso offrirvi un poco di lepre alle erbe? O preferite prosciutto di cervo? O magari una bella trota con rosmarino, scalogno ed erba cipollina? O una frittata con lardo e lattuga fresca del mio orto?
Klog al solo udire il nome di quei cibi si illumina ed annuisce vigorosamente.
– Quello che deciderà il nostro cortese ospite. – Riesce a dire.
– Io non posso apprezzare tanta bontà, purtroppo. Ma sarò ben lieto di assistere ad una simile imbandigione e partecipare alla bella conversazione che ne seguirà.
– Allora, con il vostro permesso. – Glearmodhe si inchina leggermente arretrando verso una porta semiaperta. – Vado a dare le necessarie istruzioni alla servitù.
Con un gesto che gli pare singolarmente elegante, soprattutto provenendo da lui, Klog saluta il sapiente che esce e si volta verso il corvo.
– Mi hai raccontato un sacco di frottole, eh?
– No. Hai sentito il suo nome, no?
– E cosa c'entra il suo nome?
– Ecco, una persona di nome Glearmodhe deve essere per forza così: colta e raffinata. Deve vivere ritirata ma senza albagia né disprezzo, deve coltivare la propria cultura, ma senza ostentazione e conservando una certa ironia e la capacità di ben conversare. Deve saper offrire e gustare squisiti cibi, buone musiche e ottimi vini. Deve sapere un poco di ogni cosa, senza troppo curarsi di approfondirla eccessivamente e deve saper comunque, da buon dilettante, fare commenti acuti ed equilibrati di politica, zoologia, teoria magica, religione, antiche lettere…
– Scusa, Basso Okme, ma se il suo nome fosse stato, per dire Fruillane? – Lo interrompe Klog.
– Fruillane…Mmmhhh. In questo caso temo che avresti incontrato un individuo fatuo e volubile, dalla cucina e dalla conversazione più attente a stupire che a rallegrare. Sicuramente sarebbe stato un collezionista di oggetti inutili ed ingombranti, un bevitore allegro ma che tende a diventare rissoso, un amante di quelli che guardano con compiacenza la propria schiena durante la passione più intensa, un individuo facile all'invidia ed alla maldicenza e…
– E Graighan? – Insiste il Boldhovin.
– Una persona dalla fronte bassa e dai pensieri corti, dalle grandi passioni furenti e cieche e dall'appetito insaziabile. Amante delle musiche più rumorose ed incapace di ballare. Sbruffone ma poco avveduto in guerra anche se ama vestire abiti militari…
– Va bene, va bene, per carità. Ma come fai ad immaginare tutte queste cose solo con il suono di un nome?
– Non immagino, caro Klog, ho visto. 

 
Il Boldhovin stringe le labbra e guarda il corvo con espressione esasperata. – Quando finirai di prenderti gioco di me?
– Nulla di più lontano dai miei desideri. Colui che tu conosci come Glearmodhe ha indossato tutti e due i nomi che tu hai creduto di inventare ed innumerevoli altri e quando quelli erano i suoi nomi si è comportato esattamente come ti ho detto, senza che io abbia inventato nulla di nulla. Ma preparati adesso, sento che la tua cena sta arrivando.
La porta dello studio si apre con un allegro cigolio e Glearmodhe il Sapiente entra reggendo con entrambe le mani un grande vassoio.
– Dal momento che non hai espresso preferenze ho ritenuto che ti fosse gradito assaggiare un poco di ognuna delle cose che ti ho menzionato. – Sorride schiacciando leggermente un occhio. – So che voi Boldhovin siete un popolo di buone forchette.
Klog sorride a bocca aperta mostrando i piccoli denti appuntiti ed afferra le posate. – O grande Signore Glearmodhe voi certo siete il più generoso degli ospiti in questa metà del mondo!
– Mangia, Klog, non lasciare che il cibo si raffreddi. Avrai tempo per i ringraziamenti.
Il boldhovin non si fa ripetere la raccomandazione ma prima di dare l'assalto ai piatti ha un attimo di esitazione: – Non mi farete compagnia mio buon signore? È ben vero che l'appetito non mi manca, ma pranzare da soli non è una cosa fatta per me, che non sono un re o un nobile signore che mangia ogni giorno cibi così squisiti in solitudine, ruminando di future vendette per immaginari torti.
Glearmodhe ride e si siede al tavolo. – Ho pranzato da poche ore, ma ti farò ugualmente compagnia, vinto dalla tua splendida arte retorica, così ben coltivata presso i Boldhovin.
Klog attacca con il prosciutto di cinghiale affumicato, che è ovviamente degno di ogni lode, accompagnandolo con uno squisito pane alle olive e da un vinello rosato frizzante ancora fresco di cantina.
Glearmodhe lo imita servendosi a sua volta anche se più parcamente.
– È stata così convincente la tua perorazione, Klog, da farmi desiderare intensamente di poter mangiare anch'io come voi. – Commenta il Corvo di legno. – Ma è notorio che le parole dei Boldhovin possono suscitare emozioni e sensazioni molto intense. Si dovrà attribuire questa capacità alla loro parentela con le Fate? Io ritengo sia molto probabile.
Klog, con la bocca piena si limita ad un breve cenno di assenso, mentre Glearmodhe interrompe il pasto e si alza dirigendosi verso la libreria. Afferra un grosso volume dalla rilegatura di pelle scura e macchiata, lo apre su un leggio, si infila un paio di occhiali e comincia a scorrerlo confabulando a bassa voce.
Klog guarda interrogativamente Basso Okme che gli fa un lieve cenno di intesa e torna a guardare con compunzione il sapiente alle prese con il grande codice. 


– Ecco! – Esclama ad un certo punto Glearmodhe.  – …Certuni affermano di aver incontrato creature di piccola statura, dalle labbra nere e dal corto pelo del colore della farina non stacciata. Ed essi hanno lanciato dardi e frecce urlando frasi in una lingua sconosciuta, obbligandoli a ricoverarsi in una caverna. Tali viaggiatori affermano che tali creature sono il frutto dell'accoppiamento delle Gwellyniuin o Fate dei Boschi e dei Silvani, anche noti come Erbani. Questi uomini affermano di aver assistito ad uno di tali accoppiamenti ed hanno visto alcune Gwellyniuin in compagnia di piccoli di tale razza, con i quali si tenevano in tutto e per tutto come madri premurose e tenere, anche più di quanto facciano molti di coloro tra gli uomini che godono della benedizione della fecondità… E così via. Questi antichi libri sono così pedantemente saggi… – Glearmodhe chiude il volume con cautela e torna al suo posto a tavola, servendosi di un cosciotto di lepre alle erbe.
– Posso domandarvi, Signore Glearmodhe, chi ha scritto quel volume così vetusto? – Domanda Basso Okme.
– Si tratta di una cronaca scritta da Hagmer Elluan di Chaikin circa settecento anni fa e riporta la prima testimonianza dell'esistenza dei Boldhovin, un volume che mi lusinga molto possedere. Ma ora vorrei sentire l'opinione in merito di un vero esponente di tale razza.
Klog vorrebbe continuare a mangiare e far finta di non aver sentito, ma dal momento che questo gli è impossibile sorride cortesemente e depone il boccale ormai vuoto.
– Con tutto il rispetto, signore, non credo che quel volume ci faccia del tutto giustizia. Fin da quando sono un moccioso pelosetto mi sento dire dagli uomini che sono figlio di un selvatico o erbano, ma mia madre, la Fata Armelinda, quando gli ho chiesto notizie in merito ha riso ed ha detto: «Lascia che gli uomini credano quello che preferiscono credere. Tale è la loro natura, fatte poche eccezioni, di creature prive di fascino e di immaginazione, pesanti, miopi e lamentose. La loro madre è la terra umida, non dimenticarlo, caro Klog, la nostra è l'aria e l'erba.»
Mentre parla il Boldhovin spia le reazioni di Glearmodhe, pronto a concludere il suo discorsetto con una sperticata lode della Cronaca di Hagmer Vattelapesca e del suo preclaro possessore, ma il padrone di casa non sembra adombrarsi delle sue parole.
– E così stando le cose, per quanto mi riguarda, devo ritenere che i viaggiatori di cui si parla in quel libro siano stati perlomeno poco attenti, pur avendo spiato gli amori di una fata, cosa assai poco corretta. – Conclude il Boldhovin.
Basso Okme ride emettendo una profonda nota legnosa mentre Glearmodhe, pensieroso, si riempie il boccale di vino.
– Mio caro Klog, sei in grado allora di dare una spiegazione dell'esistenza di voi Boldhovin? Secondo Jeddan il Monaco il vostro popolo è figlio degli alberi illuminati dalla luna piena dopo un notte di pioggia mentre Fowferred di Gallidia ritiene che siate il frutto della Terza creazione, opera del Dio Perduto e Dimenticato, allora?
Una nota di irritazione, appena velata dalla cortesia dei modi, ha fatto capolino nella voce di Glearmodhe e Klog, sensibilissimo come tutti i membri della sua razza, guarda con rimpianto le pietanze che non ha ancora assaggiato, chiedendosi come riuscire a raddrizzare la situazione. – Non ho certo intenzione di questionare con tanta saggezza, gentile Signore Glearmodhe, ma…
– E allora? Da cosa nascete? Dal fuoco di legna bagnato di resina? Dalla schiuma dei torrenti primaverili? Dal fango ai piedi dei pini più antichi? – Il tono di Glearmodhe si è fatto aspro, quasi villano e Klog si affretta a trangugiare un grosso boccone di frittata prima di essere, come è divenuto probabile, messo alla porta.
Basso Okme non sembra volergli venire in aiuto, apparentemente occupato solo a fissare gli strani oggetti posati sulle mensole più alte.
– Mi dispiace, Signore, che le mie frasi vi abbiano offeso. Ma per rispetto della verità…
– Ma quale verità, non esiste verità! – Urla il Sapiente Glearmodhe, con il viso congestionato ed alzatosi di scatto in piedi esce dalla stanza di corsa, sbattendosi la porta alle spalle. 

 
– Cosa gli è preso? – Chiede a voce bassissima il Boldhovin al Corvo di Legno, rimasto impassibile ad osservare il bizzarro comportamento del sapiente.
– Un po' di…Instabilità, diciamo. Attendi con calma, ora. Il peggio che può accaderci è essere scacciati, ragion per cui ti suggerisco di riempire la borsa di cibo per i prossimi pasti.
Klog annuisce e comincia a stivare nella borsa la frittata, la lepre, il prosciutto e tutto quanto gli capita a tiro, assolutamente convinto della saggezza del consiglio del Corvo.
Quando la porta si apre nuovamente il Boldhovin ha appena terminato di sistemarvi un paio di belle arance, un cibo raro al nord ed ha appena il tempo di chiudere la borsa e prendere un'aria educatamente incuriosita prima che il padrone di casa sia entrato.
– Buongiorno, io sono Gaetther l'Indagatore e voi chi siete?
Basso Okme si alza in piedi con un lieve inchino e fa le presentazioni, con una cautela formale del tutto nuova. Gaetther li guarda con attenzione ed una punta di sospetto.
– Posso chiedervi perché vi trovate nell'abitazione di Glearmodhe e state nutrendovi del suo cibo?
– Glearmodhe ha dovuto abbandonarci per un impegno improvviso, ma fino ad un attimo fa egli era con noi, mangiando in nostra compagnia e pregiandoci della sua conversazione.
L'uomo si accarezza il mento senza perderli di vista, guarda Klog con aperta antipatia e prende a percorrere la stanza a grandi passi impazienti. – Le scelte di Glearmodhe non sono affare mio, sia chiaro, ma sono costretto a notare che esse sono veramente singolari se lo portano ad ospitare creature di incerta natura come voi. Spero che non sia vostra intenzione sostare qui per attendere il suo ritorno.
– Infatti non era nostra intenzione farlo. – Puntualizza Klog, che ha ritrovato la parola dopo qualche secondo di stupore. L'individuo che hanno di fronte, magro, con le labbra sottili e pallide, i modi vivaci e sgradevoli, la voce nervosa e acuta, il naso quasi inesistente, gli abiti di un colore e di una foggia studiatamente inespressivi, non ha nulla in comune con l'uomo che li ha accolti.
– Meglio così. Tornerò qui tra un giro della clessidra e se vi trovo ancora seduti a questa tavola…– Gaetther non termina la frase, preferendo limitarsi a guardarli con freddezza, ed esce. 

– Ma cosa è successo? – Chiede Klog dopo qualche minuto, quando la casa è scomparsa dietro gli alberi alle loro spalle.
Basso Okme sorride. – Quando gli è stato impossibile rimanere il fine e cortese Glearmodhe il nostro ospite è divenuto il freddo ed odioso Gaetther, tutto qui.
– Ma quell'uomo è un folle, in buona sostanza, Basso Okme, anche se devo riconoscere il suo talento soprannaturale nel travestirsi.
– Non più folle di tanti che si impongono una condotta falsa per apparire agli altri ed a se stessi ciò che non sono. Questo esercizio finisce per ottunderli e per fare di loro la sola apparenza che indossano, come maschere vuote. Glearmodhe-Gaetther è a suo modo un uomo onesto: quando non riesce ad essere fino in fondo ciò che desidera essere si tramuta in un altro, così conservando la sua sostanza umana. In questo modo riesce ad essere equo ed iniquo, cortese e sgarbato, appassionato e freddo, loquace e taciturno come tutte le creature sono in momenti diversi, senza perdere il rispetto per se stesso.
Klog scuote il capo con convinzione. – Ma deve costargli caro questo esercizio. Perdere la memoria a comando, dimenticare ciò che ciascuno degli altri sé conosce… E poi reggere queste infinite recite non è gravoso come una condanna? Non è preferibile vivere beatamente senza imporsi nessuna condotta, nessun regolamento?
– Questo può essere appropriato per i Boldhovin, ma gli umani sono stupidamente orgogliosi e superbi e si preoccupano molto delle apparenze. Il loro cervello è diviso in due ed una parte può giudicare l'altra e condannarla. Essi non sono mai davvero soli con loro stessi, non possono semplicemente vivere, semplicemente guardare. C'è solo un'età in cui essi possono lasciarsi vivere ed è l'infanzia, ma essa termina presto e ad essa segue l'infelicità che essi portano ovunque nel mondo. Il nostro ospite è un uomo insieme saggio e disperato, che non nasconde a se stesso la propria natura volubile ed incompleta. Incontrarlo per me è sempre una esperienza meritevole di riflessione, anche se non so cosa potrò mai farmene di tanta saggezza. Ma non ha importanza, l'esperienza è un premio a se stessa e tanto mi basta.
– Bah, io gli umani li ho sempre trovati assurdi, ma in fondo hai ragione: questo ha, se non altro, il pregio della sincerità. Ma ora pensiamo a noi, anzi a me. Dove potrò passare la notte, che mi sembra un po' troppo frizzante per essere trascorsa ai piedi di un albero?
– Non ti preoccupare, Klog, la soluzione è a portata di mano, per così dire. Seguimi con fiducia.
Il boldhovin annuisce silenziosamente ed abbassa la testa per evitare un ramo che lasciato andare da Basso Okme sferza l'aria sopra la sua testa.
Intanto riflette che, dato l'esordio, le esperienze che seguiranno non saranno meno bizzarre dell'ultima, ma che la presenza sulle sua spalle di una borsa carica di ottimo cibo è una garanzia sufficiente ad affrontare l'ignoto. In fondo la sua vita, nelle città degli umani, non è mai stata né facile né sicura e che rimanere lì gli dà se non altro la possibilità di ascoltare ancora quella musica. «Il domani è assicurato, ed il giorno dopo è troppo lontano per riguardarmi.» Si dice tra sé ed estrae il flauto d'argento dalla borsa per una suonatina digestiva.

2 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Dopo una piccola pausa rieccomi a commentare. ;)
Non ti abbandono per nulla.

Massimo Citi ha detto...

Nick: e noi contiamo sulla tua presenza!