27.3.12

La luna sulla scrivania



Ma un blog è il posto giusto dove pubblicare narrativa? 
Probabilmente no, ma sono tempi difficili, tempi di lavoro esagerato, affannato, di improvvisi scatti di nervi, penose consultazioni con il commercialista, trattative interminabili con chi verrà dopo di noi, libri da eliminare, da regalare, da smaltire in qualche modo, accordi con chi deve portarsi via mobili, computer e altri impedimenta. Il risultato è che non ho il tempo né la testa per scrivere sul blog. D'altro canto, frugando tra le antichità della libreria - incredibile la quantità di carte d'ogni genere che si ritrovano su scaffali dimenticati o in fondo a un cassetto - saltano fuori testi pubblicati e poi perduti. Un collected paper collettivo di tutti coloro che nel tempo hanno collaborato con noi. 
Inevitabile che tra tutti ci siano anche testi miei, sia pure pubblicati rigorosamente sotto pseudonimo, e fatale che i lettori di questo blog si trovino ad avere la possibilità di leggere questi brevi testi. 
La luna sulla scrivania è un racconto di tipo calviniano - nel senso di ispirazione, non certo di qualità - pubblicato su Fata Morgana 1, della quale abbiamo ritrovato una scatola in un corridoio del sotterraneo. Riletto oggi, direi che rappresenta bene i miei sentimenti nei confronti dei «meneggment» che infesta questo disgraziato paese. 
Nulla di violento, sia chiaro, e probabilmente, in ultima analisi, un'ammissione di impotenza, ma anche una certa allegra, maligna soddisfazione. 
Buona lettura. 
...

In quell'angolo ci avevano sempre tenuto un enorme philodendron, un vero gigante. Nel grande vaso qualcuno continuava a schiacciare mozziconi nonostante i messaggi intimidatori lasciati da un paio di colleghe. Ma la pianta non sembrava soffrirne, anzi: le foglie più giovani arrivavano ormai a sfiorare il soffitto.
L'arrivo del nuovo direttore ha segnato, tra le tante altre cose, anche la fine dell'augusta pianta che avevo visto installata nel suo angolo, fin dai miei primi giorni di lavoro. Le scrivanie sono scomparse dietro tramezzi color cartone ondulato, ed ognuno di noi si è trovato appartato in una specie di intimità: un'intimità aperta in alto come una formica o un topo di laboratorio.
Prima, il mio angolino era vicino alla finestra ed al radiatore, e mi offriva oltre che vantaggi stagionali - sono incline ai brividi frequenti - anche la possibilità di dare di tanto in tanto una sbirciata al cielo. La nuova disposizione mi ha sbalzato al posto del philodendron, finito chissà dove. Non mi sono lamentato, ho solo sospirato guardando la piantina dell'ufficio sul pannello affisso all'ingresso del piano.
La mattina ho preso posto, un pochino a disagio come tutti, ho atteso il collegamento in rete locale, ho impugnato lo scanner ed ho iniziato. Devo caricare nella memoria di Esagerato, il computer centrale della S.A.E.M., fatture, documenti accompagnatori, pezzi di carta più o meno legali di tutti i colori possibili, dotati di cornicette, righine, intestazioni pompose, ordinarie o addirittura grottesche o - più raramente - eleganti, essenziali, quasi sicuramente opera di un grafico.
Al termine della lettura lo scanner emette un «Biiip» prolungato. Attivo la decodifica, controllo che Esagerato abbia letto tutto come si deve e via, un altro foglio. Lavoro banale, certo, ma che ha i suoi aspetti che se non definirei proprio divertenti, almeno soddisfacenti sì. Ci sono ditte che hanno elaborato piccoli capolavori grafici, scelte di colori, giochi di linee che mi affascinano, rendono il passaggio lento, quasi morboso dello scanner sulla carta, una parentesi di bellezza nell'aridità del mio lavoro.
Lo sguardo segue la tenue luce verde imitando la sua puntualità che sa di magia, perdendosi in linee e colori come in un quadro di Mondrian.
Ma quella nuova posizione non mi piaceva. La luce del giorno arrivava male fin lì, schermata, spezzata dai troppi tramezzi e la luce artificiale alla quale ero ormai condannato rendeva i colori tutti ugualmente acidi o neutri, smorzava l'impatto delle linee confondendole, aggrovigliandole.
La mano che disponeva i fogli nello scanner, la mia migliore collaboratrice: seria, tranquilla, affidabile quanto i programmi di Esagerato, ora aveva preso a scartare, si imbambolava come la mano di un dilettante per poi compiere scatti repentini, assurdi. Il lavoro di correzione dei suoi prodotti diveniva lungo e penoso, tanto da ritardare l'intero reparto.
In capo a pochi giorni sono passato dal fastidio all'incubo. Qualunque ombra di bellezza è svanita dal mio lavoro, afferro i fogli con rabbia, li passo nello scanner chiudendo gli occhi e premendo come un invasato, foglio storti, capovolti dove lettere e numeri assumono forme grottesche, creando alfabeti e sistemi di numerazione mai esistiti sui quali il mio senso della bellezza, frustrato ma ancora ben vivo, indugia qualche volta assaporando l'inebriante profumo della rovina imminente.
Adesso a casa picchio i bambini, io che ho trascorso senza lamentarmi e senza uno scatto di nervi i primi tre anni di vita del maggiore dormendo solo poche ore per notte. Ogni minima contrarietà mi sembra un oltraggio intollerabile, faccio l'amore con mia moglie con la stessa rabbia febbrile, la attraverso, la penetro senza nessun piacere, la accarezzo saltando il seno quasi con uno spasmo, boccheggiando sul ventre vellutato e rotolando vergognosamente fino alle ginocchia, quasi mi fosse divenuto impossibile riconoscerla.
Ho incominciato a spegnere lo scanner ed a battere i dati direttamente sulla tastiera, ma non ho modo di imitare la grafica peculiare di ogni cliente e poi sbaglio facilmente, inverto i numeri. Il 362 diviene spesso un 326, il 679 si trasforma in 697.
Già due volte ho trovato sulla scrivania un richiamo scritto della direzione e so già che al terzo non sono più date altre possibiltà.
É questo il motivo per cui ho comprato un grosso philodendron, il più grande che ho scovato e mi trovo qui, fuori dalla S.A.E.M. ad un'ora inconcepibile per il lavoro. Ho preso a nolo un furgoncino per trasportarlo, la pianta è sul pianale alle spalle della cabina di guida, in compagnia di un paio di asce da boscaiolo. Convincere i sorveglianti esibendo un falso ordine di servizio e trasportare la pianta fino al terzo piano non è stato un affare facile, ma adesso è di nuovo qui, al posto della mia scrivania che ho trasportato accanto alla finestra dopo aver abbattuto una dozzina di tramezzi.
La luce della luna, questa sera resa nitida dal vento, illumina il piano di lavoro e strappa piccoli riflessi allo scanner, ritornato solo per questa sera ad essere il giocattolo più amato, quello desiderato per lunghissime sere passate in attesa del sibilo morbido della televisione dei genitori che si spegne, prima di addormentarsi.
Abbatto i tramezzi, li ammucchio nell'ufficio del nuovo direttore. Li dispongo uno sopra l'altro in perfetto ordine.
Ora la luna illumina tutte le scrivanie, strappa riflessi d'argento ai portapenne di vetro ed alle vaschette colme di clips, dona un colore più scuro ed autorevole a dossier e cartelline. C'è pace, equilibrio nella composizione, i piani di vetro rimandano una luce sopita, scura, come il riflesso di onde leggere in un lago d'autunno.
Prendo una sedia e la porto accanto alla finestra. Attenderò l'alba per andarmene.



4 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Letto ed apprezzato. Mi sembra una bella metafora sulla spersonalizzazione dei luoghi di lavoro e sull'arroganza dei manager nostrani, che spesso, nel loro delirio d'onnipotenza, stravolgono realtà che magari nemmeno conoscono e che funzionerebbero meglio senza di loro.

Massimo Citi ha detto...

@Nick: sei un fulmine. Sono contento che il raccontino ti sia piacuto. Nulla di che, ma mi ha divertito la fredda, calma passione del protagonista nello smontare tutta la pretenziona modernità del nuovo ufficio per ritornare al punto di partenza. Credo anch'io che i nuovi dirigenti siano più pericolosi che utili e che compito di chiunque li incontri sia quello di ostacolarli il più possibile...

silbiasan ha detto...

Sono arrivata qui cercando una foto dell'imperatore Ming da postare ad un amico perchè penso somigli ad un travestito slavo di un video di musica trash che gli hanno postato su facebook. Poi ho letto le tue citazioni di fantasy, Dick, Kubrick e Haidegger: insomma il blog mi sembra interessante. Approfondirò leggendo oltre. Un saluto

Massimo Citi ha detto...

Grazie, non sono molto affidabile per la frequenza, ma cerco di non lasciare troppo tempo silenzioso il blog. Sono un ex-libraio, come forse avrai intuito, un editore spiantato e un preteso scrittore. Ho un'età che non è bello scrivere e mi fa molto piacere incontrare nuovi lettori del blog. Quanto a Ming, si tratta di un personaggio fantastico. Narrativamente autocaricaturale ma esteticamente perfetto. Alla prossima!