5.2.20

Il Mare Obliquo 54

Maldanea e Teardraet sono tornati a Casa Wessiun per condurre l'assedio al re deposto, Horr Vamaiun. Con loro ci sono i Syerdwin grigio-neri e i lupi-drago. La gente antica si prepara alla battaglia.
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– Ho visto le bandiere mentre arrivavo. Niente più bianco e vermiglio, ma solo il grigio e nero di Teardraet e l'oro-viola di Casa Wessiun.
– Ho legato la nostra sorte a quella del vostro consorte, Maldanea. Spero che gli antenati mi abbiano ben consigliato.
La giovane Syerdwin si volta a guardare dall'altissima finestra della Sala delle Acque le strade lucide di pioggia. Quanto tempo è passato dalla furiosa discussione con il primo ministro del Re Horr Vamaiun e la richiesta di matrimonio del Conte-Mago Teardraet? Essere ritornata nella propria rocca non ha mitigato le sue emozioni: la malinconia ed il senso di penosa insofferenza che ogni evento, anche il più banale, è capace di risvegliare in lei. Il viaggio sulla più grande nave della flotta del Conte-Mago, la "Yinnavaud", un alto vascello a tre ponti con un equipaggio di duecento marinai e cento soldati, se pure ha rappresentato un cambiamento rispetto le sue tristi giornate alla Residenza di Teardraet, non è servito a mitigare la sua solitudine.
Eppure sa di esserne solo lei la causa. Risponde a monosillabi a Dama Pascalina, cerca di evitare ogni incontro con il Conte-Mago e sfugge persino Difiduanna. Attende che qualcosa o qualcuno la scuota, la risvegli. Ha attraversato le strade del porto e quelle che salgono verso Rocca Wessiun tra centinaia di Syerdwin che l'hanno acclamata come una regina, ha visto Odden e Duff che l'hanno abbracciata, cinti dall'armatura di Capitani, ha incontrato nuovamente Toro, il capo della Guardia, pronto a partire per Dharlemhiun. Ha sorriso, abbracciato, promesso, ringraziato e adesso, alla presenza del Padre-Zio Conte Gast si sente svuotata, debole.
Ma anche lui sembra ormai soltanto l'ombra di se stesso, il Cambiamento per l'anziano Syerdwin è ormai vicino.
– Vorrei andarmene quando ogni cosa avrà ritrovato il suo equilibrio. – Dice il Conte Gast.
Forse ha letto nei suoi pensieri. Dicono le leggende che all'approssimarsi del Momento sorgono – brevi come arcobaleni – talenti divini.
– Il vostro Id'iun salirà tra pochi giorni al Trono delle Acque e voi sarete con lui.
Usa una forma di cortesia con lei, il vecchio Padre-Zio, come se avesse davanti una vera Lie e non la piccola Debah, che andava a nascondersi nella torre più alta per chiacchierare con una civetta e che lui andava a stanare, indignato, certo, ma in fondo divertito.
Il tempo l'ha trascinata con sè. Maldanea ha la sensazione di comprendere. Non può perdonare a nessuno ciò che le è accaduto.
– E Horr Vamaiun?
– Pochi lo difenderanno. Tutte le Rocche Syerdwin hanno perso molti dei propri nipoti nella battaglia di Canddermyn. Coloro che si sono salvati lo devono al Moeld ed ai Lupi-Drago. Horr Vamaiun è stato un alleato di Konstantin e dei suoi assassini, nessuno lo perdonerà.
Maldanea sorride. – E il suo primo ministro?
– Liest Kaidiun ha abbandonato il Palazzo delle Acque da alcuni giorni. Probabilmente si è rifugiato a Wentur o anche più a Nord. Corrono voci che voglia raccogliere un'Armata.
– E battersi per Konstantin?
Il Conte Gast annuisce grave. – È pazzo e disperato. L'Arciduca della Casa d'Occidente odia la Gente Antica. Sarà come abbracciare un serpente. Sempre che qualcuno lo segua, oltre ai servi ed alle concubine.
A ricordarle che il tempo è passato basterebbe quel conversare piano, sincero. Ora il Padre-Zio le parla come si deve parlare ad una Lie che conosce il mondo, i vizi e le bassezze di gente nuova e antica.
– Hanno posto blocchi sulla sua strada. E Vamaiun ha rinforzato la vecchia cinta dell'Anello del Fordongiano.
Un gruppo di armati con il mantello oro-viola di Casa Wessiun è appena uscito dalla porta di Mare. Le danno le spalle e Maldanea non può riconoscerli. Non si riparano dalla pioggia e camminano vicini, come a prendere forza l'uno dalla cadenza dei passi dell'altro. 

 
Nessun campo di battaglia ha più visto Wessiun in armi dai tempi dell'Assedio di Bàrdok. Il Conte Gast e chi è venuto prima di lui ha sempre operato per la pace, più dura e meno gloriosa del gioco sanguinoso della guerra.
– Wessiun si è mossa.
– Dell'armata inviata ai Cancelli d'Occidente ben pochi sono tornati. Non vi è più nessuno nelle Terre di Mare che dorma sotto il proprio tetto. Le vecchie Case hanno messo armi in mano a pescatori e servi e persino i Tenathanjun delle Terre Gelate hanno mandato soldati e denaro per abbattere Vamaiun.
– Sono in molti con lui?
– Non più di un migliaio tra cugini, vassalli di Casa Vamaiun, Debitori d'Acqua. In più c'è la Fama, la Guardia Reale: trecento cavalieri.. Molti della gente nuova e dei Lupi-Drago. Ma questi particolari guerreschi non sono il mio forte, dovresti chiedere a Toro Kalnediun. So che attendono il grosso dell'Armata di Teardraet per assalire Dharlemhiun e che le strade di terra e di mare sono in mano nostra. Tra pochi giorni è convocato il Liessthion che deporrà ufficialmente Vamaiun per eleggere il tuo Id'Iun. E rompere il patto con la Casa d'Occidente. – Il conte Gast la previene. – Konstantin non si muove ancora e comunque poco gli importa di Vamaiun. Si muoverà certamente contro Teardraet, il principe Tidly il Testardo e la Meridiana di Therrelise. A migliaia i Soldati Uhban stanno arrivando a Dancemarare e Konstantin sta cercando di comprare i mercenari delle Terre d'Oriente. Non sarà una guerra breve, né gloriosa.
– Avremo bisogno di molti alleati.
– Certo. Ma forse il Cambiamento la spegnerà come la pioggia spegne un torcia. Avanza dal Nord e da Sud-Est.
Maldanea non dimentica la promessa che si è scambiata con Teardreaet, ma a cosa servirebbe dire al vecchio Padre-Zio che andrà con lui nel Mondo-tra-molti-istanti? Dovranno recare un pegno e tenui ricordi per ritrovare la strada e forse non basterà loro il coraggio per comprendere.
Ma la giovane Wessiun ha spezzato ogni legame con Debah, ed ora anche la Casa risveglia in lei solo uno stupore infastidito, il desiderio di rimanere sola. – Siete mutata, Lie Maldanea. – Non è un commento, solo un'osservazione innocua.
– Sì. Il tempo leviga ma apre ferite.
– Cercherò di dimenticarvi. Non voglio Cambiare con questo ricordo di voi.
Maldanea ride. – I bagagli per il Cambiamento non si scelgono, Padre-Zio. Si giunge alla forma di mare come bimbi immemori.
– Così dicono. – Il conte Gast ride a sua volta. – Ma so che non siete felice e non posso fare nulla per voi. Voglio dimenticare di avervi incontrata quest'ultima volta.
Maldanea fa sì con la testa piano piano, come se avesse paura di rompere qualcosa. La luce chiara della pioggia rende la sua pelle chiara come cera e dà al suo tenue sorriso la sostanza del ricordo.


Il Lupo-Drago è alto e imponente. Lunghi peli grigi ne decorano il muso e gli occhi sono sottili e stanchi.
Entra nella sala, la percorre con passo quieto, meditato e depone la lunga spada ai piedi dello scranno dove siede Teardraet.
Il sovrano delle isole lo osserva a lungo, fissa lo sguardo in quello del vecchio soldato e con un lento movimento del capo accetta l'omaggio. Fa segno a Nivel'iun di rendere l'arma al visitatore.
– Le acque sono calme oggi, Marr Ghenerik. So perché siete qui. So che avete dovuto attraversare il ghiaccio e la pioggia e che siete stanco. – Con un cenno Teardraet fa portare la lupo-drago cibo e bevande caldi.
Ma l'ospite guarda solo per un attimo i vassoi appoggiati sui tavolini bassi. – No, Liest Teardraet. Vi ringrazio ma potrò riposare solo dopo. Non sono soddisfatto del mio compito. – Il lupo-drago chiude gli occhi. – Porto la mia spada e quella dei trecento cavalieri della Fama all'ombra del vostro braccio. – Recita d'un fiato.
– L'accolgo con gioia e riconoscenza. In questo tempo ogni vita risparmiata è una vittoria. Tradire chi tradisce non porta disonore. Non siete d'accordo?
Il Lupo-Drago approva con un cenno secco. – È stato il mio unico pensiero per tutto il viaggio da Dharlemhiun a Casa Wessiun. È il mio solo rifugio. Ma forse avrei dovuto spezzare la spada e mandare l'ultima parola alla Marrak.
– Talvolta vivere ancora può essere più coraggioso, Marr Ghenerik.
– Può essere, tutto può essere in tempi tanto brutali e folli.
Maldanea, seduta tra Teardraet e il Padre-Zio, non può fare a meno di provare simpatia e ammirazione per l'anziano capitano della Guardia Reale dei Syerdwin. La Fama era l'ultima forza organizzata e addestrata schierata con Vamaiun e ora davvero il trono delle Acque è a portata di mano del Moeld.
– Non vi chiederò di pugnalare l'Usurpatore alle spalle di notte, non temete. Vi chiedo solo di condurre i vostri cavalieri fuori dalla città al più presto. Non attenderò il resto della mia armata, tra due giorni Nivel'Iun e Deshigu della Meridiana di Therrelise attaccheranno. Con loro ci saranno le Case D'Acqua che hanno già mandato i loro soldati.
– Non sono ancora soldati addestrati, fuggiranno al primo scontro. – È il commento del Lupo-Drago.
– Non possiamo attendere che Konstantin rinforzi le sue file, Marr Ghenerik. Dobbiamo prendere Dharlemhiun subito, prima che Vamaiun termini di rinforzare il Fondongiano, e subito dopo marciare verso Dancemarare.
– Avrete bisogno di molti cavalieri, Liest Teardraet. E non è questo il tipo di guerra al quale sono abituati i Syerdwin: una guerra di terra e a cavallo.
– Muoveremo dai mari e sulla terra. Swyerdwin e Gu'Hijirr sono creature d'acqua ed hanno grandi flotte. Non voglio non dare neppure un minuto a Konstantin: egli crede nelle enormi armate e nei lunghi assedi e io voglio precederlo, colpirlo anche con deboli forze ma obbligarlo a prendere decisioni sbagliate… Conoscete l'antico gioco del Bianco-Nero?
– Sì. – Il Lupo-Drago risponde quasi distrattamente, la mente occupata a immaginare la guerra di Teardraet.
– Bene, saprete quindi che il giocatore che ha l'iniziativa e la tiene ha le maggiori possibilità di vincere.
– Se ha le risorse e le forze necessarie…
– La Gente Antica si è risvegliata, Marr Ghenerik, nulla sarà più come prima. Nulla, mai più.



30.1.20

Il Mare Obliquo 53

I nuovi amici decidono di scortare nel viaggio sotterraneo Klog e i suoi amici e la scorta si rivela ben presto necessaria.
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Klog, mentre percorre le strade della Città degli Oscuri, si sente insieme sollevato e nervoso. I Gu'hijirr bruni, divenuti protettori, marciano ordinatamente intorno a loro, i lunghi archi a tracolla e in silenzio, ma se ora quella presenza è benvenuta, le frasi del Custode delle Parole hanno sortito l'effetto di rendere ancor più inquietante il possibile incontro con i Mela.

– Ehi, tu! Come sono i Mela? – Chiede ad uno degli Oscuri che procedono al suo fianco, decisamente più alto dei compagni.

L'Oscuro sorride e fa un gentile cenno di diniego con il capo.

– Cosa c'é? Non sai la mia lingua?

– Non ho detto questo. – Il Gu'Hijirr Bruno parla lentamente, con attenzione e con un accento strano, ricco di dentali.

– Non ho dd-ett-to quest-to. Ma lo sai che parli buffo?

– Mi manca la pratica. – Replica pensieroso il soldato.

– Bene. E allora come sono i Mela?

– Ghudett-Dhor ha parlato. Non l'hai udito?

– Sì, ma ha detto un po' poco, non credi?

– Quando li vedrai saprai.

Klog corruga le sopracciglia e resiste alla tentazione di attaccar briga.

Si stringe nelle spalle, deciso a ricominciare in un altro momento, e comincia a guardarsi intorno con attenzione.

Adesso che il Popolo Eterno si è rivelato amico anche la città ha perso l'alone di minaccia per mostrare per intero la sua austera bellezza. Lunghe sinuose linee argentee disegnano i profili di gradini, archi, logge, bovindi, porte, finestre che si formano all'improvviso davanti ai suoi occhi stranieri, per mutare, scorrere impercettibilmente non appena distoglie lo sguardo. Ad un'occhiata superficiale l'architettura dei Gu'Hijirr Bruni appare almeno sobria se non severa, ma dopo qualche istante la ricchezza inesauribile delle linee, dei disegni appena suggeriti dall'argento diviene evidente, pur conservando una qualità liquida, instabile. La linea di una loggia chiusa da sottili colonne si trasforma nella cornice di un'ordine di finestre chiuse da inferriate dal disegno a spirale per poi suggerire le radici di una torre inserita in un muro che digrada dolcemente a terra come un'onda.

E i disegni d'argento si inseguono sulle lunghe gradinate che spezzano l'ordine delle vie, aprendo improvvisi scorci sui grandi alberi dell'anello di colline che circondano la città.

– Come si chiama questo posto? Almeno questo saprai dirmelo.

– Ayss. Nella tua lingua diresti l'Ultima.

Klog medita per qualche istante. – Ayss. E come si dice l'ultimo?

– Ayss. I luoghi non hanno genere.

– Per le fate non è così.

Il soldato tace per qualche attimo schioccando la lingua ogni tanto, apparentemente perplesso.

– Le fate danno un sesso ai luoghi, alle cose?

– Hanno almeno sette generi, cioé sono sette quelli di cui ho udito discorrere, ma non posso escludere che ve ne siano altri.

L'Oscuro annuisce turbato e si allontana di qualche passo. Lo vede discorrere con un compagno per poi ritornare al suo posto.

– Hanno 11 generi, le fate. – mormora l'Oscuro.

– Undici? Ne conoscevo solo sette.

– Undici.

– Curioso. Mia madre era un'Efhi, ma era Efhi anche il suo ago, lungo e sottile e le foglie delle primule, ma non il fiore delle primule che era Djumel o il piccolo Grandirami che mi portava in groppa da cucciolo che era synny o sua madre che era…

– Efhi? – Azzarda l'Oscuro.

– No, Za-atl.

– Incomprensibile.

– Ma no, ma no. Basta avere la chiave per riconoscere i generi. Tu, per esempio: devi essere un Seb'sel, cioè un serio-padre-lavoratore, mentre io sono un Yku, un Incoerente-infantile-perditempo. Capisci? Tu hai cuccioli tuoi, vero?

– Nel mio Arco ce ne sono tre. Lo spazio è poco, nascono pochi piccoli.

Klog fa ampi gesti con il capo ad indicare comprensione, sorride e decide di tacere per un po'. Gente seria e precisa gli Oscuri, chissà come giudicano gli intricati generi e sottogeneri delle Gwellyniuin, probabilmente molto male. Undici generi! Klog ne ha contati duecentotrentuno negli anni da pelosetto trascorsi nella foresta. Generi che andavano da Vhaau, pesante-aggressivo-rozzo a Cini'n vago-appassionato-lamentoso-occhigrandi. Per le fate è un gioco anche il genere, un disegnare senza chiedersi nulla, come bambini che appiccicano soprannomi a tutti.

Escono dalla città e inconsciamente accelerano il passo. Gli oscuri si fermano per consultarsi. Tra loro parlano a bassissima voce e senza il minimo movimento delle mani o del capo. Gli ex-prigionieri li osservano in silenzio. Solo Plinio guarda il bosco arricciando il naso come se annusasse.

– Senti qualcosa? – Gli chiede Matushka.

– No.

– Nemmeno io. Forse ci vorrebbe un cane.

Plinio si rabbuia. – Non ne vedo la necessità. – Indica la grande volta di roccia nascosta dal riflesso argenteo. – Ci vorrebbe un po' di buio. Con questa luce mi sembra di essere cieco.

– È solo la centesima volta che lo dici.

– E allora?… Guarda i neri si muovono.

Gli Oscuri devono essere arrivati a qualche conclusione. Il loro gruppo si divide e alcuni di loro si allontanano ai due lati, dirigendosi verso il bosco.



– Ottimo. – Approva Fahgön. – Gli esploratori sui lati ci proteggeranno da agguati. Ehi, voi! Io e i miei compagni possiamo stare in retroguardia.

Un Oscuro con il mantello più lungo considera Fahgön e gli altri cervi e per qualche istante sembra che l'unica risposta sia il lento movimento della terza palpebra che si chiude sulle pupille rendendo la sua espressione imperscrutabile.

– Va bene. Ma cinque arcieri vi seguiranno.

Fahgön accetta ma non sembra particolarmente soddisfatto. Volta la groppa possente adorna del lungo pelo invernale seguito dai suoi ed affiancato dagli Oscuri.

La strada tagliata dal Popolo Eterno corre diritta e regolare nel bosco, valica piccoli corsi d'acqua, attraversa colline con cunicoli netti, ricoperti da quel materiale nero simile ad uno strato di grafite che ricopre anche le loro case e gli abiti.

All'uscita di una breve galleria li attende una torre diroccata che sorge a fianco della strada.

– Ehi cos'è?

– Il limite delle terre dei Mela. – Il soldato aumenta impercettibilmente la stretta sull'arco. – Questa era la casa dell'ottavo Custode delle Parole.

– E cosa ne è stato di lui? – Insiste Klog.

– Egli era il più anziano. Era anche il disegnatore di Ayss e delle strade che vi giungono o si allontanano da essa.

– Un pezzo grosso, insomma. Ma non mi hai risposto.

– Egli è stato vittima dello Splendore. Non vedi?

Il Bodhovin rallenta il passo per guardare la torre, quasi completamente sommersa dalla vegetazione chiara e luminosa. Solo in pochi punti, riconoscibili a fatica, sopravvive la scura copertura originale della torre.

– Com'è successo?

L'Oscuro durante l'esame di Klog è stato con il volto ostentatamente girato verso la strada, come se la vista della torre fosse troppo penosa per lui. Tarda a rispondergli e lascia che le dita che si chiudono e si aprono intorno all'arco denuncino il suo nervosismo.

– Il Maurr non può resistere allo splendore senza essere rinnovato. Senza la nostra attenzione. Questa strada è ricoperta di Maurr e si conserva perché la percorriamo ogni giorno. Il nostro piccolo regno resiste solo grazie ai nostri passi ed ai nostri sguardi.

– Maurr sarebbe quella patina nera che copre le vostre case?

L'Oscuro annuisce. – Ci sono due tipi di piccole vite qui nelle foreste sotterrate, quelle luminose che accendono gli alberi e donano splendore e quelle oscure e refrattarie. Queste ultime le abbiamo coltivate e scelte fino ad averne un ceppo puro che resiste allo Splendore. Chi vi si espone senza difesa dopo poche settimane diventa folle e cieco. Il contrappasso al nostro amato isolamento è questo. Il Maurr è sensibile ai nostri pensieri, un incantesimo steso dall'Ottavo Custode lo rende stabile solo sotto lo sguardo di creature viventi.

– E allora questa torre…

– Già. Una follia, non si può mantenere coerente Maurr rimanendo soli. Ma si racconta che l'Ottavo volesse conquistare l'intero mondo sotterraneo e che, contrastato dai Sette, si sia qui isolato trovando la giusta punizione. 

 

– Quindi i vostri oggetti, le vostre case devono essere bellissime per poter continuare a richiamare i vostri sguardi.

Gudre-Yinnu, che ha ascoltato l'intera conversazione in silenzio, indica il piano elegante ed arrotondato della strada, i segnapassi dal disegno leggero, delicati come calici rovesciati. – Siete condannati alla bellezza.

L'oscuro annuisce. – Ben strana sorte. Ma ve ne sono di peggiori.

– Ma qual'è la natura dei Domini Sotterranei? Quanto scendono in profondità? Quanti popoli li abitano?

L'Oscuro sorride e per un attimo il suo tranquillo divertimento lo rende simile al Guardiano delle Parole che li aveva ricevuti. – Non puoi fare a meno di interrogare ed interrogarti, non è vero Uomo-di-Luna? Ma esistono domande che non ammettono risposta.

– Anche queste?

– No. La caverna ha una pianta a forma di stella a sette braccia. Probabilmente i Primi o qualcuno di ancor più antico l'ha così scavata per qualche scopo che non possiamo più neppure sperare di comprendere. Sotto di essa si stendono altre caverne. Alcuni di noi sono discesi per altri tre livelli prima di tornare a volgere i loro passi verso la patria. Altri popoli le abitano: i Monocoli, i Pallava, le Ombre-Locusta, gli Illammpa, i Serpenti-Mosaico e probabilmente altri ancora, ma di tutti costoro, delle loro origini e costumi ignoriamo quasi tutto. Sei soddisfatto?

Il Neek scuote il capo. – Tu che mi conosci così bene saprai che non posso essere soddisfatto di cenni tanto vaghi. Le altre caverne hanno la stessa pianta?

Il soldato si stringe nelle spalle. – I nostri inviati non le hanno esplorate fino ai loro confini ultimi.

– Già, vite lunghe come le vostre non si gettano via per una semplice curiosità.

L'Oscuro apre le braccia. – Altri seguiranno. Chi ha detto che il mondo debba essere bruciato in un solo sguardo? Attento, Uomo-di-Luna, il termine giunge quando si crede di aver conosciuto tutto.

La risata di Gudre-Yinnu fa girare di scatto gli altri arcieri e i suoi compagni di strada. – Il mondo è tanto vasto. E poi io non ho paura della morte, ho vissuto troppo tempo nascosto, temendola e invocandola insieme. Quand'anche le caverne fossero infinite le percorrerei tutte, misurandole per tutto il loro perimetro. I miei parenti hanno sempre detto che è la parte di sangue che mi viene dalla Gente Nuova a rendermi inquieto. Cosa ne dici, sarà vero?

– Stai scherzando, Uomo-di-Luna. Nessun popolo possiede caratteristiche solo sue. Nemmeno noi siamo solo pazienti.

Il Neek annuisce. Anche un individuo più irruente di lui avrebbe compreso che l'arciere era giunto al termine della sua dose quotidiana di sopportazione.

Klog, indispettito, deve abbandonare il proposito di lavorarsi poco per volta l'Oscuro per indurlo a rivelare qualcosa sui Mela. Gudre-Yinnu, goffo come un Uomo che corteggia una Fata, è riuscito ad irritarlo così bene che la risposta a un'altra domanda sarebbe probabilmente una freccia in un occhio.

Di abbordare un altro Oscuro e ricominciare da capo non se ne parla proprio, almeno per il momento. Non resta che attendere una sosta e ricominciare quando anche gli Oscuri, a pancia piena, saranno di umore migliore.

Mentre cammina il Boldhovin, nell'impossibilità di conversare, rumina una quantità di pensieri. Così gli Oscuri devono continuare a guardare tutto senza stancarsi, pena la distruzione del loro mondo. Già. Ecco perché si truccano in quel modo, dipingendosi occhi più lunghi ed ampi del vero. Devono tutto al loro sguardo. E quando dormono? Forse non dormono mai tutti insieme o dormono con gli occhi aperti. Con quella luce? E chi ci riuscirebbe? Ma forse i Mela ci riescono. Istintivamente Klog solleva lo sguardo. È solo un'impressione o gli arcieri si sono stretti di più intorno a loro? Gli alberi appena oltre la via sono più luminosi o è solo un'illusione? Gli Oscuri inviati sulle ali guadagnano nuovamente la strada tenendo gli archi puntati verso il folto del bosco. 

 

Un istante dopo sono Fahgön e gli altri grandirami a raggiungerli. – Ci sono! – Grida il cervo, apparentemente felice come un cucciolo.

– Ma io non vedo nulla, maledizione! – Esclama Matushka.

Un Oscuro si volta e la invita a guardare poche decine di passi avanti a loro.

Il bosco sembra aver invaso la strada, scomparsa nel riflesso luminoso.

– Specchi! – Grida Gudre-Yinnu. – Sono solo specchi.

Nessuno degli Oscuri si cura di lui. Evidentemente i Gu'Hijirr Bruni conoscono bene i loro nemici ed i loro trucchi. Un paio di arcieri estraggono da sotto il mantello alcune pietre che lanciano con una frombola verso gli specchi. Le immagini riflesse degli alberi si spezzano e si moltiplicano. Per un istante Klog ha la sensazione di afferrare forme e movimenti degli assalitori, ma nella confusione di immagini è impossibile essere sicuri.

– Ma si vestono di specchi! – Urla a un tratto il Boldhovin. Gli Oscuri ricaricano le frombole e lanciano ancora. Ma il bosco sembra muoversi anche di fianco a loro, ogni linea oscilla, si sposta, si inclina. Klog è costretto a distogliere lo sguardo fissandolo sul nero riposante della schiena di un arciere. Il rumore di vetro rotto e calpestato, l'urto delle pietre, il sibilare delle frecce sono gli unici suoni della battaglia. Né gli Oscuri né i loro nemici parlano o gridano e capire come vanno le cose è veramente difficile.

Fahgön e i suoi scalpitano nervosi, soffiano, emettono cupi muggiti. – Si avvicinano sempre più. – Mormora Gudre-Yinnu estraendo la lunga spada ricurva dei Notturni. – E io non ho intenzione di aspettarli qui fermo.

E già il Neek sta per lanciarsi contro gli invisibili nemici, ma sono i Grandirami a precederlo. Fahgön e gli altri, con le corna acuminate rivolte verso le immagini del bosco, sembrano presi da una singolare follia. Corrono facendo tremare il terreno e guadagnando velocità ad ogni passo.

Piombano sulla parete di specchi come tori lanciati contro un'esposizione di cristalli. Si aprono varchi nelle file dei nemici, lasciando vedere nuovamente la pavimentazione originale della strada.

Gli Oscuri non perdono tempo e di corsa seguono i cervi, estraggono spade sottili, dalla lama nera e opaca e si buttano sul caos di immagini riflesse dai Mela sbandati.

Il corpo a corpo dura pochi istanti. I nemici, spaventati dai cervi dei quali non avevano alcuna nozione, si affrettano ad abbandonare il campo .

Sul terreno restano alcuni corpi scintillanti e migliaia di frammenti di vetro.

I cervi li inseguono ancora per poche decine di passi per poi ritornare indietro con andatura leggera e danzante.

– Visto? – Fahgön scuote il grande palco di corna con un movimento lento e maestoso. – Non sempre le imboscate riescono. 

Klog annuisce, ben contento che una volta tanto le fissazioni dei Grandirami li abbiano tratti fuori dai guai. Incuriosito si china a guardare uno dei Mela. Non è vestito di specchi come aveva creduto, ma la loro stessa pelle è fatta di minutissime schegge di specchio.

Distinguerne forma e connotati, anche adesso che ne ha di fronte uno non è facile. Sono creature minuscole, esili, dal cranio molto allungato. Il Mela impugna ancora il sostegno di uno dei grandi specchi del quale si faceva scudo. Con cautela il Boldhovin ne gira il volto.

– Ma non hanno occhi! – Grida inorridito, mollando la presa di scatto.

Uno degli Oscuri si avvicina e con un calcio manda il corpo del Mela a rotolare oltre il bordo della strada.





Quando, dopo alcune ore di marcia, si fermano per riposare l'esaltazione per la battaglia vinta ha già lasciato posto alla stanchezza ed alla malinconia.

– Erano piccoli come cuccioli, la metà di voi Oscuri. Si fatica davvero a credere che siano pericolosi.

– Lo splendore li muove. – L'ufficiale dal lungo manto nero ha un moto di insofferenza e si alza per sedersi lontano dal Neek.

– Tu cosa ne dici, Basso Okme? Cosa ho mai detto di così offensivo?

Il corvo di legno, lo sguardo fisso sul limite baluginante dell'orizzonte, si scuote come se si fosse svegliato in quel momento. – Gli Oscuri vivono da assediati. Ma in questo strano mondo non è possibile sopravvivere senza resistere. Chi vi si abbandona perisce, diviene servo dello Splendore. Hai guardato bene i Mela?

– Hanno una strana pelle. Lo ammetto. E soprattutto non hanno occhi.

– Sai perché?

Gudre-Yinnu fa un cenno di diniego ed estrae dalla borsa del pan biscotto e del formaggio. – Non ne ho idea. Se non ti dispiace metto qualcosa sotto i denti.

– Ricordi quando il Custode delle Parole mi ha trattenuto a colloquio?

– Certo.

– Mi ha detto dei Mela, allora. E degli animali dello Splendore. Né gli uni né gli altri posseggono più occhi, perché vedono attraverso il corpo, le mani, la pelle. Le minuscole creature che li ricoprono sono sensibili ai più minuti movimenti dell'aria e possono guidarli. Probabilmente non è stato penoso abituarsi, essi stessi sono diventati lo Splendore. Questa è la loro patria e gli Oscuri si rendono conto di essere degli invasori, creature intollerabili per i Mela e le altre creature delle foreste sotterrate.

– Bella storia. Ma hanno case, strade, città i Mela o vivono sotto questo cielo come animali?

– Non hanno bisogno di costruire né di commerciare né tantomeno di parlare. Non possiedono neppure i propri nomi. Sono i degni figli di questa foreste meravigliose e inospitali, in cui ogni luogo ne vale un altro e tutto si assomiglia.

Il Neek finisce di masticare mentre si guarda lungamente intorno. – Sì. In una terra senza notte questo è possibile. C'è da perderci la testa. Ma forse i Mela non hanno bisogno di pensare, di desiderare. Non è una situazione invidiabile? – Ride. – Vai dove ti porta la pelle, senza chiederti né perché né come. Lodo la saggezza del Custode delle Parole per non averci detto nulla di loro. Io stesso anche dopo averli visti non saprei come descriverli. Le parole possono rendere ragione solo di chi ne fa uso e di ciò che da esse è nato. Ma a me non basta. Lo sai, corvaccio? Non mi basterà neppure aver visto le Acque del Centro. Altre terre si stendono sotto queste, vorrei vederle, possederle. Da quando ho abbandonato la Rocca una fretta inspiegabile mi ha preso. La sento mentre dormo e sogno ogni notte di attraversare porte e corridoi senza fine. Visioni meravigliose e deliziose compagnie mi attendono dietro le porte accostate, luci terse e delicate mi invitano ad entrare, sedermi, riposare. Visi e corpi illuminati dalla tiepida luce del fuoco mi promettono un affetto inesauribile e dolcissimi momenti di abbandono. Fuggo terrorizzato e scendo antichi gradini, attraverso luoghi umidi d'ombra, osservato e spiato da creature abbiette, informi. Devo seguire me stesso, Basso Okme. Riesci a capire almeno tu che sei una creatura non-nata?

– Domani giungeremo alle Acque del Centro. In due giorni di viaggio arriveremo alle Montagne-Colonna ed alle fortezze di Mezzo-Cielo dov'è il limite della potenza degli Oscuri. Potrai venire con noi fino alle terre dei Giganti di Cristallo o rimanere qui. È questo che ti suggerisce il tuo cuore?

– E tu come puoi saperlo? Come puoi vedere dove anche il mio sguardo vacilla e tutto si confonde? Vorrei possedere un solo momento dei miei pensieri, tenerlo ancora rovente nella mano ed aprirla poco alla volta per guardarlo una volta freddo e immobile. Allora forse potrei risponderti, spiegarti e spiegarmi la sostanza dei desideri. Ma non si possono stringere in pugno i pensieri, la loro materia non è quella che forma i nostri corpi. Vedi? I Mela non debbono cercare così la ragione di ogni loro rabbia, di ogni disgusto e paura. Impulsi benefici li guidano o li fermano. E nemmeno sentono mai la voglia di maledire il cielo.

Basso Okme annuisce. Inutile cercare le parole per rispondere al Neek.: nulla può pacificarlo. Il Corvo-di-Legno chiude lentamente gli occhi avvertendo il leggero cigolio delle palpebre di legno che scendono a coprire le pupille di avorio candido. Nel campo solo le sentinelle sono rimaste a vegliare: viaggiatori e soldati dormono con il capo avvolto nei mantelli per non essere disturbati dal chiarore. Come sempre dormiranno male, di sonni agitati, senza la speranza dell'ombra benefica.