17.3.17

Una fiaba del XXI secolo


Non esistono soltanto i libri su carta ma anche gli e-book. Personalmente ho un rapporto piuttosto anfibio con i due generi di libro, anche se devo ammettere – sia pure per motivi di età – una inconscia preferenza per i libri su carta, nonostante il mio essere un mestierante nel settore degli e-book. Ma forse farei bene ad ammettere che leggo senza grosse difficoltà anche sul PC (Ahhhh, orrore!!!), su tablet e, in caso di necessità, anche sul cellulare. Qualcuno mi giudicherà un tossico e non posso dargli torto. La passione per i libri è costosa e rovina la vista, ma confesso di non poterne fare a meno. 
Dicevamo. In e-book escono anche libri meritevoli, come quello del quale parlerò tra poco, quindi se avete qualche resistenza nei confronti degli e-book cercate di vincerla: ne vale la pena.
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Esiste una lunga e ricca tradizione di narrativa fantastica italiana. Esistono in particolare due esempi notevoli: Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, ovvero il Pentamerone, esempio notevole di una raccolta di fiabe provenienti dal sud italiano e, molto più recente, le Fiabe Italiane raccolte da Italo Calvino:

«raccolta definita nel 1954 e pubblicata nel 1956, con la scelta e la trascrizione di duecento racconti provenienti dalle varie regioni d’Italia, tratti da raccolte folcloristiche dell’Ottocento»

Ma nonostante un retroterra così ricco, soprattutto a livello locale, la narrativa italiana sembra dimenticare il fantastico, ovvero la capacità di scrivere «Realismo a carica fantastica», come scriveva Vittorini. 

 
Ed è al tema profondo della fiaba che si lega un romanzo molto particolare uscito nel 2016 per Delos, «Michele e l'aliante scomparso» di Maurizio Cometto. È bene dire che il romanzo è in realtà una combinazione in apparenza delirante di generi molto diversi, dal fantascientifico «Universo parallelo» dove Michele finisce per giungere, al bildungsroman di un gruppo di ragazzi – i Mnis – che tentano di sopravvivere a un mondo ostile, alla leggenda nera dei giassà e della Dama Gracchiante, alla sommessa fiaba della muta, della giovinezza rubata e della maturità perduta. Della fiaba il romanzo di Cometto ha il tempo, un tempo solo apparentemente definito, dove sono presenti elementi del nostro presente o del nostro passato prossimo – il radioregistratore, il walkman, l'aeromodello, i camion, il citofono della Dama Gracchiante – ma curiosamente immobili, come se non potessero più mutare, come unici esemplari di un mondo perduto. I Mnis, i ragazzi di Valframés – ovvero il mondo raggiungibile solo attraverso una capriola nella spianata del Contrario – parlano una lingua curiosa e stranamente familiare, fatta in parte di italiano e in parte del dialetto piemontese parlato nelle valli del cuneese (con un utilissimo vocabolario posto al termine dell'e-book).
In sostanza una temibile confusione che avrebbe potuto condurre il romanzo di Cometto alla rovina ma che, viceversa, si rivela la sua carta vincente. Diviso in tre parti, Vallascosa, Valframès e Il re delle Poiane, il romanzo possiede la magia discreta di un sentiero che continua in un bosco sconosciuto e conserva un buon livello di unità, spingendo il lettore ad accettarne premesse e conseguenze, fatti inspiegabili ed eventi imprevedibili fino al finale che, come in un vero gioco, libera davvero tutti.
Raccontare la vicenda di Michele e l'aliante scomparso è malagevole e foriero di spoiler a ripetizione, quindi mi guarderò bene dal farlo. Mi limiterò a riportare quanto scritto dall'editore per descriverlo:

Un aliante giocattolo che sparisce in mezzo al cielo. Il richiamo di un rapace proveniente da un'altra dimensione. Pianti di bambini che si odono in fondo a una voragine dentro uno sgabuzzino. Cosa lega tutti questi fenomeni? Solo la signora Lena lo sa. Lei vive nel retrobottega della sua ferramenta, e attraverso la tenda di perline spia la vita di Vallascosa. Conosce tutti i segreti del paese, molti dei quali riguardano proprio quel bambino, Michele. Perché forse sarà lui a liberare Vallascosa dalla maledizione della "muta", l'inquietante trasformazione a cui sono condannati tutti i bambini. Un avvincente romanzo di formazione, dall'ambientazione tanto familiare quanto misteriosa.

Diciamo che è molto probabile che, come è capitato a me, sentirete una forte affinità con il piccolo Michele come, talvolta, la stessa sensazione di distanza, di incomprensione, di ostilità che a tratti si prova nei confronti dei genitori – alieni provenienti da un altro mondo – e in particolare verso il genitore dello stesso sesso. Ed è proprio questo elemento a ricordare il senso di un romanzo così simile a una fiaba, con il padre insensibile dal quale fuggire, la creatura da salvare, la malvagia strega da vincere, l'anziana Lena ad aiutarlo, i giovani da liberare da un'incantesimo, i Giassà da sconfiggere. 
Una buona fiaba, davvero per tutti – grandi e piccini – da un autore unico nel panorama del fantastico contemporaneo italiano. Non perdetelo. 

Maurizio Cometto



11.3.17

Ultime letture, seconda parte


Come è inevitabile e fatale, alla prima parte segue inevitabilmente una seconda. E non è escluso ne segua una terza. 
Questa volta non presenterò i libri letti in un modo in qualche modo unitario – per editore, ad esempio – ma esattamente come li ho letti: disordinatamente.  
Ad aprire l'elenco uno strano libro, Shikasta, scritto da Doris Lessing nel 1979, il primo di una pentalogia, Canopus in Argos. Fantascienza? Non proprio, non esattamente. Doris Lessing lo definì una Space Fiction, categoria da lei coniata per raccontare in forma di mito le origini e lo sviluppo della specie umana. Ovviamente questa parte della sua produzione non incontrò un particolare favore da una parte della critica, tanto che si sussurrò che fu proprio per i suoi romanzi di "fantascienza" che dovette attendere fino al 2007 per aggiudicarsi il Premio Nobel per la Letteratura.  
In Italia sono a suo tempo usciti per Fanucci i primi quattro dei cinque romanzi del ciclo, ma con esiti non del tutto soddisfacenti. Presumibilmente poco graditi alla maggioranza delle lettrici, non hanno intercettato il pubblico più "classico" della sf.   
Ma com'è Shikasta?
Beh, si tratta di un volume di 488 pagine, diviso in... oddio, non esiste indice... vabbè, ci saranno dei motivi. Andremo in ordine. Il libro si apre con gli Archivi di Canopus in Argos, ovvero dell'Impero di Canopo. Shikasta, all'epoca dei primi archivi tenuti da Johor nel «Periodo degli ultimi giorni», è ovviamente la Terra – all'epoca denominata dai canopiani come Rohanda (la Fruttifera) , dove la specie dominante – nei documenti i Nativiè accompagnata verso la civiltà da una stirpe di giganti (statura intorno ai cinque-sei metri). 
Ma il maligno influsso di Shammat, un impero interstellare nemico sia di Canopo che di Sirio – entità politica che condivide il possesso della Terra con i canopiani – riesce infine a colpire Rohanda facendone regredire il grado di civiltà, rendendola definitivamente un pianeta perduto, rendendola, in una parola, Shikasta.
Il testo del romanzo è in sostanza fatto dalle relazioni di Johor il canopiano, testimone e in qualche momento agente attivo – nei panni di George Sherbanper riportare la Terra a una rinascita morale, etica e civile. Altri elementi che lo compongono sono sezioni di diari personali – particolarmente struggente quello di Rachel Sherban –, relazioni, rapporti, lettere, selezioni storiche che raccontano buona parte della nostra storia del XX secolo visto da una specie semiimmortale e profondamente civile. 
Così lo descrive una sua ammiratrice, che ha pubblicato un breve articolo sulla pentalogia di Doris Lessing: 

The first novel, Re: Colonised Planet 5, Shikasta, encompasses millions of years of Earth's evolution and uses several contrasting styles and manners to do it, from the manic stupidities of "the Devil," to the lofty ruminations of "the Gods," but Lessing is also able to write the simple and sorrowful story of a single teen-age girl, whirled out of her little limitations by the world's cataclysms.

Il primo romanzo, Shikasta, comprende milioni di anni dell'evoluzione della Terra e utilizza molti stili contrastanti e diverse maniere per farlo, dalla frenetica stupidità del "Diavolo" all'altezzosa ruminazione degli "Dei", ma Lessing è anche in grado di scrivere la semplice e dolorosa storia di un'adolescente, catapultata oltre i suoi limiti dai cataclismi che colpiscono il mondo. 

Dire molto di più sulla trama non è facile, anche perché la Lessing intende dipingere un vasto quadro della vita umana nel XX secolo e, letteralmente, qualunque strumento scritto si rivela adatto a questo compito. 
Un romanzo non facile proprio per il materiale spezzato, contraddittorio, personale o impersonale che rende complesso seguire le vicende raccontate. In ultima analisi non posso dire di aver particolarmente compreso la convinzione dell'autrice di poter raccontare il punto di vista di un membro di una razza superiore, anche se le concedo abbondantemente e molto volentieri la fantasia inesauribile, la sensibilità e l'attenzione di un grande scrittore nel raccontare dozzine di storie diverse utilizzando diversi stili e diversi strumenti. Ed è stato propria questa capacità a spingermi a leggere l'intero volume e, suppongo, a ordinare i volumi restanti.
Quanto al rapporto di Doris Lessing con la sf, diciamo che si tratta di un falso problema, nel senso che l'autrice dà un valore praticamente nullo alla scienza e alla tecnologia e, in realtà, ci racconta una Storia dell'Umanità dal lontano passato fino al futuro, con osservazioni desunte dalla sua esperienza personale, dal suo passato non facile, dalla sue speranze e paure. In realtà molto più simile a un conte philosophique che a una space opera, Shikasta si lascia apprezzare proprio per la sua intrinseca, profonda singolarità, per il suo essere un romanzo curiosamente quasi ottocentesco, un I Viaggi di Gulliver più personale, amaro e drammatico. 


I commenti all'opera sono stati diversi e tra questi merita ricordare quello di Gore Vidal che, pur apprezzando la talentuosa immaginazione dell'autrice, la accusò di aver drasticamente ridotto il libero arbitrio umano nel suo testo, giungendo a paragonare la sua visione dell'umanità a quella di Scientology. Un commento più moderato si può trovare in questo testo di George Stade, giornalista del New York Times:


But the new unearthly perspective reduces the size of her earthlings. Their fates too often seem beneath our concern. And that is sufficient reason in itself to regret that reality has grown soft for Doris Lessing, whose other main characters seldom failed to move us, one way or the other. In describing the outlook of decent humans during the Penultimate Time, she finds words, I believe, for her own: "Nothing they handle or see has substance, and so they repose in their imaginations on chaos, making strength from the possibilities of a creative destruction."



Ma la nuova prospettiva extraterrestre riduce la dimensione della sua visione dell'umanità. Il destino umano risulta troppo spesso inferiore al nostro interesse. E questa è una ragione sufficiente di per sé per rammaricarsi che la realtà si presenti così tenue per Doris Lessing, i cui personaggi maggiori raramente falliscono nel commuoverci, in un modo o nell'altro. Nel descrivere la dignitosa decadenza degli esseri umani durante il Penultimo Tempo, trova parole, io credo, degne di lei: «Nessuna materia che essi manipolano o vedono ha sostanza, e così essi sacrificano la loro immaginazione nel caos, prendendo forza dalla possibilità di una distruzione creativa.»

Resta soltanto da aggiungere che Doris Lessing alla domanda su quale fosse il suo testo più amato rispose: «Canopus in Argos».
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Visto lo spazio preso da Shikasta, temo che riuscirò al massimo a parlare solo di un altro libro. La scelta – non facile – è tra due libri: Terrore dagli abissi di William Hodgson (Hypnos, 2015) e La tormenta di Vladimir Sorokin (Bompiani, 2016). Diciamo che scegliendo Sorokin non sono obbligato a raccontare almeno in parte la biografia di Hodgson, un autore non abbastanza noto in Italia, e a narrare il periodo in cui nacquero le sue storie. 
Vladimir Sorokin è l'autore di due romanzi pubblicati in Italia, La Coda e Ghiaccio, (i link sono alle recensioni dei due libri su LN-LibriNuovi) è nato nel 1955 (come me) ed è considerato uno dei maggiori scrittori russi di oggi (io no). 
La vicenda si svolge in una Russia iperletteraria, su uno sfondo che si suppone pre-rivoluzionario, con un medico – il dottor Palton Il'ic Garin – chiamato a consegnare un vaccino nel villaggio di Dolgoe per fermare un'epidemia mortale. Il problema è che una tormenta di dimensioni drammatiche lo appieda e lo obbliga ad assoldare un trasportapane, Raspino, con la sua propulsoslitta da cinquanta cavallini, ovvero un genere di veicolo piuttosto particolare.
Raspino e Garin partono nell'infuriare della tormenta, ma dopo poco perdono la strada; la propulsoslitta si rovina un pattino e devono fare non poca fatica per ripararlo; fanno incontri singolari, si ubriacano e Garin riesce persino ad avere un'avventura galante, sia pure dai tratti perlomeno curiosi. Dolgoe è sempre «appena dopo il ponte» o «subito dietro la montagna» ma intanto i giorni e le sere si susseguono, fino a giungere ad una conclusione indubbiamente sorprendente.
Un romanzo fresco, brillante, vivace e nel contempo onusto di antiche glorie letterarie e che riesce a suscitare l'illusione di leggere Puskin, Cechov o Tolstoi, sia pure non del tutto sobri. L'apporto di fantastico alla vicenda è sempre tenuto a freno ma è comunque costante e soprattutto crescente, come se l'essersi abbandonati alla tormenta trasportasse Raspino e Garin in una mondo sempre meno simile al nostro, anche se stranamente familiare e profondamente russo
Un romanzo che non posso che consigliare a chi ama la narrativa russa e a chi ama un fantastico sornione, quotidiano, quasi – ma solo quasi normale. 


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A questo punto è evidente che seguirà una terza parte alle due finora scritte. Dovrei perdere l'abitudine a leggere, lo so, ma è peggio del vizio del fumo...