21.4.05

Torri, recinti, cento colpi di spazzola e la Kabbalah

Cosa vi aspettate da un blog?
Ho letto recentemente di blog di grande successo con le fotine scollacciate di postadolescenti che raccontano al pueblo unido i loro palpiti, umidori, amorini e amorazzi, dolorini e gioiette.
Bene, questo non è un blog di questo tipo.
Niente webcam d'intimità femminili, mutandine e orsacchiotti, mezzeluci e tettine.
Forse non è nemmeno un blog.
È spazio usato per qualche riflessione ad alta voce che chi passa può leggere oppure saltare alla ricerca di pubi adolescenziali in effervescenza.
Il plurale di pube è pubi? O pube è invariabile?
Mi fregherà poco perché ho una figlia di dodici anni? Possibile, come no. Perché ho gli ormoni in caduta libera? Possibilissimo.
D'altro canto è soltanto un avviso, non ho mica detto che tutti debbono fare come me e ponzare intensamente emerite baggianate sullo stato del mondo e della letteratura.
Non mi scuce un baffo di ciò che vi interessa, in realtà. Non sono abbastanza voyeur per andare a spiare ragazzette con gli slip mezzi sù e mezzi giù o, semplicemente, il complesso di Elettra me lo impedisce. Punto e basta.
Non ho letto "Cento colpi di spazzola" per lo stesso motivo, probabilmente. D'altro canto faccio il libraio e vedere il modo in cui certa gente lo chiedeva mi ha fatto passare la voglia. Dice: "non è mica pornografia". Come no. Però c'è un sacco di gente che l'ha presa per pornografia. E la pornografia è finta, basta un po' di buon senso per capirlo. Ha un valore metaforico come certe fiabe. Se non lo capite potete sempre piantare monete nell'orto sperando che crescano. O credere che se vi rimane alzato ininterrottamente per un'ora siete dei grandi amatori. Non sarete soltanto dei fessi con molte difficoltà a chiudere la zip dei calzoni?
La pornografia fatta di parole è più tosta, lo dice anche la Chiesa. Perché le immagini non restano nella memoria ma le parole sì. E le immagini si fermano alla superficie mentre le parole entrano in profondità.
Le donne, avevo letto in un libro femminista molto strong, sono auditive, i maschi visivi. Come dire che i maschi si accontentano della foto da camionista con la supertettona abbronzata vestita da una cintura a forma di pneumatico mentre le donne riescono a partire anche soltanto con qualche parola stampata. Noi maschi abbiamo bisogno di molti calendari, quindi, con un significativo esborso di denaro per stringere in pugno, alla fine, un po' di sabbia, mentre le donne hanno le parole. Le parole sono inesauribili, dice la Kabbalah. Pronunciando parole il Dio degli ebrei ha creato il mondo.
La dimostrazione della superiorità mentale femminile.
Poi il libro diceva parecchie stupidaggini – parere personale – sui maschi che costruiscono torri mentre le femmine recinti (mia figlia a otto ani ha costruito una torre di lego alta più di un metro) e soprattutto asseriva che si nasce così e buona notte. Come posso essere d'accordo con un libro che sancisce che le donne sono esseri superiori? Lo sospetto da tempo, ma almeno un po' di grazia nel dirlo, perbacco.
Comunque questo è un blog fatto di parole.
Non sono ebreo ma mi piace l'idea che il mondo si possa creare soltanto immaginando lettere e numeri.
Non sono così bravo, ma faccio esercizio.

8.4.05

Tanto quei lì li aiuta il comune

Qui a Torino, ma penso anche altrove, capita che salgano a bordo dei mezzi pubblici Rom o altri immigrati muniti di fisarmonica, più raramente di altri strumenti e, previa modesta (o modestissima) esibizione musicale richiedano ai passeggeri più o meno vivificati dall'esibizione dare un contributo alla sopravvivenza dei performer.
A passare all'incasso sono in genere ragazzini simpaticamente sfrontati che per mezzo di spintarelle, tocchi e vociferazioni cercano di scuotere i presenti, in genere poco o per nulla proclivi a mettere mano al portamonete.
Le reazioni sono comunque legate al momento e all'abilità del musicante. Le corse tra le otto e trenta e le nove sono probabilmente le meno fruttuose. Tanta gente su autobus e tram, ma immusonita, distratta o immersa in conversazioni telefoniche.
In quanto al talento di chi si esibisce, mi è capitato di vedere passeggeri che chiedevano bis (si trattava di un due peruviani muniti di chitarra e charango) come di mettere mano rapidamente al portamonete per far cessare al più presto un abominevole stupro musicale condotto ai danni di qualche famosa canzone popolare.
Ogni volta che ne ho la possibilità utilizzo i mezzi pubblici come sala di lettura. Del giornale ma anche di libri. Se sto leggendo reagisco con malumore alla comparsa dei musicanti. Oggettivamente, a meno non si tratti di veri virtuosi, li considero dei semplici rompiscatole.
Non mi considero buono né voglio apparirlo. Sono soltanto un essere umano.
Ma mi capita spesso di scoprire che c'è qualcosa di peggio del mio malumore e del mio sbuffare. Ed è la gente che fa osservazioni ad alta voce. «Stanno meglio di noi, quei lì», «Eh, sì. Li aiuta il comune. Mica devono lavorare».
Tecnicamente credo si tratti di cattiva coscienza.
Uno ha il dubbio di dover fare qualcosa per uno sconosciuto, ma non ha voglia di farlo. Per tirchieria pura e semplice, perché si sente disturbato e invaso, perché i poveri, come insegna l'immortale Superciuk, sono brutti, sgradevoli e disordinati. Il conflitto psicologico che deriva dalla coscienza della necessità di un gesto etico e l'intolleranza genera il bisogno di una pseudorealtà. I poveri «aiutati dal comune», si suppone anche generosamente («gli danno le case gratis, da mangiare gratis») salirebbero quindi sugli autobus per semplice perversità. Per bestiale avidità o nel malcelato tentativo di distrarre gli astanti affinché abili borseggiatori possano agire indisturbati. O per poter finalmente obbligare innocenti bimbi al lavoro minorile. O, magari, per il gusto maligno di storpiare immortali capolavori della musica come «La cumparsita» o «Quanne spunta la luna a'marechiare».
Quindi perché pagarli? Per fare da fiancheggiatori a tanta malvagità?
Vero.
Infatti stamattina, benché stessi leggendo con vero, carnale e incontenibile piacere della rabbia di Berlusconi verso i suoi ex-servi sciocchi ora impauriti e ribelli, nell'udire ancora una volta «tanto quei lì li aiuta il comune» ho piegato il giornale e ho dato al solito ragazzino una moneta da un euro.
Comunque sia preferisco la malvagità alla cattiva coscienza. La cattiva coscienza è sintomo di stupidità. Meglio un maligno che uno stupido, come insegna Carlo Maria Cipolla.
O, se siete credenti, è stato perché mi è venuto in mente che Gesù (sono agnostico, ma sono andato a catechismo, da piccolo) non ha mai detto che prima dell'elemosina bisogna chiedere copia del modello unico.

21.3.05

Scambio di figurine

Altro piccolo racconto. Molto breve. Anche questo già apparso in un'antologia. Quindi chi volesse copiarlo sia così gentile da avvisarmi in modo da poterlo cambiare almeno un po'.
Pubblico un altro racconto perché non mi sono venute in mente cose intelligenti da scrivere. Nemmeno sceme, se è per quello. E anche i commenti ai fatti del giorno diventano stucchevoli di fronte allo stomachevole caos di una perenne campagna elettorale in corso. Meglio raccontare una storia, per i pochi che la leggeranno.
Ultima cosa, inerente al racconto. Ha partecipato a un prestigioso premio nazionale riuscendo a non apparire nemmeno tra i segnalati. Eppure la giura era di manica molto larga e aveva segnalato un buon venti per cento dei partecipanti. Quindi è possibile si tratti di un racconti insignificante. Attendo commenti in proposito. Anche dal mio partner molto virtuale in questo blog lento e ponzoso.

Scambio di figurine

Leonia, quello che aveva le figurine.
Un nome strano, una bella casa, grande. Mi invitò un sabato pomeriggio, i suoi non c’erano.
– Vieni da me, che oggi giochiamo alle figurine?
– Certo!
Sapevo già che Leonia era uno speciale, ma non me sarei mai aspettate tante: calciatori, animali, piante, film, auto, motociclisti, animali preistorici. Persino i calendari profumati dei barbieri e le cartoline con le immagini che scivolavano seguendo il riflesso.
Leonia apriva cassetti, spalancava ante ed estraeva pacchetti e pacchetti di figurine, collezioni che non avevo mai visto e neppure immaginato, e io le guardavo con un piede in paradiso. Il pavimento ne era coperto.
Leonia era davvero speciale, sempre il primo in ogni cosa, riservato senza essere distaccato, gentile senza ostentazione, occhi verdi come il vetro di una chiesa, ciglia lunghe, mani sottili ma forti. Le ragazze ci impazzivano ma lui le considerava poco. Noi maschi - ma anche i professori - ne eravamo intimoriti e anche un po’ affascinati, qualcuno sussurrava che le donne non gli piacessero ma poi s’era sparsa la voce che stava con una di terza e tutti avevano pensato: "É normale, per Leonia"
Il mio pacchetto tenuto con l’elastico se ne stava intimorito in fondo alla tasca del giubbotto appeso nell’ingresso. La mia collezione quasi completa del campionato 1963-64 era nulla in confronto alla sue e anche "scambiare le doppie" sembrava una completa scemenza, a quel punto.
– Ti piacciono?
– Certo, ma ne hai…
I miei ci tengono che faccia collezioni, dicono che si imparano un sacco di cose.
– É vero, hanno ragione. Cosa fanno i tuoi?
– I miei, sono degli studiosi. Scienziati.
Il telefono ci interruppe. – Guardale pure, non ti preoccupare.
Altro che dirmi, come facevano i miei, che i soldi per le figurine erano sprecati. "I genitori di Leonia fanno gli scienziati e gli comprano tutte le figurine che vuole."
Lo sentivo parlare al telefono. Non parlava italiano, ma sapevo che Leonia veniva da lontano. Mi alzai: aspettavo quel momento da tanto. Piano piano spalancai le porte dell’armadio. In alto, ce n’erano altre. Le presi. Figurine sportive, c’era il nome e sopra il ritratto. Strane. La figura era profonda, sembrava di poterci infilare dentro il dito. E il nome era scritto con caratteri curvi, mai visti. Leonia al telefono continuava a parlare, probabilmente erano i suoi. Mi sembrava rassegnato, come quando ti dicono che devi fare una cosa, e lo sai che è giusta, ma non ti piace.
Altre figurine: animali, piante. Strani gli uni e le altre. Di qualche film di fantascienza, avrei detto. Belle, con luci che si accendevano e spegnevano, di una carta fredda, lucida. Come piccoli schermi di una TV. Non mi accorsi neppure che Leonia era tornato.
– Ti piacciono?
– Molto.
– Se vuoi prendine una.
– Ma da dove…
Sorrise, saputo senza darsi arie, come riusciva a fare solo lui.
– Tu ne hai una? Una da darmi?
Andai a prendere il mio pacchetto e ne estrassi la più preziosa: Altafini, bisvalida. Era un bel sacrificio, nemmeno per un fratello…
– Grazie.
La guardò, la girò annuendo, serio.
– Sarà un ricordo. Mi spiace ma adesso devo uscire, vengono i miei a prendermi.
Leonia il lunedì non venne più a scuola. Partito, chissà per dove. O tornato chissà dove. La sua figurina ce l’ho ancora. Ogni tanto la guardo ma non capisco il nome, né riesco a immaginare il gioco.
E comunque è probabile che sia una schiappa, Leonia me l’ha regalata troppo volentieri. O forse è che mi voleva bene.
Quando viaggio nelle notti stellate la porto con me, comunque. Mi fermo in mezzo alla campagna serena e guardo in alto, le stelle.
– Ehi, Leonia, come si chiama questo qua?
Lo so che non mi sente, ma non importa. Sono contento così.
Le figurine sono una bella cosa, cosa credete? Non solo per noi.

21.1.05

morire per un numero

Fino a non molto tempo fa pensavo che il gioco del lotto fosse un residuo, un po' patetico e un po' malinconico di altri tempi, ormai passati. Che a giocarlo fossero rimasti pochi anziani, legati più che altro a un'abitudine. Poi il lotto ha cominciato a decollare. È entrato nelle tabaccherie, è diventato mania, fissazione, per alcuni rovina. Come è successo, come è stato possibile? Mentre l'industria andava in crisi, i posti di lavoro diventavano instabili, si creava mobilità, si individuavano e si mettevano fuori gli esuberanti, cresceva il giro del lotto. I gratta-e-vinci, i concorsi per le veline, le apparizioni nei programmi RAI e Mediaset. Si è votato per il Berlusca, convinti che votare lui sarebbe stato – letteralmente – un terno al lotto. In tanti hanno stabilito che non esisteva più un futuro ma soltanto una sorte. E che bisognava giocarsela. Che non aveva più senso costruire un avvenire un passo dopo l'altro, col risparmio quotidiano, con qualche sacrificio. Si scivola verso la povertà tentando ugualmente di sorridere e di avere un look originale, nel caso telefonasse da Maria Defilippi.
Un semplice abbaglio matematico – un numero che non viene estratto da molto tempo DEVE uscire, prima o poi – sta rovinando la vita a un sacco di gente. Qualcuno si è suicidato. Suicidi imbarazzanti, che suscitano incredulità e un vago senso di umiliazione. Suicidi stupidi. Il 53 potrebbe uscire la prossima settimana o tra vent'anni. O mai più. Ogni volta si riparte da zero e i numeri sono sempre 90. Ma l'illusione continua perché si vuole continuare con tutte le forze a credervi. Gli illusi sono da sempre le prede preferite dei truffatori. E noi da truffatori siamo guidati e governati.

13.1.05

come ciminiere

Beh, effettivamente è stato un po' alfieriano il nostro attentatore. «Ha incontrato il tiranno e l'ha colpito». Come un Enrico Toti multimediale ha percosso il nemico con ciò che aveva sottomano. Certo, sarebbe stato preferibile che l'attentatore avesse avuto per le mani un coccio pieno di caciucco alla livornese o una meringata. Il nostro caro B. non si sarebbe fatto male (sono sempre contro la violenza, io) ma certo la sua immagine bisunta o candita avrebbe fatto ridere l'intera Italia, paese vigliacchetto dove si ride degli sconfitti trovandoli ridicoli e ci s'innamora dei vincenti.
Ma mi premeva, ora, parlare un attimo della legge sul fumo.
Sono una ciminiera, io. Non me ne vanto. Semplicemente è così. E sono d'accordo col vietare il fumo dovunque sia possibile e ragionevole. Ma debbo confessare un certo disagio tutte le volte che, alle spalle di una decisione sacrosanta, compaiono le sembianze di un salutismo burocratico, ginnico e ardito, a metà tra l'ecologismo paleonazista (wandervögel?) e i diktat delle compagnie assicurative. Mi sembra che della salute degli italiani ci si cominci a preoccupare giusto quando smettono di lavorare e se ne stanno comodi e tranquilli a oziare in attesa della pizza margherita. Già, perché molto più di una pizza margherita al mese molta gente non riesce a permettersi. Che poi i morti di infortuni sul lavoro siano troppi, che un sacco di gente faccia una vita di m... (la salute non è assenza di malattia, scrive l'OMS) in attesa di un SMS che gli conceda di essere sfruttato per altri tre o sei mesi, che non ci si possa decentemente immaginare un futuro né mettere al mondo figli perché il lavoro è poco e incerto... Beh, questo mi sembra almeno altrettanto grave del cancro al polmone. Il fumo aggrava le malattie degenerative, questo è vero, altera la circolazione, rovina i polmoni eccetera. Ma la preoccupazione principale del legislatore è quello di evitarci a tutti i costi malattie – che non vuol dire essere in salute – per risparmiare sui costi del SSN.
Con le tasse che i fumatori pagano sulle sigarette si potrebbe pagare loro una clinica in Svizzera a testa, nel caso. E smettendo di fumare temo ci sarebbe parecchia gente che, anche non avendo mai fumato, dovrebbe pagarsi lastre, TAC eccetera... Insomma pensiamoci un momento: forse si tratta della solita mistificazione.
In ogni caso preciso che ho smesso di fumare nei luoghi pubblici già da un paio d'anni.
Ma non ci sto a fare il tossico che avvelena la comunità innocente giusto per regalare a Sirchia la patente del salvatore della patria. Non fumare in presenza d'altri è buona educazione, governare in maniera decente è un dovere.

4.1.05

Lettera

Caro Roberto Del Bosco
non so che t'è venuto in mente quella sera di tirare un treppiede addosso al nostro Presidente del Consiglio. Forse troppe canne. In ogni caso spero che tu ti renda conto di quanto sia stato deplorevole il tuo gesto. Usare violenza fisica è sempre, e dico sempre, errato: spero che su questo non sussistano più dubbi.

Detto ciò: se uno vuole fare la cazzata della sua vita e avere la sua foto in prima pagina su tutti i quotidiani, allora imbottisce il treppiede di tritolo, ne unge gli spigoli col curaro e lo lancia insieme a un grappolo di bombe a mano.
Diversamente se ne sta a casa a farsi una birra e si fa passare le smanie di celebrità in altro modo, anzichè offire l'ennesima occasione al Beneamato di fare la vittima.



19.12.04

Racconto di Capodanno

Scrivo racconti.
Anche romanzi.
Ma è inutile cercare in libreria. Ho pubblicato forse il 2% delle parole che ho scritto. E penso che tutto sommato sia giusto così. Non per falsa modestia, ma solo perché, facendo come lavoro il libraio, ho già visto passare decine e decine di nomi di «promesse» che poi non sono state mantenute. Spesso non per colpa dell'autore, ma per limiti dell'editore, o perché l'uno e l'altro – autore ed editore – non avevano nessuno «che conta» al quale far leggere il libro. Ma questo non significa automaticamente che se uno è sfigato debba per forza essere un genio o, se ha gli sponsor giusti, debba essere per forza una chiavica. Le cose sono sempre più complicate di come ci piacerebbe fossero.
Io non avevo gli sponsor. E sono anche piuttosto antipatico, mi hanno detto. Non lo nego: ho pochissima pazienza e non mi piace lusingare nessuno, nemmeno me stesso.
Mi è venuto in mente di pubblicare nel blog questo racconto perché, per quanto a suo tempo sia piaciuto poco, è uno dei miei preferiti. E poi mi sembra adeguato alla data e al momento, per quanto sia stato scritto nel 1997.
Ultima nota: il racconto è già stato pubblicato, quindi se ve ne appropriate (ammesso che ci sia qualcuno che pensa che valga la pena di farlo) non fatelo per denaro (buona questa!).
Resta inteso che se al mio amico Francesco non piace lo si toglie e buonanotte.
Buona lettura.
E sono graditi i commenti.


L’ultimo giorno dell’invasione

Sono arrivati una notte di capodanno e, a pensarci adesso, sembra impossibile se ne siano andati.
In quella famosa notte non c’era un cane ai radar, agli osservatorî, negli alti comandi antiaerei, davanti ai monitor delle basi strategiche.
I missili intercontinentali dormivano profondamente sognando l’impossibile volo, mentre, nelle sale di lancio, graduate brille sollevavano la gonna mostrando autoreggente e reggicalze non previsti dal regolamento.
Come sempre c’era qualcuno in guerra, ma almeno per quella notte si preoccupava solo di trovare un po’ di alcol e un’anima, gemella anche solo per un’ora.
Allo scadere della mezzanotte niente ripresa TV di locali notturni, di trombette, coriandoli e fez di cartapesta. Uno di loro è apparso a mezzobusto su tutti i canali delle TV mondiali per comunicare che il pianeta era entrato a far parte dell’Impero T’Fern, Impero che si estende per novecento e passa parsec cubici, comprendendo cinquantanove sistemi abitati da esseri senzienti.
Qualcuno nelle innumerevoli orge e festini ha alzato la testa per ridere, e qualcuno ha iniziato il nuovo anno soddisfatto di sé per aver riconosciuto lo scherzo giocato da Orson Welles nel ‘30.
In quanto a me mi ricordo di aver pensato che il solito impero multisistemi era una trovata un po’ ovvia, come era ovvia la truccatura da perticone rettileggiante azzurro con cresta del presunto alieno.
Ho ricominciato a sparare dal balcone ma stranamente senza tanta voglia di sorridere, come quando ti viene in mente una grana in arrivo ma non sai più bene qual è.

Per quasi tutti ci sono volute diverse ore per capire che era tutto vero. Io me ne sono accorto due giorni dopo quando ho dovuto tornare in ditta, perché la mia auto si trovava sotto centomila tonnellate di metallo e hypervetro che formano la struttura a Torre di Babele di una Nave stellare T’Fern.
Mi sono girato le chiavi in mano per un po’, mio malgrado divertito all’idea dell’assicurazione. Poi ho pensato che stando così le cose – da invasi da un titanico potere imperiale intendo dire – non aveva molto senso andare a lavorare. Ci sono andato lo stesso, comunque, ma un po’ più tardi, tanto per sentire i commenti.
C’eravamo tutti, compresa Lalla che dovrebbe stare alle casse ma è più in mutua che altro. Nel giro di tre minuti si è stabilito che nessuno aveva subito danni materiali da parte degli alieni e neppure minacce.
Io ho fatto notare che mi avevano sfrittellato la macchina ma non sono stato considerato di più solo per questo. «Non ti hanno mai bollato in parcheggio?» Mi ha chiesto Ines ed ho dovuto ammettere. In capo a cinque minuti ci si è trovati quasi tutti d’accordo che forse questi qua sono meglio di quelli che comandavano prima, anche se non si sono preoccupati di mandarci un programma di governo, anche molto sintetico. Roberto, che è stato a Parigi nel ‘68 e che ormai lo sanno anche le pantegane del magazzino, ha cominciato a dire che in fondo i Tifern sono un po’ come la fantasia al potere, mentre Eros invitava tutti a guardare bene le navi Tifern, con una vernice metallizzata così perfetta che la BMW del capo se la sogna.
È arrivato il camion della carne in scatola e abbiamo cominciato a scaricare. Eros per prima cosa ha guardato nel posto del guidatore ma c’è rimasto male. «E t’aspetti che i Differ guidino il camion, coglione?» Gli ha detto Roberto e lui ha fatto un segno come a dire: «Vedrai…»
Quella sera siamo tutti rimasti a lavorare oltre l’orario. Non c’erano straordinari da fare, anzi, di clienti se ne erano visti proprio pochi. No, è che ci sentivamo tutti un po’ eccitati: di quell’eccitazione che non è ancora paura e che ti fa parlare molto più forte del necessario e ridere anche delle battute più insulse.
Verso le nove chi aveva famiglia ha fatto una telefonata e ha finito per andarsene. Io sono rimasto a chiacchierare con Ines ancora per un bel pezzo e sul tardi eravamo ancora lì a raccontarci sogni e paure dell’infanzia seduti sopra le confezioni dei pelati in offerta, alla luce candeggiata dei neon del magazzino. Stavamo bene, proprio bene, non troverei un altro modo per dirlo. Ines – trentasette anni, separata, un figlio militare, stipendio di cassiera + alimenti dell’ex-marito benzinaio, mi sembrava addirittura bella con il suo grembiule azzurro troppo stretto, e forse anch’io non sembravo il solito lumacone triste, con la testa ingobbita nelle spalle e troppi pochi capelli sulla fronte.
Ecco, forse avevano questo di bello i T’Fern, per qualche giorno ci hanno fatto sentire come bambini che hanno davvero visto passare Babbo Natale.
Siamo tornati a casa insieme, Io e Ines, con il naso per aria a cercar di vedere le stelle. Abbiamo ragionato cha adesso il cielo – ammesso di vederlo di notte in città – aveva perso ogni romanticismo e che era diventato una specie di Atlante Deagostini Novara, con le stelle diventate altrettante province dell’Impero T’Fern. Un cielo troppo vicino e troppo affollato, un cielo che a chiudere gli occhi si potrebbe quasi sentirne il brusio.
Ci siamo fermati in una stradina buia. Ritagliate tra i tetti affacciati delle case immerse nell’ombra c’erano tre o forse quattro stelle. Ci siamo presi per mano e per la prima volta dopo tre ore filate siamo stati zitti.
– Chissà come si chiamano. Cioè come si chiamano davvero. – Ha chiesto Ines.
Ho riso. Mi è venuto in mente che a casa nessuno ci aspettava ed era la prima volta da anni che mi sembrava di non essere solo ma libero.
– Ti pare importante saperlo?
Si è stretta nelle spalle e un po’ della luce di un lampione del corso alle sue spalle l’ha accarezzata.
– Ma hai ragione, Ines. Forse è importante.
Mi è sembrata bella, davvero unica. Mi è sembrato che non ci fosse nulla di lei che non fosse giusto e che non fosse fatto per piacermi, anche il filo di capelli castani sfuggiti alla crocchia che le attraversavano il collo o la becca della camicetta rivoltata sotto il cappotto. In quel momento mi è sembrato tutto così suo e straordinario che ho dovuto abbracciarla e subito dopo baciarla. Cos’è successo dopo non lo dico perché riguarda solo noi.
Ma la cosa importante sono i T’fern, non Ines ed io.

Dovessi azzardare una riflessione direi che il loro guaio era che non sembravano mai abbastanza alieni. Mi spiego: davano l’impressione che da un momento all’altro si sarebbero tolti il testone da rettile per mostrare la faccia sorridente di un ragazzino. Non è che fossero goffi o ridicoli, anzi, avevano una loro maestà, ma l’avevano come attori di un film di fantascienza a basso costo, come animazioni non abbastanza perfezionate.
Comunque di occasioni per vederne ce n’erano poche. Ogni tanto se ne incontrava qualcuno in giro – in gruppi di tre o multipli – ma nulla di più. Ai massimi livelli non hanno cambiato molto e niente in modo evidente. Vera politica imperiale, da Impero Romano, per capirci.
Ci hanno informato che se non arrivavano loro entro poco sarebbe arrivata L’Orda Sacra dei Xarrax che prima cosa ci avrebbe gassati tutti.
Hanno fatto vedere la conferenza in TV. Il presidente del Consiglio Italiano è stato l’unico a sorridere, ma poi ha spiegato che i T’Fern gli avevano dato un auricolare con la simultanea in urdu e che per non sapere cosa si diceva gli sembrava almeno cortese sorridere.
Almeno in ditta non gli ha creduto nessuno. «Vuol farsi bello, quel pagliaccio fraudolento. Magari spera di aprire un TV anche da loro», ha sentenziato Canella, che l’anno prossimo va in pensione sempre che il governo non gliela rimandi un’altra volta e ce l’ha a morte con quelli di Roma.
Comunque, passato qualche mese, la cosa è cominciata a sembrare normale.
I T’Fern se ne stavano per conto loro e noi pure.
C’erano una trentina di loro navi da guerra sopra le nostre teste ma nemmeno si vedevano. Ogni tanto se ne scorgeva qualcuno ma solo molto lontano e nessuno riusciva
nemmeno a intervistarli.
O meglio, nessuno riusciva ad intervistarli fino a quella sera.
Di ritorno dal supermercato io e Ines avevamo acceso la TV dopo cena, troppo stanchi per far due chiacchiere o per leggere. Ce ne stavamo lì con la faccia illuminata a macchie dalla TV come indiani metropolitani in riserva, quando è cominciato il solito programma.
C’erano gli inevitabili ospiti e poi, tracchète, la telecamera ne ha inquadrato uno, un T’Fern un po’ più piccolo degli altri, o forse era solo perché se ne stava seduto in poltrona, con la codona ben drappeggiata sulle gambe.
Senza mai sorridere – loro non sorridono mai – ha spiegato più o meno quello che faceva da noi: si occupava di comunicazioni o qualcosa del genere. Sembrava un tipo a posto, nonostante l’assenza di labbra, gli occhi un po’ troppo laterali e quel tic che hanno tutti loro di alzare ed abbassare la cresta di scatto.
L’intervistatore faceva lo stuoino e poco ci è mancato che lo baciasse sotto la coda, tanto era contento di averlo lì.

Il giorno dopo nessuno parlava d’altro, ovviamente, anche se devo dire che io non ero tanto contento. Li preferivo più distaccati i T’Fern, non a fare i cretini come uno scrittore alle prime armi. La notte avevo sognato che finivano anche sulla copertina di Novella 3000, di fianco ad una conduttrice con le poppe al vento un po’ sfocate.
Ma è stato solo l’inizio. Dopo un po’ tutte le sere c’era un T’Fern in TV, a suonare uno strumento della patria lontana o a fare giochi di prestigio – in genere piuttosto scarsi, ma con tre dita è più difficile – o a mostrare le foto, sia pur tridimensionali, dei cuccioli e del marito o moglie che fosse. C’è voluto un annetto perché ci fosse gente che cominciava a stufarsi, certo di più che per il mutilato poeta o per l’obeso canterino e omosessuale, ma
comunque anche per gli invasori è venuta l’ora dello zapping e della caccia alla tetta sulle Tv locali. I ragazzi per un po’ si sono picchiati per comprare le creste di plastica con la pilina che le fa alzare ed abbassare all’improvviso, poi le hanno buttate via e non le ha volute più nessuno, nemmeno in saldo.
E le ditte che pagano i passaggi pubblicitari se ne sono accorte. Gli invasori sono passati in seconda serata, e infine a confessarsi ad un programma di mezzanotte dove c’era un tizio tendente all’obeso che faceva loro domande come: «Cos’è l’amore per il Sintecnico Gadhan?» Oppure: «Quali sono i sogni di un Sintecnico, Sintecnico Gadhan?» e così via.
All’inizio la gente li inseguiva per la strada per vedere se riusciva a riconoscerli, adesso se entrassero nei bar li guarderebbero come un ambulante nordafricano. Io per me li inviterei anche a cena ma ho paura che siano cambiati. Ogni tanto se ne vede uno per la strada, con l’aria confusa di un turista giapponese. Come tutti scantono: ho paura che vada sul patetico e mi attacchi un bottone a parasole sulla nostalgia per la patria lontana.
Chissà perché hanno accettato di andarci? In Tv intendo.
Ma forse erano davvero tristi, forse tutti gli essere intelligenti sono lusingati dall’attenzione altrui. O forse è perché erano degli ingenuoni, grandi, grossi, potenti e un po’ bambini, come degli americani dello spazio insomma.
Lo so, è probabile che la TV non c’entri per nulla, che se ne siano andati per centomila altri motivi, che il loro governo abbia tagliato fondi o abbia cominciato una guerra troppo dispendiosa, ma per me la colpa è stata un po’ anche della TV, del modo che abbiamo noi di rovinare tutto.
Comunque sia mi spiace che se ne siano andati: quando c’erano loro la gente era migliore, parlava più piano, sorrideva ai bambini ed era gentile persino in coda alle casse. Sarà perché si pensava di essere osservati o forse perché si confondevano gli angeli con gli alieni, non so. Fatto sta che era meglio, meglio di prima, quando si faceva finta di scegliere tra un coglione e l’altro mettendo un foglietto in uno scatolone.
Un bel mattino sono scese di nuovo le navi e li hanno portati via.
Niente più T’Fern.
Una settimana dopo Ines mi ha guardato appena sveglio e mi ha comunicato: – Non sei l’uomo giusto per me.
Ho annuito. – Va bene.
Nemmeno io la sopportavo più.
È probabile che adesso arriverà l’Orda Sacra degli Xarrax ma qui nessuno ha più paura.
Sappiamo come trattarli gli Extra, ormai.
Ma mi è rimasto uno strascico: una sensazione stupida finché si vuole ma che non provo solo io. Ecco: adesso quando guardo il cielo non mi sembra più così tanto grande, come se si fosse consumato o avesse perso profondità.
Forse è per quello che adesso non è rimasto più nessuno a guardarlo.

3.12.04

Anch'io voglio mettere una taglia


Buongiorno
Mi chiamo Elvezio Pigafetta e sono allievo della classe 1a H della scuola media "Prospero Pelagatti" di Bordenza. Ho dieci anni e abito a Borgo Cinquecase, frazione di Borgo Diecicase. Mi hanno detto che su Internet si può scrivere che così ti leggono e allora scrivo per fare una cosa. Al mio compleanno che è il 12 di novembre, lo dico perché magari qualcuno si prende nota, mio zio Bumba (in realtà si chiama Belisario, ma fin da piccolo dice che lo chiamano Bumba perché mangiava troppo e anche adesso pesa 112 chili e fa tre merende al pomeriggio) mi ha regalato un temperamatite a forma di giocatore dell'Inter. Tu gli infili la matita dietro ed escono tutti i pezzetti di legno dalla bocca. A me piaceva molto come regalo, quasi più del fuoristrada dell'esercito americano con i soldatini messicani e coreani col ciclets in bocca e i dodici bambinini iraqeni che mettono il piede su una mina e saltano in aria, oppure che i soldati gli sparano perché sono terroristi e poi ci passano sopra col fuoristrada anche con la retromarcia. Solo che ieri, mentre mettevo via i libri alla fine della lezione di internet e inglese ho scoperto che il mio temperamatite era scomparso.
Sospetto fortemente di Abdum Ibrahim Ben Assad che sta nel banco dietro il mio e mi dice sempre delle parolacce in arabo. Cioé non so se sono parolacce, ma io non capisco niente, e quindi perché dovrebbe parlare in arabo se non per dirmi delle parolacce a mia insaputa? In classe c'è solo lui che parla arabo e secondo me dice a tutti le parolacce e poi si gongola che nessuno lo capisce. Altrimenti potrebbe essere Bastianu che non so se è rumeno o se è sardo, ma sicuramente anche lui non si capisce quando parla e poi è interista e l'ho visto che sussultava quando usavo il temperamatite.
Pensavo di mettere una taglia, comunque.
Ho sentito un signore che mi sembra il signor Fidetti, il titolare della concessionaria "Fast, Furious & Fidetti" di Borgo Diecicase che diceva che non c'è niente di male. E lui era il ministro della giustizia, mica un cretino qualunque. Che sia intelligente si capisce dalla pettinatura, dice mia sorella che lavora da una pettinatrice. È intelligente perché si mette la lacca anche se è un uomo, infatti non ha mai un capello fuori posto e così paralizza anche la forfora. E poi ha il sorriso furbetto di quello che ha capito tutto.
Io ho da parte 8 euro e 27 centesimi e pensavo di offrirne uno a chi mi sa dare notizie del mio temperamatite. Due a chi me lo riporta. Cinque se uno mi riporta il temperamatite e in più picchia quello che me l'ha rubato. Mi sembra una cosa giusta.
A mio papà non l'ho ancora detto ma lui di sicuro sarà contento se glielo dico. Devo aspettare una volta che sta per andare a caccia poi glielo dico. Prima di andare a caccia, non dopo, quando torna con la purea di passeri che non ha preso nient'altro ed è incazzato come un bufalo.
Questo paese ha bisogno di gente che abbia il coraggio di tirare fuori i suoi opinioni.
Lo so che opinione è femminile, ma ho sentito mio papà che diceva proprio così: mi piace Calderoli perché si vede che è uno che pensa. Che quando ci vuole tira fuori i suoi opinioni. Cioè, forse non ha detto opinioni, ma io ero in cucina che giocavo e non sono sicuro. Però era una cosa così.
Allora ricordatevi: 1 euro per fare la spia, 2 euro per rubare al ladro e 5 a chi fa la spia e picchia.
Grazie

Elvezio Pigafetta

19.11.04

Re: Omero, Iliade, Baricco

Io e Massimo ci dilettiamo (più lui, che ne è il boss, che io, che sono un umile esecutore) in un sito-rivista-letteraria di una certa qual fama, Libri Nuovi. Quindi questa è, da un lato, becera promozione. Dall'altro, l'occasione per un bel post su Baricco, ad opera di un certo Hobbes. Che cito, e linko.


Bene! Un bel dibattito sul forum. Ho apprezzato molto tutti gli interventi. Non sono stato in grado di partecipare perchè purtroppo non ho mai letto un libro di Baricco, e dire che ci ho provato. Ricordo ancora la mia copia usata dell'edizione economica di "Oceano mare" che secondo i baricchiani è un vero capolavoro. Ci ho provato, ho fatto del mio meglio, un po' di pagine (70-80) le ho lette, ma quando arrivi a lussarti la mandibola a forza di sbadigliare, allora capisci che è ora di smettere. Il problema con i libri di Baricco o, per cambiare genere, Faletti è che ci sono tanti ottimi romanzi da leggere che uno non ha più il tempo per gli altri. Il discorso è diverso se non si deve lavorare, fare la spesa, pulire casa ecc. Un po' di anni fa avevo più tempo libero, pensate che riuscivo anche a leggere i libri di Cussler con quel simpatico pirla di Dirk Pitt come protagonista... A proposito di Cussler: sapete tutti che sulle copertine dei libri si trovano dei giudizi tratti dal Washington Post, dal Sunday Telegraph, dal Chicago Tribune, dall'Irish on Sunday, dal Piripicchio Weekly che dicono che quel libro è imperdibile, favoloso, una pietra migliare, che se non lo leggerete rimarrete così indietro che verrete superati dal vostro culo, no quest'ultima cosa non c'è scritta, ma il concetto è quello. Sull'ultimo romanzo di Cussler, invece, la citazione è questa. "Dirk Pitt:-Questa è la mia avventura migliore-". Un giudizio onesto!

Se fossi un libraio magari penserei di preparare una fascetta per il libro di Baricco. Tipo:
Omero:"La migliore divulgazione della mia opera. Aspetto con ansia Baricco. Odissea".
Virgilio. " Altro che Eneide. Baricco ci ha regalato la nuova opera epica dei nostri tempi".
Pericle: "Esattamente il genere di libro che regalerei a tutti gli Spartani".

ciao a tutti,
Enzo
di me hanno detto:
Dante:"Se ci fosse stato spazio lo avrei messo in Paradiso"
Pitagora:"E' stato l'ispiratore del mio teorema"
Omero: "Mi aveva consigliato di togliere tutte quelle scene con gli dei, ma non ho voluto dargli retta..."
La mamma:"E' un ragazzo bellissimo"
Gesù:"Un cuoco eccezionale"
Massimo Citi: "A volte compra pure i libri che legge!"
G. Marx. "Al di fuori del mio cane Enzo è il mio migliore amico, dentro il mio cane non c'è spazio per starci".

P.S. Il problema con Omero è che non ha mai frequentato un corso di scrittura creativa, ovvio che ci fosse bisogno di un lavoro di editing.


12.11.04

Manzoni, gli espropri e le Feltrinelli

Tra i commenti all'esproprio già «massacrato» da Francesco ne ho trovati alcuni che parlavano di «compagni che sbagliano»
Compagni che sbagliano? Ma «compagni» di chi o di che cosa?
È da più di vent'anni che sento pronunciare questa formuletta che, sin da allora, mi sconcerta e mi esaspera. Un errore, uno sbaglio, prevede l'opportunità di scusarsi e di ricevere un perdono. Ho visto ben poche volte, però, un «compagno che sbaglia» ammettere: «Ho fatto una castroneria» e scusarsi. Già perché rubare – di questo si tratta – è un atto illegale, punto e basta. E ritenere che esistano gradi diversi di illegalità, che esista un'illegalità «buona» e un'illegalità cattiva è come ammettere che esistano guerre «buone» e guerre cattive. Le uniche guerre «buone» non si chiamano guerre, ma lotta di liberazione. E gli «espropri proletari» non sono furti «buoni» perché nessun proletariato organizzato in rivolta ha delegato quattro pifferi ad andare a espropriare alcunché.
[…] «Veramente la distruzion de' frulloni e delle madie, la devastazion de' forni, e lo scompiglio de' fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva».
Così scriveva Alessandro Manzoni, scrittore cattolico finché volete ma capace di scrivere in un italiano elegante e preciso, raffinato e penetrante. Avercene, ora, di Alessandro Manzoni.
L'esproprio proletario alla libreria Feltrinelli di Roma mi ha fatto venire in mente proprio l'assalto ai forni de I Promessi Sposi. Lo lessi da giovane estremista extraparlamentare e, nonostante le resistenze e i dubbi, fui comunque colpito dalla descrizione puntuale di come si possa essere anche intelligentissimi da soli ma idioti in gruppo. Il "gruppo" è il capolinea della responsabilità individuale, ovvero l'eclissi della ragione. È questo a spaventarmi molto di più dell'assalto, dell'esproprio, del furto.
Non mi sento colpito, viceversa, dal fatto che si sia trattato del «sacco» di una Libreria Feltrinelli. Mi spiace per Francesco... Una Feltrinelli è una cosa diversa, molto diversa da una libreria privata come quella dove lavoro io. Ci sono libri in entrambi i casi, questo è vero, ma il criterio di scelta e l'organizzazione sono molto diversi. Questo non significa che sia bello rubare in una e nell'altra no, significa soltanto che, mentre in un Feltrinelli l'assortimento è ponderato e basato su indici di rotazione e i primi 4-5 metri quadrati della libreria sono attentamente mirati al massimo realizzo, una libreria privata presenta diseconomie e discontinuità che nascono dal cervello più o meno bacato di chi le dirige. Capita così, solo per fare un esempio, che nella libreria dove lavoro il libro della Fallaci non sia stato neppure messo in vetrina o sui tavoli perché il direttore della libreria ne ha le tasche piene delle tirate xenofobe di un ex-grande giornalista e sopporta poco anche chi si esalta a cercarla e fa commenti ad alta voce sul fatto che «Ci voleva qualcuno che gliele cantasse, a quei là». Le scatole tanto piene da rinunciare in partenza a un fatturato "facile" solo per il gusto di dimostrarsi librai diversi.
Le Feltrinelli (ma anche le FNAC, le Mondadori ecc. ecc.) sono tutte uguali. Le librerie private (se sono «libere davvero», come le radio di Finardi) sono tutte diverse. A ognuno la sua.
Non è bello criticare Feltrinelli all'indomani di un "esproprio", me ne rendo conto. Ma forse è venuto il momento di cominciare a ragionare sul fatto che Feltrinelli è diventato un semplice marchio come tanti altri. «Regola per sopravvivere», si dirà, o, forse, semplice mancanza di idee e di fantasia. Più facile allinearsi alle sacre formule delle catene librarie inglesi e americane che cercare una propria via.
Nulla di strano, poi, se si è percepiti nello stesso modo.

Davigo

Un bell'intervento di Piercamillo Davigo, riportato dal Barbiere della sera.

7.11.04

Diritto proletario al PC Olidata Processore Intel Centrino 500MB Ram

Non so. Poniamo che abbia un negozio, un negozio di libri, magari anche uno di quelli grossi, che si snodano su più piani, magari proprio dalle parti del centro di una grande città, chessò, Roma, ad esempio; e poniamo che la mia libreria sia una libreria Feltrinelli, bella, grande, conosciuta, e che ieri un gruppo di imbecilli mi abbia invaso scaffali piani e corridoi e abbia cominciato a fottersi i miei libri.

Poniamo anche che io sia un individuo coraggioso - una delle tante viltà della massa, di per sè fatta di codardi, è che impone l'eroismo ai singoli che la volessero fronteggiare.

Calzando il mio anfibio chiodato piccolo borghese, mi sarei volentieri fatto espropriare, da ciascuno di essi, una solenne pedata nel didietro.

E dopo (o prima) dei libri, un altro bell'esproprio al supermarket. Solo generi di prima necessità, ovviamente. Peccato che le stampanti a colori fossero finite.

5.11.04

Amerika über alles

Hanno vinto i buoni.
Sono arrivati i nostri.
I padri di famiglia, che tengono in piedi due grandi imprese americane: l'integralismo religioso e la pornografia.
I padri di famiglia che non tollerano bugie dai figli ma son contenti se gliele racconta il governo.
I giornalisti villeggianti negli USA ci hanno raccontato della diversità profonda degli americani, della rigida morale protestante che li fa scandalizzare delle menzogne, li fa rifuggire dal tranello, dal piccolo commercio, dalle speculazioni. Bene, tutte balle: gli Stati Uniti sono come l'Europa peggiore, quella che nel 1933 votò Hitler perché aveva paura, perché non aveva soldi (era appena passata la crisi del 1929), perché si sentiva invasa dagli ebrei poveri in fuga dall'Est europeo, perché credeva nelle tre K (Kinder, Küche, Kirche: "bambini, cucina, chiesa"), e nella vocazione mistica della nazione (Blut und Erde, "sangue e suolo"), perché voleva un cancelliere forte, credeva nella superiorità della propria stirpe e nel destino storico della Germania.
Hitler era sostenuto dalle maggiori imprese tedesche (chimica, siderurgica) – che infatti fecero ottimi affari con il zyklon B e il riarmo.
La provincia votò massicciamente per lui e Hitler vinse le elezioni nonostante la violenza e le falsità.
Il resto lo sappiamo.
Antiamericano? Per carità. Come tutti in questo paese a sovranità (e intelligenza) limitata ascolto musica nordamericana, leggo scrittori nordamericani, vado a vedere film nordamericani e mi capita di comprare prodotti nordamericani. Ma debbo ammettere che, sentito il risultato delle elezioni, ho dovuto faticare per non uscirmene con un "ma allora lo fanno apposta!", ovvero a incolpare un intero popolo degli orrori combinati dal suo governo. Invece bisognerà pensare, riflettere, informarsi. Ammettere ancora una volta che i trucchi sporchi pagano. Che si può condurre una guerra basata su una menzogna, condurre una politica scolatica e sanitaria che condanna chi non ha denaro, inquinare e distruggere risorse come se di pianeta Terra ce ne fossero altri due o tre pronti a essere vandalizzati dalle Corporation yankee, decidere per la vita privata e la felicità di gay e lesbiche...
Si può.
Dov'è il diritto alla felicità della costituzione americana?
America over all!
Tanto basta e tanto deve bastarci.
Ho paura che l'America vera sia quella che raccontava Philip K. Dick, quello di "Un oscuro scrutare" o di "Ubik".
Leggere per credere.
...Amerika über alles.