26.2.21

Altri libri? Sì, altri libri

Lorenzo Alessandri
 

Non sono stato particolarmente bravo in questi ultimi tempi e quindi non ho letto come dovrei e come avrei potuto, ma mi sono limitato a letture temporanee o a riletture. In particolare sto rileggendo Terminus Radioso di Antoine Volodine, interrotto qualche mese fa – senza un motivo preciso, ma i rapporti con i libri possono essere capricciosi e infedeli – e ora ripreso senza particolari problemi e con un certo piacere. Ma di questo parlerò in un altro dei miei lunghi interventi. 

Se i libri letti di recente sono stati un numero ridotto (tre in tutto), non sono pochi i libri letti in precedenza e dei quali non ho parlato né scritto e che ora tenterò di sbrigare in questo post. Terminato il quale dovrò riprendere un mio vecchio racconto – anzi due racconti e un romanzo – abbandonati e ora meticolosamente stampati, in attesa di essere riesumati, corretti e completati. «Abbandonati perché…», no, non c'è un 

 

 
perché, diciamo che periodicamente attraverso momenti nei quali tutto ciò che ho scritto mi sembra irrimediabilmente mediocre e quindi degno di essere cancellato, distrutto, dimenticato. In genere il mio spleen non mi permette di mettere in pratica decisioni radicali come cancellare tutto o bruciarlo, come si faceva in altri tempi, ma  lascio tutto al punto nel quale ero arrivato e cerco di dimenticare. Adesso sono in un'altra fase, quindi cerco di riannodare i fili spezzati e riprendere a scrivere. Non so in quale dei due momenti sono davvero me stesso, la ragione (o ciò che più le somiglia) mi spinge a credere che lo sia la fase distruttiva mentre l'emozione (e il narcicismo) mi spingono a credere che lo sia la fase costruttiva. In ogni caso riprendo a lavorare, almeno fino alla prossima eclissi. 
 


Il primo di cui parlare o l'ultimo libro letto è Torino magica di Vittorio Del Tufo, Piccola Biblioteca Neri Pozza, 2020. NON si tratta di uno dei tanti volumi dedicati alla città nera, uno dei tre vertici di un triangolo bianco che comprende Torino, Praga e Lione, o un altro triangolo magico (nero) che comprende Torino, San Francisco e Londra, quanto un tentativo di ragionare più o meno storicamente sulla storia mitica e reale della città e sul suo passato remoto e prossimo. Non mancano i riferimenti alla cronaca recente – l'incendio del cinema Statuto nel 1983, per esempio, dove morirono sessantaquattro persone – o allo strano caso di Diabolich (sic!) che negli anni '50 attirò su di sè l'attenzione di media e forze dell'ordine, o dei rapporti dell'artista Lorenzo Alessandri, un raffinato surrealista, al quale devo alcune delle immagini di questo post, sempre in odore di satanismo (peraltro da lui recisamente rifiutato) o, ancora, del libro di Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino (del quale ho parlato qui) pubblicato una prima volta nel 1977 e recentemente ristampato da Frassinelli, ma questo senza dimenticare i rapporti pressoché secolari dei Savoia con le confessioni ostili alla Chiesa, la presenza costante e tollerata, quando non spinta alla ribalta della massoneria – dalla Loge de Saint Jean la Mystérieuse alla loggia Ausonia, nata nel 1859 –  alle controverse e mai definite simpatie della famiglia reale nei confronti di maghi e negromanti. 
 
Lorenzo Alessandri

 
Un libro che tenta, anche se in un modo umorale e in qualche caso semplicemente disordinato, di raccogliere e riunire un'interminabile serie di saggi sulla «Torino magica», – da Giuditta Dembech a Peter Kolosimo a Massimo Introvigne a Enrico Bassignana – fornendone una versione in qualche modo "postmoderna", citandoli e solo raramente sorridendone, senza allineare né prove né smentite, ma limitandosi a raccontare fatti piccoli e grandi, con un certo, innegabile humour. Onestamente resto dell'idea che il dizionario di Massimo Centini, Torino magica fantastica leggendaria, oltre 300 voci sui misteri della città[1], sia di gran lunga più utile, anche se meno immediatamente leggibile, per farsi un'idea delle tradizioni di Torino. Con tutto ciò resta il "mistero" di Torino, città nata all'incrocio tra due fiumi e che è «una città malinconica, austera, inquietante […] Una città, diceva Italo Calvino, che invita alla logica e, attraverso la logica, apre la strada alla follia.».                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          
 


Brusco cambio di genere, storia e nazione: siamo a L'Invincibile di Stanislaw Lem, l'autore, per chi non lo ricordasse, di Solaris, uno testo magistrale dal quale sono stati tratti due film, il primo, di Andrei Tarkovskij, a mio parere assolutamente inimitabile. Il testo originale di Lem è del 1964 e l'edizione Nord, rigorosamente tradotta dal polacco da Renato Prinzhofer, è del 1974. Il testo, ripescato nella mia seminesplorata biblioteca di sf, ha una copertina "astratta" di Renato Pestriniero e conta su 193 pagine, senza né pre- né post-fazione. La vicenda è relativamente facile da raccontare: in un indefinito futuro una nave stellare, L'Invincibile raggiunge un pianeta extrasolare, Regis III, per ricostruire le circostanze della misteriosa scomparsa della nave gemella, la Condor, che ha da tempo cessato ogni trasmissione verso la base. Il pianeta è teoricamente abitabile per gli umani ma non esistono forme di vita terrestri – soltanto gli oceani sono abitati da una fauna abbondante – e l'atmosfera, pur risultando dotata di un 16% di ossigeno, contiene quantità di origine misteriosa di metano.

Entro breve tempo il personale della Invincibile individua il luogo dove si trova il relitto della Condor ma tutte le ricerche attuate sul relitto e sui cadaveri giungono a conclusioni assurde o contradditorie o inspiegabili mentre uno strano fenomeno, che riduce gli uomini al rango di neonati balbettanti, inizia a colpire anche il personale della nave di soccorso.   

La spiegazione di ciò che è accaduto alla Condor e di ciò che sta avvenendo all'Invincibile emerge gradualmente, in una felice e ardita applicazione della teoria dell'evoluzione a uno zoo di feroci automi alieni. Gradualmente l'Astrogator, Horpach, e l'Ufficiale di rotta, Rohan, giungono alla medesima conclusione e decidono che l'umanità farà bene a tenersi molto lontano da Regis III. 

Un elemento che balza subito agli occhi a chi conosce la produzione narrativa di Lem è la presenza di un'entità non-umana – o sovrumana come in Solaris – in qualche modo ostile o comunque indifferente nei confronti della sorte degli umani, un'entità che non affronta il rapporto con l'umanità secondo criteri comprensibili o afferrabili ma seguendo una propria logica basata su criteri logici ma per noi sostanzialmente inafferabili. 

Quando si dice il sense of wonder.

L'Invicibile è un romanzo che ottenne la felice recensione di Ursula K. LeGuin: 

«…nel presentare un "universo terribilmente aperto", non comprensibile per gli esseri umani, lo fa in modo tale che "la scala umana non viene distrutta, e nemmeno scossa. Perché, per quanto possiamo non capire il come, il perché, o persino il che cosa, dobbiamo agire, e i nostri atti conservano nelle più remote profondità dell'abisso, il loro valore morale inalterabile. Nei romanzi di Lem il centro di gravità è l'etica".»[2]

dimostrando una grande considerazione non solo per questo testo ma per l'intera opera di Stanislaw Lem, considerazione che non posso che condividere. Non è stato così facile accostarsi a un'opera tanto curiosamente diversa dalla sf attuale, del tutto priva di presenze femminili, dove i rapporti che legano tra loro i personaggi sono determinati dalla disciplina militare e l'autoanalisi, la riflessione, le considerazioni di ogni personaggio nei confronti della propria vita assumono un rilievo pubblico e collettivo. Il citare la parola «etica» da parte della LeGuin parlando dell'opera di Lem ha un rilievo reale, spostando la sf dal campo della semplice avventura – che comunque non manca – a quello della riflessione e dal terreno dell'invenzione scientifica e quello della costruzione filosofica. Un romanzo davvero notevole anche se mi rendo conto che non à facile ritrovarlo. Ma tentare non costa niente... [3]

 


Nuovo cambio di luogo e vicenda. Questa volta siamo nella Gran Bretagna della seconda metà del XIX secolo. Idealmente concepito nel 1857, l'Oxford English Dictionary prese forma così (cfr. Wikipedia): 

Il lavoro di compilazione iniziò a pieno regime nel 1879 sotto l'energica direzione di Sir James Murray. Cominciata nel 1884, la pubblicazione si concluse nel 1928 col dodicesimo volume. Nel 1933 ne fu pubblicata una edizione ridotta (Shorter Oxford Dictionary) che ha conosciuto diverse edizioni successive. 

Il libro Il professore e il pazzo di Simon Winchester è una saggio collocato nell'ambiente dell'Oxford English Dictionary che racconta delle non poche difficoltà nell'arrivare a creare un dizionario di tali dimensioni e con un tale approfondimento e della fatica superlativa di Sir James Murray, un testardo, gentile e distrattissimo scozzese, che dal 1885 in poi cominciò a ricevere:

«… foglietti di carta bianchissima non rigata, quindici centimetri per dieci, coperti dalla limpida calligrafia di William Minor, elaboratamente corsiva, e così peculiarmente americana, in inchiostro nero-verdastro […]» 

dove il dottor W.C.Minor annotava il libro nel quale aveva incontrato la parola descritta, le sue origini, il suo significato, l'accezione, se contemporanea o antica, se tuttora in uso o ormai desueta, i suoi derivati e collaterali, lemmi inviati in quantità crescente da un indirizzo che non aveva in apparenza nulla di misterioso. Ma l'invio continuo finì per risvegliare l'attenzione di Sir Murray che giunse alla conclusione di voler conoscere un così valente collaboratore. Si presentò così a Broadmoor nella sede del manicomio criminale, convinto che il suo misterioso corrispondente non poteva che essere il direttore, ma ne fu non poco stupito quando questi dichiarò di non essere il dottor Minor: 

Il dottor Minor è qui, senza dubbio. Ma è un detenuto. È ricoverato da più di vent'anni. È il nostro paziente di più antica data.

Minor era infatti ricoverato – oggi più puntualmente diremmo internato – per l'omicidio di un operaio, George Merrett, compiuta in condizioni di assoluto squilibrio mentale. Una malattia mentale dalla quale il dottor Minor, ufficiale dell'esercito unionista nel corso della guerra di secessione, non guarì mai. Il sodalizio tra i due, cominciato in maniera quantomeno sorprendente, continuò felicemente fino alla morte del responsabile del progetto editoriale, Sir Murray, avvenuta nel 1915. Il dott. Minor lo seguì pochi anni dopo, nel 1920, dopo aver goduto di almeno un anno di libertà dal manicomio. La malattia della quale egli soffriva fu stabilito trattarsi (ma soltanto a posteriori) di una varietà paranoide della schizofrenia, alla quale si aggiunse negli ultimi anni della sua vita la daementia precox

La storia del rapporto tra i due padri dell'Oxford English Dictionary è stata raccontata nel 2019 da un film di P.B.Shemran, con Mel Gibson nei panni del professor Murray e Sean Penn in quelli del dottor Minor. 


 I tre libri dei quali intendevo parlare sono terminati e lo spazio consumato comincia ad avere qualcosa di sottilmente minaccioso. Ragion per cui parlerò (brevemente) di tre libri in tutto, i primi due di uno dei miei autori preferiti nel campo del poliziesco, Qiu Xialolong e il terzo, un testo ahimé rinunciabile, firmato da Andrew O'Hagan. 


L'ultimo respiro del drago [Hold Your Breath, China], è un romanzo del 2017, pubblicato nel 2018 da Marsilio mentre Di seta e di sangue [Red mandarin Dress] è un romanzo del 2007, pubblicato da Marsilio nel 2011 e passato nella collana Universale Economica Feltrinelli nel 2019. Il traduttore dalla lingua inglese di entrambi i volumi è stato Fabio Zucchella.

Il primo vede il protagonista, l'ispettore Chen della polizia di Shangai – recentemente messo in sordina a causa delle sue indagini che avevano colpito membri in vista del Partito – recuperato a lavorare su un'inchiesta che riguarda una serie di omicidi seriali, la cui vicenda finisce per intrecciarsi con quella di un gruppo di ambientalisti, in una Shangai sempre più inquinata e invivibile. Con un intreccio meno lineare che in altre occasioni, il libro racconta di come Chen riesca comunque ad arrivare ad una conclusione, anche se decisamente poco positiva per il partito e foriera di grossi guai per la sua carriera. Più critico nei confronti del Partito e della situazione politica in Cina, Qiu Xiaolong dà la sensazione di tollerare sempre meno i diktat del Partito comunista cinese e di spingere il suo protagonista a fare ricorso alla poesia e alla cucina per sopravvivere in una situazione sempre meno comprensibile. Nel suo insieme un romanzo meno riuscito, ma più preoccupante.

 



Di seta e di sangue è, al confronto, un testo più rilassante, sempre ammesso di poter utilizzare questo avverbio parlando di un poliziesco. Il vero "protagonista" della vicenda è un qipao, un tipo d'abito femminile in uso negli anni '30 nella Shangai dell'interguerra. Una donna viene ritrovata strangolata nei giardini prospicienti a una strada ad alto traffico, vestita soltanto di quel genere di abito, a suo tempo violentemente attaccato come "borghese" nel corso della Rivoluzione Culturale e di recente ritornato in auge nella nuova Cina comunista. Ben presto Chen si rende conto di avere a che fare con un omicida seriale che lo obbligherà a un penoso viaggio a ritroso nella Cina degli anni '70, alle prese con tempi e ideologie che ben poco hanno in comune con l'apparente pacioso comunismo contemporaneo. Un poliziesco non comune per l'attenta ricostruzione di quegli anni lontani e per la sensazione di smarrimento che pervade sia l'ispettore Chen che noi lettori, testimoni di una procedura "rivoluzionaria" più simile a un pubblico linciaggio che a un processo popolare. Da non perdere. 

 

E arriviamo così a La vita segreta, tre storie vere dell'era digitale, di Andrew O'Hagan, editore Adelphi. Le tre storie raccontate riguardano Julian Assange, un individuo che io per primo non so come giudicare, il dark web, ovvero il lato "oscuro" di internet e il presunto (ovvero l'avatar di Craig Wright) Satoshi Nakamoto, "inventore" del Bitocoin.

L'incontro con Julian Assange, iniziato a pagina 21, termina a pagina 92, anche se, personalmente, devo ammettere di aver gettato la spugna intorno a pagina 60. Infatti, una volta stabilito che Assange è un radicale di destra con formidabili tendenze narcisiste, – per le quali non merita nemmeno scomodare Max Stirner e la sua teoria dell'Unico – risulta tutto sommato inutile ripeterle ogni tre pagine, enumerando fatti e discorsi nei quali il nostro amato Assange ripete instacabilmente il mantra della propria fenomenale personalità, della propria missione e del proprio ruolo nel mondo. Oltre a questo, finisce per risultare petulante il narratore che non perde occasione di far notare quanto è stato difficile e tutto sommato inutile inseguire Julian Assange nel tentativo di scriverne una biografia. Non si ha nessuna difficoltà ad ammetterlo e buonanotte: si abbandona la lettura con una sensazione di affaticamento e di sottile nausea, nei confronti di Assange, certo, ma anche del noioso preteso estensore di una biografia inesistente. La sensazione è che O'Hagan abbia puntato sul cavallo sbagliato, continuando ad alzare la posta nel tentativo di raccontarlo, ma dovendo alla fine ammettere di aver sbagliato corridore. In generale, comunque, non sono riuscito a farmi un'idea precisa del nostro Julian Assange ma che, in fondo, non meritasse davvero farsela. Il che sospetto che non sia in fondo giusto.

Più stimolante la seconda parte del libro, dove O'Hagan racconta della sua incursione nel Dark Web e di come sia riuscito, falsificando, mentendo, dando falsa testimonianza, imbrogliando sui propri dati personali e combinandone di ogni colore ad acquistare farmaci, psicofarmaci, droga,  armi e quant'altro vi venga in mente di illegale. Interessante, tutto sommato, ma nulla di davvero sconvolgente: se non siete dei poveri ingenui non scoprirete nulla che non abbiate già sospettato. 

Terza parte dedicata a Craig Wright, alla sua entità virtuale Satoshi Nagamoto e al Bitcoin, la sua invenzione. Mi interessava non poco l'argomento, come il fatto che il Bitcoin sia l'unica forma esistente di valuta sganciata dalle banche centrali e dal sistema finanziario internazionale. I problemi fondamentali che il volume pone sono due: il primo è che qualunque testo in forma di libro sull'argomento rischia un inevitabile ritardo sulla realtà. Il libro è del 2017 e nel 2021, tanto per dire, un soggetto di nome Elon Musk ha investito una quantità considerevole di denaro in bitcoin e i pareri in proposito – oltre alle reazioni del mercato – sono stati quantomai diversi e constrastanti[4]. Il secondo limite è nell'autore del libro, ovvero un narratore e non un giornalista, quindi perfettamente in grado di raccontare le sfumatura di pensiero e di comportamento di Craig Wright ma sostanzialmente incapace di fornire una spiegazione utilizzabile per chi voglia informarsi sul Bitcoin, sulla sua funzione e scopo. In sostanza, tormentato da e-mail che mi invitano a investire sui Bitcoin, sono rimasto ignorante tanto quanto, pur continuando a pensare che, dal momento che non esistono pranzi gratis – detto popolare ma con evidenti legami alla termodinamica – faccio bene a NON investire in Bitcoin, nonostante le stravaganti e/o mostruosi aumenti e cadute del suo valore. Non sono un broker né mi sento di studiare per diventarlo. 

Il problema fondamentale non è probabilmente del libro in sé, che immagino si possa leggere come un gossip book con qualche divertimento, ma del mio atteggiamento sbagliato nell'accostarmi ad esso. Cercavo notizie e ho avuto farfalle. Avessi cercato farfalle sarei rimasto contento. 

 

 

Chiudo parlando di un libro che è stato uno dei miei regali per lo scorso Natale: I fratelli di Serapione di E.T.A. Hoffmann, editore L'Orma, collana Hofmanniana, edizione 2020. Premetto che avevo una vecchia edizione de I fratelli edita nel 1969 da UTET (già ditta Pomba [!!!]) nella collana I Grandi Scrittori Stranieri, ma si trattava di un'edizione incompleta, pur se apprezzabile. Questa eccellente edizione, curata da Matteo Galli in collaborazione con duecento germanisti di tutti gli atenei d'Italia, ha un solo grosso problema: l'apparato storico bibliografico e le note che occupano fino a metà pagina del testo. Basti pensare che sono attualmente a pagina 30 (+ 3 di Premessa dell'autore + XLV di note, introduzione, cronologia, bibliografia e tabella sinottica), avendo letto il primo racconto e ad aspettarmi ci sono altre 500 pagine... Oltre a questo il volume è un peso massimo e leggerlo sdraiato è peggio di una seduta di sollevamento pesi. Mi sono rassegnato a leggerlo alla scrivania ma visti i miei tempi sono certo che andrò molto lentamente nella lettura. Ma un e-book no? 

Finito, per questa volta. Mi rendo conto che l'insieme dei libri scelti dà un'idea un po' schizoide dei miei gusti. 

Beh, temo sia veritiera.

 

Lorenzo Alessandri



[1] Il fatto che sia mia moglie che io siamo riportati tra le 300 voci del dizionario non modifica il mio giudizio, anche se indubbiamente ha un peso... 😉

[2] dalle pagine dedicate a Ursula LeGuin su Facebook. 

[3] Del 2020 una nuova edizione della Sellerio. Dai, che lo trovate...

[4] Basti citare il parere di Bill Gates: «Se non avete i soldi di Elon Musk, lasciate perdere».


19.2.21

Rivedersi dopo molto tempo.

 

Il prossimo giovedì, il 25 febbraio, nella pagina di Facebook dedicata ad ALIA Evo 4.0 e sulla pagina ALIA Evo di You Tube faremo uno speciale video con Davide Mana. Più sotto potete vedere la locandina sparata su tutte le pagine FB che mi sono venute in mente. 

Ieri pomeriggio abbiamo fatto una prova generale, in compagnia di Silvia, lei nello studio e io nella ex-camera di Morgana, adesso adibita a stireria / guardaroba / semi-biblioteca /varie & eventuali. Tutto bene ma ho avuto conferma di alcune cose poco piacevoli come il fatto che il suo blog, il glorioso blog Strategie evolutive, è attualmente ostracizzato da Facebook in quanto denunciato da alcuni sfaccendati / bigotti / oscurantisti o quello che preferite, come da post di Davide ripreso qui sotto:


La sorpresa di questa mattina è che qualcuno ha segnalato il mio blog – questo blog – alla polizia interna di Facebook, e questo indirizzo è stato perciò bloccato – se proverete a condividere i miei post su Facebook (cosa che comunque succede abbastanza raramente), riceverete una risposta evidenziata in rosso che fa più o meno così…

«Your message couldn't be sent because it includes content that other people on Facebook have reported as abusive» 

                                                                                                                                <okay>

 

come detto dal reprobo di cui sopra «a quale punto non potete fare altro che schiacciare <okey>» e abbozzare.»

Ma chi è stato? Pillon e i suoi scherani? La chiesa di Satana? Bill Gates? QAnon? Il governatore Fontana? Impossibile saperlo da FB, dal momento che non forniscono dati sugli untori, anche per evitare spargimenti di sangue, e a quel punto si possono fare le ipotesi più assurde e singolari. 

 


 

Personalmente propendo per i nostri buoni guardiani della Famiglia Perbene e Cristianissima, anche per la loro abitudine di denunciare ciò che esiste nonostante i loro divieti, anche se trovo buffo che si riducano a sparare su dei blogger, un tipo di persone che non sono esattamente dei frontman di un gruppo di Reggaeton... Vabbè, magari è qualche cacciatore che non apprezza l'impegno di Davide contro la violenza o qualche vicino di casa – o un gruppo di vicini di casa – che non sopporta il modo nel quale stende il bucato... Tutto è possibile. 

Fatto sta che io e Silvia ospitiamo Davide nel nostro studio virtuale per parlare di fantastico e zone limitrofe, in italiano e in inglese, cercando di cavargli qualche parola sul suo lavoro di traduttore per ALIA con gente come Walter Jon Williams o Cory Doctorow e sul suo lavoro come autore in due lingue, cercando di stabilire come ha fatto a non morire di fame seppellito in un angolo di Astigianistan. E persino a rievocare, sperando di non annoiare nessuno(1), i tempi del primo ALIA, quando la libreria CS esisteva ancora.

Tutto qui, sperando nella vostra presenza. 

 


 

(1) D'altro canto se annoiamo sarà sufficiente chiudere la connessione.

 


12.2.21

Due libri (quasi) nuovi


 

Un elemento importante nella vita di chi si dà da fare per pubblicare libri altrui e propri è il momento dell'uscita di uno o più nuovi libri, ovvero il termine – sia pure temporaneo – del lavoro di editing, correzione, verifica, impaginazione, compreso il controllo dell'ISBN e la scelta della copertina, per affacciarsi al mondo fuori, sperando che ci sia qualcuno che abbia voglia di scegliere un libro prodotto da mia moglie e da me. Non solo sceglierlo ma persino leggerlo.

I due libri ai quali accennavo nel titolo sono, per l'appunto, quasi nuovi, nel senso che hanno avuto una lunga storia prima di ritornare disponibili in forma di e-book.

Il primo, del sottoscritto, è I Signori dei Nodi, nato dall'unione in un unico testo di Luna lontana, a suo tempo uscito in e-book (2015) in solitaria e di Il perdono a dio, racconto lungo vincitore della seconda (e ultima) edizione del premio Omelas, uscito in un primo tempo nelle pagine di Fantascienza.com, poi in ALIA 1 nel 2004, quindi disponibile su queste pagine in Scribd e in ultimo unito al Perdono per un motivo molto semplice: la presenza di Glenna Reich, il primo dei Signori dei Nodi, in entrambi i racconti lunghi (o romanzi brevi). Il risultato finale è un dignitoso volume di 200 pagine, disponibile sia nelle pagine di LN-LibriNuovi in formato .epub (dopo metto i link) che in quelle di Amazon.it, formato per kindle, sia nelle pagine di Kobo, di nuovo in .epub.

 

 

Il secondo, opera di Silvia Treves, è una combinazione tra un racconto lungo (o romanzo breve, decidete voi) Sarà ieri, già pubblicato nella collana Nobile & Disperata edita dalla Libreria CS  e un racconto (questa volta abbastanza normale: 30 cartelle) A solo, uscito nel 2008 in Fata Morgana 8, Fantasmi. Di nuovo una combinazione nata esclusivamente nella mente dell'autrice ma che comunque funziona, il tutto per un totale di 151 pagine.

 



Quindi se non siete mai inciampati nei racconti lunghi (o romanzi eccetera) di cui sopra adesso potete farli vostri al modesto prezzo di € 2,99. E, tempo una paio di settimane, potrete averli in forma cartacea a € 9,99.

Dite che assomiglia a pubblicità? Beh, è vero, si tratta proprio di una sfacciata réclame, detto così tanto per rendere omaggio ai nostri cugini francesi. 

La realtà è anche che sia io che Silvia stiamo lavorando da tempo a due romanzi che prima o poi appariranno e non volevamo scomparire completamente dall'orizzonte degli eventi narrativo. D'altro canto ci dispiaceva di consegnare al passato testi ai quali siamo comunque (parecchio) affezionati.

Chiudi qui, con i siti dove si possono acquistare i due e-book:

 

Signori dei Nodi

https://librinuovi.selz.com/it/item/signori-dei-nodi

https://www.amazon.it/dp/B08W8R88NK

https://www.kobo.com/it/it/ebook/signori-dei-nodi

Sarà ieri

https://librinuovi.selz.com/it/item/sar-ieri

https://www.amazon.it/dp/B08W73LVD7

https://www.kobo.com/it/it/ebook/sara-ieri

 

alla prossima!


 

 




26.1.21

Un incontro on line


Salve a tutti. Sono qui per caldeggiare la vostra presenza a un dibattito on line che andrà in onda sul canale ALIA Evo di You Tube e sulla pagina di ALIA Evo 4.0 su Facebook. 

Tutto ciò avverrà: 


GIOVEDì 28 Gennaio, h. 17.30


Parteciperanno (seriamente) Silvia Treves, Giovanna Repetto, autrice di La mappa dei gesti possibili e Nino Martino, autore di A love supreme, tutti e due editi da CS_libri.

Parteciperà, un po' meno seriamente, anche il sottoscritto, nella veste del risibile regista di tale memorabile evento. Ovviamente vi invito a non mancare: potrebbe non capitarvi più di vedere uno sciagurato che fatica a raccapezzarsi. 

Di seguito la locandina originale: 

 



 

 


 

 

16.1.21

I caratteri perduti de Il Pugno dell'Uomo

 

 

Avrei avuto altri libri di cui parlare, libri acquistati e letti prima, ma la presenza del volume di Davide Del Popolo Riolo, che mi ha accompagnato alcune sere dell'appena trascorso dicembre, è una tentazione, o se si preferisce un dovere, al quale non intendo sottrarmi. A questo aggiungo la mia incoercibile simpatia per l'autore, visto, sia pure di sfuggita, più volte, al MuFant o presso Strani Mondi o in qualche altro luogo degno della presenza di noi appassionati di sf, tanto da spingermi a parlare del suo testo, vincitore del premio Urania. Tutto ciò detto, aggiungo che non dovete aspettarvi una recensione in forma mielosa e sconciamente elogiativa: non è nelle mie corde (per chiarire: sto ascoltando gli essercizi musici di Telemann) e non sono capace di parlare bene di qualcosa o qualcuno senza rischiare lo sbadiglio del lettore, sicché siete avvertiti.

Nota: se non avete ancora letto il libro fate attenzione: Sono quasi certo di poter fare involontario spoiler parlandone. 

La vicenda è il racconto della «resistibile ascesa» di Ian Derrick, misterioso demagogo dalla sconosciuta provenienza e ignota origine, capace di risvegliare nel popolo minuto un'ira dimenticata verso i Patrizi, la classe storicamente dominante, e verso tutti i non-umani a cominciare dai "succhiatori", un tipo particolare di educati e gentili vampiri che vivono da tempo immemorabile nella città. Tale ira nasce in un momento di epidemia (pandemia? Sì, è possibile) che colpisce in modo particolare le classi più svantaggiate e proletarizzate del nucleo urbano. La politica di Derrick, dalle evidentissime somiglianze con quella di un certo S*****i, lo porta rapidamente al potere, grazie a una condotta basata su un costante clima di odio e intolleranza fino a episodi di vera e propria persecuzione razziale. 

Particolare non secondario: il luogo dove tutto ciò avviene è una città non terrestre, lascito di una semidimenticata espansione umana nella galassia, che viene tuttora ricordata  ma in toni minori, come qualcosa accaduto molto tempo prima e di interesse limitato. La vita quotidiana nella città e si suppongono anche tutti i suoi traffici, attività economiche socialità, scuole e carriere professionali, hanno un evidente tratto vittoriano, tanto da risvegliare la sensazione di avere a che fare con un apocrifo di China Mieville e ciò che emerge da subito è l'assoluta non-alienità del luogo scelto per la narrazione: latitano le specie non terrestri sia in termini animali che vegetali e si giunge a supporre che le uniche forme di vita aliene siano le creature non-umane che popolano la città, mai spiegate e poco presentate. 

Davide Del Popolo Riolo
 

Ma ciò detto, resta la profonda suggestione della storia raccontata, alla quale si può perdonare la scomparsa del sense of wonder, uno degli assi portanti della sf propriamente detta. Per lo stesso motivo si può ignorare la scomparsa del Novum, altro elemento fondante della fantascienza storica, sostituito da una passione che non esito a definire semplicemente politica, nel senso di interesse verso la polis, intolleranza verso gli intolleranti (curiosità non trascurabile: Ian Derrick nella seconda parte della sua carriera ha tratti evidentemente mutuati da Adolf Hitler durante la vita nel bunker), preoccupazione verso i dropouts, qualunque sia la loro origine, biologica o artificiale, e una genuina convinzione della fondamentale uguaglianza tra i sessi. 

Il Pugno dell'Uomo è uscito a novembre del 2020, numero 1684 della rivista Urania. Costa di 280 pagine, stampate con un carattere che, a occhio, direi essere un times 11. No, non sto perdendo tempo, semplicemente mi chiedo quanto sia lungo il manoscritto inviato alla redazione di Urania: 300.000, 350.000 caratteri? Non è un problema così secondario, come spero di dimostrare in seguito. Il testo di Davide Del Popolo Riolo è infatti ricco di tragiche scomparse che avvengono fuori scena – a cominciare da quella che appare come la protagonista perlomeno nelle prime cento pagine: Alexandra – che si apprenderà essere morta senza preavvisi di alcun genere intorno a pagina 112, nella pagina che precede l'inizio della seconda parte. 

Ma l'ecatombe di protagonisti non si ferma con Alexandra, seguono le morti di altri personaggi e comprimari anche queste in genere in assenza del lettore, particolare non del tutto gradevole per chi segue la vicenda.

A questo punto non posso che avanzare la domanda che mi ha accompagnato durante la lettura della seconda parte del romanzo: «Quanto era lungo in origine il romanzo di Del Popolo Riolo? 600.000, 700.000, un milione di caratteri? E quanto l'autore l'ha dovuto tagliuzzare per farlo entrare nella misura di Urania?»

Questa "misura di Urania", dovuta a una semplice cura tipografica – oltre che alla necessità di non fare uscire un esordiente in un Urania Jumbo o in un Millemondi – è la camicia di Nesso della rivista, nata per pubblicare testi brevi, tipici della sf degli anni '50, e costretta a inseguire l'evoluzione della sf con le sue modeste scarpette da giardino, obbligata a rimanere nella sua scarsa misura. Il fatto che molti autori privilegino dimensioni di gran lunga eccedenti Urania è un dato di fatto, oltre all'altro elemento, anche questo non secondario: i diritti d'autore degli autori della fantascienza contemporanea non sono più quelli dei tempi d'oro del genere, e non si computano più in qualche centinaio di dollari o con pochi cent a parola.

 

Sono convinto che Davide nasconda da qualche parte ciò che ha dovuto tagliare dal suo romanzo: le circostanze delle tante morti non descritte e non raccontate, qualche cenno alla storia della città e del pianeta, la sistematica zoologica e botanica aliena, la sua geologia e la sua geografia, un finale meno affrettato e disperato di quello che viene messo in scena  e penso che prima o poi potremo assistere a una nuova edizione de Il Pugno dell'Uomo in director's cut. In ogni caso, personalmente non posso che apprezzare fino all'applauso a scena aperta personaggi pressoché perfetti come Ma'am Zoe, Oleander e il suo ambiguo amico Ben – impressionante la somiglianza tra la sua famiglia, così borghesemente normale e quella di qualunque famiglia ebrea tedesca degli anni '30 –; la seconda vita di Deirdre, lo squallido ma illuso Anton e la stessa Jana, personaggio atroce ma raccontato con cura e attenzione. Oltre a questo segnalo la capacità – in grado si suscitare la più bassa invidia in chi tenta di scribacchiare come il sottoscritto – di utilizzare con raffinata eleganza le diverse persone del narrare: la prima, la seconda e la terza, confermando la vocazione collettiva della sua narrazione.

Davvero, Davide, un buon lavoro. 

Grazie per queste pagine, forse nonostante Urania.




30.12.20

ALIA Arcipelago: una vecchia storia

Qualcuno forse ricorderà che nei mesi scorsi ho fatto qualche (goffo) tentativo per mandare in onda un breve filmato con il catalogo di ALIA Arcipelago. Adesso spero di aver risolto i numerosi problemi aperti. In tutti i casi qui c'è il nuovo filmato. 



Buona visione a tutti!

28.12.20

Una promessa è una promessa


Avevo chiuso il precedente post con la promessa di ritornare presto, ed eccomi qui.

I libri letti sono sempre sulla libreria e continuano a costituire un intralcio logistico ai libri alle loro spalle. Non che la lettura di questi ultimi sia particolarmente urgente – si tratta di libri già letti, prevalentemente dedicati alle biografie, ai saggi psicologici e sociologici e ai miei non facili rapporti con le religioni – ma la presenza di libri letti e dimenticati a caso sullo scaffale mi crea un sottile malessere del quale voglio liberarmi quanto prima. In fondo l'abitudine a recensire i libri dopo la lettura è un'abitudine presa ai temi della scuola media (cinquant'anni fa, la durata di una vita) e che non mi ha mai abbandonato. Ai tempi della scuola media il mio scopo era quello di "crearmi un giudizio personale su qualsiasi cosa" (…nientepopodimeno…), infatti 0ltre i libri recensivo anche programmi radiofonici, televisivi, LP, film, documentari e Dio solo si ricorda cos'altro, in genere stendendo feroci stroncature, particolarmente dei programmi RAI ma anche di dischi o film poco graditi. C'è voluto del tempo per capire che i miei gusti non erano un buon metro di giudizio e che alcune volte (molte? è possibile) il mio giudizio mancava clamorosamente di lucidità, accusando quel tale film di orrori estetici e ideologici mentre il vero problema stava nella recitazione o nel montaggio o nella sceneggiatura o nella regia. Un po' alla volta ho ridotto il campo delle mie recensioni, limitandomi ai libri che, se non altro, sono stati uno dei pilastri della mia vita, diventando col tempo sempre più tollerante e paziente, nonostante la mia rovente e sempre vivacissima intolleranza per soggetti tipici del panorama italico, tipo Bruno Vespa o i molti G.P.G.Q. (Grandi Palloni Gonfiati Quotidiani) che infestano le librerie sotto Natale. Da questo punto di vista aver dovuto chiudere la libreria è stato una benedizione, nel senso che acquistare un libro per parlarne male non ha senso mentre nella mia vita precedente potevo leggere un libro e rimetterlo sullo scaffale senza colpo ferire. 

Adesso devo comprare i libri per leggerli, evitando – come si evita una festa piena di individui senza mascherina – i libri dei soggetti che non amavo nella mia vita precedente ed evitando, (lo so, mi dispiace, ma non mi sento di rischiare) i giovani autori nazionali, troppo spesso gonfiati come palloni aerostatici da giornalisti compiacenti e da critici un tot a riga. La cosa non mi funziona sempre, sia chiaro, come vedremo anche tra i libri che presento questa volta, ma diciamo che in genere riesco a leggere cose quantomeno decenti. 

 


 

Il fatto che personalmente scriva fantascienza e fantastico probabilmente non ha un particolare rilievo sui miei gusti e sulle mie scelte in campo narrativo. Non leggo quanta fantascienza dovrei, ahimé, spesso preferendole la letteratura fantastica, il gotico e i classici dell'orrore. In sostanza ho sempre amato Calvino, Borges, Perutz, Buzzati, Bradbury, Cortazar, Hoffman e Bioy Casares più di quanto abbia mai amato (o in qualche caso sopportato) Heinlein, Van Vogt, Asimov, Keith Laumer, Ayn Rand o Ron Hubbard. Qualcuno mi farà notare che il 90%  della sf non ha nulla a che fare con costoro e che vi sono ben altri autori e io risponderò che certo, è proprio vero e che dietro a Jack Vance, Cordwainer Smith e China Mieville posso mettere in coda altre decine di autori, ma questo non mi impedirà di commettere un delitto imperdonabile ponendo sullo stesso piano di gradimento il fantastico e la fantascienza. Mi dispiace, sono bilaterale da tempi non sospetti e non posso farci nulla...

Questa volta partirò da un libro recente, indicato tra le novità natalizie di Adelphi: La valle oscura di Anna Wiener [Uncanny Valley, a memoir], trad. di Milena Zemira Ciccimarra. Il libro viene presentato come un reportage in forma romanzata, promettendo di ridere ogni piè sospinto. Bene, non è vero. Al massimo il libro fa sorridere, ma solo raramente, e la protagonista nonché narratrice del mondo dell'informatica della Silicon Valley, riesce talvolta sottilmente odiosa per la sua abitudine di dare perennemente la colpa a se stessa di tutto ciò che le accade, finendo (fatalmente) per parlare esclusivamente di sé. Anna Wiener ha lavorato in una libreria e in una casa editrice– luoghi assolutamente emblematici – sulla costa orientale degli USA fino a quando si vede costretta a cambiare luogo e tipo di lavoro, trasferendosi in occidente, nella «Uncanny Valley» a lavorare per una Startup californiana. Nelle successive 280 pagine l'autrice ci racconta, con innumerevoli digressioni sulla sua vita pazza, esagitata e disperata, della follia dei giovanissimi manager delle Startup, della loro ansia e ambizione, di ambienti di lavoro dove l'autosfruttamento è una sana abitudine, dove il passaggio dai PC agli attrezzi da palestra costituisce più del 90% della vita quotidiana, dove l'alimentazione a base di similredbull e altri beveroni multivitaminici è considerata assolutamente normale. In tutto ciò la nostra Anna passa da fasi di felice adesione al progetto della Startup – o meglio delle Startup, dal momento che la protagonista cambia impiego a metà libro  – a fasi di profonda insoddisfazione, intolleranza per se stessa e slanci di un vago femminismo incosistente. La realtà che la circonda è fatta di un maschilismo da ragazzini immaturi, in genere incapaci di giudicare la realtà nel suo complesso ma soltanto i frammenti che in qualche modo li toccano e li appassionano. Tra questi le donne sono a un buon punto della classifica ma non sono considerate essenziali, tanto è vero che la presenza di una donna in una piccola azienda informatica è considerata con curiosità e un vago stupore. Alla protagonista, laureata in lettere, viene affidato un compito che evidentemente non è molto apprezzato dai nerd che la circondano: rispondere alle lamentele e alle richieste dei clienti, compito nel quale Anna se la cava decisamente, anche se, ovviamente, da quella posizione non può afferrare a pieno lo scopo e gli intenti della ditta. Parlare con il CEO della ditta dove lavora in una prima fase non gli è particolarmente utile: si tratta di un dannato giovanotto impallinato, talvolta infantile, più spesso autoritario, capace di mettere insieme qualche milione di dollari in una settimana ma assolutamente sprovvisto di quella che in tutto il resto del mondo viene chiamata empatia. Il cambio di Startup migliora le sue condizioni di lavoro – stipendio maggiore, buona parte del lavoro in smartworking, orari d'ufficio autogestiti – ma non migliora la sua visione del mondo della Silicon Valley fino a portarla ad ammettere che quel mondo per lei, una letterata cresciuta nel mondo librario della costa Est, non è la scelta giusta. A pesare su questa decisione è anche la situazione nel frattempo venutasi a creare con l'elezione di Ronald Trump e con l'apparizione inquietante di un modo di lavorare e rapportarsi al mondo ricalcata sul mondo televisivo di Ronaldino, quindi sommaria, brutale e fondata sulla menzogna e su una realtà deformata. Ed è in queste pagine che Anna Wiener riesce a raccontare in modo nitido e preoccupato la situazione degli USA e il rovesciamenti di valore sul quale l'EX-presidente (sia lodato il cielo) ha costruito il suo sistema di potere.

Un libro scritto con uno scopo lodevole e tradotto in italiano essenzialmente per favorire la demolazione del mito che circonda la Silicon Valley e, detto per inciso, per sottolineare il valore incomparabile della cultura letteraria e della circolazione di libri. Sono d'accordo? Diciamo che avrei preferito un testo più nitido, più netto nel raccontare le improvvise ricchezze di CEO imberbi e più preciso nel raccontare la mutazione e la decadenza del ceto intellettuale californiano, passato dall'essere libertario a teorizzare il lavoro 24h. Diciamo che si tratta di un tentativo parzialmente fallito? 

Continuiamo con un'altro mezzo fiasco. Parlo di Benevolenza cosmica di Fabio Bacà, Adelphi 2019. Lo stile, innanzitutto – dal momento che di trama e intreccio non è facile parlare – bene: lo stile è magistrale, dotato di un lessico lussureggiante,  capace di accelerazioni funzionali e di digressioni che non ritardano il ritmo a tratti sostenuto della narrazione. In sostanza il tipo di libro che si legge per la semplice, banale soddisfazione di ammirare come si gestiscono principali e subordinate, incisi e incipit, flussi di coscienza e riflessioni affannate, emozioni, sorprese e rimorsi, insomma come si riesce a scrivere un romanzo brillante anche se non ha, ahimé, nulla di serio da comunicare. 

La vicenda si racconta in poche parole: si svolge a Londra – la metropoli pre-brexit e pre-COVID –  il protagonista, tale Kurt, gode di una sorte straordinariamente positiva, tanto da suscitare in lui qualche dubbio: «non è che se io ho tutta questa fortuna, qualcun altro vivrà in un'innaturale situazione di scalogna cronica?». Il romanzo procede su questa bizzarra trovata, allineando fatti che parrebbero avvalorare la tesi di Kurt fino a un curioso "incidente" che a suo modo equilibra la bilancia del caso. In sostanza un romanzo che sembra ricavato da una storia del fortunato cugino di Paperino, Gastone, e che non sembra aggiungere nulla alla storia del romanzo italiano, nonostante il lusso esagerato dello stile, probabilmente l'unico motivo per il quale questo libro è stato pubblicato. Diciamo che a un 9 dello stile corrisponde un 3 nell'intreccio e il risultato matematico è un bel 6.

Il Cosmonauta di Jaroslav Kalfař, titolo originale Spaceman of Bohemia,  editore Guanda, è un romanzo non di fantascienza e il cui sentore di buffa malinconia si coglie già dal titolo originale, con la sovrapposizione di un'entità ottocentesca come la Boemia, con i suoi derivati: il Bohemienne, il suonatore boemo ecc. ecc. a un dato simil-bowiesiano come Spaceman, parente stretto dello Starman di Ziggy Stardust, il tutto a formare un ircocervo di ardua interpretazione, sullo stile della tomba rumorosa o della candida notte. 

Si parte con una ipotesi di primo acchito assurda e vagamente ridicola: la conquista dello spazio da parte della Repubblica Ceca e la scelta di Jacub Prochàzka – scienziato non particolarmente brillante – come cosmonauta alla conquista del pianeta Venere. Il povero Jacub deve rinunciare alla sua adorata fidanzata, Lenka, con la quale sta attraversando un momento di crisi, per avventurarsi nello spazio sconosciuto, a bordo di uno shuttle battezzato JanHus 1, in un viaggio condotto in perfetta solitudine. La spedizione sembra procedere con successo almeno fino a quando un misterioso alieno, simile a un ragno ingrandito migliaia di volte (non casuale, probabilmente, la somiglianza volta in parodia con una certa, nota blatta kafkiana) non compare sulla navicella, iniziando a perseguitare il protagonista con domande inopportune, troppo impegnative o vagamente assurde, tentativi di sondare il suo corpo per comprenderne l'origine e raccontando dei misteriosi ordini della sua tribù. Impegnato con i compiti normali per un cosmonauta e nei dialoghi frustranti con Hanuš l'alieno, a Jacub rimane comunque il tempo per struggersi per l'incomprensibile condotta della sua Lenka e per riflettere sulla sua infanzia e adolescenza, in gran parte vissute all'ombra del nonno – eroe del regime e/o traditore del popolo – e per meditare senza scopo sulla sua presenza sull'astronave. 

Un incidente decisamente più serio interviene a spezzare lo strano procedere delle sue giornate. Costretto ad abbandonare la JanHus 1 viene salvato della NachaSlava 1, un'astronave russa, ovvero la personificazione della nemesi dei cechi e della storia ceca degli ultimi settant'anni.

Un romanzo bizzarro, impregnato di un gusto acre per una satira sardonica, capace di riassumere in un testo stralunato diversi decenni di storia cèca e di presentare con rabbia trattenuta e divertita i tipi umani che contrassegnano i passaggi dal nazismo al comunismo al capitalismo di rapina attualmente al potere. Un  testo notevole e a suo modo spassoso che consiglio volentieri a chi apprezza la letteratura cèca e il suo gusto secolare per il nonsense e l'assurdo e, in subordine, a chi si pone domande sul patto di Visegrad e che non comprende i motivi della politica dei paesi dell'Est. Importante: non abbandonarsi a una riflessione più puntuale e attenta sulle meditazioni e i ricordi di Jacub, soprattutto se si ha a cuore il futuro della UE: potreste pentirvene.

A adesso cambiano nettamente genere e tipo di libro. Siamo a La mente del corvo di Bernd Heinrich, Adelphi 2019, trad. Valentina Marconi, collana Animalia, pp. 556 (!). 

Tema del libro è, evidentemente, lo studio puntuale e attento della vita, la condotta, la nutrizione, i rapporti sociali e familiari, le attività volte alla riproduzione, alla ricerca del cibo e al gioco del corvo imperiale (Corvus corax), il più grande tra i  corvidi, specie diffusa in Europa, in Siberia e nell'area Nordamericana. Se, come me, siete appassionati di corvi e dei loro parenti in area cittadina – le cornacchie grigie e le gazze – non dovete farvi sfuggire questo libro, un baedecker ricco e ragionato sul comportamento dei corvi, condotto per anni su diverse generazione di corvi, faticosamente osservati in natura o sottratti ai loro nidi per assistere alla loro crescita. Il risultato è uno studio approfondito di vita dei corvi, presentata nei diversi capitoli: Trovare casa; Caccia e ricerca del cibo, l'adozione; La percezione sensoriale; Il riconoscimento indivuale; La comunicazione vocale; Status e dominanza; Le paure dei corvi; Scorte, furti e inganni; Moralità tolleranza e comprensione; Il gioco secondo i corvi; Cervello e capacità cranica. Segnalo in particolare il penultimo capitolo, I corvi hanno coscienza ed emozioni?, dove l'autore riflette in particolare sulle insufficienti o deficitarie modalità di definizione della coscienza: 

Non possiamo definire o comprendere appieno la mente, in parte perché non potrà mai essere scomposta in unità semplici come i geni, essendo una proprietà risultante dalle complesse interazioni tra miliardi di neuroni. 

Ciò che l'autore sottolinea più volte è la capacità di mantenere per lungo termine ciò che per altre specie è un riflesso momentaneo: 

Poiché i corvi creano legami duraturi, la mia ipotesi è che si innamorino come accade a noi, semplicemente perché per mantenere un legame e lungo termine è necessario un qualche meccanismo di ricompensa interiore. […] I nostri valori sono soddisfazioni sul piano emotivo che ci consentono di compiere azioni di per sé senza senso e che non forniscono alcuna ricompensa immediata. Lo stesso vale per un corvo che tira uno spago. L'uccello non ottiene alcuna ricompensa dai singoli passaggi intermedi prima di raggiungere il cibo. 

E la sua conclusione è che:

Le mente, come la vita e la vitalità, è una proprietà emergente ed è un fenomeno tanto storico quanto fisico […] La coscienza non è un oggetto finito. È un continuum senza confini. 

E se avete dedicato qualche minuto del vostro tempo a osservare come una cornacchia riesce ad aprire la castagna di un ippocastano semplicemente facendola cadere dall'alto di un lampione, non avete bisogno di altri motivi per leggere questo libro. 

Piccola nota, nata dalla curiosità sulla personalità di uno scienziato che ha dedicato buona parte della sua vita a salire e scendere dagli alberi per studiare i suoi amati corvi. Il professor Heinrich è un professore emerito di Biologia all'Università del Vermont ma la sua nascita nel 1940 in Germania, i suoi studi iniziali nello Schlewig-Holstein e la pratica con la lingua tedesca è testimoniata dal capitolo 3 (Un corvo in famiglia), che da solo merita il prezzo non irrilevante del libro e dal capitolo 7 (Trovare casa). Interessante sapere che a questo libro Heinrich ne aveva fatto precedere un altro, Corvi d'inverno e che l'autore oltre ad essere uno studioso del comportamente animale è uno dei più accreditati esperti per quanto riguarda la fisiologia degli insetti. 

Per concludere mi occuperò brevemente dell'antologia nella quale è apparso il mio racconto «Un rifugio a Baba Yaga», titolo Mondi paralleli, il meglio della fantascienza italiana indipendente 2019, curata  da Carmine Treanni e che contiene opere di quattordici autori, a suo tempo pubblicate in diverse antologie e amorevolmente spulciate dal curatore a costruire una rassegna molto variata negli spunti, nelle idee e in generale nella capacità di costruire una storia breve compiuta e appassionante. Uno sforzo notevole, soprattutto tenendo conto dello scarso appeal del quale godono i  racconti nella tradizione letteraria italiana, considerati non tanto un tipo di narrativa peculiare e indipendente quanto esempi di bozzetti – spesso maldestri – stesi da chi è incapace di scrivere un romanzo. A titolo di esempio personale mi ricordo ancora quando, a una presentazione della mia prima antologia, In controtempo, ho ricevuto tra i complimenti un paio di osservazioni tipo: «Carini, i racconti, ma quand'è che ti metterai a scrivere sul serio?» Inutile far osservare che un'antologia di racconti – e il lavoro di scelta e accostamento – può costare in tempo e fatica quanto un romanzo: semplicemente non si viene creduti e sempre considerati con l'occhio mezzo divertito e mezzo cinico da: «Ma, dai, non prendermi in giro.»

Ciò detto passo a presentare rapidamente i racconti, essenzialmente quelli che hanno incontrato di più i miei gusti, quindi non «i più belli» o «i più fichi» o «quelli che spaccano» ma semplicemente quelli che mi hanno regalato qualche attimo in più di sogni, visioni, brividi o commozione. 

Cornucopia di Linda De Santi è un racconto gelidamente crudele e insieme stranamente forte, deciso come una rasoiata. Il destino delle sue sue "fate", scaturite da una "Frattura" nel nostro spazio-tempo e divenute cibo per palati raffinati, finisce per identificarsi con il nostro destino, rendendoci corresponsabili del nostro fato.

Il grande errore di Claudio Chillemi è un racconto molto breve e basato su un meccanismo narrativo che, se ben preparato, scatta infallibilmente. In sostanza si tratta di scegliere un punto di vista personale e, approfittando della sospensione di incredulità del lettore, condurlo a credere ciò che non è dimostrabile. Il finale del brevissimo racconto è perfetto nel suo registro amaramente ironico. 

Il corpo di Luigi Musolino è un apologo, costruito su una visione surreale: un gigantesco corpo morto sospeso su una città. Il destino di quel corpo è quello di un cadavere qualunque e la sua corruzione e decadenza si identificano con il termine per la nostra specie. Un po' meno convincente il finale moraleggiante, ma un racconto comunque magistrale. 

Collasso domotico di Carlo Menzinger di Preussenthal è un racconto basato su una semplice riflessione: «Che cosa accadrebbe se la luce non tornasse?», pensiero che credo ognuno di noi abbia prodotto durante un momento di black-out. L'autore si basa su questo semplice tema e lo svolge in maniera perfetta, conducendoci per mano nella rapidissima discesa verso la barbarie. Una narrazione che non si dimentica.

Il vecchio blaterone di Nicola Catellani è una piccola storia di quelle che si ha la sensazione di aver letto da qualche parte, un po' di tempo fa, ma ha per nocciolo un tema eterno, che rende ragione del nostro scrivere e raccontare. Con sottile umorismo l'autore ci racconta esattamente la storia che volevamo ascoltare, come migliaia di anni fa e come tra migliaia di anni.

La scomparsa di Matteo Sanniti di Paolo Aresi era presente nell'ottima antologia Fanta-Scienza, pubblicata nel 2019. La costruzione del racconto è classica: lo scienziato che, da solo, giunge a una scoperta rivoluzionaria, la prova su stesso e finisce per pagare di persona le conseguenze del suo gesto prometeico. Non c'è altro da aggiungere, credo. Ottimo racconto. 

E con quest'ultima recensione ho finito. La colonna di libri da recensire è nettamente diminuita, anche se non scomparsa, e quindi dovrò ritornare qui tra qualche tempo, anche perché ho quasi finito la lettura di altri due libri che andranno a rimpinguare la pila. Quindi, arrivederci a presto!