23.5.16

Dell'inutilità del Venerdì e probabilmente de La Repubblica


Io compro «La Repubblica» da molto, molto tempo. 
Sono stato spesso sul punto di smettere di acquistarla e di leggerla ma qualcosa me l'ha sempre impedito. In linea di massima direi che è stato il ventennio berlusconiano a rendermi comunque un malmostoso fedele al quotidiano «Fondato da Eugenio Scalfari», malmostoso perché mi è capitato in pratica tutte le volte che ho approfondito una notizia, soprattutto di qualche argomento che mi era vicino per lavoro o per altri motivi, ho finito per stabilire che il Repubblicante di turno non aveva approfondito la notizia e si era limitato a riportare qualche cenno in genere vago e distratto e qualche volta decisamente tendenzioso sul mercato del libro, sulla biografia di un artista o sul commercio di qualche cosa. 
Nulla di strano in questo. «La Stampa» di Torino, il giornale che ho letto nei primi anni di vita nella metropoli subalpina si è presto rivelata del tutto degno del soprannome a suo tempo affibbiatogli dal proletariato torinese: "La busiarda".
Diciamo che è una questione di numero ed entità delle bugie tollerabili. Ho avuto un breve rapporto con «Il Fatto Quotidiano», durato fino a quando ho letto un articolo a firma Marco Travaglio dove venivano riportati – con tutta la sicumera di chi sa che è comunque preso sul serio – una serie di dati gravemente errati su una vicenda che riguardava editori e distributori editoriali. Come si capirà è difficile continuare ad acquistare un quotidiano del quale si dubita in pratica di tutto quello che pubblica.
Sono stato a suo tempo anche un lettore de «Il Manifesto» e tuttora mi capita di aderire a qualche campagna di sostegno, ma non riesco a leggerlo, onestamente. Diciamo che mi dà un'idea di povertà – intellettuale, politica, esistenziale — alla quale non riesco a resistere. 
Al fianco de «La Repubblica» esistono due settimanali del gruppo che vengono distribuiti insieme al quotidiano, un al venerdì, «Il venerdì» e uno al sabato «D». 

Dimentichiamo «D», per carità di patria, e parliamo de «Il venerdì». Fino a qualche mese fa, a parte alcune rubriche fisse, in particolare quella tenuta da Curzio Maltese, lo leggevo distrattamente, lo sfogliavo con poca voglia e finivo per infilarlo nel plico della carta da riciclare. Non dovevo essere il solo a farlo, dal momento che «Il venerdì» di recente è stato profondamente ristrutturato, osando affrontare temi più corposi. Fra questi, sul numero 1467 del 29 aprile, mia moglie Silvia mi ha fatto notare l'esistenza di un articolo intitolato «Stampati e invenduti: quello dei libri è un giallo», a firma Giuliano Aluffi
L'articolo si dilunga a raccontare qualcosa che so bene da molto tempo. Ne ho parlato qui e qui e qui e qui ... e poi mi fermo per non spaventare nessuno. In sostanza quasi tutti i post che rientrano nel «cloud» presente nella colonna sinistra del blog con la parole «distribuzione libri» e «case editrici» parla di ciò che il nostro caro Aluffi ci rivela con aria di neofita finalmente ammesso al mondo dell'editoria. 
In sostanza gli editori producono una quantità esagerata di titoli/anno (62.250 nel 2015) al solo scopo di creare liquidità a breve termine, in questo facilitati da un lato dalla velocità delle stampe e delle ristampe – con gli esiti che tutti possono constatare sulla qualità media delle opere su un piano formale (quantità di refusi, cattiva organizzazione del testo, traduzione affrettate e trascurate) – dall'altro dalla possibilità di pubblicare testi di valore dubbio con autori di poche pretese. Il risultato è un certo numero di titoli pubblicati per creare un "+" davanti al proprio fatturato annuo che dovranno, nell'anno successivo, essere sostituiti da un numero uguale + x per ottenere lo stesso "+" davanti ai dati di bilancio. Già, perché esistono le rese e, dal momento che il mercato non va, queste saranno proporzionali all'acquistato. 
Così parla mr. Spagnol, del gruppo GEMS (Longanesi, Guanda, TEA ecc.), un tipico editore italiano: 

Quando qualcuno invita a pubblicare meno titoli [...] io rispondo che se facessimo meno titoli rischieremmo di tagliare titoli che poi hanno successo. 


Che è  indubbiamente un capolavoro di logica. Più o meno come quella delle mosche, che producono milioni di uova, statisticamente sperando che almeno tre o quattro sopravvivano. In sostanza parrebbe che gli editori italiani sopravvivano di casi fortunati e non di progetti, il che è più o meno, quello che ho sempre pensato. Che non è, di per sé, elemento di scandalo, in fondo qualsiasi editore vive di best-seller imprevisti, ma postulando alle spalle un lavoro di lungo periodo sui titoli e sugli autori che si ritengono duraturi e non sulle improvvisazioni più o meno fortunate. E che il panorama del mercato editoriale librario contemporaneo sia fatto in buona quota di improvvisazioni infelici è, direi, sotto gli occhi di tutti.
Ma l'aspetto più interessante dell'articolo di Aluffi sono le cifre allegate che riportano un lieve aumento nel numero di titoli venduti (Dati AIE, Associazione Italiana Editori), da 61.822/anno 2014 a 62.250/anno 2015; un lieve aumento nelle vendite di libri (+0,7%) tra i quali i libri cartacei sembrano essere aumentati di un 1,2% rispetto al 2014 e un calo del 5,6% degli e-book sempre rispetto al 2014.
Dal momento che sono un rompib... sono andato a controllare i dati sul sito dell'AIE dove ho trovato un interessante prospetto intitolato «Il mercato del libro in Italia 2014 e 2015» reso noto poco prima del Salone del Libro di Torino.



Il mercato del libro in Italia 2014 e 2015

2014
2015
Note

Mercato trade di varia
(librerie, online e Gdo)
(in Ml di euro)

1.192
(-3,8%)

1.202
(+0,7%)

Fonte: Nielsen
(esclusi e-book e vendite di Amazon)
Titoli pubblicati

63.417
(-1,1%)

62.250
(-1,8%)

Fonte: IE-Informazioni editoriali

Titoli in commercio

813.092
(+6,1%)

861.484
(+6,0%)

Fonte: IE-Informazioni editoriali
Mercato e-book
(in Ml di euro)

40,5
(+26,2%; 3,4% del mercato trade)

51,0
(+25,9%; 4,2% del mercato trade)

Fonte: Stima AIE

Titoli e-book pubblicati in un anno (tutti i formati)

53.739
(+31,7% rispetto al 2013)


62.544
(+16,3%)

Fonte: IE-Informazioni editoriali

Lettori di libri
(popolazione +6 anni)

41,4%
(-3,4%)

42,0%
(+1,2%)

Fonte: Istat

Titoli di cui si sono venduti all’estero i diritti

5.296
(+10,2%)

5.914
(+11,7%)

Fonte: Ediser per ITA – Ice

Fonte: elaborazione Ufficio studi Aie su dati Nielsen, Istat e IE–Informazioni editoriali


dove si può constatare che: 
1) I dati riportati escludono il venduto da Amazon.it. dal momento che Amazon si rifiuta di rendere disponibili i proprio dati di vendita a kikkessia, ma  la quantità di venduto in milioni di euro è effettivamente dell'1,2%. [*]
2) Il numero di titoli pubblicati è diminuito di un 1,8% sul 2014, 
3) è aumentato il numero di e-book pubblicati, di un buon 16,3%.
A questo punto, quantomeno un po' confuso, ho scaricato un documento della Nielsen, intitolato: «Il mercato del libro: piccoli e grandi a confronto» uscito a fine dicembre 2015.
Qui i dati relativi al 2015 sono in perdita, anche se il periodo preso in considerazione è solo quello dal 1 gennaio al 30 ottobre, come, d'altro canto lo sono i valori di confronto. In particolare il numero di libri venduti è diminuito di un 4,4% mentre in cifra di venduto la diminuzione è stata solo del 1,6%. 
Mah.
L'unico particolare che merita un minimo più di attenzione è il dato dei piccoli editori che vedono aumentare sia il numero di pezzi venduti (+1,7%) che il loro valore (+2,0%). 
Alleluia, alleluia. 


Dopodiché mi sono smazzato la sintesi del «Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2015» che parla nuovamente di perdita nel settore dei libri cartacei e aumento nel settore degli e-book. [**]
Cosa concluderne? 
Che il signor Aluffi possiede qualche fonte più sicura dell'AIE? 
Onestamente c'è da dubitarne. E poi perché, in quel caso, indicare "dati AIE"?
Che il signor Aluffi si sia perduto nel labirinto di dati riportati? 
Possibile, anche se improbabile. 
Che mi sia perso io, nel labirinto dei dati e cifre riportati? 
Leggermente più probabile ma non molto di più.
Che il signor Aluffi sia stato spinto da un ottimismo della volontà, permettendogli di affermare che "tutto va bene, madama la marchesa" nonostante i dati dicano non proprio il contrario, ma quasi. In particolare mi incuriosisce non poco il valore indicato di perdite nella lettura degli e-book, un dato, a bene pensarci, sostanzialmente assurdo, dal momento che vorrebbe rappresentare – prendendolo letteralmente – il numero di e-book che sono stati letti in Italia. Presumibilmente inseguendo i lettori uno ad uno. 
Forse che il signor Aluffi odia gli e-book e pensa che il futuro del libro sia nel libro cartaceo? 
Possibile.
Ma, in sostanza, perché kz affidare a un individuo tanto evidentemente sprovveduto – e presumibilmente altrettanto prevenuto – la stesura di un articolo di un certo rilievo sul mercato del libro in Italia? 
Ecco, questo è uno dei motivi per il quale continuerò a leggere La Repubblica ma con sempre minore convinzione...


[*] Ovviamente resta il consueto problema di libri venduti a chi, se al cliente finale o al penultimo anello della catena, ovvero il libraio. Diciamo che in linea di massima si intendono libri venduti al libraio e non al pubblico, quindi suscettibili di resa. 
 
[**] Dal momento che nei prossimi giorni dovrò parlare con un editore proprio di e-book e di denaro da investire, capirete che un articolo del ca...volo come questo rischia di essere quantomeno inopportuno.

 

17.5.16

Un altro salone, il XXIX


Ritornato dal Salone, più o meno il solito mercatone con qualche appuntamento di utilità più o meno discutibile e l'occasione per incontrare qualcuno che conoscevo soltanto via web o qualcuno degli autori di ALIA. 
In tutto ciò ho anche avuto la possibilità di gettare quantomeno le basi dell'attività futura di ALIA, anche se non è questo il luogo o il momento per parlarne. Diciamo che se son rose, fioriranno. 
Nei cinque giorni del salone ho sentito dire più volte che «Questa volta non è come le precedenti. Poca gente e/o pochi acquisti e/o la gente è venuta solo per gli appuntamenti».  È vero? Non è facile dirlo. Girando da perfetto incosciente da uno stand all'altro non sono riuscito a capire se il mercato girava o meno. Un'amica mi ha fatto notare che mancava la musica, particolare non tanto secondario come parrebbe e diciamo che non ho mai avuto, nemmeno domenica, l'occasione di fare la coda per pagare. E non ho frequentato soltanto i consueti sfortunati stand dove non si ferma nessuno.
Nel corso dell'inchiesta svoltasi nei mesi passati, dove — tra gli altri — è stato indiziato di reato un individuo discutibile come Rolando Picchioni, è emerso che i dati di ingresso dei visitatori erano gonfiati in una misura compresa tra il 7 ed il 15 per cento. Per quest'anno non credo che ci sarà la solita gara all'esagerazione da parte dei consueti tromboni di turno, ma di primo acchito direi che si è trattata di un'edizione minore, soprattutto più povera di altre precedenti.
Tra gli appuntamenti, una volta scartati per eccesso di presenze i più frequentati (Zalone, Ligabue, Saviano – comunque incontrato casualmente in compagnia dei suoi bodyguard –, Shirin Ebadi – che avrei visto volentieri, detto di passata – e Samantha Cristoforetti [idem]) ho seguito un paio di incontri presso l'Indipendent Corner e uno con Sergio Altieri nello spazio «Book to the Future».

 
Sergio Altieri è l'uomo (distante) col microfono...
Che dirne? 
Sostanzialmente inutili, diciamo, dove finivano per trionfare i piccoli ego dei protagonisti (escluso, e non lo dico per campanilismo di genere, proprio Altieri) e la consueta soddisfazione un po' pelosa di essere chierici e non lettori, o venditori o librai, a chiunque – in sostanza — viva il libro nella sua realtà quotidiana.
Particolarmente deludente l'incontro con Elisabetta Sgarbi, ideatrice del nuovo marchio «La Nave di Teseo». 


Ovviamente invisibile, al centro della mia brillante fotografia...
La Sgarbi, in ogni caso, ha iniziato polemizzando sotto traccia con l'innocuo Culicchia e, nervosissima, ha continuato lamentandosi di trovarsi in uno spazio angusto come casa editrice e di non ritenersi propriamente indipendente, dal momento che negli States essere «indipendent» significa essere degli sfigati e così via per cinque minuti buoni. Ha seguito Eugenio Lio cercando di essere un minimo più puntuale, ma senza troppo successo. Coniugare un verbo come «invadere» evidentemente non usa nel suk dell'editoria, come non usa «ribellarsi», «dire basta», «andare da soli» ecc. Chi si fosse trovato a passare avrebbe potuto concluderne di assistere a un dibattito altamente fumogeno sulle ragioni di una lontana e sconosciuta secessione in una sperduta zona dell'Asia. Totale, ho totalizzato quindici minuti di ascolto prima di andarmene, rifugiandomi ad ascoltare un'interessante relazione sui rapporti tra il blues, il rock e la letteratura.
Più utile e positiva la serie di incontri avvenuti nel salone, tra le persone perse di vista e lì ritrovate e con persone lette tutti i giorni on line ma mai incontrati in carne e ossa.
Parlo di Derek Zoo, una presenza costante su FB e tra i blogger, finalmente incontrato di persona, o Maurizio Cometto, qui in una fotografia di Paolo S. Cavazza, con Consolata Lanza, Silvia Treves e Franco Nosenzo. L'individuo a sinistra nella foto con un sorriso a metà tra l'ambiguo e il sonnacchioso sono io. 


Altro incontro notevole, soprattutto tenendo conto della distanza normalmente esistente tra noi, è stato quello con Francesco Troccoli, presenza costante su ALIA ma con il quale in genere ci accontentiamo di scriverci. Particolare non secondario, Francesco si trovava a Torino con alle spalle l'uscita — il 12 maggio — di Mondi senza tempo, il terzo volume del ciclo dell'Universo Insonne.
Ultimo elemento, i libri. 
Ho compiuto il consueto percorso tra gli editori che seguo con maggiore attenzione: Codice, Einaudi, Fanucci, Adelphi, Neri Pozza e Beat, Laterza, Sellerio, Marcos y Marcos, Elliot e Iperborea più un paio di editori di sf italiani. Sono uscito a mani vuote dallo stand di Fanucci – non mi sono sentito di imbarcarmi in casa Esegesi 2-3-74 di P.K.Dick né avevo molta voglia di leggermi Ancillary Sword, per il momento. Quanto agli altri il bottino è questo:

 
Piccolo particolare, allo stand di Iperborea, visitato verso le 20.00 del lunedì, ho recuperato oltre al libro anche un'edera in buone condizioni, destinata a essere gettata al termine del salone. 
Soccorso Verde (mia moglie) è subito partita e l'edera ci ha seguito. 
Per solidarietà anche lei è finita in libreria. 


Arrivederci alla prossima!

11.5.16

Uno passa per caso e...


Nonostante i miei tentativi di non farmi notare è accaduto. 
Qualcuno mi ha segnalato per il Liebster Award 2016 ed eccomi qui a compiere la liturgia prevista dal cerimoniale.
Prima di tutto i ringraziamenti. 
Ringrazio l'ottimo Orlando Furioso, estensore del blog Fumetti di Carta per avermi scelto nonostante i miei affannosi sforzi per passare inosservato. 
E non scherzo. Da qualche tempo ho deciso che il mio blog personale andrà come vuole, senza preoccuparmi di avere o meno un seguito (dei followers, in veralingua). Non certo per disprezzo nei confronti degli altri blogger o per i lettori, ma semplicemente perché spesso parlo di ciò che faccio per sopravvivere e non posso certo pretendere che al vasto mondo interessi sapere che cosa ho pubblicato o scritto, che cosa sto meditando per il futuro o che cosa sto scrivendo e che cosa scriverò. Posso immaginare di avere soltanto qualche lettore, poco meno dei miei lettori su e-book, ma quanto mi basta per continuare a scrivere. 
Una volta ringraziato il mio gentile coinvolgitore («non esiste!», «E allora?») passo alla seconda cerimonia, la promozione di un blog che seguo. 
Orbene...
Beh, anche se non frequentissimo nelle uscite non posso negare di apprezzare il blog di Derek Zoo, Senzapre7ese. Mi piace il suo modo di parlare di libri: quieto, tranquillo, senza enfasi, attento, indagatore, vivace e poco conformista. Se cercate un parere equilibrato su una nuova (o vecchia) novità fantascientifica non perdetevelo. Non dico che Derek Zoo abbia sempre ragione, ovviamente, ma leggerlo mi rassicura sulla fondamentale disponibilità di alcuni esseri umani, cosa non da poco, in questi tempi meschini. 


...
Adesso tocca a «11 cose di me».
Undici? 
Undici.
La prima è che mi viene in mente è che amo i miei animali, una gatta e una cana. Non perché mi somigliano ma proprio perché sono diverse da me. Hanno un loro carattere, diverso tra loro e so che mi vogliono bene. Cosa potrei volere di più?
La seconda cosa che mi viene in mente è che apprezzo, come dicevo poco prima, la diversità. Negli umani come negli animali. Mi rincuora sapere che abbiamo comunque un terreno comune: una sola vita.
La terza cosa... amo la letteratura, più o meno tutta, dal rosa fino all'hard science fiction, dall'Urban Fantasy al gore più raccapricciante. Non ho detto che amo tutti i libri, compresi i bidoni e gli esercizi di narcisismo, ovviamente, ma sono affascinato dall'idea che sia possibile raccontare una storia in miliardi di modi diversi. 
La quarta cosa è la musica. Anche qui praticamente in tutte le forme. Certo c'è una musica che mi porta via e una musica che richiede il contributo dell'emisfero sinistro ma sono sempre affascinato da una costruzione musicale.
La quinta cosa è di nuovo la musica, quella suonata, non quella ascoltata. Ho smesso di suonare più o meno professionalmente da un numero eccessivo di anni ma non riesco a dimenticarmi quei momenti e qualche volta sogno di riprendere a suonare. Ma sono storie, sono il primo a saperlo.
La sesta cosa è la montagna. Mi piace viverci, respirarla, guardarla, girarla di giorno e qualche volta a tarda sera in ogni stagione. La sensazione di solitudine che mi regala è assolutamente impagabile. 
La settima cosa è che sono affascinato dai rituali della Chiesa, dalle contorsioni mentali che una fede profonda può creare, dall'enigma di Dio e dalla possibile disperazione per la sua assenza/morte, ma sono sciaguratamente ateo dall'età di anni 13. 
L'ottava cosa è la scarsa capacità di parlare in pubblico. Adesso non cominciate a ridere, non mi riferisco alle presentazioni, gli incontri e altri appuntamenti nei quali devo parlare su un tema preciso, parlo piuttosto della difficoltà a concepire qualcosa di intelligente e/o mondano, scherzare, motteggiare con intelligenza e buon gusto, raccontare qualcosa. No, niente. Sapevatévelo.
La nona cosa è che detesto di tutto cuore il management del libro, tutti quegli omini e quelle donnine che viaggiano con un trolley carico del proprio ego straripante e generalmente del tutto infondato, squaletti che imitano squali di ben altro tonnellaggio. Quelle creature che intervengono paterne o inkannate o strafatte richiamando l'attenzione sul fatto che il libro in fondo è una merce. «Bella scoperta, mink..one. Ma tu sei capace di venderne? Hai idee, fantasia, qualcosa in più dei tuoi stupidi Indici di Rotazione?» Lassàmo pérde, va...
La decima cosa è l'impaginazione di qualsiasi cosa: un libro, un giornale, un articolo, un biglietto da visita, qualsiasi cosa abbia bisogno di disporre un testo, un'immagine, un disegno ecc.  Una pagina ben disposta, semplice ma penetrante è una delle mie personali meraviglie, un esercizio zen. Peccato che riesca solo raramente a raggiungere gli standard che mi impongo.
L'undicesima cosa sono i quadri. Ho la casa piena di poster di ogni possibile dimensione e ne ho altrettanti avvolti in tubi pronti a riapparire quando mi sono stancato dei poster presenti. Ho una casa in montagna le cui poche pareti sono state altrettanto ricoperte di poster. 


...
Adesso le risposte alle 11 domande impostemi dal precedente penitente...

1. "Politicamente corretto": sì o no? 

Il problema è di sincerità. Fino a non molto tempo fa detestavo tutto ciò che si presentava come politically correctness, ma negli ultimi tempi ho imparato ad accettare quel grado minimo di ipocrisia che ci permette di rimanere civili e persino educati. Il coraggio di essere franchi e sinceri è diventato un modo per scaraventare sul prossimo tutta la propria povertà culturale. 

2. La tua ricetta per risolvere la "crisi del fumetto". 

Tutto ciò che ha a che fare con l'organizzazione dell'editoria italiana è foriero di errori, sottovalutazioni, tentativi di frode, sopravvalutazione di incapaci e sottovalutazione di capaci senza santi in paradiso. Si potrebbe spostare il fumetto in Francia o, più ragionevolmente, cominciare a ragionare su come inserire il fumetto nei programmi della scuola dell'obbligo. Se il disegno e il testo ne fanno parte, a maggior ragione disegno+testo.

3. Abbiamo (ancora) bisogno di Miti? 

Ne abbiamo mai avuto? Non ho mai creduto nei miti, anche se, come tutti, ne sono stato segnato. Ho passato una vita narrativa a distruggerli mentre, inconsapevolmente, ne creavo. Probabilmente sono la farina della narrativa, ciò di cui non si può fare a meno anche se è necessario tentare, sia pure inutilmente, di distruggerli

4. Quale divinità vorresti essere? (valgono tutte le mitologie)

Un piccolo, sconosciuto, dio delle acque interne, sul modello del paganesimo baltico. 

5. Come far appassionare gli italiani e le italiane alla lettura? 

Come accendere una catasta di legno marcio? Sembrerà assurdo ma credo che la strada per il libro passi attraverso la televisione. Non solo programmi sulle novità librarie – di una certa durata, accompagnati dalla lettura di brani – ma anche sceneggiati tratti da romanzi. Uno sceneggiato tratto da «Zia Julia e lo scribacchino» di Vargas Llosa o da «I biplani di D'Annunzio» di Luca Masali – tanto per citare i primi due libri che mi sono passati in mente – farebbero impennare le vendite in libreria, oltre a dare rilievo ai registi e agli attori, capaci di riportare la narrativa in TV. Prova a pensare a Camilleri.

6. Consigliami il tuo libro preferito. 

Ahi. Io non ho mai avuto un libro preferito. O meglio, ne ho avuti centinaia, uno per ognuno dei miei clienti. A te, per il poco che ti conosco, suggerirei Perdido Street Station di China Mieville o I Principi Demoni di Jack Vance o, ancora, I Racconti di Friedrich Dürrenmatt, un incubo gentile per creature sensibili.

7. Convincimi ad ascoltare il tuo disco preferito! 

I miei gusti in fatto di musica sono molto, molto vari, al limite dell'incomprensibilità. Massive Attack, 50th windows potrebbe essere un inizio, seguito da Pergolesi, Brian Eno e Astor Piazzolla. Almeno uno di questi potrebbe piacerti.


8. Si può cambiare idea? 

Tutti i giorni. 

 
9. Si può cambiare idea sulle cose fondamentali

Non è facile. Ma le idee non hanno autonomia, dipendono dai casi della vita. Se mia figlia venisse rapinata da un paio di immigrati avrei qualche difficoltà a mantenere la mia posizione di apertura verso l'immigrazione. Potrei giungere, al limite, a richiedere la chiusura delle frontiere? Il rimpatrio forzato per gli immigrati senza lavoro? La pena di morte? 
No, non credo si possa cambiare idea sulle cose fondamentali. Purché che esse nascano da una riflessione razionale e non dall'impulso del momento. 

10. Nostalgia? 

Avrei voluto essere un saxofonista jazz e un compositore, un musicista a tempo pieno, imparare a suonare il pianoforte, morire giovane e lasciare un bel corpo. O forse no. Sono ancora affezionato alla vita, capace di darmi altre sorprese. 

11. Perché solo i blogger commentano sui blog?

Nella speranza che altri blogger intervengano sul proprio? Un po' come la limonata di Qui, Quo e Qua. 
   
...
Penultimo atto, la scelta di altri 11 blog da coinvolgere...
Il problema è che io non so se ho undici blog da premiare. 
In ordine assolutamente casuale: 


e per l'undicesimo tornate all'inizio da Derek Zoo
...
Ultimissima corvée, le 11 domande per gli undici blogger. 

1) Quando hai smesso di avere paura del buio?

2) In una serata di solitudine che cosa fai?   

3) Preferisci gli scacchi o la dama? (Attento, questa domanda rivelerà la tua weltanschauung)

4) Hai ancora i tuoi giocattoli di quand'eri piccolo o li hai gettati via? 

5) Hai mai provato a svuotare un penna bic e soffiarci dentro tenendola dritta sotto il labbro inferiore? Sai fare più di una nota?

6) Quando sei al telefono scarabocchi? Disegni? Prendi appunti? Mimi ciò che non puoi/vuoi dire?

7) Finisci tutti i libri che inizi? 

8) Hai l'abitudine di fare solitari a carte?

9) Ti è capitato di perderti nella tua città?

10) Ti è capitato di prendere una posizione estrema – in politica, nella vita di ogni giorno, sul lavoro – e di aver mentito spudoratamente per difenderla? 

11) L'ultima bugia l'hai raccontata esattamente... 


...
 
Bene, in un modo o nell'altro ho finito. 
E adesso posso tornare nell'intimità del mio blog...


6.5.16

Distopia, via podcast


Un post breve, penso, per anticipare l'uscita su Hugmented, fantascienza in podcast (qui il link) della prima parte dello speciale sulle distopie. 
La distopia è... beh, possiamo utilizzare, una volta tanto, la Treccani: 

distopìa2 s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le d. della più recente letteratura fantascientifica

E magari anche Wikipedia: 

Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia) s'intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. Il termine, da pronunciarsi "distopìa", è stato coniato come contrario di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una società fittizia (spesso ambientata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche avvertite nel presente sono portate a estremi negativi.

Io e Silvia Treves siamo stati, come d'abitudine, coinvolti da Cooper del sito a dare il nostro contributo. 
Così abbiamo scoperto di essere dei veri nerd lettori per quanto riguarda la distopia, avendo letto una buona parte di ciò che esisteva in commercio in proposito. 
Abbiamo, per l'occasione preparato una sorta di brevissima guida al genere, un genere – forse sarebbe più giusto definirla una varietà letteraria – che si è rivelato ricco di incontri e sinergie tra autori mainstream e di sf. Praticamente un forum dove si sono incontrati alcune tra le migliori penne del '900.
Di seguito la nostra brevissima guida alla distopia: 


La Distopia è una sorella della sf, nel senso che si sforza di definire un ambiente, una situazione, una forma di governo direttamente derivata dal nostro presente esaltandone alcuni aspetti fortemente negativi e sottolineandone gli aspetti peggiori. Non esiste nella distopia un «novum» tecnologico capace di modificare la realtà ma un cambiamento esiste ed è essenzialmente politico o sociale.

Non è quindi un caso che a scrivere distopia, soprattutto negli anni '30 e '40 del secolo trascorso, siano stati autori che non avevano nulla a che vedere con la sf di quegli anni, autori europei come George Orwell, Evgenij Zamjatin, Aldous Huxley, ma anche Alfred Döblin, Katherine Burdekin, Ferdinand Bordevijk, Alfred Kubin. O, in America, autori come Jack London o Sinclair Lewis.

Se negli anni '30 e '40 la distopia è essenzialmente politica nel periodo compreso tra gli anni '50 e gli anni '70 assume una valenza prevalentemente sociologica, tecnologica o culturale come in Fahreheit 451 di Ray Bradbury, ne Il signore delle mosche di William Golding o in Livello 7 di Mordecai Roshwald, dove appare per la prima volta il nucleare come destino ultimo dell'umanità, in Arancia Meccanica di Anthony Burgess, nell'allucinante Il gregge alza la testa dell'inglese John Brunner, nel racconto lungo Soluzione Screwfly di Alice Sheldon (firmato come Racoona Sheldon), in Considera le sue vie di John Wyndham, in In terra di nessuno di David G. Compton, nei romanzi di P.K.Dick: Tempo fuori di sesto, Redenzione immorale, Scorrete lacrime, disse il poliziotto e, imprevedibilmente ne Gli Amaranto di Jack Vance.

A predominare in questi casi è da un lato la percezione di un grado di insanìa mentale incontrollabile, dall'altro la minaccia di un consumismo inarrestabile che trasforma il reale nel sogno di uno shopping interminabile, con l'apparire, a cominciare dagli '70, di una situazione di allarme per le condizioni del pianeta. Buon esempio la tetralogia degli elementi di J.G.Ballard: Vento dal nulla, Deserto d'acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo.

È quegli anni che si crea un rapporto di reciproco sostegno e di comune ispirazione tra sf e distopia, non a caso gli autori di sf tendono sempre più spesso a “invadere” il campo della distopia, estrapolando modelli di società – o di consumo, di desiderio, di apparenza, di medialità – in grado di suscitare urgenti interrogativi nell'ambito dell'opinione pubblica.

Verso la fine del secolo e nei primi anni del nuovo millennio la Distopia continua la sua corsa, non solo letteraria ma anche cinematografica. Appaiono testi come Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, Battle Royal di Koushun Takami, Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, Ricambi di Michael Marshall Smith, Regno a venire di J.G.Ballard. La strada di Cormac McCarthy, Hunger Games di Susan Collins fino a Il Cerchio di David Eggers, testi dove la tecnologia finisce per invadere e spossessare anche l'area privata della persona.

La distopia è morta? No, anzi, la sua presenza è sempre più evidente e difficile da cancellare, essendo probabilmente divenuta un modo per respingere una società sempre meno comprensibile e soprattutto sempre meno governabile.

Gli autori dei quali abbiamo parlato per una quarantina di minuti sono indicati in rosso nel testo. 
Il podcast sarà prevedibilmente disponibile dalla fine di maggio, ma tenete d'occhio il sito per sapere la data precisa.
Nota a margine, potete cercare alcuni degli autori e dei libri elencati nel sito di LN-LibriNuovi