28.3.08

Un esperimento da seguire

Da qualche tempo Davide Mana - curatore e traduttore della sezione in lingua inglese di ALIA - ha cominciato a tradurre in inglese una scelta di racconti di autori italiani tratti dalle quattro edizioni finora uscite dell'antologia.
Una follia?
Un'assurdità?
Un controsenso?
O un esperimento da seguire con attenzione?
Io sono per quest'ultima possibilità, senza nascondermi che c'è almeno un pizzico di shakesperiana follia in questa operazione.
Non si rischia il patetico?
O un'operazione al limite del comico che può ricordare quel vecchio film dove il principe di uno sconosciuto staterello balcanico dichiara guerra agli Stati Uniti?
Perché mai il mondo narrativo che parla inglese dovrebbe prendere in considerazione un pugno di autori italiani - ignoti per definizione nel mondo anglofono - e oltretutto di difficile sistemazione nell'universo della narrativa fantastica?
D'altro canto disporre di una buona traduzione (e sarà buona, potete giurarci) dei nostri lavori può rivelarsi un efficace presentazione presso gli autori che hanno collaborato e collaberanno con il progetto ALIA. Può creare legami più solidi e duraturi, favorire collaborazioni, scambi, confronti.
Un aspetto particolarmente interessante del lavoro di Davide è che questo avverrà in pubblico, presso il blog glossolALIA. Ovviamente in inglese.
Annotatevi questo indirizzo.
E visitatelo.
Assistere step-by-step al lavoro di un professionista ha qualcosa di affascinante.

26.3.08

Nel retrobottega

Ciò che la maggior parte dei lettori non sa è che, nella maggior parte dei casi, i libri che trovate in libreria sono scelti dai librai sulla base di informazioni scarse, inattendibili, fuorvianti e tendenziose.
Proverò ora, con qualche (lieve) esagerazione a descrivere come funziona tutto il baraccone.
Vi verrà probabilmente una frase di Karl Krauss: «Chi crede nella politica e ama le salsicce non dovrebbe mai sapere come l'una e le altre vengono fatte»

Teoricamente - molto teoricamente - la scelta dei libri, fatta con un anticipo di 3-4 mesi sulla data di uscita, avviene nel corso dell'incontro tra il buyer della libreria (che non è necessariamente il responsabile commerciale della libreria o il libraio) e il promotore editoriale. Quest'ultimo presenta le novità, illustra il loro valore commerciale, risponde alle domande, mostra le copertine, illustra, spiega e contratta le condizioni commerciali.
Molto teoricamente, dicevo, perché la mole di novità in uscita è tale che per considerare con attenzione una cedola (= gruppo di novità in uscita in un periodo X dell'anno) di un grande gruppo editoriale ci vorrebbe all'incirca il tempo di un week-end. Per un libraio medio si tratta di tempi semplicemente impensabili e improponibili. Un'ora per un editore come Piemme e un paio d'ore per tutto il gruppo RCS Rizzoli Corsera (una ventina di marchi tra i quali Adelphi, Rizzoli, Bompiani, Archinto, Etas, Fanucci ecc. ecc.) è il massimo che un libraio può ritagliare dai propri impegni.
Ma se il buyer non ha tempo, lo stesso vale per il promotore che ha come minimo settanta-ottanta punti vendita da girare in un arco di tempo che va dal mese ai due mesi, tenendo conto che è difficile riuscire a «fare» più di tre librerie al giorno e che il lavoro del promotore non è finito con «il giro» ma comporta anche l'invio delle prenotazioni al centro distributivo.
Aspettarsi poi che un promotore possa esprimere una qualche opinione sensata sui libri che propone è quantomeno illusorio. I promotori «subiscono» le presentazioni dei libri da parte di autori e responsabili commerciali nel corso di raduni aziendali più o meno fantozziani dove vengono ammaestrati a ripetere a pappagallo le colossali fanfaronate escogitate da individui (l'ufficio commerciale del gruppo editoriale) che hanno idee molto teoriche sul funzionamento di una libreria. In quanto agli incontri con gli autori se ne rileva traccia nel pallido sorriso del promotore che, giunto alla pagina del catalogo delle uscite con il libro dell'autore XY, dichiara: «XY è molto simpatico».
L'unica guida per chi acquista sono le presentazioni del catalogo delle uscite.
Un testo non molto più lungo e dettagliato di una normale quarta di copertina, con bio e foto dell'autore, occhiello molto appariscente - «Raffinato, elegante, ricco di suspense» o «Difficile indagine tra le aule di Cambridge», «Il più elegante e feroce narratore del Novecento», «Il fascino inquieto dell'adolescenza» e via vagheggiando - e un riassunto al max di una ventina di righe per un romanzo di tre o quattrocento pagine.
Nessun problema se l'autore è al terzo o al quarto romanzo. O se si tratta di un saggio.
Diverso il discorso se l'autore è alla sua prima uscita con una grossa casa editrice o un grande gruppo editoriale
Proviamo ad applicare questi criteri a un libro che conoscete bene.

Occhiello: «Un thriller a sfondo religioso nell'Italia della Controriforma»

Bio: «A. M. È stato un giovane ribelle e anticonformista e un raffinato poeta. Ora è ritenuto uno degli scrittori più interressanti e innovativi dell'Ottocento italiano. La sua è una voce inconfondibile, attenta e partecipe dei più profondi moti dell'animo umano. Ha pubblicato...»

Riassunto: «Sullo sfondo di una Lombardia colpita dalla Peste nera, un crudele feudatario terrorizza il popolo e il clero minore imponendo col sostegno degli invasori spagnoli la sua legge, una legge fatta di soprusi, rapimenti, violenze e stupri. Sarà un giovane contadino al quale l'infame signore, aiutato da una lasciva religiosa, ha rapito la promessa sposa a riunire intorno a sé le forze e le personalità capaci di fermarlo per sempre.»

Insomma, non è poi così difficile fare de «I promessi sposi» una via di mezzo tra un fantasy e un thriller morboso. Ovviamente il libraio che ha prenotato il libro sulla base di questa presentazione non sarà in grado di riconoscere il libro una volta ricevuto e se non avrà il tempo di leggerne qualche pagina - eventualità divenuta molto rara - lo sistemerà nella sezione thriller.
O in quella dedicata ai romanzi storici.
O, se in copertina appare una Lucia poco vestita e/o in catene insidiata da una specie di Porthos ghignante, nella sezione fantasy.
Ecco.
Quando parlavo di «informazioni scarse, inattendibili, fuorvianti e tendenziose» intendevo proprio questo.
Lascio ai miei gentili «venticinque lettori» qualsiasi valutazione sulle possibilità reali per un autore esordiente o sconosciuto di essere apprezzato - e acquistato - sulla base di questo genere di note di presentazione. Anche perchè dopo un po' si impara che quasi tutto quello che compare nel catalogo delle prossime uscite è attendibile quanto un numero del Volkische Beobachter o della Pravda.
E si agisce di conseguenza.
Frequentemente, com'è fatale, sbagliando.

22.3.08

Lo spettacolo (l'Ultimo) deve continuare

Non è un moto di popolo, d'accordo, ma qualcuno ha letto e ha chiesto di continuare a leggere.
Parlo di «Ultimo spettacolo», il romanzo che ho iniziato a pubblicare su questo blog.
I primi quattro capitoli servivano a definire la situazione.
Ossia, riassumendo:
La Terra è (meritatamente) in pericolo
I feroci alieni (giustificatamente) la minacciano.
O quantomeno vorrebbero far cessare le nostre trasmissioni televisive.
A preoccuparsi della sorte della Terra ci sono alcuni individui assai poco raccomandabili. Tra questi un vecchio amico/nemico degli uomini il cui nome inizia con la «S».
Dalla parte dei «nostri» un bamboccione - ovvero un maschio adulto tuttora vivente in famiglia con Mà e Pà - di nome E.(doardo) e una virago formato mignon di nome Mirella, oltre a un vecchio gatto maschio scorbutico e dispettoso.
Difficile che ce la facciano, ma non si può mai dire.
In questi secondi quattro capitoli succedono parecchie cose, ovvero «l'intreccio si infittisce», come si dice per i feuilleton.
Fanno la loro comparsa ulteriori pericolose creature e si apprendono nuove informazioni sulla luminosa civiltà galattica.
Intanto l'astroflotta aliena si avvicina...
Prima di correre a scaricare, una domanda.
Guardate le immagini che appaiono in questo post.
La prima raffigura un paio di generali argentini del periodo della dittatura militare e dei desaparecidos, la seconda un coccodrillo australiano.
La domanda è: «chi è più pericoloso?».
Io non ho dubbi, ma se voi ne avete vi sconsiglio di leggere il seguito del romanzo.
Per il «come fare», vi basterà cliccare sul link sotto «Quante storie» (mio.discoremoto.alice.it) sulla colonna dx del blog e aprire la cartella «Ultimo spettacolo».
Se non l'avete ancora fatto, scaricate prima il file «US avvertenze e precauzioni».
I vostri eventuali commenti saranno graditissimi sia in calce a questo post sia alla casella di posta elettronica massimo.citi@virgilio.it.
Mi scuso anticipatamente per eventuali refusi - che invito comunque a segnalarmi - e ringrazio la piccola pattuglia di lettori che mi hanno scritto per invitarmi a continuare. Tra questi ringrazio in particolar modo Fran(cesca) sia per avermi scritto che «Grigio su grigio» non è un granché, sia per avermi scritto che « mentre leggevo i primi capitoli sono morta dal ridere».
Morta dal ridere in accordo con l'autore, non «nonostante gli sforzi dell'autore».
C'è una bella differenza...
In quanto alla terza immagine, beh leggete e saprete!
Buona lettura!


Al fulmine segue il tuono


È uscito, disponibile, pronto il primo numero 2008 di LN-LibriNuovi, rivista di attualità libraria.
Io ne sono l'editore e il co-coordinatore e quindi tutto ciò che seguirà va preso con beneficio d'inventario.
Però è un gran bel numero, giuro.
Ricco - 172 pagine - interessante, divertente & istruttivo.
Come mi capita ogni tre mesi ho la certezza sia il più bel numero mai uscito della rivista.
Tranquilli, tra tre mesi ripeterò la stessa cosa per il numero 46...
Ma non è propaganda. Semplicemente è che fare la rivista è piacevole, quindi tutti danno il meglio di loro. E co-coordinare diventa un piacere.
Indice e copertina compariranno presto sul sito di LN. Intanto potete dare una scorsa all'indice presso il blog di Davide Mana, tempestivo e rapido come tutti i free lancer.
Buone letture!

18.3.08

Di quale editoria parliamo

Mi è appena passato per le mani un articolo pubblicato su Alchimie, scritto da Andrea De Caro. Articolo-recensione che, partendo dall'ultimo pamphlet dell'editore americano sviluppa alcune riflessioni sullo stato dell'editoria in Italia e nel mondo. Riflette sul grado reale di democrazia e di libertà di stampa che questo modello di sviluppo rende possibile.
Mi sono occupato di questo tema per qualche anno. Con Alfredo Salsano, lo scomparso editor della Bollati Boringhieri di Torino, e con altri colleghi librai torinesi. Dalle nostre riflessioni e dal nostro lavoro, ormai vecchio di qualche anno, è nata l'idea di Slow book, idea, ahimé, rimasta inerte e inoperosa - come si può notare constatando lo stato di abbandono nel quale versa il sito - anche per la morte di Alfredo, «anima» dell'iniziativa.
Ci siamo preoccupati della sorte dell'editoria di proposta - la locuzione è di Alfredo - e, in parallelo, della sorte delle librerie indipendenti. Abbiamo individuato nelle seconde gli interlocutori «naturali» dei primi e abbiamo cercato di ragionare sulle possibilità di creare una struttura che riunisse e coordinasse tutti coloro che credono nella possibilità di preservare la bibliodiversità. Abbiamo fatto fiasco, per tanti motivi. Al massimo siamo riusciti a creare un vago movimento di opinione, comunque limitato agli addetti ai lavori, senza riuscire a raggiungere altri attori della produzione e distribuzione libraria. Gli autori, per esempio, spesso chiamati, come scriveva Antonella Cilento a fungere da serraglio per il mass-market.
Ne abbiamo guadagnato in consapevolezza, come no, ma la consapevolezza che non si diffonde è come la saggezza dell'eremita: ricca ma inutile.
Questo polposto post non nasce da una tardiva resipiscenza. Soltanto serve a definire un po' meglio il quadro nel quale noi tutti - lettori, autori, operatori - ci troviamo a operare.
Esiste una linea che, unendo i punti numerati, può definire un disegno? Un «che cosa apparirà» dell'editoria mondiale?
Il discorsetto non è poi tanto gratuito e/o azzardato.
Senza bisogno di essere Adam Smith o Karl Marx si può convenire che, essendo l'editoria un'attività industriale, debba produrre un plusvalore. A meno di fare ciò che l'ottimo ex-amministratore delegato Mondadoriano, Kaiser Franco Tatò, definiva «propaganda», ovvero editoria in perdita, prodotta per propugnare una causa, politica o anche artistica.
Aguzzo il CEO, non è vero?
Prima conseguenza della necessità di un plusvalore è l'esigenza di trovare autori vendibili.
Questo vale per l'editore Treves che nei primi del Novecento pubblicava i romanzi osé di D'Annunzio come per la Rizzoli che nel 2007 pubblica Moccia. Certo, D'Annunzio scriveva meglio e sotto il cappello possedeva un cervello ma lo scopo è lo stesso: far soldi con il libri.
Senonché il signor Treves, capitalista dell'italietta umbertina, non faceva parte di una superholding nella quale il settore editoriale librario è soltanto un'appendice minima di attività quotate in borsa e che producono un utile finanziario. Il signor Treves dava «un'uciadina ai cunt» e se un libro non vendeva smetteva di pubblicare quell'autore.
Il CEO del settore editoriale librario della superholding, viceversa, si preoccupa della quotazione in borsa e dei dividendi per l'azionariato, delle sinergie con altri settori della comunicazione, della ricaduta in termini di gadget, mode, fenomeno. Il CEO è pronto a versare anticipi da capogiro, a sfruttare l'economia di scala garantita dalla grande distribuzione e delle grandi superfici delle librerie di catena, a massimizzare l'impatto mediatico creando il «fenomeno». Libro+film+gadget+canzone per iPod+sfondo e suoneria per telefonino eccetera.
E dietro il «fenomeno» vengono le legioni di cloni.
Così abbiamo il fantasy che «tira». Come «tira» il «noir», il giallo da sala settoria, l'autobiografia comica femminile, la biografia del perseguitato dai fondamentalisti.
Il fatto che un libro risulti un epigono non fornisce informazioni reali sul suo valore, tuttavia.
Si può supporre che non sia granché da un punto di vista artistico ma nulla di più.
I libri che non rientrano nel «fenomeno» possono aspirare, al massimo, a raggiungere nicchie di mercato. E possono, nel caso, essere distribuite anche attraverso canali secondari.
Anche le librerie indipendenti.
Si tratta di uno schema necessariamente grezzo, ma - spero - illuminante.
Quando parliamo di grande editoria parliamo, in realtà, di un sistema integrato teso a massimizzare i profitti. Il plusvalore della produzione ma soprattutto il valore finanziario complessivo della holding al quale l'editore appartiene.
L'editore deve mostrare continui incrementi di fatturato per poter passare nella cruna dell'ago degli analisti finanziari.
E gli incrementi di fatturato si ottengono invadendo il mercato di libri di bassa qualità.
È un meccanismo automatico. Le opere di valore - di narrativa o di saggistica - hanno tempi di gestazione lunghi, necessitano di contributi da parte di più figure professionali, durano nel tempo ma hanno ritmi di assorbimento lunghi.
«Bah!», dice il CEO, «stampiamo un altro pseudo-Moccia».
Qual è la sorte delle produzioni indipendenti?
Per la saggistica di ricerca l'essere messa in commercio a un prezzo elevato (di nicchia = per pochi = costoso). Per la narrativa quella, semplicemente, di non nascere per nulla.
Inutile dire - come sottolineava anche André Schiffrin - che la sorte tendenziale di pubblicazioni risolutamente antagoniste allo stato delle cose è l'invisibilità, virtuale o reale.
Quando pensavamo che l'alleanza tra editori di proposta - ovvero editori «puri» –, librerie indipendenti, autori critici, traduttori, redattori e forti lettori potesse essere la chiave di volta per far saltare il coperchio di una grande editoria che produce - automaticamente - montagne di libri inutili e favorisce il conformismo intellettuale e artistico, eravamo probabilmente nel giusto.
Ma sarebbe necessaria una maggiore attenzione da parte del potere politico (Eh? Che cosa?) e maggiore sensibilità ai temi civili da parte dei grandi media. Che sono di proprietà delle medesime holding.
Al momento attuale in Italia non esiste neppure un politica a sostegno della lettura.
E poi dice: «tu per chi voti?».
Mapperpiacere...

14.3.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 6

Post tosto, anzi tostissimo.
Si tratta di affrontare due-temi-due.
L'utilità dei premi letterari per opere inedite. L'utilità non in termini assoluti - esistono premi letterari che danno in omaggio prodotti locali come prosciutti, polenta, castagnacci, torte, salsicce, formaggi tipici, vino ecc. e che quindi sono sicuramente utili e preziosi - ma l'utilità ai fini di una possibile pubblicazione con qualche editore che vi dia del denaro (e non ve lo tolga) per ciò che scrivete.
In secondo luogo affrontare il tema dei concorsi per racconti.
Peggio che andar di notte, considerando che scrivo racconti, pubblico racconti, ho una moglie che scrive racconti, mia figlia ha preso un premio (75 euro) per un racconto pubblicato on line, ho un sacco di amici che scrivono racconti e che hanno vinto qualcosa pubblicando racconti. Che è come dire che praticamente TUTTI LORO o quasi possono legittimamente dire qualcosa in proposito e magari schiantarsi dalle risate leggendo le quattro scemenze che scriverò.
Ma contro il ridicolo sono assicurato, quindi proseguo.
Punto 1.
Ne abbiamo parlato diffusamente nel post precedente e nei commenti e repliche al post.
E abbiamo fatto una collezione di affermazioni necessariamente parziali. Nel senso che sicuramente vincere un premio - un premio che non preveda la pubblicazione del testo, naturalmente - migliora l'autostima, permette di avere un riscontro e persino di tirare su qualche soldino ma il non averlo vinto (qui sta il nocciolo del problema) non è necessariamente la controprova di nulla, se non del fatto che a qualcuno il vostro testo non è piaciuto. Può avere avuto ragione, certo, nel senso che avete idee banali, uno stile sciatto, un incipit barboso, un finale sconclusionato, inserite scene che non c'entrano un tubo, avete tendenza alle digressioni pseudofilosofiche, non avete ritmo o - peggio - avete troppo ritmo, tanto che il lettore rischia il nistagmo ecc.
Ma anche, forse, che siete un po' troppo originali, politicamente scorretti, sessualmente devianti, coltivate l'assurdo o l'iperreale.
O, semplicemente, che il lettore non sa bene dove appendere il vostro romanzo.
E ai lettori per i premi viene l'orticaria se non sanno dove appendere un libro.
Se non riescono a stabilire chi è il vostro padre nobile.
Le ascendenze.
Gli influssi.
I riferimenti.
I giurati dei premi sono quasi sempre forti lettori che per giudicare un libro debbono prima di tutto situarlo, operazione legittima e utile ma con un certo sapore scolastico. E che rischia di crocifiggere il malcapitato scrivente al suo vero o presunto riferimento.
Per essere abbastanza originali da sorprendere e circuire un giurato bisogna avere letto un bel po', tanto da non imitare (inconsapevolmente) l'autore prediletto. E bisogna avere sempre con sé un metaforica valigetta dalla quale estrarre le suggestioni e sistemarle.
Un momento alla Conrad, un attimo di Carver, un passaggio buzzatiano, una suggestione borgesiana, un tocco alla Cortazar, un'atmosfera ballardiana, un ricordo à la Proust.
Non una riscrittura di Marquez o di Raymond Queneau («ti ho beccato!», mormora il giurato), ma una combinazione personalissima di «ombre letterarie» guidate dalla vostra mano.
Il che è facile a dirsi, ovviamente...
L'importante, comunque, è che tutte queste ricchezza di riferimenti salti all'occhio dopo aver scritto e non prima. Possibilmente almeno un paio di mesi dopo aver finito di scrivere, quando il manoscritto è «freddo» e leggete soltanto le parole effettivamente scritte e non anche quelle soltanto immaginate.
Non è una mia soluzione, l'ha enunciata formalmente Calvino e chiunque scriva sa che è sacrosanta e andrebbe scritta nella pietra.
In tutti i casi fare il genio incompreso è peggio che inutile.
È chiaro che un genio viene riconosciuto persino dai lettori del Calvino ma un certo numero di buone idee affogate in un romanzo poco strutturato, grezzo e cigolante non permettono di vincere molto.
Non è il caso di buttarsi giù, comunque.
Il problema resta che è difficile capire perché il vostro romanzo non sia stato accettato.
E l'unica soluzione che mi venga in mente - a parte richiedere le schede di lettura, se il concorso le prevede - è quella di darlo da leggere a quante più persone diverse possibile.
Come si fa?
Beh, il romanzo che sto pubblicando a puntate in questo blog «Ultimo spettacolo» è stato scartato e vilipeso da - se mi ricordo bene - almeno tre premi letterari. Uno per «giovani narratori» (l'ho scritto nel 1995) e gli altri due per narrativa di genere.
È un romanzo pieno di difetti.
Possiamo far notte a enumerarli tutti e credo che, comunque, voi sareste addormentati da un pezzo mentre io ne sto ancora trovando qualcuno.
Resta il fatto che almeno qualcuno dei difetti scoperti da voi a me non sarebbe mai venuto in mente.
Bingo!
Certo, perché la gente venga a leggere il vostro libro dovete sbattervi non poco. Tenere in piedi e aggiornare un sito o un blog (che vuol dire lavoro), cercare di dire cose anche non mostruosamente intelligenti ma perlomeno plausibili (altro lavoro), rispondere gentilmente a chi vi scrive (lavoro, lavoro, lavoro...) e così via.
Il tutto senza nessuna garanzia che la prossima volta prenderete un premio...
Ma in fondo questo non è poi così importante, se nel frattempo avrete imparato almeno un pochino a scrivere e avrete trovato dei lettori... Che è poi ciò che dovrebbe spinge un autore degno di questo nome a scrivere.
Il mio parere, in definitiva, è che l'utilità dei premi ai fini della pubblicazione sia quantomeno dubbia.
Opinabile.
Perfino sospetta.
Sarà forse - o sicuramente - perché io di premi ne ho vinti ben pochi e anche quei pochi attribuiti per motivi curiosamente diversi da quelli da me immaginati.
Un'altra simmetria rispettata, a pensarci bene.
Oltre al dubbio che, in realtà, i premi non siano un punto di partenza per la pubblicazione ma un punto di arrivo.
Se sapete già scrivere avete buone possibilità di vincere un premio.
Ma che vi frega, a quel punto, di vincere un premio?
Resta il Punto 2.
Ma l'ho già fatta troppo lunga.
Ne parleremo presto.

12.3.08

In controtempo: colpo di coda


Lunedì scorso, il 10 marzo, incontro con i lettori organizzato da Alex Defilippi.
Incontro con i lettori nel senso che buona parte delle persone che ho incontrato avevano letto la mia antologia. E questo basta già a fare dell'incontro qualcosa per me di molto più che sorprendente. Praticamente di soprannaturale.
A fare da commentatore, allenatore e ottimo lettore di qualche brano dell'antologia Silvia Treves. Che poi sarebbe mia moglie. E che vale tant'oro quanto pesa. Unico difetto, a questo proposito: pesa poco. Quaranta chili e poco più, dei quali una buona parte in cervello di prima qualità.
Alex ha degnamente introdotto. Silvia ha presentato l'iniziativa editoriale e io...
Dovevo ben fare qualcosa per guadagnarmi la cena gentilmente offerta.
Qualcosa che non fosse parlare dei racconti - in diversi casi già letti - dire come andavano a finire o narrare dei miei traumi infantili per spiegare perché le mie storie sono così.
Sicché ho preparato un intervento un po' più generale sul narrare e sul rapporto tra autore e lettore. Di tutta la zuppa, che riporto di seguito, mi piace la definizione di "narratore in seconda battuta". Ovvero la semplice constatazione che chi legge è in realtà "coautore" della storia narrata. Nel senso che la reinterpreta, la distilla, ne sceglie una chiave e un possibile significato.
Di particolarmente piacevole nell'incontro la discussione che è nata sullo scrivere e sul suo artigianato, resa anche più interessante per la presenza di altre tre persone che hanno scritto e pubblicato. Alex, ovviamente, Silvia e Barbara, due volte pubblicata in due edizioni di Fata Morgana. Faticosissimo, infine, scrivere dediche che abbiano un senso, soprattutto a persone che si conoscono poco o per nulla... ma un prezzo che si paga con enorme piacere sapendo che sono persone che hanno letto qualcosa di tuo.
E adesso una parte del testo del mio intervento.
Naturalmente sarebbe bello poter riprendere la discussione a partire da queste righe.
Disponibilissimo, per quanto mi riguarda.

«Scrivere è un gesto appartato ma non solitario.
Nella scrittura si presuppone l'esistenza del lettore. Ovviamente fantomatico, nel mio caso, quando scrissi questi racconti. La scrittura in forma narrativa, a differenza del diario con il quale ha comunque profondi legami, si conforma a canoni e criteri universalmente accettati. Si accetta la forma narrativa e nel farlo si accetta la presenza di un lettore che si suppone interessato a ciò che si va raccontando. Si narra davanti a un pubblico potenziale, avendo ben presenti le norme definite per il tipo di scrittura scelta.
Ci si sforza di interessare, in sostanza, non potendo contare sull'educazione e la tolleranza dello sconosciuto lettore.
Si devono prendere decisioni preliminari. Tra queste il grado di libertà del quale si intende fare uso e di quello che si intende lasciare al lettore.
È un aspetto importante della scrittura, questo.
Gli autori possono essere ritrosi o invadenti, enigmatici o didattici. Possono temere di apparire o cercare di apparire. Possono tenere per mano il lettore o affibbiargli una carta appena abbozzata e scomparire.
Possono fornire una spiegazione unica e incontrovertibile al loro testo o lasciare che i loro testi rimangano ambigui e non del tutto esplicabili.
Sono personalmente convinto che la seconda via sia un buon punto di equilibrio tra le esigenze di chi narra e di chi legge, ovvero del narratore in seconda battuta.
La scrittura è un tentativo di imitare la vita, «imitation of life», come cantano i R.E.M.
Una ricostruzione in bottiglia di fatti, eventi, persone.
La scrittura narrativa - se onesta - non vanta pretese di esaurire il reale ma soltanto di alludervi, di rappresentarlo per sommi capi lasciando al lettore il compito di arredare anche gli angoli non illuminati, di immaginare lo scenario, il tempo, il luogo.
In questo senso la separazione tra letteratura fantastica e letteratura «realistica» è estremamente labile. Giudichiamo realistico ciò che crediamo di conoscere, ovvero la sezione illuminata del mondo che l'autore è disposto a concederci. Riteniamo fantastico un mondo nel quale la parte illuminata non è familiare al nostro sistema di riferimenti, o, simmetricamente, che è in gran parte avvolto nell'ombra.
Le opere ambigue lasciano al lettore la convinzione fallace di comprendere il mondo nel quale la vicenda si svolge. In questo senso «barano», illuminando parti non significative e nascondendone altre che potrebbero fornire al lettore elementi di valutazione e di giudizio.
In realtà, a mio parere, la loro «imitazione della realtà» è spesso più raffinata e attenta di molte opere ritenute «realistiche». La nostra nozione di realtà è infatti largamente insufficiente, limitata com'è dalla qualità della nostra percezione e dal nostro modo - personale e socioculturale - di organizzare le informazioni in arrivo. Tutti abbiamo sperimentato frustrazione per non avere saputo giudicare una situazione, i motivi di un comportamento, le conseguenze delle nostre stesse azioni.
Io mi sforzo di scrivere testi ambigui, ovvero di rispettare - nella forma e nella sostanza - l'ambiguità profonda del reale. Faccio il possibile perché sia chiaro al lettore che la nostra capacità di afferrare e giudicare il reale è ben lontana dall'essere infallibile.
In qualche caso mi sforzo consciamente di condurre il lettore a conclusioni errate o parziali.
In altri casi il meccanismo scatta anche senza un mio disegno prederminato.
Mi sforzo di concludere le mie storie senza fornire un'intepretazione univoca di quanto accaduto.
Scrivo storie frustranti, mi hanno detto.
È possibile, anzi probabile,.
Ma non riesco a trovarlo un difetto, nonostante tutto.»
Silvia Treves a Duino, come Rainer Maria Rilke...

9.3.08

Giovani per sempre invecchiano presto


A parlare troppo di lavoro...
Ma mi hanno provocato.
Mi ha provocato un articolo di Javier Marías, ottimo scrittore, pubblicato qualche giorno fa su «la Repubblica».
Marías, parlando con il suo libraio - AntonioMéndez - ha scoperto che per un libraio un libro uscito da un mese e mezzo è «vecchio». Non solo, Marías sottolinea, nello stesso articolo, che il suo amico libraio è «spossato dall'inondazione di novità editoriali che gli arriva ogni giorno e che trasforma la sua professione in un perpetuo aprire casse, tirar fuori libri, collocarli e restituirli - più che leggerli, raccomandarli e venderli».
Ci voleva Marías, viene da dire, per poter leggere su un quotidiano nazionale che il lavoro di libraio è diventato un incubo senza senso.
Ma come, non è una ricchezza la sovrappoduzione? Non è una fortuna? Il bengodi, il paradiso?
NO.
È la notte nella quale tutte le vacche sono grige.
Il Ragnarök dei buoni libri, annegati dentro una produzione alluvionale, idiota e proterva.
Marías fa notare che per scrivere un libro ci vuole tempo e fatica. Che un buon libro prevede una gestazione complessa e una nascita delicata.
«E dopo un mese e mezzo un libro costato un anno di lavoro è già vecchio?»
Già.
Ironicamente Marías osserva che gli scrittori - quelli veri - non lavorano in modo diverso dai loro colleghi di tre o quattro secoli fa mentre i media sono diventati rrrrrapidi, tanto rrrrrapidi da essere divenuti praticamente inafferrabili.
A reggere i ritmi dell'industria dei media possono essere soltanto i libri seriali, i cloni dei cloni, le imitazioni, le novelisation, gli instant-book.
Le rimasticature.
I mosaici ottenuti da altri libri.
Le riproposte di libri che hanno funzionato un tempo.
Vista sotto questa angolatura la distribuzione per mezzo delle librerie non ha più molto senso. Esattamente come non ha più senso il cinema che non si è fatto multisala o multiplex.
La fine delle librerie è probabilmente inevitabile ma è difficile dire chi la pianterà prima, se i librai o questo modello di sviluppo.
Ma forse anche l'articolo di Marìas è uno dei tanti piccoli sintomi. Forse uno dei tanti scricchiolii.

5.3.08

Il prossimo LN


Chi frequenta questo blog è probabile sappia già che sono editore e co-coordinatore di una rivista di attualità libraria, LN-LibriNuovi. Una rivista gloriosamente indipendente che esiste e resiste da 44 numeri (è trimestrale quindi sono 11 anni...), non facile da trovare - si può acquistare per abbonamento, sul sito o presso le librerie on line - ma curiosa e (sicuramente) diversa dalle altre.
Siamo dei piantagrane, innanzitutto. Facili alla polemica e al commento acidulo, poco impressionabili, per nulla devoti all'ortodossia letteraria, indisponibili a fare gli stuoini degli uffici stampa o a sbrodolarci e strisciare nel tentativo di metterci in vista con l'Autore. Ci filano in pochi, di conseguenza. E non ci invitano agli appuntamenti con la gente che conta.
Paghiamo la nostra preziosa libertà lavorando per la rivista a titolo gratuito, leggendo e scrivendo senza percepire alcunché, anzi cacciando per primi i soldi per l'abbonamento annuale.
È una rivista ondivaga nelle scelte, costituzionalmente anarchica dal momento che non prevede quasi mai scalette predefinite e viene montata e costruita sulla base degli articoli che arrivano, che sono lo specchio fedele dei gusti e delle passioni di chi collabora con noi.
Probabilmente è questo il motivo per il quale ci capita di sbagliare, di sottovalutare o sopravvalutare, di dare troppa importanza alle letterature di genere / degeneri, di ignorare fenomeni e esultare per i carneadi, di combinare accostamenti impossibili tra narrativa e scienza, tra poliziesco e filosofia, tra storiografia e fantasy.
In più sappiamo che i libri sono prodotti e stampati da qualcuno, che nascono o non nascono per un motivo e arrivano o meno in libreria per un motivo. Forse lo stesso...
In questo momento sto terminando l'impaginazione del prossimo numero, il 45, che uscirà dopo il 20 di marzo. È un numero eccellente. Lo so, dirselo da soli non è opportuno, ma lo faccio lo stesso. È una sensazione che ho quasi sempre. Penso: «questo numero è meglio di tutti quelli fatti finora».
Forse ho soltanto la memoria corta.
O forse no.
Se volete emergere nel mondo editoriale lasciateci perdere.
Presentarsi come uno «della redazione di LN» comporta strane reazioni. C’è chi comincia a sorridere e a dare di gomito, chi si rabbuia, chi dice: «ah, siete quelli che…». Capita raramente che qualcuno chieda: «della redazione di che?».
Segno che il mondo editoriale è davvero piccolo.
Sicuramente LN è un miracolo.
Più o meno come il calabrone che non può volare ma vola lo stesso.
E in più mi ha permesso di conoscere un sacco di gente meravigliosa.
Dal momento che gli ho dedicato un bel pezzo della mia vita, non è un cattivo risultato.
Anzi.

3.3.08

Attivo, passivo e disponibile a tutto


Titolo ambiguo, volutamente.
Alcuni piccoli fatti mi hanno costretto a riflettere su un interrogativo che, immagino, tutti i lettori almeno una volta nella vita si sono posti. Che, enunciato semplicemente suona come: «meglio leggere o essere letti?».
Così presentata la domanda è indiscutibilmente idiota. Ma articolata meglio può forse permettere qualche riflessione. Cominciamo a trasporla in un altro campo dell'umano agire: la cucina.
«Meglio mangiare o cucinare?»
Se possibile la domanda appare anche più cretina.
Ma, in qualità di cuoco di lungo corso (anche se non eccelso o originale), mi rendo conto che tanto cretina la domanda poi non è. Amo mangiare cibi cucinati con cura e attenzione e, se ne ho l'occasione, sono felice di prepararne personalmente per la gioia che mi dà vedere altre persone contente di assaggiare qualcosa che apprezzano.
Ho cucinato per anni raggiungendo una certa perizia ma non mi considero un professionista. Al massimo ho imparato qualche trucco per risparmiare tempo e qualche piccolo accorgimento per rendere un più gustoso un piatto senza caricarlo di calorie. Mi interessa assaggiare cibi cucinati da altri perché possono fornirmi idee e nuove soluzioni e detesto i piatti nati con l'intenzione di stupire ma senza sostanza e senza amore per la pratica gastronomica.
Mi rendo conto , a questo punto, che ho praticamente enunciato anche il mio punto di vista sulla letteratura e sull'agire letterario.
Richiamando due figure geometriche elementari, il segmento e il cerchio, posso provare a pensare una sorta di diagramma. Sul segmento posso fissare un estremo A (massimo piacere nel leggere, minimo nell'essere letto) e un estremo B (il contrario) e stabilire un punto C a piacere a una distanza da A e B tale da definire la mia posizione in proposito. Fin qui il segmento. Poco interessante, ammettiamolo.
Il cerchio, ora.
Non ha estremi.
Il punto nel quale A e B sono più lontani è anche il punto nel quale coincidono.
Praticamente impossibile fissare la propria posizione in maniera inequivoca. «Io sono qui» non ha senso, dal momento che posso essere distante da A un semplice arco oppure, percorrendo il cerchio nell'altra direzione, l'intero cerchio + l'arco.
Se non posso fissare la mia posizione in maniera precisa sono costretto ad ammettere che è preferibile non fissare una posizione precisa in proposito. Leggere, scrivere, essere letti sono tutti atti che si trovano all'interno di un ininterrotto anello, proprio come cucinare.
Non esistono estremi, ma diversi momenti all'interno di una medesima traiettoria circolare.
Questo mi conforta molto.
E mi conferma che non si può essere buoni autori senza essere lettori anche migliori.
Che si deve assaggiare e riflettere, gustare e confrontare, provare ma essere anche pronti a buttare tutto in pattumiera.
La scoperta dell'acqua calda, in apparenza. Ma forse non troppo, dal momento che viaggiando per il web e nel mondo letterario si incontra spesso gente che parla del proprio scrivere - ma anche del proprio leggere - come di un gesti che dividono la letteratura tra un «prima di me» e un «dopo di me», spesso senza neppure rendersene conto.
Il web letterario diviene spesso, così, una serie di gabbie di babbuini dove ognuno deve affermare il proprio ruolo di individuo alfa.
Ruolo che, non essendo un babbuino, lascio volentieri a chi ci tiene.

22.2.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 5

Premi e concorsi.
Poco sistematico e ancor meno scrupoloso non tenterò neppure di presentare un elenco dei duemila e passa concorsi e premi letterari che esistono in Italia. Un buon motore di ricerca può fare meglio al caso vostro senza contare che esistono siti come www.wuz.it che possono fornire una quantità prodigiosa di info sia per quanto riguarda le scuole di scrittura creativa che per i premi e concorsi.
No, ciò che mi interessa qui è provare a fare qualche ipotesi sull'utilità effettiva, ai fini della pubblicazione, della partecipazione a un premio letterario.
Anche e soprattutto a partire dalla mia personale esperienza.
Ammettiamo che abbiate il vostro manoscritto.
Di narrativa, beninteso, romanzo o raccolta di racconti.
«A chi lo mando?».
Categoria romanzo.
Le scelte non sono poi troppe ma nemmeno così poche.
Andate sul sito www.danaelibri.it e cominciate a cercare. Troverete un elenco di premi per romanzi inediti di lunghezza e tema variabile.
Alcuni, anche di un certo relativo "rilievo" come il premio L'autore di Firenze Libri, non richiedono alcuna tassa di partecipazione.
Però, però...
Ho conosciuto personalmente alcuni partecipanti e un vincitore del premio L'autore. Le esperienze in proposito sono varie. Qualcuno ha ricevuto molti complimenti e...la proposta di essere pubblicato a pagamento,qualcun altro è stato semplicemente pubblicato senza - in apparenza - pagare pegno, ma anche senza alcuna distribuzione. Stesso discorso per il vincitore che, a parte il sussiego, non ha visto il suo libro distribuito da nessuna parte.
In sostanza, anche se vincitore o pubblicato nessuno è riuscito a farsi leggere al di fuori della stretta cerchia dei propri amici e parenti.
E ha "bruciato" inutilmente un testo che (forse) avrebbe meritato qualcosa di più.
Esistono fortunatamente numerosi siti di discussione legati, per esempio, al sito www.ozoz.it dove, disponendo della giusta quantità di tempo, è possibile trovare qualche informazione di prima mano sull'affidabilità di certi concorsi.
Ma,tanto per ritornare al problema centrale, un premio vinto non garantisce alcuna reale visibilità al vostro lavoro. In sostanza: il libro esiste ma non potete trovarlo in libreria. Che è come dire che esiste un po' meno.
Avere vinto un premio è una grandissima soddisfazione, beninteso, ma l'amarezza di non vedere la propria creatura a disposizione dei potenziali lettori non è facile da ingoiare.
A questo punto è necessaria una breve digressione "tecnica".
Per andare in libreria - privata o di catena - un libro deve essere pubblicato da un editore che abbia un contratto con un distributore nazionale. I distributori nazionali sono pochi. Quelli che movimentano (seriamente) editori di narrativa soltanto 4 o 5. Gli editori con un contratto nazionale di distribuzione non più di 300-400. Di questi una trentina realizzano il 90% del fatturato nazionale di libri di narrativa. Questi editori hanno in genere un interesse scarsissimo per gli esiti dei premi letterari. Sanno bene che le giurie dei premi medesimi sono, nella maggior parte dei casi, composte da dilettanti entusiasti il cui orizzonte degli eventi arriva fino al giorno della premiazione e che non danno - giustamente - alcun peso alla vendibilità del testo del vincitore.
Fine della digressione.
A fare eccezione pochi premi.
Il Calvino prima di ogni altro.
Un premio annuale e con un costo di partecipazione abbordabile che comporta la possibilità di ricevere le schede di lettura. Un premio serio ma, ahimé, schizofrenico.
Nella roulette dei lettori per il premio - persone benemerite che leggono gratis un centinaio di romanzi a edizione ma che inevitabilmente finiscono per gettare la spugna proprio quando hanno messo insieme una buona competenza - può capitarvi, come è capitato a me, di passare una volta in seconda lettura perché avete incontrato un lettore che ama il fantastico e essere scacciato come un barbone a un anno di distanza e con lo stesso testo - con poche modifiche - avendo incontrato sulla mia strada un lettore svogliato, poco dotato di fantasia e che non arrivava a distinguere l'Armata Rossa Sovietica dalla Rote Armee Fraktion.
In sostanza di essere stato incoraggiato, poi brutalmente respinto.
In certi ambienti per molto meno tirano fuori il coltello.
Ma io mi sforzo di essere un non-violento e poi, comunque, con un romanzo di tema fantastico non avevo molte speranze, via. Ho giocato sapendo di perdere, quindi non mi stupisco più che tanto.
Resta il fatto che è capitato a molti di avere vinto il Calvino ma non avere trovato un editore interessato. Cosa, ammettiamolo, molto più allarmante.
Servono a qualcosa questi accidenti di premi, in definitiva?
Ne parleremo nel prossimo post.

21.2.08

Problemi tecnici


Un volenteroso lettore mi ha segnalato che i file di testo aperti a video sono troppo piccoli e scaricati e stampati rimangono troppo piccoli, al limite dell'illeggibile.
Mi scuso profondamente per l'inconveniente, nato dal desiderio - altruista ed ecologico - di non far impiegare troppa carta nella stampa ai lettori. Ho rinunciato alle mie buone intenzioni e ho reimpostato i file in modo che sia il lettore, eventualmente, a decidere per una stampa di due facciate in A4.
Questo, comunque, NON è un esempio di come lavora CS_libri. Semmai un esempio di personale dabbenaggine.

18.2.08

autopubblicazione (a che cosa serve un editore capitolo 4 e 1/2)


Proviamo a fare pratica.
Se si ha un romanzo per il quale nessun editore - serio o poco serio - è disposto a investire un centesimo - nemmeno io - che cosa ne fate?
Lo tenete nascosto in una sub-sub-subdirectory della cartella «foto vacanze agosto 2002»? Lo stampate per regalarlo a quattro amici aspettandovi un sorriso agrodolce e un certo numero di scuse: «aha, un altro... certo, grazie. Quando avrò un momento... lo sai è un periodo molto pieno...», riprovate il giro delle sette chiese ma con zero speranze oppure, oppure... lo pubblicate in rete.
A che cosa serve pubblicare in rete, sia pure in un blog frequentato da quattro amici come questo?
Beh, a raccogliere opinioni, pareri, giudizi, impressioni e suggerimenti.
Se non si ha il tarlo di essere infallibili - tarlo che chiunque abbia provato a scrivere rischia comunque di avere - l'esercizio potrebbe rivelarsi utile o addirittura utilissimo.
Mi sono spesso stupito di sentire enumerare pregi e difetti delle poche cose che ho pubblicato. I difetti non erano quasi mai quelli che mi aspettavo e i pregi erano spesso diversi da quelli attesi.
Quindi pubblicare in rete, in un blog, può rivelarsi (forse) uno stimolo per le opere che non convincono completamente. Uno stimolo a cancellarle dalla subdirectory della quale si diceva oppure a rimetterci sopra le mani, a rivederle, ripensarle, ridiscuterle.
Bisogna avere pazienza, molta pazienza. Non si può pretendere velocità né ci si può lamentare di imprecisioni, dimenticanze, incomprensioni ecc. Nove volte su dieci le incomprensioni ecc. sono responsabilità dell'autore.
Non prometto di essere olimpico come può apparire, ma mi sforzerò. Anch'io sono convinto di essere infallibile ma ho un certo senso del ridicolo...
Ultima osservazione prima di passare alle istruzioni.
Non credo che Internet sia un mezzo adeguato per la (vera) pubblicazione di un libro.
Perlomeno non di un libro ritenuto definitivo, completo e pronto a essere distribuito.
Può servire come officina - e questo è il mio caso - oppure svolgere una funzione di promozione. Regalare il proprio libro per diffonderlo e, in un secondo momento, metterlo in vendita.
Sia la prima che la seconda sono pratiche abbastanza diffusa nei paesi civili, molto meno in Italia.
Istruzioni:
In fondo a dx di questa pagina trovate un collegamento: «Quante storie»
Cliccando nel collegamento che appare sotto:
(www.mio.discoremoto.alice.al)
vi troverete davanti tre cartelle:
«In controtempo + »
«Ultimo spettacolo»
«Zone inesplorate»
Nella prima troverete tre racconti già pubblicati in tre diverse edizione dell'antologia Fata Morgana e che quindi non ho potuto inserire nella mia antologia ma che sono omologhi a essa per ispirazione e temi.
Nella seconda i primi quattro capitoli di un mio romanzo (quasi) inedito. Si tratta di un romanzo di fantascienza, ma di un genere di sf che in Italia non ha molti precedenti. Lettori e autori di sf si prendono infatti maledettamente sul serio, mentre «Ultimo spettacolo» non è esattamente un romanzo serio. Scaricate prima il file «US - avvertenze e precauzioni».
La pubblicazione degli altri capitoli è legata al gradimento di coloro che scaricheranno i primi capitoli.
Nella terza due racconti lunghi: «La testa tra le nuvole», vergognoso calco verniano a suo tempo uscito su FM 4 a firma Giulio Artusi e «Zero», pubblicato in FM 6, un modesto esempio di piccola Ucronia nostrana.
Tutti file sono in formato acrobat.pdf.
Possono essere letti a monitor o stampati. La seconda possibilità se le prime righe vi convincono.
Osservazioni commenti eccetera possono essere inseriti in coda a questo post o inviati direttamente a un indirizzo di posta elettronica che utilizzerò soltanto a questo scopo: massimo.citi@virgilio.it.
Buona lettura.

11.2.08

Fata Morgana 11

Il 28 di marzo è ancora lontano, ma è bello prendere una rincorsa lunga.
Fata Morgana è l'antologia di narrativa «mista» che Silvia Treves (qui in una foto che ne mostra l'innata incapacità di essere seria) e io curiamo da qualcosa come una decina d'anni. Nella seconda metà di marzo dell'anno successivo all'uscita di FM teniamo una presentazione alla quale invitiamo gli autori dell'antologia passati e presenti. Durante l'incontro si parla della nascita dell'ultimo FM, dei racconti scelti, e delle intenzioni per il futuro. Qualcuno - negli ultimi anni Erica Monforte - legge brani scelti dall'antologia, si mangiano dolcetti e si beve qualcosa.
Quest'anno, per l'appunto, la presentazione sarà venerdì 28 marzo, ore 21.00 presso la Libreria CS - V. Ormea 69, Torino. A leggere potrebbe essere ancora una volta Erica, ma non è detto.
Chi vuole venire, si accomodi. Astenersi giovani promesse, geni incompresi ed eterni esordienti. FM non è un trampolino per l'eterna fama, soltanto un lavoro che speriamo di far bene.

8.2.08

Il laureato illetterato e la riscoperta dell'acqua calda


Compro «La Repubblica» ma non la amo per nulla.
D'altro canto «La Stampa» è un gazzettino di condominio pieno di refusi e il Corsera è infestato da gente come Galli Della Loggia e Antonio D'Orrico. Su «Il Manifesto» scrive gente piena di buona volontà e che spera di riuscire a fare - un giorno o l'altro - un giornale, e degli altri non merita parlare.
D'altro canto «La Repubblica» ha il vezzo/vizio di riscoprire continuamente l'acqua calda e di sparare la pseudonotizia come fosse uno scoop straordinario. Ultimo esempio tre pagine di R2 del 6 febbraio dedicate all'illetteratismo - il paraneologismo non è mio - dei laureati. Si scopre così che un 20% abbondante di laureati non legge nemmeno un libro all'anno e che qualcuno di loro (il 6,0% del 20% = 0,3% del totale dei laureati) afferma che leggere è un medium lento mentre lo 0,3 sempre del 20% - cioè un irrilevante 0,015 del totale dei laureati, come dire 15 persone su 10.000 - pensa che leggere non serva più.
È così difficile trovare 15 cretini su 10.000 bipedi appartenenti alla specie homo sapiens? E 3 cretini su 1.000? Io ripensando alla mia classe del liceo avrei accreditato la cretineria di un buon 33%, quindi l'articolo mi ha, in realtà, consolato. Tanto più che le statistiche su Le cifre dell'editoria edizione 2000 davano i laureati che non leggevano nemmeno un libro all'anno al 30% circa. Quindi in un meno di un decennio ci sono un 10% scarso di lettori (di almeno un libro all'anno) in più.
M pubblicare notizie consolanti non è lo scopo di un quotidiano. Prima di imbastire un articolo inevitabilmente in equilibrio tra il gusto plebeo di scoprire che anche il professionista o il dirigente so’ 'gnoranti e i toni blasé da intellettuale purosangue e un po' cinico ci si poteva informare, nevvero? Ma no, informarsi prima di scrivere è raro e «lento». Per essere media «veloci» bisogna commentare senza sapere di che cosa si sta parlando.
Non si può sapere tutto, certo, ma un po' di cautela non sarebbe fuori luogo.
Se si voleva affermare che in Italia non esiste una politica di sostegno alla lettura, che il sistema bibliotecario è obosoleto e bisognoso di finanziamenti, che la classe dirigente italiana è scarsa di riferimenti culturali, provinciale e meschina si potevano semplicemente scrivere alcuni articoli informati sulla diffusione del libro in Italia.
Prima si valuta la reale possibilità di leggere, poi si commenta la volontà o meno di farlo.
Si potrebbe finire per scoprire che in realtà già da diversi anni esiste una politica contro la lettura, presentata come attività obosoleta, vecchia, fuori moda. Una passione avara e solitaria praticata soltanto da sfigati, tagliati fuori, intellettuali stitici e occhialuti, pallidi e flaccidi.
È molto probabile che chi ha recepito e praticato il messaggio vero trasmesso dai media - «non leggere, non stare a romperti la testa su cose inutili e che tanto non capisci» - non sia formato soltanto da un 3% circa della popolazione laureata. Il grosso problema è che l'ignoranza fino a qualche anno fa era percepita come limite e ammessa con pena mentre ora è considerata un prezzo da pagare al tentativo di affermarsi.