12.3.08

In controtempo: colpo di coda


Lunedì scorso, il 10 marzo, incontro con i lettori organizzato da Alex Defilippi.
Incontro con i lettori nel senso che buona parte delle persone che ho incontrato avevano letto la mia antologia. E questo basta già a fare dell'incontro qualcosa per me di molto più che sorprendente. Praticamente di soprannaturale.
A fare da commentatore, allenatore e ottimo lettore di qualche brano dell'antologia Silvia Treves. Che poi sarebbe mia moglie. E che vale tant'oro quanto pesa. Unico difetto, a questo proposito: pesa poco. Quaranta chili e poco più, dei quali una buona parte in cervello di prima qualità.
Alex ha degnamente introdotto. Silvia ha presentato l'iniziativa editoriale e io...
Dovevo ben fare qualcosa per guadagnarmi la cena gentilmente offerta.
Qualcosa che non fosse parlare dei racconti - in diversi casi già letti - dire come andavano a finire o narrare dei miei traumi infantili per spiegare perché le mie storie sono così.
Sicché ho preparato un intervento un po' più generale sul narrare e sul rapporto tra autore e lettore. Di tutta la zuppa, che riporto di seguito, mi piace la definizione di "narratore in seconda battuta". Ovvero la semplice constatazione che chi legge è in realtà "coautore" della storia narrata. Nel senso che la reinterpreta, la distilla, ne sceglie una chiave e un possibile significato.
Di particolarmente piacevole nell'incontro la discussione che è nata sullo scrivere e sul suo artigianato, resa anche più interessante per la presenza di altre tre persone che hanno scritto e pubblicato. Alex, ovviamente, Silvia e Barbara, due volte pubblicata in due edizioni di Fata Morgana. Faticosissimo, infine, scrivere dediche che abbiano un senso, soprattutto a persone che si conoscono poco o per nulla... ma un prezzo che si paga con enorme piacere sapendo che sono persone che hanno letto qualcosa di tuo.
E adesso una parte del testo del mio intervento.
Naturalmente sarebbe bello poter riprendere la discussione a partire da queste righe.
Disponibilissimo, per quanto mi riguarda.

«Scrivere è un gesto appartato ma non solitario.
Nella scrittura si presuppone l'esistenza del lettore. Ovviamente fantomatico, nel mio caso, quando scrissi questi racconti. La scrittura in forma narrativa, a differenza del diario con il quale ha comunque profondi legami, si conforma a canoni e criteri universalmente accettati. Si accetta la forma narrativa e nel farlo si accetta la presenza di un lettore che si suppone interessato a ciò che si va raccontando. Si narra davanti a un pubblico potenziale, avendo ben presenti le norme definite per il tipo di scrittura scelta.
Ci si sforza di interessare, in sostanza, non potendo contare sull'educazione e la tolleranza dello sconosciuto lettore.
Si devono prendere decisioni preliminari. Tra queste il grado di libertà del quale si intende fare uso e di quello che si intende lasciare al lettore.
È un aspetto importante della scrittura, questo.
Gli autori possono essere ritrosi o invadenti, enigmatici o didattici. Possono temere di apparire o cercare di apparire. Possono tenere per mano il lettore o affibbiargli una carta appena abbozzata e scomparire.
Possono fornire una spiegazione unica e incontrovertibile al loro testo o lasciare che i loro testi rimangano ambigui e non del tutto esplicabili.
Sono personalmente convinto che la seconda via sia un buon punto di equilibrio tra le esigenze di chi narra e di chi legge, ovvero del narratore in seconda battuta.
La scrittura è un tentativo di imitare la vita, «imitation of life», come cantano i R.E.M.
Una ricostruzione in bottiglia di fatti, eventi, persone.
La scrittura narrativa - se onesta - non vanta pretese di esaurire il reale ma soltanto di alludervi, di rappresentarlo per sommi capi lasciando al lettore il compito di arredare anche gli angoli non illuminati, di immaginare lo scenario, il tempo, il luogo.
In questo senso la separazione tra letteratura fantastica e letteratura «realistica» è estremamente labile. Giudichiamo realistico ciò che crediamo di conoscere, ovvero la sezione illuminata del mondo che l'autore è disposto a concederci. Riteniamo fantastico un mondo nel quale la parte illuminata non è familiare al nostro sistema di riferimenti, o, simmetricamente, che è in gran parte avvolto nell'ombra.
Le opere ambigue lasciano al lettore la convinzione fallace di comprendere il mondo nel quale la vicenda si svolge. In questo senso «barano», illuminando parti non significative e nascondendone altre che potrebbero fornire al lettore elementi di valutazione e di giudizio.
In realtà, a mio parere, la loro «imitazione della realtà» è spesso più raffinata e attenta di molte opere ritenute «realistiche». La nostra nozione di realtà è infatti largamente insufficiente, limitata com'è dalla qualità della nostra percezione e dal nostro modo - personale e socioculturale - di organizzare le informazioni in arrivo. Tutti abbiamo sperimentato frustrazione per non avere saputo giudicare una situazione, i motivi di un comportamento, le conseguenze delle nostre stesse azioni.
Io mi sforzo di scrivere testi ambigui, ovvero di rispettare - nella forma e nella sostanza - l'ambiguità profonda del reale. Faccio il possibile perché sia chiaro al lettore che la nostra capacità di afferrare e giudicare il reale è ben lontana dall'essere infallibile.
In qualche caso mi sforzo consciamente di condurre il lettore a conclusioni errate o parziali.
In altri casi il meccanismo scatta anche senza un mio disegno prederminato.
Mi sforzo di concludere le mie storie senza fornire un'intepretazione univoca di quanto accaduto.
Scrivo storie frustranti, mi hanno detto.
È possibile, anzi probabile,.
Ma non riesco a trovarlo un difetto, nonostante tutto.»
Silvia Treves a Duino, come Rainer Maria Rilke...

9.3.08

Giovani per sempre invecchiano presto


A parlare troppo di lavoro...
Ma mi hanno provocato.
Mi ha provocato un articolo di Javier Marías, ottimo scrittore, pubblicato qualche giorno fa su «la Repubblica».
Marías, parlando con il suo libraio - AntonioMéndez - ha scoperto che per un libraio un libro uscito da un mese e mezzo è «vecchio». Non solo, Marías sottolinea, nello stesso articolo, che il suo amico libraio è «spossato dall'inondazione di novità editoriali che gli arriva ogni giorno e che trasforma la sua professione in un perpetuo aprire casse, tirar fuori libri, collocarli e restituirli - più che leggerli, raccomandarli e venderli».
Ci voleva Marías, viene da dire, per poter leggere su un quotidiano nazionale che il lavoro di libraio è diventato un incubo senza senso.
Ma come, non è una ricchezza la sovrappoduzione? Non è una fortuna? Il bengodi, il paradiso?
NO.
È la notte nella quale tutte le vacche sono grige.
Il Ragnarök dei buoni libri, annegati dentro una produzione alluvionale, idiota e proterva.
Marías fa notare che per scrivere un libro ci vuole tempo e fatica. Che un buon libro prevede una gestazione complessa e una nascita delicata.
«E dopo un mese e mezzo un libro costato un anno di lavoro è già vecchio?»
Già.
Ironicamente Marías osserva che gli scrittori - quelli veri - non lavorano in modo diverso dai loro colleghi di tre o quattro secoli fa mentre i media sono diventati rrrrrapidi, tanto rrrrrapidi da essere divenuti praticamente inafferrabili.
A reggere i ritmi dell'industria dei media possono essere soltanto i libri seriali, i cloni dei cloni, le imitazioni, le novelisation, gli instant-book.
Le rimasticature.
I mosaici ottenuti da altri libri.
Le riproposte di libri che hanno funzionato un tempo.
Vista sotto questa angolatura la distribuzione per mezzo delle librerie non ha più molto senso. Esattamente come non ha più senso il cinema che non si è fatto multisala o multiplex.
La fine delle librerie è probabilmente inevitabile ma è difficile dire chi la pianterà prima, se i librai o questo modello di sviluppo.
Ma forse anche l'articolo di Marìas è uno dei tanti piccoli sintomi. Forse uno dei tanti scricchiolii.

5.3.08

Il prossimo LN


Chi frequenta questo blog è probabile sappia già che sono editore e co-coordinatore di una rivista di attualità libraria, LN-LibriNuovi. Una rivista gloriosamente indipendente che esiste e resiste da 44 numeri (è trimestrale quindi sono 11 anni...), non facile da trovare - si può acquistare per abbonamento, sul sito o presso le librerie on line - ma curiosa e (sicuramente) diversa dalle altre.
Siamo dei piantagrane, innanzitutto. Facili alla polemica e al commento acidulo, poco impressionabili, per nulla devoti all'ortodossia letteraria, indisponibili a fare gli stuoini degli uffici stampa o a sbrodolarci e strisciare nel tentativo di metterci in vista con l'Autore. Ci filano in pochi, di conseguenza. E non ci invitano agli appuntamenti con la gente che conta.
Paghiamo la nostra preziosa libertà lavorando per la rivista a titolo gratuito, leggendo e scrivendo senza percepire alcunché, anzi cacciando per primi i soldi per l'abbonamento annuale.
È una rivista ondivaga nelle scelte, costituzionalmente anarchica dal momento che non prevede quasi mai scalette predefinite e viene montata e costruita sulla base degli articoli che arrivano, che sono lo specchio fedele dei gusti e delle passioni di chi collabora con noi.
Probabilmente è questo il motivo per il quale ci capita di sbagliare, di sottovalutare o sopravvalutare, di dare troppa importanza alle letterature di genere / degeneri, di ignorare fenomeni e esultare per i carneadi, di combinare accostamenti impossibili tra narrativa e scienza, tra poliziesco e filosofia, tra storiografia e fantasy.
In più sappiamo che i libri sono prodotti e stampati da qualcuno, che nascono o non nascono per un motivo e arrivano o meno in libreria per un motivo. Forse lo stesso...
In questo momento sto terminando l'impaginazione del prossimo numero, il 45, che uscirà dopo il 20 di marzo. È un numero eccellente. Lo so, dirselo da soli non è opportuno, ma lo faccio lo stesso. È una sensazione che ho quasi sempre. Penso: «questo numero è meglio di tutti quelli fatti finora».
Forse ho soltanto la memoria corta.
O forse no.
Se volete emergere nel mondo editoriale lasciateci perdere.
Presentarsi come uno «della redazione di LN» comporta strane reazioni. C’è chi comincia a sorridere e a dare di gomito, chi si rabbuia, chi dice: «ah, siete quelli che…». Capita raramente che qualcuno chieda: «della redazione di che?».
Segno che il mondo editoriale è davvero piccolo.
Sicuramente LN è un miracolo.
Più o meno come il calabrone che non può volare ma vola lo stesso.
E in più mi ha permesso di conoscere un sacco di gente meravigliosa.
Dal momento che gli ho dedicato un bel pezzo della mia vita, non è un cattivo risultato.
Anzi.

3.3.08

Attivo, passivo e disponibile a tutto


Titolo ambiguo, volutamente.
Alcuni piccoli fatti mi hanno costretto a riflettere su un interrogativo che, immagino, tutti i lettori almeno una volta nella vita si sono posti. Che, enunciato semplicemente suona come: «meglio leggere o essere letti?».
Così presentata la domanda è indiscutibilmente idiota. Ma articolata meglio può forse permettere qualche riflessione. Cominciamo a trasporla in un altro campo dell'umano agire: la cucina.
«Meglio mangiare o cucinare?»
Se possibile la domanda appare anche più cretina.
Ma, in qualità di cuoco di lungo corso (anche se non eccelso o originale), mi rendo conto che tanto cretina la domanda poi non è. Amo mangiare cibi cucinati con cura e attenzione e, se ne ho l'occasione, sono felice di prepararne personalmente per la gioia che mi dà vedere altre persone contente di assaggiare qualcosa che apprezzano.
Ho cucinato per anni raggiungendo una certa perizia ma non mi considero un professionista. Al massimo ho imparato qualche trucco per risparmiare tempo e qualche piccolo accorgimento per rendere un più gustoso un piatto senza caricarlo di calorie. Mi interessa assaggiare cibi cucinati da altri perché possono fornirmi idee e nuove soluzioni e detesto i piatti nati con l'intenzione di stupire ma senza sostanza e senza amore per la pratica gastronomica.
Mi rendo conto , a questo punto, che ho praticamente enunciato anche il mio punto di vista sulla letteratura e sull'agire letterario.
Richiamando due figure geometriche elementari, il segmento e il cerchio, posso provare a pensare una sorta di diagramma. Sul segmento posso fissare un estremo A (massimo piacere nel leggere, minimo nell'essere letto) e un estremo B (il contrario) e stabilire un punto C a piacere a una distanza da A e B tale da definire la mia posizione in proposito. Fin qui il segmento. Poco interessante, ammettiamolo.
Il cerchio, ora.
Non ha estremi.
Il punto nel quale A e B sono più lontani è anche il punto nel quale coincidono.
Praticamente impossibile fissare la propria posizione in maniera inequivoca. «Io sono qui» non ha senso, dal momento che posso essere distante da A un semplice arco oppure, percorrendo il cerchio nell'altra direzione, l'intero cerchio + l'arco.
Se non posso fissare la mia posizione in maniera precisa sono costretto ad ammettere che è preferibile non fissare una posizione precisa in proposito. Leggere, scrivere, essere letti sono tutti atti che si trovano all'interno di un ininterrotto anello, proprio come cucinare.
Non esistono estremi, ma diversi momenti all'interno di una medesima traiettoria circolare.
Questo mi conforta molto.
E mi conferma che non si può essere buoni autori senza essere lettori anche migliori.
Che si deve assaggiare e riflettere, gustare e confrontare, provare ma essere anche pronti a buttare tutto in pattumiera.
La scoperta dell'acqua calda, in apparenza. Ma forse non troppo, dal momento che viaggiando per il web e nel mondo letterario si incontra spesso gente che parla del proprio scrivere - ma anche del proprio leggere - come di un gesti che dividono la letteratura tra un «prima di me» e un «dopo di me», spesso senza neppure rendersene conto.
Il web letterario diviene spesso, così, una serie di gabbie di babbuini dove ognuno deve affermare il proprio ruolo di individuo alfa.
Ruolo che, non essendo un babbuino, lascio volentieri a chi ci tiene.

22.2.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 5

Premi e concorsi.
Poco sistematico e ancor meno scrupoloso non tenterò neppure di presentare un elenco dei duemila e passa concorsi e premi letterari che esistono in Italia. Un buon motore di ricerca può fare meglio al caso vostro senza contare che esistono siti come www.wuz.it che possono fornire una quantità prodigiosa di info sia per quanto riguarda le scuole di scrittura creativa che per i premi e concorsi.
No, ciò che mi interessa qui è provare a fare qualche ipotesi sull'utilità effettiva, ai fini della pubblicazione, della partecipazione a un premio letterario.
Anche e soprattutto a partire dalla mia personale esperienza.
Ammettiamo che abbiate il vostro manoscritto.
Di narrativa, beninteso, romanzo o raccolta di racconti.
«A chi lo mando?».
Categoria romanzo.
Le scelte non sono poi troppe ma nemmeno così poche.
Andate sul sito www.danaelibri.it e cominciate a cercare. Troverete un elenco di premi per romanzi inediti di lunghezza e tema variabile.
Alcuni, anche di un certo relativo "rilievo" come il premio L'autore di Firenze Libri, non richiedono alcuna tassa di partecipazione.
Però, però...
Ho conosciuto personalmente alcuni partecipanti e un vincitore del premio L'autore. Le esperienze in proposito sono varie. Qualcuno ha ricevuto molti complimenti e...la proposta di essere pubblicato a pagamento,qualcun altro è stato semplicemente pubblicato senza - in apparenza - pagare pegno, ma anche senza alcuna distribuzione. Stesso discorso per il vincitore che, a parte il sussiego, non ha visto il suo libro distribuito da nessuna parte.
In sostanza, anche se vincitore o pubblicato nessuno è riuscito a farsi leggere al di fuori della stretta cerchia dei propri amici e parenti.
E ha "bruciato" inutilmente un testo che (forse) avrebbe meritato qualcosa di più.
Esistono fortunatamente numerosi siti di discussione legati, per esempio, al sito www.ozoz.it dove, disponendo della giusta quantità di tempo, è possibile trovare qualche informazione di prima mano sull'affidabilità di certi concorsi.
Ma,tanto per ritornare al problema centrale, un premio vinto non garantisce alcuna reale visibilità al vostro lavoro. In sostanza: il libro esiste ma non potete trovarlo in libreria. Che è come dire che esiste un po' meno.
Avere vinto un premio è una grandissima soddisfazione, beninteso, ma l'amarezza di non vedere la propria creatura a disposizione dei potenziali lettori non è facile da ingoiare.
A questo punto è necessaria una breve digressione "tecnica".
Per andare in libreria - privata o di catena - un libro deve essere pubblicato da un editore che abbia un contratto con un distributore nazionale. I distributori nazionali sono pochi. Quelli che movimentano (seriamente) editori di narrativa soltanto 4 o 5. Gli editori con un contratto nazionale di distribuzione non più di 300-400. Di questi una trentina realizzano il 90% del fatturato nazionale di libri di narrativa. Questi editori hanno in genere un interesse scarsissimo per gli esiti dei premi letterari. Sanno bene che le giurie dei premi medesimi sono, nella maggior parte dei casi, composte da dilettanti entusiasti il cui orizzonte degli eventi arriva fino al giorno della premiazione e che non danno - giustamente - alcun peso alla vendibilità del testo del vincitore.
Fine della digressione.
A fare eccezione pochi premi.
Il Calvino prima di ogni altro.
Un premio annuale e con un costo di partecipazione abbordabile che comporta la possibilità di ricevere le schede di lettura. Un premio serio ma, ahimé, schizofrenico.
Nella roulette dei lettori per il premio - persone benemerite che leggono gratis un centinaio di romanzi a edizione ma che inevitabilmente finiscono per gettare la spugna proprio quando hanno messo insieme una buona competenza - può capitarvi, come è capitato a me, di passare una volta in seconda lettura perché avete incontrato un lettore che ama il fantastico e essere scacciato come un barbone a un anno di distanza e con lo stesso testo - con poche modifiche - avendo incontrato sulla mia strada un lettore svogliato, poco dotato di fantasia e che non arrivava a distinguere l'Armata Rossa Sovietica dalla Rote Armee Fraktion.
In sostanza di essere stato incoraggiato, poi brutalmente respinto.
In certi ambienti per molto meno tirano fuori il coltello.
Ma io mi sforzo di essere un non-violento e poi, comunque, con un romanzo di tema fantastico non avevo molte speranze, via. Ho giocato sapendo di perdere, quindi non mi stupisco più che tanto.
Resta il fatto che è capitato a molti di avere vinto il Calvino ma non avere trovato un editore interessato. Cosa, ammettiamolo, molto più allarmante.
Servono a qualcosa questi accidenti di premi, in definitiva?
Ne parleremo nel prossimo post.

21.2.08

Problemi tecnici


Un volenteroso lettore mi ha segnalato che i file di testo aperti a video sono troppo piccoli e scaricati e stampati rimangono troppo piccoli, al limite dell'illeggibile.
Mi scuso profondamente per l'inconveniente, nato dal desiderio - altruista ed ecologico - di non far impiegare troppa carta nella stampa ai lettori. Ho rinunciato alle mie buone intenzioni e ho reimpostato i file in modo che sia il lettore, eventualmente, a decidere per una stampa di due facciate in A4.
Questo, comunque, NON è un esempio di come lavora CS_libri. Semmai un esempio di personale dabbenaggine.

18.2.08

autopubblicazione (a che cosa serve un editore capitolo 4 e 1/2)


Proviamo a fare pratica.
Se si ha un romanzo per il quale nessun editore - serio o poco serio - è disposto a investire un centesimo - nemmeno io - che cosa ne fate?
Lo tenete nascosto in una sub-sub-subdirectory della cartella «foto vacanze agosto 2002»? Lo stampate per regalarlo a quattro amici aspettandovi un sorriso agrodolce e un certo numero di scuse: «aha, un altro... certo, grazie. Quando avrò un momento... lo sai è un periodo molto pieno...», riprovate il giro delle sette chiese ma con zero speranze oppure, oppure... lo pubblicate in rete.
A che cosa serve pubblicare in rete, sia pure in un blog frequentato da quattro amici come questo?
Beh, a raccogliere opinioni, pareri, giudizi, impressioni e suggerimenti.
Se non si ha il tarlo di essere infallibili - tarlo che chiunque abbia provato a scrivere rischia comunque di avere - l'esercizio potrebbe rivelarsi utile o addirittura utilissimo.
Mi sono spesso stupito di sentire enumerare pregi e difetti delle poche cose che ho pubblicato. I difetti non erano quasi mai quelli che mi aspettavo e i pregi erano spesso diversi da quelli attesi.
Quindi pubblicare in rete, in un blog, può rivelarsi (forse) uno stimolo per le opere che non convincono completamente. Uno stimolo a cancellarle dalla subdirectory della quale si diceva oppure a rimetterci sopra le mani, a rivederle, ripensarle, ridiscuterle.
Bisogna avere pazienza, molta pazienza. Non si può pretendere velocità né ci si può lamentare di imprecisioni, dimenticanze, incomprensioni ecc. Nove volte su dieci le incomprensioni ecc. sono responsabilità dell'autore.
Non prometto di essere olimpico come può apparire, ma mi sforzerò. Anch'io sono convinto di essere infallibile ma ho un certo senso del ridicolo...
Ultima osservazione prima di passare alle istruzioni.
Non credo che Internet sia un mezzo adeguato per la (vera) pubblicazione di un libro.
Perlomeno non di un libro ritenuto definitivo, completo e pronto a essere distribuito.
Può servire come officina - e questo è il mio caso - oppure svolgere una funzione di promozione. Regalare il proprio libro per diffonderlo e, in un secondo momento, metterlo in vendita.
Sia la prima che la seconda sono pratiche abbastanza diffusa nei paesi civili, molto meno in Italia.
Istruzioni:
In fondo a dx di questa pagina trovate un collegamento: «Quante storie»
Cliccando nel collegamento che appare sotto:
(www.mio.discoremoto.alice.al)
vi troverete davanti tre cartelle:
«In controtempo + »
«Ultimo spettacolo»
«Zone inesplorate»
Nella prima troverete tre racconti già pubblicati in tre diverse edizione dell'antologia Fata Morgana e che quindi non ho potuto inserire nella mia antologia ma che sono omologhi a essa per ispirazione e temi.
Nella seconda i primi quattro capitoli di un mio romanzo (quasi) inedito. Si tratta di un romanzo di fantascienza, ma di un genere di sf che in Italia non ha molti precedenti. Lettori e autori di sf si prendono infatti maledettamente sul serio, mentre «Ultimo spettacolo» non è esattamente un romanzo serio. Scaricate prima il file «US - avvertenze e precauzioni».
La pubblicazione degli altri capitoli è legata al gradimento di coloro che scaricheranno i primi capitoli.
Nella terza due racconti lunghi: «La testa tra le nuvole», vergognoso calco verniano a suo tempo uscito su FM 4 a firma Giulio Artusi e «Zero», pubblicato in FM 6, un modesto esempio di piccola Ucronia nostrana.
Tutti file sono in formato acrobat.pdf.
Possono essere letti a monitor o stampati. La seconda possibilità se le prime righe vi convincono.
Osservazioni commenti eccetera possono essere inseriti in coda a questo post o inviati direttamente a un indirizzo di posta elettronica che utilizzerò soltanto a questo scopo: massimo.citi@virgilio.it.
Buona lettura.

11.2.08

Fata Morgana 11

Il 28 di marzo è ancora lontano, ma è bello prendere una rincorsa lunga.
Fata Morgana è l'antologia di narrativa «mista» che Silvia Treves (qui in una foto che ne mostra l'innata incapacità di essere seria) e io curiamo da qualcosa come una decina d'anni. Nella seconda metà di marzo dell'anno successivo all'uscita di FM teniamo una presentazione alla quale invitiamo gli autori dell'antologia passati e presenti. Durante l'incontro si parla della nascita dell'ultimo FM, dei racconti scelti, e delle intenzioni per il futuro. Qualcuno - negli ultimi anni Erica Monforte - legge brani scelti dall'antologia, si mangiano dolcetti e si beve qualcosa.
Quest'anno, per l'appunto, la presentazione sarà venerdì 28 marzo, ore 21.00 presso la Libreria CS - V. Ormea 69, Torino. A leggere potrebbe essere ancora una volta Erica, ma non è detto.
Chi vuole venire, si accomodi. Astenersi giovani promesse, geni incompresi ed eterni esordienti. FM non è un trampolino per l'eterna fama, soltanto un lavoro che speriamo di far bene.

8.2.08

Il laureato illetterato e la riscoperta dell'acqua calda


Compro «La Repubblica» ma non la amo per nulla.
D'altro canto «La Stampa» è un gazzettino di condominio pieno di refusi e il Corsera è infestato da gente come Galli Della Loggia e Antonio D'Orrico. Su «Il Manifesto» scrive gente piena di buona volontà e che spera di riuscire a fare - un giorno o l'altro - un giornale, e degli altri non merita parlare.
D'altro canto «La Repubblica» ha il vezzo/vizio di riscoprire continuamente l'acqua calda e di sparare la pseudonotizia come fosse uno scoop straordinario. Ultimo esempio tre pagine di R2 del 6 febbraio dedicate all'illetteratismo - il paraneologismo non è mio - dei laureati. Si scopre così che un 20% abbondante di laureati non legge nemmeno un libro all'anno e che qualcuno di loro (il 6,0% del 20% = 0,3% del totale dei laureati) afferma che leggere è un medium lento mentre lo 0,3 sempre del 20% - cioè un irrilevante 0,015 del totale dei laureati, come dire 15 persone su 10.000 - pensa che leggere non serva più.
È così difficile trovare 15 cretini su 10.000 bipedi appartenenti alla specie homo sapiens? E 3 cretini su 1.000? Io ripensando alla mia classe del liceo avrei accreditato la cretineria di un buon 33%, quindi l'articolo mi ha, in realtà, consolato. Tanto più che le statistiche su Le cifre dell'editoria edizione 2000 davano i laureati che non leggevano nemmeno un libro all'anno al 30% circa. Quindi in un meno di un decennio ci sono un 10% scarso di lettori (di almeno un libro all'anno) in più.
M pubblicare notizie consolanti non è lo scopo di un quotidiano. Prima di imbastire un articolo inevitabilmente in equilibrio tra il gusto plebeo di scoprire che anche il professionista o il dirigente so’ 'gnoranti e i toni blasé da intellettuale purosangue e un po' cinico ci si poteva informare, nevvero? Ma no, informarsi prima di scrivere è raro e «lento». Per essere media «veloci» bisogna commentare senza sapere di che cosa si sta parlando.
Non si può sapere tutto, certo, ma un po' di cautela non sarebbe fuori luogo.
Se si voleva affermare che in Italia non esiste una politica di sostegno alla lettura, che il sistema bibliotecario è obosoleto e bisognoso di finanziamenti, che la classe dirigente italiana è scarsa di riferimenti culturali, provinciale e meschina si potevano semplicemente scrivere alcuni articoli informati sulla diffusione del libro in Italia.
Prima si valuta la reale possibilità di leggere, poi si commenta la volontà o meno di farlo.
Si potrebbe finire per scoprire che in realtà già da diversi anni esiste una politica contro la lettura, presentata come attività obosoleta, vecchia, fuori moda. Una passione avara e solitaria praticata soltanto da sfigati, tagliati fuori, intellettuali stitici e occhialuti, pallidi e flaccidi.
È molto probabile che chi ha recepito e praticato il messaggio vero trasmesso dai media - «non leggere, non stare a romperti la testa su cose inutili e che tanto non capisci» - non sia formato soltanto da un 3% circa della popolazione laureata. Il grosso problema è che l'ignoranza fino a qualche anno fa era percepita come limite e ammessa con pena mentre ora è considerata un prezzo da pagare al tentativo di affermarsi.

5.2.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 4


Riprendo il discorso più o meno dal punto al quale ero arrivato.
«E se invece si volesse proprio cercare un editore interessato?»
La prerogativa essenziale di chi cerca un editore e non è:

- già famoso per conto suo
- già ricco per altri motivi
- il congiunto di un editor, di un direttore editoriale o di un importante azionista della holding della quale fa parte il gruppo editoriale.
- lavora già presso la casa editrice con un altro incarico.

è disporre di molto tempo.

Il talento è importante, ma tempo lo è ancora di più.
Le probabilità di essere pubblicati entro un anno dall'invio del proprio manoscritto - impaginato decentemente, corretto, rivisto da qualcuno anche solo parzialmente competente - sono dello stesso ordine di grandezza di quelle di vincere 1.000.000 di euro a un qualsiasi gratta-e-vinci.
Se vinceste 1.000.000 euro probabilmente potreste fondare una casa editrice.
Forse conviene...
Ma no, siamo artisti. Ostiniamoci.
Un'avvertenza. In tutto il discorsetto che seguirà non sentirete più parlare di arte o di letteratura. Piazzare un manoscritto - qualsiasi manoscritto - è un duro lavoro e un investimento di tempo e denaro.
Che il vostro manoscritto sia un capolavoro non interessa praticamente a nessuno. L'importante è che sia abbastanza leggibile da poter essere venduto e fornire un utile all'editore e, marginalmente, a voi. I capolavori nella storia della letteratura sono pattuglia, mentre i libri pubblicati sono milioni e milioni. Conviene ragionare da subito sul qui-e-ora.

La cosa migliore è cercare un'agente editoriale.
Costa, naturalmente, ma fornisce un parere sul manoscritto e un parere sulla sua vendibilità.
In Italia non sono poi tanti, anche perché sono ancora poche le case editrici che affidano loro lo scouting dei nuovi autori, ma esistono. Vi basterà comporre «agenzie letterarie» nell'occhiello di qualsiasi motore di ricerca ed eccovi serviti.
Dopodiché potete telefonare, scrivere, combinare un incontro, richiedere un preventivo eccetera. Il vostro manoscritto verrà letto e valutato per una cifra da concordare.
«I nomi, vogliamo i nomi!»
Agenzia letteraria Agnese Incisa a Torino (che è l'agente di un mio buon amico nonché scrittore folle e originale: Mario Giorgi) e Grandi e Associati a Milano che ha già trovato autori, tra gli altri, per Mondadori e Marsilio.
Delle altre non so nulla quindi nulla dirò. Anzi mi scuso per la mia ignoranza.
Non avete intenzione di spendere un quattrino e non avete tempo da perdere?
Male. Ma siete proprio sicuri di voler entrare nel mondo dell'editoria?
Per diventare avvocati si spendono migliaia e migliaia di euro e si passano anni in un'istituzione alienante come l'università senza un lamento e per diventare scrittori al massimo il costo di due francobolli?
Tenete presente che un buon agente editoriale conosce la maggior parte della produzione editoriale e sarà probabilmente in grado di rivolgersi a un editore interessato al vostro tipo di opera: thriller in ambiente militare, biografia immaginaria di un addetto alle lampadine per lampioni, delirio erotico in ambiente circense o confessione di un broker pentito.
Volete proprio fare da soli?
Soltanto alcune brevi norme prima di cominciare.
Buona norma informarsi della produzione dell'editore.
Norma ancora migliore valutare con attenzione che cosa «tira».
Se come il sottoscritto avete scritto un romanzo di fantascienza, tanto per dire, potete anche tenervi il manoscritto nel cassetto o, al massimo, partecipare al premio Urania. La fantascienza non tira per nulla.
Tira il fantasy, invece.
Tira il finto diario adolescenziale e post-adolescenziale. Se costellato di accoppiamenti, è anche meglio.
Tira il thriller sia in versione provincia-profonda-e-feroce che in versione tekno-lugubre.
Tira la storia di famiglia con qualche membro della stessa malato o malatissimo, paranoico, skizzo, strafatto o maniaco.
Tira molto anche l'autore o l'autrice di origine mediorientale emigrato negli States e che racconta quanto stava male là e quanto sta bene lì.
Ma difficilmente può essere il vostro caso.
Altra buona norma annunciare per telefono l'invio del manoscritto.
Tranquilli, nervi a posto.
Il numero di telefono dell'editore è sulla guida.
Fare come se si stesse combinando un appuntamento con un'agenzia immobiliare o con la segretaria del vostro medico.
Vi dirà che c'è molto da aspettare. Lo sapete già. Che l'editor ha una stanza piena di manoscritti. Anche questo lo sapete già.
Dire che non si ha fretta. Dopodiché mettersi in letargo per sei mesi - un anno e poi provare a richiamare. Ovvio che conviene avere più copie del manoscritto e rivolgersi contemporaneamente a diversi editori con una produzione o una collana affini al vostro lavoro.
La cosa comincia ad apparire davvero lunga e costosa.
«E se non mi rispondono? E se non riconoscono il mio genio? Esistono scorciatoie poco meno dispendiose e faticose?»
Esistono i premi.
Ed esistono le scuole di scrittura creativa.
Ne parleremo nei prossimi post.
Sempre che non mi venga in mente altro sul tema manoscritti agli editori.
Cosa più che probabile.

25.1.08

Anche se il peggio deve ancora venire...

Interrompiamo i programmi parte seconda.
Riporto qui integralmente la lettera al presidente della Repubblica Napolitano, «Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere» promossa dal blog AppelloLaico.

To: Presidente della Repubblica Italiana Napolitano, Rettore della Sapienza Guarini

Esprimiamo la nostra piena solidarietà e la nostra gratitudine ai docenti firmatari dell'appello affinché la partecipazione di Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico venisse annullata.

Apprezziamo la sensibilità del Papa per aver declinato l'invito; non altrettanto si puo` dire del Rettore Renato Guarini, che si è mostrato inadatto al ruolo che ricopre, incapace di tutelare la laicità dell'Università e il dialogo universale. Inadempiente alle sue responsabilità di garante, ha posto i firmatari del suddetto appello nella scomoda posizione di dover supplire ai compiti di garanzia che gli sarebbero stati propri e determinato una spiacevolissima situazione.

Siamo inoltre stupiti ed amareggiati per la superficialità con cui esponenti politici e istituzionali di primo piano, tra cui dispiace in particolar modo dover annoverare il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Ministro dell'Università Fabio Mussi, si sono uniti al linciaggio morale cui i firmatari dell'appello sono stati e sono tuttora sottoposti.

Infine, ci dichiariamo esterrefatti dalla devastante superficialità ed incompetenza di gran parte della stampa, che si è lanciata alla ricerca dello scoop nel migliore dei casi, o della strumentalizzazione politica nel piu` frequente. In particolare, è stato completamente stravolto il significato dell'appello, non certo inteso a tacitare una voce e a impedire il dialogo e il confronto, ma a tutelare il profondo significato storico e morale dell'inaugurazione dell'anno accademico, la piu` solenne cerimonia accademica, nella quale l'università celebra la libertà del sapere universale, idealmente libera da qualunque condizionamento e patronato.


Per aderire e firmare bisogna cliccare sul titolo di questo post.
Quod fecit. Beh, che cosa aspettate?

23.1.08

Interrompiamo i programmi...

« Sospesa la ratifica della nomina di Maiani alla presidenza del Cnr.
Era di due giorni fa la notizia che Angela Filipponio Tatarella, parlamentare di Alleanza Nazionale, aveva chiesto al governo di bloccare il procedimento di nomina del professor Luciano Maiani, cittadino sammarinese, alla presidenza del Cnr per essere tra i firmatari del documento che ha portato a 'censurare' papa Benedetto XVI.
E' datata 17 gennaio la notizia del Corriere della Sera che si riporta per intero:
Avrebbe dovuto essere ratificata ieri nella commissione cultura del senato. Ma la nomina del fisico Luciano Maiani alla presidenza del Cnr è stata sospesa: troppe le polemiche per la lettera sul Papa.
Maiani, infatti è stato uno dei 67 firmatari della lettera che ha definito "incongrua" la visita di Benedetto XVI alla Sapienza, facendo esplodere le proteste.
"Sono stato io stesso a chiedere una pausa di riflessione" ha spiegato Giuseppe Valditara, Senatore di An e segretario della commissione. E ha spiegato: "ho pensato fosse importante questa pausa per rasserenare gli animi e consentire al professor Maiani di chiarire la sua posizione".
Valditara ha precisato che: "la ratifica è stata rinviata a data da destinarsi. Non ha senso una nomina con il parlamento spaccato a metà: non possiamo dimenticare, infatti, che la proposta della presidenza di Maiani era stata bipartisan" ».

Fonte: Libertas

Bene. Debbo ritornare al post sulla visita del papa alla Sapienza. A chi ha indebitamente citato Voltaire per sostenere il diritto - del tutto fuori contesto - di un appartenente a un'istituzione medievale a sovrintedere all'inaugurazione di un anno accademico. Questi sono i frutti avvelenati. Mi piacerebbe sapere chi difenderà a questo punto il diritto del professor Maiani di definire "incongrua" la presenza del papa alla Sapienza. Il diritto di svolgere un lavoro per il quale è abbondantemente qualificato, violato da un politicante di ispirazione fascista. L'essere allontanati dal proprio lavoro per avere espresso liberamente le proprie opinioni non è precisamente ciò che è accaduto sotto tutto i regimi fascisti?
Si potrà dire che si tratta del semplice zelo di un individuo meschino ansioso di mettersi in vista. Gli individui come Valditara guidavano i treni per Auschwitz, direbbe Deutlav Peukert. Lo zelo dei mediocri è la notte del fascismo.
Spero che la stupida e imbelle sinistra italiana si alzi a protestare. Ma sono pessimista.

A che cosa serve un editore? Capitolo 3


Sono contorto e quindi ritorno al primo post sul tema, ovvero al capitolo 1.
Ricordate? Elvezio Sciallis, lettore attento e acuto oltre che a sua volta autore, comunica a chiunque passi sul suo blog che non ha più intenzione di scrivere di libri editi a spese degli autori, autoprodotti eccetera. Una scelta che sembra andare nella direzione esattamente opposta alla scelta di autoproduzione che viene sempre più spesso adottata nel campo musicale e cinematografico.
Io, libraio e da lungo tempo collaboratore - oltre che editore, ma questo ha molta meno importanza - di una rivista di recensioni, non posso che dargli ragione. Assolutamente e completamente ragione.
Interrogo il me stesso di una decina di anni fa.
Che cosa avrei pensato di questo me stesso più vecchio, così reciso nel negare una possibilità a un nuovo autore?
Non troppo bene, certo.
«Bello st...zo».
Eppure penso di avere delle ragioni.
Altro passo indietro. Ricordate Viligelmo D. che ha speso cinque milioni per restare nessuno? Ho affermato che tale scelta smascherava un atteggiamento profondamente sbagliato nei confronti della narrativa.
Non sbagliato in un senso astrattamente morale. Siamo soltanto esseri umani, quindi lasciamo pure la morale a chi si illude di non esserlo.
Sbagliato nel senso di controproducente, ovvero autolesionista e ingannevole.
Perché controproducente?
Semplice. La fama di certi editori arriva ovunque. Essere pubblicati da uno di loro (ricordate "La Garaunta"?) è sicuro indizio quantomeno di un testo non curato né redatto o rivisto da nessuno che non sia l'autore o, al massimo, qualche amico o conoscente più o meno competente. Mentre scrivo mi basta alzare lo sguardo per vedere un mezzo scaffale carico di questo genere di libri inviati alla libreria o alla redazione di LN, libri mal impaginati, peggio corretti e con copertine nella migliore delle ipotesi artigianali, nella peggiore semplicemente grottesche.
Un aspetto importante ma spesso trascurato del libro è che esso è, entro certo limiti, un'opera collettiva, frutto del lavoro dell'autore ma anche di chi ne ha curato l'edizione, del correttore di bozze, del grafico che ne ha scelto la copertina, del tipografo che lo ha realizzato. In questo senso affidare il proprio libro a un editore di vanità (questa è la definizione corretta, anche se un po' deprimente) è un modo egregio per sprecarlo - se vale qualcosa - o per autoilludersi e non imparare nulla sulla natura dei libri se il libro non vale granché o non vale nulla..
La funzione di un buon editore possiamo dire stia tutta in questa capacità di trasformare un sogno grezzo sognato dal suo solo autore in un sogno che tutti abbiano potenzialmente la possibilità di sognare. La realtà è che spesso i libri autoprodotti nascono per la stragrande maggioranza già morti. Una volta assolta la loro breve funzione di autoillusione diventano come quei ritagli di giornale che raccontano della volta che si è vinta la gara di biliardo o si è vinto un premio per la ceramica, dimenticati in un album e da nascondere ai figli.
Scopo di un buon editore è pubblicare libri che non scadano.
Ma che cosa debbono fare gli autori che non riescono ad arrivare alla pubblicazione?
Autoprodursi?
Può non essere un'idea da buttare via.
Cito da un intervento di Davide Mana sul suo blog strategie evolutive:

. un titolo originale - credetemi, è di una difficoltà pazzesca.
. una bella copertina - assoldare un professionista per l'illustrazione potrebbe non essere una cattiva idea. Esistono siti nei quali artisti di professione e dilettanti mettono in mostra le proprie opere. Farci un giro e cercare contatti potrebbe essere una buona idea.
E poi necessario ricordare che una copertina non è semplicemente una figura con un testo appiccicato sopra, ma deve avere un certo design.
Scelta di caratteri (font, dimensione, colore, effetti), posizione dei diversi elementi e quant'altro è fondamentale - si può ammazzare un'immagine bellissima o aggiungere carattere ad una figura qualunque.
. editing e impaginazione professionali - un font di buon gusto, testo giustificato, interlinea che renda agevole la lettura, niente refusi, formattazione consistente…
Ne abbiamo già parlato ma lo ribadiamo: non limitarsi a Word o OpenOffice per preparare il testo finale, ma usare una cosa tipo LaTeX o Scribus.
Fin qui, per la parte di produzione del libro.
Lo scopo è quello di lucidare al massimo la nostra gemma, se vogliamo che brilli fra il pattume.
Veniamo ora alla promozione del nostro prodotto
. ISBN - primo e fondamentale accorgimento, distingue i libri seri dalle opere dei dilettanti. Costa, ma ci garantisce la rintracciabilità globale del testo; in questo modo anche le librerie on-line potranno ordinare e rivendere il volume.
. un sito di presentazione che riprenda illustrazione e design del volume, e che regali un capitolo in formato pdf e il wallpaper della copertina, per fare in modo che i lettori si facciano un'idea non solo della qualità del testo, ma anche della qualità dell'oggetto.
È probabilmente il caso di spendere 25 euro e comprarsi un dominio.
Il sito dovrà anche accogliere un calendario delle nostre apparizioni pubbliche (ne parliamo fra un attimo), e magari un po' di blog per informare lettori e curiosi delle nostre attività.
Non sarebbe male poi avere un booktrailer (lo si fa con flash o con synfig) breve e di buon gusto da piazzare in giro sulla rete… YouTube, MySpace, siti e blog di amici e supporter etc.
. sbattersi - a morte. Conferenze, presentazioni, saloni, sagre di paese, serate in parrocchia, corsi per i boy scout. Senza svendersi, ma bisogna essere presenti.
Si comincia in piccolo, ovviamente, ma poi ci si può allargare. Senza bruciare le tappe.
Serve a vendere più libri?
Non credo.
Ma conoscere di persona i lettori potrebbe aiutarci a capire perché certi elementi di ciò che scriviamo piacciono ed altri no.
E le nostre foto circondati dal pubblico faranno un figurone sul nostro sito.


E se invece si volesse proprio cercare un editore interessato?
Beh, ne parliamo nella prossima puntata...

17.1.08

Perché non Rocco Siffredi?

Nonostante tutto non riesco a indignarmi per la mancata presenza del papa all'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza di Roma.
Nonostante appaia inopportuno e poco saggio, intollerante, per nulla voltairiano, degno di un neolaicismo ateizzante e cattolicofobico, non riesco a capire il motivo per il quale il papa avrebbe dovuto essere presente a un rito ridicolo finché si vuole ma che celebra un'istituzione laica e scientifica. L'attinenza di Herr Ratzinger con l'università pubblica è probabilmente inferiore a quella di Bepppe Grillo, di Bono, di Cristina Aguilera o di Rocco Siffredi.
Quest'ultimo, in compenso,non avrebbe meritato un invito in quanto esperto di amore, sia pure non spirituale?
Il nostro Rocco sarebbe stato adeguato - è uomo di mondo ed educato - anche se scopo del rettore fosse stato semplicemente quello di convocare un po' di VIPpame per dare lustro all'ateneo.
E invece ha inviato il papa, facendo girare i santissimi a un certo numero di persone.
Sono modestamente convinto che scopo fondamentale dello sciagurato rettore fosse quello di arruffianarsi anche Herr Joseph Ratzinger (l'università in Italia se la passa malissimo), senza però dedicare nemmeno un pensiero all'attuale rapporto tra scienza e religione cattolica costituita. Non tra scienza e fede, beninteso, ma proprio tra il fare scienza e l'istituzione ecclesiastica. E gli esempi di pesanti invasioni di campo da parte della Chiesa sul terreno della ricerca e del pensiero scientifico sono innumerevoli e parecchio tossiche. E non sto parlando soltanto di Galileo (che l'ha passata liscia) o di Giordano Bruno (che invece ragionando di infiniti mondi è andato bruciato) ma di posizioni su staminali e fecondazione che rendono parecchia gente infelice e ancora di più ne renderanno infelice in futuro. Soprattutto in Italia, detto per inciso.
Il problema fondamentale è che il pensiero religioso muove da un articolo di fede improvato e improbabile: l'esistenza di Dio. Da questo assunto fa derivare a cascata una flusso di dinieghi, divieti e interdetti che se talvolta hanno un'evidente valore sociale (non uccidere, non rubare, non scoparti la mamma o tua figlia, non mentire, non tradire la fiducia di chi ti ama ecc.) ma che non hanno bisogno di un dio rivelato per essere ritenuti giusti da chiunque, svolgono comunque la funzione fondamentale di legittimare l'esistenza di una casta di individui essenzialmente nocivi, mantenuti dalle nostre tasse.
Sono affetto da laicismo ateizzante e cattolicofobico?
Temo di sì.
Fino a qualche anno fa mi limitavo a essere blandamente agnostico, affettando tolleranza verso i credenti. Ma da quando i rappresentanti politici che anch'io ho contribuito a eleggere (ma non accadrà più) hanno rinunciato a qualsiasi dignità di pensiero per allinearsi ai diktat dei seguaci dell'Opus Dei e della sua versione longobarda che fa di nome Comunione e Liberazione, ho cominciato a diventare sempre meno tollerante.
Sentire giorno sì e giorno pure persone per nulla qualificate a ragionare d'amore (la pedofilia non vale) dettare norme di comportamento sociale e sessuale non solo a chi li ritiene competenti a farlo (peggio per loro) ma anche a chi vive anche senza norme e divieti ecclesiastici è diventato - e rischia di diventarlo sempre di più - sinceramente intollerabile.
Che poi la fuga del papa sia un argomento in più per il vittimismo delle gerarchie è un argomento risibile. Ormai qualunque pistolotto vescovile è preceduto da una lagnanza sulla crescente intolleranza laicista e ateizzante (e tre!). Si chiama tattica e dovrebbe non più impressionare nessuno.
Ma c'è chi si impressiona ugualmente.
I poveri di spirito, avrebbe detto un profeta palestinese di duemila anni fa.
O forse avrebbe detto i farisei.


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6.1.08

A che cosa serve un editore? Capitolo 2

Post che prevedo non troppo breve, ma spero non banale. O non troppo banale.
Si parlava di autori ignoti, di editori fraudolenti o distratti e di editoria di vanità, ovvero di libri pagati dall'autore.
Qual è il problema medio dell'autore ignoto?
Ha scritto qualcosa, non importa (ancora) che cosa, e vorrebbe farlo pubblicare. Importante il motivo per cui, prima di ogni altra cosa.
Non c'è mai un solo motivo.
Il narcisismo è il primo motore,naturalmente, ma questo non significa necessarimente MALE. Se suonate uno strumento anche solo così così, passato un certo tempo - a meno non siate dei completi imbecilli - vorrete suonare in pubblico e/o con altri. In questo la scrittura non è differente.
Il grosso problema è che esistono e sono esistiti eccellenti strumentisti autodidatti e altri - di nuovo eccellenti - che sono regolarmente andati a lezione, ma mentre suonare uno strumento non è un'attività quotidiana e richiede una quantità anche notevole di pratica e di nozioni specifiche, scrivere è all'apparenza un'attività che non richiede competenze maggiori di un discreto voto in italiano.
Questo crea l'illusione che scrivere sia facile e alla portata di tutti.
Non è affatto così. La scrittura professionale comporta la conoscenza e l'uso di strumenti di organizzazione di un testo che non vengono insegnati a scuola o all'università. Non solo, scrivere poesia o narrativa richiede una buona conoscenza di testi di altri - possibilmente non soltanto di autori che si amano alla follia - disciplina mentale e grande dedizione.
Dopo di ché c'è gente che passa la vita a fare il sessionman e gente che incide dischi e diventa famosa. Vivere non è facile.
Farsi il proprio libro da sè è paragonabile - musicalmente - al trovare una cantina/garage dove provare e fare piccolissime esibizioni. Non c'è nulla di sbagliato in questo.
Personalmente ho suonato quasi in ogni luogo possibile (garage, studi, tendoni, cantinacce fetide ecc. ecc.) senza però sentirmi praticamente mai un fenomeno.
Ci avviciniamo al cuore del problema
Lo scrivente (abbiate pazienza, la parola «scrittore» per me è riservata a gente tipo Kafka o Dostoevskij)è solo. Come diceva il «buon dottore» (ma mediocre autore) Isaac Asimov, una volta scritto qualcosa lo scrivente si sente infatuato di se stesso e sogna di farlo leggere a chiunque gli capiti a tiro, convinto che il lettore non potrà che condividere il suo parere.
Appunto, lo scrivente è solo.
Raramente troverà qualcuno che gli dirà che la sua intonazione è debole o incerta e che il suo staccato è fuori tempo come facilmente accade in musica. Amici e parenti gli diranno che è «bravo».
Essendo «bravo» sarà ovvio per lui mettersi a cercare un ente che si preoccupi di far conoscere la sua bravura al mondo.
Sto semplificando, ne sono conscio, ma è per comodità di esposizione.
Il nostro scrivente manderà quindi il suo / i suoi / testo/i in giro per il mondo. Da Bollati Boringhieri alla Feltrinelli, a Mondadori, a Garzanti, Newton Compton, via via fino a Zanichelli, ultimo editore della lista. Ben che vada riceverà mesi e mesi dopo una letteruzza che lo ringrazia e lo invita a non rompere più. Altrimenti il silenzio.
«Mascalzoni!» dirà lo scrivente e si metterà alla cerca di qualcuno più attento e sensibile. Se non è un completo impedito lo troverà perfino. Per esempio Edizioni «La Garaunta» di Prosdocimi e Zatteroni (nomi di fantasia, sia chiaro).
P&Z pubblicheranno il romanzo o la raccolta poetica nella famosa collana «Il Collante», lo distribuiranno «nelle principali librerie italiane» e «a mezzo internet» in cambio di un «contributo dell'autore».
È fatta?
È fatta.
Almeno sembra.
Un passo indietro.
Il nostro scrivente ha mandato il suo romanzo a tutti o quasi gli editori italiani, si diceva.
Si è preoccupato di capire, innanzitutto, quali sono gli editori che pubblicano libri almeno vagamente simili a quello che propone lui? Ha fatto un salto in libreria per farsi un'idea delle diverse produzioni editoriali, ha cercato informazioni e ne ha chieste a qualcuno del settore, anche solo al suo libraio di fiducia?
«Non ho un libraio di fiducia», dice lo scrivente.
«Kzzz», dico io.
Parlare con un libraio non è poi tanto facile, anche se si tratta, a ben vedere, dell'unica figura professionale del settore editoriale a portata di mano.
Quindi è bene per lui insistere.
E lo dico contro il mio interesse.
Se lo scrivente compra libri soltanto al supermercato o nelle Feltrinelli Village vien voglia di dire: «Beh, si arrangi e vada da P&Z», ma non lo dirò. Basta soltanto un'avvertenza: prima di firmare il contratto con P&Z faccia un salto in una libreria (una vera) e chieda a gran voce: «Avete libri delle edizioni "La Garaunta"?».
Se viene guardato come un povero deficiente è già mezzo salvo.
Ma P&Z sono due truffatori? E lo scrivente (lo S., per velocità) è un fesso o un furbastro? Propendo per il fesso, anche se non vedo nella di male (a parte ogni considerazione sulla carta sprecata) nel pagare una cifra ragionevole per avere il proprio testo stampato e rilegato. Fondamentale:
1) trovare qualcuno che per stampare con copertina a colori un romanzo di 200 pagine in 500 copie non chieda più di 1500-2000 euro.
2) non illudersi che il semplice riconoscere il proprio nome sulla copertina di un libro sia un passo verso la fama imperitura.
3) Non pensare che ciò che si tiene in mano sia davvero un libro. Esattamente come non si può dire di aver «fatto un concerto» se avete suonato la chitarra sulla spiaggia per quattro amici.
Ma che cos'è, allora, un libro? Beh, cercherò di parlarne in uno dei prossimi post.

Per chiudere un piccolo aneddoto personale.
Anni fa conobbi uno S. che, pubblicato un racconto in un'antologia, si autoconvinse di aver finalmente sfondato. Mesi dopo mi telefonò per dirmi che era uscita una sua antologia da le «Edizioni del Plantigrado». Me ne portò qualche copia in libreria, entusiasta in maniera imbarazzante.
«Bene», dissi, «quanto hai pagato?».
Il suo sorriso non si incrinò: «5 milioni (correva l'anno 1993), ma me lo mettono in tutte le librerie».
«Se è così...»
I suoi racconti non mi piacevano, ma il mio parere in fondo non era importante.
Conoscendo la fama de le «Edizioni del Plantigrado» dubitavo però con tutte le mie forze che il libro sarebbe andato in qualche libreria che non fosse la mia.
Telefonai per curiosità a un paio di colleghi: «Sai qualcosa di un'antologia di Viligelmo Diotallevi pubblicata dal Plantigrado?».
Siete svegli, avete già capito.
Adesso Viligelmo ha smesso di scrivere. O forse ha soltanto smesso di credere di poter diventare uno scrittore. Una cosa triste, certo. Ma la sua fretta di pubblicare a tutti i costi (Anche 5 milioni di allora per 500 copie e 120 pagine... un furto!) mi era parsa il segnale di un atteggiamento profondamente sbagliato verso la letteratura.
Del perché ne parlerò presto.