
Lunedì scorso, il 10 marzo, incontro con i lettori organizzato da Alex Defilippi.
Incontro con i lettori nel senso che buona parte delle persone che ho incontrato avevano letto la mia antologia. E questo basta già a fare dell'incontro qualcosa per me di molto più che sorprendente. Praticamente di soprannaturale.
A fare da commentatore, allenatore e ottimo lettore di qualche brano dell'antologia Silvia Treves. Che poi sarebbe mia moglie. E che vale tant'oro quanto pesa. Unico difetto, a questo proposito: pesa poco. Quaranta chili e poco più, dei quali una buona parte in cervello di prima qualità.
Alex ha degnamente introdotto. Silvia ha presentato l'iniziativa editoriale e io...
Dovevo ben fare qualcosa per guadagnarmi la cena gentilmente offerta.
Qualcosa che non fosse parlare dei racconti - in diversi casi già letti - dire come andavano a finire o narrare dei miei traumi infantili per spiegare perché le mie storie sono così.
Sicché ho preparato un intervento un po' più generale sul narrare e sul rapporto tra autore e lettore. Di tutta la zuppa, che riporto di seguito, mi piace la definizione di "narratore in seconda battuta". Ovvero la semplice constatazione che chi legge è in realtà "coautore" della storia narrata. Nel senso che la reinterpreta, la distilla, ne sceglie una chiave e un possibile significato.
Di particolarmente piacevole nell'incontro la discussione che è nata sullo scrivere e sul suo artigianato, resa anche più interessante per la presenza di altre tre persone che hanno scritto e pubblicato. Alex, ovviamente, Silvia e Barbara, due volte pubblicata in due edizioni di Fata Morgana. Faticosissimo, infine, scrivere dediche che abbiano un senso, soprattutto a persone che si conoscono poco o per nulla... ma un prezzo che si paga con enorme piacere sapendo che sono persone che hanno letto qualcosa di tuo.
E adesso una parte del testo del mio intervento.
Naturalmente sarebbe bello poter riprendere la discussione a partire da queste righe.
Disponibilissimo, per quanto mi riguarda.
«Scrivere è un gesto appartato ma non solitario.
Nella scrittura si presuppone l'esistenza del lettore. Ovviamente fantomatico, nel mio caso, quando scrissi questi racconti. La scrittura in forma narrativa, a differenza del diario con il quale ha comunque profondi legami, si conforma a canoni e criteri universalmente accettati. Si accetta la forma narrativa e nel farlo si accetta la presenza di un lettore che si suppone interessato a ciò che si va raccontando. Si narra davanti a un pubblico potenziale, avendo ben presenti le norme definite per il tipo di scrittura scelta.
Ci si sforza di interessare, in sostanza, non potendo contare sull'educazione e la tolleranza dello sconosciuto lettore.
Si devono prendere decisioni preliminari. Tra queste il grado di libertà del quale si intende fare uso e di quello che si intende lasciare al lettore.
È un aspetto importante della scrittura, questo.
Gli autori possono essere ritrosi o invadenti, enigmatici o didattici. Possono temere di apparire o cercare di apparire. Possono tenere per mano il lettore o affibbiargli una carta appena abbozzata e scomparire.
Possono fornire una spiegazione unica e incontrovertibile al loro testo o lasciare che i loro testi rimangano ambigui e non del tutto esplicabili.
Sono personalmente convinto che la seconda via sia un buon punto di equilibrio tra le esigenze di chi narra e di chi legge, ovvero del narratore in seconda battuta.
La scrittura è un tentativo di imitare la vita, «imitation of life», come cantano i R.E.M.
Una ricostruzione in bottiglia di fatti, eventi, persone.
La scrittura narrativa - se onesta - non vanta pretese di esaurire il reale ma soltanto di alludervi, di rappresentarlo per sommi capi lasciando al lettore il compito di arredare anche gli angoli non illuminati, di immaginare lo scenario, il tempo, il luogo.
In questo senso la separazione tra letteratura fantastica e letteratura «realistica» è estremamente labile. Giudichiamo realistico ciò che crediamo di conoscere, ovvero la sezione illuminata del mondo che l'autore è disposto a concederci. Riteniamo fantastico un mondo nel quale la parte illuminata non è familiare al nostro sistema di riferimenti, o, simmetricamente, che è in gran parte avvolto nell'ombra.
Le opere ambigue lasciano al lettore la convinzione fallace di comprendere il mondo nel quale la vicenda si svolge. In questo senso «barano», illuminando parti non significative e nascondendone altre che potrebbero fornire al lettore elementi di valutazione e di giudizio.
In realtà, a mio parere, la loro «imitazione della realtà» è spesso più raffinata e attenta di molte opere ritenute «realistiche». La nostra nozione di realtà è infatti largamente insufficiente, limitata com'è dalla qualità della nostra percezione e dal nostro modo - personale e socioculturale - di organizzare le informazioni in arrivo. Tutti abbiamo sperimentato frustrazione per non avere saputo giudicare una situazione, i motivi di un comportamento, le conseguenze delle nostre stesse azioni.
Io mi sforzo di scrivere testi ambigui, ovvero di rispettare - nella forma e nella sostanza - l'ambiguità profonda del reale. Faccio il possibile perché sia chiaro al lettore che la nostra capacità di afferrare e giudicare il reale è ben lontana dall'essere infallibile.
In qualche caso mi sforzo consciamente di condurre il lettore a conclusioni errate o parziali.
In altri casi il meccanismo scatta anche senza un mio disegno prederminato.
Mi sforzo di concludere le mie storie senza fornire un'intepretazione univoca di quanto accaduto.
Scrivo storie frustranti, mi hanno detto.
È possibile, anzi probabile,.
Ma non riesco a trovarlo un difetto, nonostante tutto.»
Silvia Treves a Duino, come Rainer Maria Rilke...



















