17.11.07

Kronstadt 2


Tempo fa (ma soltanto tre o quattro post fa, come dire che scrivo troppo poco) parlai di un libro appena uscito sulla vicenda di Kronstadt. Una storia poco nota, almeno per coloro che non hanno un passato remoto nella ultradefunta sinistra extraparlamentare. Ma non quella cazzona e appassionata di L.C., no, in quella ingessata-e-leninista di A.O.
Più o meno come parlare della classica Spal-Pro Vercelli del campionato di calcio del1922, vero?
All'incirca lo stesso appeal...
Il libro l'ho letto in un paio di settimane con un senso di scoraggiamento crescente. La preoccupazione principale dell'autore, in più di un'occasione, mi è parsa quella di polemizzare con il gruppo di storici autori de «Il libro nero del Comunismo» rimproverando loro imprecisioni, grossolani errori, tortuose esagerazioni e tendenziose rimozioni. E va bene. Che il famoso «Libro Nero» abbia tra i suoi massimi estimatori Silvio Berlusconi è la prova di un valore scientifico elastico come il girovita di Tiramolla. Ma se ho letto Kronstadt 1921 è per cercare di risolvere un mio problema personale, non per sostenere chi polemizza con Stephane Coutois & friends.
Oltre a questo il libro è steso con stile criptoburocratico, probabilmente per avvalorare il suo valore scientifico e mostrare che non trattasi di libro poco serio. Penultimo difetto: l'affollamento di nomi è tale che in certi momenti si ha la sciagurata sensazione di leggere la guida telefonica di San Pietroburgo. Ultimo difetto, una quantità prodigiosa di errori ortografici, imprecisioni e refusi che se si possono tollerare in una brossura da 4,99 euro edita da Newton Compton sono viceversa imperdonabili in un libro da 23 euro pubblicato dall'Unione Tipografica Editrice Torinese.
Dulcis in fundo la foto di copertina, tratta dalla Hulton-Deutsch Collection, riproduce un gruppo di militari inglesi della guerra Anglo-Boera.
Ma chi diavolo l'ha scelta?!?
La tesi di Jean-Jacques Marie, comunque, è che Kronstadt sia stato uno dei tanti moti confusi e anarcoidi che scuotevano la Russia di quegli anni, nati dalla carestia e dall'instabilità della situazione politica. Krostadt non sarebbe stato il primo vagito della Terza Rivoluzione, in sostanza, quella che avrebbe potuto affermare il vero volto del socialismo, ma soltanto la pietosa illusione di Victor Serge e di qualche altro intellettuale non russo. E io sono un intellettuale, con quanto di significato negativo ha ormai assunto la parola (anche se non francese, un punto per me) e sono praticamente certo di non essere russo.
Ecco un'altra illusione perduta.
Che cosa rimane? Rimane il fascino - che il libro non sa trasmettere nemmeno per un istante - di giorni dove tutto era forse ancora possibile. L'ebbrezza della partecipazione e l'ansia di essere presenti, discutere, informarsi, sollevarsi.
La terribile bellezza di una rivoluzione che resta un punto essenziale della storia umana.
Questa rimane.
Nonostante Marie e Coutois.
Alla faccia di tutti gli omiciattoli che cercano di farne un regolamento di conti tra nobili decaduti e giovani vampiri.

20.10.07

Il ritorno dei Borboni


Avevo votato per Prodi (che detesto da sempre per la sua falsa bonomia e i modi da boiardo di stato) e il suo carro dei Tespi con poche illusioni ma senza negarmi una speranza.
Non soltanto scacciare Berlusconi e la sua corte di yesmen, mafiosi, fascisti e clericofascisti ma anche e soprattutto metterlo nelle condizioni di non poter più alterare la democrazia attraverso il possesso di tre reti televisive e di tutto l'indotto pubblicitario da esse creato.
A distanza di una quantità ragionevole di tempo debbo ammettere di avere capito male.
Evidentemente dell'equilibrio della democrazia a Prodi etc. non frega nulla. Sul tema dell'anomalia Berlusconi è stato partorito soltanto un timido e insufficiente disegno di legge che morirà presto, in compagnia di una maggioranza che va dai centri sociali fino ai procacciatori di voti di Mastella e ai cattolicissimi della Margherita. Una maggioranza che era una semplice somma di voti ma che aveva alcuni scopi fondamentali - a mio modo di vedere. Garantire le regole della democrazia, avviare il risanamento dei conti dello stato e dare impulso all'economia.
Senonché Prodi e compagnia hanno fatto padella.
E di brutto.
Si vantano di aver risanato i conti, ma né la Banca d'Italia né l'UE sono d'accordo. Per motivi magari inconfessabili, ma resta il fatto che i conti sono stati risanati mungendo i soliti noti e senza riuscire a toccare davvero e definitivamente le evasioni fiscale e contributiva che sono strutturali nel sistema produttivo italiano. Hanno depresso i consumi e hanno fatto un gran can-can sulla tutela dei consumatori ma senza minimamente postulare alcun progetto di orientamento dei consumi che non fosse il sostegno alla Holding Coop. Sempre sia lodato il ministro Bersani.
Poi - in disordine - hanno ritirato i soldati dall'Iraq ma non dall'Afghanistan, dove restano senza un preciso mandato a rischio loro e di tutti i poveri cristi che stanno da quelle parti. Ridiscutere con gli alleati il senso della missione? Mappercarità. D'Alema ha troppo da fare con il suo feudo in Puglia. La base militare di Vicenza, la TAV. E norme fiscali che restano cervellotiche e farraginose, tanto da obbligare chiunque a valersi comunque di un commercialista non tanto per evadere le tasse ma giusto per evitare grane. Ma già, noi si rompono i marroni ai benzinai ma non ai commercialisti. Una legge sulla fecondazione artificiale degna del Sultanato dei mamelucchi (o della ASL di Salem) ma che nessuno si sogna di toccare per non far piangere la Madonna e non far imbufalire il Vaticano.
Che altro?
I lavavetri divenuti il principale problema sociale creato dall'immigrazione, il degrado della RAI, la farsa indegna della votazione sulla legge sul Welfare, le cordate e cordatine delle primarie PD con accuse di brogli e un vincitore annunciato come mesi di anticipo...
Una legge del piffero sui libri, persino peggiorativa della già non eccelsa legge approvata dal governo Amato e massacrata dal governo Berlusconi.
E adesso questa.
L'obbligo di registrazione di qualsiasi sito o blog su internet (quindi anche il blog pieno di cuoricini e bestioline di mia figlia quindicenne, per dire) nel Registro Operatori della Comunicazione (con annessi e connessi problemi burocratici e fiscali) e la possibilità di essere perseguiti per quanto scritto sul proprio blog e/o sito, con l'ovvia possibilità che qualsiasi cretino potrà scrivere sul vostro blog: «L'On. Imbuto Crepapanza è un mafioso, un ladro, un figlio di zoccola e tiene pure le corna» e ad andare nelle grane sarete VOI.

«Ma lo fanno per evitare il precariato tra i giornalisti».
Certo, come no.
Ed è il Sole a girare intorno alla Terra.
Infatti TUTTI i giornali su carta stampata stipendiano regolarmente chi scrive per loro.
E a Natale a portare i regali è Babbo Natale.

Bene. Con quest'ultimo tentativo di affossare il media più democratico che esista (e che lor Signori NON conoscono, non sanno usare e temono) hanno davvero colmato la misura. Cosa c'è dietro? Beh, chiunque può fare le sue ipotesi.
L'ansia di sgonfiare le gomme a Grillo (che non mi piaceva granché come comico e mi piace ancor meno come politico, ma questa è un'opinione personale) e di eliminare quel po' di giornalismo indipendente che esiste in Italia. La semplice abissale ignoranza e la conseguente paura. Il desiderio di regolarizzare, regolamentare e magari tirarne fuori qualche soldino, utile a pagare gli interessi sul delirante debito pubblico creato negli anni '80 da DC,PSI e PCI e a sostenere tutta la giungla di tirapiedi, sottopancia e cacicchi delle amministrazioni locali (pensate a Bassolino e alla sua gestione dell'emergenza rifiuti o ai DS e Margheriti implicati nel traffico di posti di lavoro e tangenti in Calabria...).
«Sì ma altrimenti cebberlusconi!»
Che è come dire un governo insieme corrotto, autoritario, incapace e criminale.
Vero, sacrosanto. Ma è possibile continuare a ingoiare m... giusto per evitare il ritorno del Cavaliere? È legittimo? Senza contare che questi qua sono talmente imbecilli che riusciranno a farlo tornare anche senza che i delusi si facciano sentire.
L'unica è suonare loro la sveglia. Una sveglia molto forte, tipo quella suonata sabato 20 dalla cosiddetta sinistra radicale. O magari, firmando la petizione contro la legge sui siti web.

In ogni caso credo sarà bene attrezzarsi per una lunga attraversata del deserto. All'opposizione.
Una buona occasione per sbarazzarsi di tutto l'ingombrante e invadente personale politico che non ha avuto il buon gusto di scomparire dopo cinque anni di bagnomaria con il quinquennio Berlusconi.
In ogni caso si sta come stava un poveretto sotto i Borboni, costretto ad augurarsi che fossero... i Savoia a salvarlo.

Per leggere il testo originale della proposta di legge e firmare la petizione visitate il sito www.librinuovi.info, nelle pagine dedicate alle «news».

19.10.07

L'innocenza e la scrittura


Quest'uomo è Vittorio Catani, membro di spicco del manipolo di incoscienti che da anni si sforzano di mantenere viva la fiammella della fantascienza italiana.
Tutte le volte che mi capita di sentirlo o di leggerlo (abita a Bari e io a Torino e gli incontri vis-a-vis sono complicati) ho la sensazione di aver cambiato lunghezza d'onda, anzi di trovarmi in uno dei «suoi» mondi, un mondo luminoso, quieto e rarefatto dove le parole riacquistano la loro vera funzione: la comunicazione.
Mia madre, che come molte madri possiede, perlomeno per alcuni temi, il dono della sintesi, lo definirebbe «un signore». E io mi associo, riunendo nell'appellativo «signore» l'eleganza della modestia, della sincerità, dell'onestà mentale e dell'umiltà. Oltre al dono - automatico per un autore di fantastico - dell'innocenza.
L'innocenza per Chesterton, geniale scrittore cattolico, è una dote essenziale. Permette lo stupore, ovvero la possibilità di vedere il mondo consueto con altri occhi e scoprirlo differente e inaspettato. Migliore o peggiore, certo, ma soprattutto inatteso. Senza l'innocenza - che non è il contrario dell'intelligenza ma della meschina astuzia così comune in questa mediocrissima Italia - non esiste la speranza o la possibilità di comprendere davvero il mondo nel quale si vive. Al massimo di balbettare cose già dette e ridette, ovvietà, panzane e castronerie, da recitare però con la giusta enfasi. E non faccio nomi, almeno adesso.
Vittorio, dicevamo.
Sono stato uno dei pochi a poter leggere il suo nuovo romanzo inedito. Il Quinto Principio. Un libro generoso, ricco, felicemente eccessivo e nato da un'ispirazione troppo ampia ed estesa per la rachitica editoria fantastica italiana. Un romanzo «difettoso» ma per eccesso, giusto perché padroneggiare idee e visioni è sì un lavoro da scrittore di SF ma richiede tempo, pazienza certosina, una sconfinata documentazione e soprattutto quella sorta di sorniona attenzione vigile - o, se si preferisce quel divino strabismo - che permette a chi scrive di tenere d'occhio insieme il quadro generale della vicenda, lo sfondo, gli infidi elementi del discorso, la punteggiatura, il respiro e la musicalità delle frasi, la giustezza del lessico e solo Dio sa cos'altro. Per compiere questo piccolo miracolo abituale è necessaria innanzitutto la quiete, la solitudine e la possibilità di isolare la mente da piccoli e grandi problemi della vita quotidiana. Il miglior isolante a questo scopo è il denaro. Molto denaro.
Ma scrivere fantascienza in Italia è tutto fuorché un'attività redditizia. E più un testo è ambizioso più è fondamentale avere la giusta dose di quiete.
Se siete svegli avete già capito dove sto andando a parare.
Vittorio, come molti altri autori di fantascienza e fantastico, ha dovuto fare ( e deve fare) della scrittura una seconda attività, una passione da confinare nei pochi momenti di quiete che la vita offre. Difficile riuscire a essere compiutamente «professionali», con queste premesse. Ma Vittorio e pochi altri ci sono riusciti. Letteralmente volando su un biplano di legno e stoffa sono riusciti a percorrere ampi tratti fianco a fianco ai grandi professionisti della scrittura in lingua inglese. Un risultato - viste le premesse - eroico.
Provate a procurarvi e a leggere, per essere meno vaghi, «L'essenza del futuro» , Perseo Libri. È una raccolta della narrativa breve di Vittorio e ne presenta egregiamente temi, visioni, idee e fissazioni. Già, perché uno scrittore senza fissazioni non è uno scrittore.
Stamattina Vittorio mi ha segnalato una sua recensione al mio «In controtempo» pubblicata sul sito www.fantascienza.com. La segnalo perché per me è importante. Conosco la sua onestà intellettuale e so benissimo quanto vale una sua recensione positiva.
Qualche tempo fa Davide Mana si chiedeva pubblicamente perché gli autori italiani collaborino relativamente poco rispetto ai loro colleghi stranieri. Probabilmente questo è uno dei modi di collaborare. Utilizzare i mezzi che si posseggono per presentare il lavoro di un altro. Per commentarlo, apprezzarlo pubblicamente. Non il «do ut des» tipico della grande editoria dei periodici ma un lavoro di segnalazione e comunicazione lento ma non ingrato.
E, in fondo, a decidere sono soltanto i lettori.
Fortunatamente.

12.10.07

Uno sguardo unico

Questa è una fotografia scattata ai «Portici del libro». Il cugino It che appare dietro il bancone dei libri è mia moglie, Silvia. La mia complice nel mettere al mondo la creatura pestifera che appare alla fine di qst post. Fine della parentesi familiare.
Quando qualcuno tira fuori le foto della famiglia è possibile abbia cattive intenzioni. È vero, in un certo senso.
Riferisco qui di un paio di cose che mi sono capitate, rimarchevoli, almeno per me.
La prima: ho portato a termine la presentazione della quale ho sproloquiato nel post precedente.
È andata bene, anche se le copie vendute sono state in tutto due (2). I presenti, un manipolo di eroi dei quali ben cinque o sei non li conoscevo personalmente.
Mi hanno fatto notare che l'orario della mia presentazione era il più vigliacco possibile, ma non importa. In fondo sono uno scrittore periferico e sconosciuto, quindi è normale che mi abbiano cacciato in fondo alla lista.
Eugenio Pintore è stato un presentatore magico. Mi ha fatto chiacchierare ma senza eccessivi sbrodolamenti e mi ha fatto anche un paio di domande sulle quali temo di essere andato a farfalle. «Il tema del tempo nei tuoi racconti…»
Gesù, non ci avevo mai pensato. Mi venivano così.
Prova un po' a spiegare i movimenti che fai per andare in bicicletta o suonare uno strumento musicale. Prova un po'. Ricostruiscili mentalmente. Descrivili.
Ho remato parecchio ma qualcuno ha poi commentato che ho detto cose molto intelligenti. Qualcun altro che non era poi così chiaro ciò che volevo dire.
È possibile siano vere entrambe le cose.
Comunque provare a spiegare perché fai così, scrivi così e che cosa volevi dire è praticamente impossibile. Sei costretto a ravanare parole sempre con la sensazione che scrivere non ammette chiacchiere né spiegazioni. E questo lo sapevo già da me.
Ringrazio comunque di cuore il buon Eugenio che mi auguro di avere ancora come interlocutore. Io mi sono divertito, spero che anche per lui sia stata almeno un'esperienza decente...
La seconda cosa rimarchevole riguarda un amico, compagno di avventure letterarie, stimato traduttore, abile divulgatore scientifico e scrittore di talento.
Parlo di Davide Mana, membro di spicco della magica equipe di ALIA.
Sul suo blog (senza nemmeno avvisarmi) ha scritto:
******
Ora, com’è il libro di Citi?
Beh, ragazzi, scucite i quattordici euro e leggetevelo.
E’ molto tascabile, piacevole al tatto, facilmente ottenibile on-line.
E’ meglio di un Urania, e non rischia di sfaldarsi per l’umidità.E’ meglio dei due terzi della narrativa che si pubblica nel nostro paese - ad esser conservativi nella stima.
E cosa sono, ormai, quattordici euro?
Se però volete sapere com’è leggere il libro di Citi…. ah, allora il discorso è diverso.
Cercate di ricordare, se ci riuscite, la prima volta che avete letto Ballard.O Jack Vance.O H.P. Lovecraft.O Haruki Murakami.
Badate bene, con questo non voglio dire che la scrittura di Citi assomigli in alcun modo - per forma o temi - a quella di Ballard, Vance o Lovecraft, o Murakami.
Massimo Citi è un autore maturo, con unproprio stile.
Come la Coca Cola è The Real Thing.
Ma la sensazione che si prova nel leggere queste storie è la stessa che si prova nel leggere l’opera di uno di quei colossi.L’impressione, fortissima, di trovarsi davanti a qualcosa di radicalmente nuovo e diverso da ciò che si è letto finora.
Qualcosa che diverrà un termine di paragone, un punto di riferimento.
E cosa si può desiderare di più dalla lettura, se non incontrare una prospettiva diversa.
******
Bene. Davide ha fatto un centro pieno.
La cosa alla quale tengo di più è provare a fare qualcosa di originale. A essere, in un certo modo, unico. Ma non unico in senso stirneriano o per l'illusione di sentirmi un genio. Semplicemente perché unico è il mio sguardo (come quello di tutti) e unico è il mio modo di elaborare le esperienze. Nulla di più di questo, nulla di più di un tranquillo navigare nella vita di ogni giorno elaborandomi le mie personali cavolate e provando, in separata sede, a farne una storia, un luogo dove non sono mai stato, un'emozione che non ho provato così in quel momento.
Chi scrive ha l'obbligo morale di essere originale. Per fedeltà a se stesso. Tradire se stessi è il vero tradimento.

22.9.07

Immancabile...


... Continuo a fare cose ovvie, viste le circostanze.
Cose tipo fare una presentazione pubblica dell'antologia.
Con un gentile lettore, Eugenio Pintore, presidente del comitato esecutivo regionale dell'AIB (Associazione Italiana Biblioteche) che parlerà di «In controtempo» e mi farà qualche domanda.
Mi è capitato spesso - visto il mio lavoro - di fare domande agli autori e ancora più spesso di ascoltare altri farne. Qualche volta mi è capitato di pensare: «vabbé, ma non sei mica Dante Alighieri o Luigi Pirandello». Altre volte, più o meno lo stesso numero, di pensare: «Cavolo... è preparato, brillante, spiritoso e non dice nemmeno delle cose così ovvie».
Il mio terrore non è tanto di non farcela a essere rubricato nella seconda delle due categorie quanto di essere infilato da chi ascolta nella prima.
Ma, d'altro canto, anch'io ho qualche idea sul perché e il percome dello scrivere. E sono legalmente responsabile di ciò che ho scritto.
Quindi… vado. È la prima volta che mi siedo dall'altra parte, ovvero che non inizio io con un bel discorsetto sul motivo per il quale presento questo libro.
Devo ricordarmelo, anche per evitare di parlare per primo.
Calmo.
Sereno.
Con pipa, magari.
Anche se non ho mai fumato la pipa.
Barba.
Beh, quella ce l'ho. Alla Coelho, oltretutto.
Il calzino lungo in bella evidenza.
Lo sguardo pensoso ma rilassato, l'occhio acuto, l'espressione vigile ma bonaria...
Bonaria, non bovina.

Sarei ben contento di stipendiare qualcuno perché andasse ad esibirsi al posto mio, ma non posso.
Comunque sia, chi volesse sapere come, alla fine, me la sono cavata può materializzarsi sabato 29 settembre, ore 21.00 in Galleria San Federico, Torino.
La presentazione si terrà in occasione dei Portici di Carta. Una buona occasione - per chi sta a Torino e dintorni - per vedere anche i libri che i librai tengono nascosti dietro i sagomoni e le pile di best-seller.

31.8.07

Rassegna stampa


Questo, a sinistra, è un pavone.
Chi sta scrivendo, invece, non lo è ma rischia di apparirlo.
D'altro canto mi hanno detto in tanti: «non nasconderti, sii sfacciato, sii protervo, esibisciti, spettacolarizzati». Tra questi anche l'editore (vedi un paio di post precedenti) ovviamente preoccupato per la tiratura e la fattura del tipografo, già scaduta, peraltro.
Oggi è passato in libreria il mio amico Alessandro Defilippi. Coraggiosamente si è detto pronto a leggere altre cose mie e, nel caso, a scriverne una presentazione.
Lusinghiero, no? Sì, molto lusinghiero.
Ma veniamo al senso di questo post.
Non sono un pavone, dicevo, forse illudendomi.
Ma mi è venuto in mente che con 2 o 3 passaggi alla settimana su questo blog il rischio di raccogliere fischi e pernacchie è comunque limitato. D'altro canto mi fa piacere riportare qui i pareri su «In controtempo» di altri autori e recensori, anche per dimostrare che mi sono accorto dei loro messaggi e gliene sono immensamente grato.

Cominciamo da Malpertuis, ovvero Elvezio Sciallis, con una parte della sua recensione apparsa sul suo blog: http://mal-pertuis.blogspot.com/

Fantasmi di fantasmi.Dovessi riassumere in una sola frase l’opera di Citi non avrei esitazioni.
Figure femminili tratteggiate con molta più cura e attenzione rispetto a quelle maschili, oggetti quotidiani che perturbano senza i soliti chiassi tipici di larga parte dei romanzi horror, il lento logorio della quotidianità che agisce come personalissima chiave per Kadath e declinazioni d’incubo varie.
Chiave che, al contrario di quanto accade in altri scrittori, una volta inserita innesta un meccanismo che non permette di tornare indietro a un passato o stato di veglia salvifici: i personaggi di Citi si destano lentamente e si trovano spiaggiati in isole in lenta decomposizione, senza avere una zattera pronta per fuggire né, tanto meno, la voglia o la forza di costruirsene una.
Citi ha alcuni punti di forza rari negli scrittori di genere fantastico in Italia, segnatamente la cura delle psicologie e, ancora più inconsueta, una grande attenzione nella costruzione dei dialoghi che suonano credibili e raramente artefatti, una boccata d’ossigeno in un campo dominato da pagine e pagine di descrizioni barocche e monolitiche.
Ne riporto soltanto una parte, visto che la recensione è piuttosto lunga. Specifico anche Elvezio non ha trovato soltanto pregi, ma anche qualche difetto. Per sapere quali sono basta andare sul suo blog.

Veniamo a Gordiano Lupi, con una recensione apparsa sui siti:
www.tellusfolio.it, www.kulturalvirtualpress.com e www.ilpungolo.com della quale riporto un frammento:

...Massimo Citi prova a unire i due aspetti della narrativa fantastica e senza indugiare sugli aspetti spettacolari delle vicende, senza farsi prendere la mano da atmosfere splatter o gore, realizza racconti che seminano inquietudine e angoscia ispirandosi alle costruzioni del vecchio racconto gotico. Le storie di Citi sono fatte di suggestioni, l’orrore e il mistero vengono soltanto suggeriti […] 
 
Ho ricevuto anche lettere private di alcuni amici ai quali ho fatto leggere l'antologia.
Anche qui riporto soltanto qualche frase:

Da Patrizia Zappa Mulas (su «Linea di confine», uno dei racconti dell'antologia):

L'ho appena letto, ha tutto quello che fa di un racconto un ottimo lavoro. Ci si entra senza avere più la possibilità di uscirne (come quell'appartamento, che è una magnifica metafora). Si è costretti ad arrivare fino in fondo. Questa è buona letteratura.

Da Vittorio Catani (sul racconto «Vetro di seta»)

Ho apprezzato moltissimo il rimando a un passato che, in fondo, e' in ciascuno di noi: quello... alternativo, o sognato, o forse davvero vissuto. Un passato con i suoi incubi, trasalimenti, ma anche con le sue estasi, perché il tempo trascorso, in se', credo racchiuda fra altre cose anche una visione del paradiso. Confesso che questo richiamo talora ossessivo, sempre misterioso, a un tempo "altro" forse felice (forse no), nelle ultimissime due o tre pagine mi ha un po' commosso per la sua intensità. Un passato del genere può' stroncare ma può anche purificare una vita; e infatti "purissimo" come nessun altro amore, angelico, mi e' parso quello - seppure lesbico - fra la protagonista e Olga. Ho terminato di leggere queste pagine con la sensazione di essere stato messo a parte di segreti che spiegano, che riempiono l'anima, ma anche inquietano. Siamo nel vero cuore del fantastico.

Da Consolata Lanza:

Il tema sotteso in quasi tutti i racconti è la fuga dalla (della) vita, che cola via da una crepa della realtà. I tuoi personaggi scelgono sempre la solitudine in compagnia di una percezione diversa, più sottile, di qualcosa che non so come definire - non è la vita come la si intende banalmente, non è morte -, sembrerebbe un occhio, un orecchio, interiore, quello che le persone "normali" chiamano pazzia? ossessione? Insomma qualcosa di estremamente affascinante, un livello più alto del quotidiano. Mica semplice il tuo immaginario, eppure tenta come ogni esplorazione di mondi sconosciuti. Penso che puoi essere assai fiero e soddisfatto del tuo libro. Ha una originalità senza cedimenti, scrittura personale, suscita inquietudini, fa venire voglia di rileggerlo.
 
Mi fermo qui.
Per quanto riguarda questi ultimi tre pareri sottolineo che si tratta di scrittori, certo, ma anche di amici, persone che mi sono care e con le quali condivido non soltanto molti gusti e interessi ma anche qualche progetto comune. Posso immaginare che da parte loro ci sia stato, nella lettura, un surplus di attenzione ma so, conoscendoli, che hanno troppo a cuore la nostra passione comune - la scrittura - per prostituirla dandomi un parere addomesticato.

I pareri ricevuti mi hanno convinto che pubblicare «In controtempo» non è stata una follia o un delirio egolatrico. Alla mia età, d'altra parte, non si cercano altre possibili sbocchi professionali né è così facile abbandonarsi al narcisismo.
Si scrive per essere letti, d'altra parte. Per comunicare qualcosa di più di quanto si riesce a fare a voce, con una lettera o anche con questo o altri blog.
Inventare e descrivere altri mondi e altre vite è l'unica caratteristica che condividiamo con una possibile divinità. Perché lasciarsi sfuggire l'occasione?

22.8.07

Rivoluzioni mancate e illusioni da verificare

Kronstadt, 1921.
«L'Armata Rossa attacca Kronstadt» è la didascalia di questa fotografia, ripescata nel sito di Wikipedia.
Qualcosa di strano?
Non troppo, in apparenza.
Non troppo se a difendere Kronstadt fossero stati i «bianchi», ovvero i partigiani dello Czar.
Ma Kronstadt - base navale della flotta russa del Baltico - è stato il luogo della più importante rivolta antisovietica condotta da 270.000 marinai e soldati del tutto convinti di essere altrettanto sovietici quanto i soldati inviati a eliminarli.
Di Kronstadt sentii parlare per la prima volta ai tempi della mia ormai remota militanza politica.
All'epoca non diedi troppo peso a Kronstadt e ai suoi marinai così evidentemente antiparalleli a quelli della celeberrima corazzata Potëmkin. Vennero poi altre notizia, seppure ammantate di leggenda. Da comunista libertario mi parve la testimonianza di un comunismo "originario", bello e, naturalmente, sfortunato. Un po' la stessa sensazione che mi diedero gli spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (pron: «libknekt»), altrettanto belli, libertari e destinati a fare una brutta fine.
Quando la mia passione per la nobiltà della sconfitta si univa alla fede politica ne nascevano di questi miraggi, basati sulla speranza giovanile di poter riconoscere in altri la mia convinzione - innocente, non ingenua - che si potesse davvero cambiare il mondo.
I marinai di Kronstadt pagarono carissima la loro rivoluzione nella rivoluzione. E non parliamo degli spartachisti. Né gli uni né gli altri furono soggettivamente innocenti. Ma la loro leggenda dà un colore diverso al secolo appena trascorso. Lascia aperte porte, permette di immaginare che le cose avrebbero anche, forse, potuto prendere strade diverse.
O forse - o più probabilmente - gli uni e gli altri sono stati pericolosi fanatici, tipo Guardie Rosse maoiste. Un libro ormai esaurito di Pierre Broué (Rivoluzione in Germania) dava degli spartachisti un ritratto pieno di chiaroscuri. La biografia di Werner Heisemberg li presenta come sanguinari fanatici. Vista la fonte , ho qualche dubbio. Infine, per i marinai di Kronstadt posso suggerire (anche a me stesso) di leggere un libro uscito quest'anno per la UTET. Il libro (Jean-Jacques Marie -Kronstadt 1921)

è basato su documenti recentemente riesumati dagli archivi sovietici e promette di essere parecchio interessante.
Se ne scriverò la recensione la potrete trovare nelle pagine di LN-LibriNuovi.
Se non la scriverò... beh, se siete interessati sappiate che il libro costa 23 euro. Che non è poco, d'accordo. Ma, se siete davvero interessati, non è nemmeno troppo.

2.8.07

Zeppelin

Questo qui a fianco è un Zeppelin, ovvero un LZ (Luftschiff Zeppelin). La foto è una di quelle di repertorio dello Zeppelin Museum di Friedrichshafen. Sono appena ritornato da un viaggio di una settimana nel Baden-Württemberg e in Baviera, tra Freiburg e Ulma, con una visita - forse dovrei dire un pellegrinaggio - al museo dei dirigibili sul lago di Costanza, quello dov'è ambientato il Frankenstein di Mary Shelley, detto per inciso.
La ricostruzione dell'ambiente interno dell'Hinderburg, l'ultimo dei grandi dinosauri dell'aria, era curato (impressionante) e affascinante e il museo era pieno di persone di tutte le età e tutte le possibili lingue e nazionalità. Accomunati da una passione per qualcosa che praticamente per tutti noi era una favola finita male, con l'incidente di Lakehurst, i 35 morti e la fine del dirigibile. Una favola finita in piena era hitleriana con il povero LZ divenuto un elemento della propaganda nazista.
Eppure il fascino delle navi dell'aria rimane, evidentemente, intatto.
Perché sono morti i dirigibili?
Perché erano pericolosi? Certo, gonfiati a idrogeno erano pericolosissimi. Ma gonfiati a elio no.
Ma non credo si tratti solo di questo.
I dirigibili, dal punto di vista militare, erano un incubo. Grandi, relativamente lenti, delicatissimi. Nonostante qualche utilizzo nella prima guerra mondiale, erano essenzialmente macchine volanti di pace. Gentili elefanti adatti al trasporto di cose e persone.
I dirigibili, grossi e fragili, vennero soppiantati dagli aerei grazie allo sviluppo della tecnologia aereonautica conseguente alla guerra. Da qui la loro fine.
Il mondo nel quale viviamo, in sostanza, non è il risultato della migliore tecnologia possibile, ma quello nel quale hanno prevalso le tecnologie dei vincitori. E le tecnologie non si affermano soltanto grazie alla loro intrinseca bontà ma in base alla situazione generale. All'ambiente o all'ecosistema, direbbe un biologo evoluzionista.
Sono importanti, i dirigibili, perché ci dicono qualcosa di fondamentale sul nostro mondo e sul modo nel quale procede l'innovazione tecnologica. Niente marcia trionfale del progresso ma tentativi, errori, fallimenti, amnesie e resipiscenze.
















30.6.07

Antologicamente

Questa non è la copertina di un libro.
Soltanto una fotografia presa dal balcone di casa mia in una sera di vento e lo zeppelin d'ombra che passa nel cielo una nuvola scolpita e levigata dal vento.
Avrebbe dovuto essere la fotografia in copertina per l'antologia che ho pubblicato, ma siccome una mia buona amica (Cettina Calabrò, fotografa e scrittrice) mi ha procurato nove, anzi dieci, eccellenti fotografie ho messo da parte l'idea di utilizzare la mia nuvola per la copertina.
Ci sto girando intorno, lo so, ma poco o tanto mi imbarazza parlare dell'antologia.
Si intitola In controtempo. Costa 14 euro ed è formata da 8 racconti per 172 pagine, una prefazione, nove fotografie, ringraziamenti, exergo, indice, finito di stampare e ISBN di tredici cifre. Tutto regolare, insomma.
Questa è la copertina:

Il libro è piuttosto piccolo, 12 x 19 cm e fa parte di una collana che abbiamo chiamato, io e Cettina, N & D. La N sta per Nobile, la D per Disperata. Nobile e Disperata come l0 può essere l'idea di pubblicare narrativa essendo editori piccolissimi.
Già, perché io sono, oltre che l'autore, anche l'editore di questo capolavoro.
Un particolare che mi ha evitato sfiancanti discussioni ma mi ha creato anche una sottile e inquietante sensazione di sdoppiamento di personalità.
La tiratura (bassa) l'ha decisa l'editore, mentre il numero di copie omaggio da inviare ad altri autori e a possibili recensori l'ha proposto l'autore, anche se l'editore ha tagliato il numero un paio di volte. «Ma perché mandi il libro anche a questo qui? Tanto figurati se ti si fila. Toglilo, toglilo. Costa già farla, bisogna venderla, non regalarla».
Sospetto che dietro la scelta dell'immagine di copertina ci sia ancora una volta l'editore: «Cerchiamo di fare una cosa coerente, non un pasticcio». E io a dargli ragione.
L'editore vorrebbe anche fare delle presentazioni e l'editore ha ragione. Bisogna pur venderla, questa antologia. Ma io non mi sento troppo bene nei panni dell'autore al quale si porgono garbatamente domande che lo obbligano a parlare di se stesso. Non perché non sia narcisista, per carità. Lo sono nella media, credo, o forse un po' di più. Il problema è che è che ho paura che il mio Narciso personale mi prenda la mano annoiando a morte amici e parenti che verranno obbligati dall'editore a essere presenti. E che tutti se ne vadano pensando: «ecco, una pubblica una cosuccia e diventa subito un trombone».
Zodiacalmente sono del leone e «leone» fa rima con «trombone».
Libera nos a malo.
Comunque sono contento.
Avevo questi racconti nel cassetto da un decennio e mi ero abituato a vederli lì. Poi, per un impulso del momento li ho dati a uno scrittore - uno vero -, Alessandro Defilippi. «Leggili. Se mi dici che meritano giuro che li pubblico».
E lui mi ha detto: «Meritano», mettendoci anche un po' di entusiasmo.
Mi ha convinto di una cosa della quale non chiedevo altro che di essere convinto.
Ma sono belli, questi racconti?
Beh, a me piacciono abbastanza. Sono strani, questo è certo. Non mi è capitato spesso di leggere qualcosa del genere, e sì che leggo parecchio.
Originali, comunque, non vuol dire geniali...
Fantastici, ma senza mostri né astronavi, né serial killer vomitati dall'inferno. Piccole cose, in realtà. Un albergo sul mare, una televisione che non si spegne mai, un cabinato abitato da una strana ragazza, un giardino trascurato, un rubinetto guasto... cose molto prosaiche che però possono rivelarso altrettanti passaggi per lo strato più profondo della realtà.
Tutto qui.
Comunque sia, se qualcuno desidera leggere uno o anche tutti i racconti mi lasci un post sul blog con il suo indirizzo e-mail. Gli manderò gratis l'antologia (anche se, per semplici motivi di ingombro, senza le fotografie), tutta o in parte.
Io e l'editore siamo d'accordo sulla libera circolazione dei materiali.
Ultima cosa, qui sotto:












L'unica immagine che non sono riuscito a utilizzare per l'antologia.
Un semplice pezzo di muro. Guardandolo bene, però, ci si accorge che è un pezzo di muro con una storia.
Ecco, i miei racconti sono così.
Le storie vengono fuori dai particolari osservati due volte.

25.5.07

Per leggere vogliamo la legge



Chiedo scusa, ma questo è un intervento necessario, che ha a che fare con il mio lavoro.
Un appello che potete trovare sul sito www.librinuovi.info e che riguarda la possibilità di avere anche in Italia una legge sul prezzo del libro simile a quella che esiste in Francia, Germania e Spagna.
Essendo un libraio indipendente sono piuttosto sensibile al tema, non soltanto perché le politiche di alti sconti di Feltrinelli e compari rischiano di metterci sul lastrico, ma perché il prezzo dei libri è altro proprio per poter praticare questo genere di politiche.
Sembra assurdo, ma non lo è. Basta pensarci un momento.
La deregulation nel settore dell'editore dell'editoria libraria può avere effetti catastrofici sulla lettura:
scomparsa di una rete estesa sul territorio di piccoli punti vendita indipendenti.
alti prezzi di copertina ai quali fanno in apparenza da argine alti sconti, in genere applicati, tuttavia, soltanto sui titoli «ad alta rotazione». Se in Gran Bretagna, dove non esiste nessuna legge di tutela del libro, è possibile trovare Harry Potter a 4 sterline è perché molti altri titoli costano parecchio di più che da noi. E niente sconto.
– «non si fa perché non si vende. O almeno perché noi non lo acquisteremo». La distribuzione è in grado di determinare la produzione editoriale. Alla faccia della libertà di stampa.
Tutelare il prezzo fisso può significare, come in Spagna, Francia e Germania, la possibilità di salvaguardare (ed estendere) la rete dei piccoli punti vendita. Prezzi di copertina stabilmente più bassi, dal momento che finirà il giochetto «costa dieci, ma per due mesi lo puoi pagare sette» come cesseranno le sciocche e stucchevoli campagne pubblicitarie esclusivamente centrate sulla riduzione del prezzo di copertina. Indipendenza da grande distribuzione e catene librarie che «salvano una tiratura» ma possono anche impedirla.
Tre ottimi motivi per sostenere questa legge.

15.5.07

Condominium

Nonostante abbia letto già in (relativamente) giovane età l'omonimo romanzo di J.G.Ballard, una ventina di anni fa circa comperai – anzi comperarono i miei genitori – la casa nella quale io e mia moglie abbiamo abitato per quindici anni più o meno.
Periferia ma non troppo, vicina a un parco cittadino – anche se per arrivarci bisognava superare uno dei viali che conducono alla tangenziale – ma anche in un condominio.
Mi sembrava un problema irrilevante, anzi un non-problema, finché non ho partecipato alla mia prima assemblea di condominio.
Non esprimerò giudizi né considerazioni. Chi ha partecipato sa. Sa che nulla come un'assemblea di condominio fa emergere il cervello rettiliano, l'homo homini lupus, il Raskol'Nikov che dorme dentro di noi. Non solo: crea partiti, frazioni, sette, guelfi e ghibellini, bianchi e neri, Montecchi e Capuleti.
Io e mia moglie ne fummo stupiti e nauseati. Non abbastanza da vendere. Non, perlomeno, dopo la prima riunione. Ce ne vollero una dozzina, senza contare quelle alle quali non partecipammo per nausea delegando vigliaccamente l'amministratore.
Tutto questo discorso è una premessa a un libro curioso da poco arrivato in libreria che, cotravvenendo alle mie stesse norme, ho leggiucchiato qua e là con il sorriso un po' storto e un po' speranzoso di chi spera che l'autore sia capace di portarti a spasso.
Il titolo è Un certo senso, l'autore Francesco Fagioli, l'editore Marsilio.
In apparenza un carteggio a senso unico tra condomino e amministratore. La forma impiegata, almeno negli inizi delle lettere, quella ingessata e grottesca delle Raccomandate A.R. che perorano cause meschine e sostengono rivendicazioni futili. Salvo che dopo un po' le lettere deragliano, deviano sull'assurdo, sul delirio e, disastrosamente, sulla narrazione personale, sulla memoria, il rimorso, l'affabulazione senza freni.
Non potrei dire se si tratta o meno di un buon libro ma apprezzo l'idea. In fondo siamo circondati da una semiosfera fatta di spettabile e di con osservanza mi firmo Suo, solo che come per i fantasmi e gli alieni non vogliamo credere che tale semiosfera esista davvero finché non ci cadiamo dentro.
Adesso vivo in un appartamento in affitto. Non mi sento strangolato dal padrone di casa e non mi devo preoccupare se qualcuno ha sporcato il pianerottolo del 3° piano o se la signora del quinto ha comprato un cane. I soldi che paghiamo d'affitto sono perduti, è vero, ma li considero ben spesi se mi permettono di non incontrare il volto belluinamente meschino dei miei simili.
Ne conservo così un parere migliore.

11.5.07

finzioni

È accaduto!
Incredibile, ma è uscito un libro dal titolo: «Come parlare di un libro senza averlo mai letto».
L'ha scritto Pierre Bayard, psicanalista e professore di Letteratura francese pubblicato l'editore excelsior 1881, piccolo editore neonato & raffinato.
Conformemente a quanto ho annunciato all'inizio di questa seconda vita del Blog Fronte&Retro sto parlando di un libro che non ho letto, ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di paradossale in questa affermazione. Come sostenere che A contiene B e, contemporaneamente, B contiene A.
Nello stesso universo.
Paradossi e impossibilità logiche a parte, "parlare di un libro senza averlo letto è un'arte", dice Bayard.
Verissimo.
Per motivi di lavoro almeno una volta al giorno qualcuno mi chiede: "questo l'ha letto?".
Tutti o quasi credono che si possa umanamente leggere una porzione significativa dei libri che escono. Che, perlomeno in Italia, sono oltre i 50.000 (cinquantamila) all'anno.
Personalmente leggo tra gli 80 e i 100 libri all'anno, ovvero tra lo 0,0016 e lo 0,0020 della produzione editoriale annua. In altre parole esiste 1 probabilità su 500 che alla domanda: "questo l'ha letto?" io risponda: "sì".
E magari aggiunga: "ma non è granché".
Se uno ci imbrocca meriterebbe il libro in omaggio, viene da pensare.
Quindi per le restanti 499 volte si tratta di fingere. Non dichiarando spudoratamente: "Sì l'ho letto" se non è vero, ma imparando a girare intorno al libro, mettendo insieme tutte le proprie nozioni su quella particolare letteratura, ricordando qualche recensione letta di fretta, qualche notizia afferrata qui e là, sforzandosi di ricordare la scheda informativa dell'editore e, infine, cercando di portare gradualmente il discorso su un titolo affine ma personalmente letto o del quale si possa riferire impressioni di persone (per me) fidate spacciandole come proprie.
Lo so che non è bello, ma molti lettori vivono nella speranza di trovare un buono zio che guidi le loro letture e nell'incarnare tale zio benefico non faccio del male a nessuno. Se non altro a lavorare in libreria si sviluppa un certo fiuto, si conoscono e riconoscono le politiche editoriali e si ha un'idea a priori (comunque spesso fondata) sul valore possibile di un romanzo o di un saggio.
Quindi non solo non ho letto il libro di Bayard, ma credo anche che non lo leggerò.
Potrei scriverne uno io, anche se non sono un cattedratico di Francia.
Ma non mi pare il caso.
No, non è il caso.

8.5.07

scrivere oscuramente


Ogni tanto penso che questa sarà il mio destino.
Quando mi accanisco a scrivere e passo ore davanti al PC.
Per scrivere mezza pagina. Riscrivere una frase. E non sentirmi mai del tutto soddisfatto né pacificato.
Ma a che diavolo serve scrivere?
Certo si può scrivere per sè (fatto), scrivere per pochi, volutamente (fatto), scrivere se si ha poco da dire (fatto) e se si crede di aver molto da dire (fatto, fatto!!!), scrivere se qualcuno ti chiede di farlo (fatto) e se nessuno ti chiede di farlo (quasi sempre). Scrivere se piove (il momento migliore), se è notte (non ce la faccio quasi mai) se c'è il sole (invece di andare a fare jogging). Scrivere sta al posto di vivere, ogni tanto penso. Un modo per governare un mondo che, almeno quello, ti deve ubbidire. Il mondo di Perky Pat (cfr. Philip Dick) , il gioco dei soldatini o delle bambole (praticamente la stessa cosa, a pensarci bene) che non ti stanchi mai di fare e rifare. E ogni volta viene un po' diverso. Qualche volta ti soddisfa, altre ti skifa. Ancora di più a distanza di tempo.
Eppure non riesco a smettere... Tanto è vero che scrivo pure qui.
Scrivere non è un lavoro. O meglio, scrivere sinceramente, onestamente, mettendoci dentro se stessi non può essere un lavoro. Al massimo un compromesso, un aggiustarsi per continuare a giocare senza doversi preoccupare di lavorare. Farlo senza essere famosi è un delirio. Una cosa da nascondere. Un vizio, una debolezza. Pura stupidità.
Ma impossibile da interrompere.
Ci sono altri coatti in giro?
Non gente che ha scritto un raccontino e frigge dal desiderio di farlo sapere a tutti. Ricevo tutti i giorni lettere di questo genere di autori. Faccio l'editore, sia pure piccolo come una mosca piccola, quindi è normale. No, scriventi oscuri che hanno scavato per anni e anni senza mai o quasi vedere la luce. Ma che non si sono scoraggiati.

5.5.07

Grazie Lucia


Non è una fotografia, credo.
O forse lo è. Rappresenta il lago Nagasaka che, dal nome, direi sta in Giappone.
Viste le dimensioni non si riconosce una piccola nave che passa tra i rami e i tronchi degli alberi. Inosservata, invisibile ma carica di vite possibili.
Ho inserito questa immagine perché, nella sua ambiguità, mi è parsa la più adatta a commentare un brano di una poesia che tra poco inserirò in questo blog.
La poesia non è mia, rilassatevi. È di Lucia De Marchi. E tutti subito a dire: «ma chi è?».
Beh, una poetessa. Categoria che non si conquista scrivendo frasi che vanno troppo spesso a capo e non si acquista stampando sillogi a spese proprie. Discende direttamente dal levigare le parole fino a renderle diafane e risonanti.
Come si fa?
Bella domanda.
Però chi legge se ne accorge, del lavoro fatto, anche se non saprebbe dire quasi sono stati i passaggi, l'origine e il fine. La scrittura come lavoro e fatica non è una categoria che si comprenda facilmente, anche se a scribacchiare siamo in parecchi.
Poi, infine, il lavoro fruttuoso è una cosa, l'accanimento sterile è un'altra.

Lucia De Marchi è morta. Prematuramente, come si dice.
Dal momento che, oltre che libraio, sono anche editore, pubblico la sua raccolta postuma.
L'hanno curata alcuni amici dell'autrice e noi, CS_libri, abbiamo fatto il resto del lavoro.
Un buon lavoro.
Credo.
Ma buono soprattutto perché ha permesso a me e agli altri che hanno lavorato su questa raccolta di leggere a sbafo le poesie di Lucia.
Un frammento:

Miriadi di cose abitano questo buio
questa fetta oscura
nella mia tazza di cristallo

il pianeta che preferisco è la luna
così generosa con chi non ha vinto
la battaglia.

24.4.07

Bambini impossibili


L’uomo qui a fianco è Percival Everett, autore americano finora trascurato dall'editoria italiana ma considerato (cito dal retro di copertina) : «uno degli scrittori più avventurosamente sperimentali della letteratura americana contemporanea».
Fin qui … i geni fin troppo compresi e pronti per l'esportazione in Europa sono una costante e spesso non meritano tutta l'attenzione che si dedica loro. Parlo, per esempio, di Dennis Cooper, un vero bidone spacciato per maledettamente significativo.
Ma qui il caso è diverso. Everett è uno bravo davvero. Non proprio uno scrittore facile, questo no. È uno che mette in ansia il lettore utilizzando gli strumenti narrativi più raffinati, che si nasconde dietro maschere e maschere di maschere. Capace di cambiare stile, velocità, approccio, modi e clima del raccontare senza una goccia di sudore. Un grande, insomma.
Di suo ho letto Cancellazione ma non ne parlo perché ne ho già scritto per LN, per Instar e nonsopiùdovealtro e credo di aver già abbastanza sproloquiato in proposito. E poi in questo spazio parlo soltanto e rigorosamente di libri che non ho letto.
Quindi vengo al punto.
È appena usciro Glifo, ed. Nutrimenti.
Protagonista Ralph, neonato con Q.I. 475.
Tema: il mondo secondo Ralph.
Libro che si presenta complicato e irto di schemi, note, cambi di font, incisi ecc. E che promette di essere carico di quella perfidia dell'assurdo che è un ottimo motivo per leggere un libro di questi tempi.
E comunque mi piace la gente che gioca con le forme della scrittura.

Non si devono iniziare le frasi con una «E» congiunzione.
Ma se lo fa Baricco tutti dicono «Che genio!».
Va bene.
Io non sono un genio e soprattutto non ci tengo che qualcuno lo pensi.
Ma mi capita ugualmente di iniziare le frasi con una bella «E».

Il Ralph di Everett mi ricorda altri due grandi neonati-prodigio della letteratura americana. Uno era in un meraviglioso di libro di Theodor Sturgeon, Più che umano. Il secondo in un buon libro uscito da poco, Futureland di Walter Mosley. Cominciano a essere folla, questi neonati prodigio.
O forse si tratta dell'indizio di qualcosa.
Io ho qualche ipotesi in testa, in proposito. Forse è un modo obliquo di parlare delle pretese che un sacco di gente ha verso i neonati. O un modo per reinventare per l'ennesima volta il Candide della situazione, ovvero l'unico che si accorge che viviamo in modo assurdo in un mondo assurdo.
Ma sarebbe bello sentire qualcun altro a cui capitasse di passare di qui.
Non capiterà, ma se capitasse son pronto a rispondere. O soprattutto ad ascoltare.
Non si cominciano le frasi nemmeno con una «O», credo.