22.8.07

Rivoluzioni mancate e illusioni da verificare

Kronstadt, 1921.
«L'Armata Rossa attacca Kronstadt» è la didascalia di questa fotografia, ripescata nel sito di Wikipedia.
Qualcosa di strano?
Non troppo, in apparenza.
Non troppo se a difendere Kronstadt fossero stati i «bianchi», ovvero i partigiani dello Czar.
Ma Kronstadt - base navale della flotta russa del Baltico - è stato il luogo della più importante rivolta antisovietica condotta da 270.000 marinai e soldati del tutto convinti di essere altrettanto sovietici quanto i soldati inviati a eliminarli.
Di Kronstadt sentii parlare per la prima volta ai tempi della mia ormai remota militanza politica.
All'epoca non diedi troppo peso a Kronstadt e ai suoi marinai così evidentemente antiparalleli a quelli della celeberrima corazzata Potëmkin. Vennero poi altre notizia, seppure ammantate di leggenda. Da comunista libertario mi parve la testimonianza di un comunismo "originario", bello e, naturalmente, sfortunato. Un po' la stessa sensazione che mi diedero gli spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (pron: «libknekt»), altrettanto belli, libertari e destinati a fare una brutta fine.
Quando la mia passione per la nobiltà della sconfitta si univa alla fede politica ne nascevano di questi miraggi, basati sulla speranza giovanile di poter riconoscere in altri la mia convinzione - innocente, non ingenua - che si potesse davvero cambiare il mondo.
I marinai di Kronstadt pagarono carissima la loro rivoluzione nella rivoluzione. E non parliamo degli spartachisti. Né gli uni né gli altri furono soggettivamente innocenti. Ma la loro leggenda dà un colore diverso al secolo appena trascorso. Lascia aperte porte, permette di immaginare che le cose avrebbero anche, forse, potuto prendere strade diverse.
O forse - o più probabilmente - gli uni e gli altri sono stati pericolosi fanatici, tipo Guardie Rosse maoiste. Un libro ormai esaurito di Pierre Broué (Rivoluzione in Germania) dava degli spartachisti un ritratto pieno di chiaroscuri. La biografia di Werner Heisemberg li presenta come sanguinari fanatici. Vista la fonte , ho qualche dubbio. Infine, per i marinai di Kronstadt posso suggerire (anche a me stesso) di leggere un libro uscito quest'anno per la UTET. Il libro (Jean-Jacques Marie -Kronstadt 1921)

è basato su documenti recentemente riesumati dagli archivi sovietici e promette di essere parecchio interessante.
Se ne scriverò la recensione la potrete trovare nelle pagine di LN-LibriNuovi.
Se non la scriverò... beh, se siete interessati sappiate che il libro costa 23 euro. Che non è poco, d'accordo. Ma, se siete davvero interessati, non è nemmeno troppo.

2.8.07

Zeppelin

Questo qui a fianco è un Zeppelin, ovvero un LZ (Luftschiff Zeppelin). La foto è una di quelle di repertorio dello Zeppelin Museum di Friedrichshafen. Sono appena ritornato da un viaggio di una settimana nel Baden-Württemberg e in Baviera, tra Freiburg e Ulma, con una visita - forse dovrei dire un pellegrinaggio - al museo dei dirigibili sul lago di Costanza, quello dov'è ambientato il Frankenstein di Mary Shelley, detto per inciso.
La ricostruzione dell'ambiente interno dell'Hinderburg, l'ultimo dei grandi dinosauri dell'aria, era curato (impressionante) e affascinante e il museo era pieno di persone di tutte le età e tutte le possibili lingue e nazionalità. Accomunati da una passione per qualcosa che praticamente per tutti noi era una favola finita male, con l'incidente di Lakehurst, i 35 morti e la fine del dirigibile. Una favola finita in piena era hitleriana con il povero LZ divenuto un elemento della propaganda nazista.
Eppure il fascino delle navi dell'aria rimane, evidentemente, intatto.
Perché sono morti i dirigibili?
Perché erano pericolosi? Certo, gonfiati a idrogeno erano pericolosissimi. Ma gonfiati a elio no.
Ma non credo si tratti solo di questo.
I dirigibili, dal punto di vista militare, erano un incubo. Grandi, relativamente lenti, delicatissimi. Nonostante qualche utilizzo nella prima guerra mondiale, erano essenzialmente macchine volanti di pace. Gentili elefanti adatti al trasporto di cose e persone.
I dirigibili, grossi e fragili, vennero soppiantati dagli aerei grazie allo sviluppo della tecnologia aereonautica conseguente alla guerra. Da qui la loro fine.
Il mondo nel quale viviamo, in sostanza, non è il risultato della migliore tecnologia possibile, ma quello nel quale hanno prevalso le tecnologie dei vincitori. E le tecnologie non si affermano soltanto grazie alla loro intrinseca bontà ma in base alla situazione generale. All'ambiente o all'ecosistema, direbbe un biologo evoluzionista.
Sono importanti, i dirigibili, perché ci dicono qualcosa di fondamentale sul nostro mondo e sul modo nel quale procede l'innovazione tecnologica. Niente marcia trionfale del progresso ma tentativi, errori, fallimenti, amnesie e resipiscenze.
















30.6.07

Antologicamente

Questa non è la copertina di un libro.
Soltanto una fotografia presa dal balcone di casa mia in una sera di vento e lo zeppelin d'ombra che passa nel cielo una nuvola scolpita e levigata dal vento.
Avrebbe dovuto essere la fotografia in copertina per l'antologia che ho pubblicato, ma siccome una mia buona amica (Cettina Calabrò, fotografa e scrittrice) mi ha procurato nove, anzi dieci, eccellenti fotografie ho messo da parte l'idea di utilizzare la mia nuvola per la copertina.
Ci sto girando intorno, lo so, ma poco o tanto mi imbarazza parlare dell'antologia.
Si intitola In controtempo. Costa 14 euro ed è formata da 8 racconti per 172 pagine, una prefazione, nove fotografie, ringraziamenti, exergo, indice, finito di stampare e ISBN di tredici cifre. Tutto regolare, insomma.
Questa è la copertina:

Il libro è piuttosto piccolo, 12 x 19 cm e fa parte di una collana che abbiamo chiamato, io e Cettina, N & D. La N sta per Nobile, la D per Disperata. Nobile e Disperata come l0 può essere l'idea di pubblicare narrativa essendo editori piccolissimi.
Già, perché io sono, oltre che l'autore, anche l'editore di questo capolavoro.
Un particolare che mi ha evitato sfiancanti discussioni ma mi ha creato anche una sottile e inquietante sensazione di sdoppiamento di personalità.
La tiratura (bassa) l'ha decisa l'editore, mentre il numero di copie omaggio da inviare ad altri autori e a possibili recensori l'ha proposto l'autore, anche se l'editore ha tagliato il numero un paio di volte. «Ma perché mandi il libro anche a questo qui? Tanto figurati se ti si fila. Toglilo, toglilo. Costa già farla, bisogna venderla, non regalarla».
Sospetto che dietro la scelta dell'immagine di copertina ci sia ancora una volta l'editore: «Cerchiamo di fare una cosa coerente, non un pasticcio». E io a dargli ragione.
L'editore vorrebbe anche fare delle presentazioni e l'editore ha ragione. Bisogna pur venderla, questa antologia. Ma io non mi sento troppo bene nei panni dell'autore al quale si porgono garbatamente domande che lo obbligano a parlare di se stesso. Non perché non sia narcisista, per carità. Lo sono nella media, credo, o forse un po' di più. Il problema è che è che ho paura che il mio Narciso personale mi prenda la mano annoiando a morte amici e parenti che verranno obbligati dall'editore a essere presenti. E che tutti se ne vadano pensando: «ecco, una pubblica una cosuccia e diventa subito un trombone».
Zodiacalmente sono del leone e «leone» fa rima con «trombone».
Libera nos a malo.
Comunque sono contento.
Avevo questi racconti nel cassetto da un decennio e mi ero abituato a vederli lì. Poi, per un impulso del momento li ho dati a uno scrittore - uno vero -, Alessandro Defilippi. «Leggili. Se mi dici che meritano giuro che li pubblico».
E lui mi ha detto: «Meritano», mettendoci anche un po' di entusiasmo.
Mi ha convinto di una cosa della quale non chiedevo altro che di essere convinto.
Ma sono belli, questi racconti?
Beh, a me piacciono abbastanza. Sono strani, questo è certo. Non mi è capitato spesso di leggere qualcosa del genere, e sì che leggo parecchio.
Originali, comunque, non vuol dire geniali...
Fantastici, ma senza mostri né astronavi, né serial killer vomitati dall'inferno. Piccole cose, in realtà. Un albergo sul mare, una televisione che non si spegne mai, un cabinato abitato da una strana ragazza, un giardino trascurato, un rubinetto guasto... cose molto prosaiche che però possono rivelarso altrettanti passaggi per lo strato più profondo della realtà.
Tutto qui.
Comunque sia, se qualcuno desidera leggere uno o anche tutti i racconti mi lasci un post sul blog con il suo indirizzo e-mail. Gli manderò gratis l'antologia (anche se, per semplici motivi di ingombro, senza le fotografie), tutta o in parte.
Io e l'editore siamo d'accordo sulla libera circolazione dei materiali.
Ultima cosa, qui sotto:












L'unica immagine che non sono riuscito a utilizzare per l'antologia.
Un semplice pezzo di muro. Guardandolo bene, però, ci si accorge che è un pezzo di muro con una storia.
Ecco, i miei racconti sono così.
Le storie vengono fuori dai particolari osservati due volte.

25.5.07

Per leggere vogliamo la legge



Chiedo scusa, ma questo è un intervento necessario, che ha a che fare con il mio lavoro.
Un appello che potete trovare sul sito www.librinuovi.info e che riguarda la possibilità di avere anche in Italia una legge sul prezzo del libro simile a quella che esiste in Francia, Germania e Spagna.
Essendo un libraio indipendente sono piuttosto sensibile al tema, non soltanto perché le politiche di alti sconti di Feltrinelli e compari rischiano di metterci sul lastrico, ma perché il prezzo dei libri è altro proprio per poter praticare questo genere di politiche.
Sembra assurdo, ma non lo è. Basta pensarci un momento.
La deregulation nel settore dell'editore dell'editoria libraria può avere effetti catastrofici sulla lettura:
scomparsa di una rete estesa sul territorio di piccoli punti vendita indipendenti.
alti prezzi di copertina ai quali fanno in apparenza da argine alti sconti, in genere applicati, tuttavia, soltanto sui titoli «ad alta rotazione». Se in Gran Bretagna, dove non esiste nessuna legge di tutela del libro, è possibile trovare Harry Potter a 4 sterline è perché molti altri titoli costano parecchio di più che da noi. E niente sconto.
– «non si fa perché non si vende. O almeno perché noi non lo acquisteremo». La distribuzione è in grado di determinare la produzione editoriale. Alla faccia della libertà di stampa.
Tutelare il prezzo fisso può significare, come in Spagna, Francia e Germania, la possibilità di salvaguardare (ed estendere) la rete dei piccoli punti vendita. Prezzi di copertina stabilmente più bassi, dal momento che finirà il giochetto «costa dieci, ma per due mesi lo puoi pagare sette» come cesseranno le sciocche e stucchevoli campagne pubblicitarie esclusivamente centrate sulla riduzione del prezzo di copertina. Indipendenza da grande distribuzione e catene librarie che «salvano una tiratura» ma possono anche impedirla.
Tre ottimi motivi per sostenere questa legge.

15.5.07

Condominium

Nonostante abbia letto già in (relativamente) giovane età l'omonimo romanzo di J.G.Ballard, una ventina di anni fa circa comperai – anzi comperarono i miei genitori – la casa nella quale io e mia moglie abbiamo abitato per quindici anni più o meno.
Periferia ma non troppo, vicina a un parco cittadino – anche se per arrivarci bisognava superare uno dei viali che conducono alla tangenziale – ma anche in un condominio.
Mi sembrava un problema irrilevante, anzi un non-problema, finché non ho partecipato alla mia prima assemblea di condominio.
Non esprimerò giudizi né considerazioni. Chi ha partecipato sa. Sa che nulla come un'assemblea di condominio fa emergere il cervello rettiliano, l'homo homini lupus, il Raskol'Nikov che dorme dentro di noi. Non solo: crea partiti, frazioni, sette, guelfi e ghibellini, bianchi e neri, Montecchi e Capuleti.
Io e mia moglie ne fummo stupiti e nauseati. Non abbastanza da vendere. Non, perlomeno, dopo la prima riunione. Ce ne vollero una dozzina, senza contare quelle alle quali non partecipammo per nausea delegando vigliaccamente l'amministratore.
Tutto questo discorso è una premessa a un libro curioso da poco arrivato in libreria che, cotravvenendo alle mie stesse norme, ho leggiucchiato qua e là con il sorriso un po' storto e un po' speranzoso di chi spera che l'autore sia capace di portarti a spasso.
Il titolo è Un certo senso, l'autore Francesco Fagioli, l'editore Marsilio.
In apparenza un carteggio a senso unico tra condomino e amministratore. La forma impiegata, almeno negli inizi delle lettere, quella ingessata e grottesca delle Raccomandate A.R. che perorano cause meschine e sostengono rivendicazioni futili. Salvo che dopo un po' le lettere deragliano, deviano sull'assurdo, sul delirio e, disastrosamente, sulla narrazione personale, sulla memoria, il rimorso, l'affabulazione senza freni.
Non potrei dire se si tratta o meno di un buon libro ma apprezzo l'idea. In fondo siamo circondati da una semiosfera fatta di spettabile e di con osservanza mi firmo Suo, solo che come per i fantasmi e gli alieni non vogliamo credere che tale semiosfera esista davvero finché non ci cadiamo dentro.
Adesso vivo in un appartamento in affitto. Non mi sento strangolato dal padrone di casa e non mi devo preoccupare se qualcuno ha sporcato il pianerottolo del 3° piano o se la signora del quinto ha comprato un cane. I soldi che paghiamo d'affitto sono perduti, è vero, ma li considero ben spesi se mi permettono di non incontrare il volto belluinamente meschino dei miei simili.
Ne conservo così un parere migliore.

11.5.07

finzioni

È accaduto!
Incredibile, ma è uscito un libro dal titolo: «Come parlare di un libro senza averlo mai letto».
L'ha scritto Pierre Bayard, psicanalista e professore di Letteratura francese pubblicato l'editore excelsior 1881, piccolo editore neonato & raffinato.
Conformemente a quanto ho annunciato all'inizio di questa seconda vita del Blog Fronte&Retro sto parlando di un libro che non ho letto, ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di paradossale in questa affermazione. Come sostenere che A contiene B e, contemporaneamente, B contiene A.
Nello stesso universo.
Paradossi e impossibilità logiche a parte, "parlare di un libro senza averlo letto è un'arte", dice Bayard.
Verissimo.
Per motivi di lavoro almeno una volta al giorno qualcuno mi chiede: "questo l'ha letto?".
Tutti o quasi credono che si possa umanamente leggere una porzione significativa dei libri che escono. Che, perlomeno in Italia, sono oltre i 50.000 (cinquantamila) all'anno.
Personalmente leggo tra gli 80 e i 100 libri all'anno, ovvero tra lo 0,0016 e lo 0,0020 della produzione editoriale annua. In altre parole esiste 1 probabilità su 500 che alla domanda: "questo l'ha letto?" io risponda: "sì".
E magari aggiunga: "ma non è granché".
Se uno ci imbrocca meriterebbe il libro in omaggio, viene da pensare.
Quindi per le restanti 499 volte si tratta di fingere. Non dichiarando spudoratamente: "Sì l'ho letto" se non è vero, ma imparando a girare intorno al libro, mettendo insieme tutte le proprie nozioni su quella particolare letteratura, ricordando qualche recensione letta di fretta, qualche notizia afferrata qui e là, sforzandosi di ricordare la scheda informativa dell'editore e, infine, cercando di portare gradualmente il discorso su un titolo affine ma personalmente letto o del quale si possa riferire impressioni di persone (per me) fidate spacciandole come proprie.
Lo so che non è bello, ma molti lettori vivono nella speranza di trovare un buono zio che guidi le loro letture e nell'incarnare tale zio benefico non faccio del male a nessuno. Se non altro a lavorare in libreria si sviluppa un certo fiuto, si conoscono e riconoscono le politiche editoriali e si ha un'idea a priori (comunque spesso fondata) sul valore possibile di un romanzo o di un saggio.
Quindi non solo non ho letto il libro di Bayard, ma credo anche che non lo leggerò.
Potrei scriverne uno io, anche se non sono un cattedratico di Francia.
Ma non mi pare il caso.
No, non è il caso.

8.5.07

scrivere oscuramente


Ogni tanto penso che questa sarà il mio destino.
Quando mi accanisco a scrivere e passo ore davanti al PC.
Per scrivere mezza pagina. Riscrivere una frase. E non sentirmi mai del tutto soddisfatto né pacificato.
Ma a che diavolo serve scrivere?
Certo si può scrivere per sè (fatto), scrivere per pochi, volutamente (fatto), scrivere se si ha poco da dire (fatto) e se si crede di aver molto da dire (fatto, fatto!!!), scrivere se qualcuno ti chiede di farlo (fatto) e se nessuno ti chiede di farlo (quasi sempre). Scrivere se piove (il momento migliore), se è notte (non ce la faccio quasi mai) se c'è il sole (invece di andare a fare jogging). Scrivere sta al posto di vivere, ogni tanto penso. Un modo per governare un mondo che, almeno quello, ti deve ubbidire. Il mondo di Perky Pat (cfr. Philip Dick) , il gioco dei soldatini o delle bambole (praticamente la stessa cosa, a pensarci bene) che non ti stanchi mai di fare e rifare. E ogni volta viene un po' diverso. Qualche volta ti soddisfa, altre ti skifa. Ancora di più a distanza di tempo.
Eppure non riesco a smettere... Tanto è vero che scrivo pure qui.
Scrivere non è un lavoro. O meglio, scrivere sinceramente, onestamente, mettendoci dentro se stessi non può essere un lavoro. Al massimo un compromesso, un aggiustarsi per continuare a giocare senza doversi preoccupare di lavorare. Farlo senza essere famosi è un delirio. Una cosa da nascondere. Un vizio, una debolezza. Pura stupidità.
Ma impossibile da interrompere.
Ci sono altri coatti in giro?
Non gente che ha scritto un raccontino e frigge dal desiderio di farlo sapere a tutti. Ricevo tutti i giorni lettere di questo genere di autori. Faccio l'editore, sia pure piccolo come una mosca piccola, quindi è normale. No, scriventi oscuri che hanno scavato per anni e anni senza mai o quasi vedere la luce. Ma che non si sono scoraggiati.

5.5.07

Grazie Lucia


Non è una fotografia, credo.
O forse lo è. Rappresenta il lago Nagasaka che, dal nome, direi sta in Giappone.
Viste le dimensioni non si riconosce una piccola nave che passa tra i rami e i tronchi degli alberi. Inosservata, invisibile ma carica di vite possibili.
Ho inserito questa immagine perché, nella sua ambiguità, mi è parsa la più adatta a commentare un brano di una poesia che tra poco inserirò in questo blog.
La poesia non è mia, rilassatevi. È di Lucia De Marchi. E tutti subito a dire: «ma chi è?».
Beh, una poetessa. Categoria che non si conquista scrivendo frasi che vanno troppo spesso a capo e non si acquista stampando sillogi a spese proprie. Discende direttamente dal levigare le parole fino a renderle diafane e risonanti.
Come si fa?
Bella domanda.
Però chi legge se ne accorge, del lavoro fatto, anche se non saprebbe dire quasi sono stati i passaggi, l'origine e il fine. La scrittura come lavoro e fatica non è una categoria che si comprenda facilmente, anche se a scribacchiare siamo in parecchi.
Poi, infine, il lavoro fruttuoso è una cosa, l'accanimento sterile è un'altra.

Lucia De Marchi è morta. Prematuramente, come si dice.
Dal momento che, oltre che libraio, sono anche editore, pubblico la sua raccolta postuma.
L'hanno curata alcuni amici dell'autrice e noi, CS_libri, abbiamo fatto il resto del lavoro.
Un buon lavoro.
Credo.
Ma buono soprattutto perché ha permesso a me e agli altri che hanno lavorato su questa raccolta di leggere a sbafo le poesie di Lucia.
Un frammento:

Miriadi di cose abitano questo buio
questa fetta oscura
nella mia tazza di cristallo

il pianeta che preferisco è la luna
così generosa con chi non ha vinto
la battaglia.

24.4.07

Bambini impossibili


L’uomo qui a fianco è Percival Everett, autore americano finora trascurato dall'editoria italiana ma considerato (cito dal retro di copertina) : «uno degli scrittori più avventurosamente sperimentali della letteratura americana contemporanea».
Fin qui … i geni fin troppo compresi e pronti per l'esportazione in Europa sono una costante e spesso non meritano tutta l'attenzione che si dedica loro. Parlo, per esempio, di Dennis Cooper, un vero bidone spacciato per maledettamente significativo.
Ma qui il caso è diverso. Everett è uno bravo davvero. Non proprio uno scrittore facile, questo no. È uno che mette in ansia il lettore utilizzando gli strumenti narrativi più raffinati, che si nasconde dietro maschere e maschere di maschere. Capace di cambiare stile, velocità, approccio, modi e clima del raccontare senza una goccia di sudore. Un grande, insomma.
Di suo ho letto Cancellazione ma non ne parlo perché ne ho già scritto per LN, per Instar e nonsopiùdovealtro e credo di aver già abbastanza sproloquiato in proposito. E poi in questo spazio parlo soltanto e rigorosamente di libri che non ho letto.
Quindi vengo al punto.
È appena usciro Glifo, ed. Nutrimenti.
Protagonista Ralph, neonato con Q.I. 475.
Tema: il mondo secondo Ralph.
Libro che si presenta complicato e irto di schemi, note, cambi di font, incisi ecc. E che promette di essere carico di quella perfidia dell'assurdo che è un ottimo motivo per leggere un libro di questi tempi.
E comunque mi piace la gente che gioca con le forme della scrittura.

Non si devono iniziare le frasi con una «E» congiunzione.
Ma se lo fa Baricco tutti dicono «Che genio!».
Va bene.
Io non sono un genio e soprattutto non ci tengo che qualcuno lo pensi.
Ma mi capita ugualmente di iniziare le frasi con una bella «E».

Il Ralph di Everett mi ricorda altri due grandi neonati-prodigio della letteratura americana. Uno era in un meraviglioso di libro di Theodor Sturgeon, Più che umano. Il secondo in un buon libro uscito da poco, Futureland di Walter Mosley. Cominciano a essere folla, questi neonati prodigio.
O forse si tratta dell'indizio di qualcosa.
Io ho qualche ipotesi in testa, in proposito. Forse è un modo obliquo di parlare delle pretese che un sacco di gente ha verso i neonati. O un modo per reinventare per l'ennesima volta il Candide della situazione, ovvero l'unico che si accorge che viviamo in modo assurdo in un mondo assurdo.
Ma sarebbe bello sentire qualcun altro a cui capitasse di passare di qui.
Non capiterà, ma se capitasse son pronto a rispondere. O soprattutto ad ascoltare.
Non si cominciano le frasi nemmeno con una «O», credo.

21.4.07

Folle e pedofilo


Libri strani ne escono. Anche se non poi così tanti come si potrebbe credere.
Strani nel senso di bizzarri, non nel senso di assurdi.
Di libri assurdi, viceversa...
Per non parlare dei libri inutili.

Questa volta a farmi esitare prima di mettere il libro a scaffale è stata la copertina.
Da un lato un uomo anziano e baffuto con i pantaloni rimboccati al ginocchio e un paio di calzettoni arrotolati alla caviglia. Pantaloni con bretelle portati ben sopra la vita. Basco sulla testa.
Dall'altra una serie di immagini a cornice del titolo: "Arte e follia in Adolf Wölfli", di Walter Morgenthaler.
Ovviamente l'uomo ritratto in ultima di copertina è proprio Adolf Wölfli, svizzero, condannato per pedofilia e successivamente internato nel 1895 nel manicomio di Waldau dove è morto nel 1930.
Walter Morgenthaler, invece, è uno psichiatra svizzero diventato famoso per lo studio del caso di Wölfli.
Il libro, infine, è edito da Alet, editore capace di tutto. In senso buono.
Pubblicato per la prima volta nel 1921 e meritoriamente tradotto e ristampato nel 2007.

Wölfli è considerato un esponente della "Art brut", ovvero dell'arte che non rispetta le norme codificate. Neppure la separazione tra testo e immagine. E, infatti, dando un'occhiata alle riproduzioni poste in mezzo al volume si trovano collage, spartiti circondati e assediati dalle immagini, appunti interrotti da fregi, decorazioni, miniature, riproduzioni di ispirazione sacra stese con un senso del colore che ha del meraviglioso. Che Wölfli fosse un artista non c'è dubbio. Le sue opere hanno qualcosa di eccessivo - troppe cose in troppo spazio - o forse semplicemente danno la sensazione che cogliere l'intera immagine sia impossibile e si debba inseguirla millimetro per millimetro. Il risultato, comunque, è vertiginoso.

Ma Wölfli non era un povero pazzo da canzone di Sanremo.
Prima di finire in manicomio si è fatto due anni di prigione perchè condannato per pedofilia. In manicomio litigava con tutti, infermieri e pazienti, perché non riconoscevano la sua arte. Non era un uomo simpatico, evidentemente. Non era innocuo e non suscitava pietà.
Eppure dalla sua mente autistica, tormentata e rabbiosa, sono nate immagini meravigliose.
Ecco, forse ognuno di noi ha le potenzialità per fare qualcosa di grande. Il problema è che può trascorrere una vita senza che la potenzialità diventi possibilità. Ma quell'unica, esile promessa è probabilmente il motivo per il quale uccidere qualcuno - anche un assassino - è davvero un peccato imperdonabile.

19.4.07

Leggere il mondo

Oggi, un libro davvero curioso.
Cuirioso e interessante anche perché sollecita la mia passione per la storia della scienza. Ma non la storia della scienza in forma di gossip sulle vite private quanto come risposta alla domanda: "Perché i nostri antenati davano risposte così sceme sulle domande fondamentali delle scienza naturali?"
Capita spesso di pensare che i nostri antenati fossero semplicemente un po' più imbecilli di noi, soprattutto quando pensavano che la Terra fosse piatta (anche se andando verso l'Equatore le ombre si accorciavano). O quando pensavano che il basilisco nascesse dall'uovo del gallo eccetera.
Ecco, questo libro di Franco Farinelli (titolo: l'invenzione della Terra, Sellerio) cerca di dimostrare che il concetto di "Terra"non è affatto un concetto condiviso e normale. Per gli antichi la Terra coincideva con il Cosmo, ovvero con quanto esisteva. Non solo, la Terra era per la maggior parte inesplorata (dai soliti europei) e come si può raffigurare a se stessi ciò che è inesplorato?
Insomma, i nostri antenati non erano affatto più scemi di noi. Semplicemente si basavano su un minor complesso di conoscenze. Elaborate, oltretutto, secondo regole diverse.
Il risultato è un complesso di "Terre" perdute tutte ugualmente assurde e altrettanto affascinanti.
Le carte dei mercanti erano più verosimili, ma erano strumenti di lavoro. Le cosmologie di sapienti ed eruditi erano, viceversa, tentativi di rappresentazioni del Reale e, come tali, includevano anche la fantasia, l'immaginazione, i desideri, i gusti e le opinioni.
Non diversamente dagli scienziati contemporanei, le cui ipotesi di partenza sono, in filigrana, pareri sul mondo.
Ancora una piccola osservazione, non troppo fuori tema, credo.
A scrivere carte immaginarie sono rimasti quasi solo gli autori di Fantasy. Se aprite un libro di fantasy, in genere intorno a pagina 2, c'è una carta immaginaria di un paese immaginario.
Impossibile (o molto raro) che tali "carte" non risultino tristissime trasposizioni da cartografi ignoranti di una geografia "oggettiva" fin troppo moderna.
Un po' di nomi pescati a caso qua e là, qualche audacissimo nome generico (punta Uncino per un promontorio a forma di uncino) e così via.
Niente "Hic sunt leones" e nessun mostro che arrota i denti in un angolo della carta.
Carte che non dicono nulla o quasi della società che pretendono di raccontare.
Stendere una carta prima di scrivere un fantasy è utile. Perbacco. Personalmente ho ancora in qualche cassetto una carta per un romanzo fantasy del quale ho scritto più o meno 600 pagine prima di impiantarmi miseramente.
Ma una carta è importante a patto di popolarla gradualmente.
A patto di farne un ritratto possibile di un mondo possibile. Non una Michelin senza autostrade e con i nomi dei boschi scritti in fintoelfico o quasirunico.
Probabilmente un vero "fantasy" sarebbe talmente straniante per il lettore da fargli passare la voglia di leggerlo, tanto più in tempi di Tolkienate senza freno.
Eppure credo sarebbe l'unico motivo per il quale merita scrivere un romanzo fantasy.
O almeno credo.

18.4.07

Colpo di timone

Di mestiere faccio il libraio.

Un lavoro strano e sempre più raro.
Pregio principale di questo lavoro è di vedere molti libri, moltissimi (troppi?) libri. Da qui a leggerli però... Assaggiarli, questo sì. Sbirciarli, considerarli, valutarli, dedicare a ognuno una manciata di secondi. Non di più.
Si diventa parecchio skizzo così. Anzi parecchio dissociati.
È incredibile il numero di libri che suscitano curiosità. Uno se ne accorge soprattutto quando li manda indietro, pensando "questo non lo vedrò più, peccato".
Eppure i libri sono fatti apposta per essere letti. Lo diceva (mi pare) Plinio il vecchio. "Non c'è un libro tanto brutto che non contenga in sè almeno un briciolo di conoscenza". Se poi non è stato Plinio il vecchio pazienza. È comunque molto vero.
Così ho pensato di usare questo blog abbandonato per parlare di libri. Ma non di libri dei quali tutti parlano. E nemmeno per segnalare capolavori misconosciuti. Bisogna averli almeno letti.
No, qui parlerò dei libri più assurdi, demenziali, curiosi e sorprendenti che mi passano per le mani.
Senza averli letti, beninteso.
Parlerò di come sono fatti da un punto di vista puramente morfologico, di quale tema affrontano, di come si propongono ai potenziali lettori e se qualcuno se li fila. se li è filati o se li filerà mai.
Recensirò senza leggere, insomma. Cosa che fanno in molti ma senza il coraggio di dirlo.

Per oggi un libro abbastanza assurdo ma non è detto.
"Romanzo".
107 pagine.
Per me "romanzo", checché ne dica Vittorio Catani (uno dei padri della fantascienza italiana, per chi non lo sapesse) comincia a potersi chiamare tale dalle duecento pagine in sù.
Ma si tratta di un aspetto minimo.
Qualcuno ha visto "Cantando dietro i paraventi" di Ermanno Olmi?
Raccontava la storia di una piratessa cinese del 1700. C'era anche un incredibile Bud Spencer nei panni di un avventuriero portoghese. Un film bello, lento e intenso.
Davide Vanotti, autore di questo quasi-romanzo (non è un giudizio, soltanto una constatazione) racconta, direi, la stessa storia.
Con una copertina piuttosto penosa e un look da libretto da istruzioni per motofalciatrici.
Edizioni "Lampi di stampa".
Che poi sarebbe come dire editoria di vanità, ovvero almeno in parte a carico dell'autore.
Anche se questo di per sè non significa nulla sulla qualità del libro. Per essere pubblicati anche solo da un medio editore bisogna far parte dei "giri" giusti o essere famosi per altri motivi. O, ancora, essere dei fenomenali rompicoglioni come Antonio Moresco, uno dei pochi grandi scrittori italiani contemporanei ma irrimediabilmente spanato.
Leggiucchiata una pagina direi che perlomeno Vanotti non eccede in avverbi e preziosismi.
L'ambiente è quello della Cina del Settecento.
Dubito che qualcuno se lo filerà e personalmente preferirei sentire parlare di Cina da uno scrittore cinese.
A proposito. Da leggere assolutamente "Andante al chiaro di luna" di Chi Zijian, una raccolta di racconti uno più bello dell'altro. Edizioni Pisani.
Ma non è detto. Magari il signor Vanotti merita.
Se non altro fa nascere una certa curiosità.

12.5.06

Alle donne interessa la scienza

Quando si diceva che scrivo ogni tre mesi...
Bene, adesso sono anche di più. Non li conto per carità di patria.
Scrivo in questo maggio che pare diverso da quelli degli anni precedenti.
Fa freddo, cribbio!
Piove e mi sento stanchissimo.
Ma la stanchezza forse è dovuta a sei-giorni-sei alla fiera del libro di Torino.
Ero lì a lavorare. Detesto di tutto cuore la fiera del libro come tutte le fiere del mondo.
Eppure, qualcosa mi ha insegnato.
Non c'è stato il mostruoso afflusso che tutti i media hanno pompato, quello no. Però c'era molti giovani, davvero tanti, e pochi forti lettori.
Io ero in uno stand particolare, la libreria scientifica. Bene, sono passati tantissimi giovani, tra i quali molte ragazze. È vero che la maggior parte di chi comprava qualcosa erano maschi, ma le donne c'erano. E questo mi ha sollevato il morale. Non per i motivi più ovvi, anche se sono eterosessuale. No, è che non credo a tutte le balle sul cervello maschile / cervello femminile, sull'intelligenza intuitiva delle femmine e quella razionale dei maschi. Mi sembra un modo per accettare lo statu quo senza discutere. Per inciso: anche un modo per perpetuare la convinzione che soltanto le donne ci sanno fare con i bambini e quindi se per caso ti interessa quello che fa tua figlia di tre anni devi sparire dalla circolazione o abituarti alle risatine sceme.
Bene. Alle donne interessa la scienza.
Forse c'è speranza.

2.10.05

Tutta colpa dei comunisti

Un sacco di tempo che non scrivo più nulla. Mi dispiace. Ho avuto parecchi problemi, alcuni non ancora risolti, altri che, forse, non si risolveranno proprio. Anche la sconfitta ai referendum, della quale parlavo nel mio ultimo post mi sembra ora remotissima. Ma si può scrivere su un blog soltanto una volta ogni tre mesi? No non si può. Esattamente come non ha molto senso avere un diario sul quale si scrive a ogni equinozio.
Da qualche giorno mi capita di pensare a una cosa che ho letto in un altro blog. Qualche giorno fa era il compleanno della tessera P2 numero nonmiricordo che ci governa. Anzi, che ci domina. C'era una tizia che augurava buon compleanno al nostro caro presidente invitandolo a continuare a combattere conto i comunisti che non lavorano e ci mandano in rovina.
Ovviamente lui è uno che lavora.
Come il duce che potevi vedere la luce accesa nel suo studio anche di notte.
Mistica fascista, si chiamava.
Questa che mistica è?
Un'idiota, dici, e tiri dritto.
Ma non mi convince. Non serve a noi stessi pensare che i propri simili siano degli idioti. Serve pensarci, invece.
Ignoranza assoluta?
Certo, possibilissimo. Siamo il paese che legge meno libri in Europa, che non legge giornali eccetera. Eppure...
Perché avere fiducia in un individuo così poco affidabile, che già a pelle, perlomeno a me, dà la sensazione di un piazzista fellone, di un bidonista incallito dal quale guardarsi?
Per avere fiducia in questo qui ci vuole la paura. Molta paura.
I comunisti, in senso storico, reale, non c'entrano.
Semplicemente senti la paura di perdere tutto.
Senti che il mondo sta cambiando troppo in fretta e non c'è un bel futuro ad attenderci. Piove troppo o troppo poco. Tutto aumenta, le madri ammazzano i figli (è sempre successo, ma non c'erano i TG, una volta), i figli ammazzano i padri, i terroristi ammazzano tutti, ci sono troppe prostitute, troppa droga, troppo di tutto. Tutto ha un prezzo e nulla ha un valore, come canta De Gregori.
Cosa resta, o mia ignota signora? Il Berlusca, l'uomo onesto che si è fatto da sé lavorando. Che ha una mamma che tifa per lui. Dei bravi figli.
Non è vero, signora.
Non è vero niente.
La vita non è televisione. Berlusconi è soltanto uno speculatore edile che non è stato arrestato quando era il momento. Come accade sempre in questo paese. I suoi sogni sono mediocri, da uomo ignorante al quale la vita ha insegnato che non importa sapere le cose. L'importante è quante sono quelle che gli altri non sanno.
Si circonda di uomini mediocri. Bondi, Cicchitto eccetera. Li attira. Complici, non compagni.
Cara signora tu stai facendo una terribile confusione.
Negli anni trenta in Germania forse avresti creduto che la colpa della crisi era tutta degli ebrei.
E forse avresti girato la faccia dall'altra parte quando passavano i vagoni piombati.
O forse no, forse avresti capito il tuo errore.
B è il sintomo di malattia gravissima, forse letale per un paese che non è mai stato davvero moderno e neppure democratico.
Signora, quelli come te sono zavorra che ci porta a fondo.
Forse ti posso comprendere. Per il momento non ti posso perdonare..

13.6.05

dopo la battaglia

Niente 4 sì.
Qualche dignitoso e inutile no, molti furbastri che hanno scelto di non votare per essere comunque maggioranza e un oceano di disinformati, disinteressati, disintegrati troppo preoccupati di un sacco di altro cose per fare mente locale su figli naturali e artificiali. Probabilmente perché comprare una casa è impossibile, mettere su una famiglia un miracolo, andarsene da casa dei genitori un miraggio.
Anche senza scaldarmi troppo per questi referendum ho sentito comunque fior di scemenze tipo: «se aboliamo la legge 40 poi la gente potrà scegliersi i figli come al supermercato. Sarà la nuova eugenetica. Il nuovo olocausto dei non nati!»
In occasione dell'unico vero olocausto del XX secolo, consumato ai danni di esseri umani pienamente esistenti in vita, non mi ricordo di aver mai letto di una furiosa, indomabile resistenza da parte di coloro che adesso si presentano come paladini dei più indifesi tra gli indifesi.
La Chiesa cattolica non è mai stata perseguitata per la sua furiosa opposizione al nazismo e al fascismo. Ci sono stati alcuni eccellenti membri della Chiesa che si sono opposti, qualche volta pagando con la vita, ma nulla di più. Il vero nemico della Chiesa era il comunismo ateo, questo lo sappiamo tutti. Nazismo e fascismo erano bastioni contro il pericolo rosso. In nome di questi nobili fini potevano essere accettati in società dalla Chiesa come dai governi alleati.
Così la difesa dell'embrione non mi appassiona né mi convince. Credo che una nuova vita sia tale solo se è pienamente accettata. E comunque non accetto lezioni da chi si è fatto passare sotto il naso sei milioni di morti senza nemmeno accennare una protesta.
Chi è senza peccato eccetera.
In realtà basta attraversare la frontiera per avere (pagando) ciò che in Italia è vietato. Ma molti si sono lavati la coscienza e adesso possono tornare ai loro piccoli e loschi affarucci. Nel disinteresse di chi non ha capito qual'era la posta in gioco. Siamo un popolo che ha bisogno di eroi, evidentemente. E può starci bene persino un Fini qualunque che ricordo non più di un paio di anni fa tuonare contro gli insegnanti culattoni che traviano i ragazzini.
Eppure Fini è sembrato un uomo, in questo caso.
Soprattutto se paragonato a gente della statura morale e intellettuale di uno come Pera, servo sciocco di qualsiasi potente appaia all'orizzonte. O del fantastico Rutellik, che del suo originale credo ecologista ha serbato soltanto l'imperativo del riciclaggio, riciclando se stesso sotto ogni possibile bandiera.
Ma le mosche ci sono perché c'è molta merda in giro.
Molta, davvero troppa.