22.10.08

Altri due...

Oliver Sacks.
Un nome che è una garanzia.
Sottile e complesso quanto attento, vivace e capace di tracciare collegamenti, legami, connessioni. Il neurologo che sa mostrare come un piccolo tic possa diventare la cartina al tornasole del rapporto umano con la realtà, il segnale di una lenta, inesorabile deriva dal mondo fino a perdersi nell'area dell'incomprensione e della follia.
Quanti libri sono usciti finora di Sacks?
Sette o otto, direi a occhio.
L'uomo che scambiò la moglie per un cappello e Risvegli, innanzitutto. Poi anche L'isola dei senzacolore, Vedere voci, Un antropologo su Marte, Zio Tungsteno, Su una gamba sola più alcuni altri saggi brevi. Bene o male tutti libri che riguardano o toccano da vicino condizioni paraumane, nel senso di individui (chi vede senza colori o monchi, per esempio) che mancano di qualche caratteristica che li rende indistinguibili da noi.
O che, viceversa, mostrano frammenti o elementi di una possibile diversità aliena che li rende strani e difficili o impossibili da paragonare.
Musicofilia è una lunga - e forzatamente a tratti un po' rapida e sintetica - rassegna di possibili comportamenti umani nati da un aspetto della percezione che è essenzialmente umano: la musica. Possibili comportamenti umani che percorrano e frequentano aree esclusivamente personali, inafferrabili, incomprensibili, assurde o fastidiose per chi non è colpito da sindromi e malattie.
Basti pensare a coloro che vivono perennemente in compagnia "musicale", ovvero accompagnati da una musica interna che li abbandona soltanto nelle ore del sonno. Chi vive colpito da amusia o "perseguitato" dalla presenza del meraviglioso (e terribile) orecchio assoluto, o, ancora, il complicato e ricchissimo rapporto tra musica e cecità e l'universo inimmaginabile di chi "inverte" le modalità sensoriale confondendo suoni e colori.
Il nostro rapporto con la musica è molto più vasto e problematico di quanto siamo disponibili ad ammettere. La musica può essere solamente un elemento separato e temporaneo della nostra vita quotidiana, una colonna sonora che ci accompagna nei nostri spostamenti o - più raramente - nei momenti di relax, ma che un improvviso e minimo squilibrio cerebrale può far divenire una parte indomabile e fatale della nostra esistenza, un elemento centrale intorno al quale il resto della vita dovrà necessariamente riorganizzarsi.
Il rapporto profondo tra musica e parola è poi un ulteriore e complesso problema. Che sia possibile cantare distesamente e farsi capire ma non parlare in forma completa e comprensibile è un ottimo esempio di un frattura profonda tra le due aree cerebrali, tuttora non perfettamente compreso.
Essere colpiti nell'area musicale, che si tratti di una maledizione o di una fortuna è, entro certi limiti, un'avventura personale. La musica è qualcosa di profondamente diverso da molti altri fenomeni cerebrali e Sacks con questo libro ce ne fornisce non pochi esempi.
...
Ratti rossi, di Qiu Xiaolong è un discreto libro.
Un poliziesco (niente a che vedere con il preteso "noir" presentato in copertina) condotto con sicura capacità e un personaggio ormai decisamente "ben rodato", l'ispettore Chen della polizia di Shangai. Questa volta Chen si trova coinvolto in un'inchiesta non soltanto pericolosa per sé ma anche estremamente delicata e complessa, ricca com'è di sottili e inconfessabili rapporti con le più alte (e pericolose) cariche dello stato. Un omicidio in un ambiente "equivoco", legato agli ambienti più corrotti e potenti. Ed è la corruzione, molto diffusa e altrettanto insidiosa - i "ratti rossi", ovvero alti personaggi del partito legati alla mafia delle Triadi - sui quali Chen sarà chiamato a investigare, perennemente incerto sul genuino sostegno dei suoi superiori.
Un discreto giallo, dicevo, ma con un fondamentale difetto.
Ratti rossi, infatti, termina senza terminare, lasciando intuire una seconda e fondamentale parte. Chen, infatti, lascia l'America dove ha (parzialmente) risolto il caso e ritorna in Cina dove è chiamato a una sfida più alta e pericolosa. E noi, purtroppo, lo dobbiamo salutare qui, "L'ispettore Chen era pronto a ritornare a Shangai" sono le ultime righe dell l'autore... e a noi lettori non resta che attendere il quinto giallo della serie.

18.10.08

Caduta degli dei

Periodo infame, questo, indipendentemente - va detto - dalla mie condizioni personali.
È vero che io sono in una situazione non facilissima da spiegare, nella quale l'attesa per la seconda operazione finisce per pesare sulle cose di ogni giorno rendendo tutto complicato, assurdo o troppo faticoso, ma la crisi in atto - o meglio la paralisi autoimposta in attesa della crisi - è diventata un incubo quotidiano, qualcosa che impedisce di ragionare normalmente e che vieta ogni forma di abbandono.
Acquistare un libro, lo sappiamo tutti, è un gesto essenzialmente voluttuario. Si compra un libro per coccolarsi, viziarsi, abbandonarsi a un momento di compiacimento e autogratificazione. Ci sono tanti altri motivi, certo, ma la ragione prima è questa. Tanto è vero che i forti lettori possiedono in genere molto più libri di quanti ne possono leggere entro un tempo ragionevole e per loro qualsiasi sosta in una libreria è un'occasione per aumentare il distacco tra i libri da leggere e quelli già letti.
Questo, perlomeno, in tempi normali.
Tutti hanno i loro momenti no, le loro crisi, i loro periodi di negatività. Ci sono momenti nei quali rifiutiamo la modesta medicina di un libro o ci chiudiamo in casa a tentare di rileggere i libri già letti. Periodi nei quali rifiutiamo il rapporto con la libreria e altri momenti nei quali - Dio solo quanto a ragione - delusi da un autore o da un libro giuriamo di non comprare né leggere più nulla per un po'.
Ci sono momenti nei quali ci consegnamo a un autore e sostanzialmente non leggiamo altro e momenti nei quali leggiamo libri bruttarelli e un po' stupidi o titoli che non si sarebbe creduto di poter apprezzare e che infatti, passato il "periodo" non riusciamo proprio a capire come possiamo avere letto e, entro certi limiti, apprezzato.
Momenti nei quali si ha voglia di rileggere , reincontrare, meditare titoli letti tanto tempo prima e altri nei quali si ha voglia di sorridere dei nostri gusti di un tempo, un po' semplici e un po' generosi.
Le letture sono tante e ubbidiscono a norme e momenti del tutto personali e questo intero genere di fenomeni tocca "a rotazione" tutti i forti lettori, determinandone i moti, le apparizioni, le scomparse e le riapparizioni.
Quando, come in questi giorni, i lettori scompaiono per la quasi assoluta totalità si deve ipotizzare che:
1) siamo nel mezzo di una crisi.
E va bene, lo sappiamo.
2) No, di più. Siamo nel mezzo di una crisi di ignota gravità e sconosciuta durata alla quale i lettori (come gli agenti di borsa, gli speculatori e gli amministratori delegati) non sanno come reagire.
E questo, ammettiamolo, ci fa molta più paura.
È ben vero che una crisi che colpisce per prima la nostra ansia di comportamenti voluttuari ha qualcosa di umano e ragionevole. Nella Germania del 1944-1945, sotto i bombardamenti degli alleati, i giovani tedeschi ballavano e fornicavano in ogni possibile occasione, cercando di disperatamente di dimenticare tutto ciò che li circondava. Oltre un certo livello i comportamenti "voluttuari", insomma, erano non soltanto quotidiani ma anche più o meno socialmente approvati.
Qui siamo soltanto all'inizio, fortunatamente.
Si risparmia.
Si considera meditabondi il saldo in banca.
Ci si chiede se è il caso di vendere o meno quel pacchetto di azioni ricevute o acquistate a suo tempo.
Si compra il giornale tutti i giorni.
Si fanno proiezioni e valutazioni, stime e giudizi. Con la sottile sensazione, comunque, di aver capito poco o niente.
Nel frattempo i camion dei corrieri portano nuove novità presso le librerie.
In vista di Natale.
Osssignùr.
Onestamente, nulla di troppo appetitoso. Nemirovsky, Auster, Roth e Richler tra i bbbuoni ma anche Moccia e Vespa. In mezzo qualcosa di decente comunque c'è, come dice la mia amica Pina di Einaudi. Una caratteristica che comunque fa parte sempre della produzione. C'è sempre qualcosa di buono da leggere.
Non è difficile immaginare come finirà la storia, comunque.
Possiamo arrivare (ovvero scendere) a -20 / -30%, comunque, anche ignorando i giorni di semideserto come questi.
Con un regime come questo CS semplicemente non resisterà e come lei non resisteranno parecchie altre librerie indipendenti.
Che faremo?
Mah, ci penseremo.
Speriamo sia soltanto una paura temporanea...
C'è qualcuno che ha bisogno di un lettore ad alta voce?

9.10.08

Due compiti trascurati

Com'è andata siete in diversi a saperlo, credo.
In fondo ho usato questo blog come memoria e testimone dei miei problemi, sicché chi è passato di qui ha potuto mantenersi informato.
Adesso va un po' meglio (anche se la seconda operazione è imminente), tanto che posso persino fare due chiacchiere - o meglio scriverle - per i libri letti per lo scorso LN (a proposito: il numero 47 esce il prossimo venerdì, il 20/10) e che non ho recensito per LN.
Quanti libri ho letto, innanzi tutto?
Beh, a parte L'ultima flotta dello Zar, recensito qui non più di un paio di settimana fa, si tratta di sette libri, piuttosto vari per genere e tipo.
Quindi comincerò qui con un paio di titoli e poi via, se il pubblico apprezza.
Soltanto una piccola precisazione. Quando scrivo per LN mi preoccupo di mantenere un certo tocco e creare i legami più opportuni con altri libri letti in altri momenti o comunque noti. Il mio stile, pur essendo amicale, si orna di una certa eleganza e mi preoccupo di sintetizzare buona parte del libro. In questo luogo, viceversa, sarò vago e approssimativo, proprio come deve essere un lettore a caso. Se avrò voglio di porre i libri in rapporto a qualcosa lo farò altrimenti ciccia. E lo stesso vale per la trama.
Ciò detto e così avvertiti, vado a iniziare.
...
Il mercato d'azzardo di Guido Rossi, Adelphi.
Un libro uscito all'inizio dell'anno. Dove l'ottimo Guido Rossi - ex-presidente della CONSOB e docente di diritto - preannuncia semplicemente ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni. Sottolineando il ritardo normativo del sistema economico nel disciplinare e organizzare le nuove forme di economia rampante (più corretto chiamarla finanza), avanza il sospetto che presto si sarebbero fatti (o si sarebbero dovuto fare i conti) con la demenza rampante della finanza d'assalto. Il crescente strapotere dei manager sulla proprietà unito all'impotenza e la miopia degli organismi di controllo europei ed americani determina una situazione difficile, al limite di una possibile crisi...
Appunto.
Adesso ci siamo dentro, nella crisi.
Certo, Rossi non dà suggerimenti di cosa farne dei soldi né di dove nasconderli. E che i suoi ammonimenti si rivelino tanto giusti quanto ormai inutili non è certo una consolazione. D'altro canto non era nemmeno suo compito fare la Cassandra della situazione o indurre in poco più di cento pagine gli eventuali speculatori a ritornare sui propri passi. Il passo dei fenomeni economico spazza via le singole volontà senza rispetto per nessuno e per nulla.
Quando ci sei dentro rimangono soltanto paura, panico e disperazione.
E noi ci siamo dentro.
...
Completo cambio di registro per un altro libro, Second Hand di Michael Zadoorian.
Editori Marcos y Marcos, ovvero tra i pochi editori davvero attenti alla propria produzione. Su LN non l'ho mai detto ma qui posso anche scriverlo: Claudia e Marco Zapparoli, anime e corpi delle edizioni, sono veri editori, ciò che a me sarebbe piaciuto essere e fare...
Vabbé.
Second Hand è un frammento della vita del protagonista, un appassionato cacciatore di ciò che potremmo definire «modernariato», ovvero - da un altro punto di vista - di piccole, inutili scemenze. Una volta recuperati gli oggetti (cose tipo una vecchia palla da baseball usata nel corso di una grande partita degli anno '50, un indiano reggistuzzicadenti, una collezione di piatti con il logo di una grande squadra di football ecc.) questi vengono posti in vendita - e generalmente venduti. La caccia è in realtà il motivo fondamentale dell'attività. Trovare e riconoscere i piccoli oggetti è il motivo fondamentale dell'attività. Tutto bene, in apparenza. Un piccolo mondo un po' misogino e claustrofobico, volendo, ma perfettamente adatto a Richard, il protagonista. Senonché una serie di eventi accadono contemporaneamente - la morte della mamma vedova e l'apparizione di Theresa, appassionata e disperata protettrice di animali perduti e abbandonati.
Le due esperienze, ciascuna a modo suo, si rivelano essenziali per la maturità di Richard. Deve abbondonare i suoi modi da bambinone e le sue convinzioni più pigre. Scoprire le pieghe più sconosciute e inattese della vita del padre e della madre e cercare di comprendere i motivi e improvvise ansie, le sofferenze e gli sbalzi di umore di Theresa. Tutt'altro che facile, ovviamente.
Il romanzo viaggia leggero, comunque, senza appesantirsi. In qualche momento appassionante, in altri sinceramente toccante, un romanzo che è un vero amico da reincontrare con piacere.
Se di questi tempi avete voglia di leggere qualcosa che non vi si liquefi in mano lasciandovi parole a vuoto e il ritratto sorridente dell'autore, beh, compratevi questo.
Un difetto, infine, probabilmente del tutto personale.
NON SOPPORTO THERESA.
L'ho detto, finalmente.
Capita.
Non la capisco e ancor meno capisco la fissazione del protagonista per lei.
Sarà un problema di sesso ovvero di vecchio, intollerabile maschilismo.
Può essere.
Ma è anche possibile che sia Zadoorian ad aver creato un personaggio adatto al suo protagonista. Quindi un'altra centro per lui.
Non male.

30.9.08

ALIA!


Siamo alla quinta raccolta. Una per ogni anno dal 2004 in poi.
Fantastico misto, ovvero un mix di temi, suggerimenti, idee, soluzioni che è sinceramente difficile trovare riunito in così poco spazio. Diciamo che in questo ALIA ci sono:

- Un divertito e perfetto episodio rock-satanico
- Un episodio della nostra possibile, interminabile degradazione
- Un fantasy che in coda si rivela piuttosto fantascientifico
- Un sontuosa e delicata storia cannibale/epicospale
- Una sorprendente metafora dell'enigmatica situazione umana
- Un delirante (e spassoso) incubo ultra-iper-consumista
- Il punto zero del degrado urbano
- La sottile separazione tra uomo vivente e uomo replicato
- La furia chimicamente indotta
- Un dialogo davvero definitivo
- Una storia d'amore eterna e quasi
- Rimanere uomini pur essendo, praticamente, qualcosa di molto diverso

Dodici storie non troppo normali e non così «italiane» come siamo abituati a pensare.
Non mi dilungo anche perché esistono ben due prefazioni - una di Vittorio Catani e una di Silvia Treves - e correrei il rischio di ripetere, peggio, ciò che è già stato scritto.
Non mi resta di consigliarvi di leggerla...

23.9.08

Dalle stelle alle stalle


Importante premettere che ho letto questo libro quando la mia operazione era ancora recente. Come dire che non posso giurare sulla veridicità del mio parere, né essere poi troppo certo che il mio parere sia del tutto centrato.
Ciò detto, comunque, non resta che ammettere che questo «L'ultima flotta dello Zar» di Costantin Pleshakov si è rivelato quanto meno parecchio inferiore alle attese.
Domanda successiva: perché?
Beh, cerchiamo di approfondire un minimo.
Nel 1905 è in corso una guerra tra il Giappone e la Russia zarista. Una guerra lontana e un po' sfocata per l'Occidente ma di importanza sostanziale per il futuro dell'area. I giapponesi vincono, non c'è dubbio, e la Russia - nonostante impegno e denaro speso - sta perdendo Port Arthur (base militare sul Pacifico) e con questo la guerra. A qualcuno a Pietroburgo viene in mente l'idea di costruire e inviare una flotta a Port Arthur per tentare di salvare la baracca. Detto / fatto si crea la Prima Flotta del Pacifico, formata per la maggior parte da unità recente alla quale si affianca presto una Seconda Flotta, formata da ferri da stiro, e dopo qualche mese una Terza flotta, formata da ferri da stiro ancora più vecchi e al limite dell'utilizzabilità.
A comandare la Prima flotta viene posto Rozhestvenskij , ammiraglio relativamente giovane e di buona preparazione. Questi ha il compito di condurre la flotta da Kronstadt (golfo di Finlandia) alla Siberia. Il tutto in dieci mesi. Lì giunto deve combattere i nippo, sconfiggerli e liberare Port Arthur.
Ovviamente il povero Rozhestvenskij nutre più di qualche legittimo dubbio su tutta l'operazione, dubbio che, una volta conosciute le navi (le proprie e quelle delle altre flotte) si fa certezza: non ce la faranno mai.
Ma questo non lo ferma.
Con una mentalità degna di un samurai il nostro ammiraglio guida la flotta russa per un folle periplo attraverso tre oceani, arriva al largo del Giappone, affronta i nippo e viene sconfitto - due terzi della flotta russa viene affondata - oltre che gravemente ferito.
In ospedale in Giappone riceve comunque la visita dell'ammiraglio Togo, venuto a portargli i propri omaggi che saranno gli unici, peraltro, che riceverà.
Inutile dire che Rozhestvenskij è necessariamente il protagonista di tutta la vicenda. Non solo protagonista per il suo ruolo di ammiraglio ma soprattutto per la cupa determinazione con la quale guidò la flotta russa all'inevitabile massacro. Un uomo rigido e rabbioso, fedele allo Zar ma anche, nel contempo, perfettamente conscio dei profondi e imperdonabili difetti del sistema autocratico.
Si tratta di una storia che ho letto molte volte. Una vicenda che unisce la fama lugubre delle migliaia di marinai morti a bordo delle navi russe affondate con il disperato impegno di Rozhestvenskij. Non solo. Siamo nel 1905, l'anno della prima rivoluzione e dell'ultima tocco di campana per la casa Romanov.
Ho letto credo quasi tutto ciò che esiste in commercio sull'argomento, sia per motivi "militari" che per motivi politici. Quando è uscito il libro di Pleshakov mi sono affrettato a impadronirmene, sperando - un po' superficialmente - che approfondisse e tentasse un profilo più moderno e completo di Rozhestvenskij.
Un tentativo c'è, non c'è dubbio, ma nulla di risolutivo. Pleshakov accompagna la flotta russa per tutto il suo interminabile viaggio, cercando di tenere sotto controllo Rozhestvenskij e i suoi marinai, gli altri ammiragli, lo stato maggiore e lo Zar e Port Arthur fino alla sua caduta. Di ognuno riferisce non soltanto le notizie ma anche le voci, i sussurri, i pareri e i giudizi. Inevitabili farsi un'idea - molto superficiale, purtroppo - del clima a corte ma senza che questo permetta di afferrare in modo più preciso i motivi e le ragioni di Rozhestvenskij. Si partecipa a tutto il viaggio e si arriva alla battaglia nelle ultime 30-40 pagine (decisamente un po' sacrificate) e al rientro dell'ammiraglio nella Russia ormai vicina alla rivoluzione, che gli renderà (almeno lui) l'omaggio dovuto.
La sensazione, in sostanza, è quella di sfogliare un rotocalco dell'epoca. Con «le donne» dell'ammiraglio, i suoi accessi di rabbia, la sua intolleranza, le sue astuzie e le sue trovate per condurre la flotta fino al porto successivo con i serbatoi pieni. La grandezza quotidiana di Rozhestvenskij rimane in ombra, come rimangono in ombra i suoi motivi e la sua tetragona fissazione. Ad apparire e solleticare il lettore soltanto qualche guizzo e alcuni momenti più o meno allegri.
Troppo poco, davvero. Troppo poco.

17.9.08

Riflettere intorno a un punto

Si procede così.
Mezza giornata al giorno (scarsa) in libreria in attesa del secondo intervento.
Lo so, non si dovrebbe parlare troppo di sé in un blog, ma i pensieri inevitabilmente, ritornano sempre da quelle parti. Quando sono in librerie tutto - debiti, fatture, scadenze, urgenze, necessità - fa sì che temporaneamente cancelli la mia condizione di pseudomalato o di quasi-sano. Sono semplicemente me stesso: non troppo in buona salute - certo -, con un sospetto di rimbambimento senile e con qualche occasione debolezza nell'eloquio, ma complessivamente di nuovo me stesso. Poi ritorno a casa e la mia condizione un po' ridicola di uomo sul filo del rasoio ritorna a farsi viva e urgente.
Ciò che in libreria non mi spaventa (oddio! Tra dieci giorni debbo pagare tizio, caio, sempronio...) o perlomeno non mi spaventa troppo, tra le quattro mura della mia casa mi terrorizza, provoca sudori freddi e orrori indicibili. Se non sono in libreria la mia vita mi sembra un po' meno mia. Anzi, mi sembra un frammento d'incubo, un ricordo posticcio sovrapposto all'arcano silenzio della mia vera vita. Un po' come in un personaggio di P. K. Dick al quale sia stato cambiato il passato. Ma non del tutto, non completamente.
Che cosa ho fatto finora, oltre che pagare Mondadori e Messagerie o cercare di tenere buono Rizzoli?
Ho scritto, certo.
Quello che sto facendo anche in questo momento.
Ma mi manca la gioia di farlo, il desiderio di tornarvi.
Già, perché uno degli spunti della scrittura era proprio il desiderio di allontanarmi (separarmi, alienarmi) dalla mia vita quotidiana.
Niente vita quotidiana = nessuna ansia di evadere.
O forse, semplicemente, si tratta di paura.
Scambiare il nome di un oggetto con l'altro senza che il proprio ego faccia una piega («mi passi il riso? Come "quale riso"?») è una condizione che può destare ilarità o pena ma, in ogni caso, comporta l'impossibilità di scrivere. Sic et simpliciter.
Dare a qualcuno da leggere una cartella zeppa di parole che non sono esattamente le parole che volevate ma altre... beh, prima di questa esperienza era un tipo di terrore che non avevo ancora sperimentato.
Si tratta molto probabilmente di una situazione che mi sono lasciato dietro, certo, ma di molto poco e per poche settimane. Giungere a guardare in faccia i propri delicatissimi neuroni è un'esperienza che non auguro a nessuno.
Questa è la mia situazione che, indegnamente, ho pensato bene di eternare su questo blog per potermela rileggere domani, quando starò di nuovo bene, o perlomeno quando questa fase sarà chiusa.
Ma riflettervi un po' non fa male.
Non credo di doverci tornare ancora sopra, consolatevi, navigatori.
Almeno per un bel po'.

11.9.08

Le rese e/o la scomparsa

Prima metà di settembre, quando si preparano le rese.
Già, le rese.
Questo non è un intervento serio e meditato sulle rese. Nossignore. Semplicemente una riflessione risvegliata dal momento e, tutto sommato, intrinsecamente prevedibile. Prevedibile nel senso che tra un anno potrò riprenderla e ricollocarla esattamente qui.
Nel settore librario si inventa poco, purtroppo. E quello che si inventa... vabbé.
Le rese, dicevo.
Non so come facciano gli altri, ma per noi è relativamente facile. Si stampa un foglio di possibile resa partendo dal foglio del magazzino, si richiede l'autorizzazione a rendere al promotore e via, si comincia.
Sarebbe un compito apperentemente indolore. Si tratta di trovare i titoli richiesti, controllarne la quantità, inscatolarli, chiudere le scatole, apporre i sovrapacchi, chiamare il corriere e via, eccoci pronti a ricevere il prossimo giro.
Sarebbe un compito apparentemente, se non...
«Questo qui vuoi proprio renderlo?»
Tutto sta a vedere a chi affidare il compito di preparare le rese, certo. Ma non cambia mica molto, tutto sommato. In genere a fare le rese viene scelta la persona che ha curato meno di tutti la presentazione, ovvero chi nell'ambito della libreria ha fatto tutt'altro. È una specie di contrappasso o forse un modo per dare a qualche libro un'ultima possibilità.
Forse.
Quando si fa la scelta dei titoli da rendere si guardano (nell'ordine):
1 - la movimentazione del pezzo
2 - il numero di riordini
3 - la data di arrivo
Poi la decisione è, in un certo senso, presa da sola.
I titoli si guardano relativamente poco, anche per evitare conflitti di coscienza.
Fino a qualche anno fa esisteva la possibilità di "graziarne" qualcuno.
Da tre o quattro anni, viceversa, tale possibilità pare essere completamente svanita. I libri sembrano avere perduto il loro passato e, specularmente, il loro futuro. Ovviamente un libro può essere "salvato" senza problemi, ma le sue possibilità di essere richiesto non tendono a cadere gradualmente quanto a scomparire completamente. Spostato dal tavolo o dai piani a esposizione e trasferito sullo scaffale il libro - romanzo, saggio, pamphlet, saggetto - perde colore e forma e diventa sostanzialmente invisibile.
Forse è perché nessuno guarda più i libri a scaffale?
Interessante domanda questa, quasi istruttiva.
Mi ricordo ancora i tempi nei quali cercavo di leggere i nomi degli LP sugli album riposti sugli scaffali. E ricordo benissimo la sensazione di fatica che dava il frequente cambio del punto di inizio e di direzione della lettura. Il bello era che tale fatica era spesso inutile, ma cercare "nella confusione" era un modo serio e maturo di terminare il viaggio in un negozio di dischi.
Adesso cercare negli angoli poco frequentati è diventato assurdo. Sono in pochi a cercare a scaffale e nessuno cerca più nulla nel silenzio e nella confusione. Adesso i libri si trovano subito o mai più.
Sui tavoli o non si trovano mai più.
Parlo sul serio, fin troppo.
Il libro che vi ha incuriosito - interessato, incapricciato, mosso - resta a vs. disposizione per 90/120-giorni-90/120.
Dopo andrà in resa.
Se pubblicato da un piccolo editore andrà in resa anche prima. O verrà eclissato per far posto all'ultima Strazzullata.
Alle spalle premono 55-60mila novità annue in attesa di uscire, pronte ad aprirsi e a risplendere come in un documentario accelerato...
Ha qualcosa a che vedere tutto ciò con i libri?
A voi ogni giudizio.

7.9.08

Soddisfatto a percentuale

Mi è arrivata in questi giorni l'introduzione di Vittorio Catani alla sezione italiana di ALIA, ALIA Italia. Un paio di pagine dove Vittorio, uno dei pochi "nomi" della letteratura fantastica italiana, presenta e commenta i dodici racconti e i relativi autori.
A parte la sensazione di piacevole gioia che dà poter leggere il commento positivo di Vittorio alla propria "storia" - il dubbio che il proprio racconto non sia all'altezza degli altri permane come un piccolo fastidioso disturbo per tutto il tempo della lettura - e la sensazione altrettanto gradevole che anche le altre storie siano risultate all'altezza della necessità (subito seconda nella classifiche dei timori), rimane comunque un grado ulteriore di curiosità. Il racconto ha funzionato, d'accordo, ma quanto? Avrebbe potuto essere migliore? E in che modo?
Ansie e paranoie, d'accordo, ma che chiunque scriva - anche come secondo mestiere - non può fare a meno di porsi.
Un passo indietro.
ALIA Italia è un'antologia tematica, nel senso che accoglie esclusivamente narrativa "fantastica".
"Fantastico" nel senso più ampio che vi possa venire in mente. Per fare un esempio, in questo ALIA trovano posto, rubando la parole a Vittorio: «...dalle musiche diaboliche ai roghi di lettori di libri, dai minatori nello spazio agli avvelenamenti ambientali, dal fascino ambiguo di creature ibride a misteriosi simulacri provenienti dal futuro...», ovvero un mix quantomeno curioso e vario. Bene. Quale domanda un autore può ragionevolmente porsi? Che so, una domanda tipo: «Sì, va bene, ma la mia storia sarà abbastanza vivace? Sarà sufficientemente sorprendente? Mossa? Movimentata? Ci sarà abbastanza azione? Colpi di scena?»... e così via, meditando e immaginando.
Che poi i dubbi, i giudizi a posteriori, le reprimende, i pentimenti abbiano o meno una buona ragione è tutto un altro discorso, in realtà. Personalmente mi dicono che ho qualche resistenza nell'inserire scene "forti", preferendo quasi sempre uscite o soluzioni più sottilmente elusive. Sarà vero? Può darsi. Talvolta mi piace che le scene più violente avvengano "fuori campo" e che i protagonisti si trovino a fare i conti con gli esiti più piuttosto che con le premesse. Tutti elementi che hanno provocato infinite (e amichevoli) discussioni con Catani, sempre concluse con promesse (mie) di essere più "deciso" e da parte di Vic con l'osservazione che, in fondo, può trattarsi semplicemente di gusti. Fino alla successiva occasione. Resta il dubbio se il passaggio alla categoria professionisti possa avvenire quando si ritiene perfettamente adeguato il proprio "pezzo". O no? Secondo me no, per farla breve.
Essere soddisfatti a percentuale (da 65% in su) di ciò che si è pubblicato è diventato per me una sorta di "sigillo", una garanzia che sì, ho dato il massimo di me, ma che avrei potuto fare anche meglio.
Un'illusione, probabilmente, ma qualcosa di curiosamente importante.

3.9.08

Incontri

Obbligato a rimanere a casa per buona parte del giorno, perdo molto più tempo di quanto avrei ritenuto possibile. Non riesco a scrivere recensioni né ho voglia di leggere qualcuno dei tanti libri tra quelli la libreria riceve.
Colpa della produzione?
No, onestamente non credo.
Il problema reale sta, probabilmente, nel troppo tempo passato a leggere.
Nel leggere troppi libri dei quali, sinceramente, non importa nulla o dei libri dei quali importerebbe qualcosa giusto in un altro momento, in un altro tempo, in un altro segmento della propria vita.
È capitato a tutti, no, di leggere qualcosa di importante in quel momento ma del quale, sinceramente, in un altro momento della propria vita non ci sarebbe stato nulla di particolare da ricordare. Posso anche fare degli esempi - L'uomo che fu Giovedì di E.T.Chesterton o Furia dall'ignoto di Lloyd jr. Biggle - due libri a caso tra i tanti che mi hanno regalato e che, letti in un viaggio o nel corso di un soggiorno, mi diedero qualcosa di inestimabile. Poi, una volta ripresi in mano a distanza di tempo, si sono rivelati - nonostante tutto - normali. Eppure i personaggi, i luoghi, la vicenda o l'intreccio non erano cambiati. Era qualcosa in me stesso il problema, probabilmente, qualcosa che non era possibile recuperare se non casualmente e per un breve istante.
C'è qualcosa di sottile e inestimabile che un libro può regalare. E ciascun libro, viceversa, può assumere diversi connotati e fisionomie in attimi differenti della nostra vita.
Che è un po' come dire che cercare furiosamente & disperatamente un libro che finalmente può saziarvi ed essere allineato sullo scaffale d'eccelsa bellezza è, in definitiva, una cavolata.
I libri che valgono sono quelli che vi regalano qualcosa. Magari l'assurda storia degli anarchici-poliziotti di fine '800 o l'avventura di un monco lungo l'asse del tempo della Terra.
O quello che preferite.
E nel momento che preferite.
Il problema - in definitiva- è soltanto quello di riuscire a incontrarla.


30.8.08

Uno e nessuno


31 di agosto.
Un caldo instabile, aria immobile, clima da estate che si va gradualmente disperdendo.
Mi sono tolto i punti, anzi mi hanno tolto i punti. Il risultato è un insieme piuttosto pauroso, sinceramente. Una doppia serie di segni che corre dal sotto la mandibola fino all'inizio della clavicola. Onestamente pensavo a qualcosa di più moderno ed elegante.
Mi chiedo se, quando sarò pronto per il secondo intervento, questo doppio segno sarà stato ingoiato dalla pelle o sarà ancora visibile?
Che effetto farà girare con un doppio tracciato più o meno sanguinoso?
Ben poco, probabilmente.
La malattia è personale, non collettiva, scrive Sacks. La «mia» malattia che mi colpisce è in realtà del tutto normale. Potrei finire su un manuale di chirurgia vascolare e trovarmi a considerare con distaccato disgusto e personale orrore lo stessa lunga serie di segni. Esattamente come possono fare altre migliaia e migliaia di persone.
La malattia conserva in se stessa entrambe le sue nature. La sua natura «sociale» che la rappresenta pubblicamente e la rende riconoscibile e la sua natura «personale» che la rende un bene interamente vostro.
Ciò che vi permette di ripetere ad alta voce: «la mia carotide», come potrebbe essere per un cancro, un escrescenze, un bubbone. Quella sottile o profonda differenza che, mentre vi mette a confronto, vi permette di sentirvi diversi, un po' strani, un po' curiosi.
Anche la morte rimane un po' sullo sfondo, un po' secondaria. Si riunisce nella periferia del gruppo di esperti. Non parla per conoscenze né si esprime per necessità. Ma se qualcuno le chiede qualcosa non ha difficoltà a rispondere. Non ha difficoltà: siamo tutti suoi ancora prima di essere sofferenti e suoi saremo sino alla fine.
No, la realtà è che il «la mia carotide» (o, meglio, le «mie carotidi») vorrei non avessero nulla ma proprio nulla di mio. Vorrei fossero semplici frammenti e attimi. Casuali reperti. Angoli immaginiferi di sostanze assurde e imprevedibili.
Qualcosa che nel passare dal sonno alla realtà (o viceversa) potrebbe essere tagliato via. Sottratto, dimenticato con un sorriso.
Lo so che non è così, ovviamente.
Che ognuno di noi è una creatura senza speranza.
Conviene sorridere, in fondo.
E fare finta che ci siano ancora migliaia e migliaia di giorni.

13.8.08

Imprevisti

Quanto tempo occorre per scrivere una frase?
Quanto tempo occorre per capire il significato di una singola parola?
E di una sillaba, quando tempo ci vuole per capirla?
Quest' estate, nel periodo compreso tra il 5 agosto e oggi, il 22 agosto, ho «perso» - anche soltanto temporaneamente, me lo auguro - la capacità di utilizzare le mie doti più sottili e raffinate.
Per questo numero di LN - il 47 - non scriverò nulla e ringrazio il cielo di aver già praticamente terminato il lavoro condotto per ALIA 5.
Per CS... beh, ieri mi hanno operato e mi hanno sistemato la prima delle due carotidi, la seconda la sistemeranno tra un paio di mesi. Due carotidi che ignoravo, peraltro, di avere in queste condizioni.
Ho messo giorni soltanto per darvi da leggere queste povere, poche frasi...
Penso che mi ci vorranno alcuni mese per ricominciare a leggere e scrivere come facevo prima del 5 di agosto...
Abbiate fede, amici e abbiate pazienza....
E per qualunque dubbio scrivete a Silvia!

29.7.08

Riduzione a Icona

Sono in ferie, quindi almeno per un po' non scriverò sul blog.
In realtà sono in ferie già da una settimana o giù di lì, ma il problema di avere un'attività in proprio è che non si è mai realmente in ferie. C'è il fornitore che ti cerca, bisogna passare in banca, bisogna rispondere a questo e a quello, produrre scartoffie a vantaggio del fisco eccetera. Quando tutti questi enti saranno finalmente chiusi potrò anche concentrarmi soltanto sulle mie ferie. Più o meno come riuscire ad addormentarsi mezz'ora prima che suoni la sveglia...
In compenso, giusto perché non vi dimentichiate troppo presto di me, ho messo in piedi una cosuccia nuova in complicità con Silvia Treves (S_3ves). Si tratta di un romanzo di SF che abbiamo scritto a quattro mani e che pubblicheremo a puntate, secondo la nobile tradizione del feuilleton, su un blog che abbiamo aperto a bella posta.
Romanzo e blog hanno lo stesso nome: Riduzione a icona.
Quanto ai motivi di questa insana e impulsiva decisione vi rimando all'intro che appare sul blog di RaI. In questa sede basterà dire che far girare un romanzo in forma semiclandestina in attesa di essere finalmente «scoperti» da qualche abile e talentoso editor (MA CE NE SONO ANCORA?) è un'operazione patetica, soprattutto se il romanzo è di fantascienza. E pubblicare con CS_libri in tempi di magra come questi non è una grande idea. Oltretutto è sempre possibile che il romanzo valga molto meno di quanto crediamo io e Silvia (che non casualmente è anche mia moglie), ma l'unico modo che abbiamo per saperlo, in fondo, è quello di farlo leggere.
Quindi...
Beh, buona lettura e a rileggerci (anche) su queste pagine.

22.7.08

Una non-recensione a un non-libro

Dai lettori che hanno scaricato - del tutto o in parte - i materiali narrativi che ho pubblicato in rete nel mio blog ho ricevuto diversi commenti. Qualcuno veloce e sintetico, altri più meditati e puntuali, con suggerimenti, rilievi, consigli, osservazioni e critiche. In sostanza la prima fase dell'operazione di autopubblicazione si è rivelata molto più feconda e ricca di quanto avrei onestamente ritenuto possibile. Ne approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno dedicato tempo e pensieri alle mie cose. In particolare ringrazio chi mi ha incoraggiato a persistere e a dare uno sbocco in termini di pubblicazione a qualcuno dei testi ancora inediti pubblicati on line.
Discorso complesso anche e soprattutto perché l'unico editore disponibile a pubblicare un mio testo è CS_libri. Dal momento che autore ed editore nel mio caso coincidono parrebbe una partita facile ma non è così. L'editore, infatti, pretende che un romanzo non sia un «fungo» letterario che spunta all'improvviso e dove gli pare , ma che faccia parte di un progetto, di una collana, di un disegno più ampio. E CS_libri, per dire, NON HA (e non so se avrà mai) una collana di sf... Pensare ad altri editori, d'altra parte - vista anche l'esperienza fatta con Urania - mi sembra quantomeno poco realistico o prematuro.
Quindi?
Quindi Ultimo Spettacolo, il romanzo inedito che ho inserito nello spazio narrativo del blog resterà a lungo a disposizione degli eventuali lettori. Non ho l'età per giocare a fare il «giovane esordiente» e non essendo ancora ridotto alla fame non ho l'assoluta necessità di scrivere un sexy-noir-thriller con per protagonista un commissario buongustaio ma infelice, che sarebbe sicuramente meglio accolto dei miei insani e faticosi testi, troppo ricchi di assurdità e di personaggi. Le molte esperienze fatte mi hanno convinto che ciò che scrivo difficilmente incontra l'interesse di editori sani di mente e giustamente preoccupati per il loro portafoglio ma questo mi rende anche assolutamente libero di pubblicare ciò che mi pare e di cercare autonomamente i miei lettori.
Una consolazione? Può darsi, ma, dati gli esiti avuti finora, una buona consolazione.
...
Ciò che segue è un commento - anzi una vera «recensione» - a Ultimo Spettacolo inviatami da Piotr/Piero, collaboratore della rivista LN-LibriNuovi e membro del terzetto dei Rudi Mathematici. Ai più attenti non sfuggirà la circostanza che il primo libro dei suddetti Rudi Mathematici è stato pubblicato proprio da CS_libri, società della quale sono indiscutibilmente il presidente e responsabile. Con Piotr abbiamo riflettuto un po' sulla circostanza e abbiamo scandagliato i numerosi aspetti bui ed equivoci dell'eventuale pubblicazione della sua recensione (o non-recensione, come lui la definisce). La nostra conclusione è stata che, viste le quantità pateticamente omeopatiche di denaro e potere che CS_libri è in grado di veicolare, potevamo anche correre il rischio di apparire loschi figuri intenti a praticare qualche sordido scambio.
La realtà, molto più semplice e quindi scandalosa, è che a me piace ciò che scrivono Piotr e gli altri Rudi (anche quando questo non mi riguarda) e che quindi sono ben felice di pubblicarli, mentre a Piotr piace ciò che scrivo io.
Semplice e diretto.
Buona lettura.

Giuro, non ci serve niente.
Abbiamo già aspirapolvere, battitappeto, cosmetici, olio d’oliva,
Torri di Guardia, Lotte Comuniste e siamo già abbastanza svegli così. Grazie.


Per molte ragioni, non ritroverete la frase in corsivo scritta su nessun libro. Per molte ragioni, ma – come direbbe Snoopy nei panni del Grande Bracchetto – tutte ragioni sbagliate.
Siccome non è altro che una frase dispersa su un non-libro di quasi trecento non-pagine, ci possiamo permettere una sua analisi dettagliata, da usare come chiave di volta per la lettura (non-lettura?) di tutto il non-libro. Tanto per cominciare, è scritta in italiano; non è cosa di poca importanza. Questo non per revanscismi maldestri da Accademia della Crusca: no, è solo che una frase del genere, di solito, se la si trova scritta in italiano è perché è stata tradotta da altre lingue. Invece questa no, è veramente, originalmente, categoricamente frase italiana. E questo suona strano, no? Vi vengono in mente autori italiani che possono scrivere una frase così? No, non vengono. Visto?
Occorre proprio capire meglio.
Cosa c’è di strano, in questa frase? Possibile non sia estraibile la peculiarità del suo contenuto? In fondo, è poco più di un elenco, e allora sarà facile elencare.
Aspirapolvere, battitappeto (…) Lo sappiamo, ce ne sono ancora, in giro. Girano di casa in casa, di casalinga in casalinga, forse anche di centro sociale occupato in centro sociale occupato. Azzimati, quasi belli, spesso giovani - ma non sempre. Quelli della Vorkwerk Folletto. O forse è meglio dire quelli del Vorkwerk Folletto; o magari solo quelli del Folletto. Arrivano, suonano, entrano, ti presentano l’aspirapolvere come fosse una persona. Mezz’ora per spiegarlo, un’ora e mezzo per la dimostrazione: interi condomini aspettano la visita di quelli del Folletto per avere fatte senza fatica le pulizie di primavera. Spiegano, dimostrano, puliscono, se ne vanno. L’aspirapolvere costa milioni di lire, migliaia di Euro, e qualcuno ne venderanno pure, tra una dimostrazione e l’altra, visto che continuano ancora a girare di porta in porta con il battitappeto,la scopa elettrica, i trecentododici accessori. Quelli del Folletto. Girano ancora, sì: forse ovunque, non solo in Italia: in fondo si chiamano vorkwerk, mica ruscailrusco. Ma almeno in Italia sì, girano di certo.
(..) cosmetici (…) La Avon, come no. Profumi e rossetti, tra studentesse anni sessanta che chiamavano mini le gonne che arrivavano mezzo centimetro sopra il ginocchio, tra madri operaie e contadine che non capivano il contenuto di quasi nessuna bottiglietta di latte detergente, idratante, struccante. Loro, le madri, solo col rossetto; uno solo, e rosso-rosso, rosso forte e deciso, che sennò che senso aveva? E le loro figlie lì, col profumo nella bottiglietta a forma di piramide egizia, tra “adesso lo compro” e “no non lo compro”, fino a “magari lo compro, magari faccio anche io quella che va coll’Avon porta a porta, e se ne vendo dieci magari me ne posso comprare uno”. E una nuova presentatrice era pronta a galoppare con la borsa piena di profumi a forma di piramide.
(..) olio d’oliva (…) Pugliese, di solito. Forte, più verde che giallo, in latte grosse. Nelle città del Nord che traboccavano d’operai del Sud, operai che di giorno fanno i cruscotti delle seicento e la sera vogliono l’insalata coi sanmarzano rossi e sugosi. E se i sanmarzano, dopo mille chilometri a bordo TIR, sono rossi ma non sugosi, anzi un po’ molli e sciapi, che almeno l’olio, almeno quello, sia spesso e forte; e verde. Eccole, le latte d’olio dal Sud, figli d’ulivi grassi e piatti, dispersi su pianure giallastre battute dal sole. Altro che gli ulivi liguri, di confine, limitanei e scazzati come i legionari romani sulle frontiere del Reno o del Danubio. Altro che i piantoni toscani o umbri, alberi di collina, sparpagliati e disordinati come marines durante un’esplorazione nel delta del Mekong. No, qui ci sono le olive grosse e grasse di Puglia, c’è olio denso e forte di sole, come il vino sovraccarico di quelle latitudini. Dal camioncino che si è fatto tutto lo stivale pieno di latte da cinque chili – chili, non litri, che per l’olio è diverso – è salito il venditore d’olio, fino al pianerottoolo. Drin, chi è, è arrivato l’olio, ommadonna, adessocomefacciamo, comelopaghiamo, conquellochecosta.
(..) Torri di Guardia, Lotte Comuniste (…) perché anche la rivoluzione minoritaria passa porta a porta. Prima che Bruno Vespa sputtanasse definitivamente il luogo immaginario e reale, alle porte dei poveri – le uniche accessibili ai questuanti d’ogni ordine e grado – passavano i rivoluzionari. Teologici o marxisti, ma sempre contro il mainstream cattolico e partitocomunistico. Sì, sono testimone e figlio di Geova, ah ah che ridere no, non Genova, proprio Geova, lo so fa ridere, ma non si dovrebbe, è il nome di Dio. E noi pensiamo che questa rivista ti spieghi perché io busso alla tua porta, forse anche perché tu apri in canottiera, barba lunga, e forse anche macchie d’unto (olio pugliese?) sul quel cotone che una volta era bianco. Perché io ti annuncio la salvezza (brzap) io ti porto la rivoluzione, compagno. Quello che dicono alla televisione, ma lo senti anche tu, no? E perché non raccontano di questi 33 minatori iugoslavi morti in miniera? Poginula 33 rudara, altro che Donat-Cattin, cazzo, e dacci un contributo, sottoscrivi e (brzap) e credi sia facile, venire tutti i sabati mattina ad annunciare il Signore, e quel che diceva nostro padre Russell? No, chi è ‘sto Bertrand, no, Charles Taze, nostro fondatore, ed è grazie a lui che abbiamo riscoperto il vero Cristo, quello che lo testimonia davvero, come quando Lui era tra noi e (brzap) e tanto lo sai, compagno, che finché rimani chiuso dentro la tua canottiera unta d’olio e sporca di sanmarzano non cambierà un accidente. Prendi questo giornale, leggi (brzap) prendi questo giornale, leggi (brzap) vieni in cellula, domani sera (brzap) vieni nella nostra chiesa, domani sera, (brzap) fa’ un’offerta, associati, dammi il telefono, ritornerò ritornerò ritornerò (brzap) (brzap) (brzap) (brzap) (brzap) (brzap).
(…) e siamo già abbastanza svegli così.(…) Perché non c’era solo la Torre di Guardia, c’era “Svegliatevi!”, ed irritava di più. Con l’imperativo plurale e il punto esclamativo, e la sicurezza fondamentalista e talebana ante-litteram. E svegliavano davvero, sia gli svegli che i reprobi del Turno C, quelli in fabbrica dalle dieci di sera alle sei di mattina. E alle nove di mattina loro, con gli “Svegliatevi!” sventolati sotto gli occhi: occhi gonfi dell’acciaio incandescente delle ferriere, occhi gonfi di sonno, che non avevano per niente voglia di svegliarsi, specie se dovevano farlo solo per prepararsi all’altro sonno (quello grande di Marlowe? No, quello eterno di Geova). Ma non volavano cazzotti nè vaffanculo, no, quasi mai. Solo tanti “No, grazie”, appunto; oppure solo “grazie”. Come dice la parola finale della frase in esame. Appunto.
(…)Grazie.
BRAZP!
Grazie, dice. Grazie di che, Citimax? Di scrivere un non-libro? Un libro non pubblicabile, senza futuro, un non-libro con vere istruzioni dell’uso, anzi del non-uso? Fosse un libro, scriverei una recensione. La darei al mio editore, che pubblica una rivista di recensioni. Potrebbe decidere di pubblicarla.
Se fosse un libro.
Ma tu no, tu non scrivi un libro, e io non posso scrivere una recensione. E la non-recensione può, almeno, uscire fuori dalle righe e dalle regole, cambiare persona, dalla terza impersonale alla seconda personale e aggressiva, perché tanto le non-recensioni non si pubblicano, tali e quali ai non-libri.
I libri di Adams non sono fantascienza. O forse sono la fantascienza perfetta, quella che non si giustifica, quella che percuote le parole e le idee, e fa sostenere tutto l’impianto narrativo da argomentazioni quali due missili termonucleari che si trasformano in un capodoglio e in un vaso di petunie (o peonie, forse). Quei libri che sono condannati ad essere profondi perché esplicitamente dichiarati leggeri, vacui, tutt’altro che profondi. Si leggono e si possono leggere, si ride e si può ridere, si può far finta di non accorgersi che, ogni due per tre, ci si trovano, travestite da battute, argomentazioni tragiche nella loro precisa immanenza critica. Proprio come se io scrivessi, qui ed ora, in una non-recensione, la ridicola accoppiata di termini “immanenza critica”. Nell’esercizio di scrivere come Adams, la cosa facile, quella che sanno fare tutti, è copiare i missili termonucleari che si trasformano in vasi di fiori; la cosa difficile è scrivere come Adams a prescindere dai missili che si trasformano in vasi di fiori. Qualcuno ci ha provato, a quanto ne so. E copiavano la fantascienza, senza arrivare a sfiorare il vero Adams.
Poi, arriva un Citimax. Scrive Ultimo Spettacolo, che non è una imitazione di Douglas Adams. O meglio, lo è, eccome: lo è nella maniera di raccontare, nella modulazione degli eventi apparentemente sconnessi, nella articolazione dei personaggi persi dentro le loro caratteristiche, che indossano disciplinatamente senza crederci davvero, come ogni perfetto inglese di Islington. Avrebbe potuto parlare della ricostruzione del Globe, questo Ultimo Spettacolo. Avrebbe potuto narrare le gesta d’un nautilo d’acqua dolce. Poteva essere un saggio sul fado portoghese, e sarebbe stato sempre un libro di Citimax: un libro che mostrava di aver saputo estrarre perfettamente quel che c’era da estrarre da DNA. Il DNA di DNA, tanto peer fare facili battute. Gli piaceva un sacco, ad Adams, dire di essere nato/scoperto nel 1952, a Cambridge, e che le sue iniziali erano DNA.
Si poteva parlare di San Salvario, volendo: scritto come è stato scritto, questo non-libro poteva magicamente essere applicato su qualsiasi forma narrativa, mantenendo sempre la sua identità e perfino la sua dichiarata dipendenza adamsiana. Mirella è una donna di Citimax, una donna di Adams, e sarebbe rimasta sé stessa anche fuori dall’astronave. E E. ha le caratteristiche di Arthur Philip Dent, ma non è Arthur Philip Dent, e poteva anche rimanere E., splendidamente abbonato a Macrosesso e deliziosamente imbranato anche sul molo di Loano, oltre che in mezzo alla Galassia.
Mancano, coloro che sanno scrivere come Adams. Quelli che fanno ridere senza ridere, quelli che demoliscono un personaggio grazie a un particolare, quelli talmente abituati a prendere in giro sé stessi che non fanno fatica a prendere in giro il mondo. Ce ne abbiamo uno qua, il Citimax, e ci fa quest’errore. Quest’errore di scrivere un non-libro invece d’un libro.
Citimax, butta via le istruzioni per l’uso.
Sii disonesto, Citimax. Non ricordare a chi legge che stai facendo un omaggio. Cambia la trama quel tanto che basta a renderla irriconoscibile. Togli ogni traccia di Trillian in Mirella, lasciane nessuna di Arthur in E., rendi il robot schizofrenico invece che paranoico. O non fare niente di queste cose. Abbandona la tristezza degli ambienti troppo cupi, troppo noir di alcuni tuoi racconti tormentati. Acquista coscienza che puoi scrivere qualunque, ovunque, quantunque. Hai nella penna molto più di quello che credi. Più ti leggo, più penso che il tuo problema essenziale sia la timidezza.
Mi sono molto divertito, nel leggere US. All’inizio, ero a caccia dei parallelismi: poi li ho lasciati, e ho cominciato a cercare le assonanze di stile. Poi mi sono ritrovato a fatica nel ricercare la trama, che è proprio quello che di solito mi succede quanto un libro mi piace a prescindere da ciò che racconta. E mi sono allora reso conto che era in peccato, che avessi scritto un omaggio: perché così US farà più fatica a partire. Chi lo legge e conosce DNA, capirà i riferimenti. Chi non lo conosce, leggerà le tue istruzioni e cercherà di capire cosa ci sia al di fuori del tuo libro.
Ma è sufficiente quello che c’è dentro.
Sai, tutto sommato, al momento, credo mi piaccia ancora un po’ più Douglas Noel Adams di Massimo Citimax Citi. Però è sorprendente che il Citi riesca a scrivere così bene nello stile di Adams. Sono quasi certo che Adams non saprebbe fare la stessa cosa nello stile di Citi. Se ho ragione, è necessario che Citi perda le ultime timidezze e scriva il suo autonomo e sfacciato romanzo. Senza debiti né citazioni, senza paura di trasgredire né trascendere.
Se devo inventarmi una metafora, è come se ogni storia fosse un frutto. Con buccia, polpa, succo, aspetto, colore, luce. Un frutto disonesto è come le grosse arance rugose, belle a vedersi e toccarsi, che dentro non hanno che spicchi rinsecchiti privi perfino di semi, sterili. Un frutto onesto è un’albicocca sull’albero: dalla forma den definita, facile ad aprirsi, saporita, con il nocciolo ben separato e bello esso stesso. Altri frutti sono meno spudorati: si nascondono, non palesano il contenuto. Una nocciola, una noce è difficile da aprire, anche se poi è estremamente buono ed energetico il frutto.
Tu, sembri a volte una noce di cocco. Duro il frutto stesso, dentro scorza ancora più dura. Nascosto sulla cima di palme altissime, con pochissima voglia di farsi scoprire e aprire. Poi, insistendo e smadonnando, la noce si riesce ad aprirla, infine. E dentro c’è da mangiare e anche da bere: cosa insolita, per un frutto.
Ultimo Spettacolo mostra che puoi scrivere quello che vuoi. Non solo fantascienza, non solo omaggi a grandi scrittori, non solo fantastico. La frase che ho giocato ad analizzare mi ha tenuto allegro per un intero pomeriggio, per questo ho deciso di giocare con la non-recensione del non-libro. Ma le considerazioni scritte da me su quella singola frase è da essa che sono scaturite, che tu lo abbia voluto o meno. Che io lo abbia voluto o meno.
Poiché quella frase è tutto meno che il cuore del libro; poiché è solo una onesta rappresentante delle 270 pagine di Ultimo Spettacolo, io credo che Ultimo Spettacolo potrebbe davvero decidersi a perdere il “non-“ e a diventare un libro. O potrebbe servire anche solo a mostrare a te che puoi scrivere qualsiasi libro.

20.7.08

Il grande mare dei libri morti (da dove arrivano i libri? Parte 4)

Titolo ricalcato da quello di un romanzo di Nakagami Kenji. Parrà drammatico ma è perché vuole esserlo. Nonostante faccia questo lavoro da alcuni decenni non riesco mai ad abituarmi all'idea della resa, pratica che, viceversa, non credo sconvolga più che tanto gli edicolanti che hanno con essa un rapporto quotidiano.
Ma cerchiamo di andare con ordine.
Il libro in quanto prodotto ha una peculiarità che condivide con i periodici: il diritto di resa. In sostanza tutto ciò che il libraio acquista può essere, una volta trascorso un certo lasso di tempo, restituito al distributore e l'importo di tale resa (accredito) essere defalcato dai nuovi acquisti. O, più frequentemente vista la perenne scarsezza di liquidità del settore, dai vecchi. Teoricamente il libraio cerca di vendere quanto ricevuto (se l'ha ordinato, beninteso) per un tempo che va dai 120 ai 180 gg. Esaurito questo tempo richiede l'autorizzazione a rendere, rispedisce indietro gli invenduti (operazione che comunque pesa per un 1 - 1,50% sull'acquistato netto e abbassa ulteriormente il margine lordo) e generalmente entro 60-90 gg (nell'ipotesi migliore) riceve il suo accredito, sia pure talvolta decurtato da qualche errore nel ricarico dei titoli fatto dal distributore. Come si può immaginare, infatti, il personale adibito a tale funzione non è esattamente il più preparato e competente. I famosi trimestrali pakistani di un altro post...
Questo teoricamente.
All'atto pratico gli eccessi nella produzione editoriale e le difficoltà del libraio nel destreggiarsi in cedole editoriali talvolta composte da 600 o 700 titoli provocano un'eccessiva esposizione finanziaria e uno squilibrio nello stock. Quindi la resa diventa uno strumento brutale ma efficace di sollievo per l'attività sovraesposta. Normale che nella resa, assemblata talvolta un po' frettolosamente, vadano a finire libri usciti anche soltanto da un paio di mesi e libri - soprattutto di saggistica - che non sono nati per un arco di tempo d'esposizione troppo breve. D'altro canto l'eccesso di esposizione delle librerie è un polmone finanziario surretizio per l'attività editoriale.
I libri si degradano, in sostanza, da oggetti dell'attività commerciale a ostaggi dell'insufficiente liquidità dell'intero comparto. E scompaiono dalle librerie troppo velocemente finendo nel «grande mare dei libri morti».
Se si tiene conto che le grandi catene librarie e la GDO hanno tempi di resa predefiniti e più rapidi di quelli delle librerie indipendenti ci si rende conto che il tempo reale di permanenza di un titolo presso una libreria non supera quasi mai i 120 gg. Ancora peggiore la sorte dei libri usciti nei mesi di ottobre e novembre destinati massicciamente alla resa nel mese di gennaio per alleviare il peso dell'esposizione della libreria dopo la sbornia di uscite natalizie.
Il tema delle rese, anche affrontato rapidamente e per sommi capi come in questo post, è comunque evidentemente centrale nella produzione e nella commercializzazione del libro. Sul diritto/dovere di praticare la poco nobile arte della resa dell'invenduto si scontrano da decenni editori e distributori, i primi giustamente preoccupati dai tempi di permanenza troppo brevi dei titoli della loro produzione, i secondi preoccupati in primo luogo della solvibilità del parco clienti, solvibilità messa gravemente a rischio da un'eccessiva esposizione. Da anni e anni, infatti, nella Scuola Librai «Umberto ed Elisabetta Mauri» delle Messaggerie Libri qualsiasi lezione si apre con l'esortazione a «rendere, rendere, rendere» mantenendo il magazzino leggero e rapido come un ninja. Il feticcio dell'iR (indice di rotazione) proietta la sua ombra pesante ovunque come un dogma di carattere sessuale nella morale cristiana.
Per sfuggire a tali prescrizioni bisogna disporre di capitali inesauribili e soprattutto della disponibilità a perderli. In mancanza, come è il caso del sottoscritto, non resta che cercare di selezionare con disperata capacità divinatoria i titoli che «andranno» (perlomeno nella propria libreria) cercando di evitare gli altri e organizzare le rese con un minimo di discernimento. Anche se, come per tutte le librerie, a fine anno si finisce comunque per computare un buon 40% di titoli che non si sono venduti nemmeno in copia singola.
Ma è questo un discorso che non si può concludere qui, evidentemente. E prometto di ritornarci, anche perché più passa il tempo più mi convinco che il diritto di resa, come i tempi di pagamento e in generale l'organizzazione commerciale del commercio librario, debbano essere radicalmente rivisti e ridiscussi.
Un ultimo pensiero, comunque, lo meritano, gli ignari autori, magari esordienti dopo lunga e faticosa anticamera, che si illudono che il loro libro possa trovare degna collocazione in libreria per un tempo congruo.
Dopo di ché è fatta.
Faranno meglio a informarsi, temo.

18.7.08

Parodia, calco, citazione

Il primo volume della serie di Fata Morgana non è come gli altri un'antologia tematica, ma raccoglie una scelta di materiali a suo tempo prodotti dal seminario di scrittura autogestito che tenemmo per un paio d'anni presso la libreria. I racconti pubblicati sono quindi, a tutti gli effetti, esercizi svolti raccolti e pubblicati una prima volta nella prima serie di LN e poi nuovamente pubblicati nell'antologia.
Difficile dire, anche a distanza di tempo, se avevano un valore «letterario» reale o se il loro valore era ed è più modestamente quello di un obiettivo raggiunto o di un lavoro terminato. Curioso constatare, comunque, nel rivederli e rileggerli, il peso che abbiamo dato nel nostro lavoro alla parodia e al calco. Abbiamo lavorato parecchio e con pignoleria sugli stereotipi e sulla prevedibilità, evidentemente, cercando di fissare un sistema di riferimenti che ci permettessero di evitare di cadere nel tranello del già letto, già visto, già digerito. Non abbiamo «citato», insomma ma siamo andati giù più o meno pesanti su alcuni generi e stili che, all'epoca, erano particolarmente frequentati e che comunque non sono caduti nel frattempo nel dimenticatoio anche se forse hanno cambiato nome.
La letteratura «cannibale» o per il testo metropolitano/on the road con frequentissime citazioni di brani musicali fanno ancora parte del paesaggio narrativo, anche se si sono almeno in parte diluiti e mescolati scomparendo sotto l'indistinta etichetta del «noir».
Il «romanzo di sentimenti» del quale forniamo un saggio particolarmente stucchevole a immaginaria firma di Edna Corsieri Bellombra si è fatto più professionale e più schiettamente erotico e la protagonista femminile è ormai in pratica sempre una single con problemi di peso, rapporti di lavoro, casa, denaro ecc. Il romanzo «al femminile» sembra insomma aver abbandonato il campo del parodiabile per entrare direttamente in quello dell'autoparodia più o meno divertita e divertente, pur senza liberarsi completamente del fantasma del matrimonio e della convivenza.
Molto diverso il discorso per il fantasy.
Il nostro immaginario eroe Sakass (nome che richiama certi nomignoli o certe voci schiettamente parte del vernacolo piemontese) , amico e compagno d'arme del vichingo Trotzdem («nonostante», in tedesco) ha un forte debito narrativo - pur nella sua sostanza di parodia - con il Conan di R.E.Howard o, meglio, con i suoi derivati cinematografici. Sakass non è giovane (meno che meno adolescente) e diffida del sesso, tanto da prediligere in ogni occasione il rapporto con gli altri maschi. Questa venatura, se non omosessuale almeno misogina, è una caratteristica piuttosto comune nel fantasy di derivazione howardiana - peraltro molto evidente anche in Tolkien - e, più in generale, nel romanzo d'avventura dagli anni '20 agli anni '70, sia pure talvolta in forma di ironica autoparodia[1].
Il panorama attuale, perlomeno nel campo del romanzo d'avventura e fantasy italiano, sembra tuttavia completamente mutato. Gli e soprattutto le adolescenti sono diventati i soggetti di una letteratura per «giovani adulti» che riutilizza senza risparmio i fondali e i costumi della tradizione fantasy senza, per la verità, aggiungere nulla o quasi di originale o imprevisto, anzi perdendo o deformando qualsiasi riferimento a una preistoria immaginaria (Era Hyboriana) o a un'immaginaria Età di Mezzo, con ciò distruggendo un fortissimo elemento di suggestione. Dovessimo riscrivere la pagina del nostro Sakass, insomma, dovremmo al massimo ringiovanirlo e cambiargli sesso, eliminare le parti che riguardano la perfida e lasciva maga Gerarda, ringiovanire Trotzdem e farne un immortale o semiimmortale elfo, aggiungere qualche drago chiacchierone, qualche insulso goblin e via. Avendo la pazienza e la voglia potremmo anche aggiungere un inizio e una fine e averne un romanzotto da 400 o 500 pagine da mandare a Mondadori o Rizzoli. O a Einaudi, si suppone alla ricerca di un secondo romanzo fantasy.
Una cosa facile, fatta al risparmio e senza dover sudare a inventarsi qualcosa di serio e originale.
Meriterebbe pensarci.
Un'ultima osservazione nata da un commento di mia figlia, sedicenne lettrice di fantasy, sia pure incostante e criticona: «Perché i personaggi fantasy hanno sempre nomi tanto assurdi?»
Già, perché?
È ben vero che un personaggio fantasy di nome Giovanni o Pietro sarebbe come il celebre disco volante che atterra su Lucca di fruttero-lucentinesca memoria ma resta il fatto che la nomenclatura di personaggi e luoghi (date un'occhiata alle immancabili «mappe» in apertura ai romanzi) nel fantasy italiano è quantomeno deficitaria, se non completamente deficiente.
Un segnale di trascuratezza e di disprezzo per il lettore?
Sinceramente, credo proprio di sì.

[1] La mia competenza nel campo del fantasy è piuttosto limitata. Per una documentazione ricca e divertente rimando volentieri alla serie di articoli «Per una storia naturale della letteratura fantastica» di Davide Mana pubblicati sulla rivista LN-LibriNuovi e giunti al numero 36.