11.10.18

Calibano: Lords of the Bugs


Ratti e gatti sono due specie onnipresenti sulla faccia della Terra, infettiva l’una, fracassona l’altra.
Ciò che molti non sanno é che topacci e micioni, non più animali di me o voi, intrattengono rapporti praticamente quotidiani con le civiltà extra-terrestri che tutti, E. per primo, sognano di conoscere. Esistono alieni, incuranti della nostra civiltà che giustamente ritengono destinata ad una rapida scomparsa, che mandano le loro navi-osservatorio unicamente per incontrare i ratti o per partecipare a quegli strani riti notturni nei quali molti gatti si riuniscono in cerchio in un cortile litigando a gran voce.
Se vi siete mai chiesti dove va il vostro micio di notte o perché mai gli UFO non si fermino mai a parlare con voi dopo avervi abbagliato su sperdute stradine di campagna o perché – infine – le pantegane sopravvivano e prosperino nonostante le imprese di derattizzazione, ora ne conoscete il motivo.
Ma se non ci parlano mai! Se non ci fanno capire che sono intelligenti!
Eh no, onestamente non si può affermare che almeno i ratti non facciano il possibile per comunicare con noi. Ben consci che non sopportiamo la loro vista hanno selezionato una razza di insetti che facciano loro da messaggeri: le blatte. Il guaio è che le povere blatte in genere non riescono neppure ad iniziare il loro discorso di pace, amore e bellezza prima di essere spiaccicate o avvelenate.
I gatti sono più saggi e meno idealisti. Non perdono tempo a tentare di comunicare: vivono nelle nostre case per spiarci, ci chiamano con nomignoli affettuosi come Fofo, Birillo, Testadisega, Puzzone, Trippa, Topomorto ecc., ci concedono di nutrirli e ci osservano con sufficienza mentre ci affanniamo a mettere insieme il pranzo con la cena più qualche shopping, con uno sguardo che solo individui molto ottusi non definirebbero cinicamente divertito.
Durante la spiegazione E. ha terminato la sua self-orgia. Con lo sguardo affranto dell’uomo appagato, infila Samantha, Luana, Georgina et al. nella tasca della portiera, e si dà alla contemplazione del tramonto di periferia, inquadrato tra un muro di cemento screpolato ed uno scheletro di lavatrice arrugginito.

E. contempla per un po’, triste come tutti coloro che hanno conosciuto i piaceri della carne, poi si concentra su un pensiero molesto formato da due sottopensieri altrettanto fastidiosi.
Il primo gli ricorda che mamma tra 17 minuti e qualche secondo comincerà a telefonare a tutti gli ospedali della città, forse nell’inconscia speranza che le notifichino il coma irreversibile di E..
Il secondo concerne la presenza nello spiazzo di almeno duecento ratti disposti in file ordinate, i musetti aguzzi rivolti verso il cielo e le code tenute diritte a terra come bastoncini da shangai.
E., abbandona la dolce risacca del sesso e, finalmente conscio della sua inquietudine, osserva il fenomeno per qualche secondo, scuote la testa, accende il motore, lo spegne, torna a guardare, mette addirittura la testa fuori dal finestrino, tenta di fischiettare disinvolto ma non ci riesce, appoggia la mano sulla maniglia per uscire dall’auto, esita ed infine non esce.
Mentre Edoardo si agita nel modo caratteristico dell’homo sapiens sapiens stupefatto, i ratti, seduti sulle zampe posteriori e levate le anteriori al cielo, digrignano ritmicamente gli incisivi e squittiscono all’unisono in una passabile imitazione di musica salsa.
Al sicuro nel suo cubicolo bordò il protagonista del romanzo pensa distrattamente che mamma dev’essere già in linea con l’ospedale “Santissimi Martiri Derelitto e Periscopio” dove la sua voce è ormai nota come quella di un’annunciatrice, e si chiede cosa mai le racconterà nel caso di un ipotetico ritorno.
Contemporaneamente prova la curiosa sensazione che anche i suoi denti tentino di unirsi al coro incisivale dei ratti e ricorda tutti i film di serie B visti in compagnia di Mirella, la lillipuziana cugina che talvolta accettava di uscire con lui.
I film che ama lei sono quelli dove “La Natura violentata si ribella” e ratti delle dimensioni di un furgone, formiche grosse come tandem, gabbiani, api, cavallette, colossali mantidi religiose, dinosauri appena scongelati, scarafaggi piromani e cozze tossiche fanno scempio dell’umanità, preferibilmente americana.
Mirella ne esce sempre tonificata, allegra come una bambina il giorno che la maestra è malata.
Già che di evocare incubi si tratta, E. ricorda con un brivido anche zombi, lupi- mannari, hooligans, vampiri con fauci da squali e i compagni di scuola che lo chiamavano Arturo Sempreduro davanti alle ragazze scambiandosi ammiccamenti e risolini sardonici.
In quelle occasioni era come se un’abbagliante, fortissima luce lo illuminasse obbligandolo a sbattere le ciglia ed a fare le smorfie, con grande divertimento dei presenti.
Se adesso E. sbatte le ciglia e fa le smorfie non si tratta di potenza del ricordo, ma del fatto che effettivamente una fortissima luce bianco- violetta lo sta accecando, mentre un grosso arnese di forma lenticolare si posa maestosamente sulla discarica.

Sempre coraggiosamente inscatolato come un paguro, E. non sa che il romanzo è iniziato (Bidone Scala A, condominio Serenità) e ripensa a tutti gli episodi brillantemente documentati dalle edizioni Sinistro Presagio – avvistamenti, incontri ravvicinati di ogni tipo, rapimenti a scopo di studio da parte di creature umanoidi o meno – e comincia a fischiettare quattro note hollywoodiane nell’abitacolo dell’auto.
L’astronave si posa sul piazzale, disturba la ricezione delle previsioni del tempo su tutte le TV della zona, determina inesplicabilmente l’istantanea autodistruzione di tutti i furgoni APE delle vie adiacenti ed un improvviso desiderio di tamarindo nei soggetti più sensibili.
… Una parte della lucida parete metallica scivola lentamente all’interno e nel fascio di luce azzurra si disegna una forma argentea, di aspetto umanoide, che leva la mano destra in alto in segno di saluto…
E. si scaglia fuori dall’auto sollevando a sua volta la mano destra, fischiando le famose quattro note e insieme tentando di sorridere. Si ferma a quattro passi dal disco volante, rigido e solenne come il protagonista di un film di fantascienza degli anni 50.
L’alieno scende gli scalini (… i suoi movimenti, calmi, misurati, sprigionano un’immensa forza ed insieme una pacata sicurezza, come se tutte le misere armi e la povera tecnologia umana nulla potessero contro di lui…), si avvicina (…nelle sue mani appare un oggetto metallico argenteo, probabilmente un’arma di inconcepibile potenza…), gli passa accanto, lo supera, si ferma davanti alle file dei ratti, fa un lento cenno del capo, si inchina leggermente e squittisce.


Qualche tempo dopo dall’astronave decollata dalla Terra parte una comunicazione indirizzata ad una remota base su un pianeta lontano lontano.
“Qui Pelagio, nave Voodoo. Segnalo la presenza a bordo di due esemplari della specie umanoide abitante il pianeta Foxtrot. In buone condizioni. Penso. Avvertite Philemus, se vi sembra il caso. Seguiranno ulteriori comunicazioni.”
Ciò detto il pilota dell’astronave sbuffa, si toglie il casco e la tuta imprecando a bassa voce per la solita cerniera inceppata e parte per le viscere della nave con l’intenzione ancora vaga di mettere qualcosa sotto i denti e farsi un pisolino, prima che i due umanoidi comincino a scocciare con le loro domande idiote.

5.10.18

Calibano: leggere attentamente avvertenze e modalità d'uso

Leggere attentamente avvertenze e modalità d’uso
 

Un romanzo come si deve, anche se scritto in italiano, deve avere perlomeno un protagonista, meglio due. Al corrente di questo semplice segreto del mestiere, ho già sottomano il tipo adatto.
Si chiama Edoardo Brizzi, nome non particolarmente significativo, lo ammetto, ma non privo di risonanze primo novecento.
Chiamato E. per comodità, Edoardo è un giovane magro e disordinato, di un sei-sette centimetri troppo alto per i suoi gusti, segregato dietro un paio di occhiali dalla montatura nera di plastica stile Clark Kent, normalmente abbigliato con jeans troppo larghi e dal cavallo calante come un sax scordato, magliette e felpe con scritte del tipo “Minnesota University”, “Beach Windsurfer”, “The best Scandinavian Maelstrom” e “Don’t worry, be happy”, accompagnate da cartine geografiche di paesi inesistenti o da disegnini di cicloidi accigliati o sorridenti.
Il suo guardaroba consta inoltre di un paio di k-way strappati sotto l’ascella per la mezza stagione, un montgomery del peso secco di ventidue chilogrammi (gli alamari sono di acciaio, signora. Durano di più) e una maglia Aral allungata dai ripetuti lavaggi fin quasi alle ginocchia (altezza di E.: un metro e settantanove).
Non si ama molto E. – l’avrete capito – si appende la roba addosso a casaccio, usa troppo la macchina e quando cammina striscia lungo i muri come Fra’ Cristoforo prima della conversione.
Ha capelli scuri e dritti, particolarmente al risveglio, mento scarso e collo lungo. Mastica cingomme o golia, ostenta sopracciglia folte ed aggressive e visto di profilo senza occhiali assomiglia vagamente all’ Anthony Perkins di Psycho.
Lo conosco da quando era alto così, quando mi dava fastidio vederlo viaggiare tra le mie cose da adolescente superimpegnato con i suoi pantaloncini corti e l’espressione a metà tra il rapace e lo stupefatto.
Interpellato sulla possibilità di diventare il personaggio principale di un romanzo scritto da un esordiente, ha avuto una strana reazione, a metà tra la diffidenza e la curiosità vanesia.
La vanità ha avuto partita vinta dopo una breve intima colluttazione ed ha accettato, probabilmente chiedendosi quale recondito lato di lui avessi colto.
Fortunatamente ha tenuto la domanda per sé: non avrei saputo cosa rispondergli.


Molti, a volte anch’io, lo considerano un vero cretino, ma è un giudizio parziale e ingiusto.
Tanto per cominciare Cretino non è una parola semplice, un insulto svagato, anonimo, tipo cornuto o figlio di Madre Ignota. No, Cretino vanta un etimo medieval – franco – chiesastico di tutto rispetto. Chretien, cristiano, si diceva degli scemi del villaggio, cioè di coloro che avendo incontrato da qualche parte il Supremo in persona avevano visto il proprio lumicino evaporare di fronte alla soprannaturale potenza celeste. Questo severo concetto di Dio, in nulla simile alla divinità pantofolaia e bretellona dei catechismi moderni, è quindi decisamente inadatto per definire i limiti intellettuali di chicchessia.
E poi la parola cretino mal rende la particolare qualità della stupefazione di E., una sorta di innocenza distratta e sognante, grazie alla quale capiva gli insulti una volta arrivato a casa da scuola e congegnava brucianti risposte la sera prima di coricarsi.
Magari scemo allora? Non va bene scemo?
No, il limite principale di E. non è la povertà ma l’eccessiva ricchezza intellettuale, le invadenti fantasie a ciclo continuo che provocano un ritardo costante nel suo contatto con la realtà.
La famiglia – tranquilla e operosa famiglia italiana, di quelle che non partecipano ai telequiz perché si vergognano e s’indignano davanti a corruttori e concussori – è ben conscia di questa caratteristica dell’unico figlio ed ha sempre preferito glissare, parlando prima di ingenuità e di candore infantile, poi di difficoltà di inserimento e di compagnie sbagliate, infine di simpatica immaturità.
Zitto zitto E. si è fatto tutte le sue scuole, navigando tra il sei e il sette e alla fine si è persino laureato con una tesi su Lino Aldani, Roberta Rambelli e la Fantascienza italiana anni ‘50 / ‘60.
Gli hanno dato due punti giusto perché meno di così non si fa.
Quando i suoi erano più giovani e avevano ancora voglia di parlare di lui hanno trascorso interminabili serate con i pochi amici a ricordare nonni zuzzerelloni e possidenti, ortocugini troppo studio/seriosi successivamente meningitici, traditi dalle mogli, invertiti o brigatisti, nonché sperduti zii imprevedibilmente brillanti, matti e sognatori ma fondatori di fiorenti imprese.
Qualche volta sono anche riusciti a convincersi.
Ma E. non sta più a sentire.
Si è stufato di queste riunioni piccoloborghesi fin dall’età di anni 6, anche se tuttora – anni 27 compiuti – non riesce a disincastrarsi dalla dolce sicurezza della famiglia. Come un adolescente è ancora impantanato tra la sua cameretta ed il bagno odoroso di lavanda dei genitori, dove, ormai abulicamente, reitera il suo peccato solitario al cospetto di imponenti foto di modelle dai seni e visi anonimi ma in possesso di un invadente, minaccioso pelo pubico.
Ognuno in campo sessuale ha diritto ai propri gusti, ma E. vive con un doloroso senso di colpa questo risvolto segreto della propria vita, nel quale la miopia ed una mentalità scientifica degna di un Van Leeuwenhoek si rinforzano a vicenda. Sospinto dalla sua bizzarra perversione ansima su ingrandimenti al limite dell’incomprensibilità, vicini alla foto aerea di zona boschiva virata seppia, come se la risposta definitiva alle sue pulsioni lo attendesse oltre un certo grado di risoluzione.


Mamma e papà non ignorano la peculiare predilezione del loro rampollo ma non confrontano mai le loro conclusioni in proposito per l’invincibile imbarazzo che li frena, lo stesso che ha impedito loro di provvederlo di una sana e completa educazione sessuale.
Si limitano ad un falso disinteresse, chiedendosi sgomenti prima di dormire se non sia il caso di provvedere al figlio un sollievo carnale mercenario in carne ed ossa prima che la sua libido distorta lo spinga ad abominazioni da rotocalco popolare.
– È un ragazzo che non dà preoccupazioni – dice abitualmente mamma. Ha un modo secco e rassegnato di dirlo.
– Sì, ma forse.
– È ancora giovane, deve solo trovare la sua Strada – ripete mentre papà, già parzialmente addormentato, immagina la Strada di E.. La immagina sterrata, fiancheggiata da foto ad ingrandimento crescente di intimità femminili e di sorridenti ritratti di calciatori con nome e ruolo scritto in basso su campo giallo. E. la percorre in Fiat 500 bordò a velocità crescente sbarrando gli occhi, come fa sempre quando non capisce qualcosa, fino a schiantarsi, lui e la sua vetturetta, contro un altissimo muro che riproduce le fattezze di Nostradamus nell’atto di degustare una coca-cola.
A quel punto della visione papà brontola, si solleva dal guanciale, cerca di ravviare il contingente simbolico di capelli che gli presidiano il cranio e legge un paio di pagine di un giallo, possibilmente molto violento e sessualmente torbido .
I calciatori nella visione del padre ci sono perché E. – come molti ragazzi – ha intensamente amato il calcio.
Ho ancora da qualche parte alcune sue foto nella squadretta del liceo, foto di cadute, falli, sgambetti e di occhiali con le stanghette assicurate con l’elastico finiti chissà dove.
Vieni a vedermi, a fare il fotografo a fondo campo? Andavo sbuffando, ma lui ce la metteva proprio tutta e alla fine dovevo anche consolarlo.
Come molti si è accontentato di raccogliere le figurine dei calciatori, allargando il suo interesse anche ai campionati anteguerra e alle eterne riserve che appiccicava nei posti di titolari con una specie di cupa voluttà rabbiosa.
Metteva Bencivenga o Chissachì – io non sono preparato come lui – centravanti della nazionale Campione del mondo e buttava Paolo Rossi in pattumiera. Alle volte a qualcuno disegnava gli occhiali con la biro blu.
Più recente è la passione per l’occultismo ed i fenomeni paranormali. E. possiede tutti i volumi pubblicati dalle edizioni Sinistro Presagio, specializzata in Narrativa fantastica seriale, Rivelazioni Ultime, Visioni Ultraterrene, apparizioni di UFO, Madonne, Angeli, Demoni, Elfi e Coboldi, Satanassi, Spiriti malefici ed inquieti ed infine profezie agghiaccianti. 



Curiosamente la sede legale delle Edizioni Sinistro Presagio S.R.L. risulta essere a Behemoth, pianeta Gomorra, particolare del quale nessuno si è mai accorto. Nessuno legge mai i “finito di stampare” e i “Proprietà letteraria riservata”.
Questa circostanza è però estremamente importante per il seguito della nostra storia, dal momento che sia Behemoth che il pianeta Gomorra, come pure il sulfureo proprietario della casa editrice, non sono una simpatica bizzarria ma solida realtà.
Sarà bene chiarire, a questo punto, che la fame di notorietà e lo smodato desiderio di essere rispettato ed amato non mi hanno corrotto fino al punto di nascondere qualche particolare fondamentale al protagonista del romanzo.
Infatti E. ha ricevuto le informazioni necessarie e le istruzioni relative al suo comportamento sotto forma di un biglietto succinto ma chiaro che ho provveduto ad attaccare personalmente con un pezzo di scotch sul cruscotto della sua 500, insieme a cinquanta sacchi per le sue piccole spese (un numero di Macrosesso, una capricciosa con un amico e il saggio i messaggi infernali vol.3°, sottotitolo: «come Satana vi parla attraverso i dischi di dj Francesco»).
Il fatto che il biglietto si sia staccato, sia stato calpestato dalle scarpe infangate di Armando Gerbone, amico d’infanzia di E., e in seguito abbandonato nel cortile della di lui casa per poi finire nel bidone della scala A del condominio “Serenità”, dovrebbe spingere a meditare sui molti aspetti della casualità e suggerirmi di cambiare marca di nastro adesivo.


Intanto (nel romanzo) un E. ignaro del suo destino, ma felicemente sorpreso per il cinquanta – quello sì rimasto attaccato al cruscotto – dopo le spese di cui si è detto ha pensato bene di andare a leggere il pregevole volume e a dare una golosa occhiata all’opuscolo scientifico nella calma della sua piccola auto, parcheggiata in qualche viottolo particolarmente squallido della periferia, possibilmente nei pressi di una discarica abusiva.
Individuato il sito E. accende l’autoradio sintonizzandola su radio Ultimo Sigillo, dove una voce nasale sta leggendo un elenco di apparizioni. Allunga le gambe, si gratta il naso ed estrae dall’involucro di cellophan il rotocalco, con uno sguardo che farebbe piangere la mamma.
E noi qui lo molliamo, un po’ perché non è bello spiare l’intimità di qualcuno, un po’ perché sull’argomento ne sappiamo già abbastanza, infine perché succede ben poco nella prossima mezz’ora e nè io nè voi abbiamo voglia di stare qui a contemplare la 600 bordò di E. o a litigare con le pantegane che allegramente popolano la scena. E già che di pantegane si parla…

3.10.18

Calibano: grigio su grigio


CALIBANO o L'Ultimo Spettacolo

Romanzo







Gli Etiopi dicono che i loro dei sono neri e con il naso schiacciato, I Traci che sono biondi e con gli occhi celesti.

(Senofane)



Spesso un’accanita stupidità è più inafferrabile e potente di qualsiasi raffinato calcolo.
(Faudo Thinbam)




Alla cara memoria del Dottor Quatermass







Grigio su grigio.




La città è un’ombra incerta nel riflesso impolverato del cristallo.
In alto la vetrina del negozio è decorata di geroglifici di calce: cerchi, scarabocchi, fulmini rovesciati, onde, semplici macchie tondeggianti come nuvole sporcate dal fumo.
All’interno, tra la polvere bianca e le scatole sfondate navigano sereni i muratori. Hanno maglioni bucati al gomito, pantaloni sformati e scarpe incanutite. Appaiono e scompaiono tra i fogli di giornale incollati ai vetri, ombre di neon intessute di minuti caratteri tipografici.
Sul fondo del negozio è acceso un piccolo TV che nessuno guarda.
Mick Jagger, chiuso nella cornice nera dell’elettrodomestico, estrae una lingua spropositata, biancastra, indice certo di una vita sregolata, oltre che di cattiva digestione.
“Fammi vedere la lingua” diceva la mamma quando accusavo un’indisposizione che – senza arrivare al dolore o alla febbre – sembrava promettere bene. Ubbidivo e spiavo con gli occhi rovesciati la sua espressione, generalmente improntata a scetticismo.
Più tardi, procedendo verso la scuola mi fermavo a spiare la lingua traditrice nelle vetrine senza grandi risultati. Scrollavo le spalle e proseguivo curvo sotto il peso della cartellona con dentro l’epica.
Uno dei muratori mi guarda e solleva una mano. Ritiro la lingua estratta soprappensiero, e riprendo la strada verso il lavoro.


Come ogni mattina non vi sono dischi volanti caduti nell’incrocio tra i due corsi, cioè al capolinea del 21, nè uno sbarramento di soldati in divisa mimetica che rassicurano che non è avvenuto nulla, mentre la spropositata testa di un dinosauro fa capolino dietro un condominio dai balconi sbeccati come vecchie tazze.
Non ci sono fughe disordinate di uomini dai pantaloni larghi come dirigibili né di donne con cappellino inseguiti da una marmellatona gigante allo stato brado. Non vedo nessuno con uno sguardo vuoto e posseduto, pronto a prendere il comando di questo insulso paese, nè legioni di formicone che vessano a morte un’anziana dama con cagnolino obeso e intossicato dalle caramelle.
È tutto come sempre, prevedibile, digeribile, e il massimo di avventura che mi è concesso consiste nell’affrontare la macchina distributrice della scuola e riuscire ad estrarne un caffé senza zucchero con latte freddo.
Eppure sarebbe così facile abbandonarsi alla cieca meccanica, sorbire beati il tè bollente con un fondo di zucchero alto un dito e l’aroma di limone simile a quello di un detersivo per piatti. Tutti i miei colleghi si sono già arresi a questa droga e persino chi proviene dal Sud ha finito per cedere, facendo propria questa inglesità meccanica.
Io no. Ho già ceduto su molti principi ma su questo non transigo e continuerò a gettare nel lavabo della toilette degli insegnanti l’oscena mistura prodotta dalla “Rivabo s.r.l. – Macchine per ristorazione”.
Perché la Rivabo ecc. produce macchina così intrinsecamente fallimentari? Puro calcolo, con relativo capitalista che si sfrega le mani: “Questo mese abbiamo risparmiato 126.55 euro in caffè” in consiglio di amministrazione (applausi), oppure la semplice realizzazione delle teorie sul caos “Un battito d’ali di farfalla in Cina può impedire a 52 insegnanti italiani di bere un caffé decente”?
Mi vengono sempre in mente troppe cose contemporaneamente e quello che è peggio che non sono mai quelle che parrebbero più pertinenti. Ho letto troppi libri da piccolo e ascoltato troppi film.
Ascoltato, ho detto: i genitori mi mandavano a letto dopo Carosello.
La faccia di Edward G.Robinson l’ho conosciuta solo nell’adolescenza mentre doppiatori e rumoristi sono familiari alla parte più profonda del mio cervello come i baci della mamma e mi provocano tuttora un languore indefinito, estenuato, come certi profumi o certe musiche.
Dopo è diverso, viene fuori il senso critico, la necessità di fare bella figura in una discussione, il cervello portato all’occhiello come un distintivo. “Intellettuale”, dice il distintivo, “anche di sinistra”, aggiunge la riga sotto, più piccolo.
“Che nausea” dopo un po’ vien voglia di aggiungerlo da soli.
L’isola delle Prime Impressioni si allontana, diventa una linea appena percettibile adagiata sull’orizzonte. C’è sempre, a volte basta un attimo per approdarci, ma il più delle volte è irraggiungibile e non rimane che struggersi e diventare noiosissimi come tutti quelli che rimpiangono senza meglio definire.


Adesso vi racconterò una storia, pochi o tanti che siate.
Potete provare a immaginare di ascoltarla, come si ascolta – senza vederlo – un film, perché di questo si tratta.
Immaginatevi pure i doppiatori, se vi piace e le labbra degli attori che vanno per conto loro mentre nell’aria vibrano le parole “Non hai fatto altro che mentire finora, bambola”.
Sicuramente nessuno lo girerà mai davvero, anche perché i film che si girano nel chiuso della mente hanno luci e visi mai del tutto precisati e soffrono di interruzioni improvvise, “…dov’è quel quaderno lilla, quello con i cagnini? Hai rimesso in ordine un’altra volta?…”.
Avete mai provato a entrare in un cinema a chiedere del quaderno lilla con i cagnini, voi?
L’azione riprende ma i cagnini lilla (forse i cagnini erano bianchi a pois senape su sfondo lilla, o cremisi o indaco) scorrazzano per un bel po’ nel cervello, emettono stridii infastiditi, fanno cadere oggetti e infestano la scena della battaglia di Borodino di Guerra e Pace come peluche inseriti dal fratellino nel luogo del feroce agguato di ambientazione western.
Vengono male i peluche come mostri, anche a mettercela tutta.
In casi del genere ci si può comportare da bravi fratelli maggiori e trasformare il Dolce, Piccolo Leprottino Zuzu in un orrendo mostro che divorerà tutti senza distinzioni di razza e nazionalità (almeno questo di bello mostri e alieni ce l’hanno), oppure uscire dai gangheri senza preavviso e menare il fratellino rompiscatole tentando di salvare l’unità dell’azione, della percezione, della fantasia.
Ecco, io lasciavo che D.P.L. Zuzu animato dalla mia sorellina (adeccio ‘riva Giugiu che maccia tutti) facesse scempio dei miei cowboys & indiani senza scaldarmi troppo a difendere un’ipotetica unicità.
Sapete quindi cosa aspettarvi da questo romanzo.


28.9.18

Un vecchio romanzo, tanto per ridere

È più di un mese che non scrivo nulla su questo blog. Quanto sarebbe sufficiente a buttarmi fuori dalla compagine dei blogger. Ne sono ben conscio e, sinceramente, non mi sono mai considerato un vero blogger, al massimo uno che ogni tanto perde tempo davanti alla tastiera di un pc. 
Ho avuto particolarmente da fare in questi due mesi, in particolare a tentare di arredare una casa in montagna acquistata a un ottimo prezzo ma in condizioni non del tutto ottimali...


Questo nonostante l'espressione soddisfatta di mia moglie. 
Abbiamo dovuto (non nell'ordine): disfarci in qualche modo di mobili sia vecchi che "antichi" ma di valore pari a zero, sbarazzarci di quadri (Teomondo Scrofalo e affini) e immagini sacre (dozzinali) che, da bravi atei, trovavamo ridicole, ridipingere uno steccato (lavoro da terminare), ridipingere un muro della cucina, ridipingere ringhiere esterne e delle scale interne (altro lavoro da terminare) rintuzzare un'invasione di formiche (che in montagna è tutto tranne che una novità), eliminare alcune mantovane, reti da letto e materassi obsoleti, stuccare la cantina, lavare e incerare tutti i pavimenti in legno, eliminare il muschio dai muri esterni,  ridurre l'umidità degli ambienti, valutare la possibilità di riutilizzare il riscaldamento presente, acquistare nuovi mobili (IKEA, Leroy Merlin, Self, Brico) risparmiando il più possibile, acquistare nuove luci eliminando i pletorici e pesantissimi lampadari originali, acquistare vernici, stucchi, smalti, antimuffe e stucchi per legno… e mi fermo qui più che altro per non schiantare nessuno sotto il peso del mio elenco. 
Agosto se n'è andato così, con la gioia per la nuova casa e con la fatica che alla sera ci metteva tutti e due a letto dopo aver sonnecchiato sulle sedie o in poltrona. E settembre ha imitato agosto, anche se con la soddisfazione di vedere man mano la casa cambiare. Casa nella quale, comunque, non abbiamo ancora dormito, visto che i piedi dei due letti a doghe che avevamo recuperato dalla cantina di mia madre avevano rispettivamente gambe di 35 cm e di 30 cm. Avremmo anche potuto dormirci, certo, ma come fratello e sorella in una camera vuota come una cella monastica. 


Ma non ho avuto soltanto questo "problema", in realtà soluzione di un'antica passione – risalente più o meno all'infanzia – di mia moglie e mia, ma anche quello del trasloco di mia figlia e del suo nuovo lavoro, in realtà uno stage, ma condotto presso uno studio che rappresenta il suo ideale di lavoro. 
E millemila altre cose, talmente tante tutte insieme che ho persino lasciato da parte LN-LibriNuovi, ho letto a fatica (e senza ancora terminarli) i testi che dovevo leggere in quanto beta-reader, quelli da leggere per lavoro o per fornire una recensione o un parere… 
Ho il sospetto che non poche persone covino un certo risentimento nei miei confronti, a questo proposito, ma non posso che giurare che leggerò tutto quello che ho promesso di leggere non appena possibile. 
Inutile dire che il mio rapporto con i libri letti per diletto è sostanzialmente scomparso. Ho iniziato a leggere almeno tre libri ma soltanto di uno (Tokyo Soundtrack, di Furukawa Hideo) ho girato il capo di Buona Speranza, ovvero la metà del testo. È un libro di settecento pagine, va bene, ma lo leggo dalla metà di luglio. 
Oltre questo mi hanno comunicato soltanto ieri pomeriggio che il mio racconto per la futura antologia «DiveRgender», pur essendo stato apprezzato in sé, era fuori tema, come si dice a scuola anche dei compiti ben scritti ma che sono comunque tangenti e non secanti a ciò che viene proposto. Sinceramente il mio stupore è stato fatto più di depressione all'idea di doverne scrivere un altro (il terzo, dal momento che il primo non l'ho nemmeno inviato, visto che con i suoi 90.000 e passa caratteri superava largamente il termine proposto...) che per il giudizio. Personalmente sono convinto che il racconto sia buono, ma concordo che le aploidi umane non sono una minoranza sfruttata (finora) e che una storia della Corrente può non essere adeguata per un'antologia distopica.


In tutto ciò è evidente che questo povero blog rischia di essere semplicemente dimenticato, a parte ogni considerazione sulla sua utilità e sulla necessità di postare qualcosa.  Avrei non poche cose da dire sul nostro attuale governo e sui quattro tarli che lo popolano, tutti ugualmente ansiosi di rosicchiare la sedia a fatica guadagnata («e il PD allora?»... va bene, va bene...) ma le cose da dire sono davvero troppe e, vista l'aria che tira, cadrebbero nell'assoluto non cale. 
Sicché a questo punto dovrei scegliere se scrivere qui una volta ogni due mesi o chiudere decisamente il blog. La prima possibilità non mi piace e la seconda mi aggrada ancora meno. Poi qualche giorno fa più o meno all'alba mi è venuta un'idea (stupida quanto volete, va bene, come succede alle idee partorite dal dormiveglia) di pubblicare proprio qui un mio vecchio romanzo che non ho mai avuto il coraggio di sottoporre a nessuno… No, per la verità l'ho sottoposto a un editore che me l'ha restituito sbrigativamente commentando: «Troppi personaggi». Un romanzo, dicevo, di un tipo di fantascienza non comune, dal momento che si tratta di una storia buffa, sul modello di Guida galattica per austoppisti di Douglas Adams o di Terra!di Stefano Benni. Il suo titolo è Calibano e si potrebbe definire – ed è stata definita – una Space Opera delirante, nella quale mi prendo gioco non solo della fantascienza ma anche di tutto ciò che ci circonda, a cominciare dalle assurde forme di governo che l'umanità si è data nel corso della sua breve storia per arrivare ai nostri usi e costumi, alle nostre comunicazioni, ai nostri media e alla nostra intolleranza per le comunità straniere, pensando quanto sarebbe divertente far incontrare un legaiolo medio con un alieno… 


Pubblicherò il romanzo con intervalli variabili tra i tre giorni e la settimana e penso che ne avrò per qualche mese. Ovviamente qualsiasi commento, critica, stroncatura o minaccia sono più o meno graditi. Unica cosa, che ripeto qui nella speranza di non ripeterla ancora: «Il romanzo è nato dalla suggestione sviluppata da Guida galattica per austoppisti e alcune soluzioni stilistiche o d'intreccio sono evidentemente derivate da quello.» Quindi fatemi il favore di non dirmi «Ma assomiglia un po' a quell'autore inglese, quello dei Monty Phyton…». La risposta sarebbe inevitabilmente: «Lo so, l'ho fatto apposta». 
Ultimo particolare: so benissimo che pubblicare un romanzo in un blog è come gettarlo via ma non sto cercando un editore per Calibanoromanzo agée come il sottoscrittoe sarò contento se diverte qualcuno, punto e basta. 
Arrivederci mercoledì o giovedì prossimo.

7.7.18

Questo è un discorso aperto su FB…


… e che ho promesso di riprendere anche sul blog. 
Una piccola premessa: ciò che apparirà in questo post non ha nulla a che vedere con qualunque riferimento al mio livello attuale di scrittura. In sostanza qualunque riflessione o osservazione su me stesso sarà condotta puramente e semplicemente sui motivi profondi della scrittura e non sul modo più o meno corretto e ragionevole di disporre le parole, le frasi, la punteggiatura (ah, la punteggiatura…), i ritorni a capo, gli incisi, il monologo interiore, il backup, la metonimia…
Aggiungo che saranno sostanzialmente due chiacchiere in libertà, su un hobby particolarmente interessante (per me). 
«A parte il Lego»
Sht, sht, silenzio. Non è…
«Prova a dire che non è vero.»

Allora. 
Parliamo del mio hobby PREFERITO, ovvero scrivere righe dopo righe per mettere insieme, costruire e infine disporre in bell'ordine racconti, romanzi e altre cose simili. 
Ciò che ho scritto su FB è stato: 

«Il fatto è che scrivo, con alterna fortuna, ma non è questo il punto. Il dato interessante – perlomeno per me – è quando avevo tra i trenta e i quarant'anni scrivevo come se non esistesse un domani.Ricordo di aver scritto un romanzo in tre mesi, di aver condotto una prima stesura di seicento pagine per un fantasy (NON tolkeniano) interminato e impubblicato, altri tre lunghi romanzi di sf, dozzine di racconti, una sceneggiatura e sicuramente dimentico qualcosa. E, all'epoca, lavoravo per una decina di ore al giorno e con ritmi che non mi permettevano di scrivere qualcosa in libreria.
Adesso, una volta superati i sessant'anni per scrivere una (1) pagina mi ci vuole almeno un paio d'ore, tre ore contando le correzioni che faccio a ritroso sul testo. Per scrivere un racconto mediamente lungo (cinquantamila battute) ho speso la bellezza di sei mesi e, per la verità, non lo considero nemmeno terminato da un punto di vista formale. Una volta scrivere era una gioia e una liberazione ed ero ansioso di far sentire a chi aveva la relativa fortuna di conoscermi un brano delle mie sudate carte (
sic), mentre adesso scrivo soltanto dietro pressione da parte del mio famoso SuperIo e non leggerei una riga di qualcosa di mio a nessuno, a meno di considerarla in qualche modo terminata.
Sono diventato più saggio o mi sto allegramente rimbambendo? 
»

Il megapippone continuava poi elogiando un certo numero di autori che mi sono particolarmente cari e che ammiro senza riserva e sottolineando il valore di hobby e/o passatempo per la scrittura, una volta stabilito oltre ogni limite ragionevole che guadagnare all'incirca in media 200 € / anno mi permetterebbe di sopravvivere per pochi mesi in qualche sperduta isola dell'Oceano Indiano ma certo non in Europa. 
Quindi non essendo uno scrittore in senso proprio, posso autodefinirmi un libero autore, decente come estensore di storie, ma non un professionista. 

Solo un piccolo chiarimento prima di proseguire, anche per rispondere a un'osservazione particolarmente interessante nata dalla discussione avvenuta su FB. Non posso onestamente dire di aver perduto la passione per la scrittura con il trascorrere degli anni, semplicemente (e qui tocco un altro aspetto interessante della discussione) mi rendo conto che altri hanno dedicato molto più tempo (o molto più impegno) di me a tale esercizio ovvero – e qui tocco un altro aspetto molto delicato – erano semplicemente molto più dotati di me nella scrittura. Ovvero avevano un maggior talento. O semplicemente avevano talento mentre io non ne ho. 
Il Talento, una delle aporie assolute che appaiono in forma quasi clandestina, pronunciata a bassa voce in qualsiasi gruppo di Scrittura Creativa, l'elemento che è bene non citare, lasciando che ognuno si illuda di possederlo, mentre si spendono parole per glorificarlo. Uno dei vantaggi del tempo che passa è lo scolorarsi del terrore di non possedere talento. In realtà un'onesta applicazione può surrogarlo con una certa efficacia, si scopre, e si arriva a pensare che il talento può non essere definitivo, che può apparire in certe storie e scomparire in altre, che una storia talentosa la possono scrivere in molti, ma da questo a durare nel tempo ce ne corre. E ciò che si apprende – con sgomento – è che la mancanza assoluta non solo di talento ma di semplice capacità di raccontare una storia appena decente e magari un minimo originale è una «dote» che accomuna decine e decine di scriventi, tutti seriamente convinti di aver raccontato una bella storia, agendo sotto l'effetto della suggestione di storie viste al cinema, su striscie o (molto raramente) in racconti o romanzi. Leggere e rileggere un racconto o un capitolo del nascituro romanzo continuando a trovarla praticamente perfetta è la maledizione di chiunque scrive, compreso il sottoscritto.  L'unica soluzione è quella di nascondere il manoscritto – anzi farlo nascondere da una persona fidata – pregandola di restituircelo soltanto un mese dopo. O due. O tre…


Quello che riporterò più avanti è un brano tornatomi in mano in questi ultimi mesi, parte del primo romanzo che scrissi «seriamente» a un'età compresa tra i venticinque e i trent'anni.


Kreb si alzò in piedi a sua volta, pallidissimo: – Il Conducator non se ne andrà. – La voce del Vicario aveva una sfumatura sovracuta, come nell'imminenza di un attacco isterico: – L'ho invitato io, IO! Se viene allontanato lui, io lo seguirò. Io sono il Vicario e posso apportare cambiamenti ad ogni struttura e creare deroghe ai regolamenti!

Chiarisco che si tratta di un brano tratto da una scena a forte impatto drammatico, che cambierà l'ordinamento politico del governo da un status autoritario – ma che permette la sopravvivenza di un'opposizione politica – a una brutale dittatura militare. 
Aggiungo che uscivo in quegli anni dall'esperienza (catastrofica) della Nuova Sinistra e, reduce da un viaggio in Polonia, mi proponevo, scrivendo, di denunciare «ogni forma di dittatura», dal capitalismo selvaggio al socialismo di stato, tanto è vero che il pianeta dove si svolge la vicenda ha non pochi punti di contatto con uno dei paesi del «socialismo reale». 
Ultimo particolare, nella faticosissima riscrittura di questo romanzo – che non so se vedrà mai la luce – le quindici / venti pagine raccontate saranno eliminate, e non perché abbia cambiato idea politica ma semplicemente perché raccontare una vicenda complessa come un colpo di stato puntando su pochi «caratteri», sia pure esasperati, semplicemente non funziona, né può funzionare. 
Perché?
Rispondere non è facile e, almeno in parte, mostra quanto profonda sia la convinzione della possibilità di utilizzare in modo retorico una narrazione, ovvero di convincere i lettori di una causa che si ritiene urgente e importante.
Ho profondo rispetto per la retorica come strumento di dibattito, ma ne ho ben poco per il suo utilizzo in campo narrativo. Ho vissuto abbastanza anni per rendermi conto che anche coloro che vedono il mondo in modo antitetico al mio hanno bisogno di un lungo percorso – in realtà non troppo diverso da quello che dovrei compiere anch'io – perché arriviamo a condividere un'analisi e una conclusione. La narrativa è un ottimo strumento di ascesi ma un pessimo strumento di convinzione e non si dovrebbe scrivere sapendo esattamente dove si vuole giungere


Il brano riportato, a parte i suoi difetti di carattere stilistico, ha il grosso limite di cercare di indurre il lettore a schierarsi, non facendo appello a quel substrato di emozioni, ricordi, intuizioni, complicità, comprensioni e riflessioni che tutti condividiamo, ma solamente al nostro io quotidiano, quello che ci fa giudicare frettolosamente il mondo per categorie.
Un racconto o un romanzo non sono un volantino né un volantone e le nostre buone ragioni hanno bisogno di un soccorso più profondo, più intenso per risultare credibili, facendo appello alla nostra carità per costruire un teatro dei sogni che possa interessare anche chi non condivide le nostre idee.  
Direi che a questo punto è forse più chiaro perché un tempo «scrivere era una gioia e una liberazione» mentre ora è divenuta una fatica autoimposta, una chiamata alle armi della coscienza e comunque non una facile e ardita discesa in campo contro gli incubi. 
Ciò che scrivo adesso non è affatto detto sia migliore, più godibile o più comprensibile di ciò che scrivevo un tempo ma, pur restando una gioia profonda, mi obbliga a riflettere e a cercare di comprendere. Come risultato sono diventato molto più lento nella scrittura e paradossalmente molto più spietato, ma sono arrivato a credere nella complessa innocenza feroce dei miei personaggi, esattamente come credo nella mia. 
In ogni caso posso dire che compiere tutto questo percorso mi è stato utile.
Il che non è poco, in fondo.