18.2.16

L'ultima parola all'ignoranza


E ora, definitivamente lasciatami dietro le spalle Ferrara, è il momento di fare qualcosa di serio. 
Ma che cosa?
Ecco, oggi mi sono seduto dietro il pc senza avere un'idea nemmeno vaga di che cosa scriverò. Potrei parlare degli ultimi libri letti, certo, se non fosse che due di loro devo ancora terminarli – manca poco, certo, ma è così –, o potrei parlare della legge sulle unioni civili, se non fosse che mi viene la nausea ad assistere alle mille contorsioni di chi è favorevole ma vuole fare un dispetto a Renzi (che se lo merita, certo, ma si parla di vite reali e non di sacchi di letame) e mi ripugna chi si dice contrario unicamente per cercare di prendere i voti di chi non sa nemmeno in che mondo vive. 
Potrei parlare dello scandalo sanità in Lombardia, regione che mi diede i natali alla quale sto pensando seriamente di restituirli, proclamandomi nativo delle isole Tremiti o di Grau im Vinschgau nel Tirolo del sud. Ma anche questo tema mi disgusta a sufficienza perché so bene che si tratta della semplice punta di un iceberg e scoperto un tagliagole, sia pure puro e duro come un legaiolo della prima ora – un alte genoße [*]–, ce ne sono altri cento che continuano a operare. 
Potrei affrontare il tema dell'attuale situazione economica, con esiti terrificanti sul mio umore. Probabilmente finirò per parlarne, certo, ma non oggi. Oggi no. 
Potrei parlare della narrativa e della sua sorte in Italia e altrove, ma mi basta la sensazione di esasperazione che riesce a darmi la vetrina della Feltrinelli Village a cento metri da casa mia, a farmene passare la voglia.  Per non parlare della sf, una narrativa dimenticata in Italia
Ecco, potrei parlare del lessico in fantascienza, della fatica considerevole di allineare poche migliaia di parole che siano da un lato comprensibili a molti, se non a tutti, dall'altro accettabili per i pochi ma incontentabili SF Masters ben celati nei gruppi di appassionati.

 
Per quanto riguarda il lessico della sf, un tipo particolare di narrativa che, per vari motivi, non ha mai avuto una grande presenza in Italia, c'è innanzitutto da chiedersi che cosa si possa pretendere da un popolo penultimo in Europa per il titolo di studio, per il numero di libri/anno, per il numero di ricercatori sulla popolazione... La vicenda narrata in un libro di fantascienza, anche il più scadente che vi viene in mente, comporta la conoscenza di qualche rudimentale competenza scientifica. Se non avete idea di che cosa si tratta parlando di «androidi», di «OGM», di «chip», di «nana rossa», di «fusione nucleare» siete automaticamente tagliati fuori dalla possibilità di fruire decentemente di un romanzo di sf. 
«Beh, una volta la sf non c'era. Faranno come una volta»
Come nel medioevo? 
E poi, se non sai che cos'è un OGM, come puoi giudicare la liceità di ciò che combina il tuo governo? Se ignori la differenza tra fusione e fissione nucleare riuscirai a capire un rischio di guerra o di guerriglia nucleare? O saprai difenderti da un chip che controlla i tuoi movimenti? O saprai come regolarti nel caso di androidi che verranno utilizzati al posto di manodopera umana? 
Non si può essere ignoranti di scienza, perdincibacco. E, più in generale, non si può essere ignoranti di questi tempi... Ma probabilmente non si poteva essere ignoranti nemmeno nel Medioevo, nel Rinascimento, durante l'Età dei Lumi o nel bel mezzo dell'Ottocento. 
Per non essere ignoranti, per avere una competenza di base in ogni materia è necessaria una buona scuola, un limite inferiore di età di studio posto a 18 anni,e investimenti su ogni fascia di insegnamento, dai 2 anni fino alle scuole di perfezionamento. E anche dopo, creando la possibilità di aggiornamento professionale anche durante la vita professionale e oltre, fino alla pensione. Non solo per leggere fantascienza – ovviamente – ma per poter dare un giudizio informato su ciò che accade nel mondo. Per liberarsi di idee cretine e infondate sui mussulmani o sugli omosessuali – e su tutte le categorie umane che man mano salgono sul palcoscenico della storia – e per provare a comprendere quando vi stanno prendendo in giro.  
Impossibile?
Magari è così, ma se non ci proviamo mai come faremo a capire se è possibile farlo?    
La conoscenza, la Cultura sono un modo per allargare la mente, per rimanere giovani, per socializzare – meglio e di più che attraverso i social network, solo un apparente regalo delle major della comunicazione in realtà interessate unicamente al nostro personale modo di consumare –, un modo per resistere a chi ci vuole impoverire, a chi ci vuole espropriare della possibilità di decidere della nostra vita


«Sì, però il mondo è pieno di cretini».
Ci sono momenti in cui tendo a crederlo anch'io, soprattutto quando mi capita di perdere un po' di tempo leggendo gli interventi del pubblico a seguito di articoli o di servizi giornalistici. Non solo cretini ma anche irragionevolmente litigiosi, puritani ma solo se provocati, maschi perché ciecamente intransigenti o femmine percnoiosamente dignitose, PERENNEMENTE ARRABBIATI come si può intuire dall'uso della maiuscola, in qualche caso semplicemente volgari, spesso inutilmente polemici. Ma a voi non viene il dubbio che sia il mezzo a determinare questi comportamenti da alunno di scuola media poco dotato? Che l'internet libertario sia semplicemente un bidone che rischia spesso di divenire la parete di un cesso pubblico? Che sia la possibilità dell'anonimato a scatenare tutto il rancore represso di individui frustrati?
Su «Le Scienze» di questo mese è appena uscito un articolo dal titolo: «L'era della disinformazione. – Come l'espansione dei social network favorisce la diffusione incontrollata di informazioni false e teorie del complotto.» E questa è l'altra faccia di una cultura del fatto apparente, della condivisione di idiozie e di immagini farlocche, una cultura fake ma facilmente praticabile da tutti, basata su insinuazioni, dubbi, male parole, messaggi "da far girare" e gomblotti.  
Non per caso la cultura di base di molti simpatizzanti per M5S. 

 
Lo so, in apparenza mi sono allontanato dal tema dell'ignoranza, ma in realtà si tratta soltanto di un epifenomeno dell'Ignoranza trionfante. Uno dei corollari di una cultura decente è un grado accettabile di attenzione e di educazione. Esattamente quello che sembra sempre più spesso mancare. 
D'altro canto è vero che se ciò che conta è la possibilità di spendere, non si capisce perché mai un Donald Trump, un vero miliardario, debba avere un briciolo di educazione nei confronti di un ispanico o di un mussulmano, poveri per colpa loro, male in arnese e (ovviamente) animati da cattive intenzioni e debba preoccuparsi di non affermare manifeste idiozie: in fondo chi lo ascolta è disponibile a credere a tutto ciò che va dicendo perché «Lui è uno di Noi». 
L'attenzione critica è un bene sempre più raro e l'educazione non è purtroppo un lascito che il pensiero liberale abbia lasciato ai nostri tempi. 
Ma bisogna battersi contro l'ignoranza in ogni occasione, perché è la dolce mamma del populismo più becero, attuato da chi ha buoni motivi per suscitare le paure più profonde – e meno motivate – con pseudonotizie che non resistono a un'indagine appena appena corretta e interpretato da un branco di individui dell'età mentale di uno studente di seconda media. E non dei più furbi.       
Ecco, la differenza tra Berlusconi, che ammoniva i suoi agit-prop [**] con l'avviso che «l'italiano medio è fermo all'età mentale di un ragazzino di nove anni poco intelligente» e di chi fa il possibile per migliorare lo stato delle cose è la convinzione che non si debba pensare che l'italiano medio sia definitivamente così e che, comunque, sia possibile migliorarlo. In linea di massima la differenza tra un reazionario e un progressista. 
«La butti sempre in politica. Eri partito con il lessico in fantascienza e sei arrivato a Berlusconi...»
Non era nelle mie intenzioni, giuro. Ma il fatto è che i problemi sono come molecole di lipidi, ti sposti da un atomo di carbonio all'altro e...
«Prego?»
No, no, non importa.
Lessico facile, facile, facilissimo.    



[*] Alte genoße, «vecchi compagni» è il modo con il quale Hitler indicava i suoi compari del tentativo di putsh di Monaco di Baviera. Non sono io a essere esagerato, è la Lega ad essere sostanzialmente criptonazista. E sempre meno cripto-, per la verità.

[**] Lo so, agit-prop è una parola coniata da «Il Candido» di Giovanni Guareschi per designare i sostenitori del P.C.I., come individui convinti ma assolutamente ciechi e pronti, ovvero i famosi «trinariciuti». Una definizione che mi sembra perfettamente adatta per gli attivisti di Forza Italia.

12.2.16

Di ritorno da F.

Sì, sono tornato. A casa, in Via Ellero 25, di fronte a un alloggio in ristrutturazione con relativo scarico costante di materiali, trapani in azione, camion parcheggiati sotto casa; sotto i miei vicini del piano di sopra, vittime di due bimbi di 2 e 3 anni, particolarmente lagnosi e piangiolenti soprattutto di prima mattina e in tarda serata; di fianco a una famiglia rumena di incerto numero e composizione, formata da almeno due badanti, un meccanico o forse un camionista, un giovane tombeur de femmes forse studente o forse lavoratore part-time, la sua compagna dell'occasione – durata massima del rapporto: un mese – e un certo numero di bambini, da 1 a N, in rapporto alle feste e ai genetliaci. 
Sì, sono tornato a casa e ne avrei fatto volentieri a meno... Anche se non ne voglio ai miei sovrabbondanti vicini. Né alla città che mi ospita da un numero impronunciabile di anni. 



Ma io, tanto per dire, adoro i chiostri e la loro quiete. 



e adoro l'architettura seicentesca. Con i trompe-l'oeil, falsi o anche veri, come qui, nel cortile del teatro di Ferrara.
Ma in realtà è tutta Ferrara ad avere un gusto stranamente anacronistico, una curiosa venatura di stranezza in equilibrio tra i suoi secoli d'oro e la sua natura di città di confine tra l'Emilia-Romagna e il Veneto. Altrettanto curiosa è la fissazione bellica di una città che è stata la capitale di un breve e piccolo impero...

 
 ... tanto da mettere un cannone d'epoca lungo più o meno tre metri davanti all'ingresso del castello. In mezzo alla città. E dove alcuni individui, al momento del mio arrivo, stavano duellando in abiti del '600.

 
Ferrara è però anche una città molto vivace, da un punto di vista culturale. In questo periodo c'è una mostra dedicata a Giorgio De Chirico, che trascorse a Ferrara un lungo periodo di convalescenza durante la prima guerra mondiale, in compagnia del fratello – Alberto Savinio e dove conobbe Carlo Carrà e Filippo De Pisis


Avete mai guardato con attenzione lo sfondo dei quadri di De Chirico? Io ho avuto la netta sensazione di riconoscere qualcosa di appena visto...

 
Ma Ferrara, nonostante il suo passato antifascista, ben raccontato in un interessantissimo volume edito dal Comune di Ferrara e dall'ANPIdiede i natali a un soggetto come Italo Balbo, paladino degli Agrari e della piccola borghesia locale, all'impegno del quale si devono, probabilmente alcuni curiosi edifici, nonostante tutto divertenti nel panorama della città.


Altro piccolo particolare, Ferrara è letteramente pieno di chiese, una ogni cinquanta metri o giù di lì, delle quali molte inevitabilmente chiuse.





Ma Ferrara è stata anche la sede di uno dei maggiori ghetti ebraici d'Italia e ha tuttora un piccolo cimitero ebraico. Sospetto sia piccolo – come altri cimiteri visti in Germania — essenzialmente perché molti degli ebrei cittadini non sono morti qui.

 
Molti i vicoli, una visione strana per un torinese sia pure di adozione come il sottoscritto. Inevitabile fotografarli, nonostante la presenza di mia moglie:


Immancabile l'Ariosto, con regolamentare corona d'alloro, effigiato nel bel mezzo di Piazza Ariostea:


È fatta di una strana sostanza, Ferrara, qualcosa che dà la sensazione di esserci stato ma forse soltanto di averla sognata. 
«Manca il castello» potrà commentare qualcuno e io lo accontento così: 

 
Questo è il plastico del castello, ospitato inevitabilmente dentro il Castello insieme a una mostra spettacolare sugli Estensi. E questa ve la risparmio.
Comunque una città davvero unica, Ferrara, che mi ha lasciato un ricordo incancellabile. Oltretutto l'ho girata con chi, se non altro per motivi di paternità, la viveva come una seconda patria perduta. 
Diciamo che non è affatto detto che non ci ritorni. 
 


 

5.2.16

Via, verso Ferrara


Sì, parto. 
Passerò quattro giorni nella città degli Este, in compagnia di mia moglie, lontano da Torino, dagli impegni e da internet. 
O forse non del tutto, dal momento che porterò comunque con me il pc portatile. Già, perché mia moglie deve comunque terminare il racconto per ALIA 2.0, in ogni caso, anche sfruttando l'aura magica della città.
Ma perché Ferrara?  
Beh, si tratta della patria del padre di mia moglie — a rigore mio suocero – scomparso nel 1980, ma tuttora ben vivo nei suoi ricordi. Si tratta di una città di cui ho sentito parlare, che ha accompagnato il racconto della vita di mio suocero, venuto a vivere in Piemonte già prima della guerra e primogenito e "condottiero" di una numerosa famiglia che lo ha seguito nella sua avventura in terre straniere. La sua vita è stata prevalentemente piemontese, qui ha combattuto nella Resistenza, qui si è sposato e ha allevato la sua unica figlia, ma il ricordo, vago ma persistente, della tua terra natale era sempre presente nei suoi discorsi e sottilmente, quasi inafferabile, nel suo modo di parlare, al 90% simile a quello di migliaia e migliaia di altri torinesi e per un 10% interamente suo. 
L'ho conosciuto per breve tempo, solo per tre anni, ma quanto basta per alimentare la curiosità per una città dal passato ducale, a un tiro di schioppo dal delta del Po, altro luogo divenuto a suo modo magico nel suo racconto di vite tanto brevi quanto faticose e perdute nel tempo. 


Ferrara è una città dal passato complicato e sorprendente. Patria degli Estensi, una famiglia nobiliare dai tratti singolari, a partire dai nomi propri — Azzo, Borso, Bradamante, Folco, Obizzo, Meliaduse, Marfisa, Leonello, Taddeo, Almerico, Aldobrandino, Contardo ed Ercole —, in qualche momento con qualche problema con il popolino, tanto da costruire un castello nel bel mezzo della città — pronti ad alzare i ponti levatoi e rinchiudervisi dentro, e con la curiosa fissazione per le armi da fuoco. Le officine ferraresi, infatti, diedero ad Alfonso D'Este (un nome normale, per una volta) le bocche da fuoco per la battaglia di Ravenna (1512) dove l'Este utilizzò per primo il tiro incrociato, facendo scempio dei cavalieri spagnoli e dando un generoso contributo alla vittoria dei francesi. 

Il cannone «La Giulia» di Alfonso d'Este. A voi sembra normale dare un nome ai cannoni?

...
Ritornerò il prossimo martedì e sarò regolamente on line dal 9 febbraio. 
Con il racconto di Silvia. 
In ogni caso.
 
 
 

3.2.16

Family end


Su questa interminabile storia delle coppie, gay o non gay, se n'è discusso già abbastanza, penso. Come se ci fosse motivo per discutere o contestare il sacrosanto diritto di ognuno di vivere con qualcun altro, uomo, donna, gatta o delfino. 
Sono stufo già da tempo di sentire i cristiani minacciare la fine della famiglia, come se meritasse tenerla in piedi, la famiglia. Ho passato i primi trent'anni della mia vita e detestare la famiglia — l'istituzione, non i poveretti che componevano la mia — e gli anni successivi a viverla cercando di non ripetere gli stessi errori [*]. Ci sono riuscito? Onestamente ne dubito, ma questo non è strano. Vivere in un gruppetto disperato fatto di mammà-papà-bambino(i) è un modo per moltiplicare le frustrazioni e gli errori, continuando a riflettere l'uno sull'altro i fatali equivoci. Ma esiste un modo per salvare la famiglia? Onestamente non penso. Credo che la famiglia sia un contenitore statualmente  prefissato e una fonte costante di sofferenze a basso — e talvolta ad alto — voltaggio. Una struttura tra le meno naturali tra quante esistono, un prodotto della società borghese nata dopo la rivoluzione francese per renderci tutti, indistintamente, vittime di una situazione data. 


La famiglia un tempo era spesso un insieme confuso che raccoglieva sotto lo stesso tetto uomini, donne, bambini legittimi e bambini di incerta provenienza, animali, verginelle e giovanotti dediti a rapporti impuri — purché lasciassero intatto l'imene —, nonni di qualcuno scomparso anni prima e di cui nessuno sapeva più l'origine e zii ritornati non si sa da dove, un'entità che nelle famiglie nobili veniva etichettata come casata mentre tra i contadini non godeva di un tale appellativo, pur funzionando all'incirca nello stesso modo. Poi l'inurbazione, il costo crescente delle case, la necessità dovuta all'ordine pubblico di dire che A era sposato con B ed entrambi erano genitori di C — che fosse vero o meno non importava a nessuno tranne che ad A, più che altro per il parere dei vicini di casa —, ha reso la famiglia mononucleare una unica, formidabile fabbrica di nevrosi. «Ciò che è storico viene spesso spacciato per naturale», diceva Friedrich Engels e direi che la famiglia, così come la intendiamo attualmente — in un quartiere di città, fatta di papà, mamma e due bimbi, XX e XY — rientra perfettamente in questa definizione. La famiglia non ha nulla di naturale e molto di storico. Pensate alla famiglia dell'antica Grecia (presente Sparta?), alle gentes romane, alle famiglie medievali, alle famiglie del Rinascimento, alla famiglie dell'Ottocento... riuscite a definire un esempio assoluto e definito di famiglia immutabile nel tempo, indipendentemente dal ceto sociale e dalla situazione geopolitica? 
E guardando al futuro? 


Lo sapete che il numero di single è in aumento, parallelamente alla diminuzione delle nascite? 
Che per il capitalismo contemporaneo, per i signori del Silicio — come li definisce Morozov —, un single ha maggiori capacità (e voglia) di acquisto di una famiglia mononucleare?
E, guardando appena più in là, fuori dalla Terra, su Marte o su Titano o dove preferite voi, sono concepibili famiglie mononucleari o sarebbero preferibili comunità più ampie, fatte di locali comuni e meno spazio — e meno acqua e ossigeno — da sprecare per far sopravvivere in uno spazio personale la nostra famigliola XY+XX+xy+xx... [**]
La famiglia non ha nulla di naturale, più o meno come la Chiesa, l'apericena e il sadomasochismo. 
Con qualche dubbio su quest'ultimo. 
Non solo, la famiglia si organizza e si struttura in rapporto alle esigenze di produzione. 
È l'economia, stupido.
La famiglia per i gay e le lesbiche... ma dobbiamo ancora perdere tempo a discuterne? È assolutamente ovvio che chi convive per un tempo prolungato con un'altra creatura ha tutto il diritto di lasciargli i propri beni, ha diritto ad assisterlo ed esserne assistito, di condividerne le proprietà, di allevare insieme i figli, propri, altrui o di terzi. Che la famiglia nell'età della borghesia non sia il meglio possibile è evidente, ma chi vuole provare ha tutto il diritto di farlo.   


E i credenti? 
Beh, nessuno li obbliga ad accoppiarsi con gli omosessuali né è automatico che i loro pueri e puelle diventino gay. 
Come fosse una maledizione, detto per inciso. 
La famiglia non è alla base della società, se non, spesso, come maledizione. Il loro ragionamento, — la famiglia è sacra e fa parte del nostro modo di vivere — è falso in partenza. La famiglia può essere un coacervo di esigenze personali create da esigenze disparate — soldi, casa, figli, raramente il sesso — o una prigione di infelicità per i suoi componenti, ma ha cambiato faccia e composizione nel corso del tempo e li cambierà ancora. 
Purtroppo non mancheranno i vecchi vergini (teoricamente) che tuonano contro la gioventù e il piacere di vivere, ma noi possiamo resistere. In ogni caso le cose cambieranno.
Persino in Italia.

[*] A suo tempo progettavo di vivere in una comune, come un fricchettone o un simpatizzante della RAF. A bloccarmi è stata la difficoltà di trovare una casa di dimensioni adeguate in città e la mia assoluta incapacità a livello agricolo e zootecnico.    

[**] Nella Corrente, la mia personale fissazione narrativa, non esistono famiglie ma "dimore" che riuniscono — anche temporaneamente — persone unite o meno da legami affettivi. Un contratto lega chiunque a una "dimora" ma può essere rescisso. I figli talvolta si sa di chi sono, in altri casi non si sa, in ogni caso tutti devono prendersene cura. 
Pochi i pedofili: la Chiesa è un ricordo del passato.