14.5.10

Scrivere in Koro 15 anni dopo - Capitolo 1


Di seguito pubblico il manuale di «scrittura creativa» partorito per i lavori del Koro, seminario autogestito di scrittura creativo che visse e fiorì per un paio d'anni, tra il 1994 e il 1996.
Si interruppe per diversi motivi.
In primo luogo per motivi di tempo - scarso per tutti i partecipanti, un numero variabile tra le 10 e le 20 persone - e in secondo perché avevamo comunque completato un ciclo di attività, sfornando i nostri compiti e le nostre interminate e interminabili discussioni/riflessioni. Avviare un secondo ciclo era sinceramente troppo persino per me e Silvia Treves (che si firmava e si firma tuttora come S_3ves) che abbiamo condotto e animato il seminario per tutto il tempo della sua esistenza.
A ripensarci è stata davvero una bella esperienza, comunque.
Eravamo su un piano di assoluta parità, ansiosi di afferrare e padroneggiare gli strumenti della lettura e della scrittura, felici come bambini che guardano la notte da una finestra del tetto, ancora svegli nonostante gli ordini dei genitori...
Sono passati più o meno quindici anni e il panorama è drasticamente mutato. Il mondo dei libri è cambiato fino a diventare irriconoscibile. E non è soltanto il problema di un'insufficiente conoscenza del mondo editoriale dell'epoca. E nemmeno di illusioni perdute. Semplicemente l'attuale mondo letterario è una conseguenza logica dell'editoria di allora. Un'editoria che ha perduto indipendenza e autonomia intellettuale. Autori italiani di successo consegnati a una fastosa mediocrità, felicemente obbligati a una povertà di stimoli, idee, suggestioni che all0ra - ingenui come eravamo - non avremmo neppure potuto concepire.
Ci illudevamo che scrivere fosse la possibilità di comprendere il mondo e anche noi stessi. Adesso siamo più grandi e, nonostante tutto, abbiamo fatto esperienza del tempo e di noi.
E anche se è diventato più complicato e faticoso non abbiamo rinunciato a guardare il cielo di notte.
***
Il testo del "manuale" - del quale mi incaricai io con contributi di S_3ves - risulterà un po' debole come costruzione e organizzazione, dopo tutti questi anni. E tutt'altro che completo. Un po' supponente ed eccessivamente brutale, rigido e inflessibile, intollerante verso certi autori e un po' svenevole verso altri. Ma credo di potermi ancora riconoscere in essa.
E certe parti le riscriverei anche più cattive e dispettose.
È bene, comunque, sottolineare, che il testo è stato scritto avendo presente la sua lettura e il commento ad alta voce, seminariale.
Buona lettura, comunque. Qualsiasi commento è graditissimo.

***
Premessa

Ogni scuola di scrittura che si rispetti, in ogni angolo del globo terraqueo ha prodotto materiali scritti, manuali, sussidiari, schemi, temari ecc. ecc. Non si capisce come mai il Koro, pur essendo un seminario autogestito e scassone, non dovrebbe fare altrettanto, anche perché persino una caterva di scemenze e ovvietà, purché scritte, hanno il pregio di suscitare discussioni e confronti. Nella peggiore delle ipotesi cementano l'unità dei partecipanti, accomunati dalla convinzione che l'estensore del sussidiario, manuale ecc. ecc. sia un modesto fesso o anche un fesso colossale (anzi. kolossale, visto che si parla di Koro).

E allora eccovi qui, alla portata della vostra malevolente attenzione, il nostro manuale, dal titolo:

SCRIVERE IN KORO

Il compito di scrivere queste note mi è stato cortesemente affidate da S_3ves in base al fatto che sia pure in vesti differenti e con esiti indefinibili sono, tra i membri del Koro, quello che ha scritto di più ( 4 romanzi completi, un romanzo in condominio con S_3ves, un altro romanzo in corso di scrittura, un numero esagerato di racconti e una mezza sceneggiatura, il tutto inedito al 99%).

Talvolta sospetto si tratti semplicemente di tempo perso, ma non è questo l'aspetto rilevante della cosa.

Il fatto è che avendo scritto per svariati chilometri è statisticamente probabile che abbia inciampato con più frequenza in due ordini di problemi che tutti ci attanagliano: la costruzione di una trama (M=MACROSTRUTTURA) e l'organizzazione della lingua [m= microstruttura].

Nello stendere questa preziosa operina mi sono reso conto della necessità di corredare il testo con esempi, cosa che ho tentato di fare. Per ragioni di tempo e di pigrizia, tuttavia, ne ho inventati alcuni di sana pianta. Spero si rivelino almeno adeguati, ma - se non vi piacciono - potete proporne di migliori, non chiedo di meglio.

Ulteriore raccomandazione: un carneade della narrativa come me non può dare consigli davvero utili a nessuno e ciò che segue non può evidentemente essere un baedecker alla pubblicazione e al successo, ma semplicemente l'illustrazione della mia personale linea di condotta nella scrittura. Non voglio dare consigli, nè tranciare giudizi: semplicemente mi propongo come materiale di discussione. Non è una svista, Mi propongo nel senso che ciò che ho scritto rappresenta buona parte del mio gruzzolo di lavoro e di esperienza in campo creativo (creativo, Signùr).

Intendetelo come un intervento particolarmente lungo a una riunione del seminano.

Se a qualcuno venisse poi voglia di integrare, correggere, ampliare il lavoro è il benvenuto. Alla fin fine potremmo persino stampare il tutto e venderlo o regalano come prodotto del seminario.

Prima di cominciare, tuttavia, una bella CITAZIONE

Trattasi dì “Poetica della prosa" di Tzvetan Todorov, sottotitolo "le leggi del racconto", pag. 96

Nel celebre racconto La Cifra nel tappeto (1896) James racconta come un giovane critico che ha appena terminato dì scrivere un articolo su uno degli autori che più ammira - Hugh Vereker - lo incontri per caso poco dopo. L'autore non gli nasconde di essere deluso dello studio a lui dedicato. Non certo perché manchi di sottigliezza, ma per il fatto che non riesce a dare un nome al segreto della sua opera, segreto che ne costituisce, insieme, il principio motore e il senso generale. «Vi è nella mia opera un'idea», precisa Vereker, «senza la quale non mi sarei affatto interessato all'universo rappresentato dai mestiere di scrittore. Un'intenzione preziosa come nessun'altra. La sua attuazione è stata, almeno così mi sembra, un miracolo di abilità e perseveranza [...]. Essa segue il suo corso, come un personale piccolo gioco di prestigio che attraversa tutti i miei libri, e tutto il resto non è al confronto che un superficiale trastullo». Incalzato dalle domande del suo giovane interlocutore, Vereker aggiunge: «Tutto l'insieme dei miei lucidi sforzi non è altro che ogni mia pagina, ogni mia riga, ogni mia parola. Ciò che dev'esser trovato è tanto concreto quanto l'uccello nella gabbia, l'esca appesa all'amo, il pezzo di formaggio nella trappola. È ciò che compone ciascuna riga, sceglie ogni parola, mette un punto su tutte le i, traccia tutte le virgole».

Cosa c'è di tanto importante in questa citazione di H.James da parte di Todorov?

Il Segreto.

Tanto per citare Mario Giorgi: "non credo che si possa DAVVERO insegnare a scrivere a qualcuno

Eh, già, perché sotto c'è un segreto: c'è quel tanto di inafferabile e irriducibile che PUÒ sorprendere voi stessi quando rileggete le vostre pagine migliori, ciò che vi strappa un moto di stupore: “... ma chissà da dove cazzo mi è venuta fuori questa..."

Questa stupore di fronte al segreto della scrittura - che poi è il semplice segreto del nostro Esserci [dasein, secondo Heidegger] - è anche il motivo per cui si perde tempo davanti a un computer a comporre parole che ben pochi leggeranno. È ciò che ci smaschera come individui immaturi che hanno ancora bisogno di sapere cosa faranno e come saranno da grandi.

La fase attuale e i nostri compiti.

Finora si sono fatti numerosi giri di ricognizione intorno al castello della narrativa: quanto sono alte le mura, quanto sono munite, i turni, le abitudini, delle sentinelle. Si sono interrogati coloro che hanno commercio con i castellani e compiute ripetute osservazioni a diverse distanze.

Si sono costruiti modelli del castello, studiati camminamenti, spalti, torri, barbacani, ridotti e li si è riprodotti. Ma rimangono aperti due problemi essenziali: L'ARCHITETTURA e la STRUTTURA INTIMA del castello.

Per Architettura intendo il disegno complessivo e il progetto, in poche parole tutto ciò che ha a che vedere con il complesso della narrazione (trama, intreccio, sviluppo ecc.).

Ossia:

... Dato A come personaggio principale, B sua moglie, AB il figlioletto adorato:

l. A uccide incidentalmente B

2. A scopre di non amare più B

3. A prova dolore e disagio nel suo rapporto con B

4. A viene rapito dagll Ufo e scopre che B è un agente venusiano

5. A è una spia yemenita all'insaputa di B (agente segreto della Padania)

6. A beve come una spugna e maltratta B

7. A convince B a partecipare a uno scambio di coppie. Amplessi, stravaganze e perversioni vengono rigorosamente descritti.

8. A analizza in un diario i propri rapporti con B

9. A scrive lunghe lettere alle quall B non risponde.

lO. A si sveglla un mattino senza ricordare più nulla di B e di AB.

11. A dopo una memorabile sbornia scopre il cadavere offendamente sfigurato di B. La polizia lo considera colpevole e nemmeno lui è troppo sicuro della propria innocenza.

12. A si sveglia una mattina trasformato in scarafaggio e B e AB non fanno una piega.

Si tratta come si vede, della risposta alla domanda che vi fa l'amico al quale avete appena dello: "bello questo libro" (o questo film), cioé: "Di cosa parla?"

Per molti, innanzitutto il nostro beneamato – per quanto ormai remoto - Gruppo 63 (Fofi, Balestrini, Guglielmi, Cherchi ecc. ecc.) l'arte del narrare è morta e quindi preoccuparsi della vicenda nel testo che parla di A è inutile, risibile, assurdo, patetico. Forse anche antidemocratico, sottilmente reazionario, rozzo e volgare. Per costoro la sorte di A non può essere neppure accennata.

Programmaticamente, A (di frequente espresso in prima persona) è chiamato a portare a termine operazioni banali: lavarsi i denti, vestirsi, scendere le scale, salire in auto, infilare la chiave nel cruscotto, partire, NON schiacciare un ciclista o arrotare una carrozzina, arrivare al lavoro, ricevere e fare telefonare e constatare progressivamente il vuoto/alienazione/assurdo del proprio esistere.

È anche possibile che A svolga operazioni banali ma emblematiche, all'interno di un contesto linguistico innovativo o comunque sorprendente.

ESEMPLIFICHIAMO:

A crea una programmata collisione/frizione tra i propri incisivi e le setole bianche dello spazzolino.

Quel mattino lo spazzolino avrebbe giurato din non essere costretto a lavorare che molto tardi, ovvero che A non si sarebbe alzato che a giorno inoltrato.

Lavarsi i denti il guaio è la faccia: gonfia, inerte, vuota e insulsa ma irritante, come quella di uno sconosciuto che non si decide a uscire dalla cabina del telefono quando ti serve disperatamente..

... Denti. denti, denti. Ce ne sono ancora. Non tutti, ma quasi. Le setole scivolano negli spazi, accarezzano le pareti bombate come quelle di un B-52. Denti: aggressivi, candidi, feroci... essere senza denti, non mordere, non capire... perdere i denti Una linea il unisce al cervello, ai ricordi, al modo in cui affronto le cose. Da perdente. Da sconfitto in partenza...

Prima solo il candore del lavabo... Calma, c'è un capello! Non si può parlare di candore! Ma via, candido in senso lato. Ierisera A è rientrato tardi, si è guardato nello specchio, si è accarezzato la fronte. Un capello fa presto a cadere... Vedi? A perde i capelli. Non ho detto che il capello fosse suo... e poi, in ogni caso, io sono qui per descrivere una scena: A che si lava i denti

Sgorgalito impestato di mosca morta. Spazzzzzolinare vvviolentemmmente, INTENSO. Piuvveloce menoveloce, PIUVVELOCE MENOVELOCE, momento angolare dell'avambraccio in moto semirotatorio, a cono apertura n tendente a infinito. Lucido d'acqua sapone-menta candido.

Me l'hanno insegnato fin da piccolo. Denti, orecchie, naso, acqua fredda, meglio freddissima. E non riesco a smettere. Una scimmia odiosa e perbene che non posso scrollarmi di dosso.

Vi prego di notare che in alcuni degli esempi appena presentati è possibile cogliere i modi di uno stile sperimentale o provocatorio, in altri lo stile si può definire "contemporaneo" o "psicologico" (termine che detesto, ma è per capirci) ovvero basato sulla confessione, l'introspezione, il monologo interiore.

Per esprimere l'interiorità, il flusso di coscienza - nella definizione di Andrew James, fratello di Henry (cfr. Ulisse di Joyce) - uno stile basato sulla semplice scansione cronologica è probabilmente del tutto insufficiente. Notoriamente i pensieri tendono a interrompersi, ad accavallarsi, a contraddirsi. Possono mutarsi e virare in ricordi, unire riflessioni, emozioni e giudizi e possono assumere un andamento a matrici progressive:

(...fanculo, bastardo, fanculo a me... Ma forse io l'altrieri non avevo compreso... ma come era possibile, tra lui e Jenny non era finita?.. Ma Jenny pensava che lui fosse preso da Hanna... Hanna. Che gran gnocca Hanna... da non pensarci prima di dormire... Ma tanto dormo male di questi tempi...)

e così all'infinito. Potete fare la prova a casa vostra con poca spesa.

L'ingresso del flusso di coscienza nella narrativa del nostro secolo ha profondamente alterato il rapporto tra M ed m.

Sicuramente il romanzo in senso classico, di scuola ottocentesca, è stato in gran parte soppiantato dalla cronaca mentale, dal sismogramma di passioni e pensieri. É probabilmente venuta a mancare l'unicità definita, il valore esemplare del personaggio borghese, al quale era inutile attribuire - oltre un certo limite - passioni e pensieri. Il meccanismo del pensare si riteneva un tempo doverosamente controllabile e vagamente indecente, un po' come raccontare un quarto d'ora alla toilette del personaggio femminile principale.

Era spesso preferibile trasferire l'irrazionalita profonda del sé, il conflitto, il malessere, nel tema fantastico, alterando l'universo sensibile.

Poe, Stevenson, Hawthorne, lo stesso H.James hanno efficacemente rappresentato l'alterazione della coscienza collocandola all'interno di un tema fantastico e penetrando profondamente nei territori della percezione alterata e della follia.

Questo genere di temi (alterazione, squilibrio, follia, percezione alterata) sono spesso demandati in grado maggiore alle letterature di genere (noir, horror, FS) alle quali è affidato il compito catartico di esplorare e disinnescare passioni e follie.

Non è un caso che autori come J.Ballard e P.K.Dick - tra i maggiori della FS - basino i propri romanzi e racconti sulla percezione e sulla reazione all'Evento, più che sull'Evento in sè.

In Blade Runner, tratto dal racconto di P.K.Dick "Gli androidi sognano pecore elettriche", non vengono spese più che tante parole sulla guerra interplanetaria in corso. Dei Ganimediani si hanno poche nozioni, ciò che conta è il tipo dì realtà che l'Evento ha determinato.

PUNTO: Notare il particolare: si può chiedere al lettore di empatizzare con il protagonista o i personaggi (... Mi va tutto male, ma proprio male, e siccome tu mi leggi certamente capirai...) oppure sforzarsi di ridefinire i sistemi di riferimento propri e del lettore (...Mi va tutto male, ma forse qualcosa di oscuro e terribile [in me o nell'universo] sta facendo in modo di indurmi a scelte sbagliate... Forse ciò che arrivo a percepire non è in alcun modo significativo o sono io a organizzare male la mia percezione, unendo ciò che doveva restare separato e separando ciò che deve restare unito....)

Inutile dire che personalmente non ho dubbi su quale sia l'approccio più fecondo e appassionante per il lettore. Diffido del testo che suscita emozioni prevedibili in chi legge.

Non necessariamente per arrivare a questo genere di narrazione si deve scrivere FS. Pensate a Giorgi (Codice) o a Kafka (Il Processo).

La sensazione di inadeguatezza, di insufficienza, di incapacità a cogliere i segnali provenienti dal mondo reale, la conllisione, i messaggi non integrabili, i blocchi, le paralisi, le rimozioni, l'abitudine, la forma mentis, le cecità selettiva sono tutte caratteristiche attribuibili a un personaggio in modo da ottenerne una rappresentazione "a scandaglio", un profilo tridimensionale convincente per qualunque lettore.

Nota di S_3ves: tuttavia, il genere Fantastico e tutte le sue molteplici filiazioni (narrativa dell'orrore e del soprannaturale ecc.) si prestano molto bene perché spingono il lettore a mettere in discussione i confini del possibile.

PUNTO: Nessuno, credo, ritiene possibile rappresentare integralmente un personaggio. In genere ci si arrangia con una breve descrizione (non strettamente necessaria, peraltro) qualche cenno di storia personale, modi peculiari di interloquire, cenni sulla sua visione del mondo, prassi e reazioni. Si può scegliere di eliminare la ridondanza del dubbio, delle indecisioni e degli scacchi parziali o totali del personaggio, ma la conseguenza probabile sarà un individuo goffo, irritante, non sufficientemente conscio di sé.

Sono, queste ultime, caratteristiche comuni alla media dei narratori italiani contemporanei. Mimare la superficialità del pensiero è un'operazione complessa e ardua, che se non ben condotta determina distacco, sufficienza, malevolenza, facile iroma.

Molti dei personaggi della Tamaro non deteminano nè curiosità nè inquietudine nel lettore. Si tratta di individui definiti e monodimensionali (quindi a loro modo rassicuranti) nei quali ogni conflitto è trasferito al passato e ogni riflessione è compiuta e non conduce a sviluppi credibili. La nonnina terminale di Va' dove ti porta il cuore è una fenomenale testa di cazzo, convinta che la morte imminente la liberi dalla necessità di comprendere le proprie essenziali idiozia e insensibilità.

Alésa dei Fratelli Karamazov si sbatte come un povero cristo nel tentativo di comprendere cosa non va in lui e negli altri, dubita anche di se stesso, si arrabatta, teme, si angoscia, si dispera. Alla fin fine non è proprio che riesca ad imbroccarla, ma il lettore è comunque conquistato dalla sua fatica, dalla sua essenziale anche se fallimentare buona fede e chiude il libro pensoso e rigenerato, sospettando che la vita sia una cosa decisamente (e felicemente) più complicata di quanto appaia.

Come dire che in una scala da uno a dieci Dostojevskj sta dalle parti del dieci mentre la Tamaro non arriva nemmeno a uno. E questo era ovvio anche prima di tutto questo bel ragionamento.

Nota di S_3ves: A proposito della difficoltà di rendere la superficialità del pensiero credo siano in ballo due aspetti differenti:

Indeterminatezza del pensiero, ossia flusso di pensiero non diretto verso un obiettivo: ciò che ci attraversa la mente momento per momento. Backer ha fatto già molti tentativi su questo fronte, con risultati alterni, che spesso determinano nel lettore una sensazione non tanto di utile malessere quanto di sterile disorientamento.

Mancanza dì profondità: come dire descrivere un vero stupido. Anche su questo terreno si possono citare molti onorevoli fallimenti (Flaubert era ossessionato dal tema). Si parva licet, ci ho provato anch'io e sono d'accordo sull'affermazione di Massimo che mostrare la superficialità come mancanza dì autoosservazione rende il personaggio banale e non significativo, al limite rassicurante.

Ho compiuto alcune evoluzioni impreviste. Mi propongo ora di tornare PUNTO: M e m.

I) Il personaggio è il grado zero della narrazione. Non è semplicemente possibile supporre una realtà non percepita. La narrativa è completamente e assolutamente berkeleyana (da Berkeley, filosofo idealista). Esiste solo nel momento in cui qualcuno - autore o personaggio - la racconta.

La realtà nuda senza parzialità percettiva esiste solo nei verbali di polizia e nelle barzellette mal raccontate (oltre che nei pessimi libri).

Persino Culicchia, mediocre (de)scrittore dell'ovvio, si preoccupa di illustrare la percezione fintamente alienata del proprio personaggio che si aggira per un centro di Torino colorato di claustrofobia.

Il conflitto tra personaggio e vicenda - ovvero, entro certi limiti, tra stile e contenuto - è molto più apparente che reale. Un monologo può essere appassionante e tagliente quanto un'avventura nel tempo e nello spazio, ovvero un'avventura ecc. ecc. può essere noiosa quanto una messa cantata se non vi è definita alcuna PARZIALITA' PERCETTIVA, cioé nessun ERRORE. (ricordatelo, questo concetto dell'ERRORE, è importante e ci torneremo sopra).

2) Non è semplicemente possibile scegliere tra la M di MACROSTRUTTURA e la m di microstruttura. Lo stile, ossia la tessitura, la struttura intima della lingua, è in gran parte una funzione obbligata del tema e del genere (almeno nei buoni libri).

***

arrivederci al secondo capitolo...


8.5.10

A piccoli passi

L'altro giorno - più o meno - parlando con Davide Mana ci è capitato di chiederci perché e come mai è possibile che esistano individui che mettendo su una «scuola di scrittura creativa» riescano a sbarcare il lunario. Che esista un tale numero di appassionati (o di polli) ben felici di foraggiare qualcuno con il compito ben preciso di valutare e nel caso massacrare i loro elaborati di narrativa italiana, come nemmeno a scuola.
Ognuno di noi aveva la propria esperienza - personale o amicale - di scuole e scuolette varie di scrittura creativa animate da docenti o relatori narrativamente oscuri, non proprio famosissimi e non esattamente di chiarissima fama. In non pochi casi emeriti Carneadi. Nulla di (troppo) male in questo, per carità, ma ci risultava francamente difficile credere che chi non abbia anni e anni di esperienza e un rapporto maturo con lo scrivere e la scrittura sia davvero in grado di «insegnare» a chi non ha esperienza e abitudine alla scrittura.
Si ragionava che, anche ammesso sia possibile «insegnare» a scrivere narrativa e questo non sia un semplice assurdo, è probabilmente possibile provare a inquadrare un po' meglio l'attività dello scrivere, passare qualche suggerimento sul come procedere, fornire qualche strumento scavando nell'enorme, rutilante e interminabile ricchezza della lingua, ma nulla, per carità, sull'espressione e sul modo e il motivo dell'esprimersi.
Non confermare la convinzione corrente che esista davvero una formula narrativa alla quale attenersi per essere pubblicati e diventare così inutili e vacui narcisi.
Non suscitare speranze e illusioni nei millanta visionari che si immaginano autori di un thriller al sangue o i numerosissimi ingenui sicuri di aver scritto il romanzo italiano del XXI secolo...
No, questo ci pareva un'attività sottilmente truffaldina, un modo poco rispettabile di mettere insieme il pranzo con la cena.
D'altro canto... esistono realmente migliaia e migliaia di persone, di ogni età e formazione sociale e intellettuale, che vorrebbero scrivere per essere letti, anche senza puntare a diventare lo Stephen King o il Clive Cussler de noantri. Come esistono insegnanti non truffaldini che si sforzano di condividere - senza imporle - le proprie conoscenze sulla lingua e sull'espressione.
Un'esperienza che non ci dispiacerebbe affatto condurre in prima persona.
Che fare? come disse un secolo fa un tipo poco raccomandabile.
Beh, abbiamo girato per un po' intorno all'idea - forse peregrina o forse no - di arrivare a creare una sorta di seminario sulla scrittura «automodulabile e a geometria variabile» utilizzando i locali della CS, come insegnanti i sottoscritti più un po' di amici della rivista LN e inventando qualche occasione di incontro con scrittori nostri amici di vecchia data come Arona, Bajani, Defilippi, Lanza, Catani, Masali e altri. Ci stiamo ancora girando intorno, detto per inciso, annusandola, misurandola, valutandola, pesandola e considerandola.
Sarebbe accettabile farla pagare «al costo», ovvero facendo discendere il prezzo dai costi delle iniziative e delle strutture e non, piuttosto, dalla necessità di far cassa.
Sarebbe interessante se non proponesse un diploma o qualcosa del genere al termine del lavoro ma un lavoro comune, uno o più romanzi a più mani, come uno steampunk ambientato a Torino, per dire.
Sarebbe...
Mah, non abbiamo deciso nulla.
Ma l'idea ci segue e ci tormenta.
Non dico che ci svegliamo di notte con gli occhi sbarrati ma al mattino sbarbandosi capita di pensarci.
Intanto, tanto per testimoniare che in fondo in fondo facciamo sul serio, comincerò pubblicando a puntate su questo blog il «manuale di scrittura creativa» a suo tempo stampato dal Koro, - il seminario autogestito di scrittura che ha operato tra il 1993 e il 1995 - l'ormai storico (per noi, ovviamente) Scrivere in Koro.
Possibile che non ve ne facciate nulla o giù di lì. Ma è divertente e può darsi che qualcuno ne tragga un minimo beneficio. Magari evitando di prendere sul serio i nostri suggerimenti.
Per il momento è tutto.
Ma, come dice sorridendo il villain della situazione, ne riparleremo.



1.5.10

Passaggi di proprietà e altre sconfitte

C'è ancora, a cercarla on line.
Con le notizie, le attività e la storia.
Ma si tratta di una finzione. La Torre di Abele, una delle migliori, più attive, più vivaci e anticonformiste librerie di Torino è chiusa. Quando riaprirà, penso presto, sarà una grossa libreria di catena, una «Giunti al punto».
Basta un giro su internet per capire quanto contasse l'attività della Torre di Abele e quali autori fossero presentati o partecipassero alle presentazioni. Tra gli ultimi - calendario incontri marzo/aprile 2010 - Nando Dalla Chiesa, Andrej Longo, Giovanni De Luna, Giancarlo Caselli, Margherita Oggero, Luciano Gallino, José Saramago... Cosa resterà di questa attività? Difficile dirlo ora, naturalmente, anche se le librerie Giunti non sono, per quanto a mia conoscenza, così famose per la vivacità culturale.

«I reparti trainanti sono novità, varia, manualistica ed editoria per bambini e ragazzi. Ai lettori più piccoli è rivolta una parte rilevante degli eventi “in store” e delle iniziative promozionali. L'assortimento fa leva sui reparti nei quali Giunti è tradizionalmente più forte e leader di mercato. In termini di catalogo non è sufficientemente profondo per poter sostenere la posizione nel centro di grandi città. Ma è una scelta strategica.»

Questo il parere del Sole 24 Ore in un articolo
da Mark Up 175.
«Catalogo non sufficientemente profondo» significa più o meno: «teniamo solo i libri che hanno un indice di rotazione elevato. Gli altri si arrangino». Il che spiega perfettamente l'altrimenti incomprensibile «... ma è una scelta strategica».
Io riviste come Mark Up le bombarderei. A tappeto.
Poi ritornerei indietro per bombardarle un'altra volta.
Lo so, lo so ci vuole anche qualcuno che presenti le fesserie come mirabolanti avanzate dell'ingegno del Capitale, ma i giornalisti leccapiedi mi danno fastidio, non c'è nulla da fare.
E li bombarderei volentieri. Punto.
Una libreria Giunti (come una Feltrinelli, una Mondadori o quello che volete) - dicevamo - si preoccupa di tenere i libri che si vendono. E che si vendono velocemente.


Se un libro ha bisogno di tre/quattro mesi o più per emergere, beh, si fotta. Noi librai di catena abbiamo bisogno di soldi veloci e non ce ne importa un bottone assoluto dei lettori. Vendiamo sottospecie di barzellette la cui soddisfazione dura dal mattino alla sera.
E se Dostoevskij fosse venuto da noi l'avremmo messo alla porta.
Questa linea non ha praticamente nulla a che vedere con la precedente gestione della libreria.
Che ha fallito non per la dabbeneggine del direttore ma semplicemente per il drammatico aumento dell'affitto, per quanto ne so passato da 8.000 euro/mese a 15.000 euro/mese.
15.000 euro al mese significano 180.000 euro all'anno. Che con il margine dei medio dei libri per una libreria di quelle dimensioni significa dover vendere almeno tra i 500.000 e i 600.000 euro /anno solo per l'affitto, senza contare le altre spese, il personale ecc. ecc.
Quanto basta per decidere che non è più tempo di essere coraggiosi e autonomi e affidarsi a un grosso marchio, una garanzia, una speranza in tempi grami come questi.
Accettando che sia la linea del gruppo a decidere anche delle tue scelte. «Questo non lo voglio perché è stupido... no, no, pardon, me ne mandi 50 copie: farò di tutto per venderle».
Dici che non sarà così, Rocco?
Me lo auguro. Ma ci conosciamo bene, no? E conosciamo bene anche gli editori.
Insieme abbiamo fatto parecchie cose. Siamo stati librivendoli, abbiamo fondato slow book in compagnia del povero Salsano, siama stati librai indipendenti per Torino Capitale del libro, librai indipendenti per i Portici di Carta.
Tu sei anche diventato presidente regionale dell'ALI, associazione librai italiani.
Mi sento un minimo in colpa per non averti seguito ma non ho mai avuto né ho nessuna simpatia per l'ALI. Poi sono stato male, lo sai, e una volta ritornato non avevo più voglia di discutere con te che cosa fare. A essere sincero mi sono sentito un po' preso in giro. Ho avuto un pochino la sensazione di avere egregiamente fatto da quinta colonna per aiutarti a arrivare fino al desiderato trono: responsabile regionale ALI.
Miiii... Cheffigo.
Ma non ce l'ho con te, ci mancherebbe. Ma debbo ammettere che mi è bastato sapere che volevi infilarti nell'ALI perché tutte le cose che dicevi prendessero un brutto suono. Un suono un po' di fasullo, da politico. Non è una buona fama quella di politico, lo sai no? Se un collega o un rappresentante dicono di te «è un politico» è come se ti dessero dell'ipocrita, del presuntuoso, dell'avido e del pirla insieme.
Non sono mai arrivato a trovarti un politico. Un cattolico sì, pieno di fervente impegno, un ambizioso - certo, ma anche uno con belle idee e il coraggio di portarle avanti.
Io no, non sono mai stato un buon parlatore né tantomeno un comunicatore. Annuisco ascoltando i colleghi, al massimo dissento gentilmente se sparano una grossa kazzata.
Niente di più.
Ho avuto qualche idea, è vero, ma io sono un franco tiratore. O forse soltanto un saltamartino.
...
E adesso?
Non verrò a trovarti nella nuova Torre di Giunti in Abele al punto.
So che molti colleghi più o meno ufficialmente ti detestano: «Tanto casino per poi diventare un uomo di paglia della Giunti». Hanno ragione, non c'è molto da aggiungere. Ma teniamo famiglia tutti quanti e, parlando chiaro, è meglio un asino vivo di un dottore morto.
Tutto ciò che abbiamo inventato nel corso della nostra vita l'abbiamo alle spalle.
Il grosso problema è che fino a qualche giorno fa potevo illudermi che fosse possibile ridare vita alle nostre iniziative, riprendere la nostra lotta contro i grandi gruppi e le librerie di catena. Adesso, viceversa, so che sono balle.
Compreso il nostro libro, te lo ricordi?
«Da far pubblicare a Laterza. Perbacco».
Già.
Sarò sincero: temevo di doverlo scrivere per il 90% io.
Così invece è morto senza nemmeno essere concepito.
Buon lavoro, comunque.
Il migliore che riuscirai a fare. O che ti lasceranno fare.


P.S. Aggiunta in data 7.5.2010.
Non ho avuto direttamente tue notizie ma sulla storia della Torre di Abele - come saprai - girano molte voci. Tra tutte una delle più interessanti, anche se non necessariamente vera, afferma che tu sia stato «venduto» (passami la forma) insieme alla libreria in un accordo tra Gruppo Abele e la Giunti. Se questa fosse tutta o in parte reale saresti stato la vittima di una situazione imprevista e irreparabile. Da capofila dei librai indipendenti a direttore di una libreria di catena.
Non è male, vista da lontano, ma avendoti conosciuto in altri tempi mi rendo conto che si tratta di un contrappasso dantesco.
Non ho motivo per cambiare nulla di ciò che ho scritto ma sappi che ti sono vicino.

17.4.10

Letture primaverili

Buongiorno a tutti.
Visto il successo oceanico della precedente edizione - addirittura due persone due (non a me legate da rapporti di amicizia o di parentela) mi hanno ringraziato e fatto i loro complimenti - replico prima on line poi sulla rivista «on paper» LN-LibriNuovi il mio famoso «Tra il ricordo e l'illusione», ovvero letture fuori tempo massimo.
Premetto che questo numero rischierà di essere poco interessante - o più ineguale e un po' assurdo - per chiunque sia un lettore serio e benintenzionato che si preoccupi di separare con un minimo di criterio la saggistica dalla narrativa e nella narrativa quella di genere dalle narrazioni mainstream.
Io quel criterio l'ho perduto, ammesso di averlo mai posseduto. Salto senza molto criterio dalla plancia di un'astronave a un solido e cupo racconto di formazione a un variegato e curioso saggio sulla guerra medievale a una downtown zeppa di individui poco raccomandabili. Il criterio fondamentale è, mi dispiace ammetterlo, quello di divertirmi (rilassarmi, informarmi, svagarmi).
Inizio con tre Urania, ovvero tre romanzi di fantascienza. Due terrificanti e un così così.
I due «terrificanti» sono in realtà due parti di uno stesso romanzo pubblicati in due frammenti per esigenze di paginazione. Inciso: questa della paginazione è già una scemenza completa e assoluta, ammettiamolo. Si tratta di una scemenza figlia della scelta mondadoriana di non pubblicare sf in un formato da libreria, ovvero di recintare la fantascienza nel girone dei lettori sempliciotti e un po' baluba. Questo Rivelazione di Alastair Reynolds - diviso in Rivelazione /1 e Rivelazione / 2 - prometteva di essere, invece, un romanzo solido e potente, qualcosa in grado di dimostrare che i lettori di sf non sono S(empliciotti) & B(aluba).
Di Alastair Reynolds, detto per inciso, ricordavo un ottimo racconto apparso in una recente raccolta, quanto basta, insomma per richiamare l'attenzione e il desiderio di un lettore avido e curioso.
Bene.
Non sono riuscito a finire il romanzo.
Ero stanco di riprenderlo in mano, leggere «Sajaki si guardò intorno con sospetto» e chiedermi, ormai stancamente, «ecchiccazzo è questo?»
Quando ho attaccato il secondo erano passati più o meno tre mesi dalla fine del primo, questo è vero, ma il problema principale è che non sarei stato in grado di stendere un riassunto del primo volume. Agghiacciante. Personaggi (numerosissimi) sciaguramente incolori, luoghi anonimi e/o incomprensibili, stile anonimo e confuso, manovre e disegni oscuri ai personaggi quanto al lettore, gesti gratuiti o che tali appaiono, ideologie e convinzioni scarsamente intellegibili, agguati e vendette senza apparente motivo, odii secolari da prendere per buoni senza ulteriori spiegazioni. Via così per 300 e passa pagine del primo volume e per altrettante del secondo.
La traduzione?
No. Riccardo Valla è in genere un buon traduttore e, in ogni caso, non poteva aggiungere o togliere qualcosa per rendere il romanzo più leggibile.
Qualche taglio?
Possibile, non lo nego, ma difficile immaginare che cosa si sarebbe dovuto togliere per rendere così altamente illeggibile il libro.
Non rimane che il dubbio che si tratti di un romanzo vasto, corposo e mediocre. Qualcosa che in altri tempi si sarebbe definito «vanvogtiano» subito prima di farlo volare da una finestra.
La cosa curiosa e inspiegabile è che a qualcuno Van Vogt piaceva.
Mah...
Il terzo Urania è Cronomacchina accidentale di Joe Haldeman, autore (nel 1975) di Guerra Eterna. Nulla di trascendente, sia chiaro, ma almeno un libro piacevolmente movimentato, raccontato con un certo gusto umoristico e paradossale, ironico - non più di ironico, non siamo in presenza di Vonnegut - e talvolta comicamente assurdo nei confronti di alcune tendenze ultrareligiose della Stati Uniti attuali. Nulla di sorprendente o di inatteso, ma comunque piacevole a partire dall'invenzione ottimamente condotta di una macchina del tempo accidentale, capace di trasportare in avanti nel futuro secondo intervalli di tempo geometricamente crescenti. Una buon modo per trascorrere un paio d'ore.
Saltando completamente ad altro genere - dalla narrativa di genere alla saggistica storico-letteraria - arrivo a un titolo di Georges Minois, il libro maledetto, sottotitolo: la storia straordinaria del Trattato dei tre profeti impostori. Una brevissima premessa: Georges Minois è l'autore di una ricca e corposa Storia dell'ateismo, uscita in Italia da Editori Riuniti nel 2000 e, più di recente, di una Storia dell'avvenire per Dedalo editore.
Da questa breve presentazione si può intuire che il signor Minois non è esattamente un fervente cristiano e questo suo curioso e interessante libro ne è un'ottima prova. Si parte dalla storica accusa di Gregorio IX a Federico II - in piena guerra delle investiture - di essere l'imperatore tedesco «uno scorpione che sputa veleno dal pungiglione della sua coda». E continua affermando che: «Questo flagello di re ha affermato apertamente che il mondo intero è stato ingannato da tre impostori: Gesù Cristo, Mosè e Maometto».
Da questa pontificia affermazione, ovviamente respinta con sdegno dall'imperatore, al mito di un possibile «libro maledetto» il passo è breve e Minois dedica le trecento e passa pagine del libro a cercare prova della sua esistenza.
Ma non è tanto la presenza reale di tale libro - peraltro storicamente stampato nel 1719 in Olanda in lingua francese - a interessare Minois, ma la curiosa e a tratti feroce discussione tra dotti, filosofi e teologi con reciproche accuse e furiose smentite di essere possessori se non direttamente autori di un tale orrore, così evidentemente nemico delle tre grandi religioni monoteistiche. A essere via via accusati dal XIII al XIX secolo di essere gli autori del De tribus impostoribus furono - citando soltanto i maggiori - Pier delle Vigne, consigliere di Federico II, Niccolò Machiavelli, Giordano Bruno, Thomas Hobbes, Pietro Aretino e Baruch Spinoza. Una curiosa galleria di personaggi accomunati da un'evidente intolleranza verso l'ovvio e il banale. Il sospetto di Minois è che in realtà l'essere accusati di aver scritto il Trattato dei tre impostori fosse una sorta di patente di originalità e di anticonformismo in tempi dominati dal plumbeo grigiore ecclesiastico. Un libro istruttivo e sommessamente divertente, tanto più in un momento nel quale la Chiesa sembra ansiosa di rivestire i suoi panni storici di oppressione e intolleranza.
E possiamo rimanere ancora un po' nell'area storica e riflettere sull'ottimo volume di Paolo Grillo, Legnano 1176, una battaglia per la libertà, edito da Laterza.
La battaglia di Legnano, Alberto da Giussano, il lombardo in armi - come il loro storico avversario, Federico Barbarossa - sono ormai parte della retorica un po' bolsa dei leghisti, tanto che il lettore medio tende a rifiutare radicalmente tutto ciò che ha a che fare con la Lega Lombarda e l'Impero tedesco. Ma una lettura spassionata, intelligente ben documentata come quella di Grillo può aiutare a spazzare via un bel po' di miti e scemenze assortite sul tema.
Come il fatto che Alberto da Giussano, come a suo tempo affermò anche Franco Cardini, sia stato un personaggio inesistente. O che i comuni italiani furono tutti uniti contro «lo straniero» (Como, Pavia, Asti, Alba, Torino, Ivrea e un'altra dozzina di città erano in Germania?). O che i tedeschi erano superiori in numero ai lùmbard. O che nel Norditalia dell'epoca si considerasse Federico Barbarossa uno straniero... e così via. La battaglia di Legnano non fu uno scontro minore, su questo Grillo è decisamente netto, ma uno scontro notevole nel XII secolo per il numero di combattenti coinvolti. I tedeschi (sostenuti dai cavalieri comaschi) furono 3-4.000, tutti cavalieri pesantamente corazzati per una scelta di blitzkrieg in netto anticipo sui tempi, mentre i lombardi schierarono 10-12.000 uomini, in gran parte fanti organizzati per quartiere. La cavalleria tedesca non riuscì a sfondare i ranghi dei lombardi, i cavalli, infatti - più saggi degli uomini - si fermavano e scartavano per non andare a infilarsi dentro una parete di lance. Il merito della vittoria fu un gran parte dovuto proprio all'organizzazione dei lombardi. Ultimo aspetto curioso e salace del libro di Grillo è la scelta di ricostruire la vicenda di Guido da Biandrate, console e rettore della Lega Lombarda durante la guerra con il Barbarossa, un tranquillo civile che soltanto per un periodo limitato ricoprì una carica militare - guidando la Lega alla vittoria - e ritornando alla fine del servizio un normale funzionario urbano, tanto che il suo nome, diversamente da quello dell'immaginario - risorgimentale & legaiolo - Alberto da Giussano, non venne ricordato.
Un buon esempio di divulgazione storica che merita tutti i 18 euro del prezzo di listino.
Narrativa mainstream, ora, con un eccellente romanzo di Edgar Hilsenrath, Il nazista & il barbiere edito da Marcos y Marcos. Vicenda che si racconta con poche parole: Max Schultz figlio di Minna Schultz, cameriera di costumi un po' allegri e di padre ignoto («Chi fosse mio padre non saprei dirlo con esattezza, ma dev'essere sicuramente uno di questi cinque…») durante la giovinezza diventa ragazzo di bottega del barbiere di Itzing Finkelstein, barbiere ebreo. Con l'avvento del nazismo il giovane Max, pur essendo assai poco avvenente, diventa SS e durante la seconda guerra mondiale viene aggregato al personale di un campo di sterminio. Qui uccide qualche migliaio di ebrei tra i quali Itzig e tutta la sua famiglia.
Finita la guerra il giovane Max ha il grosso problema di evitare di essere acchiappato e processato come criminale e decide così di assumere la personalità dell'ebreo a suo tempo ucciso: Itzig Finkelstein. Tutto bene se non fosse che, gradualmente, Max assume tanto bene la sua falsa personalità giudea da giungere a partecipare all'esodo in Israele e qui diventare un eroe militare israeliano. In tarda età, ormai divenuto un esempio per tutti, confesserà la sua identità a un ex-giudice, esule tedesco. Inutilmente, nessuno vuole più saperne nulla di quella vecchia storia.
Rabbiosamente divertente, un libro «senza morale» che ci obbliga a simpatizzare per una simpatica e autoironica carogna, nazista per convenienza ma ebreo per convinzione, assassino per necessità ed eroe per caso. Un uomo senza principi e senza convinzioni, preoccupato, in primo luogo, di salvare la pelle e farsi i soldi. Un banale Kagemusha che finisce col contribuire all'edificazione di Israele...
L'autore, Edgar Hilsenrath, è un ebreo di Lipsia sfuggito all'olocausto. Combattente in Israele l'ha poi abbandonata per raggiungere prima la Francia e in seguito gli USA dove ha vissuto per diversi anni e poi rientrare a Berlino dove tuttora vive. Il suo libro è stato pubblicato in Germania grazie all'impegno di Heinrich Böll. Ha pubblicato dieci romanzi ma qui in Italia sono rintracciabili - tutti due pubblicati da Marcos y Marcos - soltanto Il Nazista & il barbiere e La fiaba dell'ultimo pensiero, racconto della strage di milioni di armeni, che gli è valso il riconoscimento del presidente e del popolo armeno.
Inutile chiedermi, ovviamente, se vale la pena di leggerlo.
Piccolo particolare: il libro mi è stato inviato in omaggio dall'editore, che ringrazio.
Altri libri ricevuti in omaggio dei quali ringrazio e dei quali prima o poi parlerò (tipica frase che spaventa gli editori, soprattutto per quel «poi»): Peter James, Doppia identità, Kowalsy ed., poliziesco ambientato in GB; Sue Miller, Il tempo di Daisy, Tropea ed., storia familiare della quale ho letto 68 pagine su 282 - finora non male e Laurence Cossé, La libreria del buon romanzo, e/o edizioni, storia in apparenza un po' stucchevole di due librai (gran novità) amanti dei buoni libri (pensa te fosse stato il contrario) ma che leggerò comunque, se non altro per scoprire chi sono i cattivoni che vogliono spaventarli... Un dubbio sull'autore un po' furbetto a voi non viene? No, sei tu che sono perfido e malfidente...
Qui in Italia per raccontare una storia simile si sarebbe dovuto ricorrere a storie gore & splatter con i responsabili delle librerie di catena nei panni di mostri lovecraftiani, ma in Francia evidentemente no. Buon per loro.
Altro libro arrivato in omaggio...
No, un momento.
Probabilmente ci sono librai che ricevono centinaia di libri all'anno, in omaggio alla posizione e all'importanza della loro libreria.
Io ne ricevo forse una ventina, malcontati.
E sono tanto sfigato da dirlo a tutti?
Sì, sono tanto eccetera.
Mi ha insegnato mamma che si deve ringraziare.
Quindi.
Altro libro arrivato in omaggio, dicevo, è Tre secondi di Anders Roslund & Börge Hellström, Einaudi Stile Libero. Un buon thriller, cospicuo e imponente a partire dalle dimensioni: 652 pagine. Piccola nota a margine. Sto per parlare di un thriller, categoria narrativa che frequento pochissimo, con n di numero letture tendente a zero. Quindi non aspettatevi una critica o una recensione competenti (come se lo fossero le altre che scrivo...).
Un buon libro, dicevo, che ho cominciato a leggere per semplice curiosità - e per mancanza di altri libri sottomano - ma che un po' per volta ho finito. A condurre la vicenda un curioso soggetto, ex-tossico diventato un infiltrato della polizia nella mafia polacca. Pagato fuori busta, conosciuto soltanto da pochi graduati della polizia, con una scheda personale che può essere manipolata a piacere per renderlo più pericoloso di quanto non sia in realtà. Paula, il nome in codice di Piet Hoffmann, dovrà diventare capo degli spacciatori in un carcere svedese di massima sicurezza per conto della mafia polacca, ma la cosa non andrà come previsto. Abbandonato da coloro che finora l'hanno aiutato, tradito dai suoi capi a Paula non resterà altra strada che condurre fino in fondo la sua personale vendetta.
Condotto con mano sicura - sia pure con alcune lungaggini superflue - un discreto romanzo che indaga sul confine tra legalità e illegalità nello scontro tra lo stato e una criminalità impersonale, così simile per organizzazione e modus operandi a una holding internazionale. Vero protagonista il commissario Ewert Grens della polizia di Stoccolma, uomo ombroso, intollerante, molto poco accomodante con i colleghi ma abbastanza testardo da svelare il sommerso e l'indicibile della lotta al crimine. Resta ancora da dire che Tre secondi non è un noir, né un poliziesco tradizionale con il/i poliziotto/i che coraggiosamente indagano contro pericolosi criminali ma il racconto di una vicenda profondamente e dolorosamente contemporanea, soprattutto nell'evidenziare la solitudine e la disperazione di chi recalcitra e si oppone alla distruzione personale di uomini divenuti semplici nomi da spostare o eliminare. E anche qui è davvero difficile non pensare a certe organizzazioni economiche internazionali...
Un altro giallo, questo scritto negli anni '50, da uno dei maestri del poliziesco tradizionale. Parlo di Rex Stout e del suo intramontabile Nero Wolfe nel giallo I quattro cantoni, Mondadori Oscar. Non è una novità, lo so benissimo, ma ho una vergognosa e inconfessabile passione per lo scontroso, musone e obeso cervell0ne newyorkese di origine montenegrina - figlio illegittimo, si mormora, di Sherlock Holmes - e per il suo «galoppino» nativo dell'Ohio, Archie Goodwin. Non si tratta di uno dei gialli migliori, temo, dalla conclusione affrettata & affannata, ma comunque gradevole per un appassionato come il sottoscritto.
E ritorno allo spazio, ora, in compagnia di un grande autore. Parlo di Jack Vance, grandioso creatore di civiltà, usi, miti, linguaggi, di avventure perfide e sconvenienti, di mistery soprendenti e di mitologie assurdamente verosimili. Ci sono pochi autori altrettanto malevoli, graffianti, infidi, maligni e ambigui come Vance. Le sue avventure hanno non poco di Mark Twain ma soprattutto molto di Ambrose Bierce, autore altrettanto deliziosamente malevolo. Ma non si tratta di quella mediocre cattiveria nella quale l'autore chiama a complice il lettore ma di una perfidia grandiosa nella quale la vittima riesce a riemergere e a prevalere grazie a un uso più attento e paziente di una sottile e intelligente malignità. Un eccellente esempio delle grandi qualità di questo autore nell'antologia edita dalla ormai defunta Nord di Viviani «I mondi di Alastor», composto da Trullion, Alastor 2262; Marune, Alastor 933; Wyst, Alastor 1716.
Note per due libri che mi coccolo in attesa di trovare il tempo per leggerli davvero e non per rubare loro qualche parola passando: Europe Central di William T. Vollmann e Un mattino oltre il tempo di Yang Yi. Il primo è un volumone di 1070 pagine pubblicato negli Stati Uniti nel 2005, il «racconto di storie personali […] dove l'autore cambia continuamente voce, punto di vista, protagonista muovendosi sempre all'interno degli stessi ambienti: i gulag, la guerra civile spagnola, i processi farsa di Stalin, il bagno di sangue di Stalingrado, i campi di sterminio nazisti […] L'umanità di di ciascuno dei protagonisti è la celebrazione di un'epoca e di un mondo nel quale essere uomini e comportarsi umanamente rappresentavano la più eroica delle imprese». Conoscendo Vollmann e il suo talento assoluto, un gran libro.
Il secondo è stato scritto in lingua giapponese - il romanzo ha vinto il Premio Akutagawa 2008 - ma l'autrice è una cinese, stabilitasi in Giappone all'età di 23 anni. L'unica autrice non di madrelingua nipponica ad aver vinto il premio vinto a suo tempo da Oe Kenzaburo, Murakami Ryu, Abe Kobo e Nakagami Kenji. Il semplice racconto di due adolescenti che avevano creduto possibile una nuova Cina e che saranno testimoni del massacro di piazza Tien An Men.
Ultima nota per un libro che non recensirò per alcuni buoni motivi. L'autore è un mio amico personale, per cominciare. E lo sanno tutti o quasi, dal momento che ha scritto la prefazione alla mia antologia. Perché qualcun altro ha già dichiarato la sua intenzione di recensirlo. Perchè comunque la mia recensione non potrebbe essere sufficientemente fredda e distaccata.
Il libro è Manca sempre una piccola cosa, di Alessandro Defilippi. Ne ho letto 196 pagine su 254, quanto basta per trarne una sensazione, un sapore, un'idea.
Lento, sornione, dolcemente amichevole, malinconico, disperatamente umano.
Di più da me non caverete...

16.4.10

Le belle donne albanesi

Fresco dall'aver letto l'ultima dichiarazione del demente sulla mafia («La mafia è più famosa - grazie a film e libri come Gomorra - che pericolosa») ricevo un'e-mail inviatami da un amico sulle donne albanesi, ovvero sulla famosa battuta del nostro sugli immigrati: «Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze».
Mi rendo conto che se ne è parlato davvero troppo poco.
Forse stiamo abituandoci alle stomachevoli battute del demente.
L'abitudine alle idiozie narcotizza.
In altri tempi si cominciava dicendo che in fondo avercela con i giudei è soltanto una stupida abitudine per poi cominciare a pensare che in fondo qualcosa quelli là dovevano averlo fatto e si terminava voltandosi quando passava il treno per i forni.
Ancora ai nostri giorni si può ricordare monsignor Babini che ha recentemente accusato gli ebrei di essere gli assassini del salvatore.
Vera propaganda nazista DOC.
Non esiste idiozia che non possa essere creduta - e ripetuta - se dichiarata un numero sufficiente di volte.
Shirer insegna.
Quindi penso che non possa fare male sentire che cosa ne pensa della battuta sulle «belle ragazze albanesi» la scrittrice Elvira Dones.

Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in
Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero. Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci. Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi
Merid Elvira Dones

Null'altro da aggiungere.