25.4.09

Il dodicesimo Fata Morgana...


In ritardo anche questo, ma è finalmente arrivato il momento della presentazione di Fata Morgana.
Le presentazioni di FM vanno avanti da anni e anni. Abbiamo visto crescere i nostri figli - Morgana, ovviamente, ma anche la figlia di Mirella, Gemma - così come sono mutati lo stile e la voce di molti autori. Alcuni autori, come Roberto Bodrone o Anna Andreoni, ci hanno accompagnato a lungo prima di gettare la spugna per motivi di tempo o di altri impegni, altri - Fabio Lastrucci, Andrea Rossi, Cettina, Adolfo Marciano e gli inossidabili, Davide Mana e Massimo Soumaré - partecipano ormai da anni, anche se a questo punto è evidente che FM non è il supplemento annuale della New York Review of Books...
Lo fanno per amore?
Per interesse?
Per la sfida enunciata nel tema?
Forse per tutte queste cose.
In ogni caso siamo ben felici di festeggiare con tutti gli autori - i vecchi, i nuovi, i nuovissimi, i temporanei, i persistenti, gli stranieri e gli alieni - l'ultima Fata Morgana.

Lunedì 18 maggio
Presso la Biblioteca Shahrazad
V. Madama Cristina 41
Ore 18.00


Sarà anche l'occasione per presentare il nuovo tema per gli eventuali interessati.

«Ripetizioni, duplicati, repliche, cloni»

Arrivederci a presto!!!

17.4.09

Aggiormenti sulle letture

In che cosa consiste il lavoro di un libraio?
In tantissime cose che, per la stragrande maggioranza, non hanno nulla a che fare con la lettura. Il libraio tipico deve ordinare, rendere, caricare a magazzino le novità, tenere un giornale di contabilità, emettere fatture, pagarle o cercare di NON pagarle, esporre le novità e rimettere a scaffale le novità che tali non sono più, consigliare letture, inventare soluzioni più o meno originali e fantasiose per vendere e sopravvivere, mantenere contatti con la banca, incontrarsi con i colleghi per iniziative comuni, progettare presentazioni, prendere contatti, evitarne alcuni altri, cercare di non farsi fregare i libri sotto il naso e tentare di procurare libri introvabili o quasi.
Quando si è arrivati al termine di una giornata di questo genere ovviamente non rimane molto tempo per leggere. Si è sbirciato, leggiucchiato, guardato tanto per farsi una mezza (o un quarto o un sedicesimo) di idea in modo da poter rispondere qualcosa a chi ti chiede: «e di questo che cosa ne pensa?», ma senza leggere DAVVERO. La lettura dei libri che interessano, incuriosiscono o stimolano rimane un'attività secondaria, alla quale dedicare pochi momenti rubati al tempo del lavoro. Più o meno ciò che accade a chiunque faccia un lavoro di tutt'altro genere. È vero: ho più scelta e qualche momento in più per scegliere ma, in compenso, ho spesso la sensazione di ignorare e trascurare centinaia di libri che avrebbero potuto interessarmi e che ho lasciato andare in resa.
In più, colaborando con una rivista letteraria, ho il «compito» di considerare con particolare attenzione alcuni titoli e autori in modo da tenerne informati i miei sedici lettori... Quindi autori giapponesi o titoli di fantascienza - il poco che resta - hanno una precedenza assoluta sul mio tavolo. In mezzo, ogni tanto, posso infilare qualcos'altro... Questo senza contare i libri gentilmente omaggiatimi (non si dice? pazienza) dagli editori nella speranza che in quanto libraio li apprezzi e li consigli.
Il risultato è una combinazione piuttosto assurda di libri, diversissimi tra loro per tema e ispirazione a farsi compagnia nella mia zucca.
Esemplifico, tanto per dare un'idea.
Due libri di Yoko Ogawa, per cominciare, autrice giapponese di rara potenza, eleganza e miracolosa capacità di descrivere gli stati d'animo. Ho un'enorme considerazione per la Ogawa, tanto da non farmi sfuggire neppure uno dei libri tradotti in italiano - non sono il mio amico Maz Soumaré e non posso leggerli in originale. Gli ultimi due che mi sono capitati sono un romanzo, La formula del professore, edito da Il Saggiatore e una minuscola antologia, Una perfetta stanza di ospedale, pubblicata da Adelphi.
Il romanzo è la storia dell'amicizia che nasce e si sviluppa tra la protagonista - una semplice ragazza-madre che lavora per un'agenzia di COLF - e un professore di matematica, che, a seguito di un incidente stradale, è incapace di ricordare qualcosa per più di ottanta minuti. Ottanta minuti... questo significa che il professore deve ogni giorno, più volte al giorno, fare nuovamente conoscenza con la sua COLF e con suo figlio, vivere coperto di post-it che gli ricordino le cose più diverse e curiose che non può dimenticare. Apparentemente condannato a una vita assurda e senza speranza, il professore possiede però ancora una fenomenale ricchezza: la sua profonda conoscenza della matematica, qualcosa che è in grado di trasmettere creando prima interesse e poi passione anche in persone che non hanno mai mostrato alcun talento matematico. Un libro nel quale in realtà pare accadere molto poco. L'unica voce narrante è quella della COLF e l'unico oggetto del suo raccontare è il buffo, assurdo e malinconico professore. Ma è un libro che ho amato molto e che non ha smesso di accompagnarmi.
Sarà perché Ogawa è così abile nel raccontare frammenti di vita come se appartenessero al lettore?
Non diverso il discorso per i due racconti di Una perfetta stanza di ospedale. Quietamente sconvolgente il primo, che dà il titolo al libro, meno nitido il secondo, Quando la farfalla si sbriciolò, racconto d'esordio dell'autrice. Di nuovo, merita sottilinearlo, la sensazione di «vivere» ciò che Ogawa racconta. Se dovessi attribuire una qualità o una definizione alla Ogawa direi, comunque, che è infinita la sua capacità di «moltiplicare le ombre», ovvero di lasciare intuire non soltanto ciò che il protagonista racconta ma anche gli infiniti retropensieri che stanno dietro ognuno di noi.
Sempre giapponese - per le meno in apparenza - A morte lo Shogun di Dale Furutani. È la terza parte di una trilogia che ha per protagonista il rônin Matsuyama Kaze e che si svolge nel Giappone del 1600. Vivace, divertente, animato, scritto con competenza e perfetta conoscenza del mondo descritto, «sembra» giapponese perché l'originale è stato scritto in inglese da Dale Furutani, americano di origine nippponica e importante dirigente industriale. Si legge in un paio d'ore (sei ore per tutto il ciclo) ma non delude. Recensioni più serie dei volumi già usciti le potete trovare qui e qui.
Cambiamo completamente genere, autore e nazione.
Karel Capek (chiedo scusa per la C priva di accento, ma trovare quella giusta è un po' complicato), autore ceco famoso per aver inventato i Robot nel dramma R.U.R. (robot significa lavoratore, in ceco), ha scritto diverse altre cose per le quali non gode di altrettanta fama. Io di Capek lessi con piacere e costrutto i Racconti tormentosi pubblicati a suo tempo da Sellerio e non mi sono fatto sfuggire questo goloso La guerra delle salamandre, pubblicato dalla Utet nella collana Letterature che ospita titoli e autori meno noti o dimenticati ma ugualmente interessanti.
La guerra delle salamandre è la cronaca di una curiosa invasione della Terra condotta da un tipo particolare di salamandre, scovate da un capitano di marina nei Mari del Sud. A lungo trattate come semplici animali appena più intelligenti di un cane o di un cavallo e in seguito sfruttate come lavoratori, le «salamandre», creature marina erette e alte poco più di un metro, spinte da una crescita demografica inarrestabile minacciano la terraferma degli uomini, rivendicando il loro ruolo di creature intelligenti. Di fronte all'attacco delle salamandre gli uomini mostrano tutta la loro fondamentale incapacità di fare fronte unito e combattere. Piccoli e grandi interessi, calcoli, modeste mire e mediocri furbizie sabotano la resistenza «umana» mentre le salamandre si mostrano sempre perfettamente unite e determinate. Ovviamente non presenterò qui l'epilogo del libro, lasciando il piacere di scoprirlo all'eventuale lettore. Di personale aggiungo soltanto che il libro è decisamente vivace e divertente nella sua prima parte ma finisce con l'ingarbugliarsi e perdere smalto e interesse man mano che procede. Ed è un peccato. D'altro canto l'ironico apologo di Capek è una forma di narrazione piuttosto comune nell'Europa degli anni trenta - basterà ricordare, a tale proposito, il terrificante Le Mosche di Jacques Spitz - ma ormai poco praticata. Si leggono vicende più o meno biografiche e più o meno personali, senza alcun riflesso pubblico e sociale. E si è convinti di leggere con profitto.
...
Una lettura non facile quella di Signore e signori di Alan Bennett. Una serie di monologhi condotti da personaggi - le Signore del titolo - che hanno la curiosa caratteristica di non comprendere ciò che accade loro intorno. Il lettore, viceversa, capisce abbastanza facilmente ciò che sta avvenendo e si stupisce nel notare come l'io narrante si rifiuti di comprendere la realtà. I monologhi vivono dell'onnipresente frattura tra il lettore il personaggio, degli equivoci e delle incomprensioni che via via si creano. Si ride, come no, ma a bocca chiusa, chiedendosi spesso quando è capitato a noi di essere quelli che non capiscono ovvero che non hanno voluto o cercato di capire.
Un mezzo pacco la nuova «epopea criminale» di Einaudi. Parlo di Educazione siberiana di Nicolai Lilin. Nicolai Lilin, un transnistriano di origine siberiana (come buona parte degli abitanti della Transnistria, lì deportati ai tempi di Stalin), «ha scritto la sua biografia direttamente in italiano», è scritto sul retro di copertina.
Lilin vive in Italia da qualche anno e, teoricamente, ha imparato la nostra lingua abbastanza da scrivere un libro di 300 pagine.
«Ma per chi ci prendete?», viene voglia di chiedere ad alta voce.
È possibile che il signor Lilin sia un portentoso fenomeno linguistico, ma se come è probabile non lo è perché nascondere al mondo il fatto che il libro è stato quantomeno abbondantemente rivisto in fase di editing?
E fin qui, comunque, ci sarebbe ancora poco da lagnarsi.
Il problema fondamentale è che il libro non è un giallo, non è una biografia, non è un frammento di vita vissuta né una lunga cronaca. L'aspetto centrale del libro è l'ideologia del suo autore. Un'ideologia più o meno ottocentesca, «paternalista e virilista» verrebbe da definirla, non troppo diversa da quella dei mafiosi attivi degli anni cinquanta e che nei nostri giorni si lamentano dei giovani leoni che non hanno rispetto per nulla e per nessuno, pensando esclusivamente a fare i soldi in fretta.
Il dubbio che una tale visione del mondo sia una semplice, buffa foglia di fico - sia pure più volte dichiarata e universalmente condivisa - non è venuta proprio a nessuno?
Che la Transnistria attuale faccia parte del submondo del traffico di armi, stupefacenti e di tutto ciò di illegale vi venga in mente, non è un parere ma un dato di fatto. Fare finta che sia il frammento di «una travolgente epopea criminale» risulta un po' ridicolo.
Come accostare la biografia di Sandokan con i pirati somali e yemeniti.
Ciò detto, il libro di Lilin ( e di qualcun altro, necessariamente) ha un discreto ritmo, una efficace rapidità di racconto e dialoghi e una truce, cupa ferocia nella descrizione di scontri, regolamenti di conti e vendette. Insomma, leggerlo non è tempo sprecato avendo comunque ben presente che è probabile che il mondo narrato da Lilin sia soltanto una piccola parte della verità.
Ultimo libro - ultimo anche perché non ancora terminato - quello di John Banville, Isola con fantasmi. Un romanzo del 1993 con una situazione di partenza tipicamente teatrale.
Un'isola poco abitata e un gruppo di gitanti ambosessi arenatisi e costretti a rifugiarsi da un anziano professore, dal suo aiutante/servitore e da un misterioso io narrante , un ex-galeotto condannato a vita per un reato imperdonabile.
L'aspetto curioso e affascinante del libro è il racconto ossessivo e minuzioso di gesti, pensieri e atteggiamenti dei personaggi, la capacità - un po' sovrumana viene da pensare - di descrivere con con un'impressionante abilità icastica modi e movimenti. Siamo - anzi sono - in attesa che la violenza che cova sotto la cenere finalmente esploda, nel frattempo inganno il tempo leggendo dei rapporti segreti e inconfessabili che li legano...
...
Stop.
Questo il complesso dei libri che hanno impegnato e stanno impegnando il mio tempo.
Altri ne seguiranno, comunque...

12.4.09

ALIA Anglostorie


È stata necessaria un'attesa più lunga - Davide nella presentazione spiega il come e il perché - ma alla fine c'è.
Una prefazione e un'introduzione, sette racconti, centocinquanta pagine di testo, cinque immagini originali realizzate per l'occasione per un'ALIA anglostorica decisamente stimolante.
Gli autori presenti, a cominciare da Ted Chiang, rappresentano più che degnamente l'arte della narrazione fantastica nei paesi di lingua inglese.
A voi non resta che leggerli, preparandovi a una varietà di temi e linguaggi non troppo comune in un'antologia tradotta.
Ecco l'indice:

Che cosa ci si aspetta da noi di Ted Chiang

Il sentiero del Sole di Lillian Csernica

Lo spadaccino che non si chiamava Morte di Ellen Kushner

L’avventura dell’inquilino di Dorset Street di Michael Moorcock

Barbablu e il bisonte bianco, una storia di Rangergirl di Tim Pratt

Miss Carstairs e il Tritone di Delia Sherman

Corona di Karl Schroeder

A presto!

26.3.09

Camminare zoppicando...


Ci dovevo arrivare, prima o poi.
...
Panico nel pubblico.
...
No, calma.
A parlare di cosa mi è capitato dopo l'ictus (leggero) che mi ha colpito l'estate scorsa.
A parlare, in particolare, di cosa è accaduto alla mia passione per la scrittura.
Andiamo in ordine, più o meno.
Il primo problema, banale ma reale, è che mia mano sinistra non funziona più troppo bene.
È più debole, imprecisa, si stanca molto presto. Io ho sempre battuto con 5-6 dita, delle quali tre appartenevano alla mano sinistra. Adesso se tento di scrivere attaccapanni mi viene quasi sempre un «ayyattconnni» o qualcosa del genere. Se sto scrivendo una recensione o un articolo smadonno, sospiro, attivo il tasto backspace e cancello e riscrivo, più lentamente. Il rischio, ovviamente, è quello di dimenticare o confondere la frase o il passaggio che mi avevano attraversato la mente per un istante. Un altro rischio - non troppo piccolo - è quello di decidere di tagliare la frase e «normalizzarla» rendendola più facile e, probabilmente, più incolore.
Dovrei sforzarmi di scrivere pianamente e ordinatamente.
Ma chi ci riesce più, alla mia età?
Assomiglia a dover reimparare a scrivere quando ormai i nervi funzionano ostinatamente come hanno funzionato negli ultimi 30-35 anni... Tranne che adesso non si accorgono di non aver battuto alcuni tasti («attccpnni») o di aver battuto la «y» invece della «t» («ayyac...).
Tiro il fiato e mi rimetto a scrivere.
Di questo passo il backspace si consumerà più di tutti gli altri tasti messi insieme.
Non mi vengono idee per scrivere. E questo è il secondo problema, apparentemente.
In realtà è difficile capire se il desiderio (e lo spunto) di scrivere qualcosa nascono perché sono parte di un processo unico e ciclico per il quale la capacità di scrivere stimola l'attenzione verso il mondo e, reciprocamente, l'attenzione per il mondo stimola la capacità di scrivere.
Fatto sta che adesso il meccanismo è rotto. Tragicamente rotto.
Qualsiasi fantasma di idea mi attraversi la mente si scontra fatalmente con la mia relativa incapacità di scrivere. Che funziona anche nella scrittura a mano, detto per inciso.
So come scrivo.
Le idee si sommano, si scavalcano, si sostituiscono.
Prendono forma per essere presto rimpiazzate da altre fino ad arrivare a una forma che mi soddisfa.
Il tutto accade in pochi secondi, un tempo al quale le mie mani sono adesso sostanzialmente incapaci di reagire.
So come scrivo.
Devo scrivere in forma quasi perfettamente completa già alla prima stesura.
Buonanotte.
Infatti dall'estate scorsa tutto ciò che sono riuscito a scrivere è la chiusura (già progettata, peraltro) del racconto apparso su Fata Morgana 12. Non mi ha particolarmente soddisfatto, per la verità, ma di meglio non mi è stato possibile fare.
Mi capita talvolta di rileggere i miei testi inediti, in questo periodo. Un'agonia, a essere sincero. Proprio ciò che fatico a scrivere ultimamente - gli interludi, i passaggi, le distrazioni, i salti di senso e di equilibrio che rendono un testo godibile e imprevedibile - riluce ricco e sfacciato nei miei vecchi testi. È un'impressione, lo so, ma è difficile resistere alla (terrificante) sensazione che quel genere di scrittura sia ormai fuori dalla mia gittata e dalle mie possibilità.
Il problema fondamentale, in sostanza, potrebbe essere che - sempre ammesso ricomincino a zampillarmi idee nella zucca - dovrei avere mooolto più tempo di una volta per riuscire a scribacchiare una paginetta. Sempre ammesso che la mia velocità di scrittura regga almeno decentemente il ritmo delle idee.
Tenendo conto del mio lavoro attuale, direi che il tempo è sempre stato un problema - se non IL Problema - nella scrittura. Poi, certo, è possibile che mi trovi da un giorno all'altro a non avere più nulla da fare. Ma temo che a quel punto dovrei trovare qualcosa da fare in un modo o nell'altro. «Non restare con le mani in mano» come insegna il demente nazionale.
Che fare?
Mi consigliano di attendere. Di vedere come va la mano. Di fare esercizio con la sinistra.
Tentare di scrivere, tento.
Questo sciagurato e scalcinato blog ne è un esempio.
Gli articoli e le recensioni scritte per LN anche.
Da questo punto di vista sarebbe estremamente prezioso per me sapere se è così evidente il cambiamento intervenuto in chi scrive. Se avete voglia di dirmi qualcosa - senza pietismi o inutili cortesie - sono tutto orecchie.
Per la narrativa...
Consolata Lanza, scrittrice vivacissima, mi dice che lei ha passato diversi mesi senza scrivere. dopo un'operazione. Inchiodata, bloccata, vuota.
Mi dice che questo, forse, è ciò che sto passando anch'io.
Non credo che Consolata avesse avuto, all'epoca, la sinistra fuori assetto, ma comunque accetto e ringrazio.
Un altra possibilità è cambiare drasticamente il genere di testi che scrivo. Niente più romanzi né racconti ma racconti brevi o brevissimi, progettati fino all'ultima riga. Magari dettati al PC mediante un microfono.
È possibile e verosimile?
Non mi ci vedo troppo, ma l'importante è non disperare.
Poi qualcuno può anche giustamente commentare «ma chissenefrega di uno scrittore che ha pubblicato in vita sua una manciata di racconti...» e mi sarebbe difficile dargli torto. Posso soltanto rispondere, per quanto mi riguarda, che scrivere è stato per diversi anni una delle mie «vie di fuga», uno dei pochi metodi personali per separarmi temporaneamente dalla mia vita quotidiana. Un modo per giudicarla dall'esterno e provare a immaginare altre vite possibili.
In questo momento mi sento, sinceramente, molto solo. Una specie di naufrago, sia pure temporaneo... Ma è anche possibile che si tratti di un evento transitorio, qualcosa del quale potrò ridere quando riceverò il Nobel alla letteratura...
Non mi resta, a questo punto, che provare a scrivere qualcosa di molto rapido, anzi rapidissimo, tanto per vedere se mi è possibile.

«Luigi stava tornando a casa come tutti i giorni. Prendeva due autobus, il 19 per 5 fermate e il 65 per 8. Riconoscere la cadenza delle fermate era una pratica quotidiana, una sinecura che sbrigava senza nemmeno più porgli particolare attenzione. Ma quel giorno lasciò passare l'ottava fermata del 65 senza accorgersene e dovette scendere alla fermata successiva, la nona, posta dall'altra parte della grande piazza.
Il sole era forte, quasi insopportabile e l'asfalto ne rifletteva lo splendore rabbioso come lo specchio di un lago oscuro.
Dall'altra parte della piazza un ragazzo stava attraversando la strada con la stanchezza un po' ovvia di loro studenti.
Buffo, Luigi avrebbe detto che si trattava di una copia perfetta di lui. Stessi jeans larghi, stessa maglia bianca con una grande scritta sulla schiena.
Luigi, stordito, scosse la testa e poggiò un piede giù dal frammento di marciapiede dove l'autobus l'aveva lasciato. Ma l'asfalto sembrava in tutto e per tutto limacciosa acqua oscura.
Si sentì trascinare giù, senza riuscire a fermarsi. Provò a urlare ma inutilmente.
Le abitudini possono essere pericolose.
Molto pericolose. »

Beh, c'è voluta più o meno un'oretta.
Q.E.D.

Alla prossima.



18.3.09

In libreria a fare che?



La crisi per i libri non esiste, scrivono sui giornali.
Sarà...
Personalmente, intento come una vedetta a spingere lo sguardo fino al limite dell'orizzonte per individuare eventuali movimenti (beneauguratamente) sospetti, credo si tratti di grosse fregnacce. Cavolate colossali. Idiozie. Facezie poco divertenti.
I giornalisti, come tutti sanno, sono per la maggior parte scrittori - o tentati/tentanti scrittori - a loro volta. Creare la convinzione (fittizia) che vi sia un bel movimento nel settore editoriale librario dovrebbe (o potrebbe?) indurre i lettori abituali a non abbandonare le librerie, preferibilmente di catena, e con esse i loro prediletti scrittori / giornalisti.
A resistere alla tentazione di chiudersi in casa in compagnia di libri acquistati in altri tempi.
A non dare retta alle arpie che denunciano tutti i giorni la situazione di crisi.
Ma è vero?
No.
Fino alla sede di questa piccola libreria arrivano voci - ululati, urla , singhiozzi e trapestio - provenienti dalle case editrici. Queste voci parlano di «librerie congelate», una situazione che ha il grosso pregio di spiegare con un'unica rapida immagine lo stato delle cose. «Congelate» significa che nessuno tocca nulla, prende in mano nulla, al limite non entra neppure. E noi, sciagurati librai, rimaniamo all'interno con la bocca aperta, proprio come dei pesci surgelati all'istante.
Può comunque essere interessante provare a svolgere qualche riflessione sui pochi sciagurati che che nonostante tutto entrano.
Che cosa chiedono?
Una prima osservazione è che sono nettamente diminuiti i clienti che entrano senza un'idea precisa e finiscono per acquistare qualcosa per semplice golosità. Chi entra lo fa per un motivo ben preciso, chiede, paga e se ne va. Se non disponibile il volume richiesto prenota e ripassa il giorno X a ritirare il libro ordinato.
Fine.
Qualcuno, mentre aspetta il pacchetto del libro ordinato da regalare, si guarda intorno ma finisce per non acquistare nulla.
«Non è un bel momento», magari si preoccupa anche di osservare il nostro lettore.
«Certo, è evidente» è il commento più ovvio e scontato.
Si pensa ai giornalisti e...
Vabbé.
Che cosa scelgono i clienti?
Questa è un elemento di rilievo, tanto più che viene a confermare una sensazione che ho già espresso proprio qui. Una volta detto che l'acquisto di impulso è nettamente diminuito e prevale nettamente l'acquisto (apparentemente) meditato si scopre che la scelta finisce per cadere su pochi titoli. In questi giorni la Vargas (Un luogo incerto), Larsson (la trilogia millennium) e poco più. Al massimo una spruzzata di Camilleri e un po' di laicismo di Rodotà. E diversi saggi scientifici.
La narrativa non targata da autori già famosi viene ignorata. D'altro canto essendo al momento morta o agonizzante «l'occhiata senza impegno» che molti clienti davano volentieri in altri tempi non resta che allinearsi e ubbidire. Il che per i librai - onde evitare di andare in malora passando per la via più breve - significa tagliare gli acquisti su autori meno noti o i generi meno frequentati.
In ultima analisi si può anche affermare e scrivere che «in libreria la crisi non arriva» se ci limitiamo alle vendite degli autori più conosciuti.
Dietro di loro, però, il vuoto.



11.3.09

Partito LN 49!


Nonostante questo non sia, come abbondantemente spiegato, il sito di LN, mi sembra il caso di informare che l'ultimo numero di LN, il 49, è felicemente salpato per il tipografo. La consegna dei fascicoli è prevista per venerdì 20 marzo. O al massimo, tenendo conto dei ritardi tipografici, potrebbe essere lunedì 23...
Cosa c'è di particolare in questo numero?
Beh, è un buon esempio di quello che possiamo fare.
Parlando disordinamente: ritorna «Per una storia naturale del fantastico», il numero 38, a cura di Davide Mana. Una lunga monografia dedicata al rapporto tra riviste dedicate alle nuove tecnologie e pubblico di lettori, dai tempi di Popular Mechanics ad Analog, a Omni a Wired, fino alla neonata versione italiana di Wired. Un ottimo articolo, che si chiude sollevando problemi non esattamente secondari, del genere: «Ma hanno ancora uno spazio le riviste?»
Ricco di interventi lo spazio «Magazzino dei mondi», aperto da un lungo articolo di Silvia Treves e continuato, tra gli altri, da interventi e recensioni di Consolata Lanza e Enzo Baranelli.
Terzo spazio per Albion di Franco Pezzini, viaggio storico-turistico-letterario nell'Inghilterra medievale e moderna e un nuovo incontro con Mario Prisco e il teatro napoletano, questa volta dedicato a Eduardo De Filippo e Giuseppe Patroni Griffi. Ritornano le recensioni in coppia di Raffaella e Luca, dedicata questa volta a Pulsatilla e alla Prova del miele di Al-Neimi e le «Letture controvoglia» di Cettina Calabrò. Ritorna anche, dopo un paio di numeri di assenza, lo spazio iniziale della rivista, «La sentinella», dedicato all'antologia appena pubblicata da Stampa Alternativa dello scrittore americano Ted Chiang.
L'incontro con l'autore di questo numero è con Luca Rastello, condotto da Marco Email partendo dal nuovo libro di Luca. «Io sono il mercato». Un'intervista felice e ricca di riflessioni non banali: Mentre Marco scrive: «... il suo libro ha illuminato l'economia, la società e il mercato [della droga] di una luce diversa» Rastello ci spiega perché «la cocaina e l'eroina sono le merci più redditizie nella storia dell'economia…»
Un'intervista che è bene non perdere…
Nello spazio Golem, dedicato alla scienza, una coppia di recensioni di Davide e una di Silvia Treves incentrati sul rapporto tra filosofia e scienza.
A concludere il numero un buffo e singolare racconto che è anche una dichiarazione letteraria d'amore di Massimo Soumarè per Akutagawa, con la presenza di Buddha in persona...
Ultima cosa una piccola grande novità, uno spazio dedicato alle letture di Francesca, un'appartenente alla squadra dei Rudi Matematici. Nulla di «troppo» scientifico, come si vedrà, solo normali letture ma illuminate e raccontate in modo non comune partendo da un approccio non convenzionale.
Un buon numero, credo, anche se so benissimo che l'ultima parola va ai lettori.

Dopo il 20 (o il 23) di marzo...


4.3.09

Fiducia negli acquirenti?

Qualcuno ricorda ancora il demente strillare agli italioti che esisteva una sola strada per fermare la crisi in arrivo? Lo ricordate mentre ripeteva: «Bisogna comprare di più! Spendere, largheggiare, dilapidare: è l'unica linea di condotta che possa salvarvi dalla crisi».
Non complete stupidaggini, ovviamente.
In una crisi di consumo come quella che sta scuotendo il mondo, puntare sulla volontà popolare di continuare a spendere non è completa fuffa, se non fosse che... I soldi mancano o se ancora non mancano ci si comporta comunque come se mancassero.
E fino qui siamo ancora alla reazione popolare ai boatos sulla crisi.
Adesso si parla di aumento vertiginoso di cassa integrazione e di licenziamento di precari che lo stato non può assumere. Meriterebbe forse riflettere un po' su questa «impossibilità» statale, dal momento che, se si tratta di lavori necessari, qualcuno li dovrà pur fare, alla faccia di tutti i Brunetta del mondo.
E se non se ne occupa lo stato chi sarà?
Il solito privato rapace & usuraio?
Con i propri precari ultrasfruttati e disperati?
Meditate - gente - meditate.
Ma a non credere in primissima persona al verbo del demente sono, curiosamente, i suoi dipendenti: i mondadoriani.
Le novità editoriali continuano a uscire, ovviamente, ma con ritmi inaspettatamente un po' diversi da quelli tenuti negli anni scorsi.
Bastano alcune cifre in percentuale, aggiornate sui relativi fatturati a nostro carico aggiornati a oggi:
Messaggerie Libri: - 31,62
RCS Libri: - 34,62
Mondadori: - 28,89
Percentuali intorno al 30% in meno, curiosamente concordi per i maggiori distributori librari nazionali. Certo, in parte si tratta di tagli operati da noi, particolarmente a carico di Messaggerie e RCS, ma quantificabili al massimo con 10-15% in meno. Il resto, ovviamente, è un taglio - o almeno una diversione di uscita - praticata direttamente dagli editori. In sostanza, visto l'andamento del mercato, sono per primi i fornitori a tagliare la disponibilità dei titoli in commercio. Si ritiene che il pubblico non sarà disponibile a spendere e quindi si rimandano o si eliminano i nuovi titoli.
E i prezzi relativi?
No, nessuna deflazione, per ora.
Aumentano le campagne promozionale (sconto 20% - 30%, 3 x 2, 2 x 1, 1 x 1 ecc.) e ne aumenta la durata ma il prezzo di copertina dei singoli libri per il momento non mostra diminuzioni di rilievo.
Per il momento siamo in bonaccia.
Per far volare gli stracci dovremo aspettare l'ingresso delle (grosse) rese relative al 2008.
Chiedetemi allora com'è la situazione…
Per il momento vi basti sapere, comunque, che Mondadori ha ceduto di recente la propria storica tipografia perché pesantemente sotto con l'editoria periodica - riviste eccetera - di un 20% abbondante.
Ma non dovevano spendere di più, gli italiani?




27.2.09

Di nuovo sul maligno gioco delle menzogne


Si va alla deriva.
Tra squadristi neri-verdi benedetti dal prefetto, balzelli pretesi dagli immigrati regolari e tisi & compagnia nascosti ai medici dagli immigrati irregolari. Nuove borboniche leggi sullo sciopero nei trasporti elaborate da Sgaramella-Sacconi mentre l'atletico e aitante ministro Brunetta si vanta di far andare a lavorare anche i malati, i disperati e i febbricitanti. Una legge sul testamento biologico che sarebbe considerata un po' esagerata anche da Dracone in persona mentre il PD può vantare nelle proprie file miracolati come Rutelli, in compagnia di intere legioni di capitombolati sulla strada per Damasco.
Berlusconi va all'estero a combinare cattivi affari con Sarkozy e a fare pessime figure in nome e per conto dell'Italia, ma che comunque al suo rientro in patria si preoccupa di bloccare giornalisti e magistrati per evitare future possibili e probabili grane su intercettazioni, anche se questo può significare lasciare mano libera ai potentati criminali.
La crisi morde ferocemente ma l'Italia, secondo il nostro governo, non corre rischi. La produzione industriale crolla ma non corriamo rischi, come - si diceva - garantisce il governo. Anche dovessimo andare a dormire sotto i ponti avremmo le intrepide guardie padane a vigilare sui nostri sonni.
Alla scuola, dalle elementari all'università, vengono tagliati i fondi cercando anche di convincere le vittime che il tutto si fa per il loro bene. E si tagliano i fondi anche all'esercito e alle polizie.
Tanto ci sono le guardie...
Si investono denaro e fatica su centrali nucleari di progettazione attempata e che, quando saranno terminate (2020? 2030? 20xx?), saranno un eccellente esempio di nuovissimo antiquariato industriale.
Veltroni con il suo stramaledetto ottimismo cinematografico se n'è ghiuto, insalutato ospite, lasciando dietro di sè le rovine di una maestosa costruzione non terminata e probabilmente nemmeno iniziata. Tra un mozzicone di colonna e un arco diroccato si scontrano dalemiani, parisiani, rutelliani, bindiani, lettiani e pantegane. Chi vince non importa, l'importante è azzuffarsi...
E in questo splendido panorama qualcuno a Udine decide di aprire un'inchiesta sulla morte di Eluana Englaro, mosso da una denuncia di appassionati sostenitori della vita. Vengono accusati di omicidio il padre di Eluana e gli altri membri dell'equipe medica.
Il Cardinale Javier Lozano Barragan dichiara: «Esiste un comandamento e se qualcuno lo infrange allora e' un assassino».
Ben detto, perbacco.
Questa sì è chiarezza di idee. Perché preoccuparsi di sentenze, giudizi, dubbi, sofferenze ecc.? Basta dire che tizia è viva perché questo sia ipso facto vero.
In fondo Berlusconi non si era offerto di copulare con la povera Eluana per dimostrare che lei stava tanto bene da poter fornicare? Poi, certo, Carla Bruni è meglio, ma una generosa botta da uno che tutte le notti può vegliare tre ore per darci non si nega a nessuno.
Ecco.
La cosa impressionante, anche più del gioco infinito delle menzogne - delle quali è comunque figlia questa geniale trovata della denuncia a carico di Beppe Englaro - è la quantità di spazio e tempo che si deve perdere per discutere, commentare, giudicare, deprecare e disprezzare. Che il demente, con il sue cervellicchio ultramaschilista da padroncino anni '50 che è andato a vedere lo strip-tease e si rende inviso alle ballerine con le sue lepidezze da postribolo, tenga tanto spazio sui giornali e nella nostra testa è sorprendente quanto grave. D'altro canto la volgarità del demente si sposa perfettamente da un lato con il maschilismo residuale e inconfessabile dei maschi di provincia ultracinquantenni che sparano volgarità sulle donne masticando noccioline al bar, che con il neomaschilismo ruspante di agenti immobiliari e funzionari di banca riuniti all'happy hour, abituati a pesare e valutare una donna come un'automobile.
Il demente è perfettamente intonato a questo paese.
Come un possidente di provincia sa dare garanzie alle donne, che lo votano felicemente mentre dà di gomito ai loro maschi e ai loro pensieri impresentabili. E il gioco della menzogna si rivela in fondo ciò che è davvero: il sogno ipocrita di una morale e di un'etica che non possediamo, alla quale per mancanza di cultura e formazione non possiamo giungere.
Siamo cattolici - quindi ipocriti, ovvi e perbenisti - perché essere altro è troppo faticoso e costoso.





18.2.09

Fata Morgana, il ritorno


Fata Morgana è un progetto collettivo che esiste da qualcosa come quattordici anni.
I primi due numeri, FM 1 e FM 2 sono nati autonomamente, ovvero senza concorso per la partecipazione all'antologia. FM 1 è una raccolta scelta di interventi e contributi tratti dal seminario autogestito «Il Koro» tenuto per un paio d'anni. Il sottotitolo è «Antologia essenziale di narrativa mimetica (e non)» e raccoglie alcuni racconti «seri», più parodie e soggetti a tema anche sorprendenti o curiosi come «storie con birra», nati come proposta di tipo didattico nell'ambito del seminario.
Nonostante il tempo passato sono ancora molto affezionato a questa vecchia antologia, nata in un momento di entusiasmo, quasi una promessa a una narrativa diversa, più vivace e partecipata. Nick Matassa, la piccolina, Sua Maestà Levomiro Artasio Veniero Ansante IV dei Crociferi, Alessandro «Mannaia» Trombosi e tutti gli altri non mi hanno mai, letteralmente, lasciato. Calchi e parodie più o meno riuscite raccontano frammenti di storie distorte e pasticciate dove è facile e probabile vedere i fili della presenza dell'autore, esattamente ciò che sforzavamo di nascondere nelle nostre scritture «serie».
Ciò che [forse] è accaduto nelle edizioni successive. Partendo da FM 2 «Giochi di carta» dove a partecipare fummo nove + 3 pseudonimi fino a questo FM 12, con 17 autori dei quali due stranieri, una polacca e un cinese.
È importante, questo FM 12.
Non solo perché è l'ultimo nato della famiglia ma perché come tutti i precedenti è unico ma anche, a differenza di questi, l'ultimo.
Dopo 12 anni di concorsi siamo stufi e stanchi.
Le ultime edizioni del concorso hanno visto un numero di partecipanti tendenzialmente simili - 70-80 racconti - ma con una caduta sempre più evidente nella qualità dei manoscritti. Non tanto nei brani migliori, quelli tra i quali finiamo per scegliere i brani premiati, quanto nella fascia media, ovvero nel gruppo dei racconti che non sono né i migliori né i peggiori. Tra questi racconti «medi» è cresciuta gradualmente una terribile, penosa ansia di raccontare se stessi, i propri problemi e sofferenze ignorando bellamente il mondo che non viene né descritto né narrato.
Non siamo Lukacsiani, noialtri, ma avere l'occasione di conoscere e riflettere su qualcosa di diverso da storie d'amore fallite, dolori indimenticati, lutti e sofferenze familiari o, per contrasto, gioie d'amore, amicizie felici e scherzi più o meno riusciti è stato uno dei motivi per i quali abbiamo lanciato il concorso. Leggere decine di racconti che, in modo più o meno riuscito, raccontano le gioie e i dolori di un piccolo cuore borghese - le piccole cose di pessimo gusto - non era lo scopo del concorso. E il fatto che centinaia di autori non si rendano conto di quanto si ripetono, si imitano, si raccontano e ri-raccontano testimonia di un'assenza narrativa sempre più evidente. I tentativi di imitare «gli autori» (ma chi sono gli «autori» in questo terzo millennio partito tanto male?) si è fatta più flebile, sporadica e si limita, in ultima analisi, a un tentativo più o meno ingegnoso di giocare con le parole per ripetere ciò che già sappiamo: lei o lui si sono lasciati (o non incontrati o persi di vista o odiati o dimenticati) per futili motivi. E lui e lei - e questo è l'aspetto più allarmante - non hanno alcun elemento per essere distinti nella folla di personaggi che man mano si sommano e si aggiungono nelle nostre menti.
D'altro canto provando a sollevare lo sguardo e guardando ai titoli di maggiore successo cosa troviamo se non storie minime? Cronache di fallimenti esistenziali tratteggiati a deboli colori in universi familiari banali come in una sitcom seriale?
E non fatevi ingannare dal successo apparente del noir. Si tratta di personaggi e vicende volte al negativo ma che non si distaccano dal vuoto di ispirazione e visioni che domina la narrativa contemporanea.
Siamo diventati incapaci di immaginare una realtà diversa, meno squallidamente familiare, dove incontri e passioni si accendono di luci impreviste e imprevedibili? Le parole raschiano sul foglio e intimamente finiamo per gioire per una serie di vocaboli scelti accuratamente anche se, in definitiva, non aggiungono nulla a ciò che sappiamo del mondo.
Ci accontentiamo di riconoscere ciò che già conosciamo e temiamo l'ignoto, parrebbe.
Più o meno ciò che che ci accade tutti i giorni. Verso il mondo in tutte le sue manifestazioni, temendo tutto ciò che non ha l'odore pantofolaio delle nostre cucine.
Che questo sia un paese vecchio e decotto l'ha detto Alexander Stille...

Il fatto che l’Italia non solo accetti Berlusconi e le sue sciocchezze, ma le condivida pure, è un sintomo di un paese in profonda crisi con una travagliata economia stagnante. Un paese paralizzato e profondamente frustrato, nelle mani di pochi gruppi di interesse, e in una situazione per cui non e’ né in grado né disposto a cambiare qualcosa. Un paese dove la popolazione e’ fondamentalmente disgustata dalla classe politica e per questo vota un uomo che per lo meno non nasconde di voler fare innanzitutto i propri interessi.

Possibile che mi sbagli, ma è difficile non accostare il vuoto di tanta narrativa al disperato vuoto che ci circonda.
Fata Morgana finisce per essere danneggiata - una vittima collaterale - di una situazione disperata ma non seria. Non morirà per questo, certo, cercheremo di proporre qualcosa di diverso. Un'antologia a tema, certo, ma proposta soltanto agli autori già noti e pubblicati.
Ma senza concorso.





11.2.09

Il maligno gioco delle menzogne


Eluana se n'è, come desiderava, andata.
Mentre il senato della repubblica (minuscolo, volutamente) e il suo padrone si sforzavano di approvare una legge che l'avrebbe fermata. «Eluana potrebbe anche avere un figlio» biascicava il demente senza preoccuparsi di constatare qual era davvero la condizione della povera Eluana, cadavere ormai da diciassette anni. Dopo la satiriasi perpetua il demente esibisce ora anche una certa tendenza alla necrofilia...
In molti hanno preso per buona la posizione del demente, tanto da accusare (risibilmente) il padre della defunta di cospirare, in combutta con i medici, per perpetrare l'omicidio di una morta. Morta, giova ricordarlo, perché nessun essere umano con una quota del cervello ormai in necrosi da tre lustri e passa può decentemente definirsi "vivo".
Dimenticato dalla morte, certo.
Spezzato, secco come un albero colpito da un fulmine.
Ma il soggetto, mantenuto artificiosamente in condizione di animazione pre-mortuale, ha finito con il calamitare le attenzioni della chiesa, ben decisa ad affermare il suo diritto/dovere di intervenire nella vita di noi tutti fissando il termine della vita. Dopo aver rabbiosamente sostenuto il divieto di morire anche per i già morti da tempo, herr ratzinger & co. (tutti i minuscoli sono voluti), dopo aver reso impossibile (in Italia) l'inseminazione per gli sterili, si prepara con ogni evidenza a colpire la legge sull'aborto.
Dopodiché sarà la volta del divorzio.
Poi verrà la nuova ora di religione.
La preghiera sul posto di lavoro.
La benedizione delle baionette.
A colpire più di tutto, tuttavia, la capacità inesauribile di giornali e TV di proprietà o dominati dal demente di sparare assurdità senza senso. Pure menzogne, qualche volta vissute e propinate come tali, qualche volta ripetute "senza colpa". Si è creata così una semiosfera di ipertrofiche balle dove Eluana semplicemente dormiva come una seconda Biancaneve in attesa di un bacio che l'avrebbe risvegliata.
O, nel caso del demente, di una bottarella.
Qualcuno se l'è bevute perché resistere alla morte è un po' il mestiere di noi esseri umani. Ma bevute tanto profondamente da giungere a insultare il padre di Eluana, il presidente della repubblica e tutti coloro che pensavano che un morto meritasse - finalmente - il riposo.
Ricorda un po', abbiate pazienza, la campagna antisemita venuta dopo le leggi del '38. I mezzi di stampa (e propaganda) dell'epoca sparavano senza problemi balle terrificanti sui giudei, sulla loro capacità di complottare a danno di noi poveri cattolici, di bidonarci, derubarci, fregarci.
Il Duce approvava o quantomeno non riteneva opportuno intervenire mentre i suoi sottopancia si affannavano a inventare, riportare, aumentare ancora la dose. Il popolo "beveva" come tutti i popoli del mondo quando hanno occasione di decodificare la realtà soltanto attraverso mezzi di stampa addomesticati.
È vero, non siamo ancora (del tutto) a queste condizioni, ma io mi preoccupo non poco per questa Italia dominata da un demente in piena crisi pre-alzheimer, seguito e affiancato da una corte di criminali più o meno consci di esserlo e in combutta con l'ex-maximo dirigente della nuova inquisizione (la congregazione per la dottrina della fede questo è) e i suoi santi signori della terrore e della pedofilia. La menzogna che si afferma, si ripete, gioca con la realtà ne è un simbolo terrificante. Un preannuncio di un possibile nuovo regime, basato sulle solite, vecchie, regole.
Santificato, questo è tristemente interessante, da non pochi preziosi idioti del PD che si preparavano a votare a favore della legge proposta dal demente.
Conviene rifletterci.



5.2.09

Limatura di ferro, schegge di diamanti


Ha sollevato quanto meno una certa attenzione, il post precedente.
Tanto che, piuttosto che rispondere alle singole osservazione, preferisco inserire una risposta in forma di ulteriore post.
Prendo spunto dall'intervento di Piotr, che, maliziosamente, sottolinea il sentore di narcisismo che proviene molta della produzione editoriale contemporanea. Il libro di Cassano, dove "l'autore" confessa, come Don Giovanni, di aver amato centinaio di donne, è un efficacissimo esempio. Il libro che viene dall'autore già famoso per altri motivi - il calciatore, certo ma anche il tennista o il bombarolo e la vittima del bombarolo, la puttana di lusso e la puttana di lusso convertita - è un cavallo perfetto per l'editore di rilievo. Produce utili grazie al voyeurismo del pubblico di bocca buona e si impone automaticamente nei luoghi deputati alla vendita. Che non sono, come si può immaginare, le librerie. I librai "seri", infatti, sono ben coscienti del senso e del significato di simili uscite, senza valore culturale né un'orizzonte di durata che superi i 30-60 gg e se non ha un pubblico adatto a questo genere di volumi (non necessariamente un pubblico di beté, basti pensare alla libreria di una città di mare) si tiene basso sulla prenotazione della novità. O, in alcuni casi, trascura semplicemente il volume. Il libro troverà comunque abbondantemente posto nei supermercati e nelle grandi librerie di catena.
Questa "personalizzazione" esagerata del libro, famoso come riflesso della fama dell'autore, è una formula, un meccanismo che gli editori vorrebbero utilizzare spesso, tanto più in un momento come questo, cioé quando i lettori non comprano. A muovere l'interesse verso una nuova uscita, infatti, è la curiosità verso un tema, un luogo, una situazione. Ma se il lettore risulta distratto e poco sensibile non resta che fare appello alla sorella idiota e maligna della curiosità, la schadenfreude, cioé la gioia per i danni e i problemi altrui. Da qui l'interesse per i problemi di fuggiti da gruppi chiusi, oppressivi e fortemente esclusivi (Opus Dei, Scientiology ecc.) o per gli oppressi da pedofili, violenti, drogati, sadomaso, satanisti ecc. La "vittima" divenuta protagonista entra nell'insieme del progetto mediatico, compare alla TV, su internet, sui giornali. Il progetto mediatico prende a quel punto il suo spessore, tanto da diventare un "fenomeno" e il libro diventa un elemento intercambiabile e sostituibile di un complesso di elementi di pseudoinformazione. Tanto è vero che non è neppure necessario che l'elemento centrale della vicenda sia reale, l'importante è che sia verosimile.
In tutto ciò il posto e il ruolo del libro fatalmente impallidisce e svanisce e con essi si vanifica anche il senso e la presenza del libraio.
Questa giostra dei "nomi del momento" è esattamente ciò che Piotr sottolineava con la frase: «un po' di colpa ce l'ha anche la nazione stessa, se va a comprare un libro solo dopo un can-can pubblicitario su radio e tv, e solo per non sentirsi perduta quando altri ne parlano.»
La personalizzazione del libro anche in settori molti lontani dal libro biografico è ciò su cui gli editori - i grandi editori - puntano. Il libro di Vespa, di Manfredi ma anche quello di Giordano o di - non così assurdamente - Saviano, divengono strumenti di una campagna personalizzante dove il gradimento (o meglio, l'onnipresenza) del personaggio finisce per prevalere sul valore e il significato del libro. E il meccanismo ha un elemento ulteriore di sicurezza dal momento che il personaggio-scrittore può essere "venduto" più volte, simbolicamente in occasione dell'uscita del nuovo libro.
La fuga della limatura di ferro, in sostanza, minaccia quindi di non essere soltanto una caccia alle teste ma un modo per profilare una scuderia di autori "vendibili". Sia per la gradibilità della loro produzione che per la loro capacità di presentarsi a un pubblico televisivo e non solo. Basti pensare ad autori come Mazzantini, Genna o Pinketts... Mondadorone nostro ha capito prima e meglio di tanti altri editori la necessità della costruzione della pseudo-personalità dell'autore. E si muove di conseguenza. Qualcuno, come Rizzoli, procede di conserva ma la stragrande maggioranza degli editori non ha ancora capito che i libri di grande successo non sono più tali ma viaggiano su molti binari.
E i librai?
Penosamente, verrebbe da dire, si sforzano di vendere libri scritti, come dice Wilbur Smith ,«da autori con il nome scritto più piccolo del titolo». A un pubblico disperso e confuso di lettori possiamo offrire soltanto libri e non una ricca, grandiosa e squallida avventura. Di questi tempi un peccato imperdonabile.


28.1.09

Limatura di ferro

Movimenti tra editori.
Una cosa fisiologica, in apparenza. Ma forse nemmeno così normale come appare.
Siamo abituati, per lo meno noi "habitué" del settore librario, ad accoppiare inconsciamente autore e casa editrice. Bevilacqua e Mondadori, Moravia e Bompiani, Bassani ed Einaudi eccetera. I passaggi di casa editrice sono possibili ma non troppo frequenti e, in genere, non riguardano i "big". Eco e Bompiani, per dire. O Biagi (il fu) e Rizzoli. Ma le cose hanno iniziato a muoversi più velocemente, di recente.
Ieri è arrivato il nuovo libro di Culicchia.
Marchiato Mondadori.
Culicchia, per chi non lo ricordasse, ha pubblicato finora praticamente tutto con Garzanti.
Sotto Natale è uscito da Mondadori l'ultimo libro di Maurensig. Nato Adelphi.
Attenzione: non mi interessa in questa sede discutere dei pregi o difetti della produzione narrativa, ma soltanto constatare la scuderia.
Farinetti, uscito Marsilio, pubblicato da Mondadori.
Genna, pubblicato in origine da Einaudi, uscito in Mondadori.
Mondadori ha anche pubblicato di recente: Mazzantini (da Marsilio), Evangelisti (Einaudi), Abate (Fazi), Siti (Einaudi), Favetto (Utet), Van Straten (Bompiani), Corona (Biblioteca Immagine), Pinketts (Feltrinelli) . È una storia vecchia quella del fantasma di Calvino "rapito" da Mondadori a Einaudi o di Busi passato da Adelphi a Mondadori o il curioso tandem di Camilleri che passa da Sellerio a Mondadori senza particolari problemi, o meglio, grazie a un contratto raffinatissimo. Mentre il ritorno di Brizzi da Mondadori a Baldini è semplicemente il risultato di un contratto non perfettamente riuscito. Resta il fatto che tra gli scrittori italiani di media caratura è in atto uno spostamento graduale e apparentamente impossibile da fermare dai medi editori a Mondadori. Più o meno, a voler fare un paragone irriverente, ciò che avviene per il Milan o l'Inter.
Mondadori ha denaro, questo è indiscutibile, e i suoi contratti hanno qualcosa al quale risulta molto difficile resistere. Se si ha avuto un certo successo (dalle 10.000 copie in su, approx) difficile non cadere sotto lo sguardo mondadoriano. Non solo: i nuovi autori "di successo" (Giordano, chi se no?) vengono proposti direttamente da Mondadori. Torno a ripetere, per evitare maledizioni e accidenti di ogni genere, che non sto parlando della "qualità" dei testi ma della loro capacità di muovere lettori e attirare quella vasta fascia di lettori "incostanti" che leggono meno di 12 libri all'anno pescandoli dalle classifiche di vendita.
In sostanza Mondadori può allineare, a essere precisi, 3-4 autori "importanti" a ogni uscita. Nomi da spendere e da vendere. Poi si può benissimo pensare che l'ultimo della Mazzantini è una ciofeca o che i numeri primi di Giordano sono di una povertà desolante, ma resta il fatto che è Mondadori a "fare" il mercato.
Il problema grosso, il "baco" della cosa, è il tipo di clima che si viene a determinare.
Mondadori, il numero 1 dell'editoria italiana, punta dichiaratamente su autori già affermati. Crea una "scuola" di autori affermati che (ahimé) scrivono pescando nella loro carriera ormai pluriennale. Pensano in primo luogo al successo che i loro testi sono in grado di garantire loro senza preoccuparsi, si può supporre, di tentare nuove vie o nuove soluzioni. Bene o male, anche se sono prontissimo a ricredermi, Culicchia scriverà un altro culicchiade, Mazzantini una mazzantinata, Farinetti una farinettata. Nulla di male se si apprezzano le produzioni di questi autori, anche se - ovviamente - tutto ciò definisce un paesaggio "fermo", ovvero autori che producono letteralmente "a richiesta" titoli molto simili l'uno all'altro, destinati (condannati?) a un successo inevitabile.
E gli altri, gli autori meno noti e non appetiti da Mondadori?
Ai lettori tirare le conclusioni. Una volta stabilito che tali autori non possono ambire a vivere scrivendo e quindi difficilmente potranno giungere a costruire un'estetica letteraria personale, la conseguenza è che "il nuovo" narrativo farà fatica a emergere. La caccia nelle riserve dei nomi famosi ha questo come conseguenza, impossibile non arrivare a pensarlo.
Siamo in un momento pesante, nel mondo letterario. Da una parte gli scrittori - coccolati, viziati, strapagati purché non smettano di scrivere ciò che può puntare al successo - dall'altra i perenni dilettanti, armati di qualche buona idea ma eternamente inchiodati nella posizione di chi sta iniziando una corsa.
Manca l'aria, secondo me...


17.1.09

Freddo e tormenta

Fa freddo.
Che è un'ovvietà, naturalmente.
Ma fa particolarmente freddo per me, pieno come sono di farmaci che hanno il compito di fluidificarmi il sangue. Questo accidenti di clima ha risvegliato in me un'immagine diversa del freddo e dell'inverno come l'ho sempre immaginato e vissuto. Ho sempre amato maggiormente il freddo e, più in generale, il cattivo tempo o perlomeno il tempo incerto, il cielo coperto, l'imminenza della pioggia, la nebbia, la neve e il vento. Adesso, a essere sincero, attendo con ansia di veder comparire il sole e mi rattristo non appena il cielo si copre. Ho assistito con una intima sensazione di smarrimento alle numerose nevicate dei giorni scorsi e mi scopro a chiedermi quando arriverà la primavera. Ciò che mi è capitato, in sostanza, mi ha sbalzato indietro grossomodo di un secolo, se non di più. Mi mancano soltanto le flebili luci delle candele e gli spifferi dalle finestre gelate perché il panorama sia completo.
Rimpiango sinceramente la sensazione di gioia sottile che il cattivo tempo era una volta in grado di risvegliare in me. D'altro canto adesso faccio persino fatica a immaginare come fosse possibile e ragionevole gioire per un cielo grigio ed esultare per i primi fiocchi di neve.
Ma spero sinceramente che quel piacere ritorni.
Mi sento debole e stanco a fuggire il freddo. Anziano, detto in poche parole.
Qualche lontana speranza esiste, comunque.
Oggi a pranzo, sfidando la mia circolazione idiota, sono andato a fare due passi al Parco del Valentino dove, peraltro, nessuno ha tolto la neve. Il sole nonostante l'ora (le quindici circa) era basso e la luce spezzata da un tappeto, remotissime di piccole nubi. Dopo un quarto d'ora di sofferenza ho cominciato a smettere di avvertire così nettamente il freddo. Il paesaggio nevoso costellato di uccelli - cornacchie, colombi, passeri, anatre - ha lasciato intuire qualcosa del suo enigmatico e silenzioso fascino. Per qualche istante (poco prima dell'assideramento, suppongo) sono riuscito a sentirmi se non proprio la Strega Bianca, perlomeno un suo braccio destro.
Un ottimo risultato, tutto sommato.




9.1.09

Con l'anno nuovo...

... è abbastanza normale provare a riflettere sui compiti e sulle fatiche che attendono.
Tra queste c'è un problema che per lungo tempo tale non è stato. Parlo della rivista di attualità libraria che stiamo stampando nella nuova versione da undici anni e da ventitré (detto a spanne) comprendendo anche la versione vecchia.
LN-LibriNuovi (www.librinuovi.info) si è portato via buona parte della mia vita, questo è certo. In bene o in male non me ne lamento, anzi, anche se...
Ma non precorriamo i tempi.
Che cos'è LN, innanzitutto?
Si presenta con un formato da libro (150 x 210 mm), una copertina lucida e colorata e conta dalle 130 alle 160 pagine. È un trimestrale che esce a marzo, giugno, settembre e dicembre. Trimestrale di attualità libraria è scritto sulla copertina e di questo si occupa, recensendo, commentando e riflettendo sui libri ma anche sul mondo librario e la sua dinamica. Per farsi un'idea di come funziona LN è sufficiente fare un salto sul sito della rivista: ci sono le recensioni (più o meno 400) e anche i giudizi e i commenti sul mondo librario. È una particolarità tipica di LN, questa. La riflessione - libera e assai poco conciliante - sul mondo e sulle tendenze dell'industria editoriale libraria è sempre una delle caratteristiche distintive della rivista, il suo garofano rosso all'occhiello. A fare compagnia a questa particolare ottica sul mondo del libro (perché escono tanti libri mediocri? Perché una povera donna colpita da Alzheimer ha successo con un libro tristemente furioso e irrazionale come La rabbia e l'orgoglio? Perché uno scrittore mediocre ma abile come Baricco gode di grande successo? Perché l'editoria italiana è così poco attenta alle letterature minori o di genere? E/o perché, ultimamente, l'editoria italiana è così ferocemente e instacabilmente legata al destino del noir-giallo-thriller?) ci sono le recensioni dove i collaboratori della rivista si sforzano:
1) di dare spazio e informazioni su libri e autori meno noti.
2) di affermare un punto di vista originale e personale sui libri di grande successo, senza necessariamente "stroncare" i best-seller ma cercando di capire che cosa "ha funzionato" e perché.
3) di creare dibattito e riflessione su libri e fenomeni culturali che rischiano di essere presto dimenticati o cancellati.
Inevitabilmente LN ha sempre risentito in primo luogo dell'origine e del modo di vedere le cose dei suoi due coordinatori, il sottoscritto e Silvia Treves. I collaboratori fissi della rivista che si sono via via aggiunti condividono con i coordinatori questo sguardo "un po' strabico e un po' diffidente" con il quale ragionano sul mondo. Fatalmente LN, pur avendo ricevuto commenti e giudizi generalmente lusinghieri (o, meglio, cautamente e anonimamente lusinghieri) non ha praticamente mai ricevuto recensioni o segnalazioni dal mondo librario maggiore. Ignorato da TTL e da R2Diario abbiamo al massimo ricevuto qualche segnalazione dal nostro vicino di casa, l'Indice dei Libri (che ne approfittiamo per ringraziare pubblicamente.) Abbiamo capito, comunque, che fare i criticoni in un mondo dove tutto DEVE funzionare come coro, corale o peana è una sicura via all'anonimo e alla marginalità. E questo, fatalmente, pesa. Non pochi tra i nostri ex-collaboratori hanno mollato proprio per questo. Va bene lavorare gratis, va bene affrontare discussioni e polemiche ma che il tutto avvenga lontano dalle luci del palcoscenico non è tollerabile.
Che dire?
Beh, che è vero e che hanno ragione.
Anche se...
Cambiamo discorso, ma non poi troppo.
Si avvicina il numero 50 della rivista. Un numero storico sotto ogni profilo. Sia perché quando abbiamo iniziato nessuno avrebbe mai detto di poter arrivare fino al numero 50, sia perché nessuno avrebbe potuto giurare che i collaboratori sarebbero stati (almeno in parte) ancora quelli... Stiamo meditando di farne un numero storico, certo, ma stiamo anche meditando come rinnovare la rivista. Non solo da un punto formale e grafico - che comunque male non farebbe - ma soprattutto dal punto di vista del contenuto.
Allarghiamo il campo: gli abbonamenti sono in diminuzione lenta e costante da due o tre anni. La domanda tipica che si fa un editore a questo punto è: «ma una rivista di recensioni - anche libere, irrispettose e blasfeme - ha un futuro? Il pubblico ha ancora voglia o desiderio di leggerne?».
Bella domanda.
Possono essere le nostre recensioni a non andare più troppo bene, certo. In fondo siamo praticamente TUTTI dei "dilettanti", nel senso che per nessuno di noi l'attività di recensore è preminente. Possiamo essere noi a essere insufficienti e inefficaci. Come no. Ma la sensazione, a essere sinceri, non pare questa. No i lettori di LN mostrano stanchezza, un sottile e appena afferrabile sentore di nausea, impazienza, distacco. In sostanza una evidente - e dolorosa - intolleranza verso la produzione editoriale contemporanea.
E questo ci rimanda verso il panorama generale. Verso un'editoria maggiore che con ogni evidenza lavora alla ricerca del best-seller, costruendo i propri cataloghi su due gambe - detto con inevitabile grossolanità.
Prima gamba: la gamma dei titoli nati e concepiti per invadere lo spazio disponibile delle librerie di catena o dei supermercati.
Seconda gamba: i titoli nati con l'aiuto o il sostegno economico e personale dell'autore (Vespa, Costanzo ecc. ecc.).
In mezzo tra questi due estremi i titoli "normali": i saggi, la narrativa, i pamphlet eccetera destinati gradualmente a scomparire.
Inutile dire con un panorama di questo genere quale sarà il destino di LN.
E non solo, anche delle librerie indipendenti e più in generale di chi si preoccupa della qualità di ciò che offre al pubblico dei lettori. I titoli meno frequentati , spesso proposti dall'editoria minore di proposta, si trovano a essere posti in vendita dal personale poco preparato di alcune Feltrinelli - la consueta umanità varia che passa da McDonald alla consegna di pizza a domicilio alla collaborazione a ore con le compagnie telefoniche - e rischiano fortemente di essere emarginati. Inutile dire che senza questo genere di sottobosco di sostegno la studiata e preparata collezione di grossi fiori nati per piacere a tutti o quasi (il vampiro sentimentale, l'adolescente irriverente, l'ex-trafficante redento ecc. ecc.) possono trovare facilmente un posto in commercio paradossalmente anche senza le librerie...
Ovviamente in un mercato di questo genere LN non ha più molto da dire o da esprimere...
Che fare?
Cominciamo la discussione per il numero... 51.


1.1.09

Costruire un mondo


Costruire un mondo è il genere di fatica (e di piacere, beninteso) che si assume chi scrive un romanzo di sf. Certo, tutti scrivono o (ri)scrivono un mondo, anche quello che incontriamo quotidianamente, ma "inventare" un mondo, nel senso di inventarne dalle forme di vita alle tradizioni, alla storia, alla geologia è un lavoro che appartiene prevalentemente alla fantascienza.
Nell'ambito della sf, poi, la descrizione di nuovi e diversi mondi appartiene a un suo sottosettore, la space opera. Nella space opera, di regola, qualcuno è chiamato, costretto o spinto a vagare tra diversi mondi di qualche sconosciuto e gigantesco ecumene extraterrestre inseguendo o fuggendo qualcuno o qualcosa. Non casualmente si tratta, in linea di principio, della medesima traccia di alcuni dei telefilm più noti come Star Trek, Spazio 1999, Buck Rogers, Stargate. Alieni come se piovesse e in qualche caso enigmi etici particolarmente spinosi.
Tutto il discorso mi è tornato in mente leggendo un «Urania» di qualche tempo fa: Pianeta senza nome [prima parte] di Sarah Zettel del settembre 2005. Sarah Zettel, nata nel 1966, è stato un autore di un certo successo, pubblicato in «Urania» almeno 4 volte. Alla serie fantascientifica è poi seguita una serie definita di «fantasy romantica» ambientata nel mondo di Camelot. Tanto per cambiare, vien voglia di dire. Nell'universo che fa da sfondo a questo Pianeta senza nome si muovono alcune razze umane o umanoidi e qualche razza per nulla umana, anzi vagamente insettoide. Il pianeta senza nome, detto per inciso, è la nostra Terra della quale, con il passare degli anni, si è perso anche il ricordo.
Zettel si impegna senza risparmio, è bene dirlo, e la descrizione delle diverse razze è approfondita e complessa. Persino troppo, verrebbe da dire. I personaggi sono numerosi - anche se non eccessivamente dettagliati - e le loro vicende si susseguono con un discreto ritmo.
Senonché...
Beh, sì a questo punto ci vuole.
Il problema principale è che sono a circa due terzi del romanzo e che della vicenda me ne importa poco o nulla... Prosieguo per pigrizia (un po' come mi era capitato con il romanzo pubblicato in precedenza: Salva il tuo pianeta) ma i personaggi non riescono a risvegliare in me... nulla. Manca un protagonista ben definito, i "cattivi" non sono abbastanza cattivi e i buoni sono incerti e dubbiosi. I due protagonisti, un contrabbandiere casinista e una creatura di genere femminile presumibilmente di natura artificiale, hanno dialoghi incerti e nebulosi mentre cercano di sfuggire alle indefinite mire dei perfidi, che sono però anche gli unici che paiono avere qualche idea sulla situazione generale. Non esiste, almeno finora, un quadro decente della situazione politica e manca - o almeno io non sono riuscito a trovare - una forma di autorità o di potere che dia alla situazione un ordine qualsiasi. Sinceramente, siamo un gradino sotto persino al quadro politico un po' puerile di Star Trek. Si ha la sensazione di uno zoo - non sto scherzando, giuro - nel quale il lettore è di volta in volta chiamato ad ammirare una nuova, enigmatica creatura, dotata di otto braccia (e anche qui non scherzo) o dalla pelle eccessivamente candida. Siamo ancora in tempo a cambiare, certo, ma ho qualche dubbio che riuscirò ad arrivare al termine del doppio volume.
Eppure la space opera è uno dei generi che preferisco.
Di chi è la colpa?
Interessante domanda, ulteriormente tenendo conto di alcuni interrogativi:
1) la sf è nel momento più basso della sua storia, perlomeno in Italia
2) Urania produce essenzialmente ristampe - basta fare un salto sul blog di Urania per sincerarsene.
3) È una vita che non riesco a leggere una space opera capace di tenere il confronto con Le Guin, Vance o Poul Anderson.
Che Urania si sia accontentato di una sottoproduzione di Zettel in mancanza d'altro? Ovvero che in realtà la sf sia definitivamente esaurita?
Qualcuno ha ancora voglia, desiderio e inventiva sufficiente a scrivere una buona space opera o si tratta di uno sforzo inutile?
O la colpa è tutta o quasi dell'attuale redazione di Urania?
A chi passa da queste parti la possibile risposta.