18.3.09

In libreria a fare che?



La crisi per i libri non esiste, scrivono sui giornali.
Sarà...
Personalmente, intento come una vedetta a spingere lo sguardo fino al limite dell'orizzonte per individuare eventuali movimenti (beneauguratamente) sospetti, credo si tratti di grosse fregnacce. Cavolate colossali. Idiozie. Facezie poco divertenti.
I giornalisti, come tutti sanno, sono per la maggior parte scrittori - o tentati/tentanti scrittori - a loro volta. Creare la convinzione (fittizia) che vi sia un bel movimento nel settore editoriale librario dovrebbe (o potrebbe?) indurre i lettori abituali a non abbandonare le librerie, preferibilmente di catena, e con esse i loro prediletti scrittori / giornalisti.
A resistere alla tentazione di chiudersi in casa in compagnia di libri acquistati in altri tempi.
A non dare retta alle arpie che denunciano tutti i giorni la situazione di crisi.
Ma è vero?
No.
Fino alla sede di questa piccola libreria arrivano voci - ululati, urla , singhiozzi e trapestio - provenienti dalle case editrici. Queste voci parlano di «librerie congelate», una situazione che ha il grosso pregio di spiegare con un'unica rapida immagine lo stato delle cose. «Congelate» significa che nessuno tocca nulla, prende in mano nulla, al limite non entra neppure. E noi, sciagurati librai, rimaniamo all'interno con la bocca aperta, proprio come dei pesci surgelati all'istante.
Può comunque essere interessante provare a svolgere qualche riflessione sui pochi sciagurati che che nonostante tutto entrano.
Che cosa chiedono?
Una prima osservazione è che sono nettamente diminuiti i clienti che entrano senza un'idea precisa e finiscono per acquistare qualcosa per semplice golosità. Chi entra lo fa per un motivo ben preciso, chiede, paga e se ne va. Se non disponibile il volume richiesto prenota e ripassa il giorno X a ritirare il libro ordinato.
Fine.
Qualcuno, mentre aspetta il pacchetto del libro ordinato da regalare, si guarda intorno ma finisce per non acquistare nulla.
«Non è un bel momento», magari si preoccupa anche di osservare il nostro lettore.
«Certo, è evidente» è il commento più ovvio e scontato.
Si pensa ai giornalisti e...
Vabbé.
Che cosa scelgono i clienti?
Questa è un elemento di rilievo, tanto più che viene a confermare una sensazione che ho già espresso proprio qui. Una volta detto che l'acquisto di impulso è nettamente diminuito e prevale nettamente l'acquisto (apparentemente) meditato si scopre che la scelta finisce per cadere su pochi titoli. In questi giorni la Vargas (Un luogo incerto), Larsson (la trilogia millennium) e poco più. Al massimo una spruzzata di Camilleri e un po' di laicismo di Rodotà. E diversi saggi scientifici.
La narrativa non targata da autori già famosi viene ignorata. D'altro canto essendo al momento morta o agonizzante «l'occhiata senza impegno» che molti clienti davano volentieri in altri tempi non resta che allinearsi e ubbidire. Il che per i librai - onde evitare di andare in malora passando per la via più breve - significa tagliare gli acquisti su autori meno noti o i generi meno frequentati.
In ultima analisi si può anche affermare e scrivere che «in libreria la crisi non arriva» se ci limitiamo alle vendite degli autori più conosciuti.
Dietro di loro, però, il vuoto.



11.3.09

Partito LN 49!


Nonostante questo non sia, come abbondantemente spiegato, il sito di LN, mi sembra il caso di informare che l'ultimo numero di LN, il 49, è felicemente salpato per il tipografo. La consegna dei fascicoli è prevista per venerdì 20 marzo. O al massimo, tenendo conto dei ritardi tipografici, potrebbe essere lunedì 23...
Cosa c'è di particolare in questo numero?
Beh, è un buon esempio di quello che possiamo fare.
Parlando disordinamente: ritorna «Per una storia naturale del fantastico», il numero 38, a cura di Davide Mana. Una lunga monografia dedicata al rapporto tra riviste dedicate alle nuove tecnologie e pubblico di lettori, dai tempi di Popular Mechanics ad Analog, a Omni a Wired, fino alla neonata versione italiana di Wired. Un ottimo articolo, che si chiude sollevando problemi non esattamente secondari, del genere: «Ma hanno ancora uno spazio le riviste?»
Ricco di interventi lo spazio «Magazzino dei mondi», aperto da un lungo articolo di Silvia Treves e continuato, tra gli altri, da interventi e recensioni di Consolata Lanza e Enzo Baranelli.
Terzo spazio per Albion di Franco Pezzini, viaggio storico-turistico-letterario nell'Inghilterra medievale e moderna e un nuovo incontro con Mario Prisco e il teatro napoletano, questa volta dedicato a Eduardo De Filippo e Giuseppe Patroni Griffi. Ritornano le recensioni in coppia di Raffaella e Luca, dedicata questa volta a Pulsatilla e alla Prova del miele di Al-Neimi e le «Letture controvoglia» di Cettina Calabrò. Ritorna anche, dopo un paio di numeri di assenza, lo spazio iniziale della rivista, «La sentinella», dedicato all'antologia appena pubblicata da Stampa Alternativa dello scrittore americano Ted Chiang.
L'incontro con l'autore di questo numero è con Luca Rastello, condotto da Marco Email partendo dal nuovo libro di Luca. «Io sono il mercato». Un'intervista felice e ricca di riflessioni non banali: Mentre Marco scrive: «... il suo libro ha illuminato l'economia, la società e il mercato [della droga] di una luce diversa» Rastello ci spiega perché «la cocaina e l'eroina sono le merci più redditizie nella storia dell'economia…»
Un'intervista che è bene non perdere…
Nello spazio Golem, dedicato alla scienza, una coppia di recensioni di Davide e una di Silvia Treves incentrati sul rapporto tra filosofia e scienza.
A concludere il numero un buffo e singolare racconto che è anche una dichiarazione letteraria d'amore di Massimo Soumarè per Akutagawa, con la presenza di Buddha in persona...
Ultima cosa una piccola grande novità, uno spazio dedicato alle letture di Francesca, un'appartenente alla squadra dei Rudi Matematici. Nulla di «troppo» scientifico, come si vedrà, solo normali letture ma illuminate e raccontate in modo non comune partendo da un approccio non convenzionale.
Un buon numero, credo, anche se so benissimo che l'ultima parola va ai lettori.

Dopo il 20 (o il 23) di marzo...


4.3.09

Fiducia negli acquirenti?

Qualcuno ricorda ancora il demente strillare agli italioti che esisteva una sola strada per fermare la crisi in arrivo? Lo ricordate mentre ripeteva: «Bisogna comprare di più! Spendere, largheggiare, dilapidare: è l'unica linea di condotta che possa salvarvi dalla crisi».
Non complete stupidaggini, ovviamente.
In una crisi di consumo come quella che sta scuotendo il mondo, puntare sulla volontà popolare di continuare a spendere non è completa fuffa, se non fosse che... I soldi mancano o se ancora non mancano ci si comporta comunque come se mancassero.
E fino qui siamo ancora alla reazione popolare ai boatos sulla crisi.
Adesso si parla di aumento vertiginoso di cassa integrazione e di licenziamento di precari che lo stato non può assumere. Meriterebbe forse riflettere un po' su questa «impossibilità» statale, dal momento che, se si tratta di lavori necessari, qualcuno li dovrà pur fare, alla faccia di tutti i Brunetta del mondo.
E se non se ne occupa lo stato chi sarà?
Il solito privato rapace & usuraio?
Con i propri precari ultrasfruttati e disperati?
Meditate - gente - meditate.
Ma a non credere in primissima persona al verbo del demente sono, curiosamente, i suoi dipendenti: i mondadoriani.
Le novità editoriali continuano a uscire, ovviamente, ma con ritmi inaspettatamente un po' diversi da quelli tenuti negli anni scorsi.
Bastano alcune cifre in percentuale, aggiornate sui relativi fatturati a nostro carico aggiornati a oggi:
Messaggerie Libri: - 31,62
RCS Libri: - 34,62
Mondadori: - 28,89
Percentuali intorno al 30% in meno, curiosamente concordi per i maggiori distributori librari nazionali. Certo, in parte si tratta di tagli operati da noi, particolarmente a carico di Messaggerie e RCS, ma quantificabili al massimo con 10-15% in meno. Il resto, ovviamente, è un taglio - o almeno una diversione di uscita - praticata direttamente dagli editori. In sostanza, visto l'andamento del mercato, sono per primi i fornitori a tagliare la disponibilità dei titoli in commercio. Si ritiene che il pubblico non sarà disponibile a spendere e quindi si rimandano o si eliminano i nuovi titoli.
E i prezzi relativi?
No, nessuna deflazione, per ora.
Aumentano le campagne promozionale (sconto 20% - 30%, 3 x 2, 2 x 1, 1 x 1 ecc.) e ne aumenta la durata ma il prezzo di copertina dei singoli libri per il momento non mostra diminuzioni di rilievo.
Per il momento siamo in bonaccia.
Per far volare gli stracci dovremo aspettare l'ingresso delle (grosse) rese relative al 2008.
Chiedetemi allora com'è la situazione…
Per il momento vi basti sapere, comunque, che Mondadori ha ceduto di recente la propria storica tipografia perché pesantemente sotto con l'editoria periodica - riviste eccetera - di un 20% abbondante.
Ma non dovevano spendere di più, gli italiani?




27.2.09

Di nuovo sul maligno gioco delle menzogne


Si va alla deriva.
Tra squadristi neri-verdi benedetti dal prefetto, balzelli pretesi dagli immigrati regolari e tisi & compagnia nascosti ai medici dagli immigrati irregolari. Nuove borboniche leggi sullo sciopero nei trasporti elaborate da Sgaramella-Sacconi mentre l'atletico e aitante ministro Brunetta si vanta di far andare a lavorare anche i malati, i disperati e i febbricitanti. Una legge sul testamento biologico che sarebbe considerata un po' esagerata anche da Dracone in persona mentre il PD può vantare nelle proprie file miracolati come Rutelli, in compagnia di intere legioni di capitombolati sulla strada per Damasco.
Berlusconi va all'estero a combinare cattivi affari con Sarkozy e a fare pessime figure in nome e per conto dell'Italia, ma che comunque al suo rientro in patria si preoccupa di bloccare giornalisti e magistrati per evitare future possibili e probabili grane su intercettazioni, anche se questo può significare lasciare mano libera ai potentati criminali.
La crisi morde ferocemente ma l'Italia, secondo il nostro governo, non corre rischi. La produzione industriale crolla ma non corriamo rischi, come - si diceva - garantisce il governo. Anche dovessimo andare a dormire sotto i ponti avremmo le intrepide guardie padane a vigilare sui nostri sonni.
Alla scuola, dalle elementari all'università, vengono tagliati i fondi cercando anche di convincere le vittime che il tutto si fa per il loro bene. E si tagliano i fondi anche all'esercito e alle polizie.
Tanto ci sono le guardie...
Si investono denaro e fatica su centrali nucleari di progettazione attempata e che, quando saranno terminate (2020? 2030? 20xx?), saranno un eccellente esempio di nuovissimo antiquariato industriale.
Veltroni con il suo stramaledetto ottimismo cinematografico se n'è ghiuto, insalutato ospite, lasciando dietro di sè le rovine di una maestosa costruzione non terminata e probabilmente nemmeno iniziata. Tra un mozzicone di colonna e un arco diroccato si scontrano dalemiani, parisiani, rutelliani, bindiani, lettiani e pantegane. Chi vince non importa, l'importante è azzuffarsi...
E in questo splendido panorama qualcuno a Udine decide di aprire un'inchiesta sulla morte di Eluana Englaro, mosso da una denuncia di appassionati sostenitori della vita. Vengono accusati di omicidio il padre di Eluana e gli altri membri dell'equipe medica.
Il Cardinale Javier Lozano Barragan dichiara: «Esiste un comandamento e se qualcuno lo infrange allora e' un assassino».
Ben detto, perbacco.
Questa sì è chiarezza di idee. Perché preoccuparsi di sentenze, giudizi, dubbi, sofferenze ecc.? Basta dire che tizia è viva perché questo sia ipso facto vero.
In fondo Berlusconi non si era offerto di copulare con la povera Eluana per dimostrare che lei stava tanto bene da poter fornicare? Poi, certo, Carla Bruni è meglio, ma una generosa botta da uno che tutte le notti può vegliare tre ore per darci non si nega a nessuno.
Ecco.
La cosa impressionante, anche più del gioco infinito delle menzogne - delle quali è comunque figlia questa geniale trovata della denuncia a carico di Beppe Englaro - è la quantità di spazio e tempo che si deve perdere per discutere, commentare, giudicare, deprecare e disprezzare. Che il demente, con il sue cervellicchio ultramaschilista da padroncino anni '50 che è andato a vedere lo strip-tease e si rende inviso alle ballerine con le sue lepidezze da postribolo, tenga tanto spazio sui giornali e nella nostra testa è sorprendente quanto grave. D'altro canto la volgarità del demente si sposa perfettamente da un lato con il maschilismo residuale e inconfessabile dei maschi di provincia ultracinquantenni che sparano volgarità sulle donne masticando noccioline al bar, che con il neomaschilismo ruspante di agenti immobiliari e funzionari di banca riuniti all'happy hour, abituati a pesare e valutare una donna come un'automobile.
Il demente è perfettamente intonato a questo paese.
Come un possidente di provincia sa dare garanzie alle donne, che lo votano felicemente mentre dà di gomito ai loro maschi e ai loro pensieri impresentabili. E il gioco della menzogna si rivela in fondo ciò che è davvero: il sogno ipocrita di una morale e di un'etica che non possediamo, alla quale per mancanza di cultura e formazione non possiamo giungere.
Siamo cattolici - quindi ipocriti, ovvi e perbenisti - perché essere altro è troppo faticoso e costoso.





18.2.09

Fata Morgana, il ritorno


Fata Morgana è un progetto collettivo che esiste da qualcosa come quattordici anni.
I primi due numeri, FM 1 e FM 2 sono nati autonomamente, ovvero senza concorso per la partecipazione all'antologia. FM 1 è una raccolta scelta di interventi e contributi tratti dal seminario autogestito «Il Koro» tenuto per un paio d'anni. Il sottotitolo è «Antologia essenziale di narrativa mimetica (e non)» e raccoglie alcuni racconti «seri», più parodie e soggetti a tema anche sorprendenti o curiosi come «storie con birra», nati come proposta di tipo didattico nell'ambito del seminario.
Nonostante il tempo passato sono ancora molto affezionato a questa vecchia antologia, nata in un momento di entusiasmo, quasi una promessa a una narrativa diversa, più vivace e partecipata. Nick Matassa, la piccolina, Sua Maestà Levomiro Artasio Veniero Ansante IV dei Crociferi, Alessandro «Mannaia» Trombosi e tutti gli altri non mi hanno mai, letteralmente, lasciato. Calchi e parodie più o meno riuscite raccontano frammenti di storie distorte e pasticciate dove è facile e probabile vedere i fili della presenza dell'autore, esattamente ciò che sforzavamo di nascondere nelle nostre scritture «serie».
Ciò che [forse] è accaduto nelle edizioni successive. Partendo da FM 2 «Giochi di carta» dove a partecipare fummo nove + 3 pseudonimi fino a questo FM 12, con 17 autori dei quali due stranieri, una polacca e un cinese.
È importante, questo FM 12.
Non solo perché è l'ultimo nato della famiglia ma perché come tutti i precedenti è unico ma anche, a differenza di questi, l'ultimo.
Dopo 12 anni di concorsi siamo stufi e stanchi.
Le ultime edizioni del concorso hanno visto un numero di partecipanti tendenzialmente simili - 70-80 racconti - ma con una caduta sempre più evidente nella qualità dei manoscritti. Non tanto nei brani migliori, quelli tra i quali finiamo per scegliere i brani premiati, quanto nella fascia media, ovvero nel gruppo dei racconti che non sono né i migliori né i peggiori. Tra questi racconti «medi» è cresciuta gradualmente una terribile, penosa ansia di raccontare se stessi, i propri problemi e sofferenze ignorando bellamente il mondo che non viene né descritto né narrato.
Non siamo Lukacsiani, noialtri, ma avere l'occasione di conoscere e riflettere su qualcosa di diverso da storie d'amore fallite, dolori indimenticati, lutti e sofferenze familiari o, per contrasto, gioie d'amore, amicizie felici e scherzi più o meno riusciti è stato uno dei motivi per i quali abbiamo lanciato il concorso. Leggere decine di racconti che, in modo più o meno riuscito, raccontano le gioie e i dolori di un piccolo cuore borghese - le piccole cose di pessimo gusto - non era lo scopo del concorso. E il fatto che centinaia di autori non si rendano conto di quanto si ripetono, si imitano, si raccontano e ri-raccontano testimonia di un'assenza narrativa sempre più evidente. I tentativi di imitare «gli autori» (ma chi sono gli «autori» in questo terzo millennio partito tanto male?) si è fatta più flebile, sporadica e si limita, in ultima analisi, a un tentativo più o meno ingegnoso di giocare con le parole per ripetere ciò che già sappiamo: lei o lui si sono lasciati (o non incontrati o persi di vista o odiati o dimenticati) per futili motivi. E lui e lei - e questo è l'aspetto più allarmante - non hanno alcun elemento per essere distinti nella folla di personaggi che man mano si sommano e si aggiungono nelle nostre menti.
D'altro canto provando a sollevare lo sguardo e guardando ai titoli di maggiore successo cosa troviamo se non storie minime? Cronache di fallimenti esistenziali tratteggiati a deboli colori in universi familiari banali come in una sitcom seriale?
E non fatevi ingannare dal successo apparente del noir. Si tratta di personaggi e vicende volte al negativo ma che non si distaccano dal vuoto di ispirazione e visioni che domina la narrativa contemporanea.
Siamo diventati incapaci di immaginare una realtà diversa, meno squallidamente familiare, dove incontri e passioni si accendono di luci impreviste e imprevedibili? Le parole raschiano sul foglio e intimamente finiamo per gioire per una serie di vocaboli scelti accuratamente anche se, in definitiva, non aggiungono nulla a ciò che sappiamo del mondo.
Ci accontentiamo di riconoscere ciò che già conosciamo e temiamo l'ignoto, parrebbe.
Più o meno ciò che che ci accade tutti i giorni. Verso il mondo in tutte le sue manifestazioni, temendo tutto ciò che non ha l'odore pantofolaio delle nostre cucine.
Che questo sia un paese vecchio e decotto l'ha detto Alexander Stille...

Il fatto che l’Italia non solo accetti Berlusconi e le sue sciocchezze, ma le condivida pure, è un sintomo di un paese in profonda crisi con una travagliata economia stagnante. Un paese paralizzato e profondamente frustrato, nelle mani di pochi gruppi di interesse, e in una situazione per cui non e’ né in grado né disposto a cambiare qualcosa. Un paese dove la popolazione e’ fondamentalmente disgustata dalla classe politica e per questo vota un uomo che per lo meno non nasconde di voler fare innanzitutto i propri interessi.

Possibile che mi sbagli, ma è difficile non accostare il vuoto di tanta narrativa al disperato vuoto che ci circonda.
Fata Morgana finisce per essere danneggiata - una vittima collaterale - di una situazione disperata ma non seria. Non morirà per questo, certo, cercheremo di proporre qualcosa di diverso. Un'antologia a tema, certo, ma proposta soltanto agli autori già noti e pubblicati.
Ma senza concorso.





11.2.09

Il maligno gioco delle menzogne


Eluana se n'è, come desiderava, andata.
Mentre il senato della repubblica (minuscolo, volutamente) e il suo padrone si sforzavano di approvare una legge che l'avrebbe fermata. «Eluana potrebbe anche avere un figlio» biascicava il demente senza preoccuparsi di constatare qual era davvero la condizione della povera Eluana, cadavere ormai da diciassette anni. Dopo la satiriasi perpetua il demente esibisce ora anche una certa tendenza alla necrofilia...
In molti hanno preso per buona la posizione del demente, tanto da accusare (risibilmente) il padre della defunta di cospirare, in combutta con i medici, per perpetrare l'omicidio di una morta. Morta, giova ricordarlo, perché nessun essere umano con una quota del cervello ormai in necrosi da tre lustri e passa può decentemente definirsi "vivo".
Dimenticato dalla morte, certo.
Spezzato, secco come un albero colpito da un fulmine.
Ma il soggetto, mantenuto artificiosamente in condizione di animazione pre-mortuale, ha finito con il calamitare le attenzioni della chiesa, ben decisa ad affermare il suo diritto/dovere di intervenire nella vita di noi tutti fissando il termine della vita. Dopo aver rabbiosamente sostenuto il divieto di morire anche per i già morti da tempo, herr ratzinger & co. (tutti i minuscoli sono voluti), dopo aver reso impossibile (in Italia) l'inseminazione per gli sterili, si prepara con ogni evidenza a colpire la legge sull'aborto.
Dopodiché sarà la volta del divorzio.
Poi verrà la nuova ora di religione.
La preghiera sul posto di lavoro.
La benedizione delle baionette.
A colpire più di tutto, tuttavia, la capacità inesauribile di giornali e TV di proprietà o dominati dal demente di sparare assurdità senza senso. Pure menzogne, qualche volta vissute e propinate come tali, qualche volta ripetute "senza colpa". Si è creata così una semiosfera di ipertrofiche balle dove Eluana semplicemente dormiva come una seconda Biancaneve in attesa di un bacio che l'avrebbe risvegliata.
O, nel caso del demente, di una bottarella.
Qualcuno se l'è bevute perché resistere alla morte è un po' il mestiere di noi esseri umani. Ma bevute tanto profondamente da giungere a insultare il padre di Eluana, il presidente della repubblica e tutti coloro che pensavano che un morto meritasse - finalmente - il riposo.
Ricorda un po', abbiate pazienza, la campagna antisemita venuta dopo le leggi del '38. I mezzi di stampa (e propaganda) dell'epoca sparavano senza problemi balle terrificanti sui giudei, sulla loro capacità di complottare a danno di noi poveri cattolici, di bidonarci, derubarci, fregarci.
Il Duce approvava o quantomeno non riteneva opportuno intervenire mentre i suoi sottopancia si affannavano a inventare, riportare, aumentare ancora la dose. Il popolo "beveva" come tutti i popoli del mondo quando hanno occasione di decodificare la realtà soltanto attraverso mezzi di stampa addomesticati.
È vero, non siamo ancora (del tutto) a queste condizioni, ma io mi preoccupo non poco per questa Italia dominata da un demente in piena crisi pre-alzheimer, seguito e affiancato da una corte di criminali più o meno consci di esserlo e in combutta con l'ex-maximo dirigente della nuova inquisizione (la congregazione per la dottrina della fede questo è) e i suoi santi signori della terrore e della pedofilia. La menzogna che si afferma, si ripete, gioca con la realtà ne è un simbolo terrificante. Un preannuncio di un possibile nuovo regime, basato sulle solite, vecchie, regole.
Santificato, questo è tristemente interessante, da non pochi preziosi idioti del PD che si preparavano a votare a favore della legge proposta dal demente.
Conviene rifletterci.



5.2.09

Limatura di ferro, schegge di diamanti


Ha sollevato quanto meno una certa attenzione, il post precedente.
Tanto che, piuttosto che rispondere alle singole osservazione, preferisco inserire una risposta in forma di ulteriore post.
Prendo spunto dall'intervento di Piotr, che, maliziosamente, sottolinea il sentore di narcisismo che proviene molta della produzione editoriale contemporanea. Il libro di Cassano, dove "l'autore" confessa, come Don Giovanni, di aver amato centinaio di donne, è un efficacissimo esempio. Il libro che viene dall'autore già famoso per altri motivi - il calciatore, certo ma anche il tennista o il bombarolo e la vittima del bombarolo, la puttana di lusso e la puttana di lusso convertita - è un cavallo perfetto per l'editore di rilievo. Produce utili grazie al voyeurismo del pubblico di bocca buona e si impone automaticamente nei luoghi deputati alla vendita. Che non sono, come si può immaginare, le librerie. I librai "seri", infatti, sono ben coscienti del senso e del significato di simili uscite, senza valore culturale né un'orizzonte di durata che superi i 30-60 gg e se non ha un pubblico adatto a questo genere di volumi (non necessariamente un pubblico di beté, basti pensare alla libreria di una città di mare) si tiene basso sulla prenotazione della novità. O, in alcuni casi, trascura semplicemente il volume. Il libro troverà comunque abbondantemente posto nei supermercati e nelle grandi librerie di catena.
Questa "personalizzazione" esagerata del libro, famoso come riflesso della fama dell'autore, è una formula, un meccanismo che gli editori vorrebbero utilizzare spesso, tanto più in un momento come questo, cioé quando i lettori non comprano. A muovere l'interesse verso una nuova uscita, infatti, è la curiosità verso un tema, un luogo, una situazione. Ma se il lettore risulta distratto e poco sensibile non resta che fare appello alla sorella idiota e maligna della curiosità, la schadenfreude, cioé la gioia per i danni e i problemi altrui. Da qui l'interesse per i problemi di fuggiti da gruppi chiusi, oppressivi e fortemente esclusivi (Opus Dei, Scientiology ecc.) o per gli oppressi da pedofili, violenti, drogati, sadomaso, satanisti ecc. La "vittima" divenuta protagonista entra nell'insieme del progetto mediatico, compare alla TV, su internet, sui giornali. Il progetto mediatico prende a quel punto il suo spessore, tanto da diventare un "fenomeno" e il libro diventa un elemento intercambiabile e sostituibile di un complesso di elementi di pseudoinformazione. Tanto è vero che non è neppure necessario che l'elemento centrale della vicenda sia reale, l'importante è che sia verosimile.
In tutto ciò il posto e il ruolo del libro fatalmente impallidisce e svanisce e con essi si vanifica anche il senso e la presenza del libraio.
Questa giostra dei "nomi del momento" è esattamente ciò che Piotr sottolineava con la frase: «un po' di colpa ce l'ha anche la nazione stessa, se va a comprare un libro solo dopo un can-can pubblicitario su radio e tv, e solo per non sentirsi perduta quando altri ne parlano.»
La personalizzazione del libro anche in settori molti lontani dal libro biografico è ciò su cui gli editori - i grandi editori - puntano. Il libro di Vespa, di Manfredi ma anche quello di Giordano o di - non così assurdamente - Saviano, divengono strumenti di una campagna personalizzante dove il gradimento (o meglio, l'onnipresenza) del personaggio finisce per prevalere sul valore e il significato del libro. E il meccanismo ha un elemento ulteriore di sicurezza dal momento che il personaggio-scrittore può essere "venduto" più volte, simbolicamente in occasione dell'uscita del nuovo libro.
La fuga della limatura di ferro, in sostanza, minaccia quindi di non essere soltanto una caccia alle teste ma un modo per profilare una scuderia di autori "vendibili". Sia per la gradibilità della loro produzione che per la loro capacità di presentarsi a un pubblico televisivo e non solo. Basti pensare ad autori come Mazzantini, Genna o Pinketts... Mondadorone nostro ha capito prima e meglio di tanti altri editori la necessità della costruzione della pseudo-personalità dell'autore. E si muove di conseguenza. Qualcuno, come Rizzoli, procede di conserva ma la stragrande maggioranza degli editori non ha ancora capito che i libri di grande successo non sono più tali ma viaggiano su molti binari.
E i librai?
Penosamente, verrebbe da dire, si sforzano di vendere libri scritti, come dice Wilbur Smith ,«da autori con il nome scritto più piccolo del titolo». A un pubblico disperso e confuso di lettori possiamo offrire soltanto libri e non una ricca, grandiosa e squallida avventura. Di questi tempi un peccato imperdonabile.


28.1.09

Limatura di ferro

Movimenti tra editori.
Una cosa fisiologica, in apparenza. Ma forse nemmeno così normale come appare.
Siamo abituati, per lo meno noi "habitué" del settore librario, ad accoppiare inconsciamente autore e casa editrice. Bevilacqua e Mondadori, Moravia e Bompiani, Bassani ed Einaudi eccetera. I passaggi di casa editrice sono possibili ma non troppo frequenti e, in genere, non riguardano i "big". Eco e Bompiani, per dire. O Biagi (il fu) e Rizzoli. Ma le cose hanno iniziato a muoversi più velocemente, di recente.
Ieri è arrivato il nuovo libro di Culicchia.
Marchiato Mondadori.
Culicchia, per chi non lo ricordasse, ha pubblicato finora praticamente tutto con Garzanti.
Sotto Natale è uscito da Mondadori l'ultimo libro di Maurensig. Nato Adelphi.
Attenzione: non mi interessa in questa sede discutere dei pregi o difetti della produzione narrativa, ma soltanto constatare la scuderia.
Farinetti, uscito Marsilio, pubblicato da Mondadori.
Genna, pubblicato in origine da Einaudi, uscito in Mondadori.
Mondadori ha anche pubblicato di recente: Mazzantini (da Marsilio), Evangelisti (Einaudi), Abate (Fazi), Siti (Einaudi), Favetto (Utet), Van Straten (Bompiani), Corona (Biblioteca Immagine), Pinketts (Feltrinelli) . È una storia vecchia quella del fantasma di Calvino "rapito" da Mondadori a Einaudi o di Busi passato da Adelphi a Mondadori o il curioso tandem di Camilleri che passa da Sellerio a Mondadori senza particolari problemi, o meglio, grazie a un contratto raffinatissimo. Mentre il ritorno di Brizzi da Mondadori a Baldini è semplicemente il risultato di un contratto non perfettamente riuscito. Resta il fatto che tra gli scrittori italiani di media caratura è in atto uno spostamento graduale e apparentamente impossibile da fermare dai medi editori a Mondadori. Più o meno, a voler fare un paragone irriverente, ciò che avviene per il Milan o l'Inter.
Mondadori ha denaro, questo è indiscutibile, e i suoi contratti hanno qualcosa al quale risulta molto difficile resistere. Se si ha avuto un certo successo (dalle 10.000 copie in su, approx) difficile non cadere sotto lo sguardo mondadoriano. Non solo: i nuovi autori "di successo" (Giordano, chi se no?) vengono proposti direttamente da Mondadori. Torno a ripetere, per evitare maledizioni e accidenti di ogni genere, che non sto parlando della "qualità" dei testi ma della loro capacità di muovere lettori e attirare quella vasta fascia di lettori "incostanti" che leggono meno di 12 libri all'anno pescandoli dalle classifiche di vendita.
In sostanza Mondadori può allineare, a essere precisi, 3-4 autori "importanti" a ogni uscita. Nomi da spendere e da vendere. Poi si può benissimo pensare che l'ultimo della Mazzantini è una ciofeca o che i numeri primi di Giordano sono di una povertà desolante, ma resta il fatto che è Mondadori a "fare" il mercato.
Il problema grosso, il "baco" della cosa, è il tipo di clima che si viene a determinare.
Mondadori, il numero 1 dell'editoria italiana, punta dichiaratamente su autori già affermati. Crea una "scuola" di autori affermati che (ahimé) scrivono pescando nella loro carriera ormai pluriennale. Pensano in primo luogo al successo che i loro testi sono in grado di garantire loro senza preoccuparsi, si può supporre, di tentare nuove vie o nuove soluzioni. Bene o male, anche se sono prontissimo a ricredermi, Culicchia scriverà un altro culicchiade, Mazzantini una mazzantinata, Farinetti una farinettata. Nulla di male se si apprezzano le produzioni di questi autori, anche se - ovviamente - tutto ciò definisce un paesaggio "fermo", ovvero autori che producono letteralmente "a richiesta" titoli molto simili l'uno all'altro, destinati (condannati?) a un successo inevitabile.
E gli altri, gli autori meno noti e non appetiti da Mondadori?
Ai lettori tirare le conclusioni. Una volta stabilito che tali autori non possono ambire a vivere scrivendo e quindi difficilmente potranno giungere a costruire un'estetica letteraria personale, la conseguenza è che "il nuovo" narrativo farà fatica a emergere. La caccia nelle riserve dei nomi famosi ha questo come conseguenza, impossibile non arrivare a pensarlo.
Siamo in un momento pesante, nel mondo letterario. Da una parte gli scrittori - coccolati, viziati, strapagati purché non smettano di scrivere ciò che può puntare al successo - dall'altra i perenni dilettanti, armati di qualche buona idea ma eternamente inchiodati nella posizione di chi sta iniziando una corsa.
Manca l'aria, secondo me...


17.1.09

Freddo e tormenta

Fa freddo.
Che è un'ovvietà, naturalmente.
Ma fa particolarmente freddo per me, pieno come sono di farmaci che hanno il compito di fluidificarmi il sangue. Questo accidenti di clima ha risvegliato in me un'immagine diversa del freddo e dell'inverno come l'ho sempre immaginato e vissuto. Ho sempre amato maggiormente il freddo e, più in generale, il cattivo tempo o perlomeno il tempo incerto, il cielo coperto, l'imminenza della pioggia, la nebbia, la neve e il vento. Adesso, a essere sincero, attendo con ansia di veder comparire il sole e mi rattristo non appena il cielo si copre. Ho assistito con una intima sensazione di smarrimento alle numerose nevicate dei giorni scorsi e mi scopro a chiedermi quando arriverà la primavera. Ciò che mi è capitato, in sostanza, mi ha sbalzato indietro grossomodo di un secolo, se non di più. Mi mancano soltanto le flebili luci delle candele e gli spifferi dalle finestre gelate perché il panorama sia completo.
Rimpiango sinceramente la sensazione di gioia sottile che il cattivo tempo era una volta in grado di risvegliare in me. D'altro canto adesso faccio persino fatica a immaginare come fosse possibile e ragionevole gioire per un cielo grigio ed esultare per i primi fiocchi di neve.
Ma spero sinceramente che quel piacere ritorni.
Mi sento debole e stanco a fuggire il freddo. Anziano, detto in poche parole.
Qualche lontana speranza esiste, comunque.
Oggi a pranzo, sfidando la mia circolazione idiota, sono andato a fare due passi al Parco del Valentino dove, peraltro, nessuno ha tolto la neve. Il sole nonostante l'ora (le quindici circa) era basso e la luce spezzata da un tappeto, remotissime di piccole nubi. Dopo un quarto d'ora di sofferenza ho cominciato a smettere di avvertire così nettamente il freddo. Il paesaggio nevoso costellato di uccelli - cornacchie, colombi, passeri, anatre - ha lasciato intuire qualcosa del suo enigmatico e silenzioso fascino. Per qualche istante (poco prima dell'assideramento, suppongo) sono riuscito a sentirmi se non proprio la Strega Bianca, perlomeno un suo braccio destro.
Un ottimo risultato, tutto sommato.




9.1.09

Con l'anno nuovo...

... è abbastanza normale provare a riflettere sui compiti e sulle fatiche che attendono.
Tra queste c'è un problema che per lungo tempo tale non è stato. Parlo della rivista di attualità libraria che stiamo stampando nella nuova versione da undici anni e da ventitré (detto a spanne) comprendendo anche la versione vecchia.
LN-LibriNuovi (www.librinuovi.info) si è portato via buona parte della mia vita, questo è certo. In bene o in male non me ne lamento, anzi, anche se...
Ma non precorriamo i tempi.
Che cos'è LN, innanzitutto?
Si presenta con un formato da libro (150 x 210 mm), una copertina lucida e colorata e conta dalle 130 alle 160 pagine. È un trimestrale che esce a marzo, giugno, settembre e dicembre. Trimestrale di attualità libraria è scritto sulla copertina e di questo si occupa, recensendo, commentando e riflettendo sui libri ma anche sul mondo librario e la sua dinamica. Per farsi un'idea di come funziona LN è sufficiente fare un salto sul sito della rivista: ci sono le recensioni (più o meno 400) e anche i giudizi e i commenti sul mondo librario. È una particolarità tipica di LN, questa. La riflessione - libera e assai poco conciliante - sul mondo e sulle tendenze dell'industria editoriale libraria è sempre una delle caratteristiche distintive della rivista, il suo garofano rosso all'occhiello. A fare compagnia a questa particolare ottica sul mondo del libro (perché escono tanti libri mediocri? Perché una povera donna colpita da Alzheimer ha successo con un libro tristemente furioso e irrazionale come La rabbia e l'orgoglio? Perché uno scrittore mediocre ma abile come Baricco gode di grande successo? Perché l'editoria italiana è così poco attenta alle letterature minori o di genere? E/o perché, ultimamente, l'editoria italiana è così ferocemente e instacabilmente legata al destino del noir-giallo-thriller?) ci sono le recensioni dove i collaboratori della rivista si sforzano:
1) di dare spazio e informazioni su libri e autori meno noti.
2) di affermare un punto di vista originale e personale sui libri di grande successo, senza necessariamente "stroncare" i best-seller ma cercando di capire che cosa "ha funzionato" e perché.
3) di creare dibattito e riflessione su libri e fenomeni culturali che rischiano di essere presto dimenticati o cancellati.
Inevitabilmente LN ha sempre risentito in primo luogo dell'origine e del modo di vedere le cose dei suoi due coordinatori, il sottoscritto e Silvia Treves. I collaboratori fissi della rivista che si sono via via aggiunti condividono con i coordinatori questo sguardo "un po' strabico e un po' diffidente" con il quale ragionano sul mondo. Fatalmente LN, pur avendo ricevuto commenti e giudizi generalmente lusinghieri (o, meglio, cautamente e anonimamente lusinghieri) non ha praticamente mai ricevuto recensioni o segnalazioni dal mondo librario maggiore. Ignorato da TTL e da R2Diario abbiamo al massimo ricevuto qualche segnalazione dal nostro vicino di casa, l'Indice dei Libri (che ne approfittiamo per ringraziare pubblicamente.) Abbiamo capito, comunque, che fare i criticoni in un mondo dove tutto DEVE funzionare come coro, corale o peana è una sicura via all'anonimo e alla marginalità. E questo, fatalmente, pesa. Non pochi tra i nostri ex-collaboratori hanno mollato proprio per questo. Va bene lavorare gratis, va bene affrontare discussioni e polemiche ma che il tutto avvenga lontano dalle luci del palcoscenico non è tollerabile.
Che dire?
Beh, che è vero e che hanno ragione.
Anche se...
Cambiamo discorso, ma non poi troppo.
Si avvicina il numero 50 della rivista. Un numero storico sotto ogni profilo. Sia perché quando abbiamo iniziato nessuno avrebbe mai detto di poter arrivare fino al numero 50, sia perché nessuno avrebbe potuto giurare che i collaboratori sarebbero stati (almeno in parte) ancora quelli... Stiamo meditando di farne un numero storico, certo, ma stiamo anche meditando come rinnovare la rivista. Non solo da un punto formale e grafico - che comunque male non farebbe - ma soprattutto dal punto di vista del contenuto.
Allarghiamo il campo: gli abbonamenti sono in diminuzione lenta e costante da due o tre anni. La domanda tipica che si fa un editore a questo punto è: «ma una rivista di recensioni - anche libere, irrispettose e blasfeme - ha un futuro? Il pubblico ha ancora voglia o desiderio di leggerne?».
Bella domanda.
Possono essere le nostre recensioni a non andare più troppo bene, certo. In fondo siamo praticamente TUTTI dei "dilettanti", nel senso che per nessuno di noi l'attività di recensore è preminente. Possiamo essere noi a essere insufficienti e inefficaci. Come no. Ma la sensazione, a essere sinceri, non pare questa. No i lettori di LN mostrano stanchezza, un sottile e appena afferrabile sentore di nausea, impazienza, distacco. In sostanza una evidente - e dolorosa - intolleranza verso la produzione editoriale contemporanea.
E questo ci rimanda verso il panorama generale. Verso un'editoria maggiore che con ogni evidenza lavora alla ricerca del best-seller, costruendo i propri cataloghi su due gambe - detto con inevitabile grossolanità.
Prima gamba: la gamma dei titoli nati e concepiti per invadere lo spazio disponibile delle librerie di catena o dei supermercati.
Seconda gamba: i titoli nati con l'aiuto o il sostegno economico e personale dell'autore (Vespa, Costanzo ecc. ecc.).
In mezzo tra questi due estremi i titoli "normali": i saggi, la narrativa, i pamphlet eccetera destinati gradualmente a scomparire.
Inutile dire con un panorama di questo genere quale sarà il destino di LN.
E non solo, anche delle librerie indipendenti e più in generale di chi si preoccupa della qualità di ciò che offre al pubblico dei lettori. I titoli meno frequentati , spesso proposti dall'editoria minore di proposta, si trovano a essere posti in vendita dal personale poco preparato di alcune Feltrinelli - la consueta umanità varia che passa da McDonald alla consegna di pizza a domicilio alla collaborazione a ore con le compagnie telefoniche - e rischiano fortemente di essere emarginati. Inutile dire che senza questo genere di sottobosco di sostegno la studiata e preparata collezione di grossi fiori nati per piacere a tutti o quasi (il vampiro sentimentale, l'adolescente irriverente, l'ex-trafficante redento ecc. ecc.) possono trovare facilmente un posto in commercio paradossalmente anche senza le librerie...
Ovviamente in un mercato di questo genere LN non ha più molto da dire o da esprimere...
Che fare?
Cominciamo la discussione per il numero... 51.


1.1.09

Costruire un mondo


Costruire un mondo è il genere di fatica (e di piacere, beninteso) che si assume chi scrive un romanzo di sf. Certo, tutti scrivono o (ri)scrivono un mondo, anche quello che incontriamo quotidianamente, ma "inventare" un mondo, nel senso di inventarne dalle forme di vita alle tradizioni, alla storia, alla geologia è un lavoro che appartiene prevalentemente alla fantascienza.
Nell'ambito della sf, poi, la descrizione di nuovi e diversi mondi appartiene a un suo sottosettore, la space opera. Nella space opera, di regola, qualcuno è chiamato, costretto o spinto a vagare tra diversi mondi di qualche sconosciuto e gigantesco ecumene extraterrestre inseguendo o fuggendo qualcuno o qualcosa. Non casualmente si tratta, in linea di principio, della medesima traccia di alcuni dei telefilm più noti come Star Trek, Spazio 1999, Buck Rogers, Stargate. Alieni come se piovesse e in qualche caso enigmi etici particolarmente spinosi.
Tutto il discorso mi è tornato in mente leggendo un «Urania» di qualche tempo fa: Pianeta senza nome [prima parte] di Sarah Zettel del settembre 2005. Sarah Zettel, nata nel 1966, è stato un autore di un certo successo, pubblicato in «Urania» almeno 4 volte. Alla serie fantascientifica è poi seguita una serie definita di «fantasy romantica» ambientata nel mondo di Camelot. Tanto per cambiare, vien voglia di dire. Nell'universo che fa da sfondo a questo Pianeta senza nome si muovono alcune razze umane o umanoidi e qualche razza per nulla umana, anzi vagamente insettoide. Il pianeta senza nome, detto per inciso, è la nostra Terra della quale, con il passare degli anni, si è perso anche il ricordo.
Zettel si impegna senza risparmio, è bene dirlo, e la descrizione delle diverse razze è approfondita e complessa. Persino troppo, verrebbe da dire. I personaggi sono numerosi - anche se non eccessivamente dettagliati - e le loro vicende si susseguono con un discreto ritmo.
Senonché...
Beh, sì a questo punto ci vuole.
Il problema principale è che sono a circa due terzi del romanzo e che della vicenda me ne importa poco o nulla... Prosieguo per pigrizia (un po' come mi era capitato con il romanzo pubblicato in precedenza: Salva il tuo pianeta) ma i personaggi non riescono a risvegliare in me... nulla. Manca un protagonista ben definito, i "cattivi" non sono abbastanza cattivi e i buoni sono incerti e dubbiosi. I due protagonisti, un contrabbandiere casinista e una creatura di genere femminile presumibilmente di natura artificiale, hanno dialoghi incerti e nebulosi mentre cercano di sfuggire alle indefinite mire dei perfidi, che sono però anche gli unici che paiono avere qualche idea sulla situazione generale. Non esiste, almeno finora, un quadro decente della situazione politica e manca - o almeno io non sono riuscito a trovare - una forma di autorità o di potere che dia alla situazione un ordine qualsiasi. Sinceramente, siamo un gradino sotto persino al quadro politico un po' puerile di Star Trek. Si ha la sensazione di uno zoo - non sto scherzando, giuro - nel quale il lettore è di volta in volta chiamato ad ammirare una nuova, enigmatica creatura, dotata di otto braccia (e anche qui non scherzo) o dalla pelle eccessivamente candida. Siamo ancora in tempo a cambiare, certo, ma ho qualche dubbio che riuscirò ad arrivare al termine del doppio volume.
Eppure la space opera è uno dei generi che preferisco.
Di chi è la colpa?
Interessante domanda, ulteriormente tenendo conto di alcuni interrogativi:
1) la sf è nel momento più basso della sua storia, perlomeno in Italia
2) Urania produce essenzialmente ristampe - basta fare un salto sul blog di Urania per sincerarsene.
3) È una vita che non riesco a leggere una space opera capace di tenere il confronto con Le Guin, Vance o Poul Anderson.
Che Urania si sia accontentato di una sottoproduzione di Zettel in mancanza d'altro? Ovvero che in realtà la sf sia definitivamente esaurita?
Qualcuno ha ancora voglia, desiderio e inventiva sufficiente a scrivere una buona space opera o si tratta di uno sforzo inutile?
O la colpa è tutta o quasi dell'attuale redazione di Urania?
A chi passa da queste parti la possibile risposta.


24.12.08

Sera di Natale


Un luogo comune, si dirà. Un'ovvietà assoluta, un banalità.
Oltretutto questa sera - proprio questa sera - mia moglie e mia figlia stanno preparando la cena. Lo sottolineo perchè un evento di quelli che accadono raramente nel corso dell'anno. Non che non vadano d'accordo, ma in genere non c'è molto tempo per cucinare e la possibilità di cucinare in coppia non è molto comune, oltretutto in una cucina di 7-8 m2 dove chi è ai fornelli può arrivare dappertutto senza spostarsi ma dove muoversi in due non è una cosa troppo agevole...
Stanno preparando la cena, dicevo. E io, scacciato dalla cucina dove spesso sono io a lavorare, sono qui ad allineare righe in attesa del fatale grido: «È pronto!».
Come sarà la cena?
Beh, è importante?
No, non penso.
Credo che l'importante sia questa impensabile, inafferrabile possibilità anche solo un paio di settimane fa. Posso morire anche stasera, non che non lo sappia, ma essere qui, ben vivo - ammaccato, ricucito, con alcune parti dolenti, va bene - è un miracolo del quale fatico a trovare un eroe. Ringrazio i medici del reparto di chirugia vascolare delle Molinette, ovvio, e sarei ben felice di regalare a loro un pezzetto di questa gioia leggera. Ma soprattutto vorrei regalare un angolino di questo sollievo - tiepido come una carezza - a tutti coloro che mi hanno letto ugualmente in questi mesi e mi sono stati vicini. Tutti coloro che mi hanno abbracciato, mi hanno regalato un consiglio o un sorriso, sono stati solidali o hanno chiesto mie notizie. Decine e decine di persone che pur conoscendo personalmente mi hanno sorpreso interessandosi alla mia possibilità di recupero e di sopravvivenza. Chi si è preoccupato della mia possibilità di continuare a fare il libraio e chi della mia capacità di allineare righe su un foglio per raccontare una nuova storia. Qualcosa di nuovo e diverso dalla gioia di ricevere un commento positivo. No, un dire: «continua, che le tue storie (vendute o scritte) mi interessano».
Ecco a tutte queste persone vorrei dire un enorme «grazie», qualcosa che con la mia sola bocca faticherei a dire. Dopo di ché prometto di non ritornare sul tema per un pezzetto... Della mia salute penso siamo in molti ad averne le tasche piene. Io per primo.
Ancora soltanto un piccola cosa, molto natalizia.
Capita alle volte di chiedersi - oziosamente - se si è fatto bene a sposarsi. O a fare un figlio.
Poi arriva il momento nel quale il bisogno di qualcuno vicino si fa disperato, un grido muto che soltanto qualcuno può afferrare e al quale rispondere.
S. e M. hanno udito.
Soltanto questo.

19.12.08

The day after


Titolo impegnativo, siamo d'accordo, ma reale.
Ho finito. Con un vistoso cerottone sulla parte destra del collo e in attesa di venire sfasciato definitivamente - il 22/12, per l'esattezza - sono di nuovo a casa. Fatico a fare letteralmente tutto e mi sento stanchissimo ma sono ancora vivo.
Ne approfitto per ringraziare di tutto cuore tutti coloro che mi hanno lasciato un messaggio sul blog o in libreria. In attesa di ritornare al 100% - cosa che, nella mia attuale situazione, assomiglia un po' all'idea di arrivare sulla luna a piedi - mi riscaldo il cuore con le vostre parole e accompagno il mio intervento con un''immagine che, anche senza un motivo preciso, mi ricorda L'Alpha Ralpha Boulevard. Un'immagine molto ben augurante, almeno per me.
Qualcuno di voi l'ha letto? È un racconto di una ventina di pagine e, contemporaneamente, una delle cose più significative siano state scritte nel campo della fantascienza...
Comunque avrete mie notizie in queste pagine. Altrimenti a che cosa serve mai un blog?

13.12.08

Chiuso per...


È arrivata la notizia, ovvero la convocazione.
Domani - domenica 14/12 - sarò ricoverato per la mia seconda operazione alla carotide. Se tutto va bene per giovedì o venerdì sarò di nuovo fuori, questa volta ragionevolmente sano. Sollievo e timore sono le emozioni più persistenti. Oltre a questa, curiosamente, una sensazione di sottile di "vergogna" per abbandonare gli amici della CS nella settimana più intensa di lavoro natalizio. Ancora più forte e quasi intollerabile la sensazione di "lasciare" virtualmente le donne di famiglia - moglie e figlia. Mi auguro soltanto che l'assenza sia breve...
Arrivederci a presto a tutti.

1.12.08

Ancora Natale, uno sguardo più attento

Ormai arrivati praticamente tutti i libri per il Natale è forse il momento di provare a tirare le somme - tendenziali - di un fine anno molto "diverso" dai soliti, segnato da una crisi dalle dimensioni ancora non del tutto definite e che peserà non poco sugli acquisti di tutti.
Un'occhiata a "Bookshop" - ahimé deturpato in copertina da una foto di Sandro Bondi - può essere di una qualche utilità, particolarmente l'articolo che riguarda la Fiera di Francoforte e il suo risultato per le case italiane. Ebbene, secondo «Bookshop» gli italiani questa volta si sono mossi in modo intelligente e accorto, preoccupandosi essenzialmente di vendere piuttosto che di acquistare a ogni prezzo ragionevole o irragionevole il best-seller di successo. Buona nuova che, se ovviamente mette in rilievo i mezzi ridotti dalle grande case editrici italiane, evidenzia anche uno degli elementi fondamentali del nuovo corso italiano: il lancio e il sostegno agli autori di casa. Basti pensare a Paolo Giordano e ai suoi numero primi per capire quanto "pesino" ormai gli autori italiani nel panorama editoriale. Non è ovviamente un problema di qualità - sulla quale anche nel piccolo mondo di LN-LibriNuovi il libro di Giordano ha provocato qualche discussione - ma di un problema puramente di mercato. Giordano (ma anche Fogli, Camilleri, Carofiglio, Vitali, Manfredi tanto per citare gli autori in classifica) è in grado di "reggere" il mercato straniero? O, semplicemente, il suo libro e il suo stile sono ottimi per il mercato italiano e basta?
Comunque sia l'aria che tira è quella di una certa larvata tendenza all'autarchia. I best-seller locali costano meno, questo è sicuro, e un autore "cresciuto" in casa è una sicurezza anche per il futuro.
Ex-allievo di Baricco e della scuola Holden, Giordano viene comunque a dirci che il passaggio attraverso le «scuole»per chi intende "esordire" direttamente nella serie A del libro è fondamentale, praticamente irrinunciabile. Notizia non esattamente buona per tutti coloro che non hanno né il tempo né la voglia e ancora meno il denaro per passare alla Holden… A loro resta comunque la possibilità - Patrick Fogli prima di esordire con Piemme si è sempre occupato di computer - di battere la via del giallo, del thriller, del mistery tutti generi che in questo momento godono comunque di una vita ricca e felice.
Tutto questo significa un miglioramento, un passo avanti per la letteratura italiana? Difficile dirlo. Il libro di Giordano ha una dimensione personale-familiare tutto sommato piuttosto comune nella tradizione italiana degli ultimi cinquant'anni, questo è indiscutibile, ed è onestamente difficile definirlo una fatto nuovo. Più "nuovi" in questo senso sono gli autori teenager che negli ultimi mesi hanno pubblicato romanzi Fantasy. Teenage-Fantasy, chiamiamola così. Fresca, un po' ingenua e inevitabilmente ispirata ai maestri del genere, a cominciare ovviamente da Tolkien. Sono romanzi un po' "riservati", in realtà, nel senso che chi li compra e li legge ha all'incirca la stessa età degli autori. Anche qui voler parlare di valore letterario è almeno arduo. Resta il fatto che un romanzo scritto da un giovanotto diciassettenne costa decisamente meno all'editore della traduzione di un romanzo straniero scritto da qualcuno che non sta più o meno consciamente imitando Tolkien...
Autarchia, si diceva.
Effettivamente il numero di titoli tradotti è in diminuzione. Di qualche piccolo punto percentuale, certo, ma in maniera sensibile. I nuovi autori italiani hanno qualche spazio in più, parrebbe. Se vengono dalla Holden o da qualche altra scuola di scrittura o se hanno 16-17 anni e una fissazione per Tolkien partono comunque avvantaggiati. In alternativa possono dedicarsi al noir (qualsiasi cosa significhi) con qualche fondata speranza di giungere alla pubblicazione.
Un quadro comunque complesso e aperto a molte interpretazioni... In ogni caso non troppo diverso, per lo meno in apparenza, da quello straniero.