Un racconto di una lunghezza non eccessiva che spero venga letto e gradito. Fa parte di una raccolta mai pubblicata, se non in un'unica copia per mia moglie. Faceva infatti parte di una serie di 7 o 8 racconti che le ho scritto tra l'inizio e la fine degli anni '90, accomunati dal particolare di essere tutti basati su una presenza in qualche modo soprannaturale. Si tratta di fantasmi, per dirlo alla vecchia maniera, di revenants, di ossessioni, di incubi, di pericolose fissazioni.
In questo caso il revenant ha una forma davvero imprevista.
...
É all'alba, la mia felicità.
Fatta dell'odore della terra,
dell'umidità sospesa nell'aria, del silenzio miracoloso protetto dai
vetri della serra. Sulla terra il gelo dell'inverno, qui il respiro
tiepido del mio piccolo paradiso.
Ho ventotto anni, alto 1.84 cm.
(ovvero poco più di sei piedi), peso 71 chilogrammi, celibe, occhi e
capelli castani. Il rapporto peso/statura fa di me uno spilungone e
di sicuro contribuisce largamente al mio celibato. Sono laureato in
scienze biologiche con una tesi in paleobotanica sui licopodi.
Ben pochi sanno cosa sono i licopodi:
si tratta di piante vissute tra i 300 e i 400 milioni di anni fa. Si
riproducevano per spore sessuate e formavano gigantesche foreste
nell'Australia del tardo Devoniano e primo Carbonifero. Il più noto
tra loro – almeno per i paleobotanici – è il Lepidodendro, una
pianta che poteva raggiungere i 40-45 metri di altezza, con foglie
lunghe e sottili e coni per le spore che potevano raggiungere i 50
centimetri di lunghezza.
Scomparvero completamente già nel
medio Carbonifero. Avevano la corteccia dal sottile disegno a rombi,
come le scaglie di un serpente e una chioma larga, a ombrello.
Il mio principale problema, al
momento, è questo: come posso nascondere il Lepidodendro che sta
crescendo nella serra, nascosto tra un gingko biloba e un gruppo di
cicadee?
Per arrivare al Parco della Preistoria
dalla città ci vogliono trenta minuti, per girarlo tutto due ore, un
po' di più se si vuole visitare il piccolo museo paleontologico
annesso e la serra.
Nella serra lavoriamo in tre, uno a
tempo pieno – io – e due part-time, Romolo e Augusto, i miei
aiutanti, figli di un fattore che lavora nell'azienda agricola
confinante.
Romolo e Augusto, progenie di un
appassionato di storia romana, hanno rispettivamente 17 e 15 anni e
sono iscritti all'istituto tecnico del paese più vicino. Sono due
ragazzi simpatici, esperti e lavoratori. Hanno i gesti lenti e
misurati di chi fin dalla nascita sa che la terra non ammette fretta.
Non conoscono un solo termine botanico ma sono capaci di sradicare e
riinterrare una pianta senza farle del male, apprezzano il valore
della pulizia e dell'ordine in una serra e capiscono con una sola
occhiata se ci sono problemi di parassiti, fertilizzante o acqua.
– Cos'è questa?
Mi ha chiesto Romolo sei mesi fa.
La piantina, di un verde pallido,
poteva anche passare per un'infestante, ma aveva qualcosa di bizzarro
e insieme di familiare, almeno per me.
– Lasciala lì, per il momento non
dà disturbo.
Romolo si è stretto nelle spalle ed è
andato ad aprire uno dei sacchi del nuovo fertilizzante arrivato dal
Bangladesh.
Devo essergli sembrato strano già
allora. Io che avevo sempre condotto una furiosa guerra contro le
infestanti, io che ne lasciavo sopravvivere una. Inconcepibile.
Effettivamente non riuscivo a spiegarmelo. L'unica cosa che potessi
dire a mia discolpa era: non sembra una delle solite infestanti.
Ed è così. Dopo sei mesi di crescita
posso dirlo con certezza. Si tratta di un Lepidodendro, un membro di
spicco della Flora Gigante della Paleo-Australia, regione
nordorientale di Gondwana.
Ovviamente è una pianta impossibile.
Sono del tutto qualificato per affermarlo: si tratta di un
inconcepibile fantasma. Al confronto i Sauri giganti di Jurassic Park
sono bisnonni dimenticati in soffitta.
La mattina presto, quando Romolo e
Augusto sono a scuola e i visitatori sono rari, passo interi minuti a
rimirare il mio lepidodendro. Non avrei mai immaginato di poterne
vedere uno vivo, non solo, addirittura in fase di crescita.
Non fa fiori, ma solo sporangi,
maschili – piccoli e numerosi – e femminili, pochi e grandi.
La pianta dovrebbe raggiungere la
maturità sessuale entro un paio d'anni, ma di questo calcolo non
sono troppo certo. Ma già ora posso affermare, comunque, che nel
Lepidodendro, contrariamente a quanto affermato finora, le foglie non
sono rigide.
Ho disposto una piccola recinzione
attorno alla pianta e vi ho inserito un cartiglio: Pseudoaelodaea
Phianoxylon. Non significa assolutamente nulla, ma le -x, i -ph, le
-y e i dittonghi -ae creano nei visitatori la sensazione di un
lontanissimo passato attentamente investigato. E comunque chi viene
qui lo fa per vedere il tirannosauro e ultimamente, dopo tutta la
pubblicità che gli ha fatto Spielberg, anche il velociraptor, non
certo le piante.
Ma lo scarso interesse per le piante
ha finito per costituire un problema anche per noi, parlo di me e del
Lepidodendro. L'altro giorno alle 15 in punto è arrivato il solo
Augusto, senza l'inseparabile fratello.
– É malato Romolo?
– No.
– Allora doveva studiare o aveva da
fare in azienda.
– No. Il signor Pezzali gli ha detto
di non venire più.
– Come sarebbe?
Augusto ha fatto di sì con la testa.
– Proprio così. «Non venire più. Mi costa solo la serra, a
nessuno frega un c... delle piante.»
Ho sentito un brivido ma ho sorriso
ugualmente.
– Se sapesse – il signor Pezzali –
che cosa abbiamo qui direbbe meno scemenze.
– Perché cosa abbiamo?
Era il momento di rivelare il mio
grande segreto. Almeno a lui, di lui mi fidavo. L'ho portato a
vederla. – Vedi, questa pianta ha 350 milioni di anni.
– È piccola.
– È la sua specie, non lei, ad avere
350 milioni di anni.
– Cazzo. Posso fumare?
Non mi sembrava troppo impressionato.
– Solo un paio eh? Una adesso e una quando vai via.
– Va bene.
Augusto si è acceso la sigaretta e
mentre la fumava guardava in alto, il cielo sgombro di nuvole. Fuori
dovevano esserci 2 o 3 gradi, dentro 25 di più. Trovavo preoccupante
il suo scarso interesse, mi faceva sentire un imbecille, un fissato.
Esattamente ciò che ho sempre sospettato di apparire.
– Non è bella, la pianta?
– Le piante sono piante. Frutta?
– No... non credo.
– Ah. Pezzali dice che costa troppo
anche riscaldarla, la serra. Dice che se mettesse una piccola sala
per il cinema sarebbero tanti soldi in più per lui.
– Capisco. Ma lui di questa – ho
fatto un cenno verso il lepidodendro – Non sa niente. Meglio se per
il momento tieni la cosa per te. Voglio dirglielo io.
Si è stretto nelle spalle. – Certo.
– Lo sa cosa le dico, professore?
Non me ne frega più un c... delle sue piante. Ha ragione la Giusy,
non posso buttare via tanti soldi nella serra. Guardi, volevo
chiamarla e mi ha preceduto di poco. – Aprì un cassetto della
scrivania. – Vede qui ci sono i volantini per la prossima
primavera.
«Nuova sala cinematografica: I
dinosauri al cinema.»
Era scritto di traverso in basso,
giallo su rosso. La Giusy era la «sua bambina»: diciannove anni,
coda di cavallo bionda, occhiali con lenti azzurrate e una profonda
antipatia per il sottoscritto, cordialmente ricambiata.
– Nella serra sta crescendo un
Lepidodendro. Una pianta estinta da centinaia di milioni di anni. Se
lo scrive sui volantini verranno qui a migliaia.
Si mise a ridere. – Tutti cervelloni
come lei, che fanno scappare il mio pubblico. Può anche portarsela
via, se vuole. Io lunedì prossimo telefono all'impresa per i lavori.
Per il suo posto non si preoccupi. Mi serve un custode, per la nuova
sala.
Parlava tenendo il bocca il bastoncino
trasparente della macchina distributrice per il caffè, posta
nell'atrio degli uffici. Lo faceva da quando aveva smesso di fumare.
Provai l'impulso di farglielo ingoiare ma poi sorrisi. – Come vuole
capo. Mi dà qualche giorno per sbaraccare tutto?
– Come no. Se riesce anche a vendere
qualcosa faccia pure. Si può tenere un tot per il disturbo
naturalmente.
– Grazie.
Un'intera foresta, una gigantesca
distesa di Lepidodendri. Fino all'orizzonte. Niente città, né
mammiferi, né rettili, né uccelli. Niente umani. Il cielo rosso e
solo piante, nient'altro che piante.
Sono morti in un incidente, papà e
figlia. Sul fuoristrada che non avevano ancora finito di pagare. É
stupefacente come la benzina, quando esce dal serbatoio, riesca ad
arrivare ovunque. E la Giusy ha sempre fumato in macchina, anche se
il padre non voleva. La mamma non c'era, poveretta. É morta da
cinque anni, e così i suoi cari l'hanno finalmente raggiunta. Una
famiglia finalmente riunita.
Il fratello di Pezzali è una brava
persona. Si fida ciecamente di me: sono il dipendente con maggiore
esperienza. Mi chiama con il soprannome che finora usava solo il
personale di servizio: «Corteccia». Un soprannome che non mi
dispiace affatto.
Ieri il lepidodendro ha raggiunto i
due metri. Sto aspettando la maturazione dei primi coni. É molto
probabile che nelle regioni equatoriali possa avere un notevole
successo: non esistono parassiti per una pianta fantasma, morta più
di trecento milioni di anni fa. Probabilmente finirà per soppiantare
le specie più moderne, indebolite dall'antropizzazione e
dall'effetto serra. Poi sarà la selezione naturale a fare il resto.
Sono le piante a determinare il successo o la scomparsa delle specie
animali, è stato così fin dall'inizio.
In ogni caso ieri nella serra ho
trovato un piccolo Leptofleo, un parente prossimo del Lepidodendro.
«Il fenomeno dello scioglimento delle
calotte polari ha assunto un ritmo allarmante» Spiega la TV.
– Non c'è nulla da preoccuparsi.
Nel primo carbonifero le calotte polari semplicemente non esistevano.
– Spiego ai visitatori.
– Ma l'uomo c'era? – Mi chiede
qualcuno.
A quel punto sorrido. – No, non
c'era ancora. E non è affatto detto che tra trecento milioni di anni
ci sarà ancora. Nulla è eterno, sulla Terra.
5 commenti:
Mi piace il racconto, Detto tra noi, non sarebbe male un domani riuscire a far "risorgere" qualcuna delle piante di un passato estinto.
@Nick: certo, mi piacerebbe. Ancor di più mi piacerebbe vedere estinti certi soggetti.
Niente...i tuoi racconti(non di fantascienza) sono tremendi.
Somigli ad una zanzara e i tuoi racconti somigliano ad una puntura del suddetto insetto.
Mentre li leggi ti sembra che non stiano facendo nessun effetto.
Poi quando li hai finiti cominciano a dare uno strano prurito e ci pensi e ci ripensi.
E questo qui non fa eccezione.
Sei davvero tremendo. :)
Nota di servizio: non ho mollato assolutamente ukr.
Lo sto leggendo per la seconda volta perchè ho delle cose da dirti ma sono così lenta che volevo riverificarle un attimo prima di scriverti per bene.
Ti chiedo scusa e tanta tanta pazienza ma leggere con un certo senso critico mi porta via tempo e i piccoletti me ne lasciano poco.
Pazienta e ti assicuro che ti scriverò presto.
Intanto ti posso dire che è davvero ben scritto e molto molto intenso...
ah una precisazione...
Mi riferivo ai racconti non di fantascienza perchè quelli di fantascienza invece già mentre li leggi cominciano a vibrare dentro e a suscitare molte emozioni.
Almeno a me. :)
@Cily: i miei racconti di fantastico sono tenuti volutamente sottotono. Il passaggio tra la realtà e il fantastico non deve essere colto, meno che mai dal lettore. «Corteccia» è un raccontino che amo particolarmente e mi fa davvero piacere ti sia piaciuto. Quanto a UKR, nessun problema. Per me parlare di UKR è come evocare un vecchio prestito che devo ancora restituire. Quindi non farti nessun problema, quando avrai un'opinione ragionevole sarò felice di leggerla.
I miei racconti di sf nascono con intenti diversi. Il mio desiderio è che il lettore entri profondamente nel mondo descritto. Se riesce a emozionarti, beh, non posso chiedere nulla di più : )
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