In questi giorni, sia pure affannosamente, capita di avere qualche momento di pausa, di silenzio, nel quale può accadere di spendere qualche riflessione sulla situazione generale dell'editoria italiana.
Nulla di sistematico o di complessivo, soltanto qualche riflessione slegata e poco conseguente, nata dalla mia situazione.
La CS chiude, come molte librerie che l'hanno preceduta e altre che la seguiranno. La CS è (era) una libreria universitaria di area scientifica, con una sezione abbastanza vasta dedicata alla letteratura - di genere e mainstream - e una presenza massiccia di saggistica scientifica, cioé libri di attualità, aggiornamento, divulgazione e filosofia della scienza.
La CS è sempre stata sottocapitalizzata, nata com'è da normali ex-studenti di medicina che non hanno mai avuto i capitali per farne una grossa libreria. Si è proceduto così correndo dietro alle occasioni, alle speranze, ai sogni... e ai fornitori. Si è fatto abbondantemente ricorso ai prestiti bancari - anche adesso, mentre scrivo, ho ben presente che debbo tuttora chiudere un fido (ovvero un prestito) di qualche decina di migliaia di euro con una banca - facendo poi le corse per pagare gli interessi. Personalmente non ho fatto i soldi, anzi, è capitato più di una volta di lavorare senza stipendio o di correre a versare fondi personali per raddrizzare una situazione finanziariamente pericolosa, come coprire un assegno non coperto. Il bilancio (quasi) definitivo è catastrofico. Ma fortunatamente o sfortunatamente io non sono un bocconiano e non ragiono soltanto con il portafoglio.
Quindi, sulla cima di questi 37 anni di lavoro, posso affermare - ed affermo risolutamente - che finché è durata è stata grande.
Il fatto che, come ha scritto Vera Schiavazzi su «La Repubblica» del 6.2.2012, noi abbiamo «gettato la spugna» è sostanzialmente vero. Arriva un punto nel quale non vedi prospettive credibili.
Fossero esistite non mi sarei tirato indietro.
Ma, a parte la lunga serie di motivi elencati nella lettera ai soci, qual è il vero problema, a che cosa si deve questa convinzione? Sono gli e-book? Sono le librerie di catena? Sono i fornitori? È Amazon? È la produzione editoriale contemporanea?
Un po' tutto, d'accordo. Ma dovessi scegliere un vero, grosso, motivo, non transitorio e svincolato dall'attualità, sceglierei l'e-book.
Io sono un consumatore di e-book e ancora di più lo sarò nel futuro. Non solo, penso che i grandi editori contemporanei dovranno fare i conti con l'editoria telematica, con la disponibilità di libri ovunque, libri che si possono leggere su tablet, su telefoni, pc e su qualunque altro diavoleria elettronica vi salti in mente.
Necessariamente libri più brevi, più elementari, più banali? No, non credo. Se i libri scompaiono non è così per i lettori. E molti lettori non si accontentano di un libro qualunque, di un metalibro, di un unterlibro. Il gesto di leggere è - curiosamente, o forse non troppo - un gesto in gran parte svincolato dal supporto di lettura. Mia figlia - un soggetto non casuale, me ne rendo conto, ma sicuramente ben inserita nel suo mondo di giovinastri - mi ha chiesto di scaricarle tra i primi libri per il suo tablet Il Castello di Franz Kafka, un libro che non mi pare una lettura così vuota e banale. Magari, ma questo è un altro discorso, si può discutere del gusto «nero e decadente» suo e di molti giovani contemporanei, ma si tratta, evidentemente, di un tipo di discussione che esorbita largamente la dialettica schermo/carta.
E se i lettori sono destinati a rimanere, indipendentemente dal supporto di lettura, così come i classici della letteratura - leggere Guerra e Pace o Madame Bovary o I sette pilastri della saggezza su e-book non è un'assurdità -, la vera domanda è chi non rimarrà?
Le librerie, certo, scavalcate dalla vendita diretta dei libri da parte degli editori. Ma anche gli editori, soprattutto quelli che in periodo di crisi pensano di sopravvivere di thriller seriali, di confessioni morbose di protagonisti tv, di guide alla microfelicità familiare o di manuali per farsi da sè lo yoghurt alla camomilla, rischiano di essere assorbiti e svuotati dall'onda crescente della disponibilità di e-book gratuiti o semigratuiti. Si può pensare, seriamente, di sopravvivere contando esclusivamente sulla difficoltà di alcune classi della popolazione - sociali e di età - ad accostarsi a uno strumento telematico?
Tra i motivi che ci hanno indotto a chiudere l'attività c'è stato, innegabilmente, la lenta ma definitiva scomparsa dei giovani lettori. I nostri migliori clienti avevano un'età che superava costantemente i trent'anni-trentacinque anni. Eravamo una libreria generazionalmente condannata.
Ed è questo un elemento, ahimé, centrale in qualsiasi analisi sulla situazione editoriale.























