15.7.19

Il Mare Obliquo 21

Re Artamiro, sempre più inquieto, assiste a un'apparizione enigmatica e agghiacciante il cui significato resta oscuro a tutti tranne, forse, a lui.
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– Ma è assurdo, osceno! – Re Artamiro, pallido come un fantasma si affretta ad abbassare il coperchio sul grande piatto ovale. – Chiama F'Nevre, subito!
Ant'Kìsiel, siniscalco di Sua Volontà, il viso di un bel colorito verdastro si allontana dalla tavola con un'urgenza tanto sollecita quanto sospetta, scostando con gesti febbrili la pesante stoffa che separa la sala da pranzo dalla sala delle Udienze della grande tenda reale.
Artamiro, gli occhi sbarrati come un indemoniato si porta alle labbra la coppa dove Aihara, il suo coppiere ha versato il suo vino preferito, uno Tsardia di sei anni prima. Lo squisito vino è giunto appena a lambire le labbra del Re che egli sobbalza come se qualcuno l'avesse punto a tradimento e con un urlo di raccapriccio scaglia il contenuto della coppa contro la stoffa della tenda.
– Che accade, vostra Volontà? – Chiede accostandosi alla sedia reale, Liest Tamu Hiniun di Markand.
Il Re indica senza parlare il liquido che cola lento ed untuoso sull'elegante stoffa della tenda.
Il Nobile Syerdwin accompagnato dai gridolini di orrore delle donne e dai commenti scandalizzati dei cortigiani accosta il viso al liquido osceno che lentamente sgocciola a terra. Un odore di putredine si sprigiona dalla minuscola pozza formatasi a terra, un insieme, parrebbe, di mefitiche acque paludose, interiora di pesce e solo gli dei sanno cos'altro.
Nel rialzarsi in piedi il Syerdwin oscilla come un vecchio mentre il suo volto si è fatto del colore della cenere.
– Temo si tratti di un qualche tipo di magia, Seliest. Tutti noi abbiamo veduto il color ambra dello Tsardia versatovi dal vostro coppiere come credo che i vostri camerieri abbiano portato in quel vassoio il tacchino che attendevate e non…
– E chi osa colpirmi con la magia, qui, nella mia casa? – Urla Re Artamiro. – E come è possibile che i maghi e negromanti seduti a questa tavola non si siano accorti di nulla?
È Rusting, l'anziano negromante di Casa Orsaia il primo a levarsi per difendere l'onorabilità della categoria.
– Nessuno, Vostra Volontà. Nulla nelle mie dissezioni e nelle mie osservazioni profetizzava questi eventi, quindi non può essersi trattato di materia magica, ma probabilmente solo di una sorta di scherzo da illusionista. – Rusting ha l'abitudine quando parla di spingere innanzi a sé la considerevole epa, come se essa costituisse un pegno ed insieme una misura del suo successo. – Ho analizzato, prima di sedermi a questa tavola, le interiora di un colombo allevato con riso brillato, polvere d'argento e sangue di rana ed in esse vi era solo…
– Vi prego, Rusting. – Lo interrompe il Duca Rossiter di Telegin. – Abbiamo lo stomaco già abbastanza scombussolato così.
Il negromante lo guarda con disgusto. – I fenomeni naturali non dovrebbero suscitare disgusto, io credo, comunque la materia con la quale abbiamo a che fare non può essere sostanza magica, ma materia volgare, prova ne sia la persistenza alla vista ed all'olfatto.
– È notevole come siate in grado di tirare queste conclusioni senza neppure avvicinarvi, Liest Rusting. – Commenta Tamu Hiniun. – Ma di questo genere di cose ancorché grandissimo non siete l'unico esperto.
Già. – Re Artamiro indica con il dito puntato Drjol il giovane mago Gu'Hijirr. – Sentiamo cosa ne dici tu, rospo.

Con il permesso di vostra maestà vorrei avvicinarmi. – Risponde questi.
– Prego.
Mentre il Gu'Hijirr, seduto al lato più lontano del tavolo da Artamiro, inizia a risalirlo per giungere in prossimità di sua Volontà, nella sala entrano due Silvani che recano con loro un uomo dai lunghi capelli bianchi e dalle mani bianche e sottili come quelle di un musicista.
– F'Nevre, maledetto, eccoti qua. – Lo accoglie Re Artamiro. – Prova un po' a guardare cosa c'è nel piatto che mi hai cucinato. Lasciatelo andare, voi due.
L'anziano cuoco si inchina stupefatto e solleva il coperchio del vassoio. Nel piatto dorato, contornato da eleganti decorazioni fatte di frammenti di legno marcio, chiodi arruginiti e altri oggetti di incerta natura, giace il cadavere gonfio e pallido di una creatura dagli arti sottili come matite e dal corpo oscenamente arrotondato. Sugli arti si impiantano dita adornate di unghioni spezzati e la testa della creatura non ha occhi nè naso, solo un bocca ampia priva di labbra dalla quale spuntano denti acuminati del colore del corno.
– Per gli dei! – Urla F'Nevre. – E cos'è mai quest'orrore?
– Cos'è, eh? Lo chiedo a te cuoco che mi hai fatto portare a tavola questa… cosa. – Ribatte Artamiro. – Fai commercio con il Signore delle Ombre, forse? O creature come queste sono comuni nella real cucina?
– Sul mio onore, Vostra Volontà, io posso giurare anche sotto tortura che in questo vassoio c'era solo un tacchino di venti libbre cucinato con broccoli, peperoni e cipolla rossa, che ho affidato ai servitori, che possono giurare di aver annusato e visto con me.
Mentre il povero cuoco si affanna a giustificarsi mulinando le braccia come un direttore d'orchestra Drjol si è chinato sulla carcassa armato di un paio di pinzette e di una lente d'ingrandimento, non prima di aver deposto nelle proprie narici due pezzetti di stoppa imbevuti di acqua di menta.
– Un praticante. – Commenta Rusting disgustato. – Con il permesso di Vostra Volontà…
– Ma sì, vai pure a prendere aria. – Grida il Re. – Anzi andate tutti. Voi invece: Drjol, Liest Tamu, Duca Rossiter, F'Nevre rimanete.
Con un sospiro di sollievo i cortigiani si alzano e si allontanano commentando chi disgustato chi divertito lo strano evento.
– Duca Rossiter coma sta Tiatikenn? – Chiede Artamiro mentre il giovane mago Gu'Hijirr se ne sta chino sulla creatura a tratti toccandola leggermente con le pinzette.
– Non troppo bene, Vostra Volontà. Egli delira ancora parlando di una grande Ombra che sta divorando l'orlo del mondo e di presagi che ha visto nelle acque e nel cielo. Solo con grande fatica riescono a fargli prendere pochi cucchiai di brodo ogni giorno ed egli è molto dimagrito.
– Maledizione, quel trombone di Rusting può dire ciò che vuole ma questa è stata magia bella e buona. Senza la copertura di Tiatikenn siamo esposti alle nefandezze di Sealghan l'Evocatore.
– È possibile, Seliest. Sealghan gode di grande fama anche presso il nostro popolo, ma siamo sicuri che la sua lealtà non abbia prezzo? – Chiede Tamu Hiniun.
– Un prezzo l'avrà senz'altro, ma finora i miei emissari non sono riusciti a fissarlo.
– I maghi sono bizzosi, Vostra Volontà e altezzosi come primedonne. Non credete che un mago giovane e potente come Sealghan non avrebbe mai e poi mai lavorato agli ordini di Tiatikenn? Ora se la situazione è cambiata…
– Già, Rossiter, la situazione è proprio cambiata.– Approva meditabondo Re Artamiro. – Credo proprio che dovrò…
Shlome! – Grida Drjol allontanandosi di scatto dalla creatura nel vassoio. – Schlome DRI!
"Ombra fuggi!" Traduce mentalmente Artamiro mentre volge lo sguardo verso il giovane mago Gu'Hijirr che appoggiato con la schiena alla parete della tenda compie strani gesti con le mani.
– È vivo! – Urla Tamu Hiniun portando la mano alla spada. 

 
Artamiro è un uomo coraggioso, ma la vista della creatura priva di occhi che brancica spasmodicamente nel vuoto cercando di levarsi in piedi è troppo anche per lui.
– Uccidetelo, presto! – Ulula Sua Volontà alzandosi di scatto e rovesciando il pesante sedile.
Ant'Kìsiel sceglie proprio quel momento per rientrare nella tenda al cospetto del Re, interrompendo il gesto del Duca Rossiter che stava per colpire con la spada la reale portata. Il Siniscalco ha recuperato un po' di colore che perde immediatamente alla vista della creatura.
– Bbb..uong-giorno Re Artammmiro. – Pronuncia una vocina sottile e lagnosa come quella di un bimbo prossimo a scoppiare a piangere.
Impietriti i presenti guardano l'esserino che compie una sorta di inchino malfermo sugli arti orribilmente sottili. – Godeeete voi di buo-ona salute?
Macchinalmente Artamiro annuisce.
Chi ti manda Schlome? – Chiede Drjol che ha ritrovato coraggio. – Da dove vieni?
La creatura ride, una risatina simile ad un insopportabile cigolio. – Mmmi mmmanda il mmmio Sinniore. Per parrrlare con te, Artammmiro.
Parla allora. – Risponde il Re.
L'oscurrità è vicina, Re Artammmiro. I suoi connf-fini avanzaannno. Guuarda nel tuo ssspecchio, Artammmiro. Vedddrai il Mmmmonndo ed il suo rrrovescio…
Schlome! Riconosco i tuoi passi! – Grida ad un tratto Drjol, sollevando un oggetto metallico ricoperto di verderame.
La creatura si volta di scatto verso il mago e apre smisuratamente la bocca mostrando la sua dentatura da incubo pronta a colpire ed uccidere.
Il giovane mago lo fronteggia agitando l'amuleto e pronunciando parole che non fanno parte di nessun linguaggio dei popoli del Mondo. – Parla, Schlome, su, ti attendiamo.
L'essere si muove a scatti, come se una forza invisibile lo tenesse. – Re Artamiro! … Tu vivi da una sola parte di una moneta… – La voce della creatura è mutata, divenendo un cupo borbottio rabbioso, interrotto da ansiti e singhiozzi. – … Sei cieco Artamiro… sei cieco e spaventato… Il mio Signore ti ammonisce, Re… degli Uomini… Sotto questa terra… ve ne sono… innumerevoli…. oltre questo cielo… innumerevoli… –
– CHI È TUO SIGNORE? Parla Schlome, sono sui tuoi passi. – Ripete Drjol.
– … innumerevoli… innumerevoli… se vuoi vincere devi vincere il tuo sguardo, Artamiro.
Dopo aver prounciato quell'ultima frase la creatura si interrompe di scatto. Per un attimo apre e chiude la bocca come se stesse per pronunciare un nome.
– Parla Schlome, parla ancora! – Grida il mago Gu'Hijirr spingendo davanti a sè l'amuleto.
Per un istante i presenti hanno la sensazione che qualcosa nel loro sguardo si sia alterato: improvvisamente tutti gli oggetti, le luci e le ombre, i visi ed i corpi appaiono piatti e privi di spessore, come quando si guarda con un solo occhio. Il calice posto davanti a F'Nevre il cuoco è divenuto una bizzarra decorazione metallica della sua camicia, mentre la spada tenuta in mano dal duca Rossiter sembra appoggiata ad un orecchio di Drjol, posto ad un passo da lui.
Artamiro si strofina furiosamente gli occhi, terrorizzato e lo stesso fanno gli altri, mentre la creatura come un foglio di pergamena, scompare rapidamente arrotolandosi su se stessa fino a scomparire.
– È finito, è finito! – Urla di sollievo F'Nevre, non appena la creatura è svanita, lasciando al suo posto nel vassoio un tacchino arrosto, attorniato da succulente verdure, ma ormai freddo.
– Drjol! Da dove veniva quella cosa? – Chiede Re Artamiro, le mani tremanti come quelle di un vecchio.
– Da molto lontano, Vostra Volontà. Dal Mondo-Oltre-Lo-Specchio. Ma qualcuno lo ha guidato fin qui, un mago infinitamente più potente di me, di Tiatikenn o di Sealghan. Un mago che tiene in mano le chiavi della sostanza prima del mondo: l'Ombra. – Il giovane Mago Gu'Hijirr guarda l'amuleto che tiene ancora in mano con aria instupidita e solo dopo qualche secondo ricorda di rimetterlo nella sua borsa.
– E chi è questo mago? – Chiede Ant'Kìsiel, ripresosi prima degli altri per l'ottima ragione che fino al grido del cuoco ha tenuto gli occhi chiusi rimanendo sotto il tavolo.
– Queidhen l'Unico, forse, o un tempo il grande Kerfilluan o…
– O il conte-Mago Teardraet. – Dice a bassa voce il Liest Tamu Hinhiun. Solo Artamiro lo ode e annuisce lentamente.

– Ma cosa significava quello che la creatura ha detto? – Si domanda il duca Rossiter. – "Per vincere devi vincere il tuo sguardo", cosa mai può significare?
Artamiro si alza in piedi con la cautela di un ammalato. – Temo di saperlo, duca Rossiter. E temo anche di sapere cosa mi attende ora.
– Devo avvertivi, vostra Volontà. In quel messaggio ho percepito una grande minaccia. – Lo ferma Drjol. – Chiunque vi abbia mandato un tale messaggero lo ha fatto per terrorizzarvi e spingervi a…
– Per spingermi a chiedere aiuto a chi temo. A chi mi chiederà di fare e dire cose che nemmeno io riesco ad immaginare. – Replica Artamiro enigmaticamente. – Lo so Drjol, grazie. Ma questa è l'unica via che mi è rimasta e non posso fare altrimenti. – Il Re guarda uno dopo l'altro i suoi interlocutori e per ultimo il suo sguardo si ferma su Ant'Kìsiel. – Alle mie spalle c'è chi scava per farmi cadere non appena vorrò fare un passo indietro, non è vero siniscalco?
Il Primo Consigliere del Re lo guarda a bocca aperta. – Non capisco Vostra Volontà.
Artamiro ride. – Non è una bella strada, questa, Ant'Kìsiel e non cercherei di prendere il mio posto. Arrivederci Signori!
I due Silvani si affiancano al re che esce dalla sala mentre il Siniscalco si affretta a seguirlo protestando la sua fedeltà, ma Artamiro non sembra neppure udirlo.

8.7.19

Il Mare Obliquo 20

Nerthurok è il nome di una sconosciuta malattia che lentamente sta colpendo gli alberi e Klog e i suoi amici saranno presto chiamati dai Silvani a battersi per i fratelli immobili
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Quando Plinio ricompare, dopo un'assenza di quasi mezza giornata non ha la consueta espressione placida e pensosa, ma è nervoso e brusco. E questo non è il solo particolare inconsueto della sua apparizione: egli è tornato infatti alle sembianze umane di un boscaiolo dalla fitta barba grigia.
– Finalmente, eccoti qui stupido micio. Dove ti eri cacciato? – Lo apostrofa Matushka, comodamente sdraiata all'ombra fresca di un castagno.
– Ci sono novità. – Ribatte il gatto senza nemmeno preoccuparsi di replicare all'insulto ricevuto.
– Ah. – Commenta Klog. Le novità a Canddermyn in genere vogliono dire guai, questo il Boldhovin l'ha imparato a sue spese cosa che non lo rende particolarmente ansioso di essere informato.
– Ah, sì e che novità sono? – Matushka si è sollevata sulle quattro zampe ed annusa l'aria intorno a sé con le orecchie basse sulla testa.
– Non belle.
– Uffa e la vuoi finire con tutti questi misteri? – Sbotta Klog. – L'esercito di Artamiro sta attraversando il bosco? L'associazione dei maghi sta venendo a vendicarsi per conto di Tiatikenn? Sono tornati gli Antichi Primi affamati di sangue? O cos'altro ancora?
Plinio soprappensiero annuisce e continua a tacere.
– Perchè approvi? Sono forse vere tutte le cose che ha detto Klog?
– Eh? No, nessuna di esse Matushka. Il fatto è che mi sto chiedendo chi…
– Plinio, la vuoi smettere di cincischiare? Parla maledizione. – Strilla il Bodhovin esasperato.
– Le piante di Canddermyn, ne ho trovato alcune morte. – Spiega infine il gatto. – Piante giovani, che non avrebbero avuto nessun motivo di morire. E poi è strano il modo in cui sono morte, sono come pietrificate, cristallizzate, non saprei in quale altro modo spiegarmi. Ho incontrato un Silvano che sostava vicino a loro, ma non ha saputo dirmi che cosa stava accadendo. Nessuno sa riconoscere i moti dell'animo di un Silvano, ma la posa, i modi di quello che ho incontrato lasciavano trasparire una forte angoscia, quasi disperazione
– Ma cosa avevano quelle piante, cerca di spiegarti meglio. – Insiste Matushka.
– Non è facile. Sui loro tronchi la luce del sole fa brillare piccoli cristalli ed il legno è cambiato, è divenuto più chiaro, del colore del granito bagnato. Le foglie, poi, sono bianche, quasi trasparenti come sottili lenti di vetro e la debole brezza che spira nel bosco non riesce più a muoverle. Sono divenuti bellissimi quegli alberi, sono quasi un monumento in pietra e cristallo alla meravigliosa grandezza della vegetazione. Ma sono anche orribili, spaventosi e da loro spira un aria, un sentore, qualcosa che non saprei descrivere nemmeno se disponessi di tutte le parole di tutte le lingue del mondo, qualcosa di profondamente maligno, di soprannaturale. Ho provato ad attraversare lo spazio teso tra quegli alberi ma sono fuggito con il pelo ritto e le orecchie basse: l'aria vicina a loro è più densa, più fredda ed i rumori vi arrivano distorti, remoti, come può udirli uno spettro o un morto senza pace.
– Forse si tratta di qualche malattia della quale non abbiamo mai sentito parlare. – Azzarda la piccola volpe in tono assai poco convinto.
– No. – Il gatto scuote la testa con forza. – Noi possiamo non conoscere molte delle malattie delle piante, ma i Silvani le conoscono tutte. La cosa più grave è che gli alberi vicini sembrano colpiti da una forma incipiente dello stesso morbo, le loro foglie sono sensibilmente più pesanti ed il tronco dà un suono bizzarro a percuoterlo: il rintocco di una campana sommersa. Dalhak, il Silvano che ho incontrato sembrava spaventato ed impotente quanto me ed ha detto solo una parola che non ho mai udito per commentare quell'orrore: Nerthurok.

– Nerthu nella lingua dei Silvani significa la Morte dolorosa data dalle fiamme. – Azzarda Klog.
– E Hurok? Cosa significa Hurok? – Chiede Matushka.
– Non lo so. Hurr significa acqua piovana ed Hurin acqua stagnante, ma Hurok non l'ho mai udito. La lingua dei Silvani non è come quella degli altri popoli. Inventano spesso parole e quando uno di loro ha pensato una parola nuova istantaneamente tutti gli altri la sanno. La lingua che scelgono di parlare con le altre creature cambia continuamente e continuamente si arricchisce di nuove parole. La devono usare per lasciarsi comprendere, ma loro non hanno bisogno di parlare tra loro come tutte le altre creature. Le parole sono un divertimento, forse, per loro, o una fatica: un modo stentato e penoso di raccontare cose che loro sentono con un'intensità che per noi è impensabile…
Klog si interrompe: Plinio e Matushka lo ascoltano con un'attenzione così intensa da farlo sentire a disagio.
– Perché ti fermi, Boldhovin? Era molto interessante. – Dice Matushka.
– E poi forse in quella parola c'è la chiave per comprendere. – Aggiunge Plinio.
Probabilmente avete ragione. Ma l'unica idea che mi viene in mente è quella di chiedere ad una fata. Loro talvolta capiscono le parole dei Silvani anche se non le hanno mai udite prima.
Facciamo così. Andiamo a cercare Sibiell, presto. Ho paura che non ci sia troppo tempo.
Plinio ha fretta e la cosa è ancora più strana e preoccupante della pur spaventosa notizia che il gatto ha portato. Senza aggiungere altro il Boldhovin e la volpe si affrettano a seguirlo.


– Nerthurok? No, non ho mai udito questa parola. Nè ho mai udito della strana malattia che coglie le piante. Eppure qualcosa ho sentito, una vibrazione forse, un brivido. Una rottura, come il mondo avesse superato un confine, un limite. Ecco, è stato come per un attimo fossi stata nel Mondo-fra-Molti-Istanti.
– Nulla può vivere nel Mondo-fra-molti-istanti. – Sentenzia Maestro Selestin. – Così sta scritto nei libri di Kerfilluan. Quel luogo non ha leggi né equilibrio, tutto è possibile e insieme tutto è impossibile perché l'albero dei destini di ogni cosa si è confuso fino ad una follia talmente impensabile da non permettere che nulla abbia forma o sostanza… – L'uccello di Legno si interrompe. – Sibiell cosa stai pensando?
– Mastro Selestin la mia natura soffe e si ribella, ma io devo pensare, devo credere che qualcosa o qualcuno abbia chiamato a Canddermyn il Mondo-tra-molti-Istanti. – La fata è pallida come un fantasma mentre pronuncia quelle parole e le sue dita sottili si stringono e si torcono come se un'intollerabile tensione scuotesse la sua mente.
Klog la guarda spaventato e quasi grida. – No, fata Sibiell, non pensare, non preoccuparti, resta fedele al tuo mondo!
La fata ride: una risata affrettata e convulsa. – È proprio quel mondo che rischia di morire, Klog, non lo capisci? Io devo pensare, devo trovare… devo! Jee siluan Thiemenee, Duwaldee, Gadlhi, gadhli… – Sibiell ha nascosto il volto tra le mani mentre dalle sue labbra escono accavallandosi, sovrapponendosi nella fretta e nel dolore le scintillanti, fragili parole della sua lingua che lo sforzo rende dolorose ed acuminate come cristalli o frammenti di vetro.
– Non interrompetela! – Ordina a bassa voce Mastro Selestin. – A questo punto, probabilmente, le fareste più male che bene.
…Jee siluan FIEDUIN! – Urla infine Sibiell, accasciandosi a terra come colpita da un fulmine.
Klog e Plinio si affrettano a raccoglierla ed a deporla sul letto.
– Sibiell, mi senti Sibiell? – La chiama Matushka, tornata anch'ella ad assumere forma umana, cercando di ricacciare le lacrime che le velano la voce.
– Sibiell, fata Sibiell? – La chiama Klog, chino sul suo viso.
– Klog, Matushka, perchè urlate in questo modo? – La voce della fata è debole come un soffio di brezza che fa oscillare le lunghe canne della palude ed il suo volto è del colore della cera, ma un sorriso trionfante la illumina. – Ce l'ho fatta. Devo affidarvi una missione, ora, poi sarò nuovamente libera.
Plinio le si avvicina – Parla, Sibiell. Comandaci quello che vuoi.
– Fieduin la Pietra è la risposta. Non è distante da qui, ma per poterlo chiamare dovete avere una Pietragemella. I Silvani ne posseggono molte, ma ne sono gelosi. Dovete andare da uno di loro e dirgli che Sibiell reclama una Pietragemella per il suo Giardino.
– No, Sibiell. Dovremo farne senza. – Klog scuote la testa con forza. – Fiedin o come diavolo si chiama parlerà anche senza, te lo giuro.
Plinio e Matushka annuiscono con forza ma Sibiell fa un lento cenno di diniego. – No, Fieduin non vi risponderà.
– Ma Sibiell, tu sai che un fata può chiedere una pietragemella solo una volta nella vita. – Continua il Bodhovin. – E dopo che l'ha reclamata…
– Sì, Klog, lo so. Dopo che l'ha reclamata comincerà a morire. Lo so. Ma non posso comunque vivere… in quel mondo. In fondo altre fate sono morte dopo aver reclamato la loro pietragemella e i loro ultimi giorni sono trascorsi felici e lievi come nuvole dell'alba. Nessuno può dire quanto sarà vicina la mia morte dal momento che riceverete la mia pietragemella e questo è ciò che accade anche alle altre creature. In genere le fate la chiedono quando sono stanche dei loro giorni e chissà, forse anch'io in fondo sono stanca. Andate ora, non perdete un solo istante.
– Sibiell. – A parlare ora è Mastro Selestin, e la sua voce è cupa e solenne come una nota d'organo. – C'è una parola che io possa dirti per fermarti?
– No. – Risponde la fata.



– Noi siamo qui per… reclamare la Pietragemella della fata Sibiell. Per il suo Giardino.
Il Silvano annuisce lentamente e chiude gli occhi.
– Dovresti consegnarla a noi. Dobbiamo recarla alla presenza di Fieduin. – Continua Matushka con voce incerta. – Per salvare Canddermyn.
– Io-Noi sappiamo, piccola Edrin. – Il Silvano esita per un attimo, come se si sforzasse di sorridere. – La custodisce Quedhe e ora la porterà.
Il Silvano tace. Dietro di lui ve ne sono altri, quanti nessuno di loro ha mai veduto insieme. I loro volti non esprimono né timore né altre emozioni, ma il fatto stesso di trovarli riuniti, come se temessero di perdersi, è una cosa singolare, inquietante.
Un silvano che si muove molto lentamente, con il volto coperto da una lunga lanugine verde si fa largo tra i suoi fratelli, portando in mano un piccolo oggetto. Klog lo osserva affascinato, ormai per Quedhe non deve essere troppo lontano il tempo delle Radici ed il suo incedere bizzarro, fatto di passi brevi e di lunghe pause, quasi cercasse di ascoltare la terra scura che lo attende, ne è un eloquente prova.
– Questa è la Pietragemella di Sibiell. – La voce del Silvano è tanto profonda e bassa da essere quasi inaudibile. – Io-noi l'abbiamo custodita per lei.
– Grazie. – Dice Klog, ma il Silvano si è già voltato per allontanarsi, come se parlare per lui fosse inutile.
– Grazie ancora e arrivederci. – Saluta Matushka.
I Silvani immobili non rispondono. Il cielo è del colore del peltro e l'aria stessa sembra vibrare debolmente come un tamburo percosso da un demone.

Salvate i Fratelli Immobili, Salvate ogni cosa

Quel pensiero si forma per un attimo nella mente di Klog, di Plinio e di Matushka, accompagnato dalla visione di una terra spoglia, coperta di vapori velenosi, dove, in mezzo a rocce calcinate e fessurate, giacciono i cadaveri secchi e fragili di milioni e milioni di alberi.
Klog chiude gli occhi per cancellare quell'immagine, pur sapendo che non potrà mai più dimenticarla. Si volta ancora una volta per guardare i Silvani ma inutilmente, dietro di loro c'è soltanto una radura vuota.
– Odio la pioggia. Credo che non ci sia null'altro al mondo che odio di più. – Borbotta Plinio, ma nessuno si prende la briga di rispondergli.
– Manca ancora molto? – Gli chiede Klog.
– Spero di no. Ce l'hai sempre la pietragemella?
– Certo. – Replica offeso il Boldhovin. Già, la pietra: il Boldhovin apre un poco la borsa per assicurarsi che non si sia mossa di lì e al tatto la riconosce. È stranamente tiepida ed arrotondata, come il profilo di un volto o di un seno e sembra impossibile arrivare a toccare la sua superficie scabra e secca: un debole fluido la circonda confondendo i sensi di chi la sfiora.
– Ma chi sarà mai questo Fieduin? – Chiede Matushka.
– Una creatura talmente vecchia da far sembrare cosa di ieri anche gli Antichi Primi. – Spiega Plinio. – Dicono leggende antichissime che prima di ogni altra razza l'Orlo del Mondo era popolato da Giganti di Cristallo, uccisi dal Gran Dio degli Antichi Primi perché il loro cuore era freddo ed immobile come roccia.
– Splendido. – Osserva Klog. – Ed è ad una di quelle creature che noi andiamo a chiedere aiuto?
– Temo di sì.
– Ma che ne è stato dei loro corpi? Perché non vi sono più tracce di loro? – Chiede Matushka.
– Tracce ve ne sono quante ne vuoi, Matushka. – Il gatto indica la corona di alte montagne avvolte nelle nuvole che chiudono il loro passaggio. – Ecco lì i corpi dei giganti di cristallo, coperti di buona terra e di boschi perchè noi avessimo cibo e aria da respirare.
La piccola volpe starnutisce. – E io dovrei credere ad una simile storia? Montagne che camminano, parlano e combattono?
– Sei libera di credervi o di non credervi, Matushka, ma se ti metterai a scavare sotto la terra e la roccia troverai le loro ossa di cristallo e le loro unghie divenute gioielli. – Plinio ride. – O almeno così si dice. –
– Lo vedi, stupido gatto che stai cercando di imbrogliarmi? Montagne che camminano, bah!
Klog non partecipa al battibecco. Qualcosa in fondo alla sua mente palpita lentamente, come se il legame che ha sentito per un attimo con i Silvani in lui non si fosse del tutto spezzato. «In fondo qualcosa di loro in me esiste da quando sono un pelosetto.» Sta pensando il Boldhovin. «Uno di loro, anzi tutti loro sono i miei padri. Padri assai poco solleciti, per la verità.» Cerca di scherzare tra sé Klog, ma i suoi pensieri sembrano incapaci di abbandonare l'immagine che essi gli hanno regalato. È la prima volta che accade e quella sensazione non è facile nemmeno da riconoscere per lui, ma Klog ora sente di fare finalmente parte di qualcosa, di non essere solo un cucciolo rissoso e giocherellone.
– Hanno fiducia, ecco cos'è. – Conclude ad alta voce.
Matushka lo guarda aggrottando le sopracciglia. – Begli incoscienti. 

 

3.7.19

Il Mare Obliquo 19

Presso Mahaderill, la gwellyniun, si ritrovano Usif-Lizhi, che ha salvato il Barone Enklu e quanti erano con lui dai terrificanti Oom, e il Duca Kwister di Lö. Ognuno alla ricerca delle risposte alle proprie domande. 
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Il Barone Enklu depone l'osso perfettamente spolpato del fagiano, beve un lungo sorso di vino e indirizza un cenno di ringraziamento alla fata Mahaderill, loro gentile ospite.
– Se non sono indiscreto, ci sarà bene un motivo che vi ha spinto fin qui. Così a proposito aggiungo.
Usif-Lizhi annuisce lentamente: aspettava quella domanda da quando il loro destino e le loro vie si sono sovrapposte, ma ciononostante non ha ancora deciso se essere sincero o no. I suoi interlocutori, seduti ad un ampio tavolo protetto dai lunghi raggi del sole vicino al tramonto da un graticcio carico di glicine profumata, lo guardano con curiosità e simpatia, un'emozione che raramente i Notturni hanno saputo suscitare nelle creature del giorno.
– Il mio signore è forse un po' stanco, un po' sofferente per questo sole? Vuole forse ritirarsi? – Gli viene in aiuto Kirzil Pennarossa.
Il Notturno ride a bassa voce. – Ti ringrazio, Kirzil, ma credo che questi signori che generosamente hanno deciso di accompagnare i miei passi meritino di sapere. Mi trovo qui a Verdevima per incontrare la fata Mahaderill e chiederle di tracciare la mia strada. Ciò che mi spinge è una maledizione che un'ignoto dio ha lanciato sul mio povero popolo, colpevole solo di essersi abbandonato all'ignavia ed all'isolamento, tanto che, se non mi sono sbagliato, in molti di voi lo stupore per essere stati salvati da un Notturno ha quasi superato il sollievo per essere stati sottratti dalla loro incomoda situazione. –
– È verissimo. – Ride Noro Heban il mercante, mostrando i denti chiarissimi che formano un buffo contrasto con il colore scuro della pelle. – Ho pensato che quella foresta dovesse essere ben strana se l'attraversavano malvagi Oom e coraggiosi Notturni armati. È dai tempi della battaglia della Quercia Gyan che nessuno ha più veduto Notturni cingere una spada o partecipare alle guerre di noi uomini, dei Syerdwin o dei Gu'Hijirr.
– Neppure noi-io abbiamo più partecipato alle guerre di voi gente di carne. – Khuda, il silvano che vive sotto il tetto di Mahaderill, nessuno saprebbe dire se come servitore, come marito o come collega, fa udire per la prima volta la sua voce lenta e grave. – Il fratello-immobile che voi chiamate Gyan ricorda quella battaglia. Quella debole foglia del poco tempo di voi gente-che-correte, usato per uccidere l'ha lasciato incredulo ed egli non ha smesso di chiedersi perché. Io-Noi non comprendiamo.
– Ma non ci sono silvani al servizio di Re Artamiro? – Chiede il Barone Enklu.
– Un giuramento. Io-Noi li ode. Non combattiamo per lui, lo difendiamo come egli ha giurato di difendere i Fratelli-immobili.
– Fin dove arriva la differenza, Khuda? – Chiede educatamente il mercante Wediliun, un syerdwin magro e dai lineamenti delicati come quelli di una dama.– Perdonami, ma se nel mezzo della battaglia qualcuno assale Re Artamiro cosa faranno gli Erbani al suo servizio se non ucciderlo?
Nessuno ha mai udito ridere un silvano, ma quel profondo crepitio di legno che nasce dalla profondità del petto di Khuda è senza alcun dubbio una risata. – Io-Noi abbiamo molti modi per fermare uno della gente-che-corre senza strappare il delicato germoglio che porta al centro del petto. Io-Noi possiamo difendere senza uccidere, creatura delle acque. 


– Devo dire che questo mi solleva molto. – Interviene Kirzil. – Nel caso avessi pensato di uccidere Artamiro. Ma tutto questo parlare a me ha asciugato le labbra ed a voi?
In risposta a quell'invocazione una brocca di vino giunge nelle vicinanze del Gu'Hijirr direttamente dalle fresche cantine di Mahaderill. Kirzil se ne versa generosamente e l'assaggia. – Meraviglioso. So che non usa gettare sortilegi su cibi e bevande, ma ditemi, fata Mahaderill, non è nemmeno un pochino fatato questo vino così splendido?
– No. Della vendemmia e della pigiatura si occupa Khuda ed alcuni altri del suo popolo. Credo che il segreto stia nel fatto che nessuna delle piante dalle quali prendono i grappoli soffra della raccolta, il che migliora sensibilmente la qualità del vino. Ma se permettete vorrei tornare al nostro buon amico Usif-Lizhi al quale è stata troncata la parola in bocca. Qual'è la maledizione che pesa sul tuo popolo?
– La sterilità, Mahaderill. Non nascono più né Notturni né Neek, nè altri mezzi-sangue concepiti con le altre razze che popolano il Mondo. I migliori maghi e negromanti sono impotenti, i cerusici con le loro polverine ed i loro rimedi universali si allontanano dai nostri castelli scuotendo la testa e neppure Onnielvhena, la decana di voi fate ha saputo immaginare un rimedio. Invecchiamo inutilmente, scontrosi ed esageratamente formalisti, malati di nervi o stravaganti, continuando a rimandare il momento di ritirarci per non rimanere soli a riflettere, prendendoci cura delle nostre inutili collezioni o discutendo per notti e notti intere del giusto abbigliamento per un'occasione mondana o della sfumatura di colore di una trama o di un ordito. Sono fuggito dal castello di Lizhi già tre anni or sono, rifugiandomi presso un dama degli uomini, Adwina di Casa Oresme. L'ho amata ed ella ha amato me, ma il nostro amore per quanto meraviglioso, ci ha lasciato soli.
Usif-lizhi si interrompe per un istante. Pronunciare il nome di lei in mezzo a tutte quelle persone gli provoca una sensazione penosa, come se farlo fosse un po' tradirla, spargere al vento qualcosa di così raro e fragile che esposto alla luce non può che deperire e svanire.
– Comprendiamo, Liest Usif-Lizhi. Non soffermarti sui ricordi più tristi, non spenderli per noi che non possiamo leggere nella tua mente. Dicci piuttosto qual'è la speranza che ti guida. – Jay Wediliun il Syerdwin lo guarda con calma intensità, quasi che fosse riuscito a contraddire le sue stesse parole ed a penetrare nei suoi ricordi.
– Racconta, Uomo-di-Luna, Io-Noi ascoltiamo. – Lo esorta Khuda. Usif-lizhi annuisce: i Silvani non sono mai soli, un contatto continuo, delicato ed insieme solido come l'acciaio lega ciascuno di loro agli altri ed ai fratelli immobili. Raccontare la propria storia a Khuda è come narrarla a tutte le creature vegetali che popolano il vasto orlo del mondo: un uditorio ben strano, attraversato da sentimenti e sensazioni che uno della Gente-che-corre non può neppure immaginare. Il Notturno si guarda intorno e fissa il proprio sguardo via via sui compagni di quell'avventura, che silenziosamente attendono le sue parole. I suoi occhi incontrano il viso alabastrino del mercante Syerdwin, il sorriso di Noro, l'espressione incerta e preoccupata di Kirzil Pennarossa, i lineamenti impenetrabili di Khuda dietro i quali si nascondono i pensieri di tutti gli alberi del vasto Orlo del mondo, gli occhi del colore delle foglie di Mahaderill, la rocciosa sicurezza del Barone Enklu e si rende conto che una misteriosa forza ha posto al suo servizio i membri di tutte le razze che vivono sotto la luce del sole, li ha resi suoi compagni ed amici, per combattere contro la sconosciuta e terribile Ombra-di-Sangue.
Quel pensiero, durato il tempo di un sospiro, gli dà coraggio e forse per la prima volta Usif-Lizhi si permette una piccola, fugace speranza. – Una profezia mi ha spinto ad abbandonarla, giurando di tornare comunque da lei. Queidhen l'Unico mi ha fatto sapere che solo presso l'Ombra-di-Sangue potrò avere risposta alla mia domanda. Questo è tutto.


Un silenzio teso e spaventato segue le sue ultime parole. Kirzil che le parole del Notturno davanti alla foresta di cera avevano già messo sull'avviso si stringe nelle spalle e si versa un'altra abbondante dose di vino. "Uno spirito molto potente, Kirzil." Aveva detto Usif-Lizhi in quell'occasione. "Ma solo il dio delle paludi sa quanto potente. Pazienza, chi vuole vivere per sempre?" Si chiede il Gu'Hijirr. "Devo essere completamente impazzito, evidentemente, ma il bello è che mi sento felice e in pace, come se quell'accidenti di Notturno mi avesse proposto una buona bevuta ed una gu'hijirr morbida e focosa. Sarà magia." Conclude Kirzil quando giunge al fondo del suo boccale.
– Sapete già come giungere in sua presenza? – Chiede il Barone Enklu.
– Si trova nel gabinetto di magia di Re Artamiro. Egli ignora di possedere la Via per giungere all'ombra di Sangue, ma io dovrò sottrargli quella via e percorrerla.
– Non è un compito facile. – Osserva Noro Heban. – Ma forse non è neppure impossibile.
– Ho udito dire tali cose sulla crudeltà e sull'avidità di Artamiro che temo che sottrargli anche uno spillo sarà la cosa peggiore. – Commenta Jay Wediliun. – Ma siamo tanti e coraggiosi, cosa abbiamo da temere? Dopo alcuni giorni in compagnia di quegli orribili Oom la paura in me si è interamente consumata, non sono più in grado di provarla.
– È vero. – Conferma il Barone Enklu. – Ora possiamo affrontare davvero qualunque cosa senza temere.
– Non scherzate, vi prego, amici. Voi avete giurato di seguirmi, ma non sapevate nulla di me. Non posso accettare di legare le vostre vite alla mia in queste condizioni.
– Io-Noi non abbiamo giurato. – Khuda interrompe Usif-Lizhi che lo guarda senza ancora capire. – L'Uomo-di-Luna ha permesso a noi di dividere il nostro tempo con Mahaderill. Il tempo si sarebbe spezzato senza di lei. Io-Noi sappiamo e ricordiamo. Stenderemo la nostra ombra su di lui.
– Ben detto! Non c'è motivo per rimangiarci la parola data, Usif-Lizhi. Hai rischiato non solo la tua vita ma quella di tutto il tuo popolo per salvare gente che neppure conoscevi. La nostra vita ti appartiene. Non c'è null'altro da aggiungere o da togliere.
Un bussare forte e deciso segue le parole del Barone Enklu, facendo sobbalzare i presenti.
– Non attendevo nessuno. – Osserva Mahaderill.
Istintivamente Kirzil ed il barone Enklu portano la mano all'elsa della spada.
– Attendete. – Li ferma Khuda.
Il Silvano si alza lentamente e rientra nella piccola casa per aprire la porta. Dopo qualche attimo il silvano fa ritorno a tavola.
– Mahaderill, si tratta di un lupo-drago. Chiede di vederti.
– Aspettate, Fata Mahaderill, lasciate che vi accompagni. – La ferma Enklu. – Le cose si sono fatte torbide anche tra i miei consimili e non so più di chi sia giusto fidarsi.
La fata annuisce e abbandona la tavola seguita dalla massiccia figura del barone. Una volta giunti all'interno Enklu bisbiglia. – Aprite la porta e sedetevi là in fondo. Io starò dietro il battente, pronto ad intervenire.
La fata sorride come una ragazzina che stia architettando uno splendido scherzo. Apre e corre a sedersi su una sedia a dondolo posta davanti alla grande finestra che domina la stanza. – Entrate pure, chiunque voi siate.
Il Duca Kwister di Lö esita, inquadrato nella cornice della porta: – Siete la fata Mahaderill, vero?
– Certo.
– Sono molti anni che non vi vedo più. E voi non vi ricorderete certo di me. Ero un lupacchiotto, allora, e passavo il tempo ad azzuffarmi con gli altri cuccioli.
– Chi siete? – Le chiede l'anziana fata cercando di ricordare il volto del Lupo-Drago.
– Sono Kwister della Marrak dei Lö, dove avete vissuto per vent'anni.
– Ah. – La fata rimane apparentemente indifferente. – Non vi ricordo, Kwister. Ricordo il vostro nome, come è ovvio, ma non posso ricordarvi adulto.
– È evidente.
Dietro il battente della porta Enklu spia lo sguardo della fata per cogliere da lei eventuali cenni, ma Mahaderill sembra essersi dimenticata della sua presenza ed ha occhi solo per il suo ospite.
– Cosa ricordate di me? – Chiede al Lupo-drago, imbarazzato come un ragazzo di fronte ad un'insegnante.
– Ricordo che avevate guanti di filo verde scuro e che li indossavate durante i vostri colloqui con il Duca Uhma, mio padre e con Kedrun, mio zio. Ricordo che avevate una vera passione per il tè alla verbena e detestavate il maggiordomo della Marrak, un uomo di nome Sagden. Dicevate che era un individuo avido, lezioso e meschino. Durante la festa della primavera siete caduta in una trappola tesa per i cervi ed avete fatto crescere due orecchie d'asino al capo dei bracconieri, Muin, che poi avete liberato dall'incantesimo. Una volta avete litigato con Dama Gudrun e le avete lanciato un incantesimo per il quale ogni volta che apriva bocca si udiva il verso della gallina e un'altra volta…


– Va benissimo. Ma finora non avete detto nulla che non avreste potuto apprendere da qualcun altro. Non sapete riferirmi qualcosa che solo voi ed io possiamo sapere?
Kwister stringe le labbra e riflette. – Credo di sì. – Dice infine. – Raramente mi avete rivolto la parola, ero troppo piccolo per meritare la vostra considerazione, ma una volta mi avete dedicato qualche minuto per insegnarmi i nomi dei fiori nella lingua dei Silvani, i nomi per chiamarli e farli aprire. Mi avete fatto giurare di non svelarli a nessuno ed io finora ho rispettato il giuramento.– Il Lupo-Drago si schiarisce la voce. – Il nome della viola è hodjen, il nome della margherita è ferei, il nome della Rosa canina è gadlimell, il nome della primula è ogain, il nome del…
– Va bene, Kwister di Lö, hai buona memoria. – Ride la fata. – E sei molto cresciuto da quando eri un piccolo, fangoso lupetto. Barone Enklu, abbandonate pure la vostra postazione, non c'è nulla da temere.
Nell'udire quelle parole il Duca si volta di scatto. Alle sue spalle c'è un lupo-drago più giovane, vestito di colori a lui noti, che si inchina leggermente.
– Barone Enklu della Marrak dei Nogu. Al vostro servizio.
Kwister, ancora scosso, annuisce. – Al buon servizio anche della nostra comune amica Mahaderill, vedo, Barone. Come sta vostro padre, Duindae?
– Gode di buona salute e si inchina alla vostra Marrak di Lö come faccio io.
– Sono molto contento di incontrare un buon amico come voi a tanta distanza dalle nostre terre. Ma temete forse che qualcuno possa attentare alla vita della Fata Mahaderill?
– È un lungo discorso, Duca. D'altro canto noto che voi non portate i colori della vostra Marrak. Vi sono in genere motivi molto gravi per viaggiare in incognito.
Kwister ride. – Abbiamo molto da raccontarci, evidentemente. Permettetemi di andare a chiamare il mio aiutante, Share Harvaiun, rimasto ad attendermi fuori, poi potrò raccontarvi tutto.