21.5.19

Il Mare Obliquo 10

  1. Klog, Matushka e Plinio sono pronti a scacciare gli invasori, ma la disparità di numero li trattiene. La foresta di Canddermyn ha in realtà più di un segreto e dovranno inventare un sistema inatteso per scacciare gli invasori.
 
Per l'ennesima volta Klog il Boldhovin si china a raccogliere la lunga penna azzurra che sporge dall'elmo, ottenuto da un grosso imbuto rovesciato, sottrattagli dalle basse fronde di un albero.
– Bel guerriero.– Si lascia sfuggire Matushka.
– Non ho chiesto un'elmo, io. Sono stati gli uccelli e la Gwellyniuin ad insistere. Tantomeno ho chiesto un pennacchio.
La piccola volpe, trasformata temporaneamente dalla magia di Sibiell in una giovane donna dai capelli rosso tiziano trattenuti in una lunga coda, ridacchia coprendosi la bocca con la mano e indica la lunga piuma. – Ti conviene mettertela in tasca, Klog e tirarla fuori solo alla vista del nemico. Potrebbero ridere tanto da non riuscire più a combattere.
– I syerdwin non hanno molto senso dell'umorismo.– Puntualizza Plinio, nelle vesti di un uomo barbuto, precocemente incanutito. – Ma chissà, alla vista del tuo elmo…
– Avete finito di burlarvi di me? E poi parlate piano che i syerdwin possono udirci. – Replica stizzito Klog. Dire che il boldhovin si è pentito della sua incauta generosità è ingiusto, ma il fatto è che solo adesso gli sono venute in mente una mezza dozzina di soluzioni al problema dei Syerdwin che non contemplano la soluzione militare, oltre ad un centinaio di osservazioni e considerazioni da opporre alla necessità di combattere.
"Ma perché mai i Syerdwin dovrebbero danneggiare il bosco? Insomma, manteniamo i nervi a posto." Immagina di dire con espressione virilmente accigliata mentre la madre-sorella Sibiell lo guarda con ammirazione e gli uccelli di legno assentono con improvvisa convinzione, grati che la sua saggia determinazione li abbia preservati dall'errore. "E poi essi sono penetrati già da qualche giorno epperò non hanno ancora…" Immagina di continuare il Boldhovin, ma qualcosa inceppa la sua fantasia ad occhi aperti. La selva di Canddermyn è sì grande, ma camminando per due giorni è possibile attraversarla. Perchè mai i Syerdwin sono ancora lì?
– Matushka? – Chiama a bassa voce.
– Sì?
– Riflettendo mi è venuta in mente una cosa.
– Succede.
– Ma no, parlo seriamente. Come mai i Syerdwin sono ancora qui, quando ci vogliono due o al massimo tre giorni per attraversare la selva?
La piccola volpe ride mostrando i dentini candidi. – Davvero non lo sai? Alle volte gli uccelli di legno dimenticano di dirlo ai visitatori, sai sono così presi dalla loro musica. Qui nella Selva non corre il Tempo dei Viventi ma il tempo degli Immoti, il Tempo delle Grandi Piante.
Il Boldhovin sbatte due o tre volte le ciglia. – E cioé?
– Il tempo scorre diversamente, qui, caro Klog. – Interviene Plinio. – È più lento per chi ha fretta, mentre non è diverso dal tempo dei Viventi per chi ama questo luogo e non ha fretta di andarsene. E così i viaggiatori frettolosi possono impiegarci anche diversi mesi per uscire di qui, mentre un viandante dal cuore sensibile non ne è troppo ritardato.
– Ma…
– La Selva in un certo senso è viva ed è un'unica grande creatura che pensa pensieri lunghi come intere stagioni. – Gli occhi verdi della piccola volpe hanno lunghe ciglia quasi invisibili e qualcosa in essi ricorda a Klog lo sguardo della sua sorella-madre Fata Armelinda. Inconsciamente il boldhovin annuisce con aria seria e compunta, come faceva da bambino quando la Fata decideva di insegnarli qualcosa.
– Canddermyn avverte chi l'attraversa senza amarla e muove la terra sotto i suoi piedi, la fa scorrere come un lungo tappeto tirato nel senso opposto ai passi del viaggiatore, questo perché egli abbia il tempo di conoscerla.
È una cosa forse crudele. – Continua il gatto – Ma Canddermyn è una strana creatura, viva dall'alba del mondo, che non conosce la morte pur conoscendo la sofferenza. 

 
Klog si toglie l'elmo per grattarsi in testa e guarda in alto l'intrico delle fronde. Sapere che Canddermyn non è un casuale incontro di enormi alberi, ma una sola grande creatura, è un pensiero che lo spaventa e insieme lo affascina. Aveva udito parlare dalle fate dei Grandi Spiriti Immoti, ma saggiamente non aveva mai chiesto loro nulla, nella convinzione che spesso l'ignoranza sia l'unica garanzia dalle inutili preoccupazioni.
…E quindi più i Syerdwin si affrettano meno velocemente procedono. Di conseguenza resteranno qui molto a lungo. – Conclude Klog.
Anche per anni. E nel frattempo possono fare molto male a Canddermyn ed a noi tutti. E siccome sono creature delle acque impazziranno ben presto, qui chiuse. – Plinio lo guarda serio. – Purtroppo l'unico modo per risolvere la situazione è portarli fuori di qui senza più far toccare loro il terreno. Una cosa non facile, come immagini.
– Immagino.
Nella mezz'ora seguente i tre camminano senza più parlarsi, come se aver esposto la situazione avesse reso il loro compito più difficile. Matushka ha anche rinunciato a prenderlo in giro per il suo elmo né d'altro canto Klog ha voglia di scherzare sulla sua lunga piuma azzurra che, cionondimeno, continua ostinatamente ad impigliarsi ovunque.
– Piano. Sono proprio qui davanti a noi. – Dice improvvisamente a bassa voce il gatto. La volpe annuisce. – Nella radura oltre quegli alberi.
Klog aguzza l'udito ma i suoi sensi non sono all'altezza di quelli dei due predatori. Procedono con grande cautela, a rapide e silenziose corse, Plinio e Matushka e in punta di piedi il Boldhovin, che deve arrancare per star loro dietro.
– Eccoli. – La voce di Plinio è diventata un sibilo roco appena udibile.
– Ma dove sono? – Chiede Klog.
– Ma proprio lì, davanti a te… Ah, già, sono protetti dall'Invisibile. – Il gatto fruga nel piccolo tascapane che porta alla cintura e ne estrae una minuscola boccetta di vetro color arancio.– Tieni, solo due gocce per occhio, se non vuoi vedere il Termine Ultimo di ogni creatura.
Klog guarda con sospetto la piccola ampolla, impaurito dall'ultima, misteriosa frase del gatto. Dopo una lunga esitazione rovescia il capo all'indietro e versa le due gocce prescritte negli occhi. Quando li riapre ha la sensazione che il sole sia improvvisamente tramontato, lasciando al suo posto una luminosità fredda e nitida che trasforma ogni ombra in una forma solida ed impenetrabile. Il Boldhovin chiude più volte gli occhi e li riapre, sicuro che ritornerà a vedere la luce alla quale è abituato ma inutilmente.
– Ma cos'è Questo? – Chiede infine dimenticandosi di bisbigliare.
– Piano! – Lo zittiscono Plinio e Matushka. – Ma io voglio sapere… – Insiste Klog.
– I tuoi occhi sono nel Mondo-tra-un-Istante, il mondo dell'Invisibile. Non c'è ancora il sole nel Mondo-tra-un-Istante, solo il suo preannuncio, come all'alba. – Spiega Matushka.
– E se io avessi messo tre o quattro o anche venti gocce? – Chiede Klog, che anche se spaventato è curioso come tutti quelli della sua razza.
– Quanto è lungo un istante, Klog? – Replica spazientita la volpe. – Più gocce metti, più lungo diventa quell'istante. Nessuno ha mai osato andare oltre le cinque gocce e chi l'ha fatto ha visto un mondo scuro senza sole, popolato di spettri che lo attraversano senza pace. Cosa c'è Oltre? La fine di ogni cosa probabilmente, la morte della Morte, forse.


Klog sente un brivido gelido sollevargli il pelo della nuca. – Ma allora quei syerdwin, protetti dall'Invisibile, viaggiano all'interno di questo mondo…
– Molto esatto. E questo non renderà certo migliore il loro soggiorno a Canddermyn. – Conclude Plinio. – Adesso vuoi fare un po' di silenzio?
Il Boldhovin annuisce e si decide a guardare nella direzione dove il gatto gli ha indicato.
Siedono nello spiazzo erboso, ben al centro di esso come assediati. Klog li conta in silenzio ed ha la sensazione che i suoi compagni stiano facendo la stessa cosa.
– Dodici. Ci sono tutti.– Avverte Matushka mentre Klog e Plinio annuiscono.
– Si sono fermati da poco. – Osserva il Boldhovin notando che nessuno dei syerdwin ha ancora tolto gli stivali.
– O stanno per andarsene… No, non ci sono tracce di un pasto.
– È meglio avvicinarsi, Plinio, per sentire quello che dicono.– La volpe li guarda con una strana espressione per una attimo e pronuncia una parola. Un attimo dopo dal mucchio di abiti scivolati a terra fa capolino la familiare figura di Matushka che appena uscita si siede e si mordicchia nervosamente il pelo del dorso. – Odio queste trasformazioni improvvise, ma se mi avvicino così è meglio.
Klog si volta di scatto verso il gatto che sorride a bocca chiusa. – Non ho intenzione di imitare la mia sorellina, non ti preoccupare.
Mentre aspettano che la volpe torni dalla sua spedizione gatto e boldhovin si sdraiano a terra osservando la scarsa animazione che regna nel campo dei loro avversari. Qualcuna delle creature marine ha tratto dalla propria borsa un po' di cibo, probabilmente pesce affumicato e qualcuno sta bevendo, ma almeno dalla loro posizione non sembra che nessuno abbia gran voglia di danneggiare gli alberi o di abbandonarsi a gesti inconsulti.
I dodici Syerdwin portano giustacuori con i colori del loro re, Horr Vamaiun, violetto, sabbia e nero ed hanno armi, scudi ed elmi colorati di bianco e nero, come è nelle tradizioni dei Syerdwin.
– Sembrano molto stanchi. – Bisbiglia a Plinio che fa un lento cenno di assenso.
Dopo pochi minuti Matushka ritorna dalla sua spedizione, con il pelo arruffato e le orecchie basse.
– Allora? – Le chiede Plinio.
– Puzzano terribilmente di pesce. Penso che a te piacerebbero. – Commenta la piccola volpe e pronuncia la formula che le restituisce sembianze umane. Naturalmente ritornando umana si trova a quattro zampe, come un bimbo apprendista bipede, cosa che sembra infastidirla ancor di più dell'odore dei Syerdwin.
– Cos'hanno detto? – Le chiede Klog.
– Devo rivestirmi, stupido Boldhovin, non lo vedi? Dove sono quegli stupidi pezzi di stoffa?
Plinio le porge il fagotto degli abiti con un gesto pieno di cautela e la ragazza-volpe si veste di fretta, con gesti nervosi, maledicendo lacci e fodere. Quando finalmente il volto di Matushka fuoriesce dalla camicia, ella esibisce un'espressione così intensamente contrariato da bloccare ogni curiosità in Plinio e Klog, che si dispongono ad attendere pazientemente che la volpe abbia terminato di abbigliarsi.
– Ho finito, maledizione. Che il gran Dio Gherso stramaledica gli abiti, gli idioti che li hanno inventati, i cretini che li cuciono ed i babbei che li indossano. Beh, cosa avete da guardarmi in quel modo?
– Se sarà necessario, la prossima volta… – Comincia Plinio.
– Puoi giurarci, fratello. – La volpe si guarda la giubba, dove l'ultimo bottone in basso oscilla ibero, mentre il primo occhiello in alto è desolatamente vuoto come l'occhio di un cieco.
Matushka guarda il cielo senza aggiungere nulla e comincia a sbottonarsi con pericolosa calma.
– Ehm… – Tossicchia Plinio.
– Sì, ho capito. Si sono detti ben poco ed a vederli da più vicino mi sono sembrati molto spaventati. Io non conosco bene i Syerdwin, ma mi sono sembrati stanchi e nervosi come gatt… Scusa. Insomma, poco raccomandabili.
– Ti è venuta qualche idea? – Si azzarda a chiederle Klog.
– Credo di no. Bisognerebbe farli dormire molto e molto profondamente… O farli rinunciare al loro compito, magari spaventandoli.
– Sono già molto spaventati.– Osserva Plinio. – E poi farli scappare non servirebbe a farli uscire dal bosco.
– Eh, già.
– Si potrebbe loro suonare una musica che… – Inizia Klog.
– Nel Mondo-tra-un-Istante si possono solo udire le risonanze della musica ed i suoi echi. D'altro canto non senti le nostre parole?
Il Boldhovin annuisce silenziosamente. Le frasi pronunciate dai suoi compagni arrivano al suo orecchio con un leggero ritardo, come se essi fossero più lontani, e con un alone di risonanza, simile a quello di un eco.
– Non credo che nessun musicista riuscirebbe a comporre una musica da udire nel Mondo-tra-un-Istante. – Conclude Matushka. – Allora cosa facciamo?
– Bella domanda. – Il gatto si siede per terra a gambe incrociate ed estrae dal tascapane una pipa ed una borsa del tabacco. – Intanto che pensiamo mi faccio una pipata.
I syerdwin nel frattempo si sono sdraiati a terra e solo un paio di loro rimangono in piedi per fare la guardia. Passano lunghi minuti di silenzio, infine rotto da un'esclamazione di Klog che fa sobbalzare suoi compagni.
– Ci sono!
– Piano, per carità.
– Ho detto che ci sono. – Ripete a bassissima voce il Boldhovin.
– Abbiamo capito. Vuoi spiegarti?
– Hai detto che dovremmo spaventarli e farli fuggire, e se invece facessimo il contrario?
– Cosa intendi dire?
– Noi vogliamo che in un modo o nell'altro essi abbandonino la foresta e più essi si affrettano meno avanzano, giusto?
– Giusto. Comincio a capire, boldhovin. – Sorride la piccola volpe.
– Io invece, no.
– Ma è semplice, noi vogliamo che i Syerdwin procedano lentamente, quindi dobbiamo rubare loro i cavalli e gli stivali.
– Bellisssima idea, Klog, ma… – Matushka si interrompe di colpo. – I cavalli non è difficile, ma gli stivali… Eh, no, non un'altra volta.
– Temo che sia necessario. – Osserva Plinio serio.
– E perchè non tu?
– Non è una cosa da gatti.
– Rubare, portandoli in bocca, dieci paia di stivali non è nemmeno una cosa da volpe, se è per questo. Tantopiù se gli stivali puzzano di pesce.
Il gatto e la volpe si guardano corrugando le sopracciglia e con l'occhio della fantasia Klog li vede agitare la coda o abbassare le orecchie e ringhiare.
– Non litigate. Pescheremo.
– Come sarebbe?
– Dovremo procurarci del filo e degli ami, poi dall'alto degli alberi… 
 
– Non sei mica scemo, sai Klog?
– Grazie.
– Ritiro tutti gli insulti che non ti sei meritato.
– Grazie, Matushka.
– Che non sono molti. – Commenta a mezza voce il gatto.
Il boldhovin apre la bocca per ribattere ma intercetta lo sguardo divertito di Plinio e sorride a sua volta.
– Andiamo a pescare, coraggio fratelli. – Li incita Matushka. – Lilliath il merlo-violino è già corso a procurarci il necessario e nel frattempo dobbiamo arrampicarci sugli alberi. Se poi non riesci a scendere, Plinio, saremo lieti di aiutarti.
– E se tu non riesci a salire? – Ribatte il gatto.
– Ti chiederò di sorreggermi. – Replica la volpe con un sorriso malizioso.
– Quand'è così andiamo.

17.5.19

Il Mare Obliquo 9

Dama Maldanea apprende il singolare passato del Conte-Mago Teardraet e ne è colpita, ma la sua famiglia pretende la sua presenza e così deve scende in compagnia di Pascalina, la sua governante per incontrarlo. Non lo sa, ma il suo futuro sta per cambiare profondamente.  
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LA STORIA DI TEARDRAET, IL NON-CAMBIATO E DI ESS TAMESIUN

«Erano altri tempi, quelli, cara Debah. Gli uomini erano pochi e vivevano nei loro piccoli villaggi nelle valli dei Monti del Branzh, oltre il Grande Dorso. La Terre interne erano dei Lupi-Drago e le coste e le isole dei Syerdwin, come era stato fin dal mattino del Mondo, dopo l'Ultima Notte degli Antichi Primi.
Regnavano in quei giorni Albe degli Ulrhin sui Lupi-Drago ed Ess Tamesiun sul popolo dei Syerdwin. Li hai almeno già sentiti questi nomi? Sì? Meno male. Non erano molti i motivi di contrasto nel mondo di allora, ma i due popoli non si amavano: troppo diversi, troppo strani gli uni per gli altri e così per farlo esplodere bastarono solo pochi pretesti. Fu una guerra lunghissima e senza pietà, combattuta in ogni angolo illuminato e nascosto dell'ampia curva del mondo, senza che nessuno ottenesse un vantaggio decisivo. I soldati ed i cavalieri di Ess Tamesiun entravano coraggiosamente nelle piane e nelle foreste dei Lupi-Drago, ma, lontani dalle loro acque soffrivano. Dal canto suo l'esercito di Albe degli Ulrhin portava la guerra fino al limite del mare e sulle isole, ma non riusciva poi a difendere le sue nuove conquiste.
Dopo anni di guerra nessuno ricordava neppure il motivo per il quale essa era cominciata, ma i due popoli, come cieche formiche, non cessavano di combattersi sulle terre e sui mari, coinvolgendo anche gli altri popoli del mondo.
In quella guerra voi syerdwin avevate uno svantaggio che non avevano i vostri avversari: il Cambiamento. I migliori generali e ufficiali, i più generosi combattenti quando Cambiavano non erano più utilizzabili per la guerra e dovevano essere sostituiti con individui senza esperienza. Tu certo saprai che gli Spettri del Acque del Crepuscolo hanno un diverso giudizio del Mondo, rispetto a voi Syerdwin e, a dirla francamente, anche allora se la ridevano dei vostri affari e della vostra guerra, come se non ci fosse il legame del Cambiamento ad unirvi.
In un momento molto grave della guerra, quando Albe era giunto a cingere d'assedio la vostra capitale: Dharlemhiun, la Corona d'Acqua, Teardraet, Conte-Mago di Baran e di Verhima, propose al re ed ai suoi ministri di fare uso del filtro da lui inventato, che impediva il Cambiamento.
Il Ministro di Casa Reale di Re Ess Tamesiun, Krenn Visadhiun, si mostrò inorridito di quell'idea e propose al Re di far arrestare l'empio, ma re Ess, duramente provato da quella guerra infinita, pur rigettando l'idea del Conte-Mago non trovò il coraggio per far arrestare Teardraet.
Questi nel frattempo sobillava i nobili di Dharlemhiun, giungendo al punto di vantarsi di essere lui stesso un Moeld, cosa che gli garantiva una vita quasi eterna ed un potere altrettanto eterno. I Lupi-Drago si accampavano da vincitori sulle vostre terre, allora, e Re Ess non poteva fare altro che guardarli dall'alto delle torri di Dharlemhiun ed ascoltare ogni giorno altre notizie sulle loro scorrerie e sulle loro vittorie.
Quando il pugnale di un sicario uccise durante la cerimonia della Marea Krenn Visadhiun, la situazione era diventata tale da permettere a Teardraet di condurre in porto i suoi piani. Divenuto il Ministro del Re al posto di Krenn spinse con la lusinga o l'inganno tutti gli ufficiali ed i nobili di Re Ess a bere il suo intruglio, trasformandoli in Moeld. Il solo re si rifiutò di bere, ma le sue condizioni di salute, che peggioravano di giorno in giorno, non gli permisero di opporsi al potere del suo nuovo Ministro.
Il popolo rumoreggiava spaventato dalle voci che circondavano la corte di Re Ess ed il Conte-Mago e gli stessi Spettri venivano sempre più spesso ad interrompere le Cerimonie della Marea per cantare le loro ragioni.
"Se noi moriremo tutti, come potrete voi sopravvivere?" Diceva loro Teardraet, ma quelli scuotevano il capo bianco e nero e cantavano altre canzoni, che nessuno dei Syerdwin aveva mai udito, canzoni che terrorizzavano la tua gente, ma non Teardraet, che come una polena di nave fissava le acque con un sorriso immobile.
Quando un giorno i Lupi-Drago, colpiti da uno strano morbo che allignava solo sulle isole, levarono l'assedio, Teardraet fece circolare la voce che il morbo che aveva sconfitto Albe ed i suoi era stato una sua creazione, molti non vi credettero e una fazione, comandata dal figlio di Re Ess, Larr Kudeliun, scacciò il Conte-Mago ed i Moeld da Darlhemhiun.
Tornato nelle sue terre, Teardraet, ricominciò a cospirare contro il legittimo Sovrano dei Syerdwin, e la sua ribellione costò molte vite e molto dolore, anche dopo che Larr Kudeliun e Albe degli Ulrhin ebbero firmato la pace eterna tra Syerdwin e Lupi-Drago.
Quella ferita non si è mai chiusa, cara Debah, e ancora adesso i Syerdwin ricordano con orrore il nome di Teardraet, il non-Cambiato, e i canti degli Spettri delle Acque del Crepuscolo, quei canti che nessuno ha più dovuto udire.» 


 
– Vuoi dirmi, Diffy, che quel Teardraet è lo stesso che è entrato mezz'ora fa nella Rocca?
– La vuoi smettere di chiamarmi con quel nome così stupido? Certo. Il Conte-Mago disse allora che rinunciare al cambiamento l'aveva reso quasi eterno e così è stato.
Debah guarda la civetta con una punta di diffidenza. – Il mio maestro non mi ha mai detto una cosa simile, Difiduanna. Non è per caso che mi stai raccontando un sacco di frottole?
L'indignazione fa gonfiare le piume della civetta che volta la testa di scatto senza ribattere.
– …Difiduanna? – La chiama dopo un minuto Dama Maldanea, ormai irrimediabilmente Debah. Nessuna risposta.
– Difiduanna, non ti sei mica offesa? – La piccola civetta si scuote con fastidio e non si volta.
– Hai un cattivo carattere, Diffy. Sei permalosa e non hai nessun pudore dei tuoi sentimenti, come dicono le mie dame di compagnia. E poi cosa sarebbe venuto a fare qui T rovesciata, sempre che sia vera tutta la storia che mi hai raccontato? Cosa può ancora combinare?
– Dama Maldanea, siete lassù?
Debah lancia uno sguardo alla porticina della torre ed ha un gesto di stizza. – Ecco, vedi, adesso mi verranno a prendere e io non so ancora come comportarmi con T rovesciata Eh, Diffy?
– Dama Maldanea, scendete, vi prego, non fatemi salire le scale. Non è una cosa per me. – Invoca la voce che l'ha chiamata.
– Diffy, maledizione, vuoi parlarmi? Difiduanna, per la miseria! –
– Non fate mostra dei vostri sentimenti, Dama Maldanea. – Le civette non possono sorridere malignamente, ma qualcosa nello sguardo del piccolo rapace notturno suggerisce quell'emozione quando finalmente Difiduanna si volta verso di lei. – Stai in guardia, questo è tutto. Io non so perché la tua famiglia lo abbia chiamato…
– Dama Maldanea, il vostro comportamento è veramente crudele!
– Ma sì, un attimo e scendo. Cosa dicevi Diffy?
– … E se sia stata la tua famiglia. Ma non perdere una sola parola né un solo gesto di Teardraet, se vuoi fare un servizio alla tua gente. E adesso vai o finiranno per sfrattarmi dalla mia torre.
Dama Maldanea fa un rapido cenno di intesa, con un'espressione scherzosamente risoluta e si alza in piedi, scuotendo i fili di paglia dal lungo abito. – Arrivederci Difiduanna, tornerò per dirti cosa accade. Vengo, Dama Pascalina, non salite, i gradini sono umidi.

 
– Maldanea…– Dama Pascalina, abbigliata con un ampio abito di velluto blu notte ed un alto turbante di color arancio fornito di due prominenze appuntite sulla cima, cosa che la rende bizzarramente simile ad un lupo-drago con la testa e le orecchie fasciate, la guarda a bocca aperta e con le braccia spalancate. – …Ma in che stato…
– Ho qualcosa di strano? – Chiede Maldanea, abituata da tempo a fingersi ingenuamente superficiale, atteggiamento che sembra sortire i migliori risultati con la testarda pignoleria delle sue dame di compagnia. Dama Pascalina non è certo la peggiore di loro, anzi, ella è forse l'unica per la quale provi affetto, come per una zia un po' intronata e di un'ineleganza quasi imbarazzante.
– Come, come? Ma ragazza mia, sembra che tu ti sia rotolata nella paglia.– L'anziana dama la guarda per un attimo con sospetto, ma Maldanea ride. – Non ho ancora un amante, Pascalina, se è questo che temi. E poi in quel caso dovrei la paglia sotto gli abiti e non…
– Nel nome delle Maree, Maldanea, sii meno sfacciata! – La Dama è arrossita, ma per un attimo un lampo di divertimento le ha attraversato gli occhi. – Vieni con me, ora, devi indossare un abito più adatto alle circostanze. Se sarai veloce e precisa non dirò nulla della tua fuga alla Famiglia.
– Che accade?
– C'è un ospite di grande riguardo, un sovrano delle Isole Lontane. È venuto il tuo Padre-Adulto in persona a cercarti nel tuo appartamento e non sai che cosa ho dovuto raccontare per spiegare la tua assenza.
– Come si chiama questo ospite, lo sai Pascalina?
La Dama scuote la testa ed apre la porta dell'appartamento facendo cenno a Maldanea di precederla.
– Devi indossare l'abito verde scuro, con la redingote nera. Ed il turbante floscio di raso nero.
– Pascalina, non sopporto la redingote. Mi sembra di essere un cavallo con il paraocchi. Ed il turbante tende a scivolarmi dalla testa appena mi muovo…
– È perché ti muovi troppo, Maldanea. Una Dama Syerdwin deve tenere il collo ben eretto e rigido per mostrarne la delicatezza ed il pallore ed insieme l'elegante curva della nuca.
– Io preferisco l'abito da caccia, cara Pascalina.
L'anziana dama la guarda inorridita. – Vuoi che il nostro ospite creda di avere a che fare con una zotica? L'abito è qui, indossalo.
– Il turbante, no, comunque. Preferisco indossare la coccarda color senape con il velo di seta.
– Ma il velo cade male sulla redingote… – Obietta Dama Pascalina.
– Hai ragione. Indosserò l'abito grigio, allora
La Dama si stringe nelle spalle e borbotta qualcosa tra sé. Nel frattempo Maldanea si spoglia completamente per indossare il sottoabito di cotone. "È un po' magra." Pensa la dama guardandola aggirarsi per la stanza vestita solo del suo braccialetto di corallo ed ambra. Maldanea le volta la schiena per aprire l'armadio ed estrarne l'abito che vuole indossare.
La pelle nera della schiena della giovane Syerdwin è lucida come seta e dà una sensazione di vigore e salute. Dama Pascalina mentalmente la confronta con la consistenza un po' dubbia della sua e scuote il capo. Il Cambiamento non deve essere troppo lontano per lei, e la cosa non la spaventa più come un tempo. E anche quello è un segno degli anni che passano. Quando solleva nuovamente lo sguardo Maldanea è di fronte a lei, pronta.
– Non mi hai detto chi è l'ospite, Pascalina.
La dama scuote il capo. – Il tuo Padre-Adulto non mi ritiene tanto importante da mettermi al corrente della politica della famiglia.– Nel tono di voce dell'anziana Syerdwin si riconosce una punta di amarezza che spinge Maldanea ad accarezzarle una spalla con un gesto quasi imbarazzato.
– Te lo dirò io, Pascalina, allora. 


 
Nella Sala dei Colloqui gli altri membri della Famiglia la attendono schierati su due ali intorno al Padre-Adulto, Conte Gast Wessiun, che assiste al suo ingresso con malcelato disappunto. – Dama Maldanea, il vostro ritardo ci ha messo in serio disagio. Il nostro ospite ha atteso finora per incontrare l'intera Famiglia.
Maldanea si inchina leggermente. – Perdonatemi, Padre-Adulto Wessiun, perdonatemi cugini e fratelli. – I volti intorno a lei hanno espressioni molto diverse. Le altre dame di compagnia ed molti membri anziani della Famiglia la guardano con sussiegosa disapprovazione, mentre i giovani, rigidi davanti a lei cercano di non sorridere.
– Come sempre Dama Maldanea è riuscita a non passare inosservata ed a far sentire molti dei presenti, me compreso, assai più vecchi e noiosi del necessario. Prendete il vostro posto, Maldanea, e cercate di non essere eccentrica come sempre. – Il conte fa un gesto verso gli altri membri della Casa in livrea azzurra e grigia, i colori della Famiglia. – Aprite le porte.
Dalla sua posizione Maldanea può vedere agevolmente chi entra dalla porta principale, ma Teardraet, un Syerdwin di bassa statura e dalla carnagione stranamente scura, non sembra, almeno fisicamente, all'altezza della sua sinistra fama.
Il Padre-Adulto lo accoglie con una cortesia fredda e cerimoniosa, che non riesce a nascondere completamente un certo impaccio. Maldanea osserva la scena con attenzione e ben presto giunge ad una conclusione singolare. Il conte Wessiun dimostra un vero e proprio disgusto fisico verso il suo ospite, sia pur mascherato da ritegno.
Gli altri membri della Famiglia sembrano altrettanto turbati e come lei osservano la scena da rispettosa distanza. In quanto a Teardraet è difficile capire se la cosa lo colpisca o meno. Egli ha modi quasi timidi, una voce sussurrata e leggermente roca e non solleva lo sguardo per guardare il Conte suo interlocutore.
– Il conte-Mago Teardret si trova qui per incontrare Re Artamiro, e la nostra ospitalità è un dovere verso il nostro re, Horr Vaiun, e verso Re Artamiro. Vi prego di ricordarlo.
Non si tratta precisamente di un benvenuto, ma evidentemente il Padre-Adulto non si preoccupa dei sentimenti del loro ospite.
Il lieve suono della campana tubolare rompe il silenzio caduto nalle sala dei Colloqui, annunciando il pranzo.


14.5.19

Il Mare Obliquo 8

Mentre il viaggio di Usif-Lizhi continua, sia pure con qualche problema, nella Rocca di Wessiun Dama Lie Maldanea, una giovane syerdwin non esattamente comune, discute con Difiduanna per l'arrivo di qualcuno destinato a cambiare profondamente la sua vita.
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Un lontano brusio di voci e rumori metallici, appena distinguibili dall'eterno boato delle onde lo scuotono. Usif-Lizhi, la mente vuota e levigata come uno specchio scuro fissa lo sguardo verso il limite dell'orizzonte. Ora riesce ad udire il delicato, liquido fruscio prodotto dalla prua di un'altra nave che fende le acque, navigando verso di loro. Forse la curvatura dell'orizzonte o le lontane foschie gli impediscono di distinguere le luci o forse… I pirati: lui, in quanto notturno ne ha una conoscenza del tutto teorica, per averne letto nella biblioteca di Adwina, a Casa Oresme.
Suo malgrado sottilmente eccitato Usif-Lizhi aguzza maggiormente l'udito per riuscire a distinguere qualche frase o suono che diano sostanza al suo sospetto. Nulla da fare, la distanza è eccessiva persino per lui. Quanto saranno lontani? Il Notturno, poco abituato a calcolare le distanze su una superficie piana e liscia come quella marina si sforza di vedere con gli occhi della mente un sentiero che attraversa il grigio mare unendo la sua nave a quella dei pirati. «Almeno trenta miglia.» Conclude, poco convinto.
Appollaiato in punta all'albero di maestra la vedetta scruta il mare, ben lontano dall'udire quello che lui riesce ad udire. O forse dorme, pensa Usif-Lizhi, che la dimestichezza con gli uomini ha reso più comprensivo verso i loro difetti ed insieme più caustico.
Dopo un quarto d'ora il rumore si è fatto più netto ed i sospetti di Usif-Lizhi si sono fatti più netti e precisi. Non manca molto all'alba e probabilmente la nave pirata spera di piombare loro addosso, quando, appena svegli e disorganizzati, non sarebbero in grado di difendersi efficacemente.
Ora riesce a vederlo: un veliero non troppo grande dalla forma agile e veloce, senza luci a bordo, che naviga confuso nei sottili vapori che la vicina alba solleva dalle acque.
Un piccolo brivido di avvertimento gli ricorda che non è lontano il momento in cui fuggire dalla luce del sole, ma il Notturno decide di ignorare l'avvertimento del suo corpo e continua a scrutare la superficie marina.
Quasi insensibilmente il colore del cielo vira dal nero vellutato della notte al grigio dei minuti che precedono l'alba ed in quel grigiore indistinto scruta lo sguardo di Usif-Lizhi, combattuto tra gli avvertimenti del suo corpo e la lealtà che sente verso i suoi compagni di traversata.
– Ehi, di vedetta!
– Cooosa c'eeeè? – Risponde l'uomo.
– Là, a sinistra, una nave pirata.
La vedetta non replica, ma Usif-Lizhi lo vede afferrare il cannocchiale e scrutare il limite dell'orizzonte. Un attimo dopo un possente urlo sveglia la nave: – I PIRATI!!!!
Nel caos di uomini e gu'hijrr che si rovesciano sul ponte Usif-Lizhi si avvia barcollando verso la sua cabina, gli occhi doloranti ed il corpo attraversato da un cupo malessere.
Usif-lizhi arriva nella sua cabina con l'aiuto di Kirzil e di altri due marinai mentre il bordo dorato del sole oltrepassa la cortina di acque e la Tidal con tutte le vele spiegate si allontana dalla minaccia dei pirati.
– Come sta, mio signore? – Gli chiede Kirzil Pennarossa, una volta adagiato sul letto l'esausto Notturno.
– Sto benissimo. – Usif-lizhi, anche più pallido del solito, sorride a labbra strette e afferra la mano del Gu'Hijirr.
– Siete stato molto imprudente, signore, dovevate avvisare la vedetta e tornare nella vostra cabina.
Il Notturno fa segno di no con il capo. – Dovevo aspettare che anche voi li poteste vedere, altrimenti non mi avreste creduto e sarebbe stato tutto perduto.
Il comandante della nave, Eak Liddhen, entrato nella cabina proprio in quel momento annuisce – Dormite bene, Signore Usif-Lizhi. E grazie.– Il notturno fa un cenno vago del capo e chiude gli occhi.


Mentre salgono i gradini verso il ponte Kirzil Pennarossa osserva: – Senza i suoi occhi saremmo già in bocca ai pesci, lo sai Eak?
Il comandante annuisce gravemente. – Questo non basterà a togliermi la sensazione che sento tutte le volte che lo vedo, ma almeno, sacri dei, ho un buon motivo per nasconderla. Non è vero?
– Ben detto. Sarebbe ottimo avere uno di loro su tutte le navi, non è vero?
– Dev'esserci qualcosa di veramente grave a spingerlo. Io non ho mai sentito di uno di loro che sia salito su una nave, e tu?
– Nemmeno io. – Il Gu'hijirr esita un istante, scuote il capo e conclude. – Sono strani tempi, Eak, e ancor più strani ne verranno.




La pioggia cadeva da alcuni giorni: sottile, grigia, eterna, velando di umidità argentea il bosco appena oltre il viale e penetrando ovunque nelle stanze della rocca, fredde e scure, e lasciando la traccia del suo passaggio: odore di muschio e di vecchie stoffe bagnate.
Dama Maldanea di Wessiun aspira felice quegli aromi mentre attraversa i lunghissimi corridoi della rocca. Avvolta nei suoi lunghi veli verdi e argento, che esaltano il pallore del suo volto di Syerdwin, fa trasalire i membri umani della servitù, che appena la vedono scomparire alle loro spalle fanno scongiuri e rozzi incantesimi e proseguono borbottando ed imprecando a bassa voce verso le loro destinazioni.
Dama Maldanea ode le loro parole ed indovina i loro gesti, ma non si adira per quel buffo comportamento. La diverte, anzi, in una maniera riprovevolmente infantile, vederli sobbalzare quando li incontra ad una svolta e sentirli maledire a bassa voce la sua gente.
Gli uomini, coloro che non conoscono Cambiamento, che temono le acque e la solitudine, che non sanno tacere né ascoltare, che confondono le ombre con la realtà, la realtà con i desideri ed i desideri con le paure la affascinano, la incuriosiscono.
Il suo vecchio Aio, Corcodiun, Cambiato ad una età molto veneranda, dopo aver visto migliaia e migliaia di suoi coetanei Cambiare, fino al punto da pensare di essere un Moeld, un Sempre-Uguale, le aveva insegnato a diffidarne, ma anche a studiarli con attenzione. «Gli uomini erediteranno il grande cerchio del Mondo, Debah, e noi cesseremo di Cambiare. Così sta scritto.»
La chiamava con il suo nome di Allieva, il nome che al termine della sua istruzione nessuno avrebbe più usato con lei. Ora, da un paio d'anni divenuta
Maldanea, si sente ancora molto Debah, una Debah molto più libera di parlare e di intromettersi, di curiosare e dire ad alta voce le sue idee.
Nessuno della sua gente ha l'abitudine di uscire dai propri appartamenti se non la notte per la Cerimonia della Marea, tanto meno lì, molto lontani come sono dalle loro isole, nessuno tranne lei.
Al termine del corridoio che sta percorrendo c'è l'uscita per le scale della Torre del Simileun, dai gradini stretti e ripidi.
Non le è vietato raggiungerla e salirla: ormai per Dama Maldanea non esistono più divieti ma azioni più o meno sconvenienti. Nel novero di queste sono ovviamente comprese tutte le azioni che richiedono uno sforzo fisico non essenziale per uno scopo ben preciso, il tipo di cose, insomma, che Debah adora fare.
Una porta massiccia, di legno rosso non lucidato la separa dal terrazzo che conduce alla torre. Un ultimo scrupolo trattiene la mano appoggiata sulla maniglia di metallo nero.
«Dama Maldanea non sale le scale di corsa. Non guarda la pioggia dalle feritoie della torre tutta da sola. Non ascolta il rumore delle gocce sulle vecchie tegole della torre e non spia le civette. E tanto meno parla con loro.» Si dice a bassa voce. «Che creatura noiosa questa Dama Maldanea.» Commenta dopo un attimo aprendo la porta ed uscendo sotto la pioggia.
Prima di salire alla torre sosta per un attimo a guardare giù dai tetti resi lucidi dall'acqua. Si abbassa il cappuccio dal viso esponendolo alle gocce, delicate come piccole carezze. Oltre il bordo dei tetti il verde della radura, che sembra brillare di luce propria, contrasta con il buio umido della foresta. Guarda con una punta di inquietudine Il suo cupo intrico, la sua finta quiete, simile a quella del selvatico che raccoglie le forze per colpire. 


Non esistono quasi gli alberi sulle loro isole, solo l'erba bassa, l'erica e le rocce coperte di muschio e licheni. I boschi si trovano dall'altra parte del breve mare che li separa dagli Uomini. Il suo Aio Corcodiun era uno dei pochi Syerdwin che conoscesse la botanica e riuscisse ad sostare in un bosco senza farsi venire il batticuore ed un'irragionevole paura. La cosa gli era stata più volte di vantaggio, soprattutto quando voleva evitare qualche incontro poco gradito.
Quando era ancora Debah lei lo aveva seguito in qualcuna delle sue escursioni, sfidando la paura e la sensazione di soffocare che le dava l'intrico dei rami scuri sopra la sua testa, anche se non era mai arrivata a condividere l'entusiasmo del suo maestro quando si imbatteva in una forma di vita sconosciuta o in una traccia che non sapeva ricondurre a nessuna specie nota.
Un movimento al limite del bosco, colto con la coda dell'occhio, la allontana dai suoi ricordi. Si tratta di una carrozza scortata da una ventina di cavalieri ed altrettanti fanti, vestiti di un lungo mantello grigio dall'orlo nero che risale al centro della schiena a formare il disegno di una T rovesciata. «Questioni di guerra» Decide Dama Maldanea, che di quella guerra tra i due Grandi Re degli Uomini non si è mai curata, disapprovando, senza averlo mai dato a vedere, il coinvolgimento di loro Syerdwin in quel pasticcio.
«Chissà chi viaggia in quella carrozza?» Si chiede oziosamente, quasi a cercare una scusa per rimanere lì sotto la pioggia. La carrozza si avvicina velocemente al fossato scavato davanti al castello, fino a scomparire sotto il bordo dei tetti.
Nell'avvicinarsi Dama Maldanea riconosce la stessa T rovesciata, nera su fondo grigio, dipinta sugli sportelli della carrozza. Dalla sua posizione non riesce più a vedere nulla ma ode, attraverso il delicato scroscio della pioggia, il rumore del portone aperto ed il rotolare delle ruote fasciate di metallo sull'assito del ponte.
Dopo essersi sporta un paio di volte Maldanea, ormai definitivamente tornata Debah, fa le spallucce ed abbandona la sua postazione marciando verso la torre.
Mentre sale i gradini resi viscidi dall'umidità, nel buio solo a tratti illuminato dalla fioca luce di una feritoia profondamente scavata nel muro, la Dama Syerdwin sembra contrariata e procede veloce, senza nemmeno godersi fino in fondo la sua piccola trasgressione. Quando arriva in cima alla torre, nella piccola stanza circolare subito sotto il tetto, ha un po' di fiatone, gli abiti in disordine ed il viso ornato di segni scuri, lasciati dalla mani che ha passato sui muri per mantenersi in equilibrio.
– Ehi, ci siete? – Chiede appena spuntata sulla piattaforma.
Dal buio della stanza una voce acuta e molto composta risponde: – L'avete fatto ancora, Dama Maldanea.
L'interpellata ride a bassa voce. – Mi annoiano tanto le altre Dame, cara Diffy. E poi è così bello qui.
– Non è bello. È freddo ed umido. E poi il mio nome è Difaduanna, cara la mia Syerdwin.
– Hai ragione. Posso sedermi?


L'interlocutrice di Debah apre le ali e si posa su un vecchio mobile di legno scuro abbandonato nella stanza della torre. Ruota la testa per mettere a fuoco l'immagine e dopo un attento esame ruota la testa contro il muro.
– Non fare così, Diff…Difaduanna, lo sai che mi fai impressione.
La civetta non si volta e commenta. – Anche voi fate impressione, Dama, anche se non per gli stessi motivi.
– Se non mi chiami Debah io continuerò a chiamarti Diffy. –
La civetta si volta di colpo con gli occhi spalancati. – La tua educazione, Debah, mostra sempre più ampie lacune, devo constatare. Da cosa fuggivi questa volta?
La syerdwin si siede su un mucchio di paglia, dopo aver raccolto l'ampio abito intorno ai fianchi, gesto che provoca un altro moto di disapprovazione della civetta, e spiega.
– Non un motivo particolare. Ma adesso che ci sono ospiti ne ho a bizzeffe, penso. Le mie zie mi staranno sicuramente cercando, in questo momento, per andare a salutare il cortese ospite del castello: «T rovesciata».
– Come hai detto?
– Il nome non lo so. È arrivato poco fa e l'unica cosa che so è che sulle porte della carrozza ha un simbolo che sembra una T rovesciata. Ha quaranta uomini di scorta, un numero abbastanza impressionante, non credi?
La civetta alza la testa di scatto come se si fosse ricordata improvvisamente di una minaccia sospesa sulla sua testa.
– Cosa non ti piace, Diffy?
– Hai detto una «T», vero?
– Proprio così.
– Teardraet, non ti dice nulla questo nome?
– Non credo.
– Pronuncialo al contrario, dall'ultima lettera alla prima.
– Vediamo T…E…A…R…Ho capito, Diffy! Che nome curioso, si legge anche rovesciato.
La civetta apre le ali e scuote nervosamente la testa. – Crede di essere spiritoso, evidentemente.
– Ma chi è?
– Non ne te ha mai parlato il tuo Corcodiun? Per molto tempo è stato molto più di un problema per voi Syerdwin.
Debah fa un gesto vago con la mano. – La storia non è mai stata il mio forte, Diffy. Ad essere sincera mi interessavano solo le storie dove i protagonisti erano eroi solitari votati ad una causa nobilissima, mentre le storie di guerra e di complotti, le successioni, gli usurpatori, le congiure mi annoiavano molto e dimenticavo subito i nomi di gente così spregevole.
– Male, in questo caso ricorderesti Teardraet il Sempre-Uguale, Conte-Mago delle Isole Baran e di Verhida.
– Diffy temo che tu stia per insegnarmi un po' di storia. Non credo che resisterò a lungo. – La syerdwin estrae da una profonda tasca dell'abito uno specchio di metallo lucidato e se lo pone davanti al volto. – Dio d'Acqua, ma hai visto la mia faccia? – Esclama dopo un istante.
Difaduanna la guarda aggrondata e preferisce non fare commenti. Debah la spia, fa un grave cenno di assenso e estrae dalla stessa tasca un fazzoletto che comincia a passarsi sul volto. In Debah la linea sottile e lunga del viso, tipica dei Syerdwin è meno pronunciata ed il suo naso volto all'insù ha una curva meno netta, quasi graziosa. Le sue labbra hanno una tiepida tonalità di grigio rosato e non hanno l'aspetto scuro e coriaceo di molti altri della sua razza e così i suoi occhi, grandi e profondi, che non sembrano vuote pozze di oscurità come quelli di altri syerdwin.
– Sono pronta Difaduanna, annoiami pure.