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11.2.20

Il Mare Obliquo 55

Dharlemhiun è caduta e il Horr Vamaiun è morto, ma la situazione non è affatto pacificata. L'Arciduca Kostantin sta raccogliendo un'armata e i popoli antichi devono affrontarlo prima che sia troppo tardi.
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Dharlemhiun accoglie in silenzio il vincitore.
Vecchie case dei tetti di ardesia, strade chiare di pietre di fiume, bagnate dalla pioggia e la lunga fila dei nuovi soldati delle Case d'Acqua che salutano Teardraet levando le armi al cielo immobile.
Maldanea cavalca accanto al suo Id'Iun e vede passare i colori delle isole e delle coste dei Syerdwin. Dalla Porta Candeliera, la più antica della città, hanno risalito i quartieri di mare salendo verso la Sirena, la lunga collina dove sorgono le residenze delle più antiche Case e il Fondongiano, che raccoglie nelle sue mura il palazzo reale e la piccola rada di Rarin, dalla quale, ai tempi delle guerre con i Lupi-Drago, partivano e arrivavano i rifornimenti per la capitale assediata.
– Quanti morti, Nivel'iun?
– Non abbiamo ancora terminato di contarli, Liest. In quest'ultima settimana i fedeli di Vamaiun hanno forzato le porte di tutte le grandi case della città. Hanno trascinato via i vecchi vicini al cambiamento e i piccoli appena trovati sulle spiagge. Volevano farne ostaggi per costringerci a cessare l'assedio. Ma molti si sono rifiutati di seguirli, hanno combattuto, anche le femmine e gli anziani. Qualche Casa ha sprangato le porte ed è stata bruciata.
Teardraet annusa l'aria. – Ho avvertito l'odore. E dalla Yinnavaud ho visto gli incendi che coloravano le acque. Che ne è stato degli ostaggi?
– Li hanno rinchiusi nei sotterranei del Fondongiano. Quando i Lupi-Drago di Deshigu sono entrati dal varco nelle mura i fedeli di Vamaiun hanno aperto le chiuse e allagato i sotterranei. Ben pochi si sono salvati.
Teardraet china il capo e macchinalmente risponde al saluto di un gruppo di soldati provenienti da Kirup, l'ultima isola abitata dai Syerdwin prima della seconda linea dei ghiacci. Come gran parte di coloro che hanno abbattuto Horr Vamaiun non sanno ancora nulla di ciò che è accaduto durante il breve assedio della capitale ed esibiscono con soddisfazione le armi e le insegne.
– Abbiamo chiuso la via del mare, le vie di terra. Vamaiun e i suoi non avevano più alcuna speranza. Perché uccidere ancora?
– Forse proprio perché non avevano più alcuna speranza. E la punizione sapevano già sarebbe stata comunque terribile.
Nivel'iun non ama speculare inutilmente su reconditi motivi e lontane ragioni. Non è quello il suo compito. È un soldato, un vero soldato: da lui non otterrà di più.
La strada che sale verso la fortezza è stretta, sinuosa. Non ha nulla di grandioso, regale. È ritagliata tra i palazzi delle più antiche Case d'Acqua, nata quasi casualmente e ora corre nel silenzio, supera muri ombreggiati dal fumo, giardini macchiati di cenere. Dalle finestre sicuramente vi è ancora qualcuno che guarda passare i liberatori e il nuovo Reggitore del Trono delle Acque. Ma ancora per molto tempo ogni mattino come quello sarà occupato dal ricordo di quanti non sono tornati dal Fondongiano.
La strada si apre finalmente su una grande piazzale e sulla porta Airaillon, spalancata dall'interno dai soldati venuti da Baran e Verhida e da Therrelise.
Teardraet ferma la cavalcatura al centro della piazza. Accanto a loro passano soldati, servi, carri carichi di armi e degli oggetti rubati alla città, carri macchiati di sangue dove i difensori dell'usurpatore e le loro vittime giacciono abbracciati.
La porta e le mura non portano segni della battaglia. Le grandi macchine da guerra portate dalla isole, manovrate dalle sue navi alla fonda nel Rarin hanno aperto un grande varco nel Fondongiano dal quale sono entrati per primi i Lupi-Drago e gli Oddinak.
"È stata una manovra notevole" Aveva detto Saisek, il principe Gu'Hijirr che li accompagnava, ambasciatore del nuovo re di Farsoll, Tydly il testardo.


Teardraet in quel momento non aveva potuto trattenere un sorriso. Aveva dedicato un paio di notti, in compagnia dei maggiori ufficiali dell'armata, a studiare un modo per rendere più breve possibile l'assedio.
Fin dall'inizio aveva stupito il nemico con i suoi Oddinak, entrati in Dharlemhiun passando per i Cancelli di Roccia, impresa che nessuno aveva mai tentato. Dalla porta Candeliera, aperta dai guerrieri di Gudlinak, erano poi entrati a migliaia i suoi soldati, in testa le bandiere di Baran e di Wessiun.
Una "manovra notevole", come ha detto Saisek, un grande successo la cui eco arriverà fino alla Reggia di Dancemarare, alle orecchie di Konstantin. Una guerra è fatta soprattutto di parole.
Oltre la porta Airaillon lo attendono i trecento cavalieri dell Fama, da sempre la scorta dei Re delle Acque. Uomini, Lupi Drago, Gu'Hijirr uniti dalla fedeltà al re dei Syerdwin. Davanti a loro Marr Ghenerik solleva la spada all'altezza della fronte. La luce liquida della mattina scivola languida sul metallo rendendo il suo movimento lento, dolce come un carezza. Onore al Re! Gridano insieme trecento voci.
Teardraet abbassa il capo per salutare la sua nuova guardia personale e cerca con lo sguardo gli occhi di Marr Ghenerik.
– Fortunatamente non avete mandato la vostra ultima parola alla Marrak, Marr Ghenerik. È stato un bene per tutti.
– Per molti, Seliest, non per tutti. – Il lupo-drago esita, cerca le parole tra le pietre lucide del cortile. – Se avessimo davvero tradito, se fossimo rimasti accanto a Vamaiun fino all'ultimo istante e non avessimo abbandonato il Fondongiano, probabilmente avremmo evitato di contare tanti morti. Vamaiun e i suoi non si sarebbero sentiti tanto disperati da commettere questa vergogna. Così ho salvato il mio inutile onore. Molti innocenti l'hanno pagato.
– Non dovete tormentarvi, Marr Ghenerik. Gud'jen ark tennet veach. – Mormora il barone Deshigu in ordruke.


La porta del passato è chiusa.
Quella frase non lo abbandona. Mentre attraversa le sale del palazzo reale, devastate e imbrattate, mentre si affaccia alle finestre e ai balconi, saluta i suoi soldati, visita i feriti e rende omaggio ai morti.
Per lui si è riaperta, ora è di nuovo l'unico re dei Syerdwin. Contro di lui in tutte le terre della Corona delle Acque è rimasta solo la piccola armata di briganti riunita da Liest Kaidiun, l'ex-primo ministro dell'usurpatore, già sconfitta da Tamu Hiniun e ora rifugiatasi nella selva di Wentur.
Ancora remoti, indefiniti nelle brume del futuro, ci sono l'Arciduca Konstantin e le innumerevoli schiere dei Cancelli d'Occidente. 
 


– Ci sono prigionieri? – chiede Maldanea.
Sulla grande terrazza che domina il Rarin sono rimasti soli. La sua Id'iun non gli ha rivolto la parola per tutto il giorno ma non si è mai allontanata da lui, eretta sul cavallo, forte e silenziosa come un'antica regina.
La luce grigia del giorno scompare lentamente nella caligine salmastra della sera. Molto sotto di loro un mare opaco stringe i moli scuri e le navi dalle vele grige e nere in un abbraccio freddo e instancabile. Le luci gialle accese sulle torri e sugli alberi dei vascelli navigano inafferrabili nell'acqua. La calma è tornata, una pausa nell'affannoso rotolare di una guerra che deve terminare presto.
– Pochi, mia id'iun. Qualcuno ferito. Li ho veduti poco fa. Portano ancora i colori di Vamaiun come se non capissero che sono divenuti i colori dell'infamia. Se facessi aprire le porte delle celle di loro non rimarrebbero superstiti. E nessuno avrebbe rimproveri da muovermi per un gesto tanto crudele. Tra loro non ci sono ufficiali né membri di Casa Vamaiun. Fuggiti o suicidi. Domani il Liessthion decreterà la cancellazione della loro Casa. I libri dei Nomi saranno bruciati. Sarà come se Vamaiun non fosse mai esistita. Ed io approverò.
– Che ne è stato di Vamaiun?
– L'hanno trovato nella Torre dei Cormorani. Ucciso a coltellate. Probabilmente qualcuno dei suoi debitori d'acqua che voleva ottenere la grazia del nuovo re. Ma nessuno è ancora venuto a reclamarla. Probabilmente gli Oddinak non l'hanno ascoltato. Una fine ben miserevole per un re: ucciso da un vassallo traditore. Anche se il suo sicario non deve aver avuto morte migliore.
Maldanea, appoggiata al parapetto della terrazza, è perfettamente immobile e i tratti del suo viso sono nascosti dall'ombra. Teardraet non vede la sua espressione e gli è difficile immaginarla.
– Un vecchio piangeva nel giardino dei Kurdem'iun. Diceva che solo un Moeld avrebbe potuto assalire il Fondongiano quando così tanti erano gli ostaggi nelle mani di Vamaiun. E insieme al suo nome malediva il tuo. I soldati volevano farlo tacere, ma non glielo l'ho permesso. L'ho ascoltato, fino a quando non mi ha visto. Ha sollevato la testa per guardarmi e non mi ha salutato. Aveva gli occhi pieni di paura per il Cambiamento e i gesti stanchi degli ultimi giorni. I nostri soldati erano a disagio, tenevano le mani sulle spade. "Il vostro regno ha inizio nel sangue, Lie." "No. È Vamaiun ad aver terminato così il suo." Non mi ha risposto. Accarezzava una sciarpa e guardava oltre noi. Me ne sono andata piano, camminando sull'erba secca e bruciata. Mentre gli davo quella risposta sentivo di dire la verità, ma non posso fare a meno di chiedermelo: chi decide qual'è la verità? Ma forse è perché c'è qualcosa di terribile e meraviglioso in questa giornata. Avevo visto Dharlemhiun solo altre due volte, in compagnia del mio padre-zio. Adesso la città ci attendeva, l'ho sentita respirare di sollievo ma anche nascondere il viso per la paura mentre camminavamo per le strade. Ho visto migliaia di syerdwin felici salutarci come divinità e tanti morti quanti non avrei mai neppure immaginato. È questa la guerra, Teardraet? Città, soldati, viaggi sangue e morti? E la paura che ti accompagna sempre, quella che ti spinge a muoverti, fare. Fatico a credere di essere divenuta anch'io la nemica di qualcuno, qualcuno che neppure conosco. Eppure possono colpirmi e uccidermi, perché sono di Casa Wessiun, perchè sono la sposa del re dei Syerdwin. Non ho paura per me, non temere. Ho paura perché una cosa tanto sciocca è divenuta reale. E ciò che è avvenuto qui mi ha mostrato che non esiste un limite. I miei cugini erano ansiosi di partire e combattere. Ma non esistono il coraggio e le bella morte, solo una serie di gesti, ciascuno dei quali provoca il successivo. In questo modo sono divenuta anch'io la nemica di qualcuno. Quanto ci fermeremo a Dharlemhiun?
– Pochi giorni. Davanti all'Isola del Cinghiale incontreremo l'armata di Tidly il Testardo. I soldati della Meridiana di Therrelise sono già arrivati ad Annadille e domani supereranno i confini del regno. Li attendiamo per unirci a loro. Li guiderà Deshigu. La nostra flotta partirà domani e incontrerà le navi del Gu'hijirr e insieme attaccheranno i porti di Konstantin. La nostra sola speranza è la rapidità. Se diamo settimane, mesi ai Cancelli d'Occidente l'Arciduca riuscirà a riunire un'Armata che spazzerà via i popoli antichi.

 
– Non abbiamo altri alleati?
– Quali? I Notturni sulle montagne sapranno della guerra solo quando sarà finita. E il loro tempo è ormai prossimo alla fine. La Lega delle Acque è già stata attaccata e lungo il Drew non abbiamo più amici. Le Porte d'Oriente sono dominate dalla gente nuova e comunque Bartsodesch sa che Konstantin per il momento non intende continuare la guerra. E anche a lui non importa molto della gente antica. Dentro i suoi confini ci sono solo pochi notturni e qualche mercante gu'hijirr che commercia lungo il Defin quando non è chiuso dal ghiaccio. Viviamo con le spalle rivolte al mare e non abbiamo nessuna via di fuga. Questa è l'unica risposta che potrei dare al vecchio Kurdem'iun. Lui ha perduto i suoi nipoti ma tutti li perderemo se Konstantin vincerà.
Maldanea accarezza con il palmo della mano la vecchia pietra del parapetto. Lo stesso gesto faceva sulle terrazze della piccola reggia di Baran. Subito dopo l'alba, davanti al sole pallido e confuso dal vento salato, il vento che portava fin lì l'odore dei ghiacci e le voci delle grandi sorelle dal ventre chiaro che nuotavano oltre gli scogli più lontani.
– Perché Konstantin ci vuole distruggere?
– Gli uomini sono più prolifici di noi, premono su tutti i confini per conquistare nuove terre. E non tollerano più di dover dividere lo spazio con i popoli antichi. I Cancelli d'Occidente hanno iniziato la guerra contro Bartsodesch per respingerlo oltre le Terre Notturne e le Montagne dell'Orlo. Questo era il sogno di Artamiro, che ancora rispettava gli antichi patti tra le genti del tramonto. Ma Konstantin ha compreso che gli Antichi Regni, le terre di Farsoll, Dharlemhiun e Therrelise sono più vicine e più deboli delle Porte d'Oriente. Per questo Bartsodesch non interverrà in questa guerra, almeno finché non sarà certo dell'esito e sia noi che Dancemarare ci saremo abbastanza indeboliti.
– E quando sarà terminata?
– Resterà la prova più dura. Il-Mondo-tra-molti-istanti.


– Seliest?
– Non la senti? È la voce di Bediun.
– La sento.
– Non rispondi?
Teardraet sorride. Alza le mani e la fa scivolare sulle spalle di Maldanea. È una carezza e insieme una richiesta di aiuto. Nessun'altra creatura è mai stata tanto importante per lui. Lei rabbrividisce, ha ossa sottili e fianchi appena disegnati.
– Sono qui Bediun.
Maldanea si volta. – Ti attendono, dunque. – Lo afferra per il braccio e stringe leggermente. – Vai. Ti attendo nelle mie stanze. Per continuare la nostra conversazione.


28.11.19

Il Mare Obliquo 44

La spedizione militare in soccorso di Artamiro è pronta e sta per partire. Ma non è così chiaro quali siano gli obiettivi reali di Teardreat, che a sua volta, parte per visitare i suoi domini a Verhida.
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La piccola flotta si è riunita alla fonda di Rewkai, il più grande porto di Baran, l'isola principale.

Si tratta di dodici navi, otto più lente e tozze, adatte a trasportare soldati e cavalli e quattro veloci e ben armate a far da scorta a quelle. Sui moli poco meno di un migliaio di soldati e di cavalieri con le insegne nero-grigie del Signore delle isole attendono di salire per raggiungere l'armata del moribondo Artamiro.

– Tutto bene? – Chiede Teardraet al proprio primo ministro Aue Bediun.

– Certo. Entro una settimana l'Armata giungerà al porto di Nomoj ed in un'altra settimana sarà al campo di Artamiro, sempre che il tempo sia clemente, il che data la stagione…

– Non è eccessivamente importante. – Il Moeld lancia uno sguardo alle navi scure ed ai suoi soldati che lentamente scompaiono nel capace ventre delle più grandi. – Fammi chiamare Nivel'iun.

Il comandante dell'armata giunge ben presto al palco dal quale il Conte-Mago assiste alle manovre d'imbarco.

– Buongiorno Liest Nivel'Iun. – Lo saluta Teardraet con frettolosa cordialità. – Penso che sappiate molto bene cosa mi attendo da voi.

Il generale, un Moeld dalla pelle fortemente pigmentata e di statura non comune si inchina leggermente all'indirizzo di Maldanea seduta alla destra del Conte-Mago. – Certo, mio Signore. Provvedere al più presto all'acquisto o alla requisizione di un numero di cavalli ed altri animali sufficienti per trasportare l'intera armata. Aggiungersi senza unirsi, condurre manovre separate, acquartierarsi in luogo isolato, evitare ogni incontro ed ogni confidenza, in ogni caso risparmiare le forze ed evitare di ubbidire agli ordini degli emissari di Horr Vamaiun. In caso di sconfitta o di scioglimento dell'armata di Artamiro ritirarsi nelle terre Syerdwin ed aprire il messaggio consegnatomi.

– Benissimo. Mawaniun, il Mago che vi accompagna, possiede i mezzi per mettersi rapidamente in contatto con me, se necessario. Vi auguro buon viaggio.

– Buon viaggio Generale. – Aggiunge Maldanea che ha seguito il dialogo ostentando un sorriso enigmatico.

– Vi ringrazio mia Signora. – Nivel'iun si inchina più profondamente e seguito da una mezza dozzina di ufficiali del suo seguito si allontana in direzione dei moli dove proseguono le manovre di imbarco.

Entro un paio d'ore l'armata si trova a bordo pronta a far vela.

– Cinquecento cavalieri, cinquecento arcieri, piccardi e alabardieri, tre grandi macchine da assedio, cinque più piccole, servitori, intendenze, chirurghi, cerusici, cuochi, erboristi, negromanti e maghi, fabbri, falegnami, artigiani eccetera. In totale più di un duemila persone. – Bediun ripiega l'elenco consegnatogli dal comandante dell'ammiraglia e lo consegna al proprio valletto. – Una forza non grande ma rapida, ben addestrata e ottimamente comandata.

Teardraet annuisce. – Il continente non vede le mie armi da molti, molti anni. – Lancia un'occhiata al suo primo ministro. – Dobbiamo fare in modo che non le dimentichi troppo in fretta.

Il Conte-Mago ed il suo seguito abbandonano il porto quando anche l'ultima nave ha preso il mare aperto e prendono la strada della residenza quando già la debole luce del sole declina.

– Credete Id'iun che la vostra piccola armata si troverà a dare l'assedio alla reggia stessa della Casa d'Oriente? – Chiede Maldanea affiancando il proprio cavallo a quello del Conte-Mago.

– Alludete alle macchine d'assedio?

– Certo. Perché portarsi dietro attrezzi tanto pesanti? Non credete che altri si porranno la stessa domanda?

Teardraet studia per un attimo l'espressione della giovane Syerdwin e scuote il capo. – Bartsodesh ha fortificato il proprio campo.

Questa volta è Maldanea a scuotere il capo. – Ha forse costruito un'alta muraglia di pietra il nemico?

– Mia Id'iun, la vostra attenzione e la vostra competenza in arti tanto poco femminili non so se giudicarle più riprovevoli o inaspettate. Quale strano tarlo vi rode? 

 

– E quale strano tarlo rode voi, Teardraet? Il trono di Horr Vamaiun forse? Credete che non sappia che al momento lo stesso Re dei Syerdwin non può schierare una forza tanto ben organizzata ed armata?

Teardraet non risponde, lascia che il suo sguardo si posi sulla vegetazione rada e contorta, sulle macchie di erica ormai imbrunita dal freddo, sugli altissimi, spettrali pini che affiancano la via che li conduce alla Residenza. – Non le trovate tristi queste isole? – Le chiede infine.

– Non più. Se me lo chiedete per sapere se non vivrei meglio alla Reggia sono costretta a deludervi. Hanno un fascino discreto queste isole, come un veleno lento ma tenace. E del resto anche voi non potreste più amare la città, i suoi traffici, il suo odore.

– Dite mia Id'iun? Ma nelle città corre il futuro di questo mondo. – Teardraet si interrompe e il suo sguardo si fa cupo. – Come un uccello ammaestrato ripeto un gioco insegnatomi tanto, tanto tempo fa. – Alza gli occhi per fissarla. – E forse il futuro del quale parlo non esiste semplicemente più. L'Orlo del Mondo si fa irriconoscibile mentre io continuo a giocare una partita iniziata quando il tempo sembrava interminabile. Sì, voglio sedere sul trono di Vamaiun, lo sapete molto bene. Il nostro popolo un tempo occupava il centro del Mondo e la nostra voce ed il nostro volere lo scuotevano come il vento scuote un giovane arbusto. Poi è venuta la gente nuova e su cosa regnano le nostre Case? Su isole coperte di ghiaccio, coste battute dai venti del Nord, terre fredde, dimenticate.

– Sono le terre delle nostre origini. – Osserva Maldanea.

– Nulla ritorna alle proprie origini, Id'iun. Gli eterni cicli sono una favola che si racconta ai nostri giovani per indurli alla rassegnazione. Il mondo cambia e non ritorna, e se lo fa è per beffarsi delle nostre povere menti che credono di ravvisare il volto già noto nella trama di ciò che è oscuro. Lo credete tanto odioso, tanto riprovevole detronizzare un incapace per dare ancora una speranza alle Case di Mare? – Teardraet ride. – E poi quei soldati fanno parte del contratto con Vamaiun, il contratto grazie al quale ho ottenuto voi.

Maldanea annuisce senza parlare e sprona il proprio cavallo per raggiungere la testa del piccolo gruppo di cavalieri. A differenza di molti dei suoi simili ama cavalcare, sentire in viso la carezza del vento, provare la sensazione di forza e di leggerezza che dà il contatto con la schiena dell'animale che corre sotto di lei. Teardraet vuole fare dei Syerdwin dei cavalieri: la sua armata dovrà attraversare le piane del continente in groppa a quegli animali che il suo popolo ha incominciato solo da poco ad addestrare. Il pensiero la diverte: per il Conte-Mago sembrano non esistere usi, abitudini, tradizioni: soltanto sfide da vincere, nemici da sconfiggere.

Mentre cavalca si chiede se non sarebbe stato più bello correre sulle pianure con gli altri della sua gente a stupire la gente nuova e quella antica, combattere gli uomini che non possiedono né la loro leggerezza né la loro grazia, la stessa che avevano un tempo i Notturni con i loro strani cavalli alati, ormai scomparsi da quel mondo divenuto così stanco, così mediocre e volgare.

Teardraet ed il suo seguito sono ormai alle sue spalle, scomparsi dietro una curva della strada.

Maldanea si ferma per assaporare il gusto della solitudine. Nulla si muove intorno a lei, la natura dorme il suo primo sonno, profondo ed insieme fragile prima di cadere nel buio dell'inverno. Potrebbe spingere il cavallo nell'intrico buio del bosco che affianca la strada e scomparire così per sempre, lasciandosi dietro la fatica di quella vita che non ha potuto scegliere. Le voci degli altri cavalieri la raggiungono, stanche, rarefatte.

Sorride e si volta ad attenderli.



– Altri soldati, altre guerre. Basta, basta, non voglio saperne nulla! – Dama Pascalina posa la tazza del brodo e scuote il capo con forza. – Dietro la guerra viene la carestia e dietro la carestia le malattie. Le Case si svuotano e rimangono solo vecchi come me a rubare un raggio di sole, rimbambiti dalle lacrime e dalla fame.

– Ma, Pascalina, la guerra c'è da tempo tra le Case d'Occidente e d'Oriente.

– Era una guerra lontana da noi. Ma già che il tuo T rovesciata non riesce a stare lontano dai guai troppo a lungo.

"Non è il mio T rovesciata" vorrebbe spiegare Maldanea, ma si limita a sorridere, stupita per quello sfogo inatteso dell'anziana governante.

– E la sua ombra poi? Quel Bediun che sicuramente ha fiocinato e mangiato i suoi genitori, la sua anima nera che arriva dove non arriva il tuo Id'Iun con le sue bizzarrie.

– Aspetta Pascalina, non arrabbiarti. Teardraet ha mandato solo un po' di soldati e molto lontano da qui…

– E se le cose dovessero andare male? Svuoterebbe le isole per mandarne altri ed altri ancora ed alla fine partirebbe anche lui. E alla fine partiresti anche tu, Debah, a morire sulla groppa di quegli animali dementi che la Gente Nuova ci ha insegnato ad addestrare…

Maldanea non sorride più. Ha chiuso gli occhi per ascoltarla ancora una volta, come faceva da piccola, quando era soltanto Debah e Lie Maldanea di Baran e Verhida non era neppure un sogno. La voce di Pascalina si è fatta più incerta, meno sicura da allora e Maldanea si sente prendere da una paura nuova, quella che segna il passaggio nell'età adulta. L'anziana governante, insieme a Difiduanna, è l'unico legame rimasto con la sua vita a Casa Wessiun, ma anch'ella non è eterna, il cambiamento dev'essere ormai molto vicino. Il mondo di Casa Wessiun, divenuto già più piccolo e grigio, meno colorato e vivido nei suoi ricordi, diventerà presto una pagina voltata e dimenticata. Quante volte Teardraet ha provato quella sicurezza così gelida?

– Perdonami, perdonami Maldanea. Non dovevo insultare così il tuo Id'Iun. Chi sono io per farlo? Una vecchia governante resa opaca dagli anni come un piatto di peltro troppo usato. Ti prego dimentica queste mie parole.

– Dimenticarle, perché? Io non voglio dimenticare nemmeno una delle tue parole, sono sagge, care. Quando era soltanto Debah ti ho trovato tante volte noiosa, così attaccata a vecchie regole ed usanze. Ma tu avevi ragione ed io torto. – Vorrebbe spiegare a Dama Pascalina il mondo che vede il suo Id'Iun, un mondo che soltanto ora lei stessa comincia ad intuire, ma le parole scottano sulla sua lingua, scompaiono prima di assumere suono e sostanza.

– Non è vero, non è vero. Tu sei sempre stata un po' speciale, come diceva il tuo Padre-zio. E quando lo diceva si vedeva un po' di orgoglio nel suo sguardo ed un sorriso rapido come un raggio di sole riflesso in uno specchio rotante….

Il pensiero del cipiglio serio ed assennato del Padre-Zio, delle sue frasi così piene di ponderato e – soltanto ora lo comprende – faticoso equilibrio fa traboccare il suo cuore. – Basta basta, Pascalina, non discutere ancora. Ritiriamoci ti prego, domani mattina Teardraet ci condurrà in visita a Verhida e bisognerà levarsi di buon mattino.

Dama Pascalina annuisce solenne e si alza diretta verso il suo piccolo appartamento prospiciente a quello di Maldanea, ma fatti pochi passi si immobilizza. – Ci condurrà? – Chiede con voce malferma.

– Proprio così, Dama Pascalina. Non ti piace l'idea di un giretto su una nave? – Ride la giovane Syerdwin.

L'anziana dama non risponde, scuote la testa e leva le braccia al cielo in un gesto che Debah ben conosce.

– Buonanotte Pascalina. – Le sussurra un attimo prima che la governante chiuda la porta alle sue spalle.

– Buonanotte Debah.

Non è sicura che abbia usato quel nome per salutarla, ma le piace pensarlo.



La nave di lucido legno nero le attende alla fonda dell'insenatura alle pendici della Residenza di Teardraet. È una giornata grigia ma insolitamente luminosa e chiara, battuta da un vento profumato di neve. Sul piccolo molo una trentina di soldati a altrettanti marinai fanno ala al suo passaggio e ad attenderla appena oltre lo stretto ponticello oscillante teso tra la murata della nave e la terraferma c'è il suo Id'Iun.

– Buongiorno Lie Maldanea di Baran e Verhida Nata Wessiun. Buongiorno Dama Pascalina. – Le saluta molto formalmente.

– Buongiorno Liest Teardraet. – Risponde. Accanto a lui, in piedi avvolto in un ampio mantello verde c'è Mastro Nerubavel. Maldanea gli dedica un caloroso saluto al quale la creatura risponde piegandosi rigidamente come un coltello a serramanico.

– Come mai anche voi partecipate a questo breve viaggio? Siete forse un amante del mare e delle navi? – Gli chiede Maldanea.

– Non efattamente Lie, anche fe il mio ftomaco è molto meno fenfibile alle carezze ruvide delle onde di quello di tante altre creature. Avete ragione fi tratta di un viaggio breve: vedete là, avvolta nelle brume la noftra deftinazione? – Mastro Nerubavel indica una forma bassa e scura tesa sul confine invisibile tra le acque ed il cielo. – Ecco là Verhida, Oddinak per gli Einun che la abitano, che nella loro lingua fignifica "Terra Confumata".

Maldanea si volge verso il punto indicato ma non riesce a scorgere nulla se non la trama invisibile disegnata dalle nubi e dalle onde.

– Ahimé, Mastro Nerubavel, temo che i miei occhi non siano buoni quanto i vostri. Ma è dunque tanto antica l'isola gemella di Baran?

La creatura approva molto seria, come un maestro o un savio nel sentirsi porre la domanda che permette di continuare la lezione.– È l'ifola più vicina all'Orlo del Mondo di quante emergono dal mare fubglaciale. I fuoi abitanti affomigliano molto a voi fyerdwin ma recano tracce di una diverfa origine ed hanno una pelle lucida e fcura come unta dall'olio.

Maldanea annuisce ben compresa nel suo ruolo di allieva mentre Dama Pascalina, avvolta nei panni più caldi tra quelli portati con sé da Rocca Wessiun, stringe le labbra e si infila nella porta che conduce al sottoponte, dove Teardraet ha fatto allestire un accogliente salotto, fornito di bevande calde e piccoli dolci.

– Voi non desiderate accomodarvi nel sottoponte? – Le chiede il comandante della nave, un Gu'Hijirr alto, sottile e dalla pelle stranamente chiara, come se il contatto con i Syerdwin l'avesse reso simile a loro.

– No, penso che resterò ancora qui ad assaporare il profumo del mare. Vi ringrazio, mastro…?

– Mastro Ghilgainn dei Turrkin di Pontefalco, Lie Maldanea.

– Non ho visto molti della vostra gente qui nelle terre fredde, in compagnia di noi pesci morti. – Ride la giovane Syerdwin. – Quali strane avventure vi hanno portato in questi mari?

Il marinaio sbatte un paio di volte le palpebre nel sentire pronunciare il nomignolo spregiativo usato a Farsoll per indicare i Syerdwin. Lancia uno sguardo indeciso al viso di Maldanea e sorride a sua volta. – Mi annoiavo a Pontefalco, nulla più di questo. – Spiega. – In fondo non è strano. Quattro case piantate in mezzo alla palude ed un futuro di falegname non fanno gola a nessuno. E nemmeno la speranza un bel giorno di cambiare come fate voi, cosa si può immaginare di peggio?

Teardraet, in compagnia di Mastro Nerubavel, è sceso nel sottoponte. Forse lui sarebbe riuscito ad immaginare qualcosa di peggio. Maldanea sorride assorta. – Non tutti i Syerdwin cambiano, lo sapete Mastro Ghilgainn?

Il Gu'hijirr esita, stringe gli occhi e lancia un ordine che assomiglia molto ad una minaccia ad uno dei marinai. – Vi prego di perdonarmi. – Mormora. – Io non sono un Moeld. – Vorrebbe aggiungere "almeno non ancora, se mai lo desidererò" ma non lo fa. Debah aveva l'abitudine di dire tutto quello che le passava per la mente, ma nel suo attuale nome non può più farlo. Chissà se è un bene? 

 

– Conoscete bene Verhida? – Chiede al comandante Gu'Hijirr.

– Appena il porto, Henniga, e le sue tre locande. Da mangiare c'è solo pesce e da bere soltanto cattiva birra, scartata da quelli di Baran e scossa ben benino sulle navi.

– E della gente di Verhida cosa sapete?

– Non capisco neppure cosa dicono. Hanno strane abitudini e non amano nessuno, nemmeno voi Syerdwin. Figurarsi uno della mia gente.

Maldanea si ferma ancora per qualche minuto a discorrere con il Gu'Hijirr traendona la convinzione che il marinaio non provi né interesse né curiosità per l'antica Oddinak né tantomeno per i suoi abitanti. Controvoglia scende nel sottoponte quando gli spruzzi del mare rendono problematica la sua permanenza lì.

– Desiderate un poco di infuso di menta ben caldo? – Le chiede Teardraet.– O forse un poco di tiglio con un dolce farcito al miele?

– No grazie. – Maldanea si sente di un umore capriccioso, poco incline a parlare, come se il vento del suo animo fosse bruscamente cambiato.

– Quando arriveremo? – Chiede brusca.

– Entro il quinto arco di sole. Non desiderate sedervi?

Maldanea scuote il capo, poi con un moto improvviso va a sedersi accanto ad una delle piccole finestre aperte sul fianco della nave. Il mare sale ogni tanto a coprirla lasciando un'acqua densa che stenta a ritrarsi sul vetro spesso ed irregolare. Nel riflesso delle luci oscillanti distingue a tratti il proprio volto: i grandi occhi scuri, il volto stretto e pallido, il naso appena accennato come in tutti quelli della sua gente, le labbra scure e sottili. Le femmine della Gente Nuova hanno labbra spesse e rosee, come i fiori delle loro terre ed occhi piccoli, dal fondo bianco come il ventre dei calamari. Hanno la pelle chiara o scura ma di un unico colore e priva anche della sottile peluria che copre il loro corpo. Sono creature venute dalle grotte e dalle grandi piane erbose eppure i loro corpi sembrano levigati, quasi consumati dal mare. Presso Rocca Wessiun il giardiniere proveniva da Oriente, dalle terre della Gente Nuova e l'aveva spiato più volte, timorosa ed insieme eccitata. Non si trattava della curiosità per la quale giocava con i suoi cugini nei sottoscala o nei prati pieni di sole della scogliera. No, era allarmata, intimorita dalla diversità di quella creatura, dalla sua pelle a volte lucida di sudore a volte opaca come un tessuto liso, dal poco pelo che gli cresceva sul petto, dal dorso ampio e glabro come quello delle statue del giardino.

Le sono sempre sembrate creature dai gesti fin troppo netti, come se nelle regole che li dominano non fossero previsti i movimenti più fini e morbidi. Creature fatte per combattere e per distruggere, capaci anche di costruire grandi città come la Nuova Dancemarare, ma anche con un moto repentino, infantile, di distruggerle. Teardraet non li ama, o forse, come per i cavalli, pensa che la sua gente dovrà presto imparare a dominarli.

"Siamo troppo civili, troppo raffinati, troppo delicati. Questo mondo ci ha svuotato, consumato e di noi rimangono solo gli abiti eleganti, i costosi cappelli, le morbide scarpe: le vuote apparenze insomma." Ha sentito più volte ripetere quella frase da Bargan Valediun l'Economo di Rocca Wessiun, accolta il più delle volte con un sorriso da dame e cortigiani e con un moto di contenuta stizza dal Padre-Zio. Maldanea abbassa lo sguardo sull'abito dalle maniche molto ampie, bordate di morbida pelliccia, sulle scarpette affusolate, sui guanti di pelle tanto sottile da non impedirle di riconoscere forma e consistenza degli oggetti. Il giardiniere dei Wessiun indossava giubbotti e calzoni di ruvida tela e scarpe molto larghe. La giovane Syerdwin sospira: non si sente particolarmente decadente né estenuata ma non prova affatto il desiderio di indossare capi tanto rozzi.

Il mare sembra aver moderato la sua furia e attraverso il vetro può scorgere la forma bassa ed allungata della costa scivolare oltre la nave. Si alza e senza parlare risale sul ponte. Mastro Ghilgainn la saluta con un inchino frettoloso che lascia intuire una punta di malumore. Probabilmente preferirebbe non averla tra i piedi durante le manovre di sbarco e per un istante Maldanea si chiede se non sarebbe meglio ritornare nel sottoponte. Decide di rifugiarsi nel piccolo castello di poppa per far notare il meno possibile la sua presenza e si appoggia al mancorrente umido.

Verhida oppure Oddinak è uno scudo appoggiato sull'orlo delle acque, leggermente convesso fino ad una punta più rilevata al centro. Le rocce della costa sono scure e tondeggianti e scivolano oblique fino alle acque, come se titaniche dita le avessero scavate.


La città di Henniga scende alla rinfusa verso il piccolo porto, costruita della medesima pietra scura. Le minuscole case sono basse e tozze, simili a tazze rovesciate e ben poche sono le costruzioni che emergono tra i tetti curvi e levigati. La nave si dirige verso uno dei moli, dove ad attenderli vi è un piccolo gruppo di isolani. Maldanea decide di ignorare le occhiatacce di Mastro Ghilgainn e si sposta a prua per osservarli meglio. Sono piccoli e tondeggianti come le loro abitazioni e sembrano rotolare sui propri larghi piedi coperti da stivali spessi.

Parlano una strana lingua che le ricorda il latrare dei cani ed ostentano lunghi baffi, sottili come spaghi. Nonostante i loro modi bizzarri ed il linguaggio abominevole si dimostrano rapidi e veloci e ben presto la nave è saldamente ancorata alla terraferma.

I primi a scendere sono i soldati che respingono verso il fondo del molo gli abitanti dell'isola. Una volta scesa ed allineata la scorta è Teardraet a sbarcare, seguito dalla sua piccola corte. Maldanea guarda oziosamente la scena per qualche secondo prima di ricordare che il suo posto è accanto all'Id'Iun. Velocemente abbandona la sua postazione e lo raggiunge con qualche spinta e qualche scivolone sulla pietra salmastra del molo.

– Ecco, Gadiwak Primo Nato d'Inverno, questa è Lie Maldanea di Baran e Oddinak, nata Wessiun.

Teardraet le porge la mano per appoggiarsi e Maldanea compie la riverenza più impetuosa che le sia mai capitato di presentare.

– È assai giovane, mi pare. – Commenta la creatura che le sta davanti, decisamente più grassa e baffuta dei suoi simili. – E ricca di temperamento. – Aggiunge. – È un profondo onore conoscere la sposa del nostro buon Sovrano.

Maldanea sorride e ripete la riverenza con maggior grazia. – È molto strana quest'isola, ma anche molto bella. – Commenta. Alle sue spalle Pascalina chiude gli occhi e scuote il capo. Debah è capace di apparire nei momenti meno opportuni.

– Grazie. – L'Oddinak ha uno strano modo di ridere, il naso che vibra e la pelle della fronte che forma profonde pieghe tondeggianti. – Sì certo per essere strana è strana ma a noi piace così.

– Come si chiama quel monte che si vede da qui, l'unico che avete? –

– Si chiama Kyedak, Lie Maldanea, ma non è un monte, è un vulcano. Di notte si possono distinguere i fuochi che accendono le sue bocche e talvolta si può sentire la terra che trema e sospira.

Maldanea vorrebbe fare molte altre domande al gentile personaggio che le sta di fronte, ma si rende conto che esigenze di cerimoniale renderebbero la cosa almeno sconveniente. Sorride ancora una volta e si volta verso Teardraet che ha assistito al dialogo senza intervenire.

– Bene Liest Gadiwak. – Questa volta il Moeld utilizza la forma che spetta ai signori Syerdwin. – Desidero ospitarvi nel mio palazzo in compagnia dei vostri pari. Vi sono motivi che lo impediscono?

L'Oddinak prima di rispondere osserva a lungo una pietra tondeggiante che porta appesa al collo con una catena d'argento. La scuote leggermente, la appoggia all'orecchio ed infine muove il capo massiccio in segno di assenso. – Ciò è perfettamente conforme, vi ringrazio.