24.5.17

Righe su righe [1]


Non sapevo più come chiamare questo spazio, dedicato come sempre alle mie ultime letture. Sicché ho provato una nuova formulazione per dire, sostanzialmente, la stessa cosa, ovvero che qui si parla delle mie ultime letture. 
Cinque libri, ai quali dedicherò – spero – lo spazio che meritano, anche se temo che lo farò in due o tre post. Cominciamo dall'ultimo dei tre volumi nei quali la Mondadori ha sbocconce... pardon, suddiviso la 31ª collezione annuale di sf curata da Gardner Dozois. 
Questa volta si tratta di nove racconti per un totale di 345 pagine con autori come Lavie Tidhar, Ian McLeod, Stephen Baxter e Ian McDonald. E fin qui...
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Farò un piccolo inciso, che, volendo, si può anche saltare. 
Il problema è che un'antologia vive anche di un equilibrio interno, di sottili opposizioni e leggere congiunzioni che un buon antologista sa come orchestrare. Lo dico in base al dato di fatto che ho curato numerose antologia e so, come un direttore d'orchestra (della filarmonica di Scassaroppoli Scalo, va bene), che in una raccolta di racconti non hanno tutti lo stesso effetto sul lettore e che il racconto A sta bene accanto al racconto H perché è come un motivo ripreso e terminato, mentre il racconto B non va accanto al racconto J perché sono di tema o ambientazione simili e, in questo caso, danno l'idea di un'involontaria ripetizione. In sostanza i trenta e passa racconti posso immaginare siano stati assemblati a partire da queste premesse ma l'operazione mondadoriana è riuscita a ridurre l'antologia a una serie di racconti spaiati, presentati a distanza di troppo tempo e che hanno perduto qualsiasi assonanza o contrasto il buon Dozois vi abbia voluto inserire. Questo è probabilmente il motivo reale per il quale devo confessare che l'ultima parte dell'antologia mi ha lasciato comunque insoddisfatto, più o meno come un bùnet senza amaretti. 

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Non male il primo, Natura umana di Lavie Tidhar  anche se ho dovuto rileggerlo più volte per avanzare ipotesi sul/i  significato/i. Un buon racconto, in sostanza, anche se non immediatamente fruibile e probabilmente troppo breve per lo spazio concessogli. Decisamente buono Intrecciati, storia di una donna che non può più accedere profondamente alla comunità umana così com'è diventata. Il suo cervello è stato letteralmente ricostruito dopo un accesso di follia del fratello, Damien, e non può più collegarsi direttamente agli altri divenendo "intrecciata". La frase introduttiva al racconto: «La storia toccante di una donna che vive sola e isolata, tagliata fuori da tutti gli altri... anche se gli altri sono con lei, nella stessa stanza» risulta oscura finché non ci si immerge nel testo. Earth I di Stephen Baxter è un discreto racconto, ambientato tra un'umanità che ha perduto ogni ricordo del proprio pianeta d'origine e che ritroverà al termine del racconto. Prolisso e ovvio, si è tentati di giudicarlo, ma non è esattamente così e la visione tecno-religiosa di questa umanità ultrafutura ha comunque il pregio di stupire. Un po' lungo, se si vuole, ma leggibile. Technarion di Sean McMullen è il racconto di come l'umanità tenta (inutilmente) di sopravvivere a «computer e intelligenza artificiale», ovvero a una guerra tra uomini e macchine iniziata ai tempi dell'Inghilterra vittoriana. Senza infamia e senza lode. Non molto meglio Cercatori di Melissa Scott, dove la ricerca di Materiali Ancestrali premierà con l'immortalità una povera minatrice. Una vicenda dal gusto di un vecchio western, decente ma nulla di più. 
Sarà per la povertà dei racconti che l'hanno preceduto che ho trovato L'aria della Regina della Notte di Ian McDonald un genuino pezzo di bravura, frizzante e animato, con personaggi vivi e vitali e un finale realmente sorprendente. Provate a immaginare una guerra tra la Terra e Marte, con i terrestri che cercano di occupare Marte e un conflitto che si trascina stancamente come la guerra del Vietnam. Aggiungete alcuni artisti chiamati a rallegrare le truppe, magari non proprio grandissimi artisti ma star con una grossa carriera dietro le spalle e ora sul viale del tramonto. Immaginate i capricci, i malfunzionamenti, gli equivoci, le scenate, i problemi di soldi, la guerra che impazza e i gusti singolari del monarca del marziani. Non aggiungo altro, ma diciamo che questo racconto, in tutto 36 pagine, vale da solo il prezzo dell'antologia.
Vivide stelleHard stars, il titolo originale elimina ogni involontario equivoco creato dal titolo italiano – di Brendan DuBois, è la storia di un assedio condotto sul territorio degli USA da droni nemici, che colpiscono qualunque genere di attività elettronica e che stanno conducendo il paese a un medioevo tecnologico. Un tema particolarmente interessante anche se, inevitabilmente sacrificato in una ventina di pagine. La promessa dello spazio di James Patrick Kelly è la cronaca del dialogo tra l'astronauta Andy, rientrato da una sfortunata missione che lo ha privato della memoria e sua moglie Zoe. Andy si fa raccontare la propria vita da Zoe, cerca di ricostruirla mediante poveri sussidi alla memoria ma a ogni incontro è costretto a ricominciare da capo. Un tema degno di Oliver Sacks, dignitosamente condotto. Il racconto finale, Redivivi di Damien Broderick, è in sostanza un romanzo breve dove i viventi e i "rianimati" – ovvero i morti – si trovano a dover condividere la Terra, i vivi nelle loro città, i redivivi nelle Città Fredde, entità protette contro il silenzioso, malevolo rancore dei viventi. Una storia di persecuzione e di intolleranza contro i morti che non si vogliono rassegnare al loro destino e che continuando a esistere e a vivere – anche se menomati in non poche caratteristiche, a cominciare da una vita sessuale reale – costituiscono un'evidente ribellione alla volontà delle molte religioni che dominano il mondo. Un romanzo amaro e disperante che, partendo da un tema in apparenza assurdo, giunge a rendere evidente il peso insostenibile della religione nell'esistenza e nella vita sociale di tutti. 


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Si può dare un giudizio dell'antologia di Gardner Dozois, servita da Mondadori in tre portate separate? Temo di no, o almeno un parere che non può prescindere dalla separazione del testo. D'altro canto, a volersi mettere nei panni dell'attuale Mondadori – panni che mi stanno particolarmente stretti e scomodi – mi rendo conto che un volume unico avrebbe avuto un costo tale da risultare inadatto alla distribuzione in edicola e a forte rischio di un mancato rientro nei costi. Tuttavia... , tuttavia la fantascienza ha gli stessi diritti di qualunque altro genere di letteratura e onestamente fatico a comprendere un motivo che non sia puramente commerciale per lo smembramento dell'antologia. Vale la pena di leggerla, in ogni caso? La risposta la potete trovare qui e qui oltre naturalmente in quest'ultimo post. Il mio personale consiglio è quello di acquistare i tre volumi in e-book, riunirli valendovi della collaborazione di un pc e provare a leggerli tutti insieme. Riuscirete a farvi un'idea sicuramente più ricca e sfaccettata del testo e avrete un panorama più completo della sf attuale, un panorama che non somigli a un reperto da sala settoria. Per il futuro possiamo contare sulla buona volontà mondadoriana di dividere se non altro solo in due la prossima antologia di Dozois...
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Troppo, troppo spazio. Gli altri quattro libri andranno tutti insieme in un prossimo post. Che verrà dopo che avrò terminato il lavoro su Il settimo Clone, titolo definitivo del vecchio Un problema di tempo. Ci vorrà un po' di tempo, temo, ma cercherò di sbrigarmi. 



Ultima riflessione, del tutto gratuita, meschina e pettegola. 
Sono appena rientrato dal Salone, malauguratamente privo di Mondazzoli, che ha tentato – fallendo – un Salone alla milanese, come il risotto. Non è una soddisfazione da torinese vendicato, ma la gioia di aver assistito al fiasco di certi manager, convinti che si possa copiare un evento come il Salone di Torino semplicemente cercando di batterlo sul tempo e limitandosi a offrire ostinatamente i propri libri, peraltro disponibili ovunque. 
Il pubblico del Salone ha superato i 140.000 visitatori, nonostante mancassero Mondazzoli e Gems. 
Peggio per loro.
Forse è ritornato il momento di pensare da editori e non da manager...

16.5.17

Tempi amari


La notizia è di ieri e non posso far finta di nulla. 
No, non parlo del padre di Renzi né dell'ultima cretineria di Donnie Trump, ma del fatto che Nocturnia, il notissimo blog sia stato costretto a interrompere le pubblicazioni a tempo indeterminato.
È probabile che conosciate già Nocturnia, ma nel caso che non sapeste di cosa si tratta dovreste (dovete!) farci un salto e dare un'occhiata. Il blog di Nick il Noctuniano è stato finalista al premio Italia come blog dedicato al fantastico/sf/horror ed è tuttora in corsa per l'edizione che si chiuderà presto. Nel blog potete trovare interviste a grandi autori del fumetto e del fantastico contemporaneo – l'ultima intervista è stata a Tricia Sullivan, autrice di Selezione Naturale, pubblicato nel 2016 da Zona42 – sia italiani che stranieri, i celeberrimi Dossier Notturni, dove Nick presenta ai suoi lettori eventi misteriosi tuttora non spiegati, come Lo strano caso di Passo Dyatlov e segnala che cosa si muove nel settore del fantastico in Italia. 
Inevitabile ammetterlo, ho sempre provato un'invidia divorante mista a un'ammirazione smodata per il blog di Nick di Noctuniano, che riusciva a farmi trascorrere momenti di ritrovata passione anche quando ero letteralmente molto lontano con la mente. E non è poco, davvero, non è poco.
Ma il motivo della sospensione – sperando che di semplice sospensione si tratti? Molto semplice, Nick ha finalmente ritrovato un lavoro, sia pure part-time dopo essere stato «scaricato» dalla ditta [liquidata] con la quale aveva collaborato per anni, Il problema, per quanto riguarda il blog è, lasciando la parola a Nick: 

Il nuovo lavoro m'impedisce di curare Nocturnia come vorrei, certo si tratta di un part- time ma che presenta tanti spezzati, quindi spesso anche se lavoro in un giorno tre o quattro ore, il più delle volte mi tocca stare fuori l'intera giornata in attesa tra un' ora di lavoro e l'altro.



In sostanza un tipo di lavoro – irregolare, part-time e con frequenti tempi morti – che sembra divenuto la regola di questi tempi. Un lavoro disperato – lasciamelo dire, Nick – ma che chi ha superato una certa età non può decentemente rifiutare. 
In sostanza un blog costretto a eclissarsi per lavoro, sperando che il nostro noctuniano trovi perlomeno un minimo di soddisfazione nel farlo. 
Il titolo di questo blog «tempi amari» trova la sua spiegazione in questa necessità di lavorare che cambia profondamente il modo di vedere la nostra attività e, di conseguenza, la vita stessa. Non so, ma ci rendiamo conto di come la nostra situazione è cambiata e sta cambiando? Di come gli spazi per condurre una vita vera e genuina si vanno via via riducendo?
Certo, in fondo si tratta soltanto di un blog, un'attività che può cessare da un momento all'altro, ma con un prezzo da pagare in fantasia e joie di vivre che nessuno sa né può calcolare. Ed è un peso, assolutamente virtuale ma fondamentale, che nessuno sa quanto possa contare nella vita di noi tutti.
Ritorna appena puoi, Nick. È importante.

  

6.5.17

Letture quasi obbligate


Capita, oltre che di leggere, anche di dover leggere per impegni presi o altre necessità improvvise e indifferibili. È quello che mi è successo nel corso della scorsa settimana per assolvere a un impegno preso con una rivista che ha commissionato a me e a Silvia Treves un articolo sul tema «Robot, androidi, cyborg e altri esseri semiumani» (il titolo è di mia invenzione), con particolare riferimento a quanto hanno a suo tempo scritto gli autori italiani all'inizio del secolo passato. 
La mia prima reazione è stata: «Ma gli italiani hanno scritto qualcosa sul tema? Maddai!», ma ho dovuto prendere nota – una volta di più – della mia ignoranza: non che abbia trovato poi moltissimo, ma qualcosa c'è anche nel mondo semidimenticato della narrativa d'anteguerra (prima della Prima Guerra Mondiale) e dell'interguerra. 
Ovviamente il primo soggetto al quale ho pensato è stato Emilio Salgari, che sapevo comunque appassionato alla scienza fantastica – il termine «Fantascienza» è nato nel 1952, inventato da Giorgio Monicelli –, anche se non un grandissimo produttore di avventure nel futuro. Il libro di riferimento, in questo caso, è stato Le meraviglie del 2000, pubblicato da Bemporad nel 1907 e ambientato nel mondo del 2003.

Leggere Le meraviglie del 2000 è stato comunque un piacere, anche se leggendo è finita col comparire quella che qualcuno ha definito «la visione piccolo-borghese di un italiano di fine '800». Un'affermazione in qualche punto condivisibile, certo, ma ciò che mi ha colpito di più è stata la sottile amarezza con la quale Salgari racconta il mondo di domani, un mondo divenuto insostenibile per eventuali visitatori dal passato perché inquinato da un eccessivo uso di energia elettrica, tanto da rendere «elettrici» anche i suoi abitanti. A colpire è anche la mancanza dell'enfasi trionfalistica – tipica del buon vecchio Jules Verne – nell'enumerare i progressi tecnologici e il sottile sentore di perfida burla che sembra animare il racconto di ogni novità tecnologica, senza contare la semplicità a tratti brutale – gli anarchici deportati ai poli, per fare un esempio – con la quale vengono affrontati i problemi relativi all'ordine pubblico e l'inevitabile resistenza umana ai cambiamenti imposti dal ritmo troppo rapido di mutamento. Se a questo aggiungiamo la sostanziale scomparsa del mondo animale, obbligato a tentare di sopravvivere in un piccolo arcipelago, nasce la sensazione non passeggera che in realtà Salgari abbia scelto – più o meno consapevolmente – di raccontare una distopia, utilizzando il vocabolario di un ottimista a oltranza. Esemplare, da questo punto di vista, la chiusa del romanzo, con i due protagonisti, esuli dal passato, ricoverati in un manicomio e giudicati malati inguaribili in quanto non adattati alla vita «elettrica» condotta dai loro consimili. Un curioso tipo di umorismo, viene da pensare, che mi ha ricordato taluni racconti di P.K.Dick con finali beffardamente crudeli, sul'esempio di Modello 2, un vecchio racconto dove non solo l'umanità viene distrutta dai robot ma i robot stessi hanno iniziato una guerra tra loro...


Altro libro letto è stato L'uomo di fil di ferro di tale Ciro Kahn. «Tale» in questo caso non ha nulla di dispregiativo, dal momento che dell'autore vero e del suo vero nome nulla si sa, nonostante abbia trascorso una buona mezz'ora di ricerca biografica. Di Ciro Kahn mi è anche passato per le mani un racconto del 1931, «Il fabbricante di diamanti», pubblicato su Il Romanzo d'Avventure n° 82, rivista dell'epoca. Un ottimo racconto, carico di un'angoscia fredda e ormai consumata, in tutto e per tutto degno dei coevi racconti di autori d'oltreoceano.
«Ossignùr, ma parli come un uomo della prima metà del secolo scorso... coevi... d'oltreoceano... e la perfida Albione?»
Va bene, va bene. Temo che il contatto con l'italiano letterario dell'epoca di Salgari e Kahn mi abbia contagiato. Ma posso affermare senza tema di smentita... 
«Ricominci?»
No, no... dicevo che posso affermare che L'uomo di fil di ferro è un romanzo quantomeno interessante, sia per il protagonista, un uomo di ferro in senso proprio, il genere di robot che viene investito da un camion e nello scontro è il camion ad avere la peggio, sia per la vicenda narrata, quella di una rivoluzione fallita, raccontata con una sottile dose di perfidia non tanto verso i robot, quanto verso le forze dell'ordine, ovviamente quelle del fascismo dell'epoca futura, nella fattispecie del 1998. Quanto all'Italia raccontata da Ciro si tratta di un paese avveniristico e avanzatissimo, con una capitale degna di tanto progresso, ovvero, per citare il sito dal quale ho scaricato gratuitamente il libro, Finisterrae



Roma del 1998, metropoli futuribile e paradiso futurista di vetro e cemento, con treni velocissimi, marciapiedi mobili e pubblicità onnipervasiva

Ovviamente non proverò nemmeno a immaginare cosa avrebbe detto della Roma reale del 2017 lo stesso Kahn... 


Ho infine riaperto per motivi legati allo stesso articolo, l'antologia Le aeronavi dei Savoia, a cura di Gianfranco De Turris, un'antologia dedicata alla «fantascienza prima della fantascienza», ovvero a una serie di racconti apparsi su riviste dal 1891 (Il chiesofono di un certo P.) fino al 1952 (La fine di Venezia di Berto Bertù), per la maggior parte racconti gradevoli o quantomeno sorprendenti. La fede politica del nostro comunque bravo e appassionato De Turris, tra l'altro curatore di diverse opere di letteratura fantastica presentate qui, è testimoniata da un paio di racconti, il primo scritto dal vicesegretario del PNF, Salvatore Gatto, nel 1931, Vita delle comete, il secondo scritto nel 1948, Non votò la famiglia De Paolis, di Donato Martucci e Uguccione Ranieri, dove ci viene presentato l'esito favorevole alle sinistre delle elezioni del 1948 e il susseguente imporsi di Giuseppe Stalin sulla povera Italia. 
Per il resto ho comunque dovuto riprendere in mano classici della sf e libri quantomeno particolari, come Lo zar non è morto, romanzo ucronico scritto da un «gruppo dei dieci» che comprendeva tra gli altri Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Ma di questo libro credo parlerò una delle prossime volte.