31.7.19

Il Mare Obliquo 25

Klog e i suoi compagni sono ora ospiti dei Notturni del grande castello. Qui incontrano un Neek, ovvero uno degli ultimi a essere nati da un nottturno e un umano. E qui a Klog accade di vivere un incubo particolarmente angoscioso.
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– Ha funzionato. – Commenta Fahgön. – Un oggetto veramente utile.
Dall'altra parte del ponte un vasto atrio illuminato dalla fioca luce delle candele li attende e non appena l'ultimo di loro ha superato il limite del crepaccio, la porta di pietra torna a chiudersi lentamente.
– Eccoci in trappola come topi. – Dice a bassa voce Matushka guardandosi intorno.
Sul fondo della vasta sala un'ampia scala di pietra scura sale verso altri appartamenti. Un corrimano di metallo bruno fiancheggia i gradini che procedono con un ritmo di sette, interrotti da un gradino più ampio dove complicati sostegni decorati con motivi a mezzaluna sorreggono grandi lampade ad olio.
– Belli, belli ma un po' tetri. – Commenta Plinio, volgendo poi gli occhi verso l'alto ad ammirare l'alto soffitto a cassettoni, dove si ripete con piccoli cerchi e semicerchi d'argento e d'oro brunito lo stesso motivo dei cicli lunari.
– Indubbiamente si tratta di Notturni. – Commenta Basso Okme. – Probabilmente una delle famiglie più antiche di quel popolo.
Un leggero movimento al vertice della grande scala, dove essa scompare nell'oscurità richiama l'attenzione di tutti.
– Eccoli…– Sussurra Matushka.
Le creature che vengono ad accoglierli sono due, procedono con molta lentezza e dignità, scivolando nascoste da grandi e leggeri mantelli. Una volta giunti quasi al termine dei gradini si fermano ad osservare i visitatori, illuminati dalla luce delle lampade ad olio.
Si tratta di due Notturni molto anziani, dal corpo esile e dalla carnagione tanto chiara da essere quasi trasparente.
– Siete voi dunque maghi, musicisti o entrambe le cose? – Li apostrofa uno dei due, immobile come una statua.
– Rechiamo con noi un oggetto magico capace di suonare per tutti coloro che lo ascoltano, cortesi Duhit-Uin. Che la Luna guardi i vostri passi e che la brezza sia tiepida e risvegli i vostri ricordi più belli.
Klog guarda con ammirazione Matushka, chiedendosi dove mai la piccola volpe abbia imparato quelle formule di cortesia, evidentemente gradite ai Notturni, creature notoriamente formaliste.
Il Notturno che sembra più anziano approva con un breve movimento della mano, fine come una delicata scultura. – I motivi di svago sono così rari in questi tempi, gentili tiiunnh che siamo ben felici di invitarvi a trascorrere la notte che sta per sorgere nella nostra residenza.
Con un cenno i due notturni indicano la scala e si volgono per precederli. Con un cenno molto meno raffinato Matushka invita la compagnia a salire i gradini seguendo i due Duhit-Uin che procedono quasi danzando, dando la sensazione di non sfiorare neppure la pietra di cui è fatta.
Al termine della scala procedono lungo un ampio corridoio illuminato da piccole lucerne che sprigionano una luce azzurra simile ad un riflesso di luce sul fondo di un lago. Sulle pareti sono appesi ritratti di altri notturni, alcuni in abiti dotati di alti collari rigidi che rendono i loro visi ancora più sottili e delicati, pochi altri dipinti con indosso splendide armature decorate con il motivo della luna crescente, altri ancora con grandi cappelli dalle strane forme geometriche. Klog guarda con uno stupore moltiplicato da una leggera sensazione di allarme gli splendidi quadri e la fredda, geometrica bellezza delle decorazioni delle lampade. Lo stile, la forma sembra essere ormai l'unica sostanza di quello strano popolo, divenuto ormai la spoglia vuota di se stesso.
Nel corridoio, dal pavimento a grandi rombi di pietra nera incorniciata da sottili filamenti d'argento, l'aria sembra ancor più sottile che all'esterno ed i rumori risuonano ovattati, come se provenissero da una grande distanza.


– Allora, miei gentili Tiiunnh, quale raggio di Luna vi ha condotto in questi luoghi così appartati? – Domanda il secondo Notturno, una gentile Duith-Uinn dalla voce profonda e carezzevole, ricca di originali risonanze che ricordano le note più basse di un'arpa.
Comodamente seduto su un ampio divano, più simile ad un grande cuscino per metà adagiato alla parete, Klog tossicchia e riporta gli occhi sugli squisiti ospiti dopo essersi concesso un lungo esame delle stanza e dei suoi arredi, giungendo ad una conclusione lusinghiera in merito all'antica civiltà dei Notturni.
– Mi perdonerete Duith-Uinn se prima di rispondervi impiegherò un po' di tempo per lodare la bellezza della vostra rocca. Ho veduto molte auguste dimore nella mia vita, soprattutto quando giravo per le Rocche del Palediun con la Compagnia di Mastro Primo Corak, mi sia concesso dirlo un volgare sfruttatore ed imbroglione, ma raramente o forse mai ho veduto tanta bellezza insieme austera e suggestiva.
I due Notturni accettano il complimento con un cenno del capo molto misurato e dopo un conveniente istante di attesa è lei, Tianin, a percuotere delicatamente un piccolo campanello di cristallo creando una nota leggera e persistente, come se fosse l'aria stessa a cantare.
Da una porta posta sul fondo dell'ampia stanza una terza creatura fa il suo ingresso. I suoi occhi non brillano come quelli dei notturni ed i suoi movimenti non sono altrettanto eleganti e sorvegliati, in compenso la sua figura, altrettanto sottile e magra, lascia trasparire vigore ed impazienza, mitigate da una sorta di incertezza trasognata, come se la mente di quel terzo personaggio fosse assorta in tutt'altri pensieri.
– Gentili Tiiunnh, vi presento nostro nipote, Gudre-Yinnu. – Annuncia Huighian, compagno della bella Tianin.
Klog e gli altri lo osservano con attenzione e ricambiano il profondo inchino del nuovo arrivato.
– Un Neek. – Esclama a voce bassissima Matushka guadagnandosi un'occhiataccia di Plinio.
– Esatto, proprio di un Neek, un mezzosangue si tratta. – Interviene Tianin, distante alcuni metri dalla piccola volpe. – Gudre-Yinnu è ben conscio di questo e certo non se ne sente sminuito.
– Perdonatemi, ve ne prego. – Matushka volge lo sguardo per un attimo verso Tianin e Huighian, per poi tornare a fissarlo sul Neek. – E perdonatemi anche voi, Duith-Uinn Gudre-Yinnu, ma nella mia vita non ho mai incontrato un vero Neek, cioé volevo dire…Ecco, pensavo si trattasse solo di leggende…
È lo stesso Neek ad interrompere il confuso ed imbarazzato discorso di Matushka. – È vero, simpatica Fuij-Ku, io stesso mi sento spesso reale e vivo quanto il personaggio di una fiaba.
Matushka sorride udendo il nome dato dai notturni ai membri della sua razza ed accoglie con una piccola riverenza la frase spiritosa della creatura.
– Puoi provvedere a qualche piccolo conforto, Gudre-Yinnu? – Chiede Huighian al Neek che dopo un rapido cenno di assenso scompare nuovamente.
– Il motivo per il quale ci troviamo qui, gentili Duith-Uinn, non è facile né breve da raccontare. – Inizia a dire Basso Okme. – Proveniamo dalla Foresta di Canddermyn ed andiamo verso le Montagne dell'Orlo Ultimo alla ricerca di Fieduin la Pietra. Non è un viaggio di piacere, il nostro, ma di una missione affidataci dagli Erbani che vivono nella selva e dalla Fata Sibiell. Il fatto è che… – L'Uccello di legno si interrompe perché in quel momento è rientrato nella stanza Gudre-Yinnu, recando un ampio vassoio carico di piccoli piatti, svasati e profondi come ampie scodelle, in ciascuno dei quali è ospitato in piccola quantità un diverso cibo. Con un secondo viaggio il Neek trasporta alcune caraffe molto alte e sottili, contenenti liquidi limpidi e colorati.
– Prego, Tiunnh, dedicate un po' di tempo a voi stessi. – Dice Huighian con una punta di solennità nella voce, come se stesse ripetendo una formula prestabilita.
– Grazie, ma voi… – Inizia a dire Plinio prima di essere interrotto da un calcio nella caviglia da Matushka che ha l'occasione per rendergli l'occhiataccia di poco prima.
– Vi ringraziamo, Duith-Uinn, e vi preghiamo di assistere al nostro pasto. – Matushka pronuncia la frase con una punta di enfasi, cercando di distogliere l'attenzione dei Notturni dall' espressione offesa e perplessa del gatto.
– Accogliamo la vostra richiesta. – Approva Tianin.


Quello scambio di battute richiama alla mente di Klog una notizia letta o udita molti anni prima e molto presto dimenticata. In essa un ignoto viaggiatore spiegava che presso i Notturni era considerato sconveniente nutrirsi in pubblico e che essi erano soliti consumare i propri pasti in perfetta solitudine, tranne in rari casi, determinati da un rigido rituale o se obbligati dalle circostanze.
Il Boldhovin lancia un'occhiata al promettente vassoio posato su un basso tavolo di cristallo smerigliato, decorato con leggeri disegni di uccelli o altri volatili scavati nella superficie opaca, che brillano delicatamente alla luce delle lampade, e quindi al Neek, in piedi a pochi metri da loro, chiedendosi oziosamente se quelle bizzarre regole valgano anche per i mezzosangue.
Dopo qualche attimo di attesa è lo stesso Gudre-Yinnu a rompere gli indugi, porgendo a Plinio un piatto pieno a metà di piccoli chicchi verdi e semitrasparenti, leggermente screziati di chiaro.Il Gatto ne afferra uno, incerto, e se lo porta alla bocca. Un attimo dopo un'espressione di contenuta soddisfazione ha sostituito la perplessità sul volto di Plinio, che si affretta ad ingoiare un'altro chicco.
Per qualche minuto l'unico rumore ad udirsi nella stanza è quello prodotto dall'educato moto delle mascelle degli ospiti dei Notturni, la cui attenzione sembra, in quel frangente, attirata solo dai sottili disegni color seppia del grande arazzo che domina la sala.
Quando l'appetito degli ospiti sembra dare segni di stanchezza è Tianin a parlare nuovamente. – Gentile Tiiunnh Basso-Okme, non desiderate riprendere il vostro racconto, tantopiù che vi vedo assai poco interessato al cibo?
L'Uccello di Legno, perso in qualche riflessione o forse intento a continuare la composizione abbozzata nel pomeriggio, sobbalza nel sentirsi chiamare. – È la mia natura molto peculiare, Duith-Uinn Tianin, a impedirmi di apprezzare la squisitezza di tale pratica. Certamente avrete udito degli uccelli- di- Legno del grande Kerfilluan.
– Egli dormì alcune notti in questa rocca, durante il suo viaggio verso le terre del Tramonto, in un tempo nel quale io non ero ancora neppure disceso dal Terzo strato di Nubi. – Interviene Gudre-Yinnu.
– Ma si dice che egli non fosse più che l'ombra di se stesso in quei giorni.
Basso Okme annuisce lentamente. – Egli aveva perduto l'anima facendone dono a noi Uccelli- Di-Legno. Ma si tratta di ricordi dolorosi, sui quali spero non vi dispiacerà se non mi tratterrò.
Un cenno del capo di Huighian lo invita a continuare.
– Strani fenomeni sono avvenuti nella Selva di Canddermyn negli ultimi giorni, Duith-Uinn: prodigi malefici, strane visioni ed ancor più strane sensazioni. Molti alberi della selva sono colti da una specie di malattia che non sembra ledere la sostanza delle piante quanto piuttosto mutarla, come se esse dovessero adattarsi ad un'altro mondo ed ad un'altra luce che non sia quella del sole o della luna. Esse sembrano acquisire la sostanza del più solido e buio cristallo, mentre le loro foglie sembrano trasformarsi in piccole lamine di un metallo leggero e scuro ed è impossibile separarle dai rami o spezzarle e piegarle, sempre che si desideri avvicinarsi alle piante colpite da tale morbo, perché l'aria nelle loro vicinanze è strana ed insana ed il respiro stesso diviene difficile e penoso.
– Ben tristi notizie portate dal mondo diurno, Tiiunnh, anche se non completamente inaspettate. – Gudre-Yinnu abbandona la sua posizione defilata per prendere posto su uno scranno dalla fragile intelaiatura di legno scuro e coperto da una stoffa leggera color ametista. – Noi qui conduciamo vita appartata, ma non tanto da non udire sentore, a tratti, di eventi di grande importanza.– Spiega il Neek. – I Gu'Hijirr che salgono fino a questa rocca per offrirci oggetti e stoffe preziose raccontano nel modo confuso e pettegolo tipico della loro razza, di ciò che odono da altri mercanti e viaggiatori. E gli ultimi saliti fin qui mi hanno narrato di tratti di mare dove l'acqua è divenuta come ghiaccio scuro e di navi trasformate, con tutto il loro equipaggio, in scogli di pietra sorgenti su quel mare immobile.
Klog, che ha appena terminato di portarsi alla bocca l'ultimo boccone, fissa con astio il Neek, come se volesse rimproverarlo di attentare alla sua ben meritata digestione.
– Si tratterà, gentile Duith-Uinn, come tu stesso dicevi di confusi pettegolezzi e di leggende. – Azzarda speranzoso il Boldhovin.
– No. – Il tono di voce di Gudre-Yinnu ha perso la leggerezza tipica della conversazione per farsi netto e preciso. – Essi mi hanno portato a vedere un frammento di quel materiale pescato a largo di Capo degli Aironi ed io tuttora lo custodisco in una teca del mio laboratorio, senza aver potuto constatare alcun cambiamento in esso, pur avendo utilizzato diverse sostanza per ridare ad esso la sua sostanza liquida.
– Othu-Diu, il più anziano dei nostri maghi ha esaminato quella sostanza. – È ora Tianin a parlare. – Ma non vi ha riconosciuto in essa alcunché di familiare. Essa è inerte come pietra di rena ed altrettanto indistinta, eppure non pare possibile spezzarla né ridurla a componenti più semplici.
– Essa è già semplice. – La interrompe Gudre-Yinnu, sconvenienza cha non provoca in Tianin null'altro che un'occhiata di blanda curiosità. – Essa è l'assoluta semplicità della materia, il primo gradino di essa, il recinto oltre il quale si agita il puro Nulla. 

 
– Si tratta di una semplice teoria, Gudre-Yinnu. Othu-Diu e gli altri maghi non l'approvano né la condividono. – Interviene Hiughian.
– Othu-Diu e gli altri non potranno mai riconoscere che un Neek possa avere ragione e loro torto. – Replica Gudre-Yinnu senza preoccuparsi di nascondere l'ira e l'amarezza. – Hanno proposto forse altre interpretazioni credibili?
– Hanno attribuito la cosa ad una perturbazione della luce, nata sulla stella diurna e destinata a presto cessare. – Spiega Tianin.
– Già, hanno passato un ciclo di sonno a guardare con il cristallo affumicato la Stella Diurna e poi tra grandi sbadigli hanno deposto l'uovo della loro grande spiegazione, senza preoccuparsi neppure di sapere com'era prima la superficie della Stella Diurna.
– Non avevano bisogno di farlo. È bastato loro leggerlo nei nostri libri. – Replica con una punta di imbarazzo Huighian. – Se dovessimo ripetere sempre le stesse osservazioni che costrutto vi sarebbe nel possedere i libri?
– I libri, i libri, sempre e solo i libri! – Gudre-Yinnu quasi urla mentre Klog approva con grandi cenni del capo quella che gli sembra una giusta indignazione che accomuna libri, saggi e noiosi di ogni genere e risma. – Nessuno ha neppure più il coraggio di scriverne per paura di non essere all'altezza dei grandi Maestri del passato e per paura di essere mangiato vivo da gente come Othu-Diu. Su questa via c'è solo la morte, per noia e conformismo.
– Non devi essere ingiusto, Gudre-Yinnu. La Ruota sta percorrendo la parte bassa del suo giro, presto tornerà a salire e noi con lei. – Tianin ha pronunciato la frase a voce bassa, quasi lei stessa ne dubitasse.
– E se il mondo non si trovasse su una ruota come ha detto il grande Thyu-Denn? Se invece esso potesse degradarsi senza limiti? Potremmo perdonarci allora di avere atteso inutilmente senza nulla tentare?
– Il mondo può sopravvivere senza i Notturni. – Dice sommesso Huighian.
– Certo, ma il mondo può sopravvivere senza nessuno? Senza Gu'Hijrr, Syerdwin, Erbani, Uomini? Senza fate, senza alberi, senza erba né acque limpide? Senza speranze può vivere un mondo, Huighian?
– Ti intendo, Gudre-Yinnu. Hai avuto il permesso di operare esperimenti e sortilegi in questa rocca e di tentare ciò che puoi. Non puoi chiedermi di essere diverso da me stesso, tuttavia.
– Lo so, Huighian e lo so anche di te, Tianin. Ed è questo il peso più gravoso da portare. – Spiega il Neek ed il suo sguardo per un attimo dà la sensazione di brillare debolmente, come quello degli altri Notturni. – Chiedo il permesso di ritirarmi. – Aggiunge bruscamente.
– Accordato.
Dopo un rapido saluto ai loro ospiti il Neek scompare attraverso la porta che lo ha condotto nella stanza lasciando i presenti confusi ed imbarazzati.
I due Notturni tacciono a lungo senza guardarsi, quasi non ricordassero la presenza al loro cospetto dei Tiiunnh. Infine è Tianin a parlare: – Sappiamo che voi gente diurna avete l'abitudine di riposare sotto la luce della Luna. Le vostre camere sono già state approntate, se desiderate servirvene… altrimenti saremo ben lieti di apprezzare ancora la vostra compagnia.
– Purtroppo le abitudini dei miei compagni sono quelle che avete testé denunciato. – Dice Basso Okme osservando Plinio che fa sforzi sovrumani per non abbandonarsi ad un fenomenale sbadiglio. – Per quanto mi riguarda, tuttavia, data la mia natura non mi è difficile ignorare la luce del sole e della luna. – L'Uccello-di-Legno estrae da una tasca il libro magico affidatogli da Mastro Selestin. – Se lo desiderate…
– Ben volentieri. Udire buona musica è così raro qui. Vi preghiamo di trattenervi, mastro Basso Okme.– Risponde Tianin per entrambi i Notturni.



Dalla sua stanza, una mansarda debolmente illuminata dalla luce della luna, Klog ode lontana e debole come un sogno la musica emessa dal libro magico e la cosa, piuttosto che favorire il sonno suscita in lui molti più pensieri di quanto sarebbe preferibile in quelle circostanze.
Di fianco al suo letto una mano misericordiosa ha deposto un'ampolla piena di un liquido dotato di un delicato profumo già assaggiato poco prima a tavola e presentato dal Neek come un liquore dotato della proprietà di favorire dapprima un'allegria né volgare né fracassona seguita da un sonno calmo e dolce. Il Boldhovin se ne serve generosamente e torna a posare il capo sul cuscino chiudendo gli occhi.
Di nuovo, come in un sogno tormentoso, si ritrova nella piana dove ha incontrato i Silvani che gli hanno affidato la Pietragemella e rivede il volto antico e stanco di Quedhe.
Voglio riposare, Klog. Voglio affidarmi alla terra tiepida e profumata alla quale appartengo. Dice senza muovere le labbra il Silvano.
Aiutami, Klog, non fermarti.
Non mi fermerò. Risponde senza parlare il Boldhovin.
Ricorda la tua vera natura, Klog. Tutti noi attendiamo e vediamo. Se lo vuoi anche tu potrai.
Cosa devo vedere Quedhe?
Non chiedere, Boldhovin.
Cosa volete da me, padri?
Ci odi, Klog?
Io credo di sì, Quedhe. Siete milioni e milioni, ma la vostra voce è delicata come lo stormire di una fronda ed è altrettanto facile udirla che non udirla.
Tutti possono udirla, Klog, se solo lo desiderano, e tutti possono vedere ciò che noi vediamo. Non chiedere Klog e guarda!
Come se un vulcano si fosse aperto sotto i piedi dei Silvani raccolti davanti a lui nella piana, un vapore spesso e bianco invade completamente la terra ed il cielo nascondendo ogni oggetto ed ogni presenza ai suoi occhi. In quella Nebbia Klog si vede muoversi come un cieco, le mani protese davanti a sè a cercare di riconoscere qualcosa di familiare. Finalmente il profilo di Quedhe appare sfumato tra i vapori e Klog corre verso di lui, felice come un bimbo che abbia perduto i genitori in una grande calca. Ora Quedhe è davanti a lui, immobile e il Boldhovin allunga una mano per toccarlo. Al suo leggero tocco il Silvano oscilla come un enorme birillo e Klog lo guarda spaventato. Gli occhi di Quedhe sono chiusi, sigillati e abbassando lo sguardo il Boldhovin vede che il corpo di Quedhe termina di netto in basso, come quello di un albero reciso.
Non ha più le radici! Grida disperato il Boldhovin, ma neppure il suo urlo risveglia l'anziano Erbano che infine crolla a terra come una colonna spezzata dalla base.
– Klog, Klog, ma che diavolo hai?
La voce di Matushka ed il suo tocco non troppo gentile risvegliano Klog dal suo sonno tormentoso.
– Che ti è preso, hai bevuto troppo?
– No, ho sognato.
– Non doveva essere un bel sogno, caro Klog. Le tue urla devono essere giunte fino a Canddermyn.
– No, non era un bel sogno, Matushka.
– Mamma mia, che brutta faccia hai. Immagino che adesso ci chiederai di dormire con te, vero?
– Sì. Non osavo farlo ma se sei tu a dirlo…
– Io parlo troppo, Klog. Vieni con me, andiamo da Plinio. Ah, senti, di quali radici parlavi?
– Delle radici del mondo, Matushka.
– Beato che ti capisce, Boldhovin, vieni ora, te lo chiederò ancora domani.


28.7.19

Il Mare Obliquo 24

Klog, Matushka, Plinio e Basso Okme hanno ripreso il loro viaggio e salgono le alte montagne che li separano dalla prossima tappa. Basso Okme ha con sé un libro affidatogli dal Maestro Selestin che molto presto si rivelerà fondamentale per il proseguio del viaggio...
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– Che cos'è quell'oggetto che tieni in mano, Basso Okme? – Chiede Plinio.
L'Uccello-di-Legno, immerso in chissà quali pensieri o fantasticherie, sobbalza. – Un libro magico, me lo ha affidato Maestro Selestin quando siamo partiti. – Spiega. – «Quando sarete molto lontani da qui, quando vi sentirete molto soli e la nostalgia vi sembrerà insopportabile, apritelo.» Mi ha detto. Ed ha aggiunto con un sorriso:«Un libro è sempre la migliore compagnia.»
Klog guarda con sospetto il piccolo volume. – I libri mi ricordano gli istitutori, i sapienti, i bibliotecari, i mercanti di libri: tutta gente pedante e senza fantasia, presuntuosa e chiacchierona. Forse ci avrebbe fatto più comodo una spada magica o qualcos'altro del genere.
Basso Okme scrolla il capo. – E quando ti verrà una gran voglia di tornare indietro cosa farai, Klog? Abbraccerai il tuo pezzo di metallo e te ne sentirai tosto consolato?
– Bisognerà vedere se mai riuscirò a provare la nostalgia che dici. Disarmati o quasi come siamo potremmo non riuscire ad allontanarci abbastanza. Senza contare che mi fido poco delle nostre cavalcature.
– E perché poi? Preferisci proseguire a piedi? – Commenta stizzito Fahgön il cervo che lo trasporta. – Stupido Boldhovin ricordati che ti porto perché me lo ha chiesto la Fata Sibiell e che io avrei preferito di gran lunga rimanere nel mio bosco a pascolare ed a combattere per le femmine.
– A pascolare cosa, Fahgön, l'erba divenuta vetro?– Chiede malignamente Matushka. – Se sei venuto con noi insieme ai tuoi amici un motivo c'è.
– Beh, questo è un altro discorso, sorellina. – Concede l'anziano cervo, scuotendo l'imponenente palco di corna. – Ma comunque non è nostro costume portare gente in groppa come fanno i Denti-Gialli o gli Orecchie-Lunghe, quindi vorremmo perlomeno un po' di considerazione in più.
– Concessa, concessa, per carità. Sapevo bene che i cervi sono permalosi e irascibili ma non credevo… – Inizia a dire Klog, subito interrotto da Bunke, il cervo che porta Plinio:
– Giusti e onorevoli, vorrai dire.
– Giusti ed onorevoli, certo. – Si affretta a dire il gatto. – Come negarlo?
– Infatti, infatti. Mi hai giusto tolto la parola di bocca.– Aggiunge Klog.
La frase del Boldhovin è accolta da un cenno di approvazione di Fahgön che pronuncia una breve frase nella propria lingua allungando il passo.
Nella mezz'ora che segue più nessuno parla. Le loro cavalcature avanzano su uno stretto sentiero scavato nella parete della montagna e solo Bunke di tanto in tanto fa qualche commento acido sulla necessità di trasformarsi in capre o stambecchi per camminare su quel percorso così poco agevole.
A quell'altezza non ci sono più alberi, solo erba giallastra, muschio e pietre. Sotto di loro nella stretta valle i grandi abeti e i castagni fasciati da nebbie impalpabili come ragnatele bagnate di rugiada li osservano immobili, come un gigantesco e scuro esercito pronto a muoversi lento e possente per risalire la parete ripida.
Klog lascia che il suo sguardo vaghi sulla foresta, che la sua fantasia corra lungo il suo confine capriccioso, individuando i comandanti di quella silenziosa armata, i vessilli verdi e grigi che sporgono dalle chiome delle piante più alte, le esili betulle vestite di chiaro che corrono da un gruppo all'altro recando gli ordini dei grandi castagni che li comandano, i piccoli gruppi di faggi che fiancheggiano disordinatamente la grande massa di silenziosi guerrieri, come cavalieri ansiosi di combattere e le grandissime rocce coperte di muschio rossastro, come carri o macchine da guerra. Il sogno ad occhi aperti lo assorbe completamente, tanto che il Boldhovin non si accorge dei profondi strapiombi che si trovano a costeggiare passando su minuscoli sentieri, né vede i massi in bilico che sovrastano il loro cammino.


Al termine della parete una vasta piana limitata dalla corona di picchi li attende, mentre il sentiero si fa più largo e comodo, passando tra grandi rocce cadute disordinatamente sul terreno come scagliate da un Dio rabbioso.
I quattro cervi, Fahgön, Bunke, Dernuf e Og, visibilmente stanchi si scambiano un'occhiata facendo oscillare lentamente i palchi mentre si scambiano frasi nella loro lingua. Al termine della breve consultazione è Og, il più giovane a parlare.
– Abbiamo fame e qui ci sono bacche ed erbe che ci sembrano abbastanza mangiabili, quindi ci fermiamo. Se non vi dispiace vi chiediamo di scendere.
– Certo. – Risponde Matushka scivolando dalla groppa di Dernuf, subito imitata dagli altri tre.
– Mentre i nostri amici si procurano un pasto, che ne direste di fare altrettanto? – Propone Klog intento a compiere una strana danza per sgranchire le gambe irrigidite dalla fatica di tenersi in sella. – Quest'aria così fina mi mette un appetito…
– L'idea non è cattiva. – Concede Plinio ed estrae dalla bisaccia una borsa di cuoio decorata dal complicato disegno di un fiore dai molti petali.
– Che cosa preferite? – Chiede il gatto.
– Per me una trota ai mirtilli rossi con patate al rosmarino ben calde sarebbe ideale. – Risponde Klog.
– Va benissimo anche per me. – Approva Matushka.
– Approvata all'unanimità. Con un buon boccale di sidro. – Conclude Plinio che immerge una mano nella sacca di cuoio traendone una grossa trota fragrante adagiata in un grande piatto ovale in compagnia delle patate novelle.
Mentre tre dei viaggiatori consumano il pasto offerto dalla borsa magica appartenuta a Kerfilluan il quarto, scarsamente interessato a quel tipo di passatempo data l'assenza di stomaco, decide di dare un'occhiata ai dintorni.
Il cielo sopra di loro è di un azzurro tanto lucido e scuro da dare una sensazione inquietante di profondità. «Bello.» Osserva tra sé Basso Okme. «Sarebbe interessante fare di questa sensazione una piccola composizione. Un tre quarti, sicuramente, un valzer lento almeno per le prime misure. Si potrebbe iniziare con un Sol, tenuto per diciamo tre misure, poi un la bemolle, una croma, poi di nuovo Sol, La, Re diesis…» Mentre l'Uccello-di-Legno compone mentalmente la sua piccola sonata procede verso il limite della piccola piana che degrada rapidamente in un canalone che la separa da un'alta parete di roccia. Basso Okme giunge fino al limite del canalone, constata che è profondo diverse e svariate braccia e contempla inorridito per qualche secondo la possibilità di caderci dentro, cosa che che lo induce a fare qualche passo indietro.
Quando distoglie lo sguardo, riportandolo sulla scabra parete di fronte a lui, qualcosa calamita il suo sguardo. La luce solare che nasconde i rilievi della parete procedendo lungo il sentiero, qui cade in modo differente, facendo balzare all'occhio le sporgenze e le irregolarità.
L'Uccello-di-Legno la osserva a lungo con attenzione, inclinando la testa di lato per mettere meglio a fuoco i particolari.
– È una casa, quella. – La voce di Fahgön, giuntogli alle spalle, interrompe l'osservazione di Basso Okme.
– Sì. – Approva l'Uccello-di-Legno inicando le sottili feritoie delle finestre e le torri aguzze, simili a sporgenze stranamente regolari della roccia.
– La rocca di un Notturno, a mio parere. Gli abitanti della casa stanno certamente dormendo.
– Non mi piacciono molto. – Osserva il cervo. – Ma devo ammettere di non averne mai visti. D'altro canto noialtri siamo stanchi e non penso che entro il tramonto saremo riusciti a valicare le montagne. Conseguentemente mi sembra consigliabile passare la notte dietro quei muri piuttosto che affrontarla allo scoperto. 

 
Basso Okme non rileva il tono deciso, tipico del suo popolo, del cervo e dopo qualche secondo di riflessione approva.
– Credo anch'io che sarebbe consigliabile. Andiamo a sottoporre agli altri la proposta.
Il cervo scuote il palco di corna perplesso e mentre accompagna Basso Okme fa alcuni commenti a bassa voce sulla necessità che sentono sempre i bipedi di chiacchierare un po' prima di fare ciò che è evidentemente giusto e confacente. "Disciplina, manca loro la disciplina." Osserva tra sé Fahgön."A stare a sentire quello che ha da dire ogni novellino o ogni femmina si perde solo tempo e si fa confusione. Non è tutto più chiaro se a comandare è chi ha più forza e più peso?" Poi il cervo guarda la fronte vuota e le teste nude dei suoi compagni di viaggio ormai vicini e scuote il capo. "Beh, non si può pretendere troppo dai bipedi testa-nuda."
– Avete fatto una bella passeggiata? – Si informa Matushka, sdraiata a digerire sul morbido muschio.
– Soprattutto una passeggiata istruttiva. – Risponde Basso Okme. – Abbiamo trovato un rifugio per la notte.
Le reazioni alla proposta di bussare alla porta dei Notturni sono di un genere tale da gettare nello sconforto qualsiasi cervo.
– Piuttosto dormo con una di quelle rocce come coperta. – Protesta Klog. – I Notturni sono creature bizzarre e crudeli, volano come pipistrelli ed hanno lo sguardo come spettri.
– Io una notte murata viva lì dentro non la passo, piuttosto cammino fino all'alba di domani. – Prosegue Matushka. – I Notturni sanno di morto e di vecchia polvere, dormirei malissimo.
– Ma in fondo… – Inizia Plinio subito interrotto da Klog:
– TU ci andresti?
– Beh…
– Dillo allora, tu ci andresti?
– La finiamo? – La voce bassa e irata di Fahgön interrompe il Boldhovin. – Noi andremo. Se domani mattina sarete morti di freddo noi continueremo da soli.
Klog fissa il cervo con sospetto. – Ma voi siete tutti d'accordo?
Fahgön lo guarda serio. – È ovvio, io sono d'accordo.
Il Boldhovin allarga le braccia. – Ma come si fa a discutere con voi? –
Il cervo inclina la testa di lato, mostrando una punta di perplessità. – E che bisogno c'è di discutere?
Og, Bunke e Dernuf approvano scuotendo i palchi di corna.
Klog li guarda uno per uno aggrottando la fronte ed emette un lungo sospiro. – Nessuno mi aveva avvertito. – Commenta tra sé a mezza voce.
– E va bene, allora muoviamoci. – Matushka si alza in piedi scuotendosi di dosso i frammenti di muschio secco. – Bella democrazia! Vero che ci andrai tu, Plinio a disturbare i morti?
Il gatto la guarda calmo ed indica il sole non troppo lontano dal limite dell'orizzonte. – Guarda che Basso Okme e Fahgön hanno ragione, non abbiamo più di due ore di luce e non possiamo arrivare a valle in così poco tempo.
– Va bene, va bene! Sbrigati allora, vai a chiamarli.
La piccola brigata arriva fino al bordo del crepaccio e qui si ferma.
– Qualcuno ha pensato come fare ad arrivare di là?– Chiede sarcastico Klog.
Plinio annuisce con un lento cenno del capo. – Sicuramente hanno un ponte levatoio. Il problema è quello di farlo abbassare. 

 
– Già. Potremmo suonare una tromba se ne avessimo o mandare un messaggero volante per farci annunciare. – Commenta Matushka. – Oppure possiamo metterci ad urlare come disperati fino a quando gli occupanti del castello non decideranno di prenderci a sassate.
– Trombe… – Dice a mezza voce Basso Okme. – Che io sappia i Notturni sono molto amanti della musica.
– E con questo? Vuoi presentarci tutti, cervi compresi come musici? E gli strumenti? – Klog si porta due dita alla bocca. – Potrei fare un concerto a forza di fischi, volendo, ma dubito che incontrerebbe il favore dei gentili ospiti.
L'Uccello-di-Legno non gli risponde ed estrae dalla capace bisaccia di Plinio il piccolo libro donatogli da Maestro Selestin. Lo apre con cura, lo sfoglia per qualche istante poi con un leggero movimento tira la funicella di seta che funge da segnalibro.
Immediatamente dalle pagine del piccolo volume si levano forti e nitide le note della "Sinfonia del Lago d'Autunno" composta da Bariton'Onodio molti anni prima.
Per qualche minuto non avviene nulla e la struggente melodia dell'oboe echeggia nell'intera valle, lenta ed estenuante come le piccole onde delle acque autunnali finché un'alta sezione della parete si stacca dallo sfondo, scendendo lentamente verso il crepaccio fino a formare un largo ponte sul quale la piccola compagnia si avvia esitante.

23.7.19

Il Mare Obliquo 23

e
Usif-Lizhi e il Duca Kwister decidono di unire le proprie compagnie, con qualche piccolo problema di convivenza e una sinistra sorte da affrontare.
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– Fieduin la Pietra? E chi sarebbe costui? – Chiede Share Harvaiun recando fuori dalla stalla il proprio cavallo e quello del Duca Kwister.
– Ne so quanto te. – Kirzil si stringe nelle spalle. – Ne ho sentito parlare a bassa voce iersera tra il Barone Enklu ed il mio Signore. Mi sono avvicinato ma il loro discorso è terminato di colpo. Credo, ma vado a naso, che quel nome sia venuto fuori dopo il colloquio del mio Signore con la fata Mahaderill.
– Mi era parso di udire il nome dell'Angelo dell'Aridità… – Inizia a dire Harvaiun.
– E chi sarebbe mai? Ah già, deve essere il nome che date voialtri all'Ombra di Sangue, non è vero?
Il Syerdwin annuisce solennemente. – Già. Non è che adesso mi dispiaccia particolarmente questo cambio di programma. Il fatto è che non so ancora neppure se condividerò la vostra sorte o meno. – Harvaiun si sforza di sorridere senza troppo successo. – Comunque sarei perlomeno contento di sapere dove giaceranno le mie ossa.
– Hai ragione, pesce. Ma non siamo troppo pessimisti: in fondo i nostri signori sono quanto di meglio c'è in questo momento nel vecchio Orlo del Mondo e se esiste una possibilità di farla in barba a Re Artamiro, a questo Fieduin ed alla cara vecchia Ombra di Sangue siamo noialtri a tenerla in pugno.
– È proprio vero, rospo. Ma adesso vorrei chiederti una cosa che mi incuriosisce molto. Posso?
Con un gesto della mano che a Kirzil sembra molto nobile e magnanimo il Gu'Hijirr autorizza il suo interlocutore a chiedere.
– Bene. È vero, come ho udito sussurrare, che i Notturni sono creature tanto silenziose da giungerti alle spalle senza che tu le possa udire e che quando vogliono possono volare?
Kirzil riflette per un attimo prima di rispondere. – Silenziosi sono senz'altro silenziosi, questo ho potuto constatarlo anch'io. E sono silenziosi quanto sono di orecchio fine, tanto da poter udire l'erba crescere. In quanto al volare credo che questo gli sia perfettamente possibile, come un sacco di altre cose che noi creature del giorno non riusciamo a fare.
– Ma tu l'hai mai veduto volare? – Insiste scettico il Syerdwin.
Kirzil si rabbuia. – Credi che io gli sia così intimo? E tu hai mai veduto il tuo Duca azzannare alla gola un rivale? Il Signore Usif-Lizhi è una creatura molto nobile e raffinata e certo non si mette a svolazzare davanti ai suoi servitori per impressionarli.
– Secondo me non vola. – Dichiara Share Harvaiun.
– Per me puoi credere quello che vuoi, stupido pesce. Sei volgare e materialista come tutti quelli della tua razza. – Scatta Kirzil irritato.
– Senti chi parla! Proprio voi rospi che siete tutti bottegai, pirati e prestatori a usura. – Lo rimbecca il Syerdwin. – Voi che a leggervi una poesia vi addormentate, a mostrarvi un quadro sbadigliate ed a teatro approfittate del buio per molestare le dame.
– E voi che puzzate di pesce anche se vi immergete fino al collo nel profumo? Voi che vendete fango ed alghe marce ai bietoloni scrivendo sulla bottiglia "linimento universale"? Voi che vendete per oro lo stagno e se vi riuscisse vendereste anche la luce del sole un tanto al pollice? Proprio voi dite che noi siamo bottegai e pirati? Certo che ci vuole un bel coraggio…
– Comunque secondo me non vola. – Conclude Share Harvaiun. – Nonostante i tuoi insulti che non ritengo nemmeno degni di smentita.
– E io ti dico che vola come e quanto gli pare, col sole, con la pioggia, al buio e controvento, capito?
– Puoi chiederglielo, sta arrivando proprio adesso.– Ribatte il Syerdwin vedendo il Notturno avvicinarsi, il capo ed il corpo avvolti da una stoffa magica tagliata in forma di ampio saio dotato di un grande cappuccio, regalatagli dalla fata Mahaderill per permettergli di sfidare la luce del sole senza troppi danni.
Kirzil guarda l'ignaro Usif-Lizhi poi guarda Harvaiun, il viso atteggiato a beffarda incredulità, stringe le labbra e va verso il Notturno.
– Buongiorno! – Lo apostrofa con un tono stentoreo che fa sobbalzare il Notturno, immerso nei propri pensieri.
– Buongiorno. 

 
– Scusa, mio Signore, ma ho avuto una piccola discussione con questa pulce d'acqua e solo da te posso ottenere la soddisfazione che merito.
Usif-Lizhi guarda Kirzil, interdetto, ed il suo interlocutore che lo saluta con un profondo inchino.
– Di che si tratta? – Chiede.
– Il fatto è che questo verme dubita che tu possa volare. Io ho cercato di convincerlo che la sua incredulità è volgare e inopportuna ma in cambio ne ho avuto solo insulti e beffe. Posso chiedere a te di ristabilire dunque la verità?
– Dove avete udito questa notizia? – Chiede Usif-Lizhi al Syerdwin che, interrogato direttamente ha un moto di allarme.
– Ma sono voci che corrono, dicerie… – Si schernisce Harvaiun.
Il Notturno annuisce. – So dell'esistenza di queste voci. Ma vorrei pregarvi di non farvi mai più accenno: il volo è uno dei segreti della magia del mio popolo, ma questo, come del resto tutta la magia, non è un argomento del quale si possa discorrere a cuo leggero.
Poi, cambiando completamente tono. – Amici miei, mi si chiede se i cavalli sono pronti.
– Lo saranno entro pochissimi minuti. – Risponde Harvaiun correndo all'interno della stalla, subito seguito da un Kirzil confuso e mortificato.
– Hai visto? – Sibila il Gu'Hijirr al suo interlocutore non appena i due si ritrovano da soli nella stalla. – Era tanto vero da essere un segreto.
Il Syerdwin si porta un dito alle labbra. – Non hai sentito cosa ha detto il tuo Signore? Non è un argomento questo del quale si possa discorrere a cuor leggero. Capito pettegolo di un rospo? – Ribatte Harvaiun, allungando il passo per evitare un calcio del Gu'Hijirr.



Una volta abbandonata la cerchia dei nove monti che cingono Verdevima i viaggiatori giungono ad un'ampia radura nella quale la strada si biforca.
– Da quale parte si prende? – Chiede il Barone Enklu che viaggia in testa al gruppo. – Non vi è nessun segnale né alcuna indicazione.
– La strada di sinistra. – Indica Mahaderill. – Porta alle Foreste Sotterrate e da lì al Deserto di Cristallo ed alle Montagne dell'Orlo Ultimo. Su quelle montagne vive Fieduin la Pietra.
– Perdonatemi, mia Signora, ma non era Re Artamiro la nostra meta? – Chiede rispettosamente Jai Wediliun il Mercante.
– Prima di raggiungere la corte del Re dobbiamo incontrare Fieduin la Pietra ed ottenere da lui un pegno per l'Ombra di Sangue. – Spiega concisamente la Fata. Khude, che procede a piedi accanto a lei, senza mostrare stanchezza né fatica, annuisce lentamente.
– Quanto sarà lungo questo viaggio? – Chiede il Duca Kwister di Lö.
– Anche solo una decina di giorni se non incontriamo troppi ostacoli sulla nostra strada. – Spiega Usif-Lizhi. – Ma da quanto ho udito da Mahaderill temo che nessuno potrà darci questa rassicurazione.
Kwister annuisce – Mahaderill mi ha detto che per me non esiste altra strada per conoscere la verità ed io sono felice che essa coincida con la vostra. Come il Barone Enklu sa un antico patto lega la sorte della mia Marrak a quella della Casata di Re Artamiro. Un antichissimo patto, forse saggio o scellerato, non saprei dirlo, coperto da un segreto che nessuno nella mia Marrak ricorda. Io devo sapere, primo o ultimo non importa. – Il duca si guarda intorno stupito lui per primo di aver raccontato il motivo del suo viaggio.
– Siamo in molti ad avere a che fare con un'eredità non voluta né cercata. – Gli risponde Usif-Lizhi. -Sii il benvenuto tra noi, Duca Kwister.
– Grazie. Finché continuerà questo viaggio avrete in me un fedele compagno ed un amico. Ed io spero che così sarà anche una volta che il viaggio sia terminato. – Replica il Duca.
– Così sia. – Conclude Kirzil Pennarossa – Ed ora non sarebbe meglio muoverci, intanto che il sole è ancora tiepido e l'aria limpida?
– Dici bene, Kirzil. – Approva Enklu. – Andiamo allora.



Procedono alternativamente al passo ed al trotto fino a metà del pomeriggio, fermandosi un paio di volte per permettere ai cavalli di bere e pascolare ed a loro stessi di sgranchire un poco le gambe.
Dopo un paio d'ore di cammino hanno abbandonato le terre del feudo di Godren il Vecchio, avido e rabbioso nemico della città di Verdevima, fortunatamente senza incontrare nessuno dei suoi uomini e sono penetrati nelle terre del Cavaliere di Vandel. Il primo obiettivo del loro viaggio è il villaggio di Audiebarr, costruito ai piedi del castello del signore di quei luoghi, nemico di Godren e quindi buon amico del Borgomastro di Verdevima.
– Che tipo è questo cavaliere di Vandel? – Chiede Harvaiun a Kirzil Pennarossa, con il quale sono per il momento terminate le schermaglie e che cavalca al suo fianco.
Il Gu'Hijirr si spinge indietro l'elmo foderato di cuoio che si è ostinato a portare per tutto il giorno e si passa una mano sulla fronte. – Un nobile di provincia, né troppo ricco né decaduto e rissoso come quel Godren che abbiamo avuto la fortuna di non incontrare. Ho udito dire nel villaggio oltre Audiebarr, Klegan, che egli ha gusti molto peculiari in amore, ma penso si tratti di puri pettegolezzi.
Harvaiun si stringe nelle spalle. – Gli uomini sono sempre strani in materia d'amore.
– Vero, ma da quanto si dice sul Cavaliere di Vandel, la sua stranezza è veramente notevole.
– E in cosa consiste?
Il Gu'Hijirr scuote la testa. – Eh no, non è mica bello diffondere una diceria. Non lo sai che qualunque fandonia una volta raccontata un numero sufficiente di volte diviene verità sacrosanta?
Harvaiun lo guarda storto. – Bella roba fare lezioni di morale dopo aver risvegliato la curiosità. Non lo sai che una curiosità non soddisfatta è madre dei pensieri peggiori?
– Vero anche questo, caro mio. Ma non ho motivo di preoccuparmi dei tuoi pensieri, tanto più che la nostra strada è giunta quasi al termine e non è bene coltivare giudizi reconditi alla vista di una persona che non si conosce: nuoce al piacere della conoscenza.
– Oh bella! E tu allora?
– Non tutti hanno la mia grandezza e serenità d'animo, è evidente: il mio spirito è vasto come l'oceano ed altrettanto profondo e può accogliere ogni cosa senza esserne turbato.
Il Syerdwin accoglie la frase di Kirzil senza commentare e volta ostentatamente il capo.
– Non avete notato la stranezza di quegli alberi? Si tratta forse di un tipo di scultura strana e bizzarra o di cos'altro? – La domanda del Barone Enklu, rivolta al Duca Kwister viene fatta in un momento nel quale il silenzio domina la compagnia, tanto da essere udita da tutti.
– Avete ragione, barone. Mi chiedevo già da qualche tempo, dopo aver incontrato la prima di quelle strane piante, di cosa si trattasse. Io non ho esperienza di simili fenomeni, ma forse la Fata Mahaderill, se non è stanca per il viaggio potrà dirci di cosa si tratta.
La fata che, dall'attenzione con la quale fissa l'albero indicato dai due lupi-drago, evidentemente ha dedicato ad esso le sue ultime riflessioni, esita prima di parlare e quando lo fa la sua voce è stanca e venata di timore. – Non si tratta di una scultura, purtroppo, ma di un fenomeno nuovo che sta avvenendo un po' ovunque, del quale sono incapace di dare una spiegazione.
Nerthurok. – Spiega Khude. – L'acqua che diviene roccia. Ciò che è vivo che cessa di mutare. Prima avviene ai fratelli-immobili ed infine, presto, molto presto, giunge alla gente-che-corre. Altri miei fratelli ed altri della vostra gente sanno e cercano di raggiungere Fiediuin.
La strana frase del Silvano per un momento lascia tutti perplessi, come se la creatura avesse raccontato un leggenda o enunciato uno dei consueti enigmi tipici degli Erbani.
Usif-Lizhi è il primo ad intuire il significato delle parole del Silvano ed a parlare. – Vuoi forse dire che l'Orlo del Mondo corre un grande pericolo?
Il silvano si volta lentamente, ruotando la testa insieme al busto come è tipico della sua gente e fissa il Notturno con un'espressione indecifrabile.
– Chi vuole vivere in un mondo fatto di rocce sempre uguali a loro stesse non deve temere nulla, Uomo-di-Luna. Chi preferisce ciò che non vive all'incomprensibile ed avido crescere della vita non ha nulla da temere. Molti di voi Uomini-di-Luna convivete già con Nerthurok senza saperlo e da questo tu fuggi.
Il Notturno si volta a guardare l'albero divenuto roccia che brilla debolmente alla luce del tramonto e poi lascia che il suo sguardo si perda nel limite dell'orizzonte, reso incerto ed oscuro da nubi sottili e tondeggianti del colore del ferro.
– Grazie, Khude. Capisco ciò che vuoi dirmi ed insieme ne ho timore. – Il Notturno guarda i visi degli altri viaggiatori, improvvisamente seri e preoccupati. – Andiamo, presto. Il tempo che ci è concesso non è quanto speravo.