31.12.14

Anni a venire


Sono le 11.00 del mattino e tra poco partirò per la montagna dove trascorrerò le ultime ore del 2014.
È stato un buon anno? 
Beh, partito molto male è gradualmente migliorato e in definitiva non posso lamentarmi. 
Certo, mia madre è in clinica e dovrà sottoporsi a un intervento entro il mese di gennaio, ma dovrebbe cavarsele senza danni. 
Certo, mia figlia - 22 anni, un futuro brumoso nell'Italia senza regole - non ha un grande avvenire davanti, ma è intelligente, sveglia e vivace e potrebbe farcela (e per lo meno io farò il possibile per aiutarla). 
Certo, il governo attuale è il degno erede del Berlusconi-pensiero, con il suo liberismo in ritardo sui tempi e la sicurema fatta di niente del suo leader, ma comunque cercherò di resistere anche a questo. 
Certo la lettura in Italia è in caduta libera e con essa la cultura, la convivenza civile, la fantascienza, il galateo, il cinema, l'educazione e quasi tutto quello che può venirvi in mente nei prossimi cinque minuti. È brutta ma cercheremo di resistere.
Certo la situazione internazionale è molto brutta, con - tanto per citare il papa - una terza guerra mondiale già in atto ma spezzettata in mille inutili battaglie. Che fare? Beh, è importante anche continuare a ragionare e tenere i nervi saldi. 
Certo, l'UE è qualcosa di molto diverso da ciò che ci era stato promesso. E, come Piketty, credo che sia molto più pericolosa Frau Blüch... pardon, Frau Merkel di Tsipras. Spero, nonostante le mille e mille delusioni, che la sinistra europea sappia trovare unità di intenti per ribaltare una situazione insostenibile. 
Certo, non è facile, ma ci possiamo provare. 
Intanto, tanti auguri a tutti. 
Anche a quelli che non se lo meritano. 

24.12.14

Auguri e poco più


La vigilia di Natale e, com'è ovvio, gli auguri a tutti. 
Perché farli proprio il giorno di natale non ha molto senso, dal momento che si augura un Buon Natale e se il Natale sta andando malissimo, con figli scapestrati e nonni ospedalizzati, fare gli auguri sembra una presa in giro. 
Quindi faccio gli auguri al 24/12, in modo che sembrino ancora degli auguri e non una sentenza.
Auguri, ma calma un momento.
Ci sono persone che li meritano, persone che se ne fottono dei miei auguri e persone che si meriterebbero ben altro, in un senso o nell'altro. Quindi chiarisco: i miei auguri sono per quelli che se li meritano. Non sto a fare un elenco qui, ma loro senz'altro lo sanno.  Sanno che, dannazione, voglio loro bene, nonostante che talvolta non sia d'accordo in parte o del tutto con le loro scelte - «Essai kissenefrega del tuo parere...», zitto SuperIo -, forse il problema è che sono io che non ho ben capito, forse sono io che dovrei rifletterci sopra un po' di più... cose così insomma. Che li apprezzo perché si sbattono anche se nessuno se li fila, che li considero per le cose che non riescono o non vengono come dovrebbero, che ho stima per loro per quello che tentano di fare e per il fatto che a volte ci riescono, per la posizione che hanno raggiunto o per quelle che non sono riusciti a raggiungere o per quella che stanno ancora penando per raggiungere. Un po' per tutto, insomma, perché gli amici sono sempre amici e così via. 
Insomma oggi è il 24/12 e anche l'etica si è presa una piccola vacanza. 
Tanti auguri, insomma, ma solo a chi se li merita. 
Ssssttt, loro sanno. 
...
Oggi, anzi ieri, mi è arrivata notizia di una piccola, ottima recensione al mio UKR apparsa su «l'Indice« on line. Per chi avesse intenzione di leggerlo è sufficiente cliccare 



UKR, pubblicato da un editore che mi ha telefonato alle sette del mattino per dirmi quanto gli fosse piaciuto - gesto gravemente riprovevole per un editore serio - sopravvive lanciando nello spazio il suo segnale. È un romanzo un po' ironico, un po' maliconico e molto fantastico - così ne ha scritto Franco Pezzini, estensore della recensione - e quindi poco adatto alla lettura natalizia, ma, dato che mi hanno già detto in diversi che non ho il coraggio di espormi, mi espongo invitandovi a scaricarlo. Costa soltanto un euro e l'editore ha il diritto di pensare di non essere proprio l'unico o quasi al quale UKR piace. 



   

22.12.14

Tirando il fiato ovvero SS per sempre



Lo so. Oggi o al massimo lunedì avrei dovuto postare il mio quarto post sulle delusioni, in questo caso sulle delusioni nate dalla partecipazione a un concorso, ma non ho avuto tempo per pensarci né un minuto per buttare giù due idee. Una traccia. Una vaga idea. Niente. 
Motivi? 
Beh, mia madre che è stata ricoverata in clinica è già una buona spiegazione. Tanto più che ho trascorso diverso tempo a casa sua a cercar di capire perché si sentiva stanca, le mancava il fiato, era vittima di attacchi di sonnolenza con una frequenza allarmante. I motivi potevano essere millanta e alcuni non del tutto negativi, ma vista la sua età non ero tranquillo e non lo sono stato finché non è stata ricoverata alla ricerca del male misterioso. Che poi ieri pomeriggio si è rivelato - molto prosaicamente - ulcera allo stomaco. Un brutto cliente ma nulla che non si possa guarire.
Il risultato comunque è stato quello di essere fuori squadra per alcuni giorni, con qualche scampolo di tempo libero ma incerto e insicuro come una zattera nell'oceano. 
Quindi niente, per il momento non leggerete le mie considerazioni sui concorsi, sempre ammesso che siano meritevoli di una qualche attenzione.
E le condizioni di mia madre hanno sabotato anche le mie letture, dopo aver promesso a non so più quanta gente di leggere i loro parti letterari e di fornire un parere purchessia, un numero che temo e sospetto sia più alto di quanto riesca a ricordare.  
E, ovviamente, le mie creazioni letterarie. 
A volerle definire così. 
Sono a 71.000 caratteri e 11.000 parole, poco di più, in realtà, di una quindicina di giorni fa. Ma il problema principale è che deve ancora arrivare la svolta principale della vicenda, quella che scioglie e risolve il problema creatosi. Il fatto è che il «problema creatosi» si rivelato, scrivendo, un problema decisamente arduo e al momento in apparenza irresolubile.
Come ho suo tempo spiegato, la vicenda ruota intorno alla comparsa in un indefinito futuro e in un indefinito luogo di un gruppo di umani che conducono una guerra di massacro non dichiarata e non ufficiale nel nome di un proprio credo: un credo pericoloso, che non ammette dialogo né critiche. 
Né superstiti.
Ricordete che il tema principale del racconto (romanzo breve, a questo punto) mi è stato risvegliato dall'attuale situazione in Medio Oriente e dal complesso insieme di ragioni che hanno contribuito a creare una situazione tanto esplosiva e l'esistenza e l'operato dell'Esercito Islamico. Al quale, ho letto soltanto ieri, deve essere in apparenza imputata anche la presenza di una fossa comune con i cadaveri di 140 e più donne.
Personalmente sono abituato a cercare i motivi di un evento ricostruendo la vicenda e cercando di capire quale sia lo scopo - dichiarato e/o reale - di una parte in causa in una determinata operazione. Ed è qui che mi sono fermato, al momento vinto dalla difficoltà di rappresentare - esteticamente e narrativamente - un gruppo di individui che compiono azioni in apparenza controproducenti, condotte attraverso gesti di forte impatto mediatico ma sostanzialmente incomprensibili. 
Incomprensibili, a meno di non rifarsi a un testo come I sommersi e i salvati di Primo Levi, laddove presenta la categoria del «male fatto per la possibilità di farlo», ovvero per la semplice possibilità di compierlo.
Il che di primo acchito sembra quasi impossibile. In fondo i militanti dell'IS dichiarano una fede perfetta, una convinzione assoluta, una determinazione interamente dedita alla causa, tutte caratteristiche che inconsciamente associamo ad altre organizzazioni militari d'altri tempi come i monaci guerrieri. Però, però... in fondo almeno in parte sono le stesse caratteristiche - addizionate a un cieco odio/terrore nei confronti delle donne - tipiche di organizzazioni più recenti nella storia dell'umanità, come le Schuztstaffel (SS), gli Ustascia, la Guardia di Ferro, le Croci Frecciate ecc. (senza citare le innumerevoli organizzazioni più o meno segrete del recente passato del sudamerica) e una delle caratteristiche di queste organizzazioni era proprio l'arbitrio condotto sulle vittime elevato a sistema e rapporto con il mondo. L'orgoglio per le proprie infamie, un rapporto stretto - quasi di complicità malsana - tra i membri di questo genere di organizzazione che trovano proprio nei propri delitti la migliore giustificazione alla propria partecipazione all'Impresa e il culto della morte - propria e altrui - elevata a regola quotidiana dell'esistere.  


Anni fa ebbi l'occasione di leggere un articolo scritto da Tahar Ben Jalloun che paragonava il fascismo europeo con il fondamentalismo islamico e metteva in evidenza i numerosi punti di contatto tra strutture di pensiero apparentemente tanto diverse, giungendo alla conclusione che tra le due ideologie esistevano numerosi punti di contatto e, soprattutto - dato divenuto più reale negli ultimi tempi - forme di reclutamento molto simili.
«Già, bella idea quella di trapiantare il nazi-islamismo in un lontano futuro... Ma per favore...». 
Che cosa rispondere? Non ho particolare simpatia per il «peccato originale» né per chi sostiene che l'uomo è, in fondo in fondo, una bestia cieca: tutte osservazioni che conducono direttamente a un'azione di destra (sia pure non estrema) - carceri, polizie, controllo sociale, ghetti, esclusione, marginalizzazione -, ma è innegabile che dentro molti di noi dorme un criminale che, date condizioni definite, tende a emergere e ad affermare la propria esistenza. I suoi nemici? 
Il riconoscimento della sua umana dignità. 
La cultura, il dubbio, la discussione, la riflessione. 
L'affetto, la stima, la considerazione, il rispetto, la giustizia e l'amore.
Ritengo sia possibile che anche in un lontano futuro ricompaiano, laddove si creino le condizioni necessarie: - disordine sociale, differenze sociali ed economiche eccessive, crisi economica con tratti di profonda iniquità, intolleranza verso le minoranze sociali, politiche e sessuali, maschilismo elevato a sistema di convivenza - forme di organizzazione di estrema destra tollerate da parte della popolazione civile e sostenute da organizzazioni più o meno criminali e da esponenti della classe al potere. 
In quanto alla politica di eliminazione fisica delle vittime è semplicemente inscritta nel codice genetico di tali organizzazioni, ovvero finisce per esserne la pre-condizione stessa della loro esistenza.


...
A rileggerci per gli inevitabili auguri del 24.12.2014.


 
 

16.12.14

Ancora delusioni


Gli editori. 
Siamo al punto nevralgico della nostra riflessione.
Qual è la funzione principale, addirittura storica, di un editore? Semplice, combinare la necessità di sopravvivere e far sopravvivere la propria impresa con la capacità di scoprire nuovi e talentuosi autori che interessino i lettori. Accanto a queste semplici funzioni se ne aggiungono altre, per lo più di ordine logistico ma altrettanto fondamentali: la stampa dei testi, la loro correzione, il loro editing, il lavoro di animazione legato all'uscita di un libro - pubblicità, recensioni, presentazioni nelle librerie, contatti con i grandi media come i giornali, la radio e la TV - i rapporti con gli autori e con i traduttori e con tutti coloro che collaborano pur non facendo parte della struttura interna della casa editrice e altre millanta attività.
Tutto questo lavoro in Italia - ma non solo - è miracolosamente condotto da un numero molto basso di operatori per casa editrice, 1,8 per casa editrice. 
Tenendo conto che gran parte degli editori sono formati dall'editore più la moglie o il marito (o il fratello, l'ex- compagno di scuola, l'amico ex-boy scout, la compagna di five o'clock tea ecc. ecc.) + un aiuto ogni tanto da qualcun altro e solo pochissime case editrici hanno un personale che si può contare con numeri di due cifre (della serie: esageruma nên), ne discende che le case editrici generalmente hanno enormi difficoltà a prendere in esame testi provenienti da un perfetto sconosciuto che avanza la sua candidatura per la pubblicazione.
Certo, esistono i lettori a pagamento - un mio amico leggeva per conto di Einaudi più o meno una trentina di romanzi al mese in cambio di un pagamento poco più che simbolico [*] -, come esistono molti collaboratori più o meno regolari - co.co.co o co.co.pro. o partecipanti a stage o qualunque altra forma di lavoro incerto, sottopagato e precario vi possa venire in mente  - che possono anche essere impiegati nella lettura di manoscritti, ma soltanto se non hanno proprio nient'altro di più utile o urgente da fare. 
C'è da stupirsi se tutto quello che ricevete - nella migliore delle ipotesi -, dopo un sei-sette mesi di attesa, è una lettera sbrigativa che declina la vostra offerta?[**]

  
La realtà, per farla breve, è che gli editori con un certo fatturato - più o meno il 10% delle case editrici fanno il 90% del circolante nazionale e solo in cinque (5!) riescono da sole a fare più del 50% - non hanno interesse a prendere visione dei testi di autori sconosciuti. Sono in contatto con le scuole di scrittura creativa (Holden? Holden), con alcuni agenti editoriali (Grandi & Associati, tanto per citarne una) e più in generale con il vasto mondo dei media - giornalisti, ma anche atleti, cantanti, star e pornostar - che hanno l'enorme pregio di possedere già un proprio pubblico, anche se non necessariamente portato per la lettura.
La conclusione non può che essere il consiglio di passare per la Scuola Holden (10.000 euro malcontati per un corso biennale) o inviare un proprio testo in visione a un'Agenzia Editoriale (lettura: fino a 500  € per la lettura e un giudizio professionale - prezzo onestissimo, a mio parere), questo se si ha la seria intenzione di fare gli scrittori da grandi. Se si vuole procedere autonomamente... beh, le delusioni che vi aspettano sono davvero tante, probabilmente troppe. 
Esistono alcune altre vie, ovviamente, vie che non vi svenino da un punto di vista economico, ma che hanno altre controindicazioni. Passare attraverso un autore già affermato può essere una di queste, ma a condizione che il vostro libro l'abbia davvero entusiasmato e che il soggetto sia un molosso che non molla la presa, dal momento che gli editori non accettano volentieri modifiche dei propri progetti editoriali... E che, come mi è accaduto, non siate autori di fantastico o - peggio - di fantascienza. In questo caso ne avrete molti complimenti ma nulla di più.
Stesso discorso si può fare su altri soggetti dipendenti dalla casa editrice - redattori, editor, rappresentanti, traduttori -, questo a meno non siate il fratello o il rampollo di un grosso creditore della casa editrice.  
Si può tentare di aggirare il problema, naturalmente, soprattutto se lo scopo principale del vostro agire è quello di poter presentare il vostro libro ai vostri amici e non quello di essere testimoni dei propri tempi, pagando un editore di vanità - ovvero poco più di un tipografo - per stampare dalle 500 alle 1000 copie della vostra fatica. I prezzi variano, in questo caso, dai 2.000 ai 5.000 euro, ma si tratta anche di ammettere che il vostro libro non è piaciuto a uno o più editori, ammissione non facile da fare se vi sentite un diretto discendente di Dante Alighieri. 


«Ma esistono gli autori spregiati dalle case editrici ma che valgono! I Grandi Dimenticati! I disprezzati, vessati e irrisi!»
Certo, esistono. Potrei citarne a dozzine. Gli autori postumi perché trascurati in vita in nome di una mercenaria miopia degli editori, gli autori nati troppo presto o troppo tardi per i loro tempi, gli autori vampirizzati dagli editori, cancellati dai cataloghi perché messi all'indice... migliaia e migliaia nel corso dei sei secoli scarsi di vita del libro stampato. Ma per rientrare in una di queste categorie bisogna dimostrare prima che viviamo in una società che mette volutamente a tacere le voci scomode, un esercizio non facile, soprattutto quando - a differenza di altri tempi - tutti possono mostrare le proprie pagine al pubblico: se siete davvero bravi finirete con l'emergere.  
...
Mi fermo qui per ovvi motivi di spazio. Lo so, ci sono ancora i concorsi da discutere, cosa che farò appena possibile. Tutto ciò che ho spiegato non è, naturalmente, legge di natura e ammette alcune eccezioni, non con la stessa rarefatta frequenza della meccanica quantistica ma non troppo più numerose. 
Un momento come questo, di profonda crisi del settore e di cambiamento del mezzo - da cartaceo a elettronico - mette profondamente in crisi l'editoria tradizionale, finendo col rafforzarne le tendenze più chiuse e tradizionali, alle prese con un mercato in crisi, incerto e per la prima volta da secoli in pieno mutamento. A fronte del cambiamento del mezzo e della presenza di migliaia di autori costretti ad autopubblicarsi sarebbe probabilmente il momento di agire. 
Ma gli editori, soprattutto quelli italiani, non sembrano voler capire. 
E Amazon intanto avanza.      
Sì, anche di Amazon bisognerà parlare. 

[*] Attività cessata qualche anno fa. Einaudi ha smesso di leggere i manoscritti, un evento a suo modo epocale. 

[**] Non ho ricevuto troppe lettere di rifiuto - anche perché non ho arricchito le poste con i miei pieghi -, ma tra tutte la più comica è stata quella dell'Editrice Nord, gestione Viviani. Dopo aver letto un riassunto (!) del romanzo proposto inviato dietro loro richiesta e scritto a quattro mani con Silvia Treves, ci hanno ringraziato ma l'hanno giudicato "troppo complesso", consigliandoci di inviarlo a un editore non di genere. Il che per un romanzo ambientato nel 2040 o giù di lì, su una Terra in pieno effetto serra e con un regime politico quantomeno curioso, ci ha sorpreso non poco. Probabilmente i lettori di sf, secondo il povero Viviani, non avevano abbastanza neuroni per un libro complicato scritto a quattro mani da due italiani. 
Il che, pensando a certi fan di sf letti on line sul blog di Urania, è comunque - al di là del valore di romanzo - probabilmente vero. 

11.12.14

Altre delusioni


Riprendo il discorso dove l'ho frettolosamente interrotto venerdì scorso. Detto di passata, ho passato tre giorni da favola davanti al mare d'inverno. 
Ma torniamo a noi. Mi sono reso conto, riflettendoci, che sono numerosi gli aspetti del tema «delusioni per i nuovi autori» e che, rispetto ad altri tempi - quelli ai quali ho appartenuto - è necessario dividere il tema in almeno altre due parti. Sicché comincerò dal tema più aggiornato, ovvero la presenza di internet e il suo peso nella definizione di «nuovo autore», per riservare un'occhiata successiva al tema eterno del rapporto con i possibili editori. 
...
Il nostro problema, ridotto ai minimi termini, è l'aver creato ex-novo un testo - poesia, racconto, testo teatrale o radiofonico - e voler cercare qualcuno che lo ritenga adatto a un pubblico più vasto di mamma, papà, parenti e amici assortiti. 
È abbastanza normale trovare qualcosa di unico ed eccezionale nel vostro testo, paragonarlo a un testo dello stesso tipo di un autore noto e non trovarlo in nulla inferiore, pensare di aver scritto qualcosa di unico - per l'approccio, il modo, la visione, il punto di vista, lo stile - e stupirsi se qualcuno non se ne accorge, ammettere una certa immaturità nella propria scrittura ma sottolinearne la spontaneità e la freschezza, cercare un parere - ovviamente equilibrato, cioé positivo - che faccia emergere tutti gli aspetti occulti del vostro testo.
Può succedere anche questo, certo, se vi chiamate Büchner o, si parva licet, Ballestra o Strazzulla, ma in genere non è così. Il problema, il vero problema, è lo strabismo che coglie l'autore di fronte alle proprie pagine. Non ho altro modo per definire l'incapacità in gran parte involontaria di chi immagina di leggere anche ciò che non è materialmente scritto sulla pagina, cogliere profonde risonanze nelle parole scelte ma che sono semplici echi di se stessi e che lasceranno giustamente indifferenti gli altri lettori. 
In realtà, e mi rendo conto di apparire gelidamente cinico, lo scopo di chi scrive è quello di giungere a un sostanziale distacco dalle proprie parole, a leggerle come se fossero state scritte da altri, a giudicarle con freddezza e senza nessun autocompiacimento. Una pratica che Italo Calvino compendiava con la frase: «Lasciar raffreddare il testo e poi rileggerlo».
In un certo senso è giusto dire che il primo critico di noi non possiamo che essere noi stessi, l'unico modo, tra l'altro, per sopravvivere alle prime critiche, soprattutto se feroci, ironiche o supponenti.

Ma il problema, con l'avvento di internet, non sono tanto le critiche - sostanzialmente inesistenti per gli autori ignoti - quanto il silenzio assordante che accoglie ogni nuova uscita. La rete ha l'enorme pregio di giungere teoricamente ovunque e di poter potenzialmente essere letta da chiunque, senonché è proprio la sua dimensione assoluta a demotivare i possibili lettori. Chi legge su internet è abituato - o si è abituato - a saltare da un argomento all'altro, da un tema all'altro, da uno spunto all'altro. Di fronte a un giornale o a un libro ci sentiamo in qualche modo sottilmente colpevoli a non terminare un articolo o un paragrafo, ma il web non funziona così: nessun senso di colpa, in fondo stiamo soltanto «dando un'occhiata», senza volerci davvero immergere in ciò che appare sullo schermo. Il conflitto tra la disponibilità di cose da leggere e il tempo sempre scarso da dedicare alla lettura e all'informazione si risolve così con la chiusura a tutto ciò che ci impegna in tempo e in fatica oltre un certo limite. I primi a farne le spese sono ovviamente i testi più impegnativi e tra questi i racconti o i romanzi pubblicati a puntate attraverso un blog. 
Discorso non troppo dissimile riguarda i testi in forma di e-book, disponibili gratuitamente o a un prezzo francamente ridicolo (0,99 per volumi di sei-settecento pagine) e che chiunque può scaricare. E qualcuno lo fa, certo, ma finendo col dimenticare l'e-book sul kindle o sull'e-reader senza fornire all'autore alcun riscontro, critica (anche polemica), impressione, giudizio o dubbio. E il numero dei lettori, una volta esclusi i consueti parenti e amici, rimane comunque largamente insufficiente a sostenere il sogno della fama, in primo luogo, e della ricchezza - in secondo luogo - che il mestiere di scrittore sembra promettere. Nella migliore delle ipotesi si rimane scriventi per hobby e passione - una condizione in realtà normale, scrivendo in lingua italiana -, con poche possibilità di essere notati dalle leggendarie case editrici [*], anche o soprattutto perché incapaci di scrivere con uno stile appena professionale, ovvero con un minimo di mestiere.
Di nuovo confesso il mio freddo cinismo, ma senza il mestiere - che sostanzialmente significa aver scritto per migliaia di pagine e averne gettate via altrettante, il tutto in cambio di ben poco - non si arriva da nessuna parte. 


«Beh, non è mica detto. Tu sei soltanto un po' zuccone, tutto qui»
Probabile, non ho mai detto di essere un genio, se non all'iniz... cioè, come non detto... io qui parlo per i soggetti normodotati non per i genii con due "i", quelli sanno già tutto e quindi avranno smesso di leggere da un tot questo inutile blog e il vecchio gufo che vi scribacchia.
Per i non genii dirò che la tentazione di pubblicare comunque, anche a 0,99 € (o gratis), è troppo forte per resistere a lungo. Perché affannarsi sulla pagina scritta se nessuno scopre quanto siamo fichi? E allora via, pestando sui social network e presentandoci ovunque anche con l'aiuto degli amici. 
«Hai poco da fare il verginello. Hai una home che sembra una bancarella a Natale. Cheppoi tanto non li legge niuno».
Vero. Ma l'80% di ciò che ho pubblicato aggratis proviene da una precedente pubblicazione cartacea. Ho offerto gratuitamente i miei testi dal momento che, anche se poco o pochissimo, mi erano stati già pagati. Sul discorso dei social network e sull'usare gli amici comunque hai ragione. Non li ho utilizzati quanto e come potevo, ma non me ne pento. Ho una passione masochista - o probabilmente una superbia rara per un solo umano - nel mantenermi oscuro. E probabilmente il dubbio di non valere granché. Comunque la fama, anche se poca e micragnosa, è un vizio del quale non è facile liberarsi. 
Ma torniamo a bomba. 
La relativa notorietà ottenuta regalando o quasi i propri testi non ne cambia minimamente il valore. Anzi. Si potrebbe avanzare il dubbio che maggiore è il grado di agitazione, concitazione e di superlativa faccia di tolla di chi propone i propri testi, meno quei testi varranno in quanto tali. D'altro canto è divenuto - o forse tornato - normale comprare il personaggio insieme alla sua opera, vi ricordate un certo Gabriele D'Annunzio?[**].
La pubblicazione via internet rischia, in sostanza, di essere un altro genere di delusione. Una delusione fatta di vuoto, di assenze, che può dare la sensazione di chiedere l'elemosina davanti a una stazione in disuso. Non può e non deve essere l'unica strada per la narrativa, anche per un narrativa da poveracci com'è quella che la lingua e lo stato delle cose ci permettono. Diciamo che internet è un buon modo per mantenere i contatti con i propri lettori e offrire loro qualche bocconcino inatteso, ma affrontare professionalmente il mondo dei libri e degli e-book è irrinunciabile. 
Il che non migliora le cose, ma se non altro le rende più chiare. 
Alla prossima.



[*] Le case editrici italiane sono poco più di 4.000. E hanno mediamente 1,8 dipendenti pro capite. Sconosciuto è il vasto mondo dei consulenti, traduttori, agenti, editor e redattori a progetto, ma in linea di massimo si tratta di un numero molto limitato di persone che semplicemente non possono leggere e valutare tutto ciò che arriva loro per posta o per posta elettronica. Non parliamo poi di navigare alla ricerca di nuovi talenti. Statisticamente non è impossibile, ma i tempi rischiano di essere un po' troppo lunghi per la durata media della vita umana.

[**] Che poi D'Annunzio è anche un ottimo scrittore e poeta. Non dico che sia la mia passione ma certo preferisco una pagina di D'Annunzio a un fantasy di un nuovo talento.
    
 
     

5.12.14

La delusioni




Sto per partire, infatti passerò il week-end lungo in Liguria - una meta abituale per noialtri che stiamo in Piemonte - sperando in un clima un po' meno piovoso, anche se, date le recenti vicende di Genova, non sono particolarmente ottimista. 
Questo è quindi almeno in parte un post di saluto, ma non solo. 
Diciamo che lo spunto per il tema, che qui accennerò e che sicuramente riprenderò, è quello della delusione. 
Delusione per una lettera arrivata in ritardo con lo stesso messaggio che appare sulle lettere ricevute da Snoopy: «La ringraziamo, ma il suo testo non rientra nelle nostre attuali esigenze». O il silenzio della commissione del concorso XY, mentre il tempo passa inutilmente. O dello scrittore affermato al quale si è inviato il proprio sudato romanzo e che non risponde ai nostri disperati messaggi. O che non risponde affatto. O l'editor che tace mentre noi passiamo il tempo a interrogarci su cosa non poteva funzionare. O il silenzio della casa editrice alla quale un amico scrittore ha inviato una lettera di accompagnamento alla nostra antologia. O constatando che il proprio libro, alla fine pubblicato da un piccolo editore, non si vende a sufficienza...
Una delusione che in realtà fatica a maturare, dal momento che difficilmente riceviamo una risposta. Una delusione immatura, uno stato d'animo malmostoso, incerto, come certi giorni di Torino quando potrebbe piovere da un momento all'altro ma non piove. 
Diciamo che io ho provato praticamente tutte queste forme di rifiuto. E alcune le sto vivendo tuttora, anche se con molta meno ansia di un tempo. L'età, innanzitutto, mi ha reso meno affannoso, meno legato al concetto di "successo" e ormai felicemente disilusso sulla possibilità di vivere della propria scrittura. In questo la sorte di alcuni scrittori che stimo particolarmente - niente nomi, non è il caso - che, pur pubblicati e con un discreto numero di lettori, vivono tuttora del proprio lavoro, considerando l'assegno dell'editore come "quattordicesima"...
Ma mi rendo conto che il tema toccato merita un tempo e uno spazio che al momento non ho. 
Lo riprenderò la prossima settimana. Giuro.
Nel frattempo, se qualcuno ha qualche esperienza personale alla quale accennare sarò lietissimo di riprenderla nel seguito di questo post. Intanto, buon fine settimana a tutti. 
Arrivo, arrivo... ARRIVO!


 

2.12.14

I blog che preferisco (e che preferivo)


Provocato dall'ottimo Nick il Nocturniano sono qui per dichiarare i miei blog preferiti e dedicare un pensiero ai blog perduti. 
Faccio un passo indietro. Ieri ho dato un'occhiata alla mia blogroll tanto per controllare gli ultimi post apparsi. E scopro così che Nocturnia è balzato in cima all'elenco per un suo nuovo post Quali sono i vostri blog preferiti - Edizione 2014
Lo leggo, mi impegno pubblicamente a dichiarare i miei blog preferiti, e ora sono qui a scriverne. 
Soltanto una piccola nota preliminare: i miei blog preferiti per diversi motivi sono quelli che appaiono nel mio blogroll, nulla di più né di meno. Star qui a spiegare perché ho preferito Tizio e trascuro indegnamente Caio non serve a molto. 
Sono soprattutto un lettore, scrivente di fantascienza e di fantastico, recensore da tempo immemorabile di narrativa e - quando mi ritengo vagamente competente - di saggistica. Col cinema ho un rapporto ondivago e comunque insufficiente a nutrire una vera passione come è il caso di alcuni ottimi blogger; non amo particolarmente l'horror nella sua versione moderna - viceversa adoro il gotico di fine Ottocento e inizio Novecento - e questo può spiegare perché appaiono pochi blog dedicati alla letteratura del terrore; mi interesso di politica ma non tanto da sobbarcarmi blog dichiaratamente politici e quanto ai blog che parlano di ricette o di vita quotidiana posso rispondere che posseggo diversi libri di ricette e so cucinare discretamente bene e di vita quotidiana ho già la mia e mi basta. Quanto ai libri, sopporto male chi parla di libri e di editoria senza capirne il più classico dei kz, ma cianciando ugualmente. 
E comunque questo è un problema del blog di LN-LibriNuovi, non personale.   

Nel mio blogroll compare perennemente, anche se non spesso all'inizio dell'elenco (maledettamente pigra, la Nostra), il blog Anaconda Anoressica di Consolata Lanza. Un blog letterario, scritto da una ironica sabotatrice, assolutamente godibile per chi, come me, nasconde un cuore anarchico dietro un'apparenza pacificata. Consolata riesce a dire di autori e libri ciò che io vorrei dire ma non so di volerlo... Ah, sublime!
Stimolante come una goccia di adrenalina nel sangue il blog di Elvezio Sciallis, Malpertuis. In genere dedicato al cinema, in particolare al cinema horror-splatter, è un blog ricco di gusto, intelligenza, riflessioni meditate e profondamente oneste, osservazioni inattese che danno il via a ulteriori riflessioni. Elvezio non è uno-che-se-la-tira e non simula una competenza che non possiede. Non ammette dibattito, una scelta dettata dall'esperienza e dal buon gusto e io non ne sento la mancanza: tanto potrei giusto scrivere «bravo».[*]
Curioso e (ahimé) intermittente il blog di Salomon Xeno. Un blog discreto, attento, curioso, che fa precedere le proprio scuse prima di introdurre un tema. Sempre gentile nelle risposte, sempre documentato quando parla. Un buon blog al quale auguro anni di vita. 
Altri blog che seguo con interesse, anche se rarefatti o talvolta lontani dai miei interessi - ovviamente non per loro responsabilità - quello di Romina Tamerici, quello di Kokoro di Orlando o quello di Lady Simmons. Ma lo stesso discorso potrei farlo per tutti i blog che seguo. 
E c'è il blog di mia moglie, Esercizi di dubbio, che sarebbe un blog unico per competenza, temi, idee e stile se solo mia moglie si prendesse il disturbo di aggiornarlo più spesso... 
Sì, lo so, hai molte altre cose da f... NON HAI TEMPO... lo so, lo so, ma se... vabbé, nessun problema. Davvero. Però... No, non ho detto niente, giuro. GIURO!

Segue Nocturnia, al quale mi sembra il minimo dedicare uno spazio a sé. 
Un blog maledetto, inquieto e inquietante, esuberante e/o depresso, steso da un soggetto affetto dal morbo bipolare, che spesso scrive di cose - tipo i fumetti e i loro autori - dei quali non potrebbe importarmene meno ma che non posso fare a meno di leggere. Credo sia l'unico blog che seguo che getta su chi lo legge più di tre volte un incantesimo. 
Ma comunque merita, certo che merita. C'è un garbo, una curiosità contagiosa, una passione intensa in tutto ciò che scrive che migliora di netto l'umore del lettore. Lunga vita a te, Nick. 
...
E ci sono i Blog che seguivo e che ora non posso più seguire o che si sono fermati. Strategie Evolutive, ovviamente, del quale parlai quiOcchio sulle espressioni, blog davvero fantastico (ma, davvero), più unico che raro e che mi dolgo sia fermo da agosto senza dare segni di ripresa. E poi ci sono i blog morti in culla, quelli che dopo una serie di post fantastici si sono fermati, quelli che si sono trasferiti su FB. Quanti sono? Tanti, purtroppo.
Ma, come si è detto, la vita dei blog è strana.
Arriva il momento nel quale non c'è più niente da dire, nonostante l'abilità di inventare. E la presenza di lettori conta, non poco.
Per quanto mi riguarda la vita del Blog corre parallela a quella della scrittura. Presumibilmente quando smetterò di scrivere smetterò anche col blog. 
A occhio quando sarò troppo rimbambito da riuscire a mettere una riga dopo l'altra.

[*] Ho detto poche righe prima che non amo l'horror. Lo so e lo ripeto qui. Ma se non amo l'horror adoro leggere i testi di una mente che funziona, una cosa che riuscirebbe a farmi trovare interessante anche la grammatica assira o la critica dei chick-lit.

1.12.14

Ma le parole possono finire?


No, è uno scherzo, me ne rendo conto. 
Ma...
Non avete mai il dubbio che da un momento all'altro le parole possano finire? Che apriate bocca e non esca altro che fiato? Che le tastiere scompaiano dai telefoni, dai tablet, dai pc? Che non esistano altro che i gesti per rappresentare qualsiasi cosa: un'emozione, un sentimento, un'impulso.
Che improvvisamente gli social-network si riempiano di silenzio? Che nessuno possa più scrivere, nemmeno un messaggio breve per il compagno di banco? 
Che improvvisamente si sia obbligati a riflettere, a meditare, a pensare, a rimuginare prima di parlare. Che diventi necessaria una patente o una carta annonaria delle parole: «Il signor Tizio Caio ha diritto a emettere nella giornata 20.000 parole», che una parola pronunciata ad alta voce o scritta con tutti i caratteri maiuscoli valga - e costi - il doppio? Che intervenire in un dibattito aperto in calce a un articolo costi dieci parole alla volta? Che i «mi piace» su FB valgano 50 parole per volta? 
No, calma. Non è possibile.
Il diritto di parola è previsto dalla Costituzione. 
Ma il diritto alle parole, è previsto? 
Il diritto di spendere milioni di parole inutilmente, stupidamente, vanamente, obbligando chi passa a leggerle, deviandone i pensieri, obbligandolo a prendere una posizione, a dichiararsi anche prima di aver potuto riflettere, a prendere posizione senza sapere? 
Quanta gente vive sulle parole? 
E quanta sulle parole sprecate

 
Evocate in voi una prima pagina di «Libero». O de «Il Giornale».
Ecco, proprio a quello mi riferivo. 
Non è la simpatia per una causa politica che non condivido a rendermeli odiosi. 
No, è il mondo che visto attraverso i loro occhiali appare piccolo, schiacciato, tristo e meschino. 
Le stesse parole, gli stessi modi che si ritrovano ovunque, che sembrano appartenere a tanti. Il rancore soddisfatto di apparire, la logica povera e deficitaria, l'invidia che trabocca dalle righe carenti di congiuntivi, la grettezza nella visione, la povertà intellettuale, la rabbia del contraddetto che vira immediatamente in turpiloquio, il furore degli sconfitti nella guerra sbagliata, l'alterigia di quelli che non hanno capito il tema proposto, la semplice stupidità di chi scrive TUTTO MAIUSCOLO.
Uno dei "pregi" dei social network, e più in generale di internet è stato quello di rendere più evidente a tutti lo stato della nazione, di mostrarci come l'ignoranza non sia soltanto un male di per sé ma anche un male per tutti, una vera piaga sociale.
Ecco perché sarebbe necessario ogni tanto un po' di silenzio. Un momento di mente vuota.    
Per non morire annegati nelle parole. 


27.11.14

Il libro sessuato


Un articolo uscito oggi su «La Repubblica» mette in crisi la mia visione della lettura. Da un'indagine su 40.000 persone - 20.000 femmine e 20.000 maschi, tutti forti lettori - condotta del sito «Goodreads», è emerso un dato non tanto inatteso di per sé quanto inatteso in queste dimensioni: «il novanta per certo dei libri più letti dagli uomini sono stati scritti da uomini. E 45 dei 50 libri più letti dalle donne sono stati scritti da donne.»
Ohibò. 
Controllo i sei libri che vegetano sulla mia scrivania in attesa di essere smistati. Quattro su sei sono stati scritti da uomini. Ma di quelli che ho sul comodino bel 8 su 8 sono stati scritti da uomini. E gli ultimi due sull'e-reader sono anch'essi scritti da uomini. Come dire, 14 su 16, se non è il 90% poco ci manca. 
«Bah, saranno tutti di fantascienza. Le scrittrici son poche».
No, di sf ce ne sono 4, dei quali uno scritto da una donna. Per il resto saggi e narrativa mainstream. E in ogni caso sei del paleozoico, quanto a visione della fantascienza.
Una volta rintuzzato il mio SuperIo, vado a controllare sul comodino di mia moglie, fuori per lavoro: anche qui sedici libri, tanto per riuscire a fare un confronto che tenga: 13 scritti da uomini, 2 scritti da donne e uno scritto a quattro mani da un uomo e una donna.
Il confronto con mia moglie mi ha soltanto scombussolato le idee. 
Che mia moglie sia, nonostante l'apparente evidenza, un uomo?   
No, calma. Ragioniamo. 
Provo con mia figlia, 22 anni, nessuna preclusione verso i generi e una laurea in lettere in arrivo. Gli ultimi sedici libri. Tredici scritti da uomini e tre da donne. La guardo con sospetto: che sia anch'ella un uomo travestito?
No, non è possibile.
Nell'articolo viene citato un libro di Carrére sul nazionalbolscevico Limonov, «Lei non leggerebbe mai la storia di un fasciocomunista scorretto sotto ogni punto di vista...». Non ho letto la biografia di Limonov (anche se non nego che mi sarebbe piaciuto) ma ho comunque la sensazione di averla vista, in casa. Poi la trovo, avvolta in carta da giornale, sullo scaffale di mia moglie. Lei l'ha letto. Lei ha fatto commenti positivi sul libro a margine, a matita. Lei, a questo punto è oggettivamente un maschio.


...
C'è qualcosa che non va in questo ragionamento, evidentemente. 
O qualcosa che non va nel rilevamento di Goodreads. 
O nell'articolo di Gabriele Romagnoli, peraltro scrittore non eccelso. 
O nelle donne di casa.    
Lasciando perdere l'ultimo inquietante interrogativo, posso ricordare che se consideravo normale una certa preferenza di alcune donne per scrittrici donne (Isabel Allende, Laura Esquivel, Jeanette Winterson, Toni Morrison, Marcela Serrano e via per altre dieci righe) ricordo nello stesso modo la passione di alcune di loro per scrittori come Wilbur Smith, Ken Follett, Clive Cussler, Stephen King, Ian McEwan, Cormac McCarty ecc. ecc., tutti autori tipicamente maschili. 
Diciamo che i loro gusti erano più sul fifty-fifty che plebiscitariamente schierati.  
«Lavoravi in una libreria scientifica, è normale».
Ma non solo, anche libreria di quartiere. Con la pettinatrice della zona - che prenderò come modello di forte lettrice anche se con un modesto bagaglio culturale -, appassionata di Isabel Allende come di altre autrici di storie sentimentali, ma altrettanto appassionata di Stephen King e di altri autori di horror. 
No, ho qualche dubbio sul sondaggio condotto da Goodreads. Dubbi nella formulazione dei quesiti - come sono stati raccolti i dati? Si trattava di un questionario aperto o è stato utilizzato un formulario con nomi degli autori preinseriti? È stato condotto on line? È stato selezionato un campione ben preciso o coloro che passavano sul sito potevano esprimersi come credevano? La scelta era aperta o limitata, che so, ai libri degli ultimi sei mesi? -, oltreché dubbi sono come la "notizia" è stata presentata. 
Anche perché un risultato tanto netto: 90% per entrambe i sessi di preferenze per gli autori del proprio sesso suona, a pensarci bene, quantomeno singolare. Come dire: "Tutti i bambini amano kinder, ce lo dice la statistica". Bah, è possibile, ma non giurerei che tutti i bambini amino kinder nello stesso modo. 
E "tutti i bambini" suona un po' troppo come pubblicità. 
Comunque consiglio a tutti di perdere due minuti a controllare gli ultimi sedici libri letti. Potreste sempre scoprire di essere un maschilista vostro malgrado, benché nati femmine. 
O di aver sposato un maschietto senza esservene accorti.



24.11.14

Assenze giustificate


È da qualche tempo che non posto più sul blog. Non tanto, poco meno di una settimana, ma insomma, dopo le vacanze e altri problemi avevo abituato i miei quattro lettori a un minimo di presenza e non si scompare così da un giorno all'altro. 
E poi, perché?
I motivi sono stati più d'uno. Ospiti in casa, per cominciare, l'uso esclusivo del PC da parte di mia moglie, incastrata da un impegno di lavoro indifferibile, altri impegni in rete e nella vita d'ogni giorno. Ho letto un po' di più, infilando nelle letture L'ultima colonia di John Scalzi (discreto ma nulla di più), alcuni dei racconti di fantascienza di Primo Levi nel libro Tutti i racconti - sì, Primo Levi è stato un eccellente autore di sf ed è curioso che di questa "seconda vita" di Primo Levi sia stata dimenticata da molta critica, come se uno nella vita potesse essere soltanto un sopravvissuto ai lager - e ho iniziato Pashazade di John Courtenay Grimwood, pubblicato dalla ottime edizioni zona42. 
E poi la scrittura. 
Ho passato alcune serate a lavorare al nuovo racconto, felice come un ragazzino che ha marinato la scuola per andare al mare. 
La mia storia è arrivata a 9.500 parole e 54.000 caratteri.  
Di questo passo dovrei riuscire a finire il racconto - che a questo punto va verso le dimensioni della novella o del romanzo breve - entro l'anno, lasciandomi (detto per inciso) con il problema di che cosa pubblicare sul prossimo ALIA.
Ma anche questo è un problema secondario, tutto sommato. La realtà è che mi sto affezionando ai personaggi, al pianeta e a tutta la vicenda. Può capitare? Sì, può e, in un certo senso, deve capitare, o perlomeno deve accadere a me. Trovarsi a interrogarsi: «Ma poi Tizio come fa a uscire da quella situazione? E Caio? Sopravviverà a quell'incontro? E come farà?», mentre si compra il pane o in coda al mercato è il respiro profondo della narrativa, il vero motivo per il quale si perde tempo (e non poco) ad allineare parole su uno schermo. Sentire i propri personaggi non meno vivi di persone reali esistenti nella realtà: altrettanto perplessi, sorpresi, confusi, disperati, arrabbiati, ironici o delusi. Trasporre la propria personale biografia in narrazione, rivisitare le proprie manie, le proprie fissazioni, i propri pareri, le proprie convinzioni sforzandosi di vederle "dall'esterno", come parte di un comportamento altrui, più o meno accettabile. Un esercizio salutare e una curiosa scienza sperimentale applicata ad un solo soggetto, ovvero lo scrivente. 
Lo so, lo so. Esistono altre norme e altre leggi dello scrivere, altrettanto importanti - o almeno così dicono. 

Cerca di scrivere almeno una cartella al giorno! 
- Certo. Se riesco ad arrivare al comp...
Prediligi il discorso diretto all'indiretto! 
- Come no. 
Show, don't tell!
- All right.
Non seppellire il lettore sotto quintali di nozioni!
- Chi io?No, non lo farò.

...Ma fa in modo che il lettore si renda conto della situazione in cui si trovano i personaggi!
- Va bene. Come no.
Non creare bozzetti ma personaggi reali!
- Non ci proverò, giurin giuretto. 
Fa in modo che i tuoi personaggi abbiano un passato!
- E un futuro no? 
Attento alle ellissi e non esagerare con le inferenze!
- Eeeh? Mmmmhhh, senz'altro. 
E le metonimie, ricordati delle metonimie!
- Prego?
Sì, dai che lo sai... È quella cosa che Cechov lascia un fucile a pagina 10 e ...
- ... e un perfido Klingon gli spara a pagina 52? 
Lasciamo perdere. Devi aprire la scena davanti al lettore!
- Ammesso di trovarne...
E l'incipit. Cura con attenzione l'incipit!
- Lo scrivo sempre per ultimo, l'incipit, così non mi sbaglio. 
Attento al rapporto tra fabula e intreccio. 
- Me ne preoccupo costantemente.
E non confondere la suspence con la sorpresa!
- Spero non mi capiti mai. 
...
Ecco, scrivere è anche dimenticare tutte queste nozioni. Non nel senso che non le si conosce, ma nel senso che le si hanno nelle mani e si può anche decidere consciamente di ignorarle. Personalmente ho bellamente ignorato l'insopportabile «Show, don't tell»[*] per rendere l'accaduto parte del monologo interiore del mio protagonista. Se non vi piacciono i monologhi interiori, beh, non faccio per voi. 




[*] Non ho nulla contro la frase succitata che, anzi, ho più volte utilizzato. Ciò che non sopporto, viceversa, è l'uso autoriale invalso nelle scuole di scrittura creatina (come le definì a suo tempo Filippo La Porta) dove lo "show don't tell" è divenuto un comandamento sullo stile di "ricordati di santificare le feste" e "non desiderare la donna d'altri". Bisogna essere liberi, per scrivere. E per pensare.  
 
 
    


18.11.14

L'ingenuità della rete


L'Ingenuità della rete è il titolo di un saggio pubblicato in edizione originale nel 2011 da Evgeny Morozov [The dark Side of Internet Freedom] e tradotto e pubblicato in Italia dalle edizioni Codice nel corso dello stesso anno.
Un libro curioso, se non altro perché uno dei pochi che osa avanzare più che qualche dubbio sull'intrinseca carica libertaria di internet e dei social network, una retorica liberazionista sulla quale - da non dimenticare - è stata costruito il successo di formazioni politiche quale i 5 stelle.
Morozov, bielorusso, giornalista e geopolitico, fa parte della Open Net Initiative, associazione che difende la libertà di espressione a mezzo Internet e collabora con il "Wall Street Journal", "The Economist", "Washington Post" e "Financial Times": una breve nota biografica per dimostrare come l'autore del libro non sia esattamente un vecchio e arruginito professore che detesta internet continuando a preferirgli la carta stampata e le radio a galena. 
Il libro si apre con i disordini avvenuti in Iran all'indomani delle elezioni presidenziali. Una crisi complessa: 

...La società iraniana, combattuta tra le forze conflittuali del populismo, del conservatorismo e della modernità, stava affrontando la sua crisi politica più seria dopo la rivoluzione del 1979...

ma che in Occidente apparve ben presto come il primo esempio di come internet stesse attivamente lavorando per la democrazia:

The Revolution Will Be Twittered fu il primo di una serie di post pubblicati sul suo blog da Andrew Sullivan dell'"Atlantic" poche ore dopo l'inizio delle proteste [...] In un post successivo Sullivan ha definito Twitter come «lo strumento cruciale per l'organizzazione della resistenza in Iran», ma non si è disturbato a citare nessuna prova che potesse supportare tale affermazione.

Da come finirono le cose qualche mese più tardi, con la sostanziale evaporazione di una situazione pre-rivoluzionaria virtuale peraltro mai avvenuta,  emerse chiaramente come il ruolo di Tweet e di internet in generale sia stato largamente sopravvalutato ma che sia perfettamente in linea con la «Dottrina Google», così come si è venuta definendo nel tempo:

«Ci stiamo dirigendo verso un mondo fondamentalmente democratico» [perché] «non puoi lasciare la gente nell'arretratezza una volta che abbia avuto accesso ad Internet».

Uno degli aspetti più interessanti del panorama ideologico che ha accompagnato e sostenuto la «Dottrina Google» è stato il suo collocarsi a destra nel panorama politico americano:

Allo stato attuale la Dottrina Google deve meno all'avvento di Twitter e dei social network che all'inebriante senso di superiorità provato da molti occidentali nel 1989, quando dalla sera alla mattina è crollato il sistema sovietico. 

E la situazione a Teheran in quelle ore e in quei giorni poteva richiamare alla mente la rivoluzione pacifica del 1989, ma si trattava di una semplice illusione che i giornali occidentali favorivano, esaltando i tweet iraniani senza voler controllare se essi provenissero realmente dall'Iran e non, piuttosto, da iraniani che vivevano all'estero. 
La realtà era ovviamente diversa, visto che la "rivoluzione", non guidata da una direzione politica organizzata è presto ritornata negli argini lasciando dietro di sé un quadro politico compromesso, dove il regime iraniano ha presto iniziato a perseguitare i singoli oppositori locali, sfruttando la possibilità di individuarli attaverso i provider. 


Sono qui, in sostanza, i problemi irrisolti del cyber-utopismo presentati e sottolineati da Morozov nel corso del suo saggio. 
Il primo è l'essere una tecnologia essenzialmente americana, anzi, californiana, e come tale ritenuta dall'Iran - come dalla Cina, dalla Russia, dalla Bielorussia  e dagli altri regimi autoritari esistenti nel mondo - una minaccia straniera alla quale reagire facendo appello al nazionalismo e al localismo.
Il secondo il suo essere facilmente tracciabile da qualsiasi governo che non si faccia troppi problemi di rispetto della privacy. 
Il terzo quello di permettere ai sostenitori del governo in carica - sia foraggiati dai servizi locali che felicemente consenzienti - di intervenire a sostenerne la politica, confondendo e mentendo, creando una cortina fumogena virtuale sostanzialmente impenetrabile a chi opera su internet in quel paese. 
Il quarto di essere comunque una tecnologia ricattabile, dispersa sul piano territoriale ma perfettamente normalizzabile per un governo deciso a stroncare qualunque voce d'opposizione, basti pensare alla situazione cinese. Come se non bastasse né Twitter né Facebook né Google sono enti di beneficenza o centri di sovversione e le loro politiche tendono ad adeguarsi ai diktat dei governi in carica, soprattutto se, come è il caso della Cina, il mercato ha dimensioni incalcolabili. 
In sostanza prima di affannarci a cantare le magnifiche sorti e progressive di internet e dei social network Morozov ci invita a tenere presente la situazione politica ed economica interna di un paese dal governo autoritario, l'esistenza e il grado di organizzazione di un'opposizione reale, i rapporti con gli altri stati e gli equilibri internazionali, in pratica proprio quella "politica" che il nuovo media sembrava aver mandato magicamente in soffitta per sempre. 
«Non esistono pasti gratis» è una frase proverbiale americana, di uso comune nella termodinamica nonché in economia, ma sembra particolarmente adatta anche per rappresentare le illusioni nate dal cyber-utopia alla quale ci siamo intossicati anche noi [*]. 

I rischi connessi a una accessibilità sempre possibile per qualunque soggetto fa sorgere altri problemi, dei quali non pochi hanno a che fare proprio con la difesa della democrazia e di rapporti sociali accettabili. Come scrive Morozov: 

Non sottovalutiamo mai il potere di Twitter e di Photoshop nelle mani di persone mosse dal pregiudizio [...] La promozione della libertà di internet deve includere misure per alleggerire gli effetti collaterali dell'aumento di interconnettività [...] il fatto che varie forze antidemocratiche, compresi estremisti, nazionalisti e vecchi gerarchi, si siano trovate improvvisamente a disposizione una nuova piattaforma per mobilitare e diffondere il loro verbo suggerisce che il consolidamento della democrazia possa diventare più difficile, anche più facile. 


Internet non è uno strumento automatico di sviluppo della democrazia, così come non lo sono stati il telegrafo, la radio, la televisione, il fax o la fotocopiatrice, anche se tutti questi strumenti sono stati presentati come la soluzione a tutti i problemi di comunicazione e di libertà personale dell'umanità dell'epoca. Illudersi che un problema politico possa essere risolto da una soluzione tecnologica fa parte di una visione della realtà da Steve Jobs ubriaco. Morozov ci ricorda - e va ringraziato per questo - che l'unico modo per cambiare le cose è quello di partecipare. Come in una vecchia canzone di Giorgio Gaber. 

[*] Non ho intenzione di esprimermi sulla situazione politica italiana, ma la convinzione che internet potesse incarnare una forma di democrazia assembleare costantemente costituita per scegliere e decidere è stato uno degli elementi di forte convinzione del Movimento 5 Stelle, forte quanto le intemerate ricche di insulti di un ex-comico di nome Beppe Grillo. All'atto pratico le decisioni sono state prese da un numero compreso tra i diecimila e le trentamila tra persone, avatar, individui plurimi e nickname, senza alcun controllo nè alcuna garanzia reale di democrazia. 
Via, è troppo facile barare via internet e raccontare ai bimbi che qui si fa democrazia...