19.2.12

Centesima finestra


Non posso sinceramente affermare di avere una conoscenza decente o comunque accettabile dei gruppi e degli artisti degli ultimi anni. Diciamo che conosco poco e male ciò che è accaduto sui palchi, negli studi - e negli stadi - dalla fine degli anni '80. 
Mi è comunque sporadicamente accaduto di essere aggiornato da qualche video o da qualche programma radiofonico non troppo corrivo, programmi e video, purtroppo, in genere trasmessi in orari poco confacenti al mio personale ritmo circadiano...
...
Ho conosciuto i Massive Attack, gruppo/collettivo musicale inglese nato nel 1987 e che ha pubblicato il primo CD nel 1991, grazie al video che trovate qui sotto, girato in occasione dell'uscita dell'album 100th Window, del 2003. 
Un video considerevole per l'atmosfera cupamente fantascientifica e per il racconto di una rapida, allucinante mutazione. Tanto più allucinante per me, che ho una vera fobia verso le farfalle notturne.  
Consiglio di ascoltare il brano musicale armati di un buon paio di cuffie. Il lavoro musicale di sfondo è veramente notevole. 

 

15.2.12

... E adesso?


La domanda che ho sentito di più, anche una decina di volte al giorno, è stata questa: «... E adesso, cosa farai?»
Una domanda alla quale, nella mia veste di quasi ex-libraio, non è facile rispondere. La mia prima replica, infatti, è «riposerò». 
Un riposo che prevede, innanzitutto, il fare a meno di libri che siano più recenti di una ventina d'anni. Ho, infatti, diversi libri non letti nella mia libreria. E una robusta, invincibile, nausea verso ciò che è uscito negli ultimi anni. Una nausea - in parte psicosomatica ma in parte dovuta alla qualità della produzione sfornata dai «nostri» editori - che passerà, ovviamente, ma che per il momento è ancora troppo forte. 
In secondo luogo intendo scomparire per un po'. 
Nascondermi in montagna per qualche tempo. 
Non troppo a lungo, in fondo «tengo famiglia», ma ho bisogno di riflettere sugli ultimi anni della mia vita. 
Che non è una pretesa troppo assurda. Questi anni, vissuti reggendo l'anima coi denti, mi hanno esaurito, grattugiato, consumato. Sono pieno di dolori, malesseri, sintomi improbabili e contorti di un fallimento prima personale che professionale. Passerà anche questa ridicola situazione, ne sono convinto, ma per il momento la situazione è questa. 
A pensarci, poi, ne concludo che anche la mia povera famiglia ha diritto ad avermi di nuovo, più o meno normale. Non preoccupato, aggressivo, musone, (temporaneamente) sollevato o stabilmente pre-suicidiario. 
Mi rendo conto, comunque. che questo è semplice colore locale, semplice vicenda personale che interessa poco. 
Ma, per esempio, la mia disgraziata scrittura ha bisogno di tempo, me ne rendo conto. Non è molto importante ciò che uno scrittore semi-sconosciuto ha intenzione di fare, ma è una sorta di debito che ho nei miei confronti. Sto lavorando dal 2008 a un solo, sfigatissimo romanzo di sf del quale sono riuscito a scrivere, nei periodi «sì» un paio di pagine alla settimana giungendo a un totale di 160 pagine, già sapendo che il finale è ancora ben lontano... Sarebbe bene perlomeno finirlo, giusto? 
E poi pubblicare in formato e-book una parte di ciò che ho scritto. E magari provare a trovare una versione definitiva per i romanzi interminati. 
Sicuramente aprirò una partita IVA, anche perché so già che a maggio Carocci mi aspetta per lo stand alla Fiera del Libro. Come so che altri libri da pubblicare - almeno due - mi aspettano. Uno è un libro di memorie di un mio caro amico, ex-docente di Fisica, il secondo è ALIA Opera, un «sogno fatto in fondo al pozzo», che ho promesso a me stesso di pubblicare, comunque vada. 
E ho la CS_libri, con una serie di titoli tuttora disponibili. 
Difficile sopravvivere con i libri editi da noi, lo so, ma questo non è un buon motivo per smettere. 
Poi ci sono le letture per conto del progetto Alga, un tentativo meritorio di individuare nuovi scrittori. 
Esiste anche la possibilità - molto vaga al momento - di fare di nuovo il libraio cambiando casacca, ma questa è per il momento del tutto virtuale. Senza contare che non so se ho davvero voglia di ricominciare a consigliare lettori, fare spunte, valutazioni di vendibilità ecc. ecc. 
Poi...
Beh, credo di aver già messo troppa carne al fuoco. 
Il riposo che mi concederò forse non sarà troppo lungo, né troppo definitivo. 
Ma io sono un tipo inquieto, ormai temo si sia capito. 



12.2.12

Tempo di neve


La musica svolge una funzione abbastanza fondamentale nella mia personale scrittura. Ma questo penso sia piuttosto comune. 
Ricordo tutt'ora un grosso personaggio molto letterario che suggeriva a gran voce al nostro Caroculicchia di ascoltare non ricordo più quali composizioni per quartetto. 
Ecco, il semplice dichiarare a gran voce che cosa si ascolta - non parliamo poi di consigliarlo -, così mostrando quanto si è raffinatamente esclusivi, mi disturba profondamente. 
Io non penso che ciò che si ascolta scrivendo abbia un particolare rilievo, se non, forse, nel ritmo, nella cadenza, nel succedersi dei fatti. 
Scrivendo ho bisogno di una musica particolare e, come il buon Murakami che consumò la cassetta di Sgt. Pepper lonely hearts ecc. scrivendo Norwegian Wood, tendo ad ascoltare più o meno lo stesso disco per tutta la durata della scrittura di un romanzo.
Ho sostanzialmente eraso fino all'inudibilità la cassetta dei Marillion Clutching at straws e ho riempito di graffi il CD di David Bowie Outside.
...
Un'altro dei miei compagni di scrittura è Kate Bush, più o meno dal 1980. Ho la sua discografia più o meno completa, compreso un CD piuttosto imbarazzante dal titolo Red Shoes
Condivido con il David Gilmour la convinzione che Kate Bush sia un genio e un'interprete eccezionale, anche se debbo ammettere che i suoi video mi hanno spesso creato qualche leggera sofferenza estetica. 
Quello di oggi è un brano tratto dal suo ultimo CD, 50 words for snow
Il brano è curiosamente lungo - 6 minuti e passa - ed è accompagnato da un video davvero notevole [1].  



[1] Purtroppo un litigio sul copyright mi ha impedito di tenere per un tempo decente il video on line. In sostituzione trasmettiamo - come si diceva una volta - un brano scelto dal suo album precedente, Aerial.



10.2.12

Elmer...


«Come, con ciò che ti succede ti preoccupi di pubblicare un racconto? 
Non soltanto ciò che accada a te - che sarebbe già sufficiente, per carità - ma anche tutto ciò che sta accadendo: le condizioni metereologiche, le condizioni sociali, quelle economiche, quelle esistenziali e psicologiche...»
Beh, e io cosa posso farci?
Sgolarmi da questo blog per ottenere l'accordo - prevedibile - di quattro amici? 
Volantinare per la strada? Affiggere manifesti in libreria - finché esiste? Improvvisarmi hacker senza competenze né cognizioni? 
No, meglio parlar d'altro. Anche perché l'unica altra cosa che so fare è scrivere. 
«Scrivere... mah, mah, mah...»
Ma vai a...
...
Questo racconto è apparso a suo tempo su LN-LibriNuovi, numero 3 dell'estate 1997. In coda al fascicolo, com'era antica tradizione della rivista. Non è un racconto serio, sia chiaro, ma un semplice gioco nato dagli esercizi sui tempi verbali nati nel seminario (autogestito) di scrittura creativa che si teneva nei locali della libreria. 
Più che una celebrazione del sottoscritto ha la funzione di ricordare altri momenti ed altri tempi. Momenti felici, non è vero Roberto? 
Buona lettura a tutti. 
...

Elmer, i tempi mancanti e la fine dell'Universo

- Io oggi uscirò e poi rientrerò dalla finestra!
Sua moglie, Rita, non sollevò neppure la testa dal libro. - SEI uscito poco fa e adesso SEI rientrato dalla finestra. Fai sempre confusione, Elmer.
Elmer si infilò tutte e due le mani in tasca e sporse in avanti il mento. Non sembrava un tipo aggressivo, nonostante tutto, solo un filino esasperato. - Ma non ho detto che non uscirò mai più e non rientrerò mai più dalla finestra, mi pare. Se l'ho già fatto ciò non significa che non lo farò più. Non è vero?
- Beh, allora dovresti dirlo che vuoi farne un'abitudine. Niente di male.
- NON voglio che sia un'abitudine. O forse tra un po' lo vorrò ma...
- Tra un po' cosa significa?
- Bah, qualche minuto, o forse un'ora, o magari tra cinque anni.
- Tra cinque anni... In un futuro remoto. Curioso, non esiste il futuro remoto, mentre il passato remoto...
- Quello sì. Esiste. Io uscii e rientrai dalla finestra.
- ... uscii dalla finestra ecc.
Elmer non rispose. Anzi, non risponde. La finestra si specchiava negli occhiali di Rita, di forma rettangolare se considerata nella sua sede abituale, il muro, e allungata e curva negli occhiali della moglie.
- Il futuro remoto potrebbe essere una cosa tipo: io vorrozzi, o io vorrongo o io vorrorrò. - Elmer prendette una sedia, (la sedia si lasciò prendere), si sedette e si sedò. (temporaneamente).
- Vorrorrò va bene. - Rita si guardò le dita come per controllare se ci fossero ancora tutte. Nella mano destra sì, piegate ma tutte. La sinistra non si seppe, probabilmente mai. (Ma la Sinistra non si sa né sa, probabilmente, mai).
- E allora provo. - Disse Elmer. - Io vorrorrò che diventi un'abitudine rientrare e riuscire dalla finestra, conciossiacosachè abbia abitato al piano rialzato in due camere cucinotta abitabile riscaldamento autonomo, vista sulla collina - quando non c'è nebbia - affarone disponibile subito chiamare al 0337/211290.
- Ma sei sicuro che lo vorrorrai? Non si può mai sapere cosa si possa volere o desiderare in un remoto futuro. Forse sarebbe più prudente...
Elmer sorrise saputo. - Ci vorrebbe un condizionale futuro, un CONDIZIONURO. Bello eh?
- Già, adesso coniugamelo. Almeno provaci, dai. Giuro che poi mi metto la giarrettiera e lascio che tu mi spii da sopra l'armadio.
- Non si dovrebbero dire queste cose quando ci sono i lettori.
- Ma poi i lettori li mando via.
- Se è così. Ci proverò. - Elmer guardò verso il soffitto. - Poi quando lei si mette... insomma poi, è veeeeero che ve andaaaaateeee?
- Ti si sono allungate le vocali, Elmer.
- Me le ha prestate una bambina, era per provarle. Effettivamente sono un po' lunghe. Non mi stanno bene?
- Nemmeno un po'. Me lo fai il condizionuro, allora?
- Io vorroratti? Io vorrorrozzi? Io vorrorroi?
- Io vorrorroi è perfetto. Ti piace di più la giarrettiera azzurra o quella nera?
- Nero, sempre nero, attizza il desidéro.
- Aspetta che me lo scrivo. No è perché... Ma dovranno lasciare aperto il foglio, altrimenti se lo piegano, si sta stretti (... «mi piace stare stretto a te»...) Sì, va bene, ma è buio e tu come la vedi la giarrettiera al buio?
- Si potrebbe tentare di diventare personaggi di un romanzo. Potremmo mettere un avviso: "Elmer e Rita ragazzi di trentasette e trentaquattro anni offronsi come protagonisti (... «è sufficiente personaggi» ...) Sì, va bene... Si offrono come personaggi o protagonisti per romanzo di formazione, avventura, sperimentale ecc. ecc. Tassativamente esclusi i romanzi autobiografici e sentimentali. Telefono solo ore pasti tzzz tzzz tzzz.
- Esclusi anche quelli pornografici.
- Beh, ma...
- Esclusi.
- E se...?
- Se l'autore lo chiede, va bene. Ma non di più di una volta ogni cinquanta pagine. E niente cose strane. E poi anche i romanzi si chiudono. Bisognerebbe diventare personaggi di un quadro o di un film. - Rita estrae l'orologio dal panciotto del gilet di Elmer. - Si è fatto tardi.
- Già, fuori c'è ancora luce, ma è solo perché non è cambiata la descrizione.
La luce nella stanza dolcemente declinava. Gli ultimi raggi di sole illuminavano tiepidi le scarpe lucidissime di Elmer.
« tiepidi, curioso, avrei giurato fosse inverno.» Pensò Elmer.
- Ti sei lucidato le scarpe, stamattina, bravo. Comunque adesso si è fatto davvero tardi. - Commentò Rita. - Si è fatto tardi e tu non hai ancora finito la tua frase.
- Aspetta. Dunque: Io vorrorroi che uscire e rientrare dalla finestra diventasse un'ab....
- Un'ab?
- Sarà giusto usare diventasse?
- E un Congiuntivo futuro?
- Un CONGIUNTURO? Potente, come dire...
- Diventossèro?
- Io vorrorroi che uscire e rientrare dalla finestra diventossèro un'abitudine carina e... Ma, un momento, io non voglio che diventi un'abitudine. Nemmeno tra cinque anni o tra sei mesi o tra vent'anni (...«trapassato futuro»... mormorò Rita) non me ne frega niente di farlo, io voglio salire sull'armadio e spiarti mentre...
- Basta, Elmer. E poi c'è un problema.
- Quale problema?
- Senti?
Nell'ingresso la pendola battè dodici rintocchi.
- E allora? - Elmer non capiva e continuava a sorridere. - E allora? É mezzanotte, anzi lo era, e questa notte... La cantava Fred Buscaglione.
- Tu non sei uscito e rientrato per la seconda volta dalla finestra, nonostante tu l'abbia detto. C'è una contraddizione insanabile, lo capisci?
- Cristo, è vero. E quindi?
- Eeeeeh...
- No!
- Temo che...
- Cazzoooooooooo!....
Il tempo di un sospiro e l'universo (il loro universo, per fortuna), con calma rassegnazione e una certa eleganza si piegò su stesso fino a scomparire con un delicato "Plop", come una bolla di sapone risucchiata nella cannuccia.
In quanto al lettore non piegò il foglio, ma Elmer non riuscì ugualmente a vedere Rita con la giarrettiera nera. Perlomeno non in questo racconto. Ed è un peccato perché Rita ha due (o forse tre o cinquantacinque, nessuno l'ha scritto) bellissime gambe.







8.2.12

Provando a ragionare


In questi giorni, sia pure affannosamente, capita di avere qualche momento di pausa, di silenzio, nel quale può accadere di spendere qualche riflessione sulla situazione generale dell'editoria italiana.
Nulla di sistematico o di complessivo, soltanto qualche riflessione slegata e poco conseguente, nata dalla mia situazione. 
La CS chiude, come molte librerie che l'hanno preceduta e altre che la seguiranno. La CS è (era) una libreria universitaria di area scientifica, con una sezione abbastanza vasta dedicata alla letteratura - di genere e mainstream - e una presenza massiccia di saggistica scientifica, cioé libri di attualità, aggiornamento, divulgazione e filosofia della scienza.   
La CS è sempre stata sottocapitalizzata, nata com'è da normali ex-studenti di medicina che non hanno mai avuto i capitali per farne una grossa libreria. Si è proceduto così correndo dietro alle occasioni, alle speranze, ai sogni... e ai fornitori. Si è fatto abbondantemente ricorso ai prestiti bancari - anche adesso, mentre scrivo, ho ben presente che debbo tuttora chiudere un fido (ovvero un prestito) di qualche decina di migliaia di euro con una banca - facendo poi le corse per pagare gli interessi. Personalmente non ho fatto i soldi, anzi, è capitato più di una volta di lavorare senza stipendio o di correre a versare fondi personali per raddrizzare una situazione finanziariamente pericolosa, come coprire un assegno non coperto. Il bilancio (quasi) definitivo è catastrofico. Ma fortunatamente o sfortunatamente io non sono un bocconiano e non ragiono soltanto con il portafoglio.
Quindi, sulla cima di questi 37 anni di lavoro, posso affermare - ed affermo risolutamente - che finché è durata è stata grande
Il fatto che, come ha scritto Vera Schiavazzi su «La Repubblica» del 6.2.2012, noi abbiamo «gettato la spugna» è sostanzialmente vero. Arriva un punto nel quale non vedi prospettive credibili. 
Fossero esistite non mi sarei tirato indietro. 
Ma, a parte la lunga serie di motivi elencati nella lettera ai soci, qual è il vero problema, a che cosa si deve questa convinzione? Sono gli e-book? Sono le librerie di catena? Sono i fornitori? È Amazon? È la produzione editoriale contemporanea?
Un po' tutto, d'accordo. Ma dovessi scegliere un vero, grosso, motivo, non transitorio e svincolato dall'attualità, sceglierei l'e-book. 
Io sono un consumatore di e-book e ancora di più lo sarò nel futuro. Non solo, penso che i grandi editori contemporanei dovranno fare i conti con l'editoria telematica, con la disponibilità di libri ovunque, libri che si possono leggere su tablet, su telefoni, pc e su qualunque altro diavoleria elettronica vi salti in mente.  
Necessariamente libri più brevi, più elementari, più banali? No, non credo. Se i libri scompaiono non è così per i lettori. E molti lettori non si accontentano di un libro qualunque, di un metalibro, di un unterlibro. Il gesto di leggere è - curiosamente, o forse non troppo - un gesto in gran parte svincolato dal supporto di lettura. Mia figlia - un soggetto non casuale, me ne rendo conto, ma sicuramente ben inserita nel suo mondo di giovinastri - mi ha chiesto di scaricarle tra i primi libri per il suo tablet Il Castello di Franz Kafka, un libro che non mi pare una lettura così vuota e banale. Magari, ma questo è un altro discorso, si può discutere del gusto «nero e decadente» suo e di molti giovani contemporanei, ma si tratta, evidentemente, di un tipo di discussione che esorbita largamente la dialettica schermo/carta.
E se i lettori sono destinati a rimanere, indipendentemente dal supporto di lettura, così come i classici della letteratura - leggere Guerra e Pace o Madame Bovary o I sette pilastri della saggezza su e-book non è un'assurdità -, la vera domanda è chi non rimarrà?  
Le librerie, certo, scavalcate dalla vendita diretta dei libri da parte degli editori. Ma anche gli editori, soprattutto quelli che in periodo di crisi pensano di sopravvivere di thriller seriali, di confessioni morbose di protagonisti tv, di guide alla microfelicità familiare o di manuali per farsi da sè lo yoghurt alla camomilla, rischiano di essere assorbiti e svuotati dall'onda crescente della disponibilità di e-book gratuiti o semigratuiti. Si può pensare, seriamente, di sopravvivere contando esclusivamente sulla difficoltà di alcune classi della popolazione - sociali e di età - ad accostarsi a uno strumento telematico? 
Tra i motivi che ci hanno indotto a chiudere l'attività c'è stato, innegabilmente, la lenta ma definitiva scomparsa dei giovani lettori. I nostri migliori clienti avevano un'età che superava costantemente i trent'anni-trentacinque anni. Eravamo una libreria generazionalmente condannata. 
Ed è questo un elemento, ahimé, centrale in qualsiasi analisi sulla situazione editoriale.





5.2.12

Music for the masses...


... titolo di un album dei Depeche Mode.
Che però non è il gruppo scelto per questo giro. 
Dopo il teutonico rumore degli ottimi - a mio parere, ovviamente - Rammstein, andrò sul leggero, in attesa di un altro attacco  di heavy metal. O di jazz. O di musica barocca .
Ecco il dubbio e il desiderio di continuare con Lully o Pergolesi o Marais mi ha accompagnato più di una volta, situato in una parte del cervello non impegnata a scrivere ai fornitori o a spiegare ai clienti la nostra chiusura. Poi ho deciso di rimandare a un'altra occasione.
...
Brian Eno l'ho conosciuto nell'album For your Pleasure dei Roxy[1] Music - che possiedo tuttora in forma di vinile, con Amanda Lear in tenuta fetish - dove appariva in panni perfettamente e assolutamente femminili. Una delle tante facce del perfezionismo maniacale di un artista geniale. E, come tutti i geni, un po' snervante. Ho seguito la sua ambient music - musica per aeroporti, ecc. - poi le sue collaborazioni con David Byrne dei Talking Heads e con Robert Fripp dei King Crimson. Alcune cose le ho davvero apprezzate, altre mi hanno lasciato freddo, nonostante abbia sinceramente apprezzato l'impegno e il genio di Brian Eno. 
Questo piccolo e leggero brano mi ha affascinato fin dal primo incontro. In apparenza un piccolo motivo di pianoforte che si ripete con poche variazioni, ma sottolineato da una felicissima e sorprendente linea armonica. Un piccolo capolavoro. 


[1] Roxy= Rock+Sexy

2.2.12

Dopo


 Adesso che ho dato la notizia, quella che serbavamo in fondo alla gola e in fondo all'anima da qualche mese a questa parte, mi resta soltanto da provare a spiegare che cosa si prova a vedere la propria libreria essere via via spogliata di titoli che devono essere resi per pareggiare i conti con i fornitori . 
Brutto karma? Beh, sì, abbastanza. 
Comunque una chiusura dà poco meno lavoro di un'apertura, lavoro che un magone insistente impedisce di fare serenamente. 
Poi ci sono i clienti, gli appassionati, i lettori, tutti coloro che avevano capito che non tutto funzionava come doveva, ma che fino all'ultimo si sono autoconvinti che la libreria sarebbe durata. 
E qui ne approfitto per un chiarimento che in molti mi hanno chiesto, via facebook, via e-mail o di persona.
La CS avrebbe potuto durare ancora per il 2012.
Ma a patto di un'ulteriore dissanguamento, con perdite a 5 cifre. L'avremmo potuta tenere aperta con i nostri (miseri) stipendi azzerati o quasi - come è stato per il 2011 - e facendo ricorso ai soldi di famiglia, ascendenti e discendenti compresi. 
Quindi no, mi dispiace davvero, ma non esiste. 
Meglio chiudere prima di ricorrere a uno strozzino o di darsi alla rapina ai pensionati fuori dagli uffici postali. 
...
Che cosa significa, davvero, chiudere una libreria? 
Complesso e lungo spiegarlo. Ma giusto ieri un docente di chimica, un discreto lettore che incontravo in genere nei giorni di orario continuato, mi ha illuminato e spero possa farlo anche per chi mi legge. 
Il soggetto non è un soggetto stupefacente o ultracolto. Il nostro leggeva volentieri libri di buon gusto - Paasilinna, McCall Smith, Malvaldi ecc. - ma nulla di eccessivamente complesso. Aveva bisogno di libri per rilassarsi, nulla di più. 
Ieri è venuto in libreria a portarmi le sue «condoglianze» e a chiedermi 3 o 4 libri da leggere. Dopo i convenevoli, i saluti, i rimpianti è venuta la parte davvero interessante: 
– Vede, il vero problema è che chiudendo voi i lettori in Italia saranno di meno. 
– Cioé?
– Io non ho tempo per acquistare i libri. Qualcosa nel week-end, qualche libro strapompato in TV, ma in realtà sono sempre venuto qui perché chiedevo a lei e lei mi pescava sempre qualcosa di leggibile. Tra un esperimento, una lezione, un'esercitazione venivo qui, mi rilassavo, facevo un giro e uscivo con un libro o due. Una volta che voi avrete chiuso qui nei dintorni non c'è più nulla. Solo librerie universitarie che vendono libri di organica o di analitica e nulla di più. Finché durarenno anche quelle. E nessuno che abbia tempo, voglia o la possibilità di consigliarmi qualcosa. Quindi leggerò di meno. Mi porterò una rivista o qualcosa del genere. O andrò a rompere le palle ai colleghi o agli studenti. La chiusura delle piccole librerie di prossimità è una sciagura per i lettori. Ci vuole del tempo per capirlo, ma è così. Siamo e saremo un paese sempre più ignorante. Comunque grazie e i migliori auguri.
...
Aveva completamente ragione? 
Non lo penso, anche per il bene della nostra comune patria. 
Credo che un lettore giovane possa procurarsi qualcosa da leggere per il suo kindle senza grossi problemi. 
Ma il vero problema è: «Chi avrà voglia di farlo, se i lettori sono sempre meno, meno influenti, meno presenti, meno rilevanti? E a chi chiederanno un consiglio onesto di lettura? Ad Amazon o a una delle librerie on line?».
Ma può darsi che sia solo un incubo personale, non datemi (troppo) retta. 
Ma è bene non buttare via queste considerazioni, come si sarebbe fatto con il testo di una distopia alla Orwell o alla Huxley.
Le «piccole librerie di prossimità» sono importanti. Come si vive in quartieri senza negozi, senza cinemi, senza teatri? E senza librerie? 
Beh, ci sono sempre i centri commerciali. 
I «Mall». 
Certo, come no.


31.1.12

Che altro aggiungere?


Cari tutti
Lo so, non inizio mai così un post, ma questa è una volta speciale. 
La CS chiuderà. 
Entro il 31 marzo 2012 chiuderò definitivamente la serranda. 
Tutti i particolari di ciò che avverrà in termini di offerta, sconti eccetera li potete trovare qui: 



Fateci un salto e leggetelo. Sarà un favore fatto a me e spero anche a voi. 
...
Che altro aggiungere? 
Beh, poco e moltissimo. 
Poco perché la realtà ha una sua cadenza e la storia non si fa con i se.
Moltissimo perché spero e mi auguro - anche se non lo credo - che la CS sia l'ultima delle librerie indipendenti a dover chiudere. 
Ma di questo moltissimo ritornerò a parlare e quindi non sto a farla lunga qui. 
Ho 57 anni e lavoro in CS da quando ne avevo 21. Fanno 36 anni di vita, se non sbaglio. 
Non poco, tutto considerato. 
E comunque vada so che rimarrò un libraio fino al mio ultimo giorno su questa terra. 
Senza libreria, d'accordo, ma sempre un libraio. 
Quindi noioso, spaccap..., poco impressionabile, cinico e impaziente.
Non potete dire che non vi ho avvisato.  

29.1.12

Niebelungen Lied e zone limitrofe



Un'altra settimana è passata, quindi... 
Questa volta, però, nulla di troppo ponzoso o di troppo serio. 
In fondo io non sono una persona (troppo) seria. 
Mi piace il classico contemporaneo e tutta una serie di stranezze musicali, ma ho un lungo passato di passioni più o meno ortodosse nel campo del pop e del rock. Oltre che dell'heavy metal. 
Un genere che non amo particolarmente in sè per sè - la linea musicale è troppo spesso elementare o ripetitiva o ovvia - ma che, come tutti i generi, possiede un 10% di eccellenza, come insegnava il buon Theodor Sturgeon. 
E in ogni caso le vicinanze e i collegamenti con la musica classica, particolarmente con il barocco e con l'opera, sono tali e tanti da indurre a un'attenzione particolare verso il genere. 
...
Nel settore heavy metal debbo ammettere un'amore - anche soltanto un affetto, via - per l'ex-collegiale Marylin Manson, per gli scozzesi Korn (scozzesi come Iain M. Banks), per gli armeno-californiani System of a Down e per i tedeschi Rammstein. Questa volta tocca ai Rammstein, ma prima o poi toccherà anche agli altri. 
Il pezzo che presento è Moskau, tratto dall'album «Reise reise» («Viaggiare, viaggiare», ma anche «Alzati, alzati», come nella canzone popolare Reise, reise, seeman, reise, cioé Alzati, alzati, marinaio, alzati). Un affascinante mix di cultura post-sovietica, heavy fantasy e lieder wagneriani, con un testo fortemente polemico nei confronti della politica russa contemporanea. 
Non alzate troppo il volume, se non volete litigare con i vostri vicini. 


27.1.12

Non dimenticare, comunque.

Ogni anno si ripete e qualche editore si scomoda a ristampare - ovvero a presentare come ristampe le rese dell'anno precedente - alcuni titoli più o meno fondamentali sull'argomento, dall'immortale Shirer della Storia del Terzo Reich ad Anna Foa ed il suo Diaspora, all'immancabile diario di Anna Frank a qualche libro più recente, come Una strana fortuna, di Maurice Grosman. Tutto come dovuto, come previsto, com'è giusto e necessario. 
Ma...
No, non ho nessuna tentazione negazionista, per carità. 
A coloro che negano l'esistenza dei forni e dei campi di sterminio auguro la possibilità di passare un giorno ad Auschwitz - o Oswiecim, come è chiamata ora dai polacchi.  Magari in un giorno d'inverno del 1944.
Se avete letto non solo Se questo è un uomo ma anche I sommersi e i salvati di Primo Levi sapete che è drammaticamente tutto vero. E se avete letto con la necessaria attenzione la Storia del Terzo Reich di Shirer o il libro di Detlev Peukert, ormai esaurito, Dentro il nazismo, conformismo, opposizione e razzismo nella vita quotidiana, conoscete fin troppo bene non solo l'orrore del nazismo, ma anche il sottile orrore quotidiano di chi non voleva sapere e vedere. L'orrore di ogni giorno, il lento, quasi inconsapevole e insostenibile scivolare nella logica dell'eliminazione. 
No, ciò che mi lascia perplesso è il silenzio che continua a gravare sulle vittime non ebree del massacro nazista[1]. Parlo degli zingari, degli omosessuali, dei disabili e dei Testimoni di Geova. Le Vittime dimenticate di cui parla un piccolo libro arrivato ieri in libreria, scritto da Giorgio Giannini. 
Ecco, se vi capita, non fatevi sfuggire questo piccolo libro.
Nulla di che, ma utile quando pensate - come è capitato anche a me, dopo che mi hanno alleggerito del portafoglio - che i Rom dovrebbero essere deportati, nascosti, eliminati
O quando i Testimoni di Geova di abbordano per la strada. 
O trovate poco tollerabili i modi effemminati di qualcuno.
O non riuscite a sopportate l'ecolalia, le ripetizioni, le balordaggini di un malato di mente. 
Ecco, questo può essere un buon modo per non dimenticare il Giorno della Memoria. 

[1] Ho una certa resistenza a usare il termine «Olocausto». La sua radice religiosa («Sacrificio») lo rende, a mio parere, poco appropriato a indicare un massacro prolungato condotto secondo regole e modi di procedere tragicamente familiari in una società ad alta industrializzazione. C'è qualcosa di profondamente e patologicamente «moderno» nello sterminio di milioni di persone condotto come la produzione di gomme da cancellare o di montature di occhiali. «Olocausto» allontana le nostre menti dalla vera radice dello sterminio.

24.1.12

Scatola nera


Continua a essere un pessimo momento. E questo non è certo un fatto nuovo.
Quando sarà finito, comunque, i passanti da questo blog saranno i primi a saperlo. 
Mi rendo conto che nell'anno nuovo ho postato sostanzialmente brani musicali, un racconto e un po' di lamentele. Così adesso saranno due, i racconti. 
Anche questo è piuttosto breve. 
Ma può comunque vantare una bella trombatura al concorso per i racconti indetto qualche anno fa da Delos. 
Tra me e i concorsi per racconti non corre troppo buon sangue, evidentemente. 
Dev'essere colpa mia, ovviamente.
...


        Almeno il prete che c'era prima era vecchio.
    Non anziano come lui: proprio vecchio cioè stanco, stufo, ancora in circolazione a dispetto di se  stesso.  Brontolava, sapeva di canfora,  di tonache conservate in  vecchi  armadi  di  stanze  dai soffitti  troppo  alti,  con  una lampadina impolverata appesa in mezzo alla volta.
    Era morto  dormendo, in modo ovvio,  liscio, e si  era portato via un  pezzo del loro segreto.
    – So  che eravate  molto legati.   –  Il pretino  ha mani  pallide, sottili,  da pianista.
    – Padre, lei suona?
    – Solo la chitarra, qualche volta.
    Perché sorride?  Cosa c'è da sorridere?
    – Ci conoscevamo da tanti anni, tutto qui.
    – Padre Antonio le  ha lasciato alcuni oggetti.   Lei è il suo  unico erede, non aveva più nessuno.
    – Lo so.
    Sta seduto malamente, dondolandosi.  Vorrebbe ordinare un altro bianco ma finché il pretino rimane lì è difficile.  Le due del pomeriggio: la piazza senza ombre, la chiesa dal portone  chiuso, le sedie di metallo e i  due ombrelloni a spicchi bianchi e gialli del bar.  Sceglie sempre  la stessa sedia – quella d'angolo – e guarda passare la gente nascosto dal fondo del bicchiere.
    – Le ho portato tutto, Padre Antonio l'aveva già preparato.
    Fa sì con la testa come un bambino immusonito.
    Il pretino gli  porge la borsa: una borsa  di plastica bianca con il  nome di un supermercato stampato sopra.
    Lui la prende e se la dispone in grembo con cautela.
    Lo scocciatore  non se ne  va.  Magari vuol sedersi  e far due  chiacchiere.  È nuovo, e prima di farsi accettare in  quel paesino di mezza montagna ce ne vorrà un pezzetto.  Per il momento la gente non gli vuole né bene né male: lo saluta e tira diritto.
    – Non credo sia roba di valore.  Padre Antonio era molto povero.
    Lo guarda  senza alzare  la testa.   Avrà già frugato  nella borsa,  il pivello? Dirgli qualcosa?  A qualcuno dovrà pure dirlo prima o poi.
    Prende un sedia  con le mani chiare, sottili  e dice: – Se permette  mi siedo un momento.
    Annuisce.  – Io prendo un bianco. Un altro.  – Dice con intenzione.
    – Buona idea.  Ne prendo uno anch'io.
    Il pretino  rovescia indietro  la testa  e si mette  a guardare  il cielo  di un azzurro polveroso.
    Apre un pochino la borsa: è tutto lì.
    – Sono curioso, lo so.  Ma cosa le ha lasciato Padre Antonio?
    Ha voglia di ridere: – non lo so.  Non lo sapeva neppure lui.
    Il pretino fa  un sorriso ingessato, beve  un sorso del suo bianco  e stringe le labbra.
    No, non gli dirà niente.  Quando toccherà  a lui farà come era d'accordo con Don Antonio, riporterà tutto al buco e buonanotte.
    – La saluto, allora.  Venga a trovarmi qualche volta.
    – Sono sempre qui, io.
    Padre Carmelo si  allontana a passi troppo lunghi, leggermente  sporto in avanti per non perdere l'equilibrio, più o meno come camminano i merli.
    «Forse ci riesci a diventare vecchio» dice tra sé.
   
    Si ferma per un'altra oretta poi torna a casa.  La borsa pesa, appena entrato la posa sul tavolo scostando la tovaglia macchiata di vino.
    Va a lavarsi, beve un sorso del suo in piedi.
    Tira fuori dalla borsa l'involto, foderato  con un vecchio maglione.  Le foto le mette sul  tavolo, disposte  regolarmente come  in un  solitario.  In  un angolo mette  il coso,  acceso  come sempre,  con  la  serie di  lucine  gialle che  si accendono e si spengono in successione.
    Le foto le ha fatte lui e per giunta  di notte.  Del disco o cosa diavolo era se ne vede  poco: era  quasi tutto  interrato.  In una  foto si  vede anche  il Don Antonio di trent'anni prima con in  mano un pezzo di metallo stranamente leggero e la bocca un po' aperta a finir di dire "...che robaaaa."
    C'è anche una foto del pilota, stecchito come un gatto morto.
    Se era un maschio o una femmina né  lui né Antonio l'avevano capito e togliere i calzoni ad un alieno oltre che inutile era parso irrispettoso.
    L'avevano seppellito e Padre Antonio aveva meditato per una mezz'oretta.
    – Dai.  – Gli aveva detto.
    – Ma siamo noi ad essere stati creati a immagine...
    – Piantala.  È morto, no?  Che ti costa?
    Aveva dovuto decidere lui, un prete  di campagna, senza nessun concilio e nessun aiuto.
    Con l'olio santo l'aveva assolto di chissà quali peccati.
    – È buffo, no?  Sembra un micio.
    – Sono gli occhi.  Ha gli occhi un po' storti.
    Avevano lavorato come due facchini per seppellire lui o lei e per far sparire la nave.  La terra era sua, un bricco irraggiungiubile  stretto tra due  dorsi di monte, umido e sempre all'ombra.
    Avevano portato via il coso che continuava ad accendersi e spegnersi.
    Don Antonio non  aveva più detto una parola mentre  tornavano al paese: guardava l'alba come un esiliato.
                                                                  
    – È una specie di scatola nera.
    – Forse serve a segnalare il naufragio.
    – Comunque dev'essere importante.
   
    Non  ha più  molto da  campare.   Al massimo  può  rimettere il  coso dove  l'ha trovato.
    Se i colleghi del pilota rivogliono il coso, comunque, devono venire da lui.
    E lui li ha aspettati tanto, sarebbe contento di incontrarli.




22.1.12

Musica domenicale


Rieccomi qui con il mio pezzetto di musica della domenica sera.
Un'abitudine che mi sta prendendo, tanto è vero che da qualche tempo a questa parte sto dedicando qualche momento la mattina per cercare un'esecuzione su You Tube che mi sembri adeguata. 
Stamattina ce la siamo vista tra Erik Satie, King Crimson, Steve Reich e John Adams. 
Alla fine ha vinto (per questo giro), John Adams.
...
Compositore e direttore d'orchesta californiano, Adams è anche commediografo - vincitore di un premio Pulitzer nel 2003 - e fa parte di un gruppo di musicisti ai quali sono particolarmente legato, il già citato Reich, Terry Riley e Philip Glass che in un modo o nell'altro avrete occasione di ascoltare. 
La composizione presentata è un po' lunga (26' e 42") ma penso meriti ascoltarla. Magari mettendo il volume al massimo...




19.1.12

Un concorso



È appena uscito il bando per il concorso 2012 dell'editore Alga, di Torino. 
Lo potete scaricare 
Vale la pena? 
Beh, io in quanto non-vincitore all'edizione precedente non avrei molti motivi per sostenere che merita partecipare. 
Ma lo faccio ugualmente.
Perché è un'iniziativa coraggiosa. 
Perché i libri pubblicati sono - nella peggiore delle ipotesi - interessanti, vivaci, imprevisti. Libri vivi per un'Italia migliore. 
Perché la giuria è fatta di persone disinteressate (sì, maledizione) che non hanno legami, rapporti, marcature, pesi, obblighi nei confronti del mondo dell'editoria. 
Tanto è vero che l'editore Alga non ha distributore e non manda i libri in libreria. Ma i suoi libri potete trovarli ugualmente.
Insomma, se avete scritto qualcosa di interessante, purché sia almeno di 100.000 caratteri, mandatelo. Non costa nulla, escluso il prezzo di una fascio di fotocopie, e può meritare. 
...
Io parteciperò ancora? 
Non credo. 
Non ho molto sottomano, a meno di usare un romanzo hard-sci-fi che non è vietato dal regolamento ma che non tutti digeriscono. O un'antologia di racconti gotico-enigmatici. O il famoso romanzo ucronico del quale ho parlato qualche tempo fa
Essendoci poi la possibilità/probabilità di essere uno dei giurati-lettori, direi che non c'è trippa per gatti. 
A proposito: i lettori ricevono i manoscritti rigorosamente anonimi, quindi non contate sulla mia presenza. 
Oppure potete sempre provare con un incipit tipo: 

Ma mentre correva verso...
Allora, proprio allora...
Sì, era stata lei, proprio lei a...
Sberle, quello avrebe dovuto dargli...
Impossibile. Non era un momento per cui...
Ma forse no. Forse aveva ancora tempo per...
O forse poteva provare in un altro modo, poteva...
Correre di nuovo, affrettarsi...
Impazzire, si sentiva pesante, assediato...
Troppo disperato per resistere, per combattere... 
Inutile, tutto inutile.

Ma anche così non saprete se il romanzo arriva a me...

Grandissimi auguri a tutti, comunque. 



18.1.12

Un racconto


Periodo pieno di lavoro. Non lavoro di quello che porta soldi e fama, ma seccature, creditori in agguato, libri in ritardo, ordini scomparsi... Insomma, un brutto momento. 
Per non lasciare il blog sfornito pubblico un racconto breve, pubblicato nel 2003, mio ma allora apparso a firma Giulio Artusi nell'antologia Fata Morgana 2. 
Nulla di che, anche se è un racconto di sf. Ma di un genere davvero particolare. A cominciare dal nome del protagonista, un anagramma facilissimo...
Buona lettura!
...

Leonia, quello che aveva le figurine.
Un nome strano, una bella casa, grande. Mi invitò un sabato pomeriggio, i suoi non c'erano.
    Vieni da me, che oggi giochiamo alle figurine?
    Certo!
Sapevo già che Leonia era uno speciale, ma non me sarei mai aspettate tante: calciatori, animali, piante, film, auto, motociclisti, animali preistorici. Persino i calendari profumati dei barbieri e le cartoline con le immagini che scivolavano seguendo il riflesso.
Leonia apriva cassetti, spalancava ante ed estraeva pacchetti e pacchetti di figurine, collezioni che non avevo mai visto e neppure immaginato, e io le guardavo con un piede in paradiso. Il pavimento ne era coperto.
Leonia era davvero speciale, sempre il primo in ogni cosa, riservato senza essere distaccato, gentile senza ostentazione, occhi verdi come il vetro di una chiesa e con un taglio particolare, ciglia lunghe, mani sottili ma forti. Le ragazze ci impazzivano ma lui le considerava poco. Noi maschi - ma anche i professori - ne eravamo intimoriti e anche un po' affascinati, qualcuno sussurrava che le donne non gli piacessero ma poi s'era sparsa la voce che stava con una di terza e tutti avevano pensato: «É normale, per Leonia»
Il mio pacchetto tenuto con l'elastico se ne stava intimorito in fondo alla tasca del giubbotto appeso nell'ingresso. La mia collezione quasi completa del campionato 1963-64 era nulla in confronto alla sue e anche «scambiare le doppie» sembrava una completa scemenza, a quel punto.
    Ti piacciono?
    Certo, ma ne hai...
  I miei ci tengono che faccia collezioni, dicono che si imparano un sacco di cose.
    É vero, hanno ragione. Cosa fanno i tuoi?
    I miei? Sono degli studiosi. Diciamo degli scienziati.
  Il telefono ci interruppe: guardale pure, non ti preoccupare.
Altro che dirmi, come facevano i miei, che i soldi per le figurine erano sprecati. «I genitori di Leonia fanno gli scienziati e gli comprano tutte le figurine che vuole.»
Lo sentivo parlare al telefono. Non parlava italiano, ma sapevo che Leonia veniva da lontano. Mi alzai: aspettavo quel momento da tanto. Piano piano spalancai le porte dell'armadio. In alto, ce n'erano altre. Le presi. Figurine sportive, c'era il nome e sopra il ritratto. Strane. La figura era profonda, sembrava di poterci infilare dentro il dito. E il nome era scritto con caratteri curvi, mai visti. Leonia al telefono continuava a parlare, probabilmente erano i suoi. Mi sembrava rassegnato, come quando ti dicono che devi fare una cosa, e lo sai che è giusta, ma non ti piace.
Altre figurine: animali, piante. Strani gli uni e le altre. Di qualche film di fantascienza, avrei detto. Belle, con luci che si accendevano e spegnevano, di una carta fredda, lucida. Come piccoli schermi di una TV. Non mi accorsi neppure che Leonia era tornato.
    Ti piacciono?
    Molto.
    Se vuoi prendine una.
    Ma da dove...
    Sorrise, saputo senza darsi arie, come riusciva a fare solo lui.
    Tu ne hai una? Una da darmi?
Andai a prendere il mio pacchetto e ne estrassi la più preziosa: Altafini, bisvalida. Era un bel sacrificio, nemmeno per un fratello...
    Grazie.
La guardò, la girò annuendo, serio.
    Sarà un ricordo. Mi spiace ma adesso devo uscire, vengono i miei a prendermi. Non ci vedremo per un po', credo. 

    Leonia il lunedì non venne più a scuola. Partito, chissà per dove. O tornato chissà dove. La sua figurina ce l'ho ancora. Ogni tanto la guardo ma non capisco il nome, né riesco a immaginare il gioco.
E comunque è probabile che sia una schiappa, Leonia me l'ha regalata troppo volentieri. 
O forse è che mi voleva bene.
Quando viaggio nelle notti stellate la porto con me, comunque. Mi fermo in mezzo alla campagna serena e guardo in alto, le stelle.
    Ehi, Leonia, come si chiama questo qua?
Lo so che dov'è non può sentirmi, ma non importa. Sono contento così.
Le figurine sono una bella cosa, cosa credete? Non solo per noi.