13.4.18

Quando una storia finisce...



Lo spunto per questo post mi è venuto da Dario Tonani che ha fatto pubblicamente questa domanda: 

CHE COSA PROVATE a venti pagine dalla fine di un vostro romanzo? Ve lo chiedo, perché per ognuno di noi è diverso. Per me è come aprire gli occhi, svegliarsi, accorgersi che è mattina. Voler infilare di nuovo la testa sotto le coperte. Riavvolgere il nastro: trenta pagine, cinquanta, cento... Ma anche la gioia del profumo di caffè, la spremuta d'arancia, la colazione, la giornata di sole. Nel weekend, se tutto fila come deve, mi appresto ad affrontare proprio le ultime venti pagine del mio nuovo romanzo. Dubito che le finirò tutte, tra chiusura del capitolo finale, epilogo e prologo (che scrivo sempre per ultimo). Nel caso, il profumo di caffè durerà qualche giorno in più. E per voi, com'è?

Domanda in apparenza facile. È sufficiente fare qualche osservazione sulla vicenda perduta (vero), sui personaggi perduti (vero, anche se solo in parte), sulla sensazione di felice stanchezza che coglie (vero)… ma anche sui mille e mille dubbi su ciò che si è scritto (avrò reso bene quel personaggio, avrò reso bene quella svolta della vicenda, ma sarà credibile il Feroce Millanta o è soltanto una sagoma di cartone… e la società immaginata sarà possibile o è solo un teatro dei burattini…?) Mille e mille insufficienze, carenze, mancanze che ti perseguitano mentre paghi un caffé, acquisti una rivista o vai in banca.  
«Ma quanti lettori pensi di avere, sciocco!»
No, il numero di lettori è del tutto secondario,  è sufficiente sapere che non li conosci tutti. Al limite è sufficiente un solo lettore che non ti sia congiunto in qualche modo a creare panico, insicurezza, dubbi. Senza contare il tuo personale SuperIo, quello che è sempre pronto a ridere dei tuoi sforzi, a trovarli pietosi, vani, ridicoli. 


Sicché essere verso il finale di una storia può renderti insicuro quanto soddisfatto, malinconicamente felice quanto sottilmente disperato, dal momento che man mano che si avvicina il momento della pubblicazione un testo sarà perduto per sempre e di questo tuo figlio, comunque sia nato, dovrai prenderti cura e difenderlo e il massimo che potrai fare sarà provare a immaginare le critiche, dando per scontato che comunque quelle che ti verranno in mente sono solo una frazione minima di quelle che ti perverranno. 
Ovviamente esiste la possibilità, essendo al soldo – detto in senso realista (o fattuale) – di un editore di grandi nome o di grandi tirature, di valersi del suo patronage per sorridere alle critiche, sogghignare davanti alle stroncature e in qualche occasione giungere ad adirarsi davanti a qualche osservazione particolarmente ottusa. Ma si tratta semplicemente di una mascheratura, sia pure ingegnosa, qualsiasi scrittore serio – quindi non bariccoforme né bariccoinvaso – sarà disposto ad ammettere, in solitudine e con qualche bicchierino in corpo, che il suo ultimo libro non lo soddisfa pienamente. Il bello è che proprio questo il senso del suo lavorare, il lavorare su un libro pensando intanto a quello che seguirà e a tutti quelli che non si sono nemmeno iniziati ma che hanno comunque lasciato un segno nel proprio immaginario, a quelli iniziati e mai finiti, ai generi sfiorati, alle ambientazioni promettenti ma non riprese… Le ultime pagine di un libro che si sta scrivendo sono tutto ciò, un grumo di sogni e incubi interrotti a metà che almeno in un caso hanno trovato un proprio finale. Ed è normale ci sia una certa soddisfazione – che sarebbe più giusto definire sollievo – nel giungere a scrivere FINE  al termine delle temporanee fatiche.   


Quella dello scrittore in crisi e tormentato – magari anche alcolista – è divenuto un luogo comune ed è onestamente difficile non ridere davanti a individui affannati che ripetono con grottesche variazioni frasi poco significative di per sé, si tormentano fino a fuggire nella loro stanza per scriverne. Ma entro certi limiti non si tratta completamente di un'invenzione: a chi tra noi scriventi non è accaduto di frugarsi addosso cercando una penna e un pezzetto di carta per prendere nota di un'idea improvvisamente balenata in mente? O chiedere al vostro accompagnatore / accompagnatrice se per caso hanno qualcosa per scrivere, qualunque siano le circostanze in cui questo avviene, durante una salita alpinistica o mentre si deve salire su un treno. 
In ogni caso resto convinto che esista il finale di un racconto o di un romanzo unicamente come sosta in un viaggio che avrà termine soltanto con l'exitus. Si potrà godere del caffé e della spremuta d'arancia, ma pagine non scritte ci seguiranno e ci perseguiteranno: scrivere vuol dire anche questo. 


24.3.18

Editore ed editor


In inglese va molto meglio. Esiste una parola per editore (publisher) e una per editor, per l'appunto editor. Un po' come library (biblioteca) e bookshop (libreria). 
Ma che cos'è un editor?
Bella domanda, come dice chi non ha idea di come rispondere. Leggendo sui giornali-che-contano ce se ne può fare un'idea. Sono editor gente come Antonio Franchini, recentemente passato da Mondadori alla Giunti, o Alberto Gelsumini, sempre della Mondadori, o Joy Terekiev editor della Fiction Mondadori o Nicola Strazzeri della Longanesi o ancora Gemma Trevisani, editor della narrativa italiana per Rizzoli o Nicola Lagioia, editor e scrittore per Minimum Fax fino a Franco Forte, editor ed autore. In sostanza un editor è un soggetto polivalente, capace, in teoria, di fare del romanzo di un sconosciuto un best-seller (o quasi), ma anche – forse – decidere la frequenza delle virgole a pagina o se le parole straniere devono essere scritte in corsivo o meno e dove inserire i testi in maiuscoletto. 
In sostanza (e teoricamente) un buon editor sarebbe colui che fa in modo che la lettura di un libro proceda bella liscia, senza sussulti o impedimenti. Un buon editor dovrebbe essere come un arbitro di calcio, ovvero come colui che non si fa notare in campo.
Ma questo può valere, immagino, per i piccoli e medi editori mentre per i grandi suppongo debba esistere una divisione dei compiti per la quale dei corsivi e degli errori di ortografia si occuperà qualcun altro e non sua maestà l'editor. Suppongo, anche se non ne sono affatto certo, dal momento i refusi anche sui libri anche di alta tiratura non sono poi così impossibili, anzi. 


Il problema è ciò che è accaduto negli ultimi vent'anni al vertice dei grandi editori, con la progressiva scomparsa di molte figure intermedie, i cui compiti sono stati gradualmente affidati a studi professionali, secondo la logica squisitamente capitalista per la quale le spese per creare qualsiasi cosa, dalle guarnizioni in gomma fino ai libri illustrati, devono essere prodotti al prezzo più basso possibile. Il che, probabilmente, è anche la ragione per i refusi che è possibile trovare persino in libri di case editrici di fama come Einaudi o Guanda. 
A questo punto, tuttavia, la nostra immagine dell'editor si è quantomeno appannata o è almeno mossa. 
Ma proviamo a fare un passo indietro. 
Un testo che arriva in lettura a un piccolo editore – se è quantomeno leggibile – viene girato all'editor (ma anche correttore di bozze e millanta altre cose), che da quel momento comincia a girare con un brogliaccio o, più recentemente, con una pendrive al collo, sfruttando ogni minuto disponibile per penetrare nel testo. 
Supponendo che il testo sia considerato leggibile e persino pubblicabile la prima cosa che farà l'editor sarà leggere un paio di volte il libro, cercando di afferrare non solo ciò che l'autore ha scritto, ma anche ciò che non ha scritto, lasciandolo non detto volontariamente o involontariamente. Una volta presa confidenza con il testo, nascono le domande. Poteva andare diversamente? Ha fatto bene a far comparire Calibano a pagina 22? E Miranda fa bene a cedere così tardi alla corte serrata di Ferdinando[1]? Non avrebbe fatto bene a cedere prima o a non cedere affatto? In tutto ciò, tuttavia, non può mancare un'attenzione pressoché patologica per la struttura fine del romanzo: le virgole, i punti esclamativi, i rimandi a capo, gli inserti, i corsivi dei monologhi interiori, tutto ciò che, più o meno consapevolmente, determina il ritmo del testo. 


In  sostanza, e a mio personalissimo parere, il vero compito di un editor è quello di riuscire a suscitare – o ri-suscitare – ciò che di profondo il testo contiene, interrogarsi sulla vita dei personaggi, meditare sulle scene centrali, sull'incipit – non credo agli incipit emotivi ma agli incipit che, sornioni, fanno entrare nel libro – e alle scene finali, spesso sottovalutate ma viceversa essenziali nel giudizio definitivo di un testo. 
Un buon finale discende (quasi) matematicamente dalla buona organizzazione interna del romanzo e ne raccoglie tutti i motivi profondi di esso, sia quelli enunciati che quelli volontariamente taciuti. Un buon finale può non essere in calando ma, paradossalmente, in crescendo. 
Se è vero che i romanzi non si fanno con il computer – a meno di produzioni assolutamente seriali – è altrettanto vero che non è nemmeno possibile farli con i programmi di natura finanziaria che stabiliscono i margini di ogni operazione economica. Ma questo è un elemento che ripeto da prima del 2001: i libri sono qualcosa di profondamente diverso da un qualunque elemento di svago o di arredo e penso che lo ripeterò fino alla (mia) morte. 
Ultimo elemento per completare il quadro il mio particolare rapporto con il mestiere di editor. Un mestiere che ho iniziato a fare controvoglia, lavorando sulle centinaia di racconti che giungevano per il concorso Fata Morgana, con testi sottoposti che non sempre erano all'altezza della tenzone. Ma non posso che dirmi felice di quel difficile apprendistato che mi mise contemporaneamente di fronte all'intreccio, alle forma grammaticali, alla punteggiatura, al lessico, agli stili, alle forme paratattiche (troppe) e a quelle ipotattiche (poche), ai birignao degli autori innamorati di se stessi, al dramma/ cartoon che propone morti in successione, al gore, allo splatter – normale o dopato –, alle sofferenze di giovani soli e talmente sfigati che sicuramente sarebbero stati scartati anche in un concorso letterario – appunto – alle descrizioni inesistenti e a personaggi a una o al massimo a due dimensioni. Io e la mia disgraziata moglie eravamo chiamato a intervenire sui pochi racconti leggibili per renderli lucidi, potenti, autosufficienti. Non ci siamo riusciti sempre, sia chiaro, ma in buon numero di casi sì. 


Così ho imparato a leggere profondamente – un termine ovvio, ma non me ne vengono di migliori –, a cercare di capire dove voleva arrivare l'autore e se ci era riuscito o, come certi guidatori con 0,9 di valore alcolemico, ci erano passati vicini senza vederlo o l'avevano centrato in pieno distruggendolo come una pianta sui lati della strada.
L'aspetto fondamentale del mestiere di editor è che, di fatto, non lo si è mai imparato fino in fondo e che ogni nuovo testo è una sfida che è sempre possibile perdere. 
Io non gioco a gratta-e-vinci, mi basta e avanza fare editing.

[1] Il riferimento ai personaggi de La Tempesta di Shakespeare è semplicemente dovuto al fatto che i primi a venirmi in mente sono stati Prospero, Calibano e Miranda, Ariel, Gonzalo e Trinculo.



 

7.3.18

Tempi stretti




Ho, per l'ennesima volta, perso. 
Anzi per la verità, abbiamo perso. Anche il Civati della foto allegata, malamente rimasto fuori dal parlamento.
Ma in realtà abbiamo perso tutti, anche coloro che credono di aver vinto.
Per quanto mi riguarda ho votato LeU, naturalmente e altrettanto naturalmente ho contribuito a mandare alle camere una ventina di sfigati che non riusciranno a combinare alcunché. Sempre che non si suddividano ulteriormente in tre di qua, quattro di là, otto o nove in mezzo, gli altri (altri?) dove capita. Lo so che Grasso ha giurato che LeU resterà unito ma la domanda che nessuno gli ha fatto – immagino perché non si picchia un moribondo – è stata: «uniti a fare che?». 
Bella domanda.
Ma anche il PD, forte del suo 18,8% con un segretario- vampiro che non vuole smettere di dissanguarlo e che fa finta di dimettersi, a cosa servirà in futuro? 
E tutta la sinistra europea che progetti ha per il futuro?
A cominciare dalla SPD, passando dalla Gauche française, alla SPÖ, allo PSOE via via fino a Tsipras? 
«La sinistra muore», dicono i quotidiani, chi con sgomento chi con pura gioia. 
È dura da ingoiare, anche se è indubbiamente vero. 
«Ma tu non ti vergogni ad aver votato i vecchi arnesi del PCI? Gente come D'Alema o Bersani?»
Certo che mi vergogno, ma ne ero dolorosamente conscio. Il mio problema è che non ho avuto il coraggio per votare «Potere al popolo» già sapendo che così avrei buttato via il mio voto.
«Così invece…»
Già. Infatti.  

Ma perché la sinistra perde? Non solo, perché la sinistra è diventata così profondamente odiosa? Colpa dei social network? Dei presunti radical-chic? Del fatto che a votarlo siano i ricchi dei centro città e della collina mentre i proletari, gli operai, i lavoratori a ore – licenziabili a mezzo sms – votano per la Lega o per i 5Stelle?
Oddio, io sono radicalmente di sinistra ma non ho la sensazione che mi odino. Nè il mio tabaccaio, fiducioso nella riscossa di Berlusconi, nè il giornalaio che coltiva un amore faticoso per il PCI perduto, né il barista, criptofascista confuso, o il commercialista che non si è mai ripreso dalla scomparsa del PLI? Forse perchè comunque preferisco parlare con loro e starli a sentire piuttosto che provare a insegnare qualcosa ex-catedra? Più o meno la stessa cosa che mi capita nei social network dove fatico a ricordare occasioni nelle quali litigai con qualcuno. Mi è capitato di leggere egregie porcherie, ma anche in quel caso ho tentato di spiegare il mio punto di vista in maniera motivata e cercando di capire la fragile psicologia di un neo-autore, notoriamente sensibilissimo.
Non sono mai stato bravo nel fare ciò che all'epoca si definiva «lavoro di massa» [???]. Ero capace di prendere un caffé con un fascista dichiarato o stare a sentire una giovinetta di Comunione e Liberazione, di fatto mettendomi nei loro panni. Il che può forse avere un senso se nella vita si fa il romanziere (o il confessore o l'analista) ma non se si fa parte di un'organizzazione dura e pura, decisa a scatenare la rivoluzione marxista-leninista entro pochi anni. 
In realtà non posso dire di amare appassionatamente coloro che hanno trovato un lavoro grazie alla loro militanza politica sinistrorsa e che si ritengono fenomeni per la loro convinzione inevitabilmente mercenaria. Ho avuto inevitabilmente contatti con diversi di loro durante la mia vita di libraio e non posso dire di aver gradito la loro ostentata sufficienza con il povero pirla libraio, ritenuto inevitabilmente un bottegaio e quindi fatalmente interessato solo al denaro. 
La sinistra in Italia ha sempre risentito della formazione cattolica dei suoi quadri, facili a diventare da semplici fedeli a insopportabili chierici, mostrando sufficienza o spesso intolleranza nei confronti del volgo rozzo e ignorante. Immagino che mi legge ne abbia conosciuti. Io ne ho incontrati in diverse occasioni, «compagni» con la casa in collina pronti a battersi per «La Vivoluzione del pvoletaviato». Intendiamo, ho conosciuto anche ottime persone, ricche di famiglia, che si mostravano sensibili alla sorte di chi non è nato con i loro mezzi. Ma non così spesso.



Ma il problema di oggi è cercare di capire come mai hanno vinto due forze molto lontane da me come il M5S e la Lega. Soprattutto quest'ultima. Da marxista direi che il ruolo del PD come mediatore sociale, ovvero come partito che ha trovato il suo ruolo come ammortizzatore sociale, è fallito e destinato a scomparire e che ora a sostituirlo è chiamato il M5S, ma pur essendo marxista non mi accontento di questa ovvia spiegazione. 
Direi che il vero problema è diventato il tempo , il t delle formule di termodinamica. O della teoria dell'evoluzione. Il nostro t di esseri viventi è di 70-80 anni (in Occidente), suddivisi in dieci anni di infanzia, dieci di adolescenza, quaranta di vita produttiva e il resto un lento scivolare verso l'exitus. Un ritmo di vita tollerabile se si vive in periodi forte sviluppo e si pensa – ragionevolmente – che i propri discendenti vivranno in tempi uguali o migliori di quelli che si sono vissuti, ma che diventa intollerabile se la prospettiva è quella di scendere nella tomba con discendenti e collaterali nella m... fino al collo, con i nipotini che si immaginano a raccogliere barattoli e cartoni per mettere insieme un euro al giorno. 
Il PD ha svolto la sua funzione di mediatore sociale – arricchendo diverse persone che non se lo meritavano minimamente – ma vent'anni sono troppi per la nostra vita e l'idea di aspettarne altrettanti per vedere l'uscita dalla crisi mondiale sono troppi per chiunque. 


«Ma il PD ha promesso…»
Già, il PD ha promesso l'instabilità, la mobilità, il licenziamento facile, lo sfruttamento, la pensione rimandata alle calende greche e la disperazione per molti, al Sud come al Nord. Lo so, sono brutale e almeno in parte eccessivo, ma cerco di essere chiaro. M5S e Lega hanno promesso viceversa un sogno a tempi brevi e non mi sembra affatto strano che molti abbiano deciso che tanto valeva puntare su un cavallo drogato piuttosto che su un purosangue stanco. Molti lo hanno fatto per motivi essenzialmente pratici, senza alcun ideale in ballo. Gli ideali erano un bene che ignorava il tempo e viveva di futuro mentre oggi la maggior parte della gente, divorata dal tempo t e dalla globalizzazione non può più permettersi di aspettare. 
Ma neppure il M5S o la Lega possono pensare seriamente di fermare la globalizzazione o di modificare il posto dell'Italia nel quadro economico mondiale. L'Italia può sopravvivere soltanto in ambito europeo, rientrando nell'area di influenza franco-tedesca. La sua posizione e la possibilità di sopravvivere sono legati ai prossimi governi, tenendo conto che per gli italiani il tempo t è quasi esaurito e a tempo scaduto le cose possono andare anche molto peggio di così.

21.2.18

Museo, poco seriamente


Domenica scorsa, il 19 di febbraio, abbiamo presentato presso il Mu.Fant. (Museo del fantastico e della fantascienza di Torino) la nuova ALIA, ALIA Evo 3.0. 
Com'è andata? Beh, bene. È stato piacevole e divertente, anche perché abbiamo evitato di leggere «brani scelti» (dagli autori) dell'antologia – pratica troppo simile a una cerimonia ecclesiastica – preferendo chiedere a ciascuno di essi com'è nato il racconto che presentavano, in quale insieme di testi andava inserito, gli eventuali errori, i ripensamenti, i dubbi, il lavoro di documentazione compiuto, i rifiuti o i piazzamenti (o i fiaschi) ottenuti in qualche concorso, insomma tutto ciò che poteva invogliare a imbarcarsi nella lettura del proprio brano. 
L'esperienza si è rivelata divertente anche perché ai cinque autori presenti che hanno doverosamente presentato il proprio cahier de doléances si sono aggiunti altri cinque autori che, non potendo intervenire, hanno presentato le proprie tribolazioni in forma scritta – letta dall'ottima Morgana –  e altri due che hanno scelto di apparire di persona, grazie a un messaggio video. 

Caterina, il sottoscritto e Silvia, probabilmente allarmata per l'arrivo di un barbapapà

Ma il risultato non è stato soltanto divertente ma, come si sarebbe detto un tempo, anche istruttivo, dal momento che per lo meno gli autori presenti sono stati bersagliati da domande varie, in qualche caso anche molto lontane dal racconto presentato. Sicché il buon Paolo S. Cavazza è stato lungamente interrogato su un suo vecchio racconto pubblicato su ALIA Evo 1.0, F come Frankenstein – pubblicato nella semplice veste di Paolo Cavazza, senza «S.» – che egli ha deprecato sinceramente, rammaricandosi per il modo di averlo impostato (o rivisto dall'editor, ovvero dal sottoscritto) e per la mancanza di note esplicative. La discussione in proposito si è rivelata probabilmente useful, come scrive Scribd, dal momento che il buon Cavazza ha dedicato se non altro qualche momento a riguardare il suo testo nei giorni successivi. 
Per quanto mi riguarda la discussione è finita, giustificatamente, sulla propulsione ultraluce, l'unico elemento reale che può tenere unita un'entità multisistemi come la Corrente, mentre per quanto riguarda Silvia il tema emerso è la qualità psicoanalitica e curativa della scrittura. Per Caterina Mortillaro, ci si è soffermati sull'inevitabilità, date certe condizioni iniziali, di perdere le condizioni di partenza di esploratori e/o colonizzatori per finire con il condividere la sorte dei nativi. 
Consolata Lanza ha dovuto affrontare i pruriginosi commenti relativi alla pasoliniana franchezza sessuale di alcuni passaggi del suo La masca. Ma nessun puritanesimo nelle domande e nelle risposte, con una punta di tenerezza verso il personaggio dell'inconsueta masca bambina del racconto, un modo personalissimo di unire storie passate e sensibilità presente. 
Ultimo a intervenire il buon Maz, ovvero Massimo Soumaré, che ha raccontato le vicissitudini delle sue produzioni letterarie, scartate dall'editoria italiana e viceversa apprezzate dall'editoria giapponese, descrivendo ai presenti l'evidente differenza di  competenza e soprattutto di tiratura – un rapporto di 1:100 – tra l'editoria italiana e quella nipponica.

Centamore orizzontale…

La presentazioni lette sono state accolte con curiosità dai presenti e particolare ilarità ha suscitato l'autopresentazione di Eugenio R.R.Saguatti che riporto poco oltre. In quanto alle due autopresentazioni video ha suscitato particolare partecipazione quella di Fabio Centamore – nonostante la proiezione in orizzontale, dovuta all'incompatibilità tra il programma con il quale era stato inciso il video e i programmi letti dal PC del videoproiettore, mentre il video di Valeria è invece apparso senza problemi.
Problemi? 
Il principale è stato senz'altro un tempo acquerugioloso e umidiccio che toglieva la voglia di uscire anche a chi in altre condizioni metereologiche avrebbe partecipato. Ma pazienza, il nostro esperimento di presentazione hellzapoppinesca  ha comunque funzionato e di questo siamo particolarmente soddisfatti. Come siamo stati felici della collaborazione e della simpatia di tutta la banda del MuFant che ringraziamo di cuore.
Da sinistra: Elena, Davide, Silvia, Caterina, il sottoscritto e (di nuovo) Silvia.

Resta l'inevitabile domanda: ma ha ancora un senso una presentazione libraria? (…soprattutto se condotta da una legione di Carneadi…) 
Credo che alle nostre condizioni – ovvero di un libero confronto con i lettori e con gli altri autori  – possa avere un significato non trascurabile. 
In ogni caso nei prossimi mesi lavoreremo per presentare il nuovo ALIA Evo a Torino e altrove, fino al prossimo StraniMondi che ci vedrà inevitabilmente presenti.  
«E l'autopresentazione di Saguatti?»
Giusto, eccola qui:

«Mi piacevano le parole "interruttore inerziale”»

Un grande, ammettiamolo.
Alla prossima!


9.2.18

Generi e sesso



No, non si tratta di un post un po' pepato, come il titolo può lasciar credere, ma soltanto la segnalazione della nascita dell'ennesimo gruppo su FB, nome DiverGender, gruppo chiuso – come constarete – per semplici motivi di iniziale approfondimento del tema, senza voler lasciare fuori nessuno. Infatti un po' alla volta allargheremo i confini del dibattito invitando altri autori a partecipare.
A farne parte sono, per il momento, sono otto uomini e sei donne, tutti coinvolti a qualche titolo – autore, editor, traduttore, editore – nella sf italiana contemporanea. 
Ma da che cosa nasce il desiderio di approfondire il tema del genere e che cosa si propone il gruppo? 
Potremmo dire, per cominciare, che a interessarci e stimolarci è la crescente affermazione del sesso femminile – un'affermazione comunque ancora insufficiente e spesso stentata – in un paese dove, nel contempo, è stato necessario coniare un termine apposito per indicare l'assassinio delle donne: il femminicidio

La distinzione tra genere e sesso è una delle prime acquisizioni comuni che ci preme sottolineare, e, contemporaneamente, vogliamo ripetere ancora una volta che l'educazione di uomini e donne è un dato storico piuttosto che naturale, come sembrano dimostrare anche i più recenti ritrovamenti in paleoantropologia e in archeologia, che ci raccontano di donne attive, vivaci e intraprendenti, che intraprendevano lunghi viaggi anche durante il paleolitico o che guidavano i vichinghi – i loro umani (termine volutamente non sessuale) – in guerra.
Se il genere o gender sembra essere diventato l'incubo di clericali arrabbiati e fascioleghisti ignoranti come zucche, per noi il genere è comunque un rompicapo di non facile risoluzione. La discriminazione sul lavoro – le donne mediamente hanno stipendi più bassi del 23% rispetto agli uomini (gender pay gap) [fonte O.N.U.] – sono una conseguenza del genere o piuttosto del sesso? E quanto c'è di sessuale nel comportamento violento e vessatorio dei gruppi di maschi che violentano donne inermi o «le donne del nemico», in Italia come in Africa o com'è avvenuto in Bosnia negli scorsi anni? C'è una componente di sesso o è una semplice questione di potere, quindi di genere, per il quale «tu sei debole e io sono forte»? 
E i trans, le prostitute, le escort, i gigolò hanno qualcosa di naturale, ovvero di sessuale, nel loro comportamento, o si tratta di un adattamento personale per la semplice sopravvivenza (con qualche optional), ovvero un modo per riaffermare l'esistenza di generi predeterminati?  
Ancora, i giochi prediletti dai bambini di entrambi i sessi, sono assolutamente naturali, ovvero dettati dai cromosomi, o determinati da ciò che i genitori hanno pensato fosse giusto per il loro futuro, case, bambole e bambini per le bambine (la versione aggiornata del KKK, Kinder Küche, Kirche [bambini, cucina, chiesa] di nazista memoria) e soldatini, costruzioni e macchinine per  i bambini? 
Gli esempi della prevalenza del genere nei comportamenti quotidiani sono innumerevoli, in realtà, talmente pervasivi da passare inosservati. 


Ma se il genere è storico, come ci sembra evidente, può anche divenire un elemento caduco nella nostra civiltà, a causa di mutamenti profondi della situazione generale – surriscaldamento globale o era glaciale – o in seguito all'incontro con civiltà extraterrestri. È sempre stata una passione degli scrittori di sf provare a immaginare una società diversa, non più legata strettamente ai generi. Windham, LeGuin, Delany, Butler, Bagicalupi, Egan, Farmer, Vance, Cordwainer Smith, Kress, Piercy, Russ, Shaw, Asimov, Tiptree sono stati solo alcuni degli scrittori che hanno dedicato romanzi e racconti al tema del genere, provando a eliminarli o a moltiplicarli o creando squilibri che rendono assurdi o superati i generi. Leggerli può cambiare profondamente il modo di concepire il genere, senza per questo voler eliminare il sesso dalla nostra vita (n.d.r.: no, per carità). 
Il nostro sforzo andrà in questa discussione come i nostri contributi, in forma di breve saggio e di narrazione. Avrete presto nostre notizie. 
P.S.:  Nei giorni scorsi ho pubblicato GRATUITAMENTE un racconto dal titolo Polaroid su Scribd e su Book Service.net che affronta il tema del genere in una maniera estrema. Il racconto non parteciperà all'antologia perchè è già stato pubblicato su Fata Morgana 12 [dicembre 2011], ma diciamo che può risultare indicativo di come è preferibile evitare il rapporto tra i sessi.


 

19.1.18

Cose varie e altri libri

Una parte della mia seconda libreria, dedicata alla sf e alla fisica... Nota bene, i libri sono in doppia fila,

È arrivato il momento a lungo annunciato: finalmente presenterò qui il secondo dei volumi di Canopus in Argos in italiano di Doris Lessing e qualcosina d'altro letto nel frattempo. Temo che ne risulterà un post particolarmente lungo, ma potete anche, nel caso, leggerlo un po' per volta o limitarvi alla prime quattro righe di ogni recensione. Comunque prima di passare ai testi posso annunciare qualcosa d'altro, più che altro per incastrarmi definitivamente. 
1. Un'antologia di testi ambientati nella Corrente, già usciti sugli ALIA più vecchi e che mi sembra appena decente presentare di seguito al Settimo Clone. Praticamente già pronti, usciranno in e-book nel mese di febbraio / marzo, poco dopo l'uscita di ALIA Evo 3.0 in forma cartacea. 
2. Sto scrivendo un racconto incentrato sul tema del «genere», quello proposto da Caterina Mortillaro e Silvia Treves per un'antologia inter-genere. Il racconto procede bene, anche se ha preso una curiosa piega Vance-iana che non mi sarei  aspettato. Ovviamente non ho la minima idea di come finirà il racconto ma intanto continuo a scrivere. Particolare, la cornice è quella della Federazione della Corrente anche se in un mondo semidimenticato. 
3. Sono a pagina 140 del «racconto» nato per ALIA Evo 2.0 che, ovviamente, è divenuto un romanzo. Se non sapete chi sono i Knotenmeister – I Signori dei Nodi – dopo il racconto premiato con il premio Omelas, Il perdono a dio, avrete una buona occasione per rifarvi. Diciamo che sarà pronto entro l'anno.
...
Ed ora le recensioni: 

Del primo volume del Ciclo Canopus in Argos: Archives, Shikasta ne ho già parlato su questo blog e potete trovarlo qui. Quindi riprendiamo dal secondo volume, The Marriages Beetween Zones Three, Four and Five, presentato in Italia da Fanucci nella traduzione di Oriana Palusci e con il titolo Un pacifico matrimonio. Di Oriana Palusci è anche la postfazione, preziosa a condizione che abbiate già letto il libro.
Lo luogo del libro è molto diverso da quello di Shikasta. D'altro canto è vero che Doris Lessing presenta gli «Archivi» di Canopus in Argo ed è quindi normale che i legami tra i vari volumi non siano ferrei, né in termini di luogo né in termini cronologici. Qui il lettore ha a che fare con (almeno) cinque Zone, la Zona 1, la 2 eccetera. Ognuna delle zone gode – o soffre – di un clima particolare, «scendendo» dalla Zona 1, praticamente mai narrata ma soltanto brevemente accennata, fatta di montagne dove si suppone risiedano creature sovrumane, alla Zona 2, altrettanto sublime e di non facile accostamento per gli umani della Zona 3. Piccolo inciso: l'atmosfera muta in maniera più o meno percettibile nel passaggio da una zona all'altra ed è possibile assuefarsi alla zona visitata facendo, per i primi tempi, uso di uno scudo protettivo. La Zona 3, dalla quale proviene la regina At-Ith, è il luogo di una piccola utopia: minuscoli villaggi, una tecnologia di produzione pervasiva ma molto poco evidente, un'ottima programmazione e l'assoluta libertà sia per gli uomini che per le donne. La Zona 4 è acquitrinosa, economicamente depressa e soggetta a un sovrano militarista e guerrafondaio, Ben Ata, bell'uomo, ma selvaggio, primitivo e ignorante e che sarà chiamato a sposare At-Ith come comandano i Tutori, creature di fatto invisibili  (all'interno del romanzo) e che probabilmente – come suppone la stessa Oriana Palusci – sono gli Immortali di Canopo. Il motivo di un matrimonio tanto apparentemente assurdo è il calo di fecondità della specie umana (e non solo) il cui rimedio pare essere per l'Ordine dei Tutori proprio il matrimonio tra i due sovrani. La Zona 5, infine, è torride e desertica, vi abitano umani nomadi impegnati in continue guerre civili e che sopravvivono predando le popolazioni di confine, determinando lo stato di guerra endemica con la Zona 4.

Particolare tutt'altro che secondario tutte le vicende che riguardano le Zone e i loro rapporti sono narrate da anonimi «cronisti» che fungono più che da narratore onnisciente da veri e propri «osservatori» in grado di riferire attimo per attimo, emozione dopo emozione ciò che accade, dai rapporti intimi di At-Ith, regina della Zona 3 con Bel Ata, re della Zona 4, agli scontri e alle incomprensioni tra i due.
Secondo la volontà dei tutori il matrimonio avviene e viene faticosamente consumato. I rapporti tra At-Ith, profondamente civile, donna liberata, pacifista, figlia di una società «utopica», così evidentemente simile ai mondi narrati da Ursula K.LeGuin, e suo marito, un uomo abituato alla brutalità, i cui rapporti con le donne sono violenti per necessità, dal momento che parlare con una donna è per lui faticoso e frustrante, è quantomeno complesso. Per Ben Ata lei è una sorta di pericolosa strega dalla quale può aspettarsi qualsiasi trucco, tranello e menzogna e a lei lo sposo ricorda un bambino: capriccioso e indeciso, violento e malinconico. Ma At-Ith, senza cadere nella trappola del semplice rancore verso Ben Ata, gli diventa poco alla volta familiare, desiderabile in senso proprio – la sua mente di «strega», come il suo corpo – tanto da giungere a trascorrere interi giorni a parlare e ad accoppiarsi, facendo in modo che lui si senta più umano, meno vanamente violento e ascolti i suoi consigli sulla politica interna, sull'economia, sul graduale disarmo del suo inutile grande esercito che finora ha avuto come risultato quello di tenere lontano gli uomini della Zona 3 dai campi e dai lavori in città. 
Ben Ata le ubbidisce ma il motivo essenziale del suo vivere si appanna, diviene silenzioso, spesso pensieroso e immalinconisce ed entrambi finiscono per sentirsi estranei alla propria terra madre. At-Ith partorisce un figlio nato dalla loro unione ma uomini e animali non recuperano la loro fertilità e alla fine i Tutori decidono che Ben Ata dovrà sposare Vahshi, principessa della Zona 5. At-Ith deve rientrare nella sua Zona ma il suo posto di regina è stato preso dalla sorella Murti. Ben Ata, rimasto solo con il loro figlio, lo affida a Dabeeb, moglie del suo miglior generale, ma non è più se stesso. 

Qual era la differenza tra il Ben Ata di prima, il giovane soldato barbaro e lussurioso – era così che si descriveva adesso – che catturava qualche povera ragazza, la possedeva e poi non pensava più a lei, e il nuovo Ben Ata sposato con Al-Ith? 

At-Ith in realtà non riesce più ad abituarsi alla propria terra, sogna la Zona 2 che non può raggiungere e incontra ancora una volta Ben Ata nelle ultime pagine del libro. 

Rimasero seduti una nelle braccia dell'altro, guancia e guancia, e guardarono il passo avvolto nella nebbia blu, pensando che erano ancora sposati, anche se erano rimasti separati a lungo. 

Il cronista incaricato non sa nulla di più di Al-Ith, scomparsa nella Zona 3 e sa che Ben Ata è rientrato nella propria zona. I canti, i miti, le leggende si diffondono in tutte e tre le Zone e le genti si spostano, mutando le caratteristiche dei tre popoli.

C'era luce, freschezza, e voglia di sapere e rinnovarsi, un'ispirazione continua dove una volta c'era stata solo stasi. E frontiere chiuse. 

Due particolari non centrali ma che aiutano a comprendere il senso profondo del romanzo sono l'andamento Dantesco delle diverse Zone, dal Paradiso della Zona 1 fino all'inferno della Zona 5 e oltre e il curioso rapporto che esiste tra gli umani e i cavalli, che riprende un tema tipico del fantasy, a dimostrare come Lessing potesse fare uso indifferentemente – e con esiti comunque notevoli – di riferimenti alla cultura «alta» che a temi tratti dal testo popolare. 

 
Un pacifico matrimonio è un romanzo ricco di livelli e di possibili interpretazioni. L'impronta della personalità della Lessing, nata in Africa ed emigrata in Gran Bretagna, si coglie ad ogni passaggio della narrazione, nella personalità complessa e talvolta enigmatica di At-Ith come in tutte le donne che appaiono nella vicenda. Il rapporto tra maschile e femminile non è mai facile né tantomeno scontato, ma l'autrice fa in modo che il rapporto tra i generi possa divenire comunque fertile. E dalla fecondità del rapporto faticosamente nato tra maschile e femminile a sua volta nasce la fecondità delle terre e delle idee. Una società multiculturale può essere libera e felice. Una lezione che non dev'essere dimenticata, soprattutto in questi tempi. 
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E arriviamo a I ragazzi di Barrow, titolo originale Barrow's Boys, A Stirring Story of Daring, Fortitude and Outright Lunacy (1999), scritto da Fergus Fleming e tradotto da Matteo Codignola. 
Un libro magistrale, una cronaca puntuale, grandiosa, a tratti eroica e in altri sordida e meschina, spassosa e folle dei numerosi tentativi compiuti dai sudditi di sua maestà la Regina Vittoria per riuscire a tracciare la rotta a Nord-Ovest e per scoprire le il corso del Niger.

Nel 1804, quando John Barrow ascende al soglio di secondo segretario dell'Ammiragliato britannico, sulle carte […] spicca ancora un numero allarmante di zone bianche […] [tra queste] il vero corso del Niger e l'esistenza o meno di un Passaggio a nordovest. Su entrambi Barrow aveva idee spesso sbagliate , ma comunque chiare, e soprattutto la possibilità di realizzarle. […] Trascorse i quarant'anni del suo regno a montare un impressionante numero di spedizioni verso il Polo o l'Equatore. Difficilmente quelle avventure scampavano al disastro, al grottesco, o a una miscela variabile di entrambi.

Ciò che ha di impagabile questo libro – che raccomando praticamente a chiunque mi capita di incontrare – sono i modi acutamente ironici utilizzati dall'autore, un amante dei viaggi e dell'avventura, nel narrare una serie di avventure mal congegnate e peggio condotte, che generalmente terminano in maniera drammatica. Ma il tono sardonico ostentato da Fleming – che episodicamente dà la sensazione di assumere toni fin troppo caricati – non nasconde comunque la reale tragedia dell'essersi perduti nel deserto o restare a bordo di una nave stritolata dai ghiacci. Si potrebbe affermare senza timore di essere smentiti che si tratta di un libro concepito da Emilio Salgàri ma scritto da Alan Bennett, che pur nell'infuriare della tempesta o tra i titanici iceberg del Polo Nord non dimentica gli errori marchiani o le testarde convinzioni di Barrow, dell'Ammiragliato britannico e dei comandanti.
A completare e arricchire il testo una trentina di pagine in calce che narrano le vicende dei protagonisti dopo le imprese – o i fiaschi – raccontati nel libro e il loro essere divenuti, nella maggior parte dei casi, elementi di spicco della marineria inglese. Se le vicende di John Ross, John Richardson, Hugh Chapperton, Dixon Denham, George Lyon, James Clark Ross, Richard Collinson, Robert McClure, di Sir John Franklin e di sua moglie Lady Jane Franklin e degli altri presentati nel testo assumono a tratti i modi di una vicenda «troppo tragica per essere seria», Ferguson trova anche le parole per presentare il coraggio – o talvolta l'assoluta incoscienza e temerarietà – di molti di loro, che affrontarono gli inverni polari in tempi nei quali la tecnologia era soltanto una promessa e non una realtà, tenendo conto che, in ogni caso, chi è venuto dopo di loro e anche i nostri contemporanei non sottovalutarono e non sottovalutano gli effetti del clima polare.
In chi legge rimane la sensazione, probabilmente cercata dall'autore, di aver letto le storie di un pugno di pazzi – la «completa follia» del titolo dell'edizione originale – ma in qualche modo animati da un sogno violento e irrazionale, una fame di conoscenza che andava molto oltre quanto previsto dall'Ammiragliato e da Barrow. Si può ridere, con questo libro, ma rimane una sensazione di ammirazione che non è facile cancellare.
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Ultimo libro di questo giro, Il problema dei tre corpi di Cixin Liu, ed. orig. 2008 ed edizione americana – dalla quale è ottenuta la traduzione di Benedetta Tavani, oltre che la copertina – dal titolo The Three-Body Problem, curata da Ken Liu. 
Il romanzo di Cixin Liu ottenne il Premio Hugo nel 2015, per la prima volta vinto da un autore asiatico, e venne tradotto in giapponese, inglese, tedesco, francese, spagnolo, polacco, olandese e in numerose altre lingue. In italiano giunse ben nove anni dopo, un record, a suo modo.  
Il romanzo costituisce il primo volume di una trilogia che continua con The Dark Forest [2015], uscito in edizione originale cinese nel 2008, e The Death's End [2016], ed. orig. 2010. Possiamo sperare che tra il 2018 e il 2019 usciranno anche le edizioni in italiano, ovviamente tradotte dalla lingua inglese…
La minimo di storia, ora, cercando di evitare spoiler
Il primo dei protagonisti ad apparire è Ye Wenjie, figlia di una fisico brutalmente ucciso nel corso di una seduta di autocritica durante la Rivoluzione Culturale – un racconto a suo modo agghiacciante –  e lei stessa astrofisica. Ye Wenjie dopo un periodo di lavoro coatto presso un Corpo di Costruzione e Produzione relegato in un'area di confine della Cina e dopo aver avuto grane a non finire e una possibile condanna per aver letto La Primavera Silenziosa di Rachel Carson, viene reclutata nella Costa Rossa, un progetto segretissimo del governo. Il secondo protagonista ad apparire, trentotto anni dopo, è Wang Miao, un fisico specializzato in nanotecnologie che viene «invitato» a una riunione di militari e scienziati alla quale, con sua grande sorpresa, partecipano anche un militare inglese, un ufficiale americano e due agenti della CIA in qualità di osservatori. 
Wang Miao e Ye Wenjie si incontreranno presto, Wang Miao viene coinvolto in un videogioco dallo strano andamento e dagli esiti imprevedibili, mentre di Ye Wenjie sapremo poco alla volta i motivi profondi della sua assurda e apparentemente biasimevole scelta. Il romanzo si chiude con la frase: «Ye sussurrò: "È il tramonto dell'umanità"», frase che non lascia troppe speranze per il nostro futuro, più o meno come il surriscaldamento globale, la plastica negli oceani e tutto ciò che minaccia la sopravvivenza della nostra specie.
Cixin Liu è riuscito a scrivere un libro per molti versi esemplare, narrando quarant'anni di vita e di storia cinese, a testimonianza di quanto il passato conti nella vita quotidiana di ogni cinese, e nel contempo raccontando dei progressi della fisica moderna e delle inevitabili perplessità che essa sta vivendo, il tutto partendo da un enigma matematico irresolubile, il problema dei tre corpi. Personalmente ho trovato meglio riuscita la prima parte del romanzo, così densa di ricordi e agghiacciante nel racconto del videogioco condotto da Wang Miao, questo senza nulla togliere alla seconda parte, comunque appassionante e che termina in maniera enigmatica. A parte un'inaspettata somiglianza con Murakami Haruki, il cui rapporto con il fantastico emerge a tratti nella prosa di Cixin Liu, il romanzo riesce ad apparire terribilmente realistico e il suo «messaggio», per usare un termine desueto, è quello di spingerci a difendere il nostro pianeta, così evidentemente fragile. Diciamo che se quest'anno avete deciso a limitare le vostre letture di fantascienza a un solo romanzo, farete bene a comprare e leggere questo. Non vi lascerà più. 
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Questo post termina qui. Spaventosamente lungo e che mi è costato dieci o undici ore di lavoro disposte nel corso di una settimana, ma che spero sia gradito dai mie sedici lettori. 
No, non sono Alessandro Manzoni, semplicemente ho controllato il numero di lettori del blog di ieri… Ma non importa, il blog non vive solo di passaggi ma soprattutto di che cosa vi si scrive. Arrivederci a presto!




6.1.18

Fine delle feste

Oggi è il 6 di gennaio.
Epifania, che tutte le feste ecc. ecc.
In realtà quest'anno abbiamo una giunta, ovvero il 7 di gennaio che risulta essere una domenica. 
Dopodiché non resterà altro che un lunedì cosmicamente triste e nefasto ad accoglierci, lievemente ingrassati e particolarmente tristi. 


Quando lavoravo ancora in libreria rientrare corrispondeva immediatamente a fare i conti con le Ri.Ba. in arrivo che contabilizzavano a sessanta giorni f.m.d.f. (fine mese data fattura) i successi e i fiaschi di Natale – anzi della Campagna Natalizia – chiedendo i denari sia per gli uni che per gli altri. Prendevo il 18 la mattina (prima il 16, poi il 34, in rapporto alla mia abitazione all'epoca) pensando da dove iniziare per preparare le rese, da inviare non appena possibile in modo tale da poter ignorare bellamente la Ri.Ba. di fine mese dichiarando: «Sì, è vero, vi devo 10.000 euro ma ho 15.000 euro di rese giacenti da voi»
Brutta vita, davvero. 
Con il tipo dall'altra parte del microfono che, se relativamente nuovo del mestiere, ti trattava come un pirata finalmente caduto nel trabocchetto e pronto a essere impiccato all'alba del giorno dopo. 
Adesso, in quanto semi-disoccupato, non devo più niente a nessuno e posso prendermi i giorni di vacanze che desidero. 
Magari in montagna. 


Non è che faccia sempre bello. In montagna. A fine dicembre. Ma dopo una copiosa nevicata viene (quasi) sempre il sole e si può riposare. 



O, nel mio caso, leggere.
Avevo quattro libri da leggere in montagna.
Due per ALIA Arcipelago e due per recensioni per LN. Oltre a questi avevo i tre libri del ciclo di Canopus di Doris Lessing da recensire, un libro di Cixin Liu, «Il problema dei Tre Corpi», Premio Hugo 2015 e «Prudenti come serpenti» di Lola Shoneyn da leggere "per svago" e poi una serie impressionante di cose e cosucce inerenti alla nostra sopravvivenza nella casa di montagna. 
Posso dire di aver chiuso in pareggio.
O quantomeno di aver perso su rigore concesso al 95' minuto. 
Ho letto un paio di libri, uno per ALIA e uno per LN, ho iniziato e sono arrivato a pagina 200 del libro di Cixin Liu… e poi basta. Non interessa a nessuno sapere che ho visionato una ventina di film su VHS per sapere se meritava o no tenerli? Che ho controllato il vetusto VHS constatando che esso è vivo e lotta insieme a noi, che ho spostato, modificato o eliminato varie cose tra la casa e il garage, portato a spasso il cane, preparato pranzo o cena in rapporto all'andamento delle trattative con mia moglie, fatto la spesa, messo / tolto le catene (alla macchina), rassicurato il vicino del piano di sopra che dal suo rubinetto non sarebbe sempre uscito solo un filo di acqua e millanta scemate di questo genere. 
E poi fuori c'era un tempo meraviglioso... 


Piccolo particolare relativo alla foto precedente: il frammento di arcobaleno che si vede nella foto non  è sorto in seguito a tempesta o temporale ma semplicemente come ornamento a una giornata splendida. Da libro di lettura della prima elementare…
Ma comunque ho lavorato per ALIA Evo 3.0, scrivendomi con Elisa, la nostra grande editrice cartacea e ho passato un pomeriggio a puntualizzare, definire e specificare dati sulla nascitura antologia.
Ma ho dovuto anche consolare la nostra povera cana – la gatta è saggiamente rimasta a Torino in compagnia di mia figlia e di N amici – prostrata dai (pochi) fuochi sparati all'ultimo dell'anno.



Mirra ha passato il primo dell'anno nascosta in guardaroba, sotto cappotti e giubbotti invernali e rifiutandosi di uscire di casa. 
Diciamo che è ritornata normale il 3/1.
Non chiedetemi il mio parere su coloro che sparano mortaretti, fischioni, Osama bin Laden o Maradona l'ultimo dell'anno, non sarebbe un giudizio equilibrato. 
Comunque stamattina sono andato a vedere la mostra di Mirò.


Ed è stato un buon modo di finire le vacanze. 
A questo punto a rileggerci con le mie ultime letture. Credo. 
E un ottimo anno a tutti.