19.1.18

Cose varie e altri libri

Una parte della mia seconda libreria, dedicata alla sf e alla fisica... Nota bene, i libri sono in doppia fila,

È arrivato il momento a lungo annunciato: finalmente presenterò qui il secondo dei volumi di Canopus in Argos in italiano di Doris Lessing e qualcosina d'altro letto nel frattempo. Temo che ne risulterà un post particolarmente lungo, ma potete anche, nel caso, leggerlo un po' per volta o limitarvi alla prime quattro righe di ogni recensione. Comunque prima di passare ai testi posso annunciare qualcosa d'altro, più che altro per incastrarmi definitivamente. 
1. Un'antologia di testi ambientati nella Corrente, già usciti sugli ALIA più vecchi e che mi sembra appena decente presentare di seguito al Settimo Clone. Praticamente già pronti, usciranno in e-book nel mese di febbraio / marzo, poco dopo l'uscita di ALIA Evo 3.0 in forma cartacea. 
2. Sto scrivendo un racconto incentrato sul tema del «genere», quello proposto da Caterina Mortillaro e Silvia Treves per un'antologia inter-genere. Il racconto procede bene, anche se ha preso una curiosa piega Vance-iana che non mi sarei  aspettato. Ovviamente non ho la minima idea di come finirà il racconto ma intanto continuo a scrivere. Particolare, la cornice è quella della Federazione della Corrente anche se in un mondo semidimenticato. 
3. Sono a pagina 140 del «racconto» nato per ALIA Evo 2.0 che, ovviamente, è divenuto un romanzo. Se non sapete chi sono i Knotenmeister – I Signori dei Nodi – dopo il racconto premiato con il premio Omelas, Il perdono a dio, avrete una buona occasione per rifarvi. Diciamo che sarà pronto entro l'anno.
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Ed ora le recensioni: 

Del primo volume del Ciclo Canopus in Argos: Archives, Shikasta ne ho già parlato su questo blog e potete trovarlo qui. Quindi riprendiamo dal secondo volume, The Marriages Beetween Zones Three, Four and Five, presentato in Italia da Fanucci nella traduzione di Oriana Palusci e con il titolo Un pacifico matrimonio. Di Oriana Palusci è anche la postfazione, preziosa a condizione che abbiate già letto il libro.
Lo luogo del libro è molto diverso da quello di Shikasta. D'altro canto è vero che Doris Lessing presenta gli «Archivi» di Canopus in Argo ed è quindi normale che i legami tra i vari volumi non siano ferrei, né in termini di luogo né in termini cronologici. Qui il lettore ha a che fare con (almeno) cinque Zone, la Zona 1, la 2 eccetera. Ognuna delle zone gode – o soffre – di un clima particolare, «scendendo» dalla Zona 1, praticamente mai narrata ma soltanto brevemente accennata, fatta di montagne dove si suppone risiedano creature sovrumane, alla Zona 2, altrettanto sublime e di non facile accostamento per gli umani della Zona 3. Piccolo inciso: l'atmosfera muta in maniera più o meno percettibile nel passaggio da una zona all'altra ed è possibile assuefarsi alla zona visitata facendo, per i primi tempi, uso di uno scudo protettivo. La Zona 3, dalla quale proviene la regina At-Ith, è il luogo di una piccola utopia: minuscoli villaggi, una tecnologia di produzione pervasiva ma molto poco evidente, un'ottima programmazione e l'assoluta libertà sia per gli uomini che per le donne. La Zona 4 è acquitrinosa, economicamente depressa e soggetta a un sovrano militarista e guerrafondaio, Ben Ata, bell'uomo, ma selvaggio, primitivo e ignorante e che sarà chiamato a sposare At-Ith come comandano i Tutori, creature di fatto invisibili  (all'interno del romanzo) e che probabilmente – come suppone la stessa Oriana Palusci – sono gli Immortali di Canopo. Il motivo di un matrimonio tanto apparentemente assurdo è il calo di fecondità della specie umana (e non solo) il cui rimedio pare essere per l'Ordine dei Tutori proprio il matrimonio tra i due sovrani. La Zona 5, infine, è torride e desertica, vi abitano umani nomadi impegnati in continue guerre civili e che sopravvivono predando le popolazioni di confine, determinando lo stato di guerra endemica con la Zona 4.

Particolare tutt'altro che secondario tutte le vicende che riguardano le Zone e i loro rapporti sono narrate da anonimi «cronisti» che fungono più che da narratore onnisciente da veri e propri «osservatori» in grado di riferire attimo per attimo, emozione dopo emozione ciò che accade, dai rapporti intimi di At-Ith, regina della Zona 3 con Bel Ata, re della Zona 4, agli scontri e alle incomprensioni tra i due.
Secondo la volontà dei tutori il matrimonio avviene e viene faticosamente consumato. I rapporti tra At-Ith, profondamente civile, donna liberata, pacifista, figlia di una società «utopica», così evidentemente simile ai mondi narrati da Ursula K.LeGuin, e suo marito, un uomo abituato alla brutalità, i cui rapporti con le donne sono violenti per necessità, dal momento che parlare con una donna è per lui faticoso e frustrante, è quantomeno complesso. Per Ben Ata lei è una sorta di pericolosa strega dalla quale può aspettarsi qualsiasi trucco, tranello e menzogna e a lei lo sposo ricorda un bambino: capriccioso e indeciso, violento e malinconico. Ma At-Ith, senza cadere nella trappola del semplice rancore verso Ben Ata, gli diventa poco alla volta familiare, desiderabile in senso proprio – la sua mente di «strega», come il suo corpo – tanto da giungere a trascorrere interi giorni a parlare e ad accoppiarsi, facendo in modo che lui si senta più umano, meno vanamente violento e ascolti i suoi consigli sulla politica interna, sull'economia, sul graduale disarmo del suo inutile grande esercito che finora ha avuto come risultato quello di tenere lontano gli uomini della Zona 3 dai campi e dai lavori in città. 
Ben Ata le ubbidisce ma il motivo essenziale del suo vivere si appanna, diviene silenzioso, spesso pensieroso e immalinconisce ed entrambi finiscono per sentirsi estranei alla propria terra madre. At-Ith partorisce un figlio nato dalla loro unione ma uomini e animali non recuperano la loro fertilità e alla fine i Tutori decidono che Ben Ata dovrà sposare Vahshi, principessa della Zona 5. At-Ith deve rientrare nella sua Zona ma il suo posto di regina è stato preso dalla sorella Murti. Ben Ata, rimasto solo con il loro figlio, lo affida a Dabeeb, moglie del suo miglior generale, ma non è più se stesso. 

Qual era la differenza tra il Ben Ata di prima, il giovane soldato barbaro e lussurioso – era così che si descriveva adesso – che catturava qualche povera ragazza, la possedeva e poi non pensava più a lei, e il nuovo Ben Ata sposato con Al-Ith? 

At-Ith in realtà non riesce più ad abituarsi alla propria terra, sogna la Zona 2 che non può raggiungere e incontra ancora una volta Ben Ata nelle ultime pagine del libro. 

Rimasero seduti una nelle braccia dell'altro, guancia e guancia, e guardarono il passo avvolto nella nebbia blu, pensando che erano ancora sposati, anche se erano rimasti separati a lungo. 

Il cronista incaricato non sa nulla di più di Al-Ith, scomparsa nella Zona 3 e sa che Ben Ata è rientrato nella propria zona. I canti, i miti, le leggende si diffondono in tutte e tre le Zone e le genti si spostano, mutando le caratteristiche dei tre popoli.

C'era luce, freschezza, e voglia di sapere e rinnovarsi, un'ispirazione continua dove una volta c'era stata solo stasi. E frontiere chiuse. 

Due particolari non centrali ma che aiutano a comprendere il senso profondo del romanzo sono l'andamento Dantesco delle diverse Zone, dal Paradiso della Zona 1 fino all'inferno della Zona 5 e oltre e il curioso rapporto che esiste tra gli umani e i cavalli, che riprende un tema tipico del fantasy, a dimostrare come Lessing potesse fare uso indifferentemente – e con esiti comunque notevoli – di riferimenti alla cultura «alta» che a temi tratti dal testo popolare. 

 
Un pacifico matrimonio è un romanzo ricco di livelli e di possibili interpretazioni. L'impronta della personalità della Lessing, nata in Africa ed emigrata in Gran Bretagna, si coglie ad ogni passaggio della narrazione, nella personalità complessa e talvolta enigmatica di At-Ith come in tutte le donne che appaiono nella vicenda. Il rapporto tra maschile e femminile non è mai facile né tantomeno scontato, ma l'autrice fa in modo che il rapporto tra i generi possa divenire comunque fertile. E dalla fecondità del rapporto faticosamente nato tra maschile e femminile a sua volta nasce la fecondità delle terre e delle idee. Una società multiculturale può essere libera e felice. Una lezione che non dev'essere dimenticata, soprattutto in questi tempi. 
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E arriviamo a I ragazzi di Barrow, titolo originale Barrow's Boys, A Stirring Story of Daring, Fortitude and Outright Lunacy (1999), scritto da Fergus Fleming e tradotto da Matteo Codignola. 
Un libro magistrale, una cronaca puntuale, grandiosa, a tratti eroica e in altri sordida e meschina, spassosa e folle dei numerosi tentativi compiuti dai sudditi di sua maestà la Regina Vittoria per riuscire a tracciare la rotta a Nord-Ovest e per scoprire le il corso del Niger.

Nel 1804, quando John Barrow ascende al soglio di secondo segretario dell'Ammiragliato britannico, sulle carte […] spicca ancora un numero allarmante di zone bianche […] [tra queste] il vero corso del Niger e l'esistenza o meno di un Passaggio a nordovest. Su entrambi Barrow aveva idee spesso sbagliate , ma comunque chiare, e soprattutto la possibilità di realizzarle. […] Trascorse i quarant'anni del suo regno a montare un impressionante numero di spedizioni verso il Polo o l'Equatore. Difficilmente quelle avventure scampavano al disastro, al grottesco, o a una miscela variabile di entrambi.

Ciò che ha di impagabile questo libro – che raccomando praticamente a chiunque mi capita di incontrare – sono i modi acutamente ironici utilizzati dall'autore, un amante dei viaggi e dell'avventura, nel narrare una serie di avventure mal congegnate e peggio condotte, che generalmente terminano in maniera drammatica. Ma il tono sardonico ostentato da Fleming – che episodicamente dà la sensazione di assumere toni fin troppo caricati – non nasconde comunque la reale tragedia dell'essersi perduti nel deserto o restare a bordo di una nave stritolata dai ghiacci. Si potrebbe affermare senza timore di essere smentiti che si tratta di un libro concepito da Emilio Salgàri ma scritto da Alan Bennett, che pur nell'infuriare della tempesta o tra i titanici iceberg del Polo Nord non dimentica gli errori marchiani o le testarde convinzioni di Barrow, dell'Ammiragliato britannico e dei comandanti.
A completare e arricchire il testo una trentina di pagine in calce che narrano le vicende dei protagonisti dopo le imprese – o i fiaschi – raccontati nel libro e il loro essere divenuti, nella maggior parte dei casi, elementi di spicco della marineria inglese. Se le vicende di John Ross, John Richardson, Hugh Chapperton, Dixon Denham, George Lyon, James Clark Ross, Richard Collinson, Robert McClure, di Sir John Franklin e di sua moglie Lady Jane Franklin e degli altri presentati nel testo assumono a tratti i modi di una vicenda «troppo tragica per essere seria», Ferguson trova anche le parole per presentare il coraggio – o talvolta l'assoluta incoscienza e temerarietà – di molti di loro, che affrontarono gli inverni polari in tempi nei quali la tecnologia era soltanto una promessa e non una realtà, tenendo conto che, in ogni caso, chi è venuto dopo di loro e anche i nostri contemporanei non sottovalutarono e non sottovalutano gli effetti del clima polare.
In chi legge rimane la sensazione, probabilmente cercata dall'autore, di aver letto le storie di un pugno di pazzi – la «completa follia» del titolo dell'edizione originale – ma in qualche modo animati da un sogno violento e irrazionale, una fame di conoscenza che andava molto oltre quanto previsto dall'Ammiragliato e da Barrow. Si può ridere, con questo libro, ma rimane una sensazione di ammirazione che non è facile cancellare.
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Ultimo libro di questo giro, Il problema dei tre corpi di Cixin Liu, ed. orig. 2008 ed edizione americana – dalla quale è ottenuta la traduzione di Benedetta Tavani, oltre che la copertina – dal titolo The Three-Body Problem, curata da Ken Liu. 
Il romanzo di Cixin Liu ottenne il Premio Hugo nel 2015, per la prima volta vinto da un autore asiatico, e venne tradotto in giapponese, inglese, tedesco, francese, spagnolo, polacco, olandese e in numerose altre lingue. In italiano giunse ben nove anni dopo, un record, a suo modo.  
Il romanzo costituisce il primo volume di una trilogia che continua con The Dark Forest [2015], uscito in edizione originale cinese nel 2008, e The Death's End [2016], ed. orig. 2010. Possiamo sperare che tra il 2018 e il 2019 usciranno anche le edizioni in italiano, ovviamente tradotte dalla lingua inglese…
La minimo di storia, ora, cercando di evitare spoiler
Il primo dei protagonisti ad apparire è Ye Wenjie, figlia di una fisico brutalmente ucciso nel corso di una seduta di autocritica durante la Rivoluzione Culturale – un racconto a suo modo agghiacciante –  e lei stessa astrofisica. Ye Wenjie dopo un periodo di lavoro coatto presso un Corpo di Costruzione e Produzione relegato in un'area di confine della Cina e dopo aver avuto grane a non finire e una possibile condanna per aver letto La Primavera Silenziosa di Rachel Carson, viene reclutata nella Costa Rossa, un progetto segretissimo del governo. Il secondo protagonista ad apparire, trentotto anni dopo, è Wang Miao, un fisico specializzato in nanotecnologie che viene «invitato» a una riunione di militari e scienziati alla quale, con sua grande sorpresa, partecipano anche un militare inglese, un ufficiale americano e due agenti della CIA in qualità di osservatori. 
Wang Miao e Ye Wenjie si incontreranno presto, Wang Miao viene coinvolto in un videogioco dallo strano andamento e dagli esiti imprevedibili, mentre di Ye Wenjie sapremo poco alla volta i motivi profondi della sua assurda e apparentemente biasimevole scelta. Il romanzo si chiude con la frase: «Ye sussurrò: "È il tramonto dell'umanità"», frase che non lascia troppe speranze per il nostro futuro, più o meno come il surriscaldamento globale, la plastica negli oceani e tutto ciò che minaccia la sopravvivenza della nostra specie.
Cixin Liu è riuscito a scrivere un libro per molti versi esemplare, narrando quarant'anni di vita e di storia cinese, a testimonianza di quanto il passato conti nella vita quotidiana di ogni cinese, e nel contempo raccontando dei progressi della fisica moderna e delle inevitabili perplessità che essa sta vivendo, il tutto partendo da un enigma matematico irresolubile, il problema dei tre corpi. Personalmente ho trovato meglio riuscita la prima parte del romanzo, così densa di ricordi e agghiacciante nel racconto del videogioco condotto da Wang Miao, questo senza nulla togliere alla seconda parte, comunque appassionante e che termina in maniera enigmatica. A parte un'inaspettata somiglianza con Murakami Haruki, il cui rapporto con il fantastico emerge a tratti nella prosa di Cixin Liu, il romanzo riesce ad apparire terribilmente realistico e il suo «messaggio», per usare un termine desueto, è quello di spingerci a difendere il nostro pianeta, così evidentemente fragile. Diciamo che se quest'anno avete deciso a limitare le vostre letture di fantascienza a un solo romanzo, farete bene a comprare e leggere questo. Non vi lascerà più. 
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Questo post termina qui. Spaventosamente lungo e che mi è costato dieci o undici ore di lavoro disposte nel corso di una settimana, ma che spero sia gradito dai mie sedici lettori. 
No, non sono Alessandro Manzoni, semplicemente ho controllato il numero di lettori del blog di ieri… Ma non importa, il blog non vive solo di passaggi ma soprattutto di che cosa vi si scrive. Arrivederci a presto!




6.1.18

Fine delle feste

Oggi è il 6 di gennaio.
Epifania, che tutte le feste ecc. ecc.
In realtà quest'anno abbiamo una giunta, ovvero il 7 di gennaio che risulta essere una domenica. 
Dopodiché non resterà altro che un lunedì cosmicamente triste e nefasto ad accoglierci, lievemente ingrassati e particolarmente tristi. 


Quando lavoravo ancora in libreria rientrare corrispondeva immediatamente a fare i conti con le Ri.Ba. in arrivo che contabilizzavano a sessanta giorni f.m.d.f. (fine mese data fattura) i successi e i fiaschi di Natale – anzi della Campagna Natalizia – chiedendo i denari sia per gli uni che per gli altri. Prendevo il 18 la mattina (prima il 16, poi il 34, in rapporto alla mia abitazione all'epoca) pensando da dove iniziare per preparare le rese, da inviare non appena possibile in modo tale da poter ignorare bellamente la Ri.Ba. di fine mese dichiarando: «Sì, è vero, vi devo 10.000 euro ma ho 15.000 euro di rese giacenti da voi»
Brutta vita, davvero. 
Con il tipo dall'altra parte del microfono che, se relativamente nuovo del mestiere, ti trattava come un pirata finalmente caduto nel trabocchetto e pronto a essere impiccato all'alba del giorno dopo. 
Adesso, in quanto semi-disoccupato, non devo più niente a nessuno e posso prendermi i giorni di vacanze che desidero. 
Magari in montagna. 


Non è che faccia sempre bello. In montagna. A fine dicembre. Ma dopo una copiosa nevicata viene (quasi) sempre il sole e si può riposare. 



O, nel mio caso, leggere.
Avevo quattro libri da leggere in montagna.
Due per ALIA Arcipelago e due per recensioni per LN. Oltre a questi avevo i tre libri del ciclo di Canopus di Doris Lessing da recensire, un libro di Cixin Liu, «Il problema dei Tre Corpi», Premio Hugo 2015 e «Prudenti come serpenti» di Lola Shoneyn da leggere "per svago" e poi una serie impressionante di cose e cosucce inerenti alla nostra sopravvivenza nella casa di montagna. 
Posso dire di aver chiuso in pareggio.
O quantomeno di aver perso su rigore concesso al 95' minuto. 
Ho letto un paio di libri, uno per ALIA e uno per LN, ho iniziato e sono arrivato a pagina 200 del libro di Cixin Liu… e poi basta. Non interessa a nessuno sapere che ho visionato una ventina di film su VHS per sapere se meritava o no tenerli? Che ho controllato il vetusto VHS constatando che esso è vivo e lotta insieme a noi, che ho spostato, modificato o eliminato varie cose tra la casa e il garage, portato a spasso il cane, preparato pranzo o cena in rapporto all'andamento delle trattative con mia moglie, fatto la spesa, messo / tolto le catene (alla macchina), rassicurato il vicino del piano di sopra che dal suo rubinetto non sarebbe sempre uscito solo un filo di acqua e millanta scemate di questo genere. 
E poi fuori c'era un tempo meraviglioso... 


Piccolo particolare relativo alla foto precedente: il frammento di arcobaleno che si vede nella foto non  è sorto in seguito a tempesta o temporale ma semplicemente come ornamento a una giornata splendida. Da libro di lettura della prima elementare…
Ma comunque ho lavorato per ALIA Evo 3.0, scrivendomi con Elisa, la nostra grande editrice cartacea e ho passato un pomeriggio a puntualizzare, definire e specificare dati sulla nascitura antologia.
Ma ho dovuto anche consolare la nostra povera cana – la gatta è saggiamente rimasta a Torino in compagnia di mia figlia e di N amici – prostrata dai (pochi) fuochi sparati all'ultimo dell'anno.



Mirra ha passato il primo dell'anno nascosta in guardaroba, sotto cappotti e giubbotti invernali e rifiutandosi di uscire di casa. 
Diciamo che è ritornata normale il 3/1.
Non chiedetemi il mio parere su coloro che sparano mortaretti, fischioni, Osama bin Laden o Maradona l'ultimo dell'anno, non sarebbe un giudizio equilibrato. 
Comunque stamattina sono andato a vedere la mostra di Mirò.


Ed è stato un buon modo di finire le vacanze. 
A questo punto a rileggerci con le mie ultime letture. Credo. 
E un ottimo anno a tutti.

25.12.17

Una storia per Natale: Il muro delle eriche

Un racconto ripescato casualmente da un'unità esterna del PC, mentre cercavo inutilmente il racconto apparso su Fata Morgana 12, in apparenza assolutamente scomparso o forse salvato con chissaqualenome… Nella peggiore delle ipotesi lo ribatterò da capo. Quanto a questo racconto mi piace l'ambientazione in un momento dimenticato della storia europea, anche se temo che il finale – come capita spesso nella letteratura fantastica – possa risultare non all'altezza del testo. In ogni caso sono molto contento di offrirlo in lettura ai miei amici e lettori. 

 


Le finestre della cucina della servitù si aprono su un vecchio muro.
Da ragazzo andavo a spiarlo, così scuro e incombente. E l'eccitazione era più forte perché io non avrei dovuto essere lì, ed anche se Elsa mi guardava storto rimestando nel paiolo appeso sul caminetto sapevo che non avrebbe fatto la spia.
– Carlo!
Herr Däniken veniva da Potsdam e parlava malissimo la nostra lingua. Probabilmente parlava ancor peggio il latino ma non c'era nessuno nei dintorni che potesse sbugiardarlo. Nemmeno il pastore. Mi chiamava sempre una volta sola, forte come una fucilata. Non osavo pensare a cosa mi sarebbe accaduto se non l'avessi udito.
Preferiva non indagare da dove venissi e a quali bassezze mi fossi ridotto durante la sua assenza – invariabilmente dalle 19.00 del giorno precedente fino alle 14.00 del giorno dopo – per lui era lo stesso. Il tempo che non trascorrevo al tavolino davanti alla porta-finestra a studiare grammatica tedesca ed a uccidere una seconda volta gli autori classici, per Herr Däniken semplicemente non esisteva. Sogni, pensieri, incontri, rimpianti, meraviglie – che pure alle volte gli raccontavo – scivolavano sul suo viso arrossato dal freddo come acqua sulla corteccia di un vecchio albero.
Chiudeva gli occhi, ogni tanto annuiva con un gesto lentissimo che muoveva appena sul viso le ombre grigie del giorno e quando avevo finito faceva un commento, sempre lo stesso, non so se nella sua lingua o in latino, e apriva il libro.
Se fosse ancora qui ascolterebbe i commenti eccitati dei contadini, il riserbo accigliato dei borghigiani, potrebbe cogliere tutta la curiosità e la paura della piccola gente, ma questo non muoverebbe il suo volto a un sorriso di soddisfazione. Lui, prussiano, detestava la casata degli Hohenzollern e con mio padre l'ho sentito più volte affermare che dopo Federico – lui lo chiamava così – la stirpe si era guastata.

Ora posso passare tutto il tempo che desidero a fissare il vecchio muro, coperto di edera e interrato fin quasi a metà della sua altezza, dove crescono le eriche.
Fin quando non arriveranno, proprio da dietro il muro.
Il vecchio Oldenburg se ne è andato da poco e Cristiano ha cercato di mostrare come inizia una dinastia. Ma i nostri soldati non sanno più fare la guerra. Possono azzuffarsi, ringhiare come bambini arrabbiati e testardi, morire come gli altri, ma la guerra no, non sanno più farla. Quella è un'arte da popoli giovani che le dedicano tanto, tantissimo tempo e molta serietà. Ma forse questo è un bene.

Wurts mi ha lasciato la cena in caldo, patate e merluzzo.
Mi siedo a tavola senza nemmeno togliermi la giacca da caccia. Mentre camminavo nel bosco aguzzavo le orecchie per sentire il rumore dei cannoni, ponevo attenzione alle minime vibrazioni del terreno e camminavo teso come un gatto.
Ho udito solo il canto monotono di un assiolo ed il lontano richiamo di una cornacchia grigia. Tra le betulle già svestite dall'inverno anche quei suoni così poveri mi sono sembrati assurdi, falsi, quasi un'imitazione pallida e stonata del mondo che conosco fin dall'infanzia.
Sollevo il piatto rovesciato che Wurts ha appoggiato sul cibo per tenerlo caldo. Le patate sono disposte con cura, quasi con affetto. Ne mancano alcune, poche. Non mi stupisco: mi limito a considerare con curiosità quel furto quasi impercettibile, le due fettine di patata che dovrebbero essere logicamente appoggiate alle precedenti e seguenti, la cui assenza interrompe la regolarità della fila.
Se volesse nascondersi non agirebbe così. Ma so che non è quello che vuole. Sollevo la testa cercando di sorprenderlo. Sarà davanti alla porta-finestra a fissare il grande prato abbracciato dal muro basso, simile ad un vecchio molo interrato. O forse starà guardando il muro delle eriche, passandosi spesso una mano sulla fronte per allontanarne i capelli.
Mangio ascoltando il rintocco regolare del pendolo. La mia famiglia termina con me e i Prussiani saranno soltanto i miei esecutori testamentari. Non so a chi andrà la casa, se decideranno di prendersela. Forse a qualche rat venuto dalla provincia, un burocrate prussiano insignito di onorificenze, precocemente calvo, sudato, infagottato in abiti stretti e scomodi. Un topo carico di sussiego.
Ma forse neppure loro sapranno cosa farsene. Alloggeranno la truppa finché c'è la guerra e poi la lasceranno sporca, con la paglia per terra e i muri ombreggiati di umidità.
Un fruscio nelle stanze di sopra. Starà cercando qualcosa. Fruga nei miei cassetti, nervoso ma cauto. Non vuole che io salga, non vuole incontrarmi. Arrivo sempre un attimo troppo tardi, in tempo per afferrare il rumore di passi affrettati, inuguali. I passi di un ragazzo.
Dopo si impara a controllare tutto, anche il passo. Lo si rende armonico, regolare, lo si controlla, lo si ricorda e lo si attende fedelmente, sempre uguale. Diventa una parte di sé, ciò che gli altri ricordano e sanno di noi.
Mi è accaduto molte volte: unire il rumore dei passi ad un volto, ad un'immagine nota e sapere, sapere prima di vedere.
Gli stivali dei prussiani hanno una cadenza netta, sono un'unica onda dove ogni personalità è annullata.
Basta sentirli una volta per non dimenticarli mai più.


Le assi del pavimento scricchiolano leggermente.
Perché è tornato? Cosa vuole da me?
Allontano il piatto vuoto e bevo un sorso di birra.
Questa casa ha i giorni contati. Questo pensiero mi solleva, ma è un'ironia amara sorridere al coltello che taglia il filo consumato della vita venuta a noia, quando il tempo comincia a ripetersi.
Adesso tengo gli scuri delle finestre sempre aperti. Forse è per lui, o forse per poter sentire la paura quando fisso l'oscurità, appena oltre il vetro.
Le emozioni sono tutte alle mie spalle, nei cinquant'anni di vita che ho attraversato senza fermarmi, senza cercare amore né amicizia.
So che mi spia, nascosto dietro le porte socchiuse, dietro le tende, guardandomi dagli alberi del giardino. Mi rimprovera, ma di cosa? Ho accudito mio padre anziano e paralizzato – o forse dovrei dire nostro padre – anche quando smaniava per l'erba non tagliata, le vacche che nessuno aveva munto, per il vecchio Södeberg che gli avrebbe portato via la terra e che avrebbe condotto le sue bestie a pascolare fin davanti alla nostra porta. Certo gli ho parlato il meno possibile, anche quando piangeva per la mamma, in silenzio e senza pudore come fanno i vecchi.
Non me l'ha mai detto ma sapevo che era per lei, morta dieci anni prima, e mi prendeva una furia silenziosa a vederlo. Mia madre era stata sua moglie e lui la piangeva come si piange un amore, una donna qualunque che si stacca imbarazzata da un abbraccio quando qualcuno entra nella stanza .
Anche tu l'hai odiato, no? Lo saprai, lo sai.
Anche tu conosci il vuoto delle frasi che scambiavamo con lui. Ma era soddisfatto, pacificato. Non me ne volevo andare di lì e lo sapeva, non so come, ma lo sapeva.
È di questo che mi rimproveri?
Sollevo gli occhi. Sull'orlo del muro di cinta sosta ancora il riflesso della luce serale. C'è un vento leggero, muove appena i rami più sottili sulle piante schierate ai lati dello stretto viale per il cancello.
Ma non ho impedito a Söderberg di portare le sue vacche nei nostri terreni. Wurts e il mezzadro brontolavano e qualche volta hanno fatto di testa loro, le hanno scacciate a bastonate ed urla.
A me bastava non sapere, non sospettare nemmeno.
Mi bastava sfogliare gli atlanti del mondo, guardare il Brasile o il Giappone o l'America del Nord per sognare, per sentirmi lì. Dei giornali leggevo solo le notizie dall'estero e di quelle solo i reportage di scoperte geografiche, di torbidi in Asia o di massacri in America.
Con la testa piena di quelle emozioni non mie attraversavo il bosco di corsa, mi sforzavo di riviverle, simulavo inseguimenti e sparatorie. Come un ragazzino.
Ho sempre cercato di non sapere nulla di fatti minuti, di cose di tutti i giorni. Reagivo rabbiosamente, firmavo quello che c'era da firmare, rispondevo a monosillabi.
Un rumore più forte e subito dopo il cigolare di un cassetto chiuso in fretta. Non troverà nulla che non conosca già, che non abbia già visto mille volte. Tutto in questa casa è stato visto mille volte, ogni cosa è consumata dagli sguardi.

A svegliarmi è la luce grigia del mattino.
Oggi ci incontreremo. Quanto può essere lunga una giornata?
Quanti attimi contiene? E si è sempre completamente se stessi per ogni attimo o si attraversa il tempo distratti, appena partecipi, tiepidi spettatori, tenuti uniti solo dal proprio profilo, dall'ombra che sfila silenziosa davanti alle finestre illuminate?
Ciò che provo a fare – e lui lo sa – è rimanere me stesso, chiuso in un attimo di immobilità completa.
Mi alzo e ripercorro il filo di gesti di ogni mattina di solitudine.
Wurts è già uscito. Ci incontriamo sempre meno. Anche lui attende, ma la sua è un'attesa quieta, indifferente. Mi avrà lasciato una tazza di latte intiepidita dall'attesa, il pane tagliato a fette, il burro giallo.
Le eriche hanno un colore più forte e intenso, sembrano difendere un angolo dimenticato di autunno. Dopo la colazione mi siedo nella vecchia cucina della servitù e aspetto.
Verrà, ne sono certo. Il richiamo per questo vecchio muro ci unisce, come ci unisce il rimpianto per un peccato inafferrabile, degno soltanto di uno sbuffo o di uno scrollare le spalle.
Wurts mi ha lasciato sul tavolo una lettera. L'ho letta sorridendo. Portava le firme di Södeberg e di altri proprietari, preoccupati dell'arrivo dei Prussiani.
Consigliano di scrivere all'Hohenzollern chiedendo il rispetto delle proprietà avite "Fondamento di ogni Legge Umana e riflesso di quella Divina".
Padroni più brillanti e giovani sostituiscono i vecchi.
Dovremmo esserne felici, come vacche munte con più cura e più spesso.
Il pendolo accompagna i miei pensieri disordinati. Per una volta mi sento sollevato dal loro peso intollerabile del loro ripetersi. Nessuna sensazione di soffocamento, di ansia, nessun sottile senso di colpa. Il loro termine è a portata di mano.
Non si sentono rumori mentre la luce acquista forza e disegna di un rosa più intenso i piccoli fiori dell'erica, affondandone nell'oscurità gli steli disordinati.
Anche lui sa dell'incontro, ma forse vuole sfuggire, nascondersi ancora una volta.
Il silenzio e il canto scandito del pendolo mi cullano.
Lascio che il mio sguardo sul muro delle eriche si annebbi e l'immagine scompaia.
Quando mi sveglio è a pochi passi da me. Eretto, sottile come un folletto, i capelli ben pettinati e molto corti, che lasciano in vista la nuca sottile da uccello.
Tiene le mani incrociate dietro la schiena e un leggero tic gli solleva una spalla ad intervalli irregolari.
Porta ancora i calzoni corti, che si fermano sul ginocchio a pochi pollici dalle calze rigorosamente bianche. Tiene il capo appena sporto in avanti ed i talloni non sono del tutto appoggiati a terra, come se dovesse fuggire da un momento all'altro.
Respira affrettatamente, e so anche senza vederlo e toccarlo che ha il viso arrossato dal vento autunnale e le ginocchia dure e fredde come pietra.
Vorrei parlargli, interrogarlo, ma la sua concentrazione così intensa, la sua rabbiosa malinconia mi spaventano. Mi alzo dalla poltrona e fuggo nei campi, cercando di nascondermi al suo sguardo.


Torno che è già sera. Sono sceso al villaggio, ho bevuto e ascoltato le chiacchiere degli artigiani e dei pochi cittadini scesi fin qui per commercio. Due giorni, al massimo tre e saranno qui. Troppi, per me.


Per la prima volta la sua presenza mi tormenta anche di notte. Quando mi sono svegliato l'alba era ancora lontana ed il silenzio completo, ma il ricordo vago di un rumore mi ha spinto fuori dal letto. Ho disceso le scale di corsa ed attraversato lo studio e la grande sala immersa nel freddo e nell'oscurità.
Quando ho fatto un po' di luce per terra c'era una giovane ghiandaia con le ali ripiegate, il collo spezzato. Da una finestra rotta entrava una bruma pallida.
– Perché? – Ho urlato con tutte le mie forze. – Perché l'hai fatto? Mi senti? – Sapevo di avere la mente infiammata da un furore assurdo ma non riuscivo a perdonare quella piccola, inutile morte. – Bastardo, mi senti? – Doveva essere da qualche parte lì vicino, immerso nell'oscurità.
Un sibilo, forse una parola. La rabbia scompare, mi sento debole, stanco. Mi chino a raccogliere il minuscolo corpo.
Sembra fatto di polvere e ritagli di stoffa. Lo osservo a lungo tenendolo disteso nelle mani unite. Non è la prima volta. Da ragazzo salivo a cercare le uova ed i pulcini nei nidi intravisti alla biforcazione dei rami. Tenevo le dita strette sui loro corpicini morbidi e mi capitava di stringere troppo scendendo o nella corsa fino a casa per mostrarli ad Elsa.
Mi fermavo di colpo, stupito da una morte tanto leggera, inavvertibile. Non avevo più il coraggio di alzare gli occhi al cielo e mi sentivo incerto, confuso, come se mi fosse sfuggita la frase più importante di un lungo discorso.
Il freddo della notte di febbraio mi prendeva lentamente, senza colpirmi né ferirmi.
– Swindells. – È la sua voce, a pochi passi da me.
Conosco quella parola, ovviamente la conosce anche lui. Non significa nulla, forse l'ho letta in qualche atlante o in qualche articolo di giornale, ma non mi ha mai abbandonato, come certe canzoncine stupide udite chissà dove che rinascono all'improvviso in un attimo di distrazione o di silenzio.
La sensazione di essere nuovamente solo e il freddo, divenuto insopportabile.
Mi vuole uccidere, soltanto adesso l'ho capito.

Penultimo o forse ultimo giorno.
Mi sono svegliato più tardi del solito, umido di sudore gelido, più debole e stanco. Mi lavo di malavoglia, sentendo sulle mani il calore eccessivo del viso.
Al piano inferiore lui sta percorrendo il salone avanti e indietro. Non si preoccupa di fare piano, anzi avverto una determinazione insolente nel posare i piedi con forza, cercando di sollevare quanta più eco possibile.
Mangio in fretta e controvoglia. Mentre mi vesto brividi insopportabili mi scuotono. Esco nella nebbia spinto dalla paura.
Lungo il viale continuo a udire il fruscio di un passo che a tratti mi segue, talvolta mi precede. Per la prima volta da giorni mi sento davvero senza speranza. Tutto sembra scivolare via, la casa è alle mie spalle, scura e sicura, ma è scomparsa dal mio mondo, come una nave che non si rivedrà più una volta scesi a terra.
Mi sta svuotando, derubando dal mio passato, e sono sempre di più un naufrago aggrappato ad un esile filo fatto di pochi giorni.


Nel pomeriggio la febbre è ancora salita.
Mi rifugio nella mia stanza e chiudo a chiave la porta.
Crollo sul letto senza svestirmi.
Passano ore scure, incerte. Nel dormiveglia agitato ho l'illusione di vederlo: sta con la schiena appoggiata all'armadio, le braccia conserte. Mi fissa tenendo le labbra incurvate a disegnare un muto fischio divertito.
Cado nel torpore della febbre e quando riapro gli occhi lo trovo ancora lì, nella stessa posizione.
Non ha fretta, il mio tempo è suo ormai.
Riesco ad alzarmi solo a sera inoltrata. Wurts se ne è andato, la stufa è spenta, la sala buia e nessuno ha apparecchiato la mia cena. Non sento rabbia, nella mia condizione più nulla è strano o ingiusto.
I Prussiani devono ormai essere vicini. Mi siedo tremando e mi sforzo di ascoltare il buio, udire il rumore dei passi cadenzati, il rotolare degli affusti dei cannoni, l'acciottolio degli zoccoli.
Ancora silenzio, ma lui è nel buio ad attendermi.
Dovrei alzarmi, accendere la stufa o almeno il caminetto, ma non importa. I brividi hanno smesso di tormentarmi.
Mi preparo a dormire ancora, in equilibrio miracoloso su questi ultimi brevi istanti.
Il suo sguardo non ha pietà né comprensione. So che ha ragione, che deve odiarmi di un odio così intenso da mantenerlo vivo ancora per molti anni.
– Avanti, il tempo è tuo ora.
È più vicino. Le sue mani mi sfiorano, mani giovani, ancora acerbe ma forti. Vorrei chiudere gli occhi ma mi sforzo di vederlo, riconoscerlo, anche se non temo nessuna sorpresa.
– Ci sono quarant'anni tra noi – mormoro. – E non sono diventato nulla. NOI non siamo diventati nulla. Sognatori inconcludenti, aridi come le rocce della luna. Tu diventerai come me e ci incontreremo ancora. Altrove, ma ci incontreremo. E sarò io a chiederti conto di tutti i momenti scivolati via, le occasioni perdute, gli amori rifiutati. Dove vai? Perché proprio tu dovresti riuscire a sfuggire? Perché tu?
Non risponde.

Non rispondo.
Mi osservo reclinare il capo sulla spalla e affondare nell'incoscienza, come mio padre dopo un pasto troppo abbondante.
Sono di nuovo solo, con il mio futuro segnato.