16.5.17

Tempi amari


La notizia è di ieri e non posso far finta di nulla. 
No, non parlo del padre di Renzi né dell'ultima cretineria di Donnie Trump, ma del fatto che Nocturnia, il notissimo blog sia stato costretto a interrompere le pubblicazioni a tempo indeterminato.
È probabile che conosciate già Nocturnia, ma nel caso che non sapeste di cosa si tratta dovreste (dovete!) farci un salto e dare un'occhiata. Il blog di Nick il Noctuniano è stato finalista al premio Italia come blog dedicato al fantastico/sf/horror ed è tuttora in corsa per l'edizione che si chiuderà presto. Nel blog potete trovare interviste a grandi autori del fumetto e del fantastico contemporaneo – l'ultima intervista è stata a Tricia Sullivan, autrice di Selezione Naturale, pubblicato nel 2016 da Zona42 – sia italiani che stranieri, i celeberrimi Dossier Notturni, dove Nick presenta ai suoi lettori eventi misteriosi tuttora non spiegati, come Lo strano caso di Passo Dyatlov e segnala che cosa si muove nel settore del fantastico in Italia. 
Inevitabile ammetterlo, ho sempre provato un'invidia divorante mista a un'ammirazione smodata per il blog di Nick di Noctuniano, che riusciva a farmi trascorrere momenti di ritrovata passione anche quando ero letteralmente molto lontano con la mente. E non è poco, davvero, non è poco.
Ma il motivo della sospensione – sperando che di semplice sospensione si tratti? Molto semplice, Nick ha finalmente ritrovato un lavoro, sia pure part-time dopo essere stato «scaricato» dalla ditta [liquidata] con la quale aveva collaborato per anni, Il problema, per quanto riguarda il blog è, lasciando la parola a Nick: 

Il nuovo lavoro m'impedisce di curare Nocturnia come vorrei, certo si tratta di un part- time ma che presenta tanti spezzati, quindi spesso anche se lavoro in un giorno tre o quattro ore, il più delle volte mi tocca stare fuori l'intera giornata in attesa tra un' ora di lavoro e l'altro.



In sostanza un tipo di lavoro – irregolare, part-time e con frequenti tempi morti – che sembra divenuto la regola di questi tempi. Un lavoro disperato – lasciamelo dire, Nick – ma che chi ha superato una certa età non può decentemente rifiutare. 
In sostanza un blog costretto a eclissarsi per lavoro, sperando che il nostro noctuniano trovi perlomeno un minimo di soddisfazione nel farlo. 
Il titolo di questo blog «tempi amari» trova la sua spiegazione in questa necessità di lavorare che cambia profondamente il modo di vedere la nostra attività e, di conseguenza, la vita stessa. Non so, ma ci rendiamo conto di come la nostra situazione è cambiata e sta cambiando? Di come gli spazi per condurre una vita vera e genuina si vanno via via riducendo?
Certo, in fondo si tratta soltanto di un blog, un'attività che può cessare da un momento all'altro, ma con un prezzo da pagare in fantasia e joie di vivre che nessuno sa né può calcolare. Ed è un peso, assolutamente virtuale ma fondamentale, che nessuno sa quanto possa contare nella vita di noi tutti.
Ritorna appena puoi, Nick. È importante.

  

6.5.17

Letture quasi obbligate


Capita, oltre che di leggere, anche di dover leggere per impegni presi o altre necessità improvvise e indifferibili. È quello che mi è successo nel corso della scorsa settimana per assolvere a un impegno preso con una rivista che ha commissionato a me e a Silvia Treves un articolo sul tema «Robot, androidi, cyborg e altri esseri semiumani» (il titolo è di mia invenzione), con particolare riferimento a quanto hanno a suo tempo scritto gli autori italiani all'inizio del secolo passato. 
La mia prima reazione è stata: «Ma gli italiani hanno scritto qualcosa sul tema? Maddai!», ma ho dovuto prendere nota – una volta di più – della mia ignoranza: non che abbia trovato poi moltissimo, ma qualcosa c'è anche nel mondo semidimenticato della narrativa d'anteguerra (prima della Prima Guerra Mondiale) e dell'interguerra. 
Ovviamente il primo soggetto al quale ho pensato è stato Emilio Salgari, che sapevo comunque appassionato alla scienza fantastica – il termine «Fantascienza» è nato nel 1952, inventato da Giorgio Monicelli –, anche se non un grandissimo produttore di avventure nel futuro. Il libro di riferimento, in questo caso, è stato Le meraviglie del 2000, pubblicato da Bemporad nel 1907 e ambientato nel mondo del 2003.

Leggere Le meraviglie del 2000 è stato comunque un piacere, anche se leggendo è finita col comparire quella che qualcuno ha definito «la visione piccolo-borghese di un italiano di fine '800». Un'affermazione in qualche punto condivisibile, certo, ma ciò che mi ha colpito di più è stata la sottile amarezza con la quale Salgari racconta il mondo di domani, un mondo divenuto insostenibile per eventuali visitatori dal passato perché inquinato da un eccessivo uso di energia elettrica, tanto da rendere «elettrici» anche i suoi abitanti. A colpire è anche la mancanza dell'enfasi trionfalistica – tipica del buon vecchio Jules Verne – nell'enumerare i progressi tecnologici e il sottile sentore di perfida burla che sembra animare il racconto di ogni novità tecnologica, senza contare la semplicità a tratti brutale – gli anarchici deportati ai poli, per fare un esempio – con la quale vengono affrontati i problemi relativi all'ordine pubblico e l'inevitabile resistenza umana ai cambiamenti imposti dal ritmo troppo rapido di mutamento. Se a questo aggiungiamo la sostanziale scomparsa del mondo animale, obbligato a tentare di sopravvivere in un piccolo arcipelago, nasce la sensazione non passeggera che in realtà Salgari abbia scelto – più o meno consapevolmente – di raccontare una distopia, utilizzando il vocabolario di un ottimista a oltranza. Esemplare, da questo punto di vista, la chiusa del romanzo, con i due protagonisti, esuli dal passato, ricoverati in un manicomio e giudicati malati inguaribili in quanto non adattati alla vita «elettrica» condotta dai loro consimili. Un curioso tipo di umorismo, viene da pensare, che mi ha ricordato taluni racconti di P.K.Dick con finali beffardamente crudeli, sul'esempio di Modello 2, un vecchio racconto dove non solo l'umanità viene distrutta dai robot ma i robot stessi hanno iniziato una guerra tra loro...


Altro libro letto è stato L'uomo di fil di ferro di tale Ciro Kahn. «Tale» in questo caso non ha nulla di dispregiativo, dal momento che dell'autore vero e del suo vero nome nulla si sa, nonostante abbia trascorso una buona mezz'ora di ricerca biografica. Di Ciro Kahn mi è anche passato per le mani un racconto del 1931, «Il fabbricante di diamanti», pubblicato su Il Romanzo d'Avventure n° 82, rivista dell'epoca. Un ottimo racconto, carico di un'angoscia fredda e ormai consumata, in tutto e per tutto degno dei coevi racconti di autori d'oltreoceano.
«Ossignùr, ma parli come un uomo della prima metà del secolo scorso... coevi... d'oltreoceano... e la perfida Albione?»
Va bene, va bene. Temo che il contatto con l'italiano letterario dell'epoca di Salgari e Kahn mi abbia contagiato. Ma posso affermare senza tema di smentita... 
«Ricominci?»
No, no... dicevo che posso affermare che L'uomo di fil di ferro è un romanzo quantomeno interessante, sia per il protagonista, un uomo di ferro in senso proprio, il genere di robot che viene investito da un camion e nello scontro è il camion ad avere la peggio, sia per la vicenda narrata, quella di una rivoluzione fallita, raccontata con una sottile dose di perfidia non tanto verso i robot, quanto verso le forze dell'ordine, ovviamente quelle del fascismo dell'epoca futura, nella fattispecie del 1998. Quanto all'Italia raccontata da Ciro si tratta di un paese avveniristico e avanzatissimo, con una capitale degna di tanto progresso, ovvero, per citare il sito dal quale ho scaricato gratuitamente il libro, Finisterrae



Roma del 1998, metropoli futuribile e paradiso futurista di vetro e cemento, con treni velocissimi, marciapiedi mobili e pubblicità onnipervasiva

Ovviamente non proverò nemmeno a immaginare cosa avrebbe detto della Roma reale del 2017 lo stesso Kahn... 


Ho infine riaperto per motivi legati allo stesso articolo, l'antologia Le aeronavi dei Savoia, a cura di Gianfranco De Turris, un'antologia dedicata alla «fantascienza prima della fantascienza», ovvero a una serie di racconti apparsi su riviste dal 1891 (Il chiesofono di un certo P.) fino al 1952 (La fine di Venezia di Berto Bertù), per la maggior parte racconti gradevoli o quantomeno sorprendenti. La fede politica del nostro comunque bravo e appassionato De Turris, tra l'altro curatore di diverse opere di letteratura fantastica presentate qui, è testimoniata da un paio di racconti, il primo scritto dal vicesegretario del PNF, Salvatore Gatto, nel 1931, Vita delle comete, il secondo scritto nel 1948, Non votò la famiglia De Paolis, di Donato Martucci e Uguccione Ranieri, dove ci viene presentato l'esito favorevole alle sinistre delle elezioni del 1948 e il susseguente imporsi di Giuseppe Stalin sulla povera Italia. 
Per il resto ho comunque dovuto riprendere in mano classici della sf e libri quantomeno particolari, come Lo zar non è morto, romanzo ucronico scritto da un «gruppo dei dieci» che comprendeva tra gli altri Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Ma di questo libro credo parlerò una delle prossime volte. 


   

26.4.17

Leggere, scrivere, ascoltare


Che musica ascoltate mentre leggete o scrivete? 
Una domanda futile, in apparenza, ma forse non poi così tanto. Personalmente ho sempre ascoltato musica in cuffia mentre scrivevo. Posso citare letteralmente un album o più album per ognuno dei pezzi a suo tempo scritti.  In qualche caso il disco di sfondo era un vero tormentone, ricordo che una volta giunto al termine «Outside» di David Bowie lo rimettevo da capo, anche tre o quattro volte. Il che potrà sembrare delirante, me ne rendo conto, ma il sottofondo musicale non era ascoltato in quanto tale ma semplicemente per fornirmi un ritmo adeguato al testo che stavo scrivendo. Come è ovvio non darò giudizi sulla qualità di ciò che componevo, ma posso assicurare che alla chiusura del romanzo non ho gettato il disco dalla finestra. 
Discorso quasi identico posso fare per Clutching at Straws dei Marillion, per Hounds of love e Aerial di Kate Bush (e per gli altri dischi dell'autrice inglese), per Friend's Friend's Friend e The house on the Hill degli Audience, per Starless and Bible Black e per altri dischi dei King Crimson, per 50th Windows dei Massive Attack, per Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt, per Homogenic di Björk, per Music for Airport di Brian Eno (sei ore e passa di musica) e per altri artisti che, al momento, non ricordo. Piccola nota a margine: nonostante la mia insana passione per la Neue Deutsche Härte non ascolto praticamente mai gruppi mitteleuropei per non distrarmi nel tentativo più o meno riuscito di tradurre i testi delle canzoni, cosa che non tento di fare con i gruppi di lingua inglese.
In ogni caso un mix che mi sgomenta, anche perché fatico a trovare un filo rosso che unisca gli artisti elencati. Se infatti è relativamente facile creare un legame – gotico & romantico – tra The House on the Hill (tra l'altro un titolo che ricorda The Haunting of Hill House, grande romanzo di Shirley Jackson) e Wuthering Heights, i legami tra Björk e Brian Eno sono probabilmente molto più vaghi di quanto si possa ipotizzare.
Legami con ciò che si scrive? 
Difficile dare una risposta univoca. In linea di massima inclinerei per il NO, anche perché i crescendo drammatici di alcuni pezzi non si accordano con quanto andavo scrivendo. Più efficace o presente può essere un ritmo realmente incalzante come quello di Hello Spaceboy da Outside, anche se il risultato può talvolta essere l'interrompere la scrittura per tenere il tempo col piede. 



Più complessi o forse, in realtà, meglio comprensibili sono i rapporti con i brani «minimalisti» come l'interminabile Music for Airport, che si limitano a creare un tappeto musicale sul quale – mi illudo – le parole possano correre più agevolmente. 
Diverso il discorso per quanto riguarda l'attività di editing o, banalmente, di correzione di testi propri e altrui, un'attività che non ammette distrazioni. Se sono solo in casa tutto bene – gatta e cana non disturbano – se non lo sono mi infilo le cuffie e ascolto musica classica del '900, in genere Terry Riley o Steve Reich. O ciò che mi propone You Tube con esiti non sempre perfettamente adeguati. Mentre leggo, viceversa, non ho bisogno di musiche di accompagnamento. Posso leggere, in realtà, anche in mezzo a una strada o con il resto della famiglia che discute, commenta o si scambia impressioni, talvolta intervenendo, anche se non sempre perfettamente a proposito, temo. 
In quest'ultimo periodo ho incontrato Simeon ten Holt, compositore olandese nato nel 1923 e morto nel 2012, e in particolare con il suo Canto Ostinato per quattro pianoforti, composizione degli anni '70 che non mi stanco di riascoltare, sia nella versione per quattro pianoforti che in quella per due pianoforti e due marimbas. 
A questo punto non posso che offrirvene un assaggio. O anche tutto, tenendo conto che supera l'ora di lunghezza. 

 

20.4.17

L'Invicibile Armada tra Giava e Sumatra


Un post breve, penso, su un tema che ha poca importanza da un punto di vista strettamente militare, ma ne molta di più in senso generale. 
Parlo della flotta americana, ovvero di una sua parte, formata dalla portarei a propulsione nucleare USS Carl Vinson e da uno sciame di unità di scorta, che lo scorso 8 aprile avrebbe teoricamente dovuto abbandonare le manovre militari previste nei pressi dell'Australia per correre «a cinquecento chilometri in linea d'aria dalle basi missilistiche nordcoreane, pronte a colpirle».
A dare man forte alla Invincible Armada ovvero alla flotta america alcune unità militari giapponesi, annunciate su «La Repubblica» pochi giorni dopo. 
Non male, americani e giapponesi, come settant'anni fa.
Fantastico, ho pensato, eccolo qui il neopresidente americano che si cala nei panni di Filippo II di Castiglia, pronto a colpire il nemico della Cristianità Kim Jong Un, peraltro ignaro, in apparenza, della sorte della Invincible Armada spagnola, a suo tempo sconfitta e in buona parte dispersa a largo della Gran Bretagna. 


Ma Donald Trump ha, come tutti sanno, una cultura raccogliticcia e dispersa, e il vero problema era la presenza di alcune grosse unità da guerra pronte a sparare missili e lanciare aerei contro il territorio nordcoreano, in spregio ai rischi possibili di coinvolgimento – in una guerra nucleare – del Sud Corea e del Giappone. 
Fino a qualche giorno fa ho ascoltato con attenzione i notiziari del mattino, augurandomi di non sentire annunciare: «Unità della Marina Militare Americana hanno lanciato N missili contro basi nordcoreane dove si ritengono si trovino missili a testata nucleare. Il governo di Pyongkiang ha reagito annunciando il lancio di...» e così via, come ne La guerra mondiale n. 3 di Jacques Spitz o in Livello 7 di Mordecai Roshwald. Fortunatamente non ho avuto notizie di questo genere ma, solo qualche giorno fa, sono venuto a conoscenza – come milioni di altre persone – di un fatto che è poco definire curioso. 
La Invincible Armada yankee, infatti, nel momento nel quale Donaldone nostro annunciava al mondo che le sue navi erano pronte a bombardare il perfido imperatore Ming, pardon, Kim Jong Un, continuavano a navigare verso l'Australia, in apparenza ignare del destino guerriero che le chiamava in azione a cinquemila chilometri di distanza. 


Spontanea sorge la domanda: «Ma l'Ammiraglio o il Commodoro o quello che volete, non li legge i giornali?» Come faceva, in sostanza, a non sapere che le sue navi dovevano essere in rotta nella direzione opposta a quella che stava bovinamente seguendo? Siamo giunti al punto che la USS Carl Vinson è stata fotografata pochi giorni fa nel Sunda Strait, ovvero lo stretto che separa Giava da Sumatra. Mancava solo l'equipaggio schierato sulla tolda che saluta casa... 
In questi casi inizia una silenziosa e feroce caccia al colpevole che per il momento, non ha ancora trovato qualcuno che possa essere accusato di aver sabotato il presidente. Resta il dato di fatto che mentre Trump annunciava, con i suoi modi da mandriano vilipeso, che la flotta navigava verso i cattivi, l'ordine di invertire la rotta non era arrivato. O era stato ingoiato da un guardiamarina innamorato di Hilary Clinton. 

Gli unici a non avere ricevuto quel messaggio, a quanto pare, sono stati proprio gli ammiragli della U.S. Navy e tutti gli equipaggi della flotta in questione. Che ha continuato per una settimana a navigare nella direzione opposta. Dirigendosi, imperterrita, verso la sua destinazione "normale", puntando cioè verso quei mari dell'Australia dov'era attesa per un'esercitazione.
I primi ad accorgersi della sconcertante situazione sono stati i cronisti dello Huffington Post. Poi la vicenda è stata confermata ai massimi livelli, al punto che il New York Times ne ha fatto il titolo di apertura del suo sito. Tardivamente, la flotta ha finito per seguire gli ordini del presidente. Ma con un tale ritardo, da mettere a dura prova la credibilità della Casa Bianca. Il gesto che doveva intimorire Pyongyang non c'era stato, o non era stato trasmesso "per li rami" ai vari livelli della gerarchia militare? O qualcuno non aveva preso sul serio quell'annuncio, all'interno del Pentagono? (a «La Repubblica»)

Il Pentagono, la U.S.Navy, Sean Spicer, capo dell'ufficio stampa della Casa Bianca, James Mattis, segretario per la Difesa, si sono rimpallati le responsabilità in proposito, con Sean Spicer che è giunto ad affermare che mr. Trump aveva comunque ragione dal momento che gli USA posseggono davvero una grande flotta, anche se non era proprio dove doveva trovarsi. 
La responsabilità di questo risibile incidente è, evidentemente, di mr. president, il nostro P.O.T.U.S., che ha dichiarato, minacciato, tonitruato ciò che non ha voluto controllare personalmente né far controllare ad altri. Come dire, l'ennesima figura di m...
Il problema maggiore resta, però, nostro. 
Un simile demente, seduto su una montagna di armamenti e che intende ulteriormente aumentarli, partigiano del petrolio e del carbone, incapace di non reagire a un qualunque insulto, anche involontario, è un pericolo costante. Non tanto per gli ordini che non riesce – come in questo caso – a trasmettere ma per quelli che sciaguratamente dovesse riuscire a recapitare. 
Ogni giorno in più della presidenza Trump è un pericolo per l'umanità. 
Da ricordare. 


 

12.4.17

Attentati da romanzo.


Sto continuando il lavoro di revisione de Un problema di tempo, un lavoro inevitabilmente pesante, dal momento che autore e editor in questo caso coincidono e, inevitabilmente, finiscono per dissentire quasi su tutto. 
«Puoi sempre darlo da editare a Silvia».
Già fatto. 
Quello che mi rimane da sistemare riguarda interamente me e Un problema di tempo è un romanzo tanto pretenzioso quanto complesso. Un grossa bolla di sapone, se volete, o un modo assurdo per trascorrere i proprio tempo. 
Un passo indietro, a questo punto. Un problema di tempo è stato scritto tra il 2007 e l'estate del 2008, un periodo nel quale gli attentati erano in genere condotti da sostenitori di Al Quaida e colpivano aree di frizione tra musulmani sciiti e sunniti o tra musulmani e cristiani: Algeria, Yemen, India, Egitto, Pakistan, Iraq e Giordania. Attentati sanguinosi, regolarmente condotti da individui che si facevano allegramente saltare in aria insieme alle loro vittime, sicuri che il paradiso fosse appena oltre la pressione sul tasto di accensione
È molto probabile che da questi atti terroristici sia nata la (relativa) abbondanza di attentati presenti nelle pagine del romanzo. Un grado zero di violenza non militarmente organizzata, la stessa che è via via cresciuta fino agli attacchi compiuti da seguaci del Daesh in questi ultimi giorni. Ma si tratta davvero di seguaci del Daesh / Isis? Non è facile affermarlo, nel senso che ormai è evidente che chiunque abbia seguito un corso di delirante mistica musulmana on line accompagnata da cenni di un corso da bombarolo può guidare un camion verso un gruppo di turisti e, se tutto va "bene", tagliare la corda illeso, una relativa novità nel mondo del fanatismo islamista. 


Emulazione, questo è il dubbio che, maramaldo, si insinua nei miei pensieri. In fondo il complesso di Erostrato è parte integrante della mentalità umana e la possibilità di diventare un orribile dinamitardo, ricordato sia pure in forma anonima, può fare gola a chi conduce una vita deludente in bianco e nero. 
In Un problema di tempo la violenza ha qualcosa di vago, sconosciuto, falso. A ben vedere nessuno crede davvero che i colpevoli siano i Gioanniti (cfr. Settembre, 2016), ma che essi siano stati in qualche modo riesumati da un'entità altra per creare una situazione insostenibile. Il che può forse essere sbagliato nella situazione attuale, qui, sulla Terra, ma nemmeno troppo.  Al Quaida e Daesh sono nati in momenti diversi ma in entrambe i casi dalla presenza di entità sovranazionali (multinazionali?) sulle proprie terre. Al Quaida dai guerriglieri afghani durante l'occupazione sovietica, il Daesh da gruppi dell'ex-esercito irakeno di Saddam Hussein. In entrambe i casi – scusate la grossolanità dell'analisi – hanno entrambi creato una lettura peculiare del Corano e degli insegnamenti di Muhammad, creando una struttura paramilitare capace di colpire e/o di occupare terre e invadere paesi facendo uso di un grado clamoroso e super-mediatico di violenza. In questo Daesh ha raggiunto un livello difficilmente eguagliabile di efficacia, sia pure in una situazione etnica e politica di sfascio. Ma chi li ha finanziati in questi anni? Già, perché mettere insieme una struttura logistica e militare e rifornirla di armi e strumenti di comunicazione è cosa un po' diversa da raccogliere quattro amici per un regalo di compleanno collettivo. 
L'Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo sono stato accusati, senza dimenticare il nostro beneamato Erdogan, amico di chiunque voglia sterminare i Curdi, Curdi che – è bene ricordarlo – sono musulmani tanto quanto gli arabi, fondamentalisti o meno. L'Iran, il Pakistan e altri paesi dell'area hanno ovviamente interessi economici, oltreché situazioni di frattura interna tra sciiti e sunniti, e più in generale la posizione di ognuno di essi è stata in qualche caso incerta o vagante. Il dato fondamentale è comunque che senza uno o più finanziatori né Al QuaidaDaesh sarebbero riusciti ad orchestrare un simile grado di terrorismo e di potere organizzato. 


L'aspetto centrale della riflessione è che l'organizzazione di forme di terrorismo necessita di un finanziatore, a differenza da forme spontanee di rivolta, dal momento che un utilizzo pianificato e feroce della violenza ha ben poco a che vedere con le condizioni sia pure disperate di un popolo. Gli individui finora arrestati di Daesh sono per la stragrande maggioranza individui sradicati dalla propria comunità, in qualche caso interessati esclusivamente ai soldi che girano nell'organizzazione, spesso gradassi, sbruffoni, bulli da seconda media, molto lontani dalla fisionomia romantica e maledetta dell'eroe pronto a morire per i suoi ideali. 
Ritornando al romanzo, i Gioanniti possono essere – o meno – gli artefici degli attentati perpetrati nel corso del romanzo ma in ogni caso la loro stessa esistenza (o forse pretesa esistenza) è la prova della presenza di entità altre che li finanziano per i propri fini. Questo perché il terrorismo è, nella migliore delle ipotesi, una forma di sostitutismo che si presta a essere infiltrato, deviato, modificato e in qualche caso semplicemente utilizzato e quindi eliminato.  
Con tutto ciò la religione, sia quella di Daesh che quella dei miei disgraziati Gioanniti è un semplice elemento di unità ideologica, un modo per riconoscersi e per urlare più forte ma che non ha nulla (ma proprio nulla) a che vedere con Gesù Cristo e Muhammad. 


Quindi non parliamo, per favore, di guerra di religione. Questo può fare comodo a Daesh ma per noi significa solo confondersi le idee. Alla prossima.

5.4.17

Un po' di educazione, perbacco!


L'educazione, quella alla quale si appellavano i genitori quando ci si comportava in modo inadeguato, rissoso, chiassoso, utilizzando «brutte parole», urlando, ridendo sguaiatamente eccetera. Alla censura vocale faceva non raramente seguito una censura ben più corporea, in forma di un paio di sberle che, in genere, ferivano più la propria immagine sociale che il volto. A chi non è accaduto? 
Negli anni che vennero dopo si giurò solennemente che il nostro stile di educazione sarebbe stato incomparabilmente migliore, che si sarebbe discusso – non urlato, e che le sberle e qualunque altro tipo di punizione fisica sarebbe stata eliminata per sempre dalla nostra guida a una buona educazione. 
A distanza di un certo numero di anni devo ammettere di essermi in linea di massima attenuto a questo insieme di precetti, anche se ammetto (e non ne vado orgoglioso) che in qualche occasione ho perso il lume degli occhi – i ragazzi intorno ai 10-11 anni hanno il dono di provocare fino allo sfinimento – giungendo all'inevitabile urlo. 
Ma al di là dei risvolti personali, diciamo che l'educazione impartita da genitori (dotati di buone intenzioni) aveva alcuni scopi lodevoli e qualche effetto meno lodevole. Tra i meno lodevoli una certa ipocrisia, la tendenza a "farsi i kz propri" e un inevitabile conformismo; tra i risultati migliori la capacità di stare tra gli altri senza disturbare e sapendo ascoltare, la pazienza verso gli individui più noiosi o più aggressivi, la gentilezza, la cortesia, la modestia e la disponibilità.
Per molto tempo ho pensato che una buona educazione fosse un discreto collante sociale, quello che ti tratteneva dall'afferrare un cric durante una discussione stradale, che ti impediva di riempire di insulti un tuo casuale interlocutore di diverso parere, mettendo in discussione la sua morale e i costumi sessuali della sua mamma e che ti permetteva di stringere le spalle davanti al furto di un posto per parcheggiare, ma ora mi rendo conto che l'educazione, sia pure quella puramente formale, sta scomparendo lentamente e inesorabilmente. 
E questo non significa che la verità si stia lentamente liberando dalla camicia di Nesso di una sincerità puramente formale ma che, semplicemente, è divenuto giusto afferrare il cric, insultare chi non la pensa come te e litigare fino alla strage per un posto auto. 


«Io» è diventata la valuta maggiormente utilizzata fino a diventare inflazionata come il deutschemark nel 1930, si è diventati sensibilissimi a qualsiasi riferimento alla nostra persona e alla nostra vita – della quale, peraltro, siamo noi a essere i primi detrattori. Si diventa paranoici, ci si convince che sui social network si irridano i nostri figli, che la nostre moglie/ fidanzata / compagna si mostri nuda o quasi dietro cortese richiesta, – quella bottana – che il cugino utilizzi la nostra auto per arrotare i cani dei ricchi nottetempo e che la nonna coltivi erba sul terrazzo regalandola a tutti i tuoi peggiori nemici. 
In TV i personaggi più aggressivi, volgari e intolleranti sono ovunque, pronti a insultare e a mortificare davanti a un pubblico adorante e anche il neo-presidente Donald Trump, si suppone uomo del popolo in quanto perfetto cafone e ideatore di balle spaziali, arriva a insultare il presidente messicano e a rifiutarsi di dare la mano alla Cancelleria tedesca. 
È come una cascata che, lentamente, scende dall'alto fino ai livelli più bassi della società. Siamo tutti più poveri? Beh, facciamo almeno vedere che a noi non ci frega nessuno, che le multinazionali possono anche lasciarci sul marciapiede da un giorno all'altro, ma che siamo sempre pronti a insultare e menare chi non ne ha nessuna colpa. A cominciare dai figli fino alla fidanzata
Questo genere di aggressività non ci lascia mai, alcuni diventano troll o hater (odiatori) come Napalm 51 impersonato dal buon Crozza, pronti a credere a ciò che è indimostrabile, falso, assurdo ma che comunque ci piace credere, pronti a SCRIVERE TUTTO MAIUSCOLO CHE SI CAPISCA CHE NOI NON VOGLIAMO TACERE E CHE NON CI POSSONO DIMENTICARE. Gente che scrive «Fate girare», come è accaduto con immagini ridicole o fake prese puntualmente per buone e che collezionano like come immagini della mitica matriciana della zia. 


Dietro l'educazione dataci dai genitori – buona o cattiva che fosse – c'era la convinzione che avremmo dovuto occupare un posto nell'ambito di una società più giusta e ricca di occasioni per chi avrebbe saputo distinguersi (in senso positivo); dietro la scomparsa dell'educazione c'è viceversa una società malignamente frivola, che ci comunque occasione per sfogare la nostra disperata paura talmente profonda da essere divenuta invisibile da esprimersi mediante accessi di rabbia, di violenza, di gelosia, di intolleranza, di furore. 
Esiste un sottile legame tra l'educazione come progetto di futuro e una società più giusta e democratica e la sua mancanza come ammissione che il futuro è terminato e che non esistono più diritti ma soltanto potere.  
Si potrà urlare, comunque, sparare «cazzo» e «porcozio», ridere di una quindicenne che si esibisce su Instagram volente o nolente scandalizzarsi nel vedere neri che trucidano un gattino, masticare minacce e dire «menimpipo» davanti a un gommone di bambini del sud del mondo che affonda: la mancanza di educazione ci lascia soli in un mondo con poche speranze.  


Che cosa resta a noi poveri ben educati in un mondo che sta rapidamente colando a picco? A noi che protestiamo se vediamo qualcuno che spezza i rami più bassi a un albero, che ci ostiniamo a fare la raccolta differenziata constatando ogni volta che il bidone dell'indifferenziato è allegramente colmo di bottiglie, barattoli, carte, plastica e bucce di patate, a noi che abbiamo la netta sensazione che il mondo sia stato sequestrato da individui maneschi, esasperati e tragicamente ignoranti. A noi non resta altro che l'esempio, la pazienza, la comprensione, la capacità di diffidare delle soluzioni troppo semplici e di resistere alla violenza. Non è facile, lo so e lo constato ogni giorno, ma non c'è altra possibilità.  
Ricordando che, comunque, a creare il clima che si respira è qualcosa di estremamente materiale, qualcosa che ha più a che vedere con le modalità con cui si esprime il potere economico piuttosto che con una crescente follia
Tutto il resto viene di conseguenza