17.1.19

Calibano Vigesimo Terzo: Giochi di ruolo



Partirò da un fenomeno apparentemente consueto che voi tutti avrete già avuto modo di constatare. Qualunque organizzazione, partito, associazione nati per uno scopo ben preciso e con intenti altamente morali, soprattutto se fondati da individui appartenenti alla fascia più colta e civile della società, si evolve seguendo una curva rappresentabile con un diagramma.
Banale, direte: molti fenomeni, dalla cottura di un uovo sodo all’evaporazione di un buco nero percorrono tappe disegnabili con un diagramma.
Ma l’aspetto interessante della questione è il tipo di curva che questo genere di enti percorre.
In genere abbiamo una prima fase oscura, di incremento lentissimo, nella quale pochissimi individui formano il centro attivo del nuovo ente, sono tra loro in contatto quotidiano e la loro attività costituisce una minuscola perturbazione, un grumo instabile, al quale anche una banale discussione sul colore di una tappezzeria o sul modo di cuocere una Peeneriana Imperlata può essere fatale.
In questo gruppo A è l’ideologo, B l’organizzatore, C il fedele braccio destro di A, D il vivace polemista, E l’individuo dalla fede incrollabile ed F l’oscuro funzionario che spegne la luce e vuota il portacenere al termine della vibrante riunione. Sono ovviamente postulabili individui G, H, I, ad libitum, ma il gruppo a sei che ho descritto è l’Unità Collettiva Fondamentale Minima, che designeremo come Ucofom 1.
Le possibilità di sviluppo di Ucofom 1 sono determinate dalle condizioni ambientali e culturali e sono legate allo spirito del tempo. Un comitato di teorici della distruzione dell’automobile avrà una fortuna limitata in una società basata sulla necessità di spostamenti frequenti, mentre un’associazione dedita al pestaggio di immigrati poveri e male in arnese avrà un certo successo in una società in latente crisi economica.
Ammettiamo che Ucofom 1 si proponga di attuare una profonda palingenesi sociale, portando al potere gli sfruttati e derelitti, creando una società senza classi né legami di necessità, in cui ciascun uomo sia libero non solo di esprimersi e di pensare, ma anche di lavorare liberamente. Si tratta, come ognuno vede, di un esempio palesemente assurdo, concepito appositamente perché nessuno si senta in qualche modo coinvolto.
Ucofom 1 nasce in un periodo di profonde trasformazioni e le sue idee hanno un certo successo. Questo provoca la proliferazione delle Ucofom, che per comodità chiameremo cellule. Chiaramente per i possessori dei capitali e dei mezzi di produzione, che chiameremo “Padroni”, queste cellule costituiscono una sorta di cancro, che l’organismo sociale non può tollerare.
Ed ecco quindi nascere una reazione dei padroni e dei loro servi, che nella nostra finzione chiameremo “Stato”, contro queste cellule. Cosa accade nelle cellule, vi chiederete? Ebbene, la necessità di difendersi le obbliga a darsi una struttura rigida interna ed esterna. Nascono specializzazioni di vario genere, appaiono G, l’individuo frustrato ed irascibile che entra nella struttura di autodifesa, H, l’individuo sostanzialmente idiota e vanesio ma ansioso di imporsi, I, il mediatore, colui che vede le possibilità di accordo e punta inconsciamente ad un impiego nello “Stato”, J, il cinico affamato di potere e così via. All’interno della nuova struttura si creano dinamiche profonde, dove gli A, gli H, gli I, i D si schierano differentemente, si alleano, litigano, si fanno la forca a vicenda, fornicano tra loro, si riuniscono in locali arredati con vecchi tavoli e panche di legno per cantare canzoni di lotta bevendo un pessimo vino dopo grandi manifestazioni di massa, si accusano di tradimento o di atteggiamenti poco consoni alla severa bellezza della loro causa, fanno scene melodrammatiche o escono dall’ente in modo teatrale. 

 
A questo punto l’andamento diviene funzione del comportamento dei “Padroni” e dello “Stato”. Infatti in caso di lotta molto dura (situazione 1) si fanno fatalmente strada nell’ente i G cioé i violenti, i J (cinici), e secondariamente gli H, cioé i carrieristi, gli F (i grigi funzionari) ed i C (incauti fedeli incrollabili). Nel caso di una risposta morbida da parte degli avversari (situazione 2), si fanno strada gli I (i mediatori) i D (i vivaci polemisti) i B (gli organizzatori) e nuovamente gli F, cioé i grigi.
E qui sta la singolarità notevole: in qualunque situazione ipotizzabile gli F sono sempre presenti, ovvero essi costituiscono l’unica invariante della nostra equazione a più incognite. Se ora introduciamo la funzione It (tempo), ci rendiamo conto, che, dati in tempi diversi n situazioni, si ha un incremento degli F che porta l’ente ad essere popolato interamente di F in un tempo ti funzione lineare di n di U(cofom)i. Altrettanto interessante notare come, in base a queste equazioni, una volta superata un cifra pari a 106 aderenti, il fenomeno diventa pressoché istantaneo e tutti indistintamente i membri dell’ente divengono F, cioé – giova ripeterlo – grigi esecutori senza iniziativa né genio, solo attenti a preservare la struttura ed a vuotare i portacenere, anche dopo riunioni soporifere ed insignificanti o anche senza che si siano svolte riunioni. Inutile dire che siamo così giunti all’Omega dell’Ente in questione, ormai destinato ad una pura e semplice conservazione di se stesso.
Vi invito a verificare di persona le equazioni, basandovi su esempi di vostra conoscenza. Vi posso assicurare che il risultato è invariabilmente quello da me presentato.
In quanto agli A, gli ideologi, le equazioni prevedono la loro elisione già al secondo passaggio o la loro trasformazione in Ai con (i), del tutto ininfluenti per il risultato finale.
Vi ringrazio e vi attendo qui la prossima settimana. All’uscita vi sarà consegnato il testo della lezione, Grazie.
(da “Sociologia Matematica, alcune interpretazioni”, lezione tenuta da Faudo Thinbam presso l’Università di Proust’s Revenge, Sistema di Malevic, anno accademico 10E+11)

Café literaire

Vashtar Kube, emissario della Fondazione per la difesa della Panlingua a bordo della Megacorazzata “Agonia” chiude di scatto il bestseller “Il Complotto Galante” di Katodo Drinkwater II e lo scaglia attraverso la sua minuscola cabina centrando involontariamente l’interruttore del Simulatore di Ambienti.
Istantaneamente si trova in una piccola piazza ombreggiata da alti platani, seduto a un tavolino, mentre un campanile alle sue spalle batte lentamente un’ora del tardo pomeriggio.
L’emissario della Fondazione allunga una mano: la civettuola sedia di bambù sulla quale sta seduto continua ad essere il sedile grigio antracite della sua cabina, mentre il tavolino, ricoperto da una vivace tovaglia a scacchi azzurri e bianchi dove si disegnano le ombre arancio scuro delle foglie, è il solito severo asse con rotelle che usa come piano di lavoro.
L’unico oggetto immune (chissà perchè) al Simulatore di Ambienti é il volume di Drinkwater II, aperto a faccia in giù a un paio di metri da lui.
Vashtar gli fa una smorfia ma per prudenza non si alza a rifilargli una pedata.
– Katodo Drinkwater II sei un imbecille ed un pallone gonfiato! – Recensisce ad alta voce l’emissario della Fondazione.
L’avere come unico passatempo l’insulso romanzo, comprato di corsa allo spazioporto e peggiore persino della conversazione di un Kerrabbia, mantiene il suo umore in un climax di depressione ipercinetica. Vashtar Kube lascia cadere, lancia, tira anche quando vuole soltanto posare e appoggiare, si muove in maniera eccessiva, goffa, aggressiva ed è pieno di lividi e di cerotti sulle mani.


Respira a fondo e si guarda intorno cercando di individuare l’interruttore del Simulatore, del tutto irriconoscibile nella tiepida quiete serotina che lo circonda. Nisba. Ci riprova, fa fiasco e commenta la situazione con una frase inadatta alla lettura in famiglia.
– Posso? – Il kerrabbia che indica la sedia accanto alla sua, in un inverosimile abito da yachtman é Rai Therebus, guardiamarina della “Agonia”, l’unico a bordo che sembri apprezzare la sua compagnia.
– È carino qui. – Commenta il giovane ufficiale sedendosi. – Molto… Rilassante?
Vashtar sorride dandosi un’aria mondana ed annuisce. Il kerrabbia, caso più unico che raro nella sua razza, è uno che ci tiene a far conversazione e pone un’attenzione quasi ridicola alla scelta della parole.
– Le é caduto quel…Volume? – Si informa gentilmente.
– Non mi é caduto. L’ho lanciato.
Therebus lo guarda con stupore. – La lettura non é stata di… suo gradimento?
– No. – Vashtar é arcistufo della simulazione e vorrebbe che il kerrabbia gli indicasse dove si trova l’interruttore, ma l’ufficiale, comodamente seduto, ha occhi solo per l’ambiente.
– Due pinot grigi, molto freddi. – Ordina schiacciando un tasto del comunicatore portatile. – Nella cabina del gufo.– Abbozza un gesto di scusa. -È per farmi capire.
Vashtar approva silenziosamente e fissa un parchimetro sul bordo del marciapiede che potrebbe essere l’interruttore ma anche qualunque altra cosa.
– Notizie? – Chiede.
– Lo sciopero continua.Credo che i nostri legali si siano…appellati a Principe del Foro IV.
– Ah.
Il robot di servizio, che la simulazione ha trasformato in un ragazzino con giacca bianca dai bottoni dorati di tre misure troppo grande, serve il vino, incassa serissimo la piccola mancia allungatagli dal Kerrabbia e scompare.
– Credo sia questo il comportamento… appropriato. – Osserva Therebus e beve. – Mi chiedo chi programmi questo genere di ambienti. Nella mia cabina sembra impossibile ottenere qualcosa di diverso da una tempesta su una scogliera. Molto …romantico, credo, ma poco… rilassante.
Vashtar fa un cenno vago con la mano. -Talvolta effettivamente si hanno risultati sorprendenti. Per quando si prevede la sentenza?
– Tra qualche giorno.
I grandi occhi dell’emissario della Fondazione esprimono intenso disappunto.
– Ancora qualche giorno in nostra …compagnia, caro Vashtar. – Insiste senza ironia l’ufficiale che, nonostante i suoi numerosi pregi, condivide con i cospecifici la sensibilità di un tubo di stufa.
– Eh, già.
– Io ho letto quel… volume. – Therebus indica il maligno bestseller tuttora adagiato sulla pietra bruna della piazza. – Mi duole… contraddirla, ma l’ho trovato piacevole e …avvincente.
Vashtar allibisce all’idea di un kerrabbia lettore e beve un sorso di vino per darsi un tono.
– Non si può negare una certa capacità di… – L’emissario della Fondazione si inceppa. Una certa capacità di che? La trama é vieta, i personaggi banali, le descrizioni sciatte e l’intreccio grottesco. Solo a un kerrabbia poteva piacere quel polpettone assassino.
– Soprattutto la parte dove l’anziana nobildonna ritrova il figlio perduto, divenuto un principe del crimine, è… toccante. – Insiste Therebus.
Vashtar finisce il vino d’un fiato.
– Golumbart, il grande trafficante che piange sulle ginocchia della madre ritrovata. “Mamma, quante volte nei miei sogni inquieti ho riconosciuto il vostro volto severo e triste che mi chiamava…”– Il kerrabbia socchiude gli occhi commosso mentre cita a memoria. – “Figlio mio perduto, riposa il tuo cuore qui, accanto al mio…” So che anche l’ammiraglio Qvatten ne tiene una copia in cabina e la legge di nascosto.
– Eh, la letteratura é una grande consolazione. – Commenta Vashtar sentendosi un verme ipocrita.
– Proprio così. – Therebus lo guarda con rispetto. – Sinceramente devo ammettere che una volta terminata la missione mi mancherà la vostra conversazione, così intelligente ed… acuta. – Si alza. – Purtroppo mi é impossibile trattenermi oltre. A presto rivederci.
– Il sim…
– Prego?
– Nulla, nulla.
Rai Therebus si inchina leggermente ed abbandona la piazzetta.
L’emissario, rimasto solo, decide di tentare e si alza a schiacciare il tasto rosso del parchimetro.
Una dozzina di lune multicolori illuminano il cratere battuto dal vento. In cima alla catasta di rifiuti c’è un cartello con la scritta “Vietata la discarica”.
A due passi da lui la copertina argentea del libro di Drinkwater ammicca sorniona nella semioscurità.
L’emissario della Fondazione sospira e si siede su un sedile d’automobile sfondato. – Aiuto. – Dice sottovoce.



Venti di Guerra

– Come sarebbe a dire ricoverato? E per ordine di chi? – Aquila Yò-yò, seduto sul letto a geometria variabile, non accende l’imago limitandosi ad una comunicazione verbale.
Accanto a lui, tiepida di sonno e vestita solo di un paio di lucidissime polacchine di vitello, la verdalmata Tari-La tiene gli occhi ostinatamente chiusi bestemmiando a bassa voce e facendo smorfie all’indirizzo del teleseccatore.
– E cosa c’entra l’Ispettore Generale di Sanità di Sirio? La sentenza? Ma non doveva essere aggiustata? E chi é stato? Ah, per me basta che sia qualcun altro ad avvertire i Mangiasabbia… Non me ne frega un tappo del compleanno di tuo nipote, capito Pantaleone?
Il Duca di Kroton, all’altro capo della linea, sta compiendo notevoli sforzi di fantasia per scongiurare un incontro con il grande Ortosinclino di Aridomeriggio. Oltre al compleanno del nipote tira in ballo una sciatica incipiente, l’astronave dal meccanico, la mamma malata, una recente metereopatia, un’allergia psicosomatica ai composti del silicio, il giorno infausto secondo il calendario di Frate Indovino, l’oroscopo negativo per gli incontri di affari, l’abbigliamento adatto in tintoria ed un precedente appuntamento con il barbiere. Ciccia, il solo risultato è di far inferocire il suo interlocutore.
– Se vuoi che sia io ad avvisare i Mangiasabbia lo farò. Come no. Spiegherò anche che era compito tuo manipolare la sentenza.... Sì, certo. Poi come bara sarà sufficiente il tuo cilindro. Va bene. Certo che é un ricatto. A risentirci.
– Mmmhhh, hai finito con quell’ imbecille? – Borbotta Tari-La con il viso seminascosto dal cuscino.
– Spero di sì. – Il coniglioide riflette e per riflettere decide che la cosa migliore é tenere occupate le mani con alcune parti molto sensibili del corpo della verdalmata.
– No, dai scemo che mi fai il solletico…– Ridacchia Tari-La.
– Ci rimane solo l’opzione militare. – Meditabondeggia Aquila.

Il Processo

E ora, come si dice nei romanzi di cappa e spada, é venuto il momento di fare un passo indietro.
Appena qualche ora prima della conversazione tra Vashtar e Therebus, sul satellite giuridico “Vostronore lavatevi il collo” accadeva quanto segue:


L’avvocato dei Kerrabbia, uno Spontex dal metabolismo ad ammoniaca, titolare dello studio Ixx’ghl, Thrumbull ed Artabano, entra con respiratore ed unimemo legale nella sala del processo, al cospetto di Goddo, l’operatore, di un terminale di Principe del Foro IV e dell’avvocato Zambatten, rappresentante il governo di Sirio.
I due legali si salutano con un grave cenno del capo.
Goddo si china ad accendere il terminale, il regolamentare cono di vetro attaccato alla fronte come vuole la tradizione.
– Uellà, salve! – Urlacchia il computer appena acceso. – Dov’é la mia parrucca?– L’operatore ed i due avvocati si guardano interdetti.
– Quale parrucca? – Chiede Goddo.
– Vi trasmettiamo ora un breve programma di motivi di successo. – Cinguetta il megaelaboratore. – Thardo Pomellato ci canta “La notte ti cerco”. Buon ascolto a tutti.
L’operatore tossisce, tocca alcuni tasti del terminale, sorride incerto agli avvocati cipigliosi e si siede.
– Laa Noootte é iniziataa, io soolo cammiiino… – Canta in falsetto il computer accompagnato da un coro a bocca chiusa e un contrabbasso. I presenti si sorbiscono l’intera esecuzione del motivo, la pubblicità di un amaro, il segnale orario, (– Sono indietro. – Osserva l’avvocato Ixx’ghl. Gli altri due gli fanno gli occhiacci), l’oroscopo per i nati sotto il Cavolo e alcuni commenti sui fatti del giorno, finchè l’operatore esasperato non si mette ad urlare. – Principe ci sei?
– Perbacco, chi mi vuole?
– Operatore Goddo, causa n° 12890/45, Kerrabbia contro Governo di Sirio.
– Ti cadono i capelli, sai Goddo? Nella causa 4578/901, Erqu il Mite contro Associazione Trombettisti Mistici non dovevi farti il riporto dalle tempie.
L’operatore impallidisce e si tocca la testa.
– Ha un bella memoria, eh? – Osserva l’avvocato Zambatten.
Goddo lo guarda con malcelato astio ed il legale tossicchia imbarazzato. Il suo collega prende una sana boccata di ammoniaca e contempla gli affreschi del soffitto con l’espressione di chi é lì solo per caso e per pochi minuti.
– Principe del Foro IV, gli avvocati delle parti sono pronti al dibattimento.
– Li ascolto. Hai per caso un goccetto per tenermi sveglio?
L’operatore si copre la faccia con le mani. – Avvocato Zambatten, a lei. Per il Governo di Sirio.
Il megacomputer ascolta le arringhe dei due avvocati fischiettando in sordina e infine commenta: – Un bel bordello, eh, Goddo?
L’operatore posa il cono di vetro ed indossa i pantaloni di velluto vinaccia a coste. – In un certo senso. – Ammette prudentemente.
– Bene, adesso ci penso.
Dopo i regolamentari dodici secondi la sentenza appare sul monitor del terminale. – Ecco cosa ne pensa la Legge.– Sentenzia il megacomputer. Segue il rumore di uno sbadiglio. – Statemi bene ragazzi.
Dal momento che l’operatore Goddo, pallido come un neocadavere e con i pantaloni vinaccia ancora sbottonati non fiata, i due avvocati devono avvicinarsi al monitor per leggere la sentenza:

«In base agli articoli citati e viste le precedenti sentenze, questa Corte si dichiara non competente a giudicare, visti i regolamenti in uso in caso di controversia sull’uso di disinfestanti in aree urbane, suburbane o comunque densamente popolate. Si rimanda quindi per competenza all’Ispettorato Generale di Sanità Pubblica del Settore Galattico di pertinenza. Saluti e baci.»

Se qualcuno pensa che il megacomputer abbia bisogno di una regolatina al software ha ovviamente ragione. Il problema, tuttavia, é un altro. Principe del Foro IV è stato progettato, costruito e programmato dal grande infogiudice Kikero Gonfiocti III, scomparso qualche anno fa durante un’orgia Schwarzschild (il massimo dei massimi per i galattici ricchi e dissoluti: rovente ginnastica sessuale su un’astronave in orbita intorno a un buco nero).
Scomparso il padre putativo del megacomputer nessun altro è stato in grado di mettere le mani sui sottoprogrammi antimanipolazione inventati dall’infogiurista.
Ci hanno provato masnade di programmatori assoldati dalle grosse e medie società galattiche, che hanno pasticciato malamente nel sistema operativo del megacomputer per indurlo a sentenze addomesticate, ma Principe non ha smesso di funzionare per così poco. Sbiellato, anarchico, impertinente ma troppo costoso per essere disattivato, continua a sfornare sentenze incongrue e funziona sicuramente meglio di prima, visto che talvolta riesce ad incastrare imputati molto potenti e ricchi di influenti amicizie.




Koss Fsi, ispettore generale di Sanità Pubblica per il Settore Galattico Y90, in genere lascia che le pratiche vengano sbrigate dallo stuolo di androidi che popolano gli uffici dell’Ispettorato, trascorrendo gran parte del tempo in un grazioso chalet su Pianobar, suo pianeta natale e patria dei Soffioni Muscolati, dei quali é insigne membro.
Ma quel giorno Koss Fsi, reduce da un furioso litigio con i parenti, piuttosto che vedere ancora le loro facce pelose decide di andare a lavorare, iniziativa che normalmente provoca negli uffici dell’Ispettorato guasti per un paio di mesi.
Nelle mani di Koss Fsi passano sia la pratica riguardante il libretto sanitario di un certo Cilicio Benelli, immigrato proveniente da Foxtrot, che quella trasmessa per competenza dalla sezione legale sia, infine, i documenti relativi la comparsa di una rara malattia nel sistema di Plisskin.
L’ispettore, che ha ben chiari i provvedimenti del caso, viene fatalmente interrotto da una telefonata intersistema dei parenti, al termine della quale, spettinato, confuso ed inferocito decide che:
– Cilicio Benelli sia rinchiuso in una clinica per malattie infettive, in quanto probabile portatore sano.
– Le spese della disinfezione siano a carico di chi la ritiene necessaria, in questo caso del Governo di Sirio.
– La popolazione di Plisskin debba ricevere entro otto giorni galattici standard una seconda copia del proprio libretto sanitario.

(“Da conservare con cura ed esibire in caso di ricovero o dietro richiesta degli addetti al Servizio Sanitario” è scritto sul retro del libretto, puntualmente consegnato ad una popolazione di moribondi.)


16.1.19

Un altro anno è andato, la sua musica ha finito...


«Come! E dov'è andato a finire Calibano?»
Calma, il blog non ha cessato di esistere come entità al di fuori del romanzo che sto lentamente pubblicando. Sotto Natale siamo arrivati più o meno alla metà del testo e mi sembrava il caso di dare un po' di respiro a coloro che lo seguono dall'inizio che, non lo dico per farmene un vanto, dal momento che non ci guadagno un picco (tor.se: un becco di un quattrino), esistono. In ogni caso il capitolo Vigesimo Terzo di Calibano uscirà il giorno successivo a questo post.
Il fatto è che vorrei spiegare cosa mi è capitato in questo ultimo mese o giù di lì e perché sono praticamente scomparso dal tracciato dei radar di tutti i miei amici, reali o virtuali.
Primo dato: non mi è accaduto nulla di male in termini economici (beh, oddio, quasi), fisici, patologici, caratteriali, comportamentali, emotivi eccetera. Semplicemente si sono sommati, incontrati, tagliati la strada, sovrapposti e intersecati una quantità impressionante di impegni, corvées, sgobbi, fatiche, imprevisti e responsabilità. 
Insieme e a brevisssimo termine mia madre ha dovuto sostituire la sua badante, dal momento che sua precedente – un'ottima filippina – se n'è tornata in patria. Per la sostituta, una gentile signora di nome Carmina (e non cominciate a fare gli spiritosi tirando in ballo Karl Orff) ho dovuto provvedere a metterla in regola (in famiglia siamo così: onesti fino alla pirlaggine, quindi assai poco italici). In secundis il fuochista/idraulico/ tuttofare ha provveduto a installare la caldaia a pellet nella nuova casa di montagna (la vecchia è andata a mia figlia, in omaggio a un curioso testamento in vita), il che ha significato numerosi viaggi su e giù dalla seconda casa per motivi che non sto a spiegare perché ultraburocratici e assai poco interessanti per gli astanti, ma che ci hanno sballotato non poco da un punto di vista organizzativo e nella vita quotidiana.
A  questo punto è meglio chiarire che la «seconda casa» è una casa in realtà acquistata per un prezzo decisamente economico e che i precedenti proprietari non ne curavano il mantenimento se non in maniera casuale ed estemporanea negli ultimi dieci anni o giù di lì. Il che significa che dovremo sostituire o riparare gli infissi, le porte, il portone del garage, gli scuri, stuccare e ridipingere le pareti della cantina, sostituire il boiler, otturare gli innumerevoli spifferi ecc. ecc. E mi fermo qui per carità di patria. 


Terzo elemento, la neocasa della mia ottima figlia è stata allagata (la parola giusta sarebbe i*****ata, ma ci tengo a mantenere un minimo di forma) dalla rottura di una tubatura nella colonna delle acque nere. Volete una descrizione precisa e documentata dell'evento o vi basta un accenno?
Tutto ciò significa, in ogni caso, che è da un tempo immemorabile che non lavoro all'antologia che dovrebbe uscire a fine marzo, che non leggo i testi propostimi da altri autori (grave, gravissimo, lo so), che non aggiungo una riga al romanzo al quale lavoro da tempo, che non scrivo una recensione e mi dimentico di pubblicare quelle scritte a suo tempo, che non progetto alcun intervento né alcun racconto – per quanto le idee in proposito non mi manchino – e, dulcis in fundo, non partecipo alla vita sui social
Lo so, questo elemento di per sé non avrebbe nulla di inquietante, ma la mia vita sui social non si è mai basata sulla partecipazione a tutti costi («hai visto che belle le mie uova allo zafferano? Lo sai che i vaccini inducono alla masturbazione reciproca in luogo pubblico? Gli immigrati hanno telefonini col trucco che quando telefonano in patria il conto arriva a un disgraziato pensionato di Tortona. Condividi!!! La terra non è rotonda ma ha la forma di una stella di Natale col gancetto o è a icosaedro irregolare!») quanto su interventi mirati e adesione a campagne che, per l'appunto, impediscano agli innumerevoli idioti e ai loro cinici capi che popolano la rete di fare troppi danni. 
Ma una volta terminato il lavoro di Sisifo sulla casa di montagna che cosa ne farò? Beh, dal momento che sono nato nel 1955 – un anno che sembra sempre di più parte di un testo di storia – e che in città si vive male, o perlomeno, si respira male, posso anche progettare una vecchiaia (Serena? Bah, può darsi, anche se comunque è una storia che finisce con la morte del protagonista) in montagna, anche tenendo conto che il clima del pianeta va verso il riscaldamento globale, alla faccia di Mr. Trump, e che personalmente non sopporto il caldo. 
Ma la domanda principale, una volta, chiariti questi punti, è che cosa farò oltre a ben respirare, vedere poca gente e dormire in un silenzio assoluto. Semplice: nonostante l'impegno degno di miglior causa profuso da alcuni a cercare di scoraggiarmi penso che scriverò, almeno finché la vista, il cervello e tutto il resto funzionano. 
Non mi sono mai (ripeto: mai) ritenuto un grande scrittore, la massimo un discreto mestierante capace, nell'ipotesi migliore, di divertire un certo numero di persone. Sicché ho tutta l'intenzione di continuare. Non cerco né cercherò editori: a sbagliare sono bravissimo da me, come canta Ligabue e anche se i miei incassi ricordano una raccolta fondi a sostegno della sopravvivenza del ragno gigante carnivoro di Celebes, non ho (quasi) bisogno di soldi, soprattutto da quando potrò contare sulla mia lussuosa pensione da ex-commerciante, cioè più o meno dal 2023. 


In quanto a ciò su cui sto lavorando (o sul quale starei lavorando se non eccetera) posso ricordare i due racconti nati dall'incontro con il gruppo di DiveRgender, – uno troppo lungo, l'altro troppo strano – che andranno dritti filati nell'antologia Seguendo la Corrente, sette racconti sette interamente ambientati nell'universo de Il Settimo Clone
Il racconto lungo è poi diventato un romanzo breve, Civette e Ippogrifi, più o meno sessanta pagine e novantaduemila caratteri, mentre il racconto «strano» o fuori tema si chiama Le fate di Venere e sono 32.000 caratteri. La cosa curiosa è che tutto questo movimento in senso sia virtuale che fisico mi ha risvegliato un'idea per l'antologia di DiveRgender, un'idea che si è arricchita e sviluppata – in senso puramente virtuale: non prendo mai appunti e quando li prendo non ricordo più a cosa servivano. Se troverò qualche momento di pace proverò a buttarla giù. D'altro canto non c'è il due senza il tre, anche se è probabile che arriverò in ritardo, giungendo a una specie di record nell'autoeliminazione: uno troppo lungo, uno fuori tema e uno fuori tempo massimo. 
Appena possibile – cioè entro la prossima settimana – leggerò i testi che mi aspettano ringhiando e scriverò perlomeno la recensione al libro del buon Gouthama Siddhartan al quale l'ho promessa un eone fa. 
Poi… 
No, basta, niente promesse, impegni o giuramenti. Diciamo che entro aprile usciranno tre nuovi Arcipelago ALIA e che la raccolta dei materiali per ALIA Evo 4.0 inizierà il prossimo autunno.



Un'ultima riflessione sulla situazione politica europea e italiana. 


No, davvero, non trovo parole per esprimermi.
Della Lega non dirò nulla.  Una volta detto che sostanzialmente formano un NSDAP(2), altrettanto corrompibile e altrettanto feroce ho finito i miei argomenti. Almeno quelli che non fanno appello al turpiloquio. 
Mi duole constatare che la ditta Pentaimbecilli & Furbacchiotti nasce da una costola della cosiddetta sinistra italiana e infatti il pressapochismo, la piccola astuzia, la stupida presunzione, l'incapacità di vedere e di informarsi, il silenzio nel momento sbagliato e il chiacchiericcio a vuoto in occasione di un evento importante, l'incapacità di pentirsi e di chiedere scusa, la superficialità in tema di economia, scienza, tecnologia e praticamente su tutto il resto ne fanno dei perfetti replicanti degli ex-militonti della sinistra extraparlamentare e li rende ottimi schiavetti del neo-NSDAP, pronti a piegarsi a qualsiasi compromesso pur di continuare ad essere eletti e parlare a vuoto. 
Interessante notare, comunque, che uno degli elementi centrali del pensiero di Serge Latouche, ovvero la necessità di fornire risorse a chiunque sia stato eliminato dal mondo della produzione robotizzata, sia divenuto Á l'italienne una mancetta per coloro che si ostineranno a votare per i Cinqueballe. 
«E il PD?»
No, non mi interessano i Partiti Defunti. 
A presto!

24.12.18

Calibano Vigesimo Secondo: L’Armata delle Tenebre.


Satan osserva Fangoso III dal grande oblò dell’ammiraglia della sua piccola flotta, la Ninetta.
Pensa che il pianeta é una latrina, la sua ammiraglia un bidone, Ahriman, il suo vice, un cicisbeo con la puzza sotto il naso e tutte le astronavi della sua compagnia un’accozzaglia di cimeli da rottamazione.
Lontano dai suoi fiori, impegnato nel disperato tentativo di salvare un investimento abortito sul nascere ma che Iblis continua a mettere nella voce attivi del bilancio della società, per farsi prestare soldi dalle banche galattiche, il Daimone sperimenta un tipo di infelicità che in altri momenti avrebbe giudicato una “ridicola esagerazione da scrittore fallito.”
– Nessun segnale dalla superficie del pianeta – gli comunica per interfono Neurite, con il consueto tono entusiasta da primo della classe.
– Crepa. – Sibila Satan.
– Come ha detto capo? – Cinguetta il rampollo di Ahriman.
– Sicuro? – Si obbliga a dire il Daimone.
– Più che sicuro. Nessuna traccia della nave di Pelagio e nessuna trasmissione dal pianeta.
– Riprova.
– Ma…
– Riprova, testa di legno.
– Sì capo, subito. – Neurite chiude il collegamento e contempla il simulatore vuoto e il comunicatore silenzioso.
Si chiede se interpellare nuovamente Satan, poi, saggiamente, afferra il microfono per il collegamento in Spazio 1 nel modo in cui l’ha visto fare da Tubis Ra, il suo cantante preferito, e canta «Se il tuo cuore mi guardaaasseeee…»
– Nessuna comunicazione, Ammiraglio.– Annuncia con voce stentorea Luxiferus, vestito da primo ufficiale dell’Invicibile Armata di Petrax Pompadour, l’unico abito gli sia sembrato adeguato alla circostanza tra quelli in vendita presso il rigattiere Lidmo, suo abituale fornitore.
– Ti hanno già detto che sembri la controfigura di un gallinaccio? – Satan decisamente non fa nessuno sforzo per nascondere il malumore.
– Perchè la controf…? Beh, se ci fosse bisogno di parlamentare con i Kerrabbia, questa divisa potrebbe incutere loro un certo… diciamo rispetto. 

 
Il daimone considera i calzoni di raso azzurro cielo molto scampanati, il mantello color ciliegia, le spalline alte quattro dita, gli alamari dorati e la feluca a due piani, simile ad una fruttiera rococò e sospira dolorosamente.
– Luxiferus, lo sai cosa ne farebbero di te e della tua divisa i Kerrabbia?
L’interpellato, un B.E.M., cioè un grosso grillo ritto sulle zampe posteriori, è un tipo simpatico, sportivo, giocoso e apparentemente sempre distratto. È stupito quando Satan lo maltratta, ma mai che se la prenda.
Interrogativo, inclina la testa adorna di mandibole, antenne e occhi sfaccettati. – Cosa?
– Quello che faranno delle nostre navi e di tutti noi: un modesto grumo di immondizia eternamente vagante intorno a questo pianeta dimenticato!
Luxiferus annuisce debolmente, schiocca le mandibole e si mette a pensare.
Satan scruta il socio, ne immagina l’attività intellettuale e rabbrividisce. Torna al grigio paranoia di Fangoso III inquadrato dalla vetrata di plancia e si chiede se non sia il caso di unirsi ai Lugubri Trappisti di Penitenza Impotente, che in rispetto della loro Regola cercano la compagnia di creature noiose, squallide o idiote (nell’ipotesi migliore tutte e tre le cose insieme), frequentando assiduamente concerti di artisti d’avanguardia, feste danzanti organizzate dalle forze armate e Karaoke sotto il campanile.
Non è così depresso, comunque, da non accorgersi che l’unica porta della sala si trova esattamente alle spalle di Luxiferus. Non sono possibili fughe onorevoli, in sostanza, e non resta che disporsi serenamente ad ascoltare la più che probabile scemenza che sortirà da un momento all’altro dalla bocca mandibolosa del socio.
Silenzio. Respiro. Silenzio.
– Satan?
– Eh?
– Non potremmo vendere i diritti del pianeta…
– E a chi? Eh? Chi pensi che voglia comprare un pianeta che al massimo tra due settimane sarà visitato dai Kerrabbia?
– Il governo di Sirio. – Luxiferus nasconde la testa tra le zampe anteriori in attesa della reazione rozzamente materiale suscitata dalla maggior parte delle sue idee.
Passato qualche secondo fa capolino con un occhio dall’orlo del mantello e vede Satan che sorride strofinandosi il mento.
– Il governo di Sirio… Con quello che costano due settimane di mercenari Kerrabbia… A un buon prezzo…
– Cosa te ne pare, eh, Satan? – Si azzarda infine a chiedere il Pubbliche relazioni della società.
– Che può essere un’idea migliore della tua divisa.
– PELAGIO IN LINEA. – Nella voce di Neurite c’è una sfumatura di autocompiacimento che desta in Satan il desiderio di vederlo ingoiato da un buco nero subito e non entro i prossimi cinque minuti come d’abitudine. – E poi ho una grandissima notizia…


– Passami Pelagio.
– E la grandissima notizia?
– Fottitela e buon divertimento. – Esplode il Daimone. – Passami Pelagio subito!
– Vabbè. – Mugola Neurite ed un attimo dopo dall’interfono si esce la voce pacata del tartoide, questa volta meno pacata di altre.
– Salve Boss.
– Pelagio! È un vero piacere sentire la voce di una persona intelligente.
– Grazie, ma…
– Qualcosa non va?
– Insomma… la cucina dell’astronave é andata distrutta, ho perso l’antenna per la comunicazione nello spazio Gaalighe, sulla nave ho tre terrestri – due umanoidi ed un felino – che passano il tempo a litigare tra loro o a fare domande cretine, il robot di bordo dà i numeri ed infine…
– Infine…
– …Un idiota che imita la voce di Tubis Ra mi ha tenuto occupata la linea con la vostra nave finora…
Ormai avrete capito che Satan è individuo sincero, di cuore e sanguigno. Tipi come lui in un’occazione del genere inarcano le sopracciglia, prendono un’aria amara, stancamente delusa e infine – duole dirlo – si abbandonano al turpiloquio.Trascriverlo puntualmente non mi sembra edificante quindi, per puro dovere di completezza, mi limiterò ad informarvi che il Daimone sta attualmente augurando al rampollo di Ahriman di essere oggetto di pesanti approcci sessuali da parte di Kerrabbia ammalati di morbi orribili e contagiosissimi, al cospetto di un vasto pubblico plaudente ed ansioso di unirsi a loro.
Il lungo sfogo di Satan, prima di giungere al termine é interrotto dall’ingresso (… Gnik-krik-gnik-krik…) dell’ultimo componente del Consiglio di Amministrazione. Come sempre immerso nel suo camicione candido di tre misure più grandi del necessario e cigolante come una vecchia serratura, Iblis solleva un braccio con un lamento prolungato.
– Cosa c’é? – Chiede Satan, di un bel colore colpo apoplettico. – Ci mancavi solo tu, vecchio rottame per completare il quadro. – Il Daimone lascia che il suo sguardo incontri la divisa da operetta di Luxiferus ed il paludamento da eremita marittimo di Iblis, senza dimenticare l’espressione felicemente beota di Neurite che per sua fortuna non é presente. – Se vi vedo uno alla volta posso anche illudermi di non presiedere una società formata da idioti assoluti, ma se ci siete tutti…
– È una notizia important… AAAgh! GRgghh, Ghhhgh, AAAAgh!
Il sintetico riesce a sopravvivere all’attacco di tosse, si massaggia il petto con espressione di meditabondo allarme e riprende. – Era una breve di TeleEone: i Kerrabbia di Sirio si sono fermat… AAARgh, Rgh, Rgh!
– Fermat… – Ripetono all’unisono Luxiferus e Satan.
– Sciopero. Il governo di Sirio ha sospeso i pagamenti.


Post Scriptum: non essendo ignaro che questa è la sera di Natale inserisco questo poche frasi che non c'entrano per nulla con il romanzo. Abbiate pazienza. 
I migliori auguri di buon Natale e felice Anno Nuovo a tutti coloro che non si chiamano Matteo. Giusto per non sbagliare. A coloro  che si chiamano Matteo ma sono incolpevoli risponderò con una frase del grande stratega Carl Von Clausewitz: «Purtroppo è inevitabile che nel corso di una grande campagna militare muoiano anche dei Mattei. Ostinarsi a tenere un nome sbagliato è una palese dimostrazione di inettitudine»
Tanti auguri!

19.12.18

Calibano Vigesimo Primo: È partita l'antenna


E. oppresso da sinistri presagi staziona davanti allo schermo fuori sintonia della olo-TV dell’astronave, mentre gli altoparlanti in quadrifonia riproducono il suono di una colossale frittura.
Il benefico arnese teleolovisivo quando era ancora in buona salute permetteva la ricezione di un numero di canali che non avrebbe mai neppure concepito nei sogni più deliranti, ma ora, dopo il passaggio del cucciolo di frugafango, si è rivelato un preannuncio d’inferno. Ogni dieci minuti o anche meno E. va a visitarlo come si visita una mamma gravemente malata e indugia ad auscultarlo, soffrendo della sua confusione iconica e del suo autismo.
Bisogna capirlo: E. è cresciuto in simbiosi con la TV e il mondo teleamputato gli sembra più povero, meno colorato, in fondo in fondo un po’ meno vero.
– Maledetta bestiaccia… – Mugola all’indirizzo del cucciolone limaccioso involatosi con l’antenna e si agita un po’ nella vaga speranza di acchiappare qualche canale. Il sonoro vira dalla friggitoria formato Krupp al milione di minimartelli pneumatici manovrati da un milione di puffi, mentre lo schermo cessa di trasmettere una fittissima nevicata nella nebbia per riprodurre un elettroencefalogramma collettivo.
– Ma vaffan…– Gorgoglia compiendo un ampio gesto con il braccio. La sensosintonia del TV si esalta e spara ad altissimo volume una raffica di singulti e gargarismi.
– Non riceve. – Conan, divenuto silenziosissimo dopo la trasformazione, entra nella stanza facendo trasalire il videomane. La TV saluta il suo ingresso con una grandinata multicolore accompagnata dal suono prodotto da un miliardo di vecchietti scatarranti.
Lo sguardo di E. incontra la generosa scollatura del robot incorniciata da un reggiseno di pelle nera e da lunghi capelli color miele.
A dimenticarsi che si tratta di Conan c’è da andare fuori di cabina. Ma E. si sente strano con quel simulacro di Venere perversa che gira per la nave: un po’ intimidito e un po’ paterno. Ogni tanto sbircia nella scollatura, ma è un uomo all’antica e distoglie lo sguardo con un brivido.


– È giusto, non devo avere nessuno svago, nessun momento di distrazione per non dimenticare il mio imperdonabile peccato.
E. sospira: la voce tetra del robot ha il pregio di mettere istantaneamente a nanna qualsiasi impulso di natura carnale eventualmente germogliatogli in testa.
– Anche noi dobbiamo espiare?
– No, ma il rancore che mi dimostrerete sarà per me ulteriore fonte di sofferenza ed espiazione.
– Conan tu mi ricordi un mio compagno di scuola delle medie che tutte le volte che commetteva un atto impuro andava dal più grosso della classe, ne insultava la mamma e veniva regolarmente pestato così…
– Cos’é un atto impuro?
– Beh… – E. non riesce a nascondere l’imbarazzo: i robot sono innocenti, curiosi e assolutamente sprovveduti sui fatti della vita (biologica). Così, come un genitore alla prima lezione di educazione sessuale, decide di essere il più possibile vago: – È un modo per alleviare la solitudine, ma è troppo breve e comunque lascia più tristi di prima. – Esala ermetico.
Conan riflette per qualche secondo e poi sorride. – È una cosa frustrante, in sostanza, una forma di autopunizione.
– Ehm, non del tutto, ecco…
– Vado di corsa a commettere atti impuri, grazie, signore, per avermi dato un’altra possibilità di espiazione. – Il robot infila la porta animato da un pericoloso entusiasmo, evita per un soffio di investire Pelagio tallonato da Rumpus e scompare nelle profondità della nave.
E. si gratta una tempia, chiedendosi quale imprevedibile azione progetti l’intelletto deviato di Conan e saluta il pilota.
– Buongiorno.
Pelagio non risponde e contempla affascinato il megaschermo attraversato da una serie infinita di linee ondeggianti.
– Funziona? – Chiede.
– Non direi.
– Buffo, sembra il corso di autoipnosi di Tele Baffobianco di Galassia Nord. – Il Tartoide ascolta il fischio modulato emesso dalla olo-TV e scuote la testa.
– No. La seconda frequenza della colonna sonora é troppo alta, inadatta alla creazione di uno stato di ricettività subconscia.
E. annuisce incerto, colto dal dubbio sconfortante di essere l’unica creatura ancora in sé sulla nave. – Si hanno notizie delle altre navi?
– No, dopo la comunicazione dell’incontro sul pianeta non sono arrivate altri messaggi.
– Cosa pensa, Pelagio, che dovremo combattere con quei pazzi scatenati?
Il pilota tossisce educatamente pensando alla flotta spaziale della Satan & C. – Le navi delle quali dispone la società non sono, direi, adeguate a uno scontro armato.
– E allora, cosa faremo?
– Ritengo che i soci dell’azienda vorranno intervenire in qualche modo per preservare l’integrità di Foxtrot.
La TV continua a ronzare come un allegro moscone, Pelagio la guarda, si stringe nelle spalle ed esce.



Lessico Familiare

Giunti a questo punto sarà bene chiarire che E. e Mirella, durante la permanenza su Fangoso III hanno appreso una serie di notizie sconvolgenti:
– La Terra é un pianeta artificiale, con una geologia e una paleontologia progettate dalla figlia di Ahriman, Ghia, come tesina per l’esame di ingegneria planetologica.
– Gli umani non sono originari della Terra, ma membri di una delle principali specie senzienti della Galassia, e originariamente destinati a fungere da personale di servizio di un pianeta /residence.
– La complicatissima legislazione galattica in merito alla costruzione e gestione di pianeti abitati e le difficoltà incontrate nell’ottenere l’abitabilità della loro creazione, hanno obbligato la Satan & soci ad introdurre altre due specie intelligenti, cioè mici e ratti, nella speranza di veder riconosciuti i propri diritti.
– La Terra non é comunque destinata a rimanere per molto nell’attuale situazione. I Kerrabbia inviati da Sirio intendono distruggerla, i Mangiasabbia farne una specie di Mecca del crimine e la Satan & Soci riconvertirla al progetto iniziale: un pianeta di vacanze per galattici straricchi.
E. attende a braccia incrociate la fine della mia spiegazione e poi fa, sarcastico:
– Posso riprendere a parlare, adesso?
– Come no.
– Grazie. Se avessi saputo…
– Beh, i primi cinquanta li hai avuti. Se adesso vuoi un altro cinquanta…
– E per farne cosa, Zio bello, per corrompere i Kerrabbia? A proposito, come va a finire questa cretinissima storia?
– Hhmm. – Io non ho ancora deciso nulla, così guardo la olo-TV impegnata a trasmettere una nevicata di parmigiano con relativo rumore di grattugia e dico casuale: – Non funziona, eh?
– Senti, raperonzolo, se non mi dici come pensi di tirarmi fuori da questa scodella di fango giuro che spiffero a tutti come mai sono stati tirati in ballo in questa fetenzia…
– Bravo, di’ a Mirella che si trova qui perchè me l’hai chiesto tu. – Lo guardo. – Magari la prende male, eh? E poi questo romanzo avrà un enorme, imprevisto successo. Conosco della gente che me lo pubblica senza nemmeno leggerlo.
– È meglio, se non lo leggono. Occhei, verme, ci sto, ma vedi di tirarmi fuori di qui in fretta, prima che al posto della barba mi crescano i funghi.
– Fidati. – Devo mentire, cercate di capirmi.


Appena il tempo di eclissarmi e un boato fa vibrare la nave come il charleston di una batteria.
– Per la Stella della Lentezza, la cucina! – Urla Pelagio passando a precipizio in corridoio ed E., tuttora rancido e incattivito, lo segue per inerzia con qualche attimo di ritardo.
– La tua pentola a conversione é guasta, Pelagio. – Mirella, ricoperta da un’indefinita pappa brunastra e con in mano un frammento di materia plastica, li attende al termine della corsa.
– La mia cucina… – L’astronauta della Satan fissa con stupefatto dolore il minuscolo ambiente puzzolente di unto-bruciaticcio, fumoso come una fonderia ed in buona parte intonacato di pappa di cereali e di verdure ormai inidentificabili.
– La compagnia ti passa materiale scadente, del tutto inadatto alla cucina macrobiotica.– Sentenzia Mirella. – Quest’arnese è esploso dopo due minuti di cottura.
Pelagio guarda qualcosa appiccicato al soffitto annerito, presumibilmente una parte viva e maligna del pranzo, almeno a giudicare dai sibili e dai borbottii che tuttora la animano. Si volta verso Mirella e NON le chiede come ha fatto a salvare la pelle in quell’inferno macrobiotico.
– Io vado a meditare. Se avete bisogno di me mi troverete nella Sala delle Lettere. Non dovessi tornare le mie volontà sono nella memoria di Mater, il computer di bordo. In ogni caso fate pulizia.
Dopodichè il tartoide fa dietrofront e scompare.
– Chissà perchè la chiama la “Sala delle Lettere”? – Mirella guarda il frammento di plastica che tiene in mano come se contenesse la risposta e poi si stringe nelle spalle. – Beh, che bibbo fai come un ebete? Comincia a pulire che io vado a fare una doccia.
E. con la faccia da Candid Camera la guarda allontanarsi, contempla la cucina, simile alla sua idea di un reattore nucleare fuso, e si chiede se non sia il caso di seguire l’esempio di Pelagio. 

 
– Pulisco io. – Conan si materializza alle sue spalle armato di un arnese truculento, una specie di doppio bazooka pesante, e comincia ad aspirare materiale organico dal pavimento. Poi si ferma e spegne il cannone aspiratutto. – Ho molto riflettuto sulle sue parole. Questo può essere definito un atto impuro? Questo far esplodere sporcando tutto?
E. tituba, improvvisamente conscio della basilare difficoltà di comunicazione tra esseri senzienti. – Da un certo punto di vista…
Conan annuisce compunto, estrae dalla scollatura un piccolo block notes, prende due appunti e lo ripone nel suo tiepido rifugio. – Grazie. – Un istante dopo riaccende il bazooka.