20.9.19

Il Mare Obliquo 33

Re Artamiro sente il tempo passare senza riuscire ad incontrare il suo nemico e il tempo che passa lo logora fino ai limiti della follia.
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– Cosa fa Bartsodesch, niente come il solito?

Il generale Kataiud si inchina profondamente e mormora: – Attende, Vostra Volontà.

Artamiro scaglia lontano la piccola tabacchiera d'ambra dono di Niby Ornoll, Signore dei Gu'Hijirr, ed impreca.

– Bartsodesch non ha motivo per muoversi. – Spiega il generale. – Inoltre il tempo è inclemente e la neve, cominciata a cadere questa notte, copre già per molti pollici le vie e ed i passi.

– Ed è destino che io debba svernare qui, ad attendere dei rinforzi che non verranno mai ed un nemico che non ha fretta. Già, non ha fretta, aspetta che questa armata sia divenuta un immenso gregge di ladruncoli, mercanti e sodomiti per allungare la mano, spazzarli via come si disperde una colonna di formiche, arrivare a Dancemarare in un giorno e passare la notte nel mio letto con le mie concubine.

L'anziano generale non rileva il tono amaro e sarcastico di Re Artamiro.

– Sono in corso molte esercitazioni per tenere la truppa pronta allo scontro, Vostra Volontà.

Artamiro sembra non udire e accarezza con espressione ispirata l'interno vellutato del suo mantello.

– Hai mai udito, Kataiud quella canzoncina infantile che recita:



Cerca il drago

per cento foreste

cerca il drago

senz'acqua né cibo

né vesti né fuoco

senz'armi e soldati

cerca il drago

alla porta di casa

sarà sempre lui

a trovare per primo te



– Dimmi, allora, l'hai già udita?

Il generale socchiude gli occhi ed aggrotta la fronte. – L'ho udita, Volontà, quando ero così piccino che una spinta di una delle mie sorelle poteva mandarmi a terra. – Kataiud sorride. – L'ho udita cantare da loro e non so perché, al termine del ritornello toccava sempre a me portare l'acqua o cercarle tra i cespugli e gli alberi.

Artamiro trae un profondo sospiro. – È proprio così, Kataiud. Essere Re è quando l'ultima sillaba del ritornello ti sceglie una volta per tutte. E nessuno lo vuole ricantare una seconda volta se non per ucciderti. Sono così stanco, così annoiato…Potrei chiamare qui tutto il teatro di Dancemarare per divertirmi, ma anche i loro guizzi e i loro sberleffi non potrebbero allontanare da me questa noia rabbiosa… Che accade Kataiud? Chi ha steso una magia su di noi? Chi conduce fin qui fantasmi, tornadi, mostriciattoli partoriti dal cuore stesso dell'Inferno? Chi ha chiamato l'Innominabile ad occupare le terre del giorno? … Quale greve stanchezza domina il nostro cielo? Non sarebbe forse meglio uscire in armi e cercare la giustizia tra le lance dei nemici, chiamare qui l'Ombra di Sangue e dimenticare ogni cosa nel furore, nell'ansimare cieco della battaglia?

Artamiro si alza e corre alla soglia della tenda aprendola di scatto.

– Neve, la bianca sorella dei cieli. Hai notato Kataiud come tutto abbia lo stesso colore quando nevica? Terra, cielo, alberi, acque… Solo noi creature di carne e sangue corriamo come lupi sulla pelle nuova del mondo. La neve porta a noi tutti nuova vita, ma noi la calpestiamo senza vedere, senza capire fino al carnevale della primavera. E primavera dopo primavera la nostra morte si avvicina, allegra e idiota come una contadina dal ventre scaldato dal vino. E noi ci rotoliamo con lei, con gioia e disprezzo, ne ridiamo nel nostro cuore pallido e malato… Camminerai su questo grande lenzuolo di innocenza che cancella tutti i nostri orrori? Lo calpesterai, generale? 
 

Kataiud fissa lo sguardo sull'orizzonte brumoso all'esterno della tenda senza che il suo volto coperto di rughe lasci trasparire nessuna emozione. – La mia vita non è in mio potere, Volontà, ma in vostro.

Artamiro ride. – Bravo, bellissima risposta. Come canta la canzoncina del drago. Sarà sempre lui/ a trovare per primo te. Un uomo che ubbidisce non può sbagliare… Sarà il suo Signore a sbagliare, a creare odio e rancore. Vai pure Kataiud, torna alle tue manovre. Sei un servitore prezioso, non c'è dubbio.

Il generale si inchina rigido ed esce dalla tenda, camminando il più leggermente possibile, quasi cercasse di non lasciare tracce sulla neve fresca.

Artamiro trascorre ancora qualche minuto a contemplare il moto incessante e silenzioso della nve, a tratti percorso da soldati o servitori che procedono sollevando leggeri scricchiolii, con la cautela ed insieme lo strano compiacimento che sembra prendere ogni creatura quando calpesta per prima la superficie soffice e rilucente.

"Come bimbi" Riflette il re. "A fingere una guerra che non c'è, un nemico appena oltre gli alberi o dietro un dosso." Una figura scura e sottile sta venendo nella sua direzione. Cammina esitante, trascinando il passo, il capo abbassato e coperto da un ampio cappuccio.

Quando si trova a tre passi da Artamiro questi lo riconosce: – Tiatikenn! – Grida, facendolo sussultare.

Il mago accenna un piccolo inchino. – Posso entrare, Volontà?

– Certo. Come stai?

Tiatikenn entra nella tenda e rovescia il cappuccio sulle spalle senza rispondere.

Artamiro trasale vedendo i segni lasciati sul volto del suo primo Mago dalla rabbia di Canddermyn. Egli sembra aver perduto trent'anni di vita, la pelle del suo viso sembra aver assunto la consistenza di quella di una piccola mela avvizzita, gli occhi si sono infossati ed hanno perso lucentezza ed i pochi capelli che ancora il mago ospitava sono scomparsi, lasciando posto ad un labirinto di cicatrici rosee che disegnano lettere di ignoti alfabeti sulla pelle chiarissima del cranio.

– Sono come un naufrago, Volontà. Come un bottegaio che abbia veduto il suo esercizio bruciare in una sola notte. Non posso neppure più ordinare ad una mosca di correggere il suo volo, né posso indurre in alcuna nessuna emozione se non disgusto per le mie misere condizioni.

Artamiro tace ed arretra fino a tornare al proprio scranno coperto di morbide pellicce. Anche la voce del mago ha perduto forza e si è fatta debole ed incerta come quella di un vecchio.

– Ma ho sentito, Artamiro, ho percepito il brivido che corre sulla pelle del mondo. Come un novizio che si stupisce nell'intuire la oscure forze che reggono il palcoscenico del mondo, ma che può solo sognare incubi angosciosi da raccontare ai compagni per spaventarli.

– Cosa hai sentito, Tiatikenn? – Chiede Artamiro con voce resa cavernosa dal lungo silenzio.

– Ho sentito i Mondi sconfitti, i Mondi dimenticati che cercano di ritornare. Ho udito le voci di coloro che non sono mai nati, il lamento dei dimenticati dalle molte creazioni dell'Orlo del Mondo, gli spettri del Mare Obliquo che agitano le nubi dei nostri cieli e i giganti di cristallo che scuotono le loro gabbie di pietra per tornare a posare i piedi sull'orlo del Mondo. Questo e molto altro ho visto e sentito.

Artamiro sorride. – L'abitudine di spaventare chi è più forte e ricco di te non l'hai perduta, Tiatikenn. E nemmeno la capacità di far credere che sai molte più cose di quante realmente tu ne conosca.

– Io ho visto, Artamiro e posso mostrarlo a chiunque desideri vedere il mondo che ci attende.

– Da Primo Mago e Primo Astrologo della mia corte. È questo il tuo desiderio?

Tiatikenn abbassa il capo e ripete. – Vieni con me, Artamiro, e vedrai.

– E va bene. – Il re si alza di scatto e marcia fino a porsi davanti alla figura sottile del mago. – Vengo, Tiatikenn. Ma se ciò che vuoi mostrarmi non mi soddisferà non avrò pietà della tua misera condizione.

Il mago ride, una risata breve e stridula. – Sarai soddisfatto, Volontà.





– Cos'è questa vecchia costruzione? –

– È la Torre di Dortrendiuna. – Spiega Drjol, il giovane mago Gu'Hijirr che dopo l'episodio dell'apparizione durante il banchetto è divenuto membro costante del seguito di Artamiro. – Ho udito che i fantasmi del Signore di questi luoghi e di suo fratello trucidati dall'antico Re di Odo si aggirino ancora per questi luoghi.

Artamiro fissa lo sguardo sulla neve che scivola leggera sulla terra e sorride. – I Re di Odo sono stati i predecessori della mia Casa Reale. I miei antenati li hanno massacrati durante un banchetto. Devo quindi ritenere che gli spettri che abitano questo luogo mi debbano della riconoscenza per aver fatto giustizia dei loro assassini. Giusto?

Tamu Hiniun, il Liest Syerdwin ride. – Giusto, Volontà.

– Bene. Allora, Tiatikenn mi hai portato qui per farmi incontrare due spettri ingrati?

– Ben di altro si tratta, Volontà.

– Cosa dobbiamo fare qui? – Chiede il Duca Rossiter, il volto arrossato dal freddo.

– Che dobbiamo fare, allora Primo Mago? Hai udito il Duca?

Tiatikenn non risponde e scende da cavallo con i movimenti lenti ed incerti di un malato.

– Avete visto Duca? Bisogna camminare. – Scherza Artamiro.

Intanto Tiatikenn percorre lo spazio che li separa dalla torre di pietra chiara, parzialmente diroccata, nella quale si aprono grandi finestre ovali senza più vetri né sbarre.

Gli altri membri del gruppo scendono da cavallo e lo seguono procedendo tra gli arbusti nudi cresciuti nell'antico giardino della rocca dei Dortrendiuna, che la neve rende eleganti e preziosi come raffinate sculture.

Giunto davanti alla grande porta aperta della torre il Mago esita e si volge verso il seguito di Artamiro.

– Siete certo di voler vedere, Volontà?

Tutti i presenti si volgono verso Artamiro che stringe le labbra e chiede. – È uno dei tuoi trucchi, Tiatikenn?

– No. Seguitemi. – Si limita a replicare il mago, scomparendo nell'ombra del portale.

All'interno una sala ampia e spoglia li attende, il pavimento coperto di foglie secche e fango.

Hiniun alza il capo verso il soffitto, dove gli stemmi dorati della famiglia, incastrati negli spazi disegnati dalle travature di legno scuro, sono semicoperti dalla muffa e dalle ragnatele. "Ecco il destino." Pensa il giovane Liest, sentendosi improvvisamente un intruso.

– Venite, di qua. – Li incita Tiatikenn. – Sulle scale.

Percorrono la scala avvitata sulla parete della torre, cercando di non scivolare sui gradini viscidi di fango gelato ed abbassando il capo per evitare le ombre scure che pendono dai soffitti bassi. Il mago li conduce ad una delle stanze del secondo piano, dove si affacciano due delle grandi finestre ovali visibili dall'esterno.

– Ecco, Volontà. Vi prego di affacciarvi a quella finestra. – Dice Tiatikenn con voce piana.

– Quale?

– Non ha importanza.

Artamiro procede con cautela sul pavimento di legno che lancia dolorosi scricchiolii ad ogni passo fino a giungere davanti alla finestra di sinistra.

– Allora? – Chiede irritato.

– Vi prego, Volontà, osservate con attenzione il paesaggio che si gode da lì.

Artamiro si stringe nelle spalle e lascia che il suo sguardo si posi sul vecchio giardino coperto di neve, sul bosco poco lontano: un'ombra scura avvolta dalla candida coperta della neve.

Poi un movimento leggero, quasi impercettibile attira il suo sguardo. Una figura si muove lentamente sulla neve, un'ombra che non lascia tracce dietro di sé.

– Cos'è quello? – Chiede Artamiro senza voltarsi.

La voce di Tiatikenn ripete: – Osservate con attenzione, Volontà.

Alle spalle della strana forma che procede un po' strisciando ed un po' correndo sulla neve ne è sorta improvvisamente un'altra, che procede eretta e rigida come camminerebbe un albero se potesse muoversi. Artamiro osserva la scena senza capire, contempla gli strani movimenti dei due esseri che procedono senza orme su una neve che somiglia a gesso o ad una liscia superficie di pietra. Il cielo ha mutato colore, si è fatto scuro e denso come una bassa cupola che partendo dall'Orlo del Mondo lo ricopra completamente. Improvvisamente il Re si accorge che l'aria che penetra dalla finestra non è più l'aria frizzante e gelida del mattino ma una brezza tiepida e snervante che odora di polvere, come l'aria di una stanza tenuta chiusa per troppi anni. 

 

Un leggero urto lo fa sobbalzare. Accanto a lui si è affacciato Drjol e Artamiro può udire il respiro accellerato del giovane Mago Gu'Hijirr. Poi il Re si accorge di riuscire a sentire anche il respiro delle creature che popolano il cortile della torre divenuto una superficie livida e opaca. Sono sospiri senza ritmo, quasi che le creature che li emettono non abbiano bisogno di respirare o siano costretti da un'orribile maledizione a farlo senza poter dimenticare una sola volta di farlo.

Accanto a lui Drjol recita a bassa voce alcune frasi, senza distogliere lo sguardo dagli esseri che corrono e si inseguono come bimbi ciechi. Artamiro chiude gli occhi per riaprirli un secondo dopo sullo stesso paesaggio: le montagne scabre e spezzate che scompaiono sullo sfondo nero del cielo ed i margini netti e chiari del cortile, come se egli si trovasse dentro la finestra di una torre nel gioco degli scacchi.

"Un Re ed un Torre" Pensa per un istante Artamiro."Un cielo chiuso ed un gioco che non posso comandare."

Torna a guardare le creature che hanno cessato di muoversi ed oscillano debolmente, come se una corrente marina li inclinasse dolcemente.

Artamiro vorrebbe distogliere lo sguardo da quei movimenti che gli sembrano sbagliati, incompleti ma sente alle sue spalle lo sguardo divertito di Tiatikenn e non cede, resistendo al suo corpo che vorrebbe strapparlo da lì.

Quando una delle creature alza il capo verso di lui, mostrando il volto privo di occhi e la grande bocca scura, priva di labbra, simile ad un taglio operato con il più tagliente dei rasoi, il Re sente il cuore nel petto fermarsi.

Una strana, incomprensibile tristezza spira da quei tratti incompleti, come abbozzati dalla mano di un bimbo.

– Mi ha guardato! – Urla gettandosi lontano dalla finestra.

Tiatikenn scuote leggermente il capo. – Vedono, ma non guardano. Noi possediamo il loro sguardo.

Artamiro si volta di scatto. – Drjol, via di lì! – Grida.

Il mago Gu'Hijirr non risponde, appoggiato al bordo della finestra.

Rossiter e Tamu Hiniun lo strappano dalla sua contemplazione e nel farlo il loro sguardo si posa per un attimo sull'incredibile paesaggio che si vede dalla torre.

Nessuno dei due parla, ma il volto divenuto livido parla per loro in modo eloquente.

– Via di qui, presto! – Grida Artamiro sconvolto.

Drjol lo sguardo fisso ed il corpo senza forza, simile a quello di un manichino viene portato via a braccia.

Una volta giunto al piano inferiore Artamiro esita.

La voce di Tiatikenn lo scuote come una frustata. – Fuori di qui è tutto come sempre, Volontà.

Il cortile della torre coperto di neve, il cielo chiaro e senza profondità li attendono apparentemente quieti ed immutabili.

Artamiro sale a cavallo. Esita nel lasciare che il suo sguardo abbracci il mondo, come se esso potesse scomparire alla sua vista da un attimo all'altro. Si stringe nella folta pelliccia. Improvvisamente il freddo si è fatto più forte.




Nuovamente solo nel proprio laboratorio Re Artamiro fissa il drappo di seta rossa che copre Idùn, lo Specchio d'Ombra. La luce alle sue spalle, guidata dai moti del suo animo, lampeggia di un colore verde freddo, il colore della paura. Esita, il sovrano di Dancemarare, ma intuisce che l'unica spiegazione di tutti gli strani eventi accadutigli non può che essere custodita nel buio solido di Idùn.

Non ha mai tentato di comunicare direttamente con le forze che sorreggono la sostanza dello specchio ed il respiro stesso del Re si fa leggero e quasi inaudibile per non risvegliare le strane entità che dormono appena oltre la stoffa. Per un attimo si chiede se anche Teardraet, attraverso il gemello di Idùn, Andòden, saprà delle sue paura, della sua confusione. Stringe i denti, Artamiro, raccoglie il sudore freddo che corre a inumidirgli le sopracciglia bianche, chiude gli occhi rivedendo nitido come in una visione il volto bruno del Conte-Mago dei Syerdwin. Lo vede muoversi lentamente, come se procedesse nell'acqua, lo vede immergere il volto nella liscia superficie scura di Andòden, provocando piccole onde che si spengono sulla cornice dorata dello specchio.

Un lamento, un debole rantolo nasce e si spegne sulle labbra di Artamiro. Il sovrano di Dancemarare strappa con un movimento rabbioso il drappo di seta gettandolo dietro di sé.

– Idùn! – Grida, come se stesse chiamando un servitore malaccorto.

Lo specchio immobile ed opaco non risponde.

– Idùn! – Grida nuovamente Artamiro, improvvisamente incerto.

Un filo di luce accende il bordo dello specchio, un filo di luce che guadagna man mano spazio sul buio fino ad occupare l'intera superficie. Il re si avvicina nuovamente a contemplare il riflesso argenteo di un luogo che non si trova in quella stanza: un lago forse o un mare illuminato da una luce grigia priva di sfumature, il cui limite si perde in lontananza senza confini tra acqua e cielo. Una calma assoluta domina quella visione, come se in quel mare nessuna creatura si muovesse, nessun alito di vento giungesse mai a perturbarne la superficie. "Il mare Obliquo" Pensa Artamiro, risvegliando un vecchio ricordo udito o letto chissà quando e dove.

– Idùn, voglio sapere cosa sta accadendo. – Stacca bene le sillabe e la parole il Re, come se parlasse con uno straniero o con un bimbo.

"Nulla che non sia già accaduto, Mirei."

Artamiro sobbalza: quella voce, formatasi nella sua mente, appartiene ad Harruet, la sua governante personale alle quale i suoi genitori lo affidavano bimbo piccolissimo. Ed a Harruet appartiene anche quel vezzeggiativo che il suo Maestro gli ha insegnato poi a disprezzare Lui ancor piccolo che annuncia ad Harruet: "Cessate di usare quel nomignolo altrimenti sarò costretto a farvi frustare."

Quel ricordo, seppellito sotto milioni di altri, torna in superficie all'improvviso e Artamiro sente il proprio viso farsi di fuoco, lo sguardo piegarsi davanti alla quieta sorpresa di lei, come allora.

– Cosa vuoi dirmi Idùn? Perchè mi tormenti?

"Nulla, nulla che tu non abbia già provato o saputo, Mirei. Nulla esiste che qualcuno non abbia già sperimentato, nulla che non sia conservato oltre il Mare Obliquo, dove tutti i ricordi attendono solo di essere risvegliati. I tuoi, Mirei, quelli di chiunque tu abbia conosciuto o che tu mai conoscerai. Un oceano di sogni e di ricordi che uniscono passato e futuro, ricordi che verranno e ricordi già vissuti, ricordi mai vissuti da nessuno e altri che nessuno oserà mai ricordare."

– Cosa vuoi dirmi, Idùn? La visione alla finestra… È solo un ricordo? Ma di chi, di cosa? 

 

La voce di Harruet si fa ancor più lenta e carezzevole, come quando si sforzava di spiegargli qualcosa che la sua mente bambina non riusciva ad afferrare. "Si può scomparire in questo mare, Mirei, perdere il senso del tuo tempo. Esistono ricordi che non hanno menti né corpi: essi sono come un'onda che sale dagli abissi più profondi per ricoprire l'Orlo del Mondo, sono i ricordi che nessuno desidera ricordare."

– Come questo, Harruet? Come quando…? – La voce di Artamiro si spezza, vinta da un'emozione che lo fa rabbrividire come se si trovasse all'esterno, nella neve che precipita lenta da ogni luogo. Il volto privo di lineamenti della creatura scorta dalla finestra di Dortendiuna impallidisce davanti ai suoi occhi chiusi dalle lacrime, ed ora Artamiro può riconoscerlo. Il burattino che aveva bruciato per allontanare da sé ogni traccia dell'infanzia, per darsi un dolore che l'avrebbe spinto a crescere come desideravano da lui.

Il volto colorato del burattino si era fatto nero al contatto della fiamma, il naso di stoffa era scomparso, volato nel camino, gli occhi di vetro si erano velati e spezzati e solo la bocca semiaperta, rigida e netta come un taglio era rimasta spalancata come a cercare aria per l'ultima volta.

Artamiro finalmente singhiozza disperato come non aveva fatto da bimbo, quando aveva guardato a labbra strette la dolorosa morte di Heini – ecco qual'era il nome – un milione di volte dimenticato, del suo compagno di giochi da bimbo solitario, perso nelle grandi stanze della Reggia di Dancemarare.

La superficie dello specchio è tornata al suo abituale buio opaco, ma il Re, il volto nascosto nelle braccia raccolte sotto di sè, non lo vede più. Ricorda con uno strano, doloroso compiacimento, cercando nella sua mente tutto ciò che il tempo e la sua volontà hanno cancellato, tutto ciò che non avrebbe mai creduto di poter vivere una seconda volta.

La luce che illumina il suo corpo contorto sulla nuda pietra è divenuta chiara e forte come un faro al limite di un mare ignoto.


14.9.19

Il Mare Obliquo 32

Kwister, Usif-Lizhi e i loro amici riprendono il loro viaggio dopo aver salutato il Cavaliere di Vandel e sua cugina Kentis. Strada facendo hanno l'occasione di fare un felice incontro.
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Una mattina limpida e ventosa accoglie i viaggiatori che abbandonano la Rocca del Cavaliere di Vandel. Ad accompagnarli al massiccio portone è la cugina di questi, Kentis, una dama molto giovane, bionda e sottile, a lui simile come una sorella.
– Arrivederci, miei nobili ospiti. – Mormora a voce bassa mentre Kwister e gli altri riprendono possesso dei propri cavalli dagli stallieri di Vandel. – Sono dolente che quanto è avvenuto abbia funestato la vostra visita. Abbiate tutti i miei migliori auguri per la riuscita della vostra degna impresa. Perché tutti questi orrori abbiano termine.
– Grazie, Marr Kentis. – Il Duca Kwister si inchina profondamente davanti all'esile fanciulla bionda, così come si ricorda nei libri più antichi fece il primo sovrano dei Lupi-Drago, Nekitin il Grande al cospetto della giovane Signora di Zemann, Tatya.
– Levatevi, vi prego, Duca. – Un leggero sorriso illumina per un attimo il viso troppo serio e composto di Kentis. – Io non sono Tatya di Zemann.
– Il futuro ha strano modi per preannunciarsi e talvolta veste i panni del passato per illuderci di poterlo comprendere, Marr Vandel. Purtroppo neppure io sono Nekitin il Grande ed il mio popolo è ora al suo tramonto. Questa lucida, ventosa mattina mi rende malinconico, perdonatemi.
– Coraggio, Duca Kwister. – Una luce di leggero allarme si è accesa negli occhi di Share Harvaiun. – Una così stupenda giornata non può indurre tristezza. La strada verso i Monti dell'Orlo è davanti a noi, pulita e spazzolata quasi quanto il pelo dei nostri cavalli dopo le cure sapienti dei bravi stallieri della Rocca.
Il Duca Kwister alza lo sguardo ad abbracciare l'orizzonte, nitido come se la vista fosse aperta fino all'Orlo. – Tu credi, Harvaiun? Credi dunque che l'umore debba seguire le stesse regole del cielo? Questo cielo ampio e queste terre così nitide rendono più evidenti i limiti del Mondo, e creano in me un senso di attesa dolorosa, come se già sapessi che attenderò inutilmente. Ma è notorio che presso la tua gente questo genere di emozioni sono sconosciute, c'è spazio solo per l'oggi tra voi.
Share Harvaiun apre la bocca e la richiude un secondo dopo: il suo signore è evidentemente del suo umore peggiore, strano frangente nel quale riesce a dire le cose più irritanti ed insieme le più vere e dolorose per se stesso e per tutti.
– Non più di tutte le altre genti. – Si limita a puntualizzare a mezza voce il servitore Syerdwin, nel silenzio imbarazzato che ha seguito le parole del Duca.
– E voi, Messere Usif-Lizhi cosa mi dite di una sì splendida giornata, che deve apparire ben strana ai vostri occhi? – Chiede scherzando il Barone Enklu per dissipare la nube di tristezza che è scesa sui viaggiatori.
– Troppa luce, Barone. Il mondo mi sembra una brutta parodia di se stesso, troppo colorato, troppo evidente e quasi tangibile. Ma la mia è l'opinione di un Notturno ed ha quindi poco valore.
Usif-Lizhi si avvicina a sua volta alla Dama dei Vandel e la saluta con un inchino discreto. – Provo molto dolore per il vostro dolore, Dama Kentis. Vi auguro giorni e notti migliori di queste.
La Dama china il capo leggermente. – Vi ringrazio. – Lo guarda con una curiosità piena di pudore, lasciando apparire per la prima volta la sua giovane età – Voi siete il primo della vostra gente che incontro. Finora ne avevo soltanto letto.– Esita come se cercasse le parole giuste. – Credevo che i Notturni dovessero essere creature… molto diverse. Mi perdonate? 

 
Usif-Lizhi non può fare a meno di sorridere, come è costume degli uomini. – Nella mia residenza le opinioni sulle altre creature erano di un genere altrettanto imbarazzante, Dama Kentis. Volete perdonarmi a vostra volta?
La giovane donna si affretta a fare un cenno di assenso. – Certo. È così bello che la gente sia diversa, non trovate? È un po' come se si potessero vivere tante vite insieme.
– Molto ben detto! – Ride Kirzil Pennarossa. – Tante vite insieme, un pochino come devono fare gli Dei che ci vedono agitarci, combattere, ridere e piangere come se questo pezzetto di vita fosse davvero importante.
– Non ti sapevo filosofo, Kirzil. – Commenta Noro Eban il mercante. – Ma in fondo di nulla è lecito stupirsi, neppure di un Gu'Hijirr dal profondo sentire. È evidente, ed anche questo è un sintomo, che il mondo ha perso il suo equilibrio. Cosa dobbiamo attenderci ancora? Forse un Swyerdwin generoso? Un Lupo-Drago tollerante? O addirittura un Uomo silenzioso?
– Questo poi è del tutto impossibile. – Lo rimbecca Harvaiun. – Gli uomini non tacciono mai, il giorno che questo prodigio si inverasse, sarebbe davvero il sigillo della fine.
Prima che il mercante possa a sua volta rispondere al Syerdwin ad interromperli è la voce del Barone Enklu.
– Coraggio, è venuto il tempo di andare.
Al suo richiamo i cavalieri si dispongono in fila e uno alla volta attraversano il portone della rocca, mettendosi in marcia verso il sole crescente, dopo un ultimo saluto alla giovane signora dei Vandel.
Dama Kentis li osserva allontanarsi lungo la discesa che porta lontano da Audiebarr provando un'acuta nostalgia per quella bizzarra compagnia, nella quale sono riuniti membri di quasi tutte le genti dell'orlo del Mondo: la stessa sensazione che provava al termine di un gioco di bambini particolarmente ben riuscito.
La giovane donna li osserva procedere veloci verso il Drew, ormai semplici punti multicolori sulla piana verde. Lascia che la nostalgia la culli, provando, come molti adolescenti cresciuti in solitudine, orgoglio per quel sentimento così forte e adulto. Solo quando una serie di colline le nascondono alla vista i viaggiatori Kentis abbandona gli spalti e scende verso il palazzo interno della Rocca.



– E adesso? – Domanda ad alta voce Kirzil Pennarossa al cospetto del grande corso del Drew, fiancheggiato da altissimi olmi.
– Bisogna trovare un traghettatore, tutto qui. – Osserva calmo Jay Wediliun il mercante Swyerdwin. – Se ben ricordo ve ne è uno un paio di miglia più a nord di qui.
Il Duca Kwister, che non ha detto una parola per tutto il tragitto, lo guarda con rispetto. – Gli dei mi dimentichino se parlerò ancora male di un mercante. Esistono terre che voi non abbiate visitato?
Wediliun scuote la testa. – Molte di più di quante ne abbiate solo sentite nominare, Duca. Ma qui siamo ancora vicini al Centro del Mondo, più avanti anche le mie conoscenze terminano.
– Ce ne preoccuperemo quando ci saremo, più avanti. Adesso muoviamoci.
– Aspettate, Duca, forse è questo un problema che si risolve da solo. – Interviene Kirzil. – Vedete là, a cento braccia da noi, quella nave?
– È una nave Gu'Hijirr. – Nota Noro Eban riconoscendo l'alta prora e gli ampi fianchi della nave a vela. – Cosa ti fa pensare, Kirzil Pennarossa, che i tuoi simili vorranno portarci dall'altra parte del fiume?
Il Gu'Hijirr ride. – Denaro, semplice denaro. Aspettate.
Dopo un momento dalla borsa del marinaio compare un piccolo strumento di metallo lucido che Kirzil porta alle labbra traendone un lamento cupo e prolungato.
– Per gli dei, questo suono è certo in grado di condurre alla malinconia e da lì a poco alla pazzia.– Commenta Harvaiun.
– Qualcuno vuole attraversare il fiume a nuoto? – Chiede Kirzil cessando per un attimo di suonare. Un generale scuotere di teste accoglie la sua domanda.
– Mi era sembrato.– Commenta secco.
– Guarda un po': stanno davvero mutando rotta per raggiungerci. – Osserva Enklu dopo qualche altro secondo di esibizione musicale del marinaio.
– Sarebbe interessante sapere cosa gli ha promesso Kirzil. – Si interroga Mahaderill. – Dalla loro rapidità direi non poco.
Il Gu'Hijirr termina dopo un attimo di soffiare nel suo sciagurato arnese e guarda la fata con dignità offesa. – Questo richiamo indica solo la necessità di un aiuto. Lo portano con sé tutti marinai del mio popolo e chiunque lo oda deve correre al soccorso di chi lo suona.
– E per il compenso? – Chiede malizioso Harvaiun.
– Sarà sufficiente quello che porti nel doppio fondo della tua borsa. – Ribatte acido Kirzil al Syerdwin che lo guarda turbato.
– Un marinaio a cavallo: moriranno dal ridere.
Ma la risposta a mezza voce di Harvaiun arriva troppo tardi per meritare un'ulteriore replica, decide Kirzil che ripone con cura il suo piccolo corno nella borsa.
– Stanno prendendo terra. Sarà bene che tu vada a parlargli, siamo una ben strana compagnia e non vorrei che i tuoi simili ci trovassero poco raccomandabili.
Il Gu'Hijirr annuisce in direzione del Duca Kwister e sprona il cavallo verso la riva, resistendo alla tentazione di rispondere per le rime anche al duca che evidentemente sottovaluta la sua gente.
– Ehi, chi è là? – Chiede una voce nasale nel dialetto di Farsoll. Kirzil sorride tra sé, rinfrancato nell'udire quell'accento familiare e grida:
– Oakin vecchio rospo-secco, ti sei incagliato o riesci ancora a prendere acqua?
Il Gu'Hijirr si guarda intorno e vede Kirzil avvicinarsi portando in cavallo per le redini. – Kirzil Pennarossa! Che ti è successo, il vento ha portato la tua nave sulle montagne?
– Niente di tutto questo. Oakin, sei anche più brutto di come ti ricordavo, lasciati abbracciare.
– Puzzi di terra e di sterco di cavallo, Kirzil dei Mappin. Cosa ti è successo?
– È un storia molto lunga, Oakin. Adesso sono lo scudiero di un Notturno e devo giungere fino alle montagne dell'Orlo.
L'anziano Gu'Hijirr lo guarda strabiliato. – Lo scudiero di un… Le Montagne dell'Orlo? Povero Kirzil ciò che di strano sta accadendo al mondo deve aver preso anche il tuo cervello. Credi di essere un Lupo-Drago da bazzicare per montagne sotto la luna?
– Poi ti spiego. Chi c'è con te?
– Rayonu, Pilgrim, Kiba ed un po' di nuovi. La Goren non è più tanto adatta per i viaggi per mare e così facciamo piccoli traffici da Farsoll fino a Sdea ed a Mont Bilgian e già che ci siamo insegnamo qualcosina ai giovani.
Kirzil annuisce. – Certo e così le loro famiglie pagano te e tutti gli altri Berzel di Fonteluna per farli lavorare, non è vero, topo di palude? 

 
– Si deve pur vivere. Hai bisogno di un passaggio?
– Come no. Devi promettermi di non stupirti, però.
Il volto scuro e pieno di rughe del Gu'Hijirr si fa ancora più perplesso. – Cosa c'è di più strano di un Gu'Hijirr che fa il montanaro al servizio di un Lemure?
– Ci sono cosa anche più strane, Oakin, non farmi il ranocchio perso nello stagno. Abbi la cortesia di attendermi qui e tornerò con i miei amici. Ah,
dimenticavo, ti pagheremo per il disturbo.
– Ma non è il caso… – Inizia a dire con tono non troppo convinto Oakin. Poi guarda Kirzil allontanarsi al galoppo, scuote la testa e si siede con cautela su un tronco caduto.
Al suo risveglio, dopo qualche minuto di riposo riscaldato dal tiepido sole autunnale, Oakin il mercante sbadiglia a lungo prima di guardarsi intorno, per accorgersi istantaneamente che il suo campo visivo è chiuso da una superficie di metallo scuro. Il Gu'Hijirr alza lo sguardo un poco alla volta, con timore, fino ad incontrare il viso corrucciato del Duca Kwister che sorride sinistro mostrando la punta dei candidi canini.
– Buongiorno Mastro Oakin dei Berzel di Fonteluna.
La voce del Lupo- Drago è bassa e profonda, ricca di risonanze simili a quelle dei tamburi bassi della guardia di Niby Ornoll.
Oakin ingoia a vuoto un paio di volte prima di rispondere, si volta come a controllare che il fiume sia sempre al suo posto e infine esala un debole: – Buongiorno a Voi, eccellenza.
– Il mio buon amico, Kirzil Pennarossa, mi ha detto che ci ospiterete sulla vostra nave.
– La mia nave non è fatta per trasportare passeggeri, Vostra Grazia. Non dovete aspettarvi un trattamento degno della Vostra nobile persona e di quella dei vostri insigni compagni.
Il Lupo- Drago sorride nuovamente. – Non temete per la nostra comodità, Mastro Oakin, qualunque sistemazione sarà sempre migliore della possibilità di attraversare il fiume a nuoto. Posso chiedere quanto è il prezzo per il vostro incomodo?
– Mhhh, dovete solo attraversare il Drew?
– La nostra meta sono le montagne dell'Orlo, Mastro Oakin, ma non credo che la vostra nave giunga fino lì. –
– Il Dio delle Paludi mi preservi, Sommo Signore. Non viaggio oltre Ulfa da più di trent'anni, dopo aver visto negli occhi quanto sono brutti i Doimon e dopo aver visto da lontano gli Ultimi Draghi. No, nessun prezzo mi porterebbe oltre Hanna Insa.
– Neppure tremila Reali potrebbero questo miracolo?
Il Gu'Hijirr allunga il collo per scrutare alle spalle del Lupo-Drago ed individuare l'autore dell'offerta.
– Allora, mastro Oakin, cosa mi dite del prezzo fissato dal mio buon amico?
– È un lemure il vostro buon amico vostra Eminenza, come mi appare ? – Chiede il Gu'Hijirr.
– Non è evidente? – Ride il Lupo-drago.
– Sarà anche evidente ma finora non ne ho mai veduti illuminati dalla luce del sole e… – Oakin si interrompe di colpo riconoscendo nel gruppo di viaggiatori Mahaderill. – Una fata! Ora ho capito tutto. E c'è anche un Uomo-Pianta tra voi! Ma quale strana magica compagnia avete formato mio Signore? Avete unito tutti i compagni del Mondo, per quale fine mai?
– Un fine degno di questa alleanza, Mastro Oakin. Allora volete essere così cortese da rispondere all'offerta del mio amico?
– Arrivare fino ad Ulfa? Con la mia nave?
– Proprio così.
– Tra Villa Lou ed Hedra bisognerà pagare i Fratelli del Drew perché attivino le chiuse.
– Il pedaggio sarà a carico nostro.
– Come tutte le altre eventuali spese?
– Certo.
– E vada per i tremila Reali, Vostra Soave Eccellenza
– Coraggio, Oakin, l'avventura ti farà perdere i tuoi trent'anni di troppo.– Interviene Kirzil. – E con quella montagna di Reali potrai metterti a riposo come un Degno della Corte di Niby Ornoll. E non è forse vero che un mucchio di denaro vale quanto il corpo prestante di un giovanotto, quando si tratta di conquistare un affetto molto ritroso?
– Maledizione, chiudi quella boccaccia Kirzil Pennarossa dei Mappin. È molto più probabile che il fondo del fiume divenga la mia tomba, nonché la tua. Ma in fondo ho passato la mia vita ad annusare quest'aria che sa di marcio. Non mi dispiace farlo anche da morto. – Il Gu'Hijirr si alza lentamente dal tronco caduto. – Andiamo nobili signori, la Goren vi attende. 
 

– Non è bello, mio signore, questo modo di viaggiare?
Usif-lizhi allontana lo sguardo dalla riva scura del Drew che scorre quieta nell'ombra del tramonto. – Avevamo navi un tempo, sai Kirzil? Navi come questa che giungevano fino ad Annadille, a Farsoll, fino a Thesiger ed oltre l'Orlo, al Mare Obliquo.
Il Gu'Hijirr aggrotta la fronte. – Ho udito parlare del Mare Obliquo, Signore, ma nessuno mi ha mai raccontato di averlo visto di persona.
– È un mare coperto di brume, Kirzil, e lentamente, quasi impercettibilmente si confonde con le grandi nubi bianche che vengono talvolta a velare la luna e bagnano le terre inaridite dal sole tiranno. Nella mia residenza c'è un libro scritto da un antenato, Gujdu -Ithri, dove si racconta dell'unico viaggio al mare Obliquo. – Per un attimo lo sguardo del Notturno si accende debolmente, conferendogli l'aspetto da fantasma al quale Kirzil non si è ancora abituato. – Ho letto quel libro decine di volte nella mia infanzia, tanto che potrei recitartelo dalla prima all'ultima parola. Ma credo si tratti di un falso, amico mio. Noi notturni abbiamo sempre e solo viaggiato lungo i fiumi, o meglio ancora, abbiamo pagato altri: Uomini, Gu'Hijirr o Syerdwin perché lo facessero per noi. Il Libro di Gujdu – Ithri è solo una favola, purtroppo, ma io gli ho creduto e ancora adesso non riesco a staccarmi dal suo ricordo. Chissà, forse questo mio viaggio è un modo per diventare io stesso Gujdu-Ithri e per riscrivere quel libro. Non è buffo, amico mio, tentare di trasformare una fiaba in realtà per trarne poi ancora una fiaba?
– È quello che tutti facciamo, signore Usif-Lizhi: raccontarci la vita mentre la viviamo fino a mentire a noi stessi ed agli altri. Non vi è nessuno, nato sotto la luce del sole o della luna, povero o ricco, che non abbia almeno una volta desiderato vivere e morire come un istrione del Gran Teatro di Farsoll. Oh, perdonatemi, Signore… Vedete dove mi porta la mia stupida lingua?
Usif-Lizhi scuote il capo. – Non scusarti, Kirzil Pennarossa. Probabilmente noi tutti a bordo di questa nave ci comportiamo esattamente nel modo che hai così acutamente colto: come istrioni alla ricerca dell'ultima scrittura possibile. E tu, Khude come la pensi in proposito?
Il Silvano che ha udito l'intera conversazione appoggiato alla murata della nave, non volta neppure il capo nel sentirsi interpellare, È solo dopo qualche secondo che la creatura risponde, senza distogliere lo sguardo dalle acque scure che scorrono placide sotto di lui.
– Non capisco, Uomo-di-Luna. Io-noi so di un'unica vita molteplice che ci unisce, mentre voi non potete essere uno e molti insieme. Sembra che tutto il vostro passaggio sia un cercare di vivere molte vite e sentirsi infelici, incerti, soli. Io-noi non conosco le vostre menti, ma esse devono essere vuote e risonanti come grandi stanze dove un unico, minuscolo inquilino grida forte per non sentirsi solo e veste molti panni per simulare la presenza di amici che non esistono. Ho pena per voi, gente-che-correte ma so a cosa vi possono condurre le vostre menti solitarie. Io-noi abbiamo timore perché temiamo che la vostra infelicità sia anche maggiore di quanto voi stessi immaginiate.
Il silenzio è l'unica risposta che Usif-Lizhi e Kirzil possano opporre alle frasi di Khude.