14.6.22

Letture varie & disordinate

È passato abbastanza tempo dall'ultima volta che ho scritto di libri in queste pagine e nel frattempo, com'è ovvio, ho letto non poco. Adesso, avendo cambiato casa, non ho più una pila di libri che pencolano su un angolo della scrivania – dove adesso traballa la pila dei libri da leggere "presto" –, ma uno scaffale d'angolo dove deporre i libri letti. A questo punto siamo a… quattordici tomi, che essendo lo scaffale piccolo (vedi foto) rischiano di precipitare giù. 
 

A questo punto diventa non solo importante (importante, poi, papparapappà) ma addirittura urgente parlare almeno di sei o sette libri tra quelli letti. 
Da dove iniziare? Beh, con un megavolume edito da Orma, letto con una certa fatica, soprattutto in posizione orizzontale, scritto con un carattere 10 (e le note in corpo 8) e che costituisce il volume quinto della la collana "Hoffmanniana", dedicata ad uno dei miei miti personali: Ernest Theodor Amadeus[*] Hoffmann. 
Il volume – primo tomo del volume completo – raccoglie i testi nati con «I fratelli di Serapione», un modo di procedere che ha illustri precedenti – basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer o al Decameron di Giovanni Boccaccio – ovvero una serie di vicende narrate da un gruppo di amici: i Fratelli di Serapione.   
Tra queste appaiono alcune delle più note novelle di Hoffmann, «Il consigliere Krespel», «Schiaccianoci e il re dei topi», «Gli automi», «Una storia di fantasmi», «Il bambino misterioso». 
Ma, oltre alle novelle maggiori, la sorpresa che il volume riserva è nelle piccole storie che vi appaiono, vicende che sono sicuramente "minori" ma che hanno il grande pregio di regalarci il punto di vista di Hoffmann sulla realtà del suo tempo. Su Napoleone e sulla guerra in atto, sulla musica e sui musicisti dell'epoca, sull'arte, la pittura e gli artisti, sul romanticismo – del quale Hoffmann fu uno dei maggiori rappresentanti – e sulla scienza dell'epoca: dal mesmerismo, fenomeno di gran moda all'inizio del XIX secolo, alla neonata psicologia fino alla pedagogia – pochi scrittori sono così nettamente e radicalmente dalla parte dei bambini. 
 

Altrettanto godibili gli intervalli tra una storia e l'altra narrati dagli amici, i "Fratelli di Serapione", Lothar, Ottmar, Cyprian e Theodor, in alcune occasioni anch'essi divenuti protagonisti di qualche novella raccontata davanti al fuoco. 
Il volume si segnala anche per l'accuratissima traduzione e revisione dei testi, con un livello di precisione e di attenzione che giunge in qualche occasione a spiegare talune scelte lessicali, grammaticali o fonetiche di Hoffmann – fascino che temo sarà inesistente per chi non conosce o non ama la lingua di Goethe – e per le immagini raccolte al centro del testo, tutte in qualche modo legate ai testi presentati. 
A colpire in modo particolare, tuttavia, è il piacere di Hoffmann nel renderci complici della sua sottile cattiveria, del suo gusto per il rovesciamento di senso e per lo sberleffo della pubblica morale, per il piacere di narrare da un punto di vista strettamente personale, mettendo in scena mondi ulteriori, tanto assurdi da poter rientrare di diritto in qualsiasi elenco psichiatrico, e di muovere al sorriso anche raccontando di spaventevoli tragedie e di orripilanti peccati. 
Davvero curioso, comunque, il modo nel quale Hoffmann presenta la passione amorosa, raccontata come un'affezione al limite della malattia mentale, qualcosa che paralizza, che rende ciechi e folli, che impedisce di comprendere realmente che cosa sta avvenendo e perché. Un amore "romantico", si direbbe, se non fosse che lo stesso autore ha modi lievemente ironici nel raccontare la follia d'amore, dandone una raffigurazione in qualche modo oggettiva, pur senza mai diventare sarcastica e mostrando partecipazione e un pudico affetto per i suoi personaggi.
Ultimo particolare per il quale è doverosa una precisazione: l'apparato di commento e di note risulta davvero impressionante. Così lo descrive Matteo Galli, il curatore, nella sua introduzione: 
 
Nel gennaio del 2016 […] inviai a una settantina di accademici una mail in cui chiedevo la disponibilità a tradurre e curare uno al massimo due dei racconti che compongono I fratelli di Serapione. […] Ricevetti una valanga di risposte. Colleghe e colleghi – professori ordinari, associati, in pensione, ricercatori, assegnisti, contrattisti, dottorandi: un bel pezzo della germanistica italiana, dunque – si dichiararono con entusiasmo e generosità disposti a collaborare al progetto.
 
E di questo entusiasmo vive il testo, nel gran numero  e impressionante ricchezza delle note al testo e nelle lunghe note di apertura che presentano il testo e la traduzione. Unica osservazione finale, con un consiglio: leggete separatamente il testo e le note al testo: si tratta letteralmente di due testi che procedono paralleli e leggere le note prima o dopo la novella non vi renderà impazienti o esasperati e non vi capiterà di saltarle bellamente come è capitato a me… 
...


Passiamo adesso a due (2) gialli, un genere che non amo follemente ma che non mi dispiace ogni tanto frequentare. 
Ma anche parlando di gialli, è inevitabile per me andare un po' fuori dalle righe. Infatti il primo che presenterò è in realtà un romanzo basato su un tema ucronico: SS-GB I nazisti occupano Londra di Len Deighton, [ed. or. 1978], e il secondo è 1793 di Niklas Natt Och Dag [ed.or. 2017], ambientato nella Stoccolma della fine del XVII secolo. Non molto a che vedere con il poliziesco classico o con il noir contemporaneo, me ne rendo conto, ma sono sempre stato affascinato dall'ambiente nel quale i gialli maturano più che dai moventi dell'assassino o dai modi di procedere dell'investigatore.
Il romanzo di Deighton ha un'ambientazione ovviamente fantastica, ma un "fantastico" con salde radici nel reale. Come in tutti i testi di ucronia il romanzo è basato su un dato di fatto possibile – anche se non realmente accaduto – ovvero l'invasione della Gran Bretagna da parte dei nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale e la situazione degli inglesi in seguito all'invasione. 
Protagonista Douglas Archer, ispettore di Scotland Yard affiancato dal suo sergente, Harry Woods, – entrambi sottoposti a un capo dell'intero sistema poliziesco: il Gruppenführer SS (generale) Fritz Kellerman.
A sorprendere nel romanzo di Deighton è il punto di vista di Archer, che, pur senza esserne entusiasta, accetta come un dato di fatto l'occupazione tedesca e cerca innanzi tutto di continuare onorevolmente il suo lavoro. Il vero problema, come l'ispettore presto scoprirà, è che il caso al quale sta lavorando – la morte di un antiquario dedito anche a traffici non del tutto legali – finirà per coinvolgerlo in una complessa vicenda, che riguarda il suo capo, Fritz Kellerman, lo Standardenfürher Huth dell'ufficio centrale per la sicurezza di Heinrich Himmler, l'SD, l'Abwehr e la [Ge]heim [Sta]at [Po]lizei, la presenza e le iniziative della resistenza britannica, gli agenti segreti americani, i fisici dediti allo studio di una misteriosa "nuova arma" e il Re Giorgio VI, da liberare e condurre negli USA. Ovviamente mantenere la barra a dritta in un simile intreccio di poteri e di manovre più o meno palesi o evidenti non è facile e la sensazione è che talvolta Deighton non sia riuscito a tenere insieme la successione degli eventi e le vicende del suo protagonista, chiamato a scelte via via più complesse. Nell'insieme, comunque, un testo gradevole anche se a tratti affannoso e con un numero talvolta eccessivo di personaggi dai tratti non abbastanza definiti. Da notare che comunque l'autore non ha voluto calcare la mano sul tema della persecuzione razziale a carico di ebrei e altre minoranze, probabilmente ritenendo che una Germania nazista vincente non avrebbe voluto condurre in porto la Soluzione Finale del problema ebraico, decisa nella realtà a Wannsee il 20 gennaio del 1942. Personalmente, avendo presente l'approccio di Adolf Hitler alle teorie antisemite, vissute come condizioni irrinunciabili per un futuro degno del Volk, ovvero degli ariani, mi permetto di avanzare qualche dubbio in proposito e, parlando per pura ipotesi, temo che il nazismo avrebbe tratto forza e maggiore convinzione da un'ipotetica vittoria contro la Gran Bretagna. Ma, per l'appunto, si tratta di semplici ipotesi. 
... 
 


1793 è ambientato nella Svezia della fine del XVIII secolo, l'anno successivo alla morte di Gustavo III, con il paese tormentato da una guerra sotterranea tra la nobiltà e la borghesia, sostenitrice del Ricksdag – gli stati generali svedesi – e governata da Gustav Adolf Reuterholm durante il periodo della reggenza, con il nuovo re, Gustavo IV Adolfo, che all'epoca aveva soltanto 14 anni.
Protagonisti della vicenda sono Mickel Cardell, «un reduce dalla guerra contro la Russia che, nonostante abbia lasciato il braccio sinistro sul campo di battaglia, possiede ancora una forza quasi sovrumana» e Cecil Winge, «geniale procuratore ormai consumato dalla tisi»**. 
La vicenda si apre con il ritrovamento nel quartiere di Södermalm di un cadavere orrendamente mutilato.  A ritrovarlo è Cardell che, faticosamente, lo ripesca dalle acque fangose del Fatburen.
A occuparsi delle indagini viene incaricato Cecil Winge, un ottimo procuratore, anche se non particolarmente amato dai dirigenti, e colpito da una tisi molto avanzata, cosa che non gli impedirà comunque di svolgere, anche se con non poche difficoltà, il suo lavoro. Già perché la Svezia sotto il governo di Reuterholm è un luogo siffatto: 

«Dovete tenere a mente che i requisiti più importanti per quel lavoro sono un'irriducibile fedeltà al regime attuale, accompagnata dalla tendenza al servilismo e all'adulazione.»

Ciò che man mano emerge faticosamente dalle indagini è la compromissione di una delle famiglie più in vista nella Svezia dell'epoca e che il colpevole dell'allucinante omicidio, lo ha compiuto per cancellare il peccato di una passione imperdonabile.
Un giallo affascinante per il tema e l'ambiente – sia pure con qualche passaggio un po' prolisso – e con due personaggi che non è facile dimenticare ma con alcuni difetti (ovviamente secondo la mia personale sensibilità) che è altrettanto difficile rimuovere. Lo sforzo dell'autore di presentare la vita quotidiana nella Svezia dell'epoca lo porta talvolta a sottolineare in maniera eccessiva la brutalità endemica di alcuni ambienti, la sporcizia e l'incuria nella vita di ogni giorno, l'ubriachezza condotta a regola di vita, la rabbia che cova disordinatamente sotto la cenere, i soprusi compiuti dalle autorità costituite, il malaffare, la corruzione e la sostanziale disonestà di chiunque occupi una carica pubblica. Il quadro che ne deriva è quello di una società insieme falsa, bigotta e disperata. Jean Michel Cardell, per gli amici Mickel, appare così talvolta una sorta di sfortunato castigamatti in un mondo incapace di distinguere il giusto dall'ingiusto. In quanto a Winge, rappresentato nella parte finale della propria vita, è un investigatore dotato di un'etica cristallina e davvero geniale, capace di fingere o di mentire in nome di un livello più alto di giustizia, ma evidentemente destinato a una fine prematura.
Il romanzo, obbligato dalle premesse e dall'intreccio a giungere a rappresentare l'orrore puro, deve rialzare costantemente la gravità dei peccati commessi fino a mettere in scena un dramma probabilmente troppo carico di sangue e di orrore per risultare credibile fino in fondo. Lo so, c'è un problema di "sospensione di incredulità" e in questo devo ammettere la mia insufficienza di lettore. Preferisco non esprimere giudizi in merito, lasciando ai lettori il compito non facile di stabilire la necessità di taluni passaggi. In ogni caso non posso che plaudire lo sforzo, avvertibile senza difficoltà in mille episodi, sull'informazione storica e sociale, tali da riuscire a rappresentare una città come Stoccolma nel suo momento particolare e nel suo divenire storico. 
... 

La chiocciola sul pendio, di Arkadij e Boris Strugackij, è stato pubblicato per la prima volta nel 1966 e (meritoriamente) ripresentato in Italia da Carbonio editore, «considerato dai fratelli Strugackij il loro romanzo più completo e significativo»***.
Il testo si apre con Perec, un anonimo impiegato in attesa di traferimento dall'Ispettorato per gli Affari della Foresta, entità burocratica dalle attività e finalità oscure, costruita a strapiombo sulla Foresta, così descritta:
 
… Le verdi paludi bollenti, i pavidi alberi nevosi, le rusalki che si riposano sulla superficie delle acque, sotto la luna […], gli aborigeni enigmatici e circospetti, i villaggi deserti…

Foresta nella quale, a quanto pare, nessuno di coloro che lavorano all'Ispettorato è mai andato, limitandosi a parlarne o a disquisirne con apparente competenza. 
Segue l'apparizione di Kandid, cittadino di uno dei villaggi della foresta, a quanto pare altrettanto deciso ad andarsene per raggiungere una fantomatica città, forse posta su una collina o forse no, ma comunque al di fuori della cinta del grande bosco. 
Le vicende di Perec (cognome a suo modo indicativo, cfr. Vita, istruzioni per l'uso) e di Kandid – voltairiano, se vogliamo – si inseguono capitolo dopo capitolo, in due storie parallele che non procedono in nessuna direzione, senza che nessuno dei due riesca ad allontanarsi davvero dal luogo nel quale si trova ma, come in certi sogni tormentosi, continuando a essere interrotti o deviati facendo incontri inattesi o sorprendenti ma anche assurdi, insulsi o deteriori, ad ascoltare storie incredibili o dementi, a doversi misurare con eventi improbabili o oggetti nati da una fantasia malata o felicemente demente. Il romanzo si rivela così un delizioso monociclo inchiodato, sul quale è possibile pedalare a perdifiato senza giungere da nessuna parte, una felicissima metafora dell'URSS degli anni '60, tesa in una corsa a perdifiato per non andare in nessun luogo, we all road to nowhere, come cantavano i Talking Heads. E il peso di una burocrazia terrificante si respira ad ogni capoverso del testo, unendo affermazioni e dichiarazioni tuonitruanti alla mancanza di mezzi e di soluzioni o alla semplice affermazione dell'assurdo come strumento di potere. 

[…] Ma l'originale sì che contiene questo movimento temporale! Il vettore! La freccia del tempo […]
"Dov'è, dunque l'originale?" Chiese cortese Perec. 
Il direttore sorrise e disse: 
"L'originale, naturalmente, è stato distrutto in quanto opera d'arte che non permette una duplice interpretazione. Sia la prima che la seconda copia sono state ugualmente distrutte, come misura precauzionale".
 
Le cose non vanno meglio per Kandid, perseguitato da non meglio identificati morti viventi, oltre che da una fauna / flora invadente e pericolosa – spesso la distinzione tra piante e animali scompare – e da una moglie vittimista e inconcludente. I suoi rapporti con gli altri membri della tribù che popola il villaggio non sono buoni: fatti di noia, di stanchezza di parole troppe volte ripetute. E la foresta…
 
[…] si mise di nuovo a fischiare, ronzare, crepitare, sbuffare, di nuovo verso la cupola lilla si avventarono nembi di mosche e formiche. Una nube passò sulle loro teste, i cespugli si ricoprirono di sciami di insetti morenti o infiacchiti, immobili o frementi […]
 
Mentre Perec deve fare i conti con questo genere di messaggio: 
 
Attenzione, attenzione! Tutti i collaboratori devono trovarsi sul posto secondo la disposizione numero seicentosessantacinque fratto Pegaso omicron trecentodue, direttiva ottocentotredici, per l'accoglienza trionfale del Padiscià senza seguito speciale, numero di scarpe cinquantacinque.

Un romanzo nel quale non è facile imbattersi e che richiede – opinione del tutto personale – perlomeno una doppia lettura per coglierne i riferimenti costanti al reale, oltre che per divertirsi come se non ci fosse un domani. Un romanzo di fantascienza? Fantasy? Horror? No, un romanzo profondamente politico e, come tale, interamente basato sull'assurdo. 

Siamo a quattro libri recensiti, dopo averne promessi sei o sette. D'altro canto non si trattava di testi tanto facili... 
Ancora uno, un romanzo, poi tutti a nanna. 
 
  
Le case di pietra e le case di paglia, di Consolata Lanza ha un (apparente) grosso difetto, quello che un'editor di una casa editrice che scartò un mio libro avrebbe definito: «Un eccesso di personaggi».
Non solo, tali personaggi vivono vite separate, ognuno man mano raccontato senza interazioni forti o deboli con gli altri, ognuno "abbandonato" alle proprie abitudini, manie, debolezze, errori, sterili eroismi e mediocri vigliaccherie. 
Conoscendo personalmente l'autrice e avendola sentita presentare il suo testo con una certa dose di ironia e autoironia, posso anche permettermi di smentirla affermando che il suo testo non ha nulla di rivoluzionario, di sconvolgente o di assurdo. Semplicemente ritengo molto probabile che non pochi lettori siano ormai (mal)abituati a una lettura senza sobbalzi, come un viaggetto su una sedia a rotelle. 
Verso il burrone.
La narrativa può e deve essere anche "scomoda", per risvegliare nel lettore il piacere di un'avventura letteraria fuori dagli schemi consueti – e forse ormai logori – di una narrativa costruita sul conflitto protagonista / antagonista / deuterogonista.
Esistono due modi per affrontare il libro di Consolata: il primo, che lo è stato anche nell'ordine di lettura, quello di leggere tutte le storie dei vari personaggi una dietro l'altra, seguendo i nomi che precedono i paragrafi, indicati in neretto a sinistra della pagina: «Richi», «Stella», «Elena», Olimpia» ecc. Il risultato è gradevole ma non è ottimale, a personalissimo parere. Ma esiste un altro modo per affrontare il testo – seguito nel corso della mia seconda lettura – basarsi cioè sulla «Guida ai personaggi», stampata a pagina 305 e seguire uno ad uno i personaggi, seguendo il loro divenire nel corso del testo. 
La sensazione finale è di una ragionatissimo e voluto caos, fatto di gesti vani, pletorici o assurdi, di malinconici ricordi troppo spesso rivisitati, di avventure con un finale scontato, di amori affannosi, di rimorsi allontanati o rimossi, di sogni e di incubi, di gesti impulsivi e di rancori trattenuti, in sostanza tutto il tessuto profondo delle vite quotidiane di una quindicina di persone che si ha l'occasione di conoscere e le cui storie raccontano di una malinconia connaturata a gesti e situazioni, di vite raccontate anche se non c'è poi molto da raccontare. 
La capacità di raccontare questi frammenti minimi di vita è una delle caratteristiche più personali e sentite di Consolata, capace di narrare vite normali fino a una rottura che può avvenire nel mondo reale secondo modalità "normali" o nel mondo reale seguendo vie fantastiche o, ancora, in un mondo che ha rinunciato temporaneamente alle regole del reale – nottetempo o in terra straniera – e che cede all'irruzione di un fantastico sornione e invadente. 
A essere demiurgo di questi minuti eventi l'autrice, una presenza divertita e (fortunatamente) priva di ogni ritegno, una semidea assai poco seria e ancor meno pietosa. Un'allegra "masca", che non può non ricordare un personaggio di un suo famoso racconto che recensii nel 2016, dispettoso e malinconico, condannato a una solitudine che ne è la vera e profonda condizione. 

E per questa volta mi fermo qui.
C'è qualche libro in meno da recensire, quanto serve a non provocare crolli. Ma temo che dovrò tornare presto a scrivere. 
Un abbraccio collettivo. 




[*] terzo nome proprio che Hoffmann sostituì a "Wilhelm" in onore di Mozart. 
[**] dalla seconda di copertina. 
[***] Idem


5.6.22

Bando ALIA Evo 5.0


 

Allora: già da qualche giorno questo bando è uscito su Facebook ma mi è sembrato ragionevole pubblicarlo anche qui, se non altro come riferimento per chi cerchi informazioni in proposito. 

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ALIA Evo 5.0. Come promesso cominciamo la raccolta dei testi per il prossimo ALIA, previsto per gennaio / febbraio 2023.
Questo ALIA Evo, in particolare, sarà dedicato al ricordo di PAOLO S. CAVAZZA che sarà ancora una volta con noi.
* I testi dovranno necessariamente essere di tema FANTASTICO, lunghi al massimo 50.000 battute spazi inclusi. Per esemplificare saranno accettati testi di Fantasy, Fantascienza, Gotico, Horror, Distopia, Solarpunk, Weird.
* Saranno bene accetti testi in traduzione dei quali siano scaduti i diritti o dei quali si posseggano i diritti.
* In ogni caso i diritti, anche dopo la pubblicazione, rimarranno dei rispettivi autori e/o traduttori.
* Come tutta la vecchia e la nuova serie (dal 2003 in poi) ALIA e ALIA Evo sono un progetto editoriale non a scopo di lucro e non corrisponderà diritti d'autore. Per ulteriori notizie consultare http://www.arpnet.it/cs/alia/alia.htm.
* Della scelta, oltre che della curatela per la pubblicazione, si occuperanno Silvia Treves e Massimo Citi, come da lunga tradizione.
* Sempre come da tradizione non abbiamo scelto alcun tema in particolare, lasciando agli autori il piacere e la responsabilità della scelta.
* ALIA Evo 5.0 uscirà contemponeamente in forma cartacea e in forma di e-book e sarà disponibile sui consueti siti.
*Il termine ultimo per l'invio del materiale è il 31 ottobre 2022.
Ovviamente avremo dimenticato qualcosa: nel caso rinfrescateci la memoria...
* Importante: il testo va inviato ad aliaracconti@fastwebnet.it nel formato .docx o .odt.
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Col che avete tutte le informazioni che vi servono. Per qualunqua altra richiesta o domande o curiosità potete scrivere a 
aliaracconti[at]fastwebnet.it o a s_3ves[at]fastwebnet.it o a 
massimo.citi[at]fastwebnet.it

2.6.22

Qualche riflessione inutile sullo scrivere

 
Scrivere o non scrivere? 
Lo so, non è un tema che possa interessare o, ancor meno affascinare i pochissimi lettori di questo blog, tanto meno in tempi nei quali i blog finiscono per essere trascurati: troppo da leggere con troppo poco tempo. 
Ciò detto, perderò e (forse) vi farò perdere un po' di tempo a riflettere su un tema che riguarda non poche persone, foriero di problemi, di sensazioni di insufficienza, di dubbi di incapacità e ansie di essere sostanzialmente illeggibili, noiosi o rinunciabili, tanto da provocare talvolta il sostanziale abbandono degli strumenti di scrittura.
Scrivere… È diventata una piccola mania, sostanzialmente innocua, soprattutto se paragonata ad altre passioni come la caccia o la droga, ma che può creare non pochi problemi in chi la pratica. 
È vero, si scrive per se stessi, o almeno così pare, ma il dato di fatto è che dopo un certo numero di righe scritte e di racconti, raccontini, elzeviri, componimenti, fulminanti ritratti, commediole o poesie ci si convince di saper scrivere e si comincia a cercare dei lettori che possano confermare questa nostra convinzione col tempo divenuta più salda. 
Il tempo che determina questo autoconvincimento è variabile in rapporto alle persone e ai caratteri: si va da coloro che inseguono i vicini di casa per una lettura dopo aver scritto due (2) cartelle, a coloro che lo fanno dopo aver scritto perlomeno un racconto, a coloro che osano chiedere una lettura del loro romanzetto, fino a coloro che scrivono due o tre romanzi delle dimensioni della Recherche e si limitano a dichiararlo nei social media, senza chiedere alcunché a nessuno. 
Personalmente rientro nella terza categoria, "coloro che osano… con un romanzetto", e il problema è che, personalmente. sono drammaticamente convinto di essere un vero genio della scrittura. 
Nei giorni fausti. 
O di essere una mezza calzetta indegna di una lettura che vada oltre una mezza paginetta. 
Nei giorni infausti. 
Premessa. 
Negli anni '80, dopo aver abbandonato giocoforza il sax e il jazz – causa perdita sala prove – mi sono "accontentato" di scrivere, dopo qualche faticoso (e grottesco) tentativo di poetare. Sicché in sette - otto anni ho scritto un mostro – prima a mano, poi su macchina da scrivere, quindi con un programmino autoprodotto su TI 99 e infine su un M20 Olivetti – che sfiora le 900 pagine e che sto riguardando in questi giorni. Un'impresa che mi porrebbe di diritto nella categoria 4, se non fosse che… Già, mentre componevo il mio personale monumento alla scrittura, ho scritto anche racconti di vario genere e con quelli ho cercato di guastare la vita e corrompere i gusti di creature che avevano come particolare difetto quello di condurre un qualsivoglia rapporto con il sottoscritto.
 

 
Tra le altre cose ho anche partecipato a un concorso, incitato da un mio collega di lavoro – era il 1990 – ottenendone un piazzamento e la pubblicazione. Il mio collega, che aveva inviato a sua volta un racconto, non ottenne nulla e metaforicamente mi tolse il saluto. Il dato principale è che in questo modo trovai una sorta di ammissione al grado più basso di scrittorìa: quello di volenteroso apprendista. A quello seguirono altre partecipazioni a concorsi vari con posizioni più o meno lusinghiere. La scrittura stava gradualmente diventando un mestiere… Capitolo a parte la partecipazione al concorso per il Premio Calvino: inviai due volte lo stesso romanzo con qualche modifica (quello che, una volta modificato, si può trovare qui) con esiti nel primo caso decorosi, nel secondo – dopo aggiunte e revisioni – con risultati catastrofici. Diciamo che è stato il primo caso nel quale ho incontrato un "intellettuale" di sinistra puro-e-duro che non arrivò nemmeno a capire che la Rote Armee non era l'Armata Rossa sovietica, accusandomi larvatamente di essere un rottame nazistoide. Errore mio, temo, e delle mie sciagurate passioni per la storia del XX secolo e per lingua tedesca. Ma l'episodio mi segnò profondamente, anche se sul momento affettai indifferenza, mostrandomi come esista una differenza sensibile tra ciò che si crede di scrivere e ciò che viene letto come esiste tra ciò che si è ritenuto di scrivere e ciò che viene realmente letto
Un particolare poco importante? No, non è così. 
Come risolvere il problema? 
Beh, se avete una risposta sono prontissimo ad ascoltarla. 
 

 
Il dato di fatto è che questa discrasia (chepparolone...) mi ha inseguito nel tempo, sia partecipando alle tre o quattro presentazione messe in piedi per l'uscita da CS_libri della mia prima antologia, «In controtempo» che in seguito, scoprendo immancabilmente che esistevano fratture, malcomprensioni – non solo, talvolta sovracomprensioni, attribuendo alle mie parole significati ulteriori mai da me sospettati – che rendevano il mio testo diverso da come intendevo fosse compreso. «Normale», direte voi, «In fondo è successo a tutti gli scrittori». Molto vero, ma in ogni caso almeno sorprendente per chi allinea un flusso di parole in un testo. 
O in un cesto, parlando di misunderstanding.
Ma se la malcomprensione di un testo scritto può sabotare – più raramente esaltare – la vostra "poetica", le cose non vanno meglio parlando dell'esercizio stesso di scrivere, ovvero il tempo che – in uno modo o nell'altro – si dedica alla fatica della scrittura. 
Qualcuno, a occhio direi Giacomo Leopardi, parlava di "sudate carte", frase che quando iniziai a scrivere mi sembrava un'iperbole, sia pure letterariamente deliziosa. Senonché… 
Quando iniziai ero effettivamente contento come una pasqua di trovare un po' di tempo per la mia "passione", scrivevo quando potevo: la mattina prima di andare a lavorare; all'ora dell'intervallo con un panino in mano; dopo cena e, ovviamente, di domenica. 
Il problema è che il vasto mondo non gradiva particolarmente le mie creazioni, pur essendo io tutto sommato abbastanza ritroso nel rifilargliele. Sicché il mio iniziale entusiasmo cominciò a diventare più cauto, più faticoso, più ponderato. Al semplice lavoro di allineare una riga dopo l'altra cominciò a rendersi necessario una seconda fase, nella quale rivedevo il testo, lo ripulivo, lo emendavo, in qualche caso lo eliminavo, anche se, meditabondo, non gettavo via il testo scartato. Con il tempo alla seconda fase ne subentrò una terza e poi ancora il lavoro di riprendere in mano il testo una volta "raffreddato". 
 

 
Le conclusioni alle quali giunsi erano che:
1) Il vasto mondo aveva tutte le ragioni di considerare poco il prodotto iniziale del mio genio. 
2) Scrivere era, in realtà, fatto per un decimo di gioia e per nove decimi di pura e semplice fatica.
3) In ogni caso anche il prodotto più o meno finito del mio lavoro mi risultava insufficiente o mal scritto e dovevo impedirmi di rimettere mano anche alla bozze più o meno definitive. 
4) per accontentare i lettori bisognava far sì che un testo rallegrasse in particolar modo loro – pur senza cedere un palmo al midcult – questo anche se, tutto sommato, fosse una faticaccia scriverlo.
Andando avanti con gli anni le cose si sono fatte sempre più ardue. Ormai per scrivere una pagina – 2000 battute spazi compresi – devo scriverne più o meno il doppio – o anche di più – e poi tagliare, cambiare, eliminare, sostituire, cercando di rimanere abbastanza presenti a se stessi. 
Onestamente le affermazioni tipo: «Eehh, scrivere dev'essere soprattutto un piacere» mi lasciano quantomeno perplesso e vorrei rispondere: «No, scrivere è un lavoro e nemmeno dei più rilassanti.»
E qui ritorniamo al punto di partenza, ovvero: "Scrivere o non scrivere?". 
La voce del buon senso mi direbbe: «Ma per carità. È già troppo pieno di poveretti che si affannano a scrivere, oltretutto in italiano, una lingua sfigatissima: poco parlata e ancor meno letta. Fai altro: leggi, studia, scrivi recensioni, gioca a frisbee o a ping-pong, fai correre il cane e fai dispetti al gatto, fai videogiochi o smonta e rimonta computer per il piacere di farlo, ma NON scrivere.»
Una parte di me, quella probabilmente più antica, o più infantile, o più vanesia, ribatte: «Scrivere è vitale per un pirla come te. Devi farlo indipendentemente dal numero di lettori che riesci a raggranellare: per il semplice piacere di soffrire. Fatica e sarai contento: in fondo non hai padroni né servitori. E hai un sacco di tempo libero, ora che non lavori più.» 
Vero. 
In più c'è il fatto che posso lavorare senza guadagnare nulla di serio (a titolo di esempio, l'ultimo bonifico mensile a mio favore per un testo pubblicato è stato di € 5,98), un'attività che, considerando il mio lavoro precedente, con stipendi che arrivavano un mese sì e uno no, non mi turba. 
Quindi penso che continuerò a scrivere. Magari perdendo tempo prima, dopo e mentre, ma continuerò a scrivere. 
Ma il tema non è esaurito, penso che scriverò ancora di me che scrivo. Se non vi interessa – probabilità tutt'altro che remota – potete tranquillamente ignorarmi, in fondo Internet ha di bello proprio la possibilità di ignorare bellamente praticamente tutto. 
Alla prossima!
  


 



 


 
 
 


24.12.21

Letture in un periodo complicato


 
Come si sarà capito – anche perché devo averlo detto millanta volte in questi mesi – in questo periodo ho avuto non poche cose da fare, prima tra tutte un terrificante TRASLOCO dalla mia ampia casa di via Ellero a una casa più piccola, anche se dotata di un ampio terrazzo (ahimé poco utilizzabile in questo periodo pre-invernale), un lavoro che ha richiesto il contributo delle mie ormai scarse forze, con inevitabili conseguenze a carico della mia schiena. 
Adesso, sistemato nel nuovo studio, circondato da un numero esagerato di libri che devo tuttora terminare di riordinare, posso anche dedicare un minimo di tempo alle mie più recenti letture, condotte in un periodo decisamente agitato, a volte lette in stanze praticamente vuote (nella vecchia casa) a volte letti nella nuova casa, cioè circondato dagli scatoloni. 
Il primo di cui parlerò, che è anche il penultimo letto, è Klara e il sole di Kazuo Ishiguro, ed. orig. e traduzione italiana del 2021, per Einaudi, a cura di Susanna Basso. Buon libro? Senz'altro, anzi direi ottimo, ma tenendo conto di alcune avvertenze e modalità d'uso. La scelta del punto di vista, innanzi tutto, quello di Klara un androide di classe AA (Amico Artificiale) ad alimentazione solare, il più recente nella classe delle IA da compagnia. Klara ha una mentalità quantomeno curiosa – ed è strana la sensazione di potersi immergere nei pensieri di una creatura artificiale, come in quelli di un personaggio umano –, è ingenua ma anche acuta, gentile ma cauta, ansiosa di essere adottata da una famiglia umana ma nel contempo comunque affezionata ai suoi "compagni", gli altri AA che affollano il negozio.
Quando viene "adottata" dalla quattordicenne Josie, Klara si trova inserita in una famiglia disfunzionale, con la madre impegnata fino al collo nel lavoro e separata dal padre, Josie in condizioni di salute non buone e che ha perduto una sorella di recente – perdita che è diventata una fissazione pericolosa per sua madre –, e una donna di servizio, Melania, che non perde occasione per dichiarare il suo odio per qualunque genere di androidi.
Ciononostate Klara si dedica con passione e una buona dose di curiosità alla compagnia di Josie, divenendone quanto di più simile a una vera amica. Ben presto compare Rick, amico di Josie – e forse qualcosina di più che un semplice amico – con il quale la nuova amica di Klara trascorre i pomeriggi studiando e/o chiacchierando mentre l'androide la ascolta, ben felice di quell'amicizia che sembra liberarla dall'ombra della malattia. Ma non fila tutto come dovrebbe, la madre di Josie, anzi Madre, che la mette a parte di un suo sogno disperato, Melania che accenna a rischi e pericoli che la quattordicenne corre, il padre della sua amica che si rivela persona inattesa, Rick, con il quale Josie sembra avere rotto il rapporto e Mr Vance e Capaldi, il primo una vecchia conoscenza, il secondo un individuo oscuro ed enigmatico. Confusa, ma sempre decisa Klara si impegna per ricucire la situazione e per recuperare Josie, caduta nella medesima malattia che ha ucciso la sorella, e ci riuscirà, anche se a un prezzo troppo elevato.
Come dicevo all'inizio di questa recensione il punto di vista di Klara è l'elemento vincente di questo curioso e singolare romanzo. Il suo punto di vista "innocente" e senza peccato, simile a quello di un ipotetico "selvaggio" spedito suo malgrado nel nostro mondo con una missione non facile, e che aggirarandosi tra noi, evidenzia per contrasto una realtà spaventosamente competitiva, dove il miglioramento tecnico e genetico ha un ruolo crescente nell'organizzazione umana e dove la semplice compagnia di un androide destinato a immolarsi può essere l'elemento vincente di un scontro che, al di là dei modi perfettamente urbani esibiti dagli esseri umani in ogni circostanza, è in realtà feroce e disperato. Un romanzo davvero notevole che sembra viaggiare a lungo in souplesse ma che quando colpisce fa davvero male. 

Se guardassi meglio le nuvole scure mi accorgerei che non sono di fatto in scala rispetto alla Madre o alla cascata. Cionostante questi ricordi compositi mi hanno talvolta invaso la mente in modo così vivido da farmi scordare per parecchio tempo che in realtà sono seduta nel Cortile, sulla terra dura.
 

 

Cambiamo completamente autore anche se non completamente genere – con tutto che, personalmente, non sono abituato a dividere i libri in genere. Kij Johnson è un autrice statunitense la cui produzione tradotta in italiano è formata da un racconto (Battibecco) uscito su un numero della rivista Robot, da un romanzo breve, Quel ponte sulla bruma, del 2011, edito da Delos nel 2020 e La ricerca onirica di Vellitt Boe (2016), pubblicato da Edizioni Hypnos.
Sinceramente, avendo letto i due romanzi sopra citati, non posso dire di impazzire per la nostra Kij, ma si tratta di un'autrice comunque interessante, piacevole e curiosamente gradevole nel raccontare le strane vite dei suoi personaggi. Molto probabile che ciò che è disponibile in Italia dia soltanto un'idea quantomeno molto parziale della sua produzione che vede come costante della sua estetica la mitologia giapponese, in particolare quella centrata sulla figura della Kitsune, la donna-volpe.
La ricerca onirica di Vellitt Boe (the Dream-Quest of Vellitt Boe) riprende i temi di The Dream-Quest of Unknow Kadath, di H.P.Lovecraft, scrivendone una versione al femminile, ambientata nella Terra dei Sogni e riutilizzandone luoghi, mostri e dei, dai ghoul dell'amato HPL al deserto di Leng alla città di Celephais. Vellitt Boe è un'insegnante del collegio femminile di Ulthar che parte alla ricerca di Claire Jurat, una delle sue migliori allieve, presumibilmente fuggita dalla Terra dei Sogni per raggiungere il Mondo della Veglia, passando attraverso la Soglia del Sonno Profondo, posto sul monte Hatheg-Kla. La Boe si mette alla ricerca della giovane, conscia della sua importanza per preservare l'equilibrio del loro mondo. Dopo diverse avventure, vari incontri e scontri con i mostri che montano la guardia al confine tra i due universi, Boe riesce infine a ritrovare Claire nel Mondo della Veglia e la convince a riprendere il suo posto nella Terre dei Sogni, anche se la sua impresa non sarà indolore per lei. 
Indubbiamente piacevole, soprattutto per la tendenza sorprendentemente imprevedibile di raccontare la vicenda valendosi di un registro volutamente dimesso, quasi familiare o – volendo – minimale, ovvero agli antipodi di ciò che avrebbe scelto Lovecraft. Con tutto ciò il romanze breve si legge con piacere, tenendo compagnia al lettore anche nei momenti più intricati e complessi. E probabilmente è proprio questo modo inatteso di raccontare un mondo e una vicenda ambientati in un universo profondamente alieno, inventato dall'autore di Providence, ad aver fruttato a Kij Johnson il World Fantasy Award 2017.
 

 
Vincitore dei Premi Hugo e Nebula edizione 2012 è stato The Man Who Bridged the Mist (Quel ponte sulla bruma), pubblicato in Italia nel 2020. Vi si narra di un fiume che taglia in due l'Impero e «che non è come tutti gli altri fiumi. Nel suo letto non scorre acqua, ma Bruma: una sostanza strana, forse viva, […] corrosiva e imperscrutabile».
A costruire il ponte che unirà in maniera definitiva le due metà dell'Impero viene chiamato Kit Meinem di Atyar, un architetto giovane anche se non alle prime armi. Il suo rapporto con il fiume di Bruma – e con la gente che vi ha a che fare quotidianamente, in primo luogo i traghettatori – diventa ben presto prevalente rispetto a qualunque altra abitudine quotidiana. Kit passa il tempo a studiare la Bruma e a valutare nuove soluzioni per la costruzione, cercando di stabilirne la natura profonda, e valutando le diverse voci della gente che vive sul fiume di Bruma, dei pescatori e della fauna che la popola, dei piccoli pesci e dei grandi pesci, forme oscure che talvolta compaiono davanti o sotto il piccolo traghetto che lo conduce da un lato all'altro del fiume. 
Il suo rapporto con gli abitanti delle due rive del fiume di Bruma finisce per complicarsi – o per avere una svolta positiva – quando Kit si innamora (quasi fatalmente) di Rasali de'Barcaioli di Trasbruma che così ragiona di se stessa:

[…] Amo e odio questo tuo ponte. Mi struggerò per la bruma, per il bisogno di attraversarla. […] Se avrò una figlia, non dovrà prendere la decisione che è toccata a me. attraversare la bruma e morire, o restare al sicuro su un lato del mondo e non vedere mai l'altro. Perderà qualcosa. Guadagnerà qualcos'altro. 

Un libro indubbiamente gradevole ma nel quale si avverte la mancanza di una rottura, di un momento di crisi reale che permetta di ripensare l'intera vicenda e la situazione di Kit e degli abitanti sul fiume. L'ho letto attendendomi – probabilmente in maniera infantile – che i misteriosi grandi pesci della Bruma assalissero gli abitanti e lo stesso Kit o Rasali o che il ponte crollasse nel fiume non appena terminato. Nulla di tutto ciò, solo qualche vago dubbio e una tensione che attraversa il testo senza sfociare in qualcosa di descrivibile. Rimane la storia dell'architetto Meiner, dei suoi dilemmi nella costruzione e del suo contrastato rapporto con la barcaiola Rasali: una piccola storia che può divertire il lettore anche se non riesce mai a condurlo altrove.  
 

 
Specchi neri di Arno Schmidt è un libro scritto nel 1951 ed è «il pannello conclusivo del trittico Nobodaddy's Kinder». Scritto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale narra di un paese reduce da una sconfitta non soltanto militare ma soprattutto epocale  e di civiltà e lo trasfigura in una terra che – insieme al resto del mondo – ha subito un attacco atomico lasciando a vivere sulla terra soltanto pochi individui, separati e senza speranza. Il protagonista, un giovane intellettuale, ateo, disincantato, esaltato da una situazione estrema, vive in un eterno presente, cercando da un lato di accantonare risorse per il futuro – cibo, combustibili, oggetti, abiti – dall'altro ridendo sulla quantità di oggetti lasciati da un'umanità scomparsa, oggetti che testimoniano la vacuità della sua esistenza. Il giovane «si aggira in luoghi che fanno parte della privata geografia dell'autore, e ragiona a freddo sul passato e sul presente […] percorre un itinerario orientato dagli incerti della sopravvivenza e dalla ricerca più o meno consapevole di altri superstiti.»[dalla presentazione in seconda di copertina].
E gli accade di incontrare una superstite, Lisa, una ragazza armata, spinosa, imprevedibile. Ma nonostante la situazione i due non divengono i nuovi Adamo ed Eva, lei si concede qualche giorno di riposo per poi ripartire: 
 
«Domani me ne vado : forse sono ancora in tempo prima di adagiarmi nelle comodità. Tu sei troppo forte per me. […] con te – non so come dire – mi faccio più pesante, più classica […] però nessuno può cambiare la propria natura. 
 
Il protagonista, lasciato da Lisa che gli fa soltanto qualche vaga promessa di ritornare, rimane l'ultimo uomo, solo in un bosco per sempre silenzioso.
Specchi Neri non è un libro consolatorio né vuole esserlo: Arno Schmidt «non si illuse sull'attitudine dell'uomo di essere nemico all'uomo e al mondo» e consegna il protagonista / alter ego a una solitudine da ubriaco senza nessuna speranza di un risveglio da sobrio. Ad accompagnarlo frammenti di storia della letteratura, di filosofia, di fisica, di narrativa, di matematica, oltre a giochi di parole e variazioni assurde sulla lingua, evocati e ripetuti senza un ordine preciso, che si sommano e si confondono a costituire un metamondo nel quale il giovane può illudersi di poter sorridere ancora. Veramente notevole il lavoro che l'editore, Lavieri, e il curatore, Domenico Pinto, hanno costruito per dare a Schwarze Spiegel un metatesto che potesse spiegarne lo strano andamento e i continui riferimenti ad altre opere ed altri autori – prova ne sono le numerose pagine di note al testo da pagina 79 a pag. 97. Altrettanto degna di lettura la postfazione dello stesso Pinto, Per speculum. Da segnalare, infine, la bibliografia di Arno Schmidt, riportata in calce al volume, insieme alle carte geografiche della zona della Bassa Sassonia dove si muove il protagonista. 
Un volume che non è facile accostare ma che merita davvero la lettura e una rilettura attenta e partecipe. Evidentemente imparentato a La Nube purpurea di Matthew Shiel e a Dissipatio H.G. di Guido Morselli, il libro di Shmidt possiede la caratteristica di una macabra giocosità che si sostanzia nella sua apparente allegria, nel suo piacere di ridere delle minime fissazioni di un'umanità ormai coniugabile soltanto al passato. Ultimo particolare, tutto sommato trascurabile per un lettore che non pratichi la lingua tedesca, è come sia sorprendente l'elasticità e la variabilità di una lingua che si ritiene solenne e rigida: un ulteriore motivo, almeno per alcuni, per leggere Specchi oscuri.
 
 
Alien Virus Love Disaster di Abbey Mei Otis, è un'antologia uscita in edizione originale nel 2018 e tradotta in italiano – a cura di Chiara Puntil e Chiara Reali – da zona42. Abbey Mei Otis è «cresciuta nei boschi del North Carolina e vive a Whashington DC, dove scrive e insegna», praticamente le sole notizie sull'autrice che è possibile rintracciare, a parte qualche accenno alla sua origine asiatica. Scarne anche le notizie che riguardano la sua carriera di scrittrice, in genere limitati a «suoi racconti sono apparsi sulla rivista Tuttolà e sulla rivista Oggiqua.» Tutto ciò detto, – e una volta respinta la tentazione di recludere l'autrice nel recinto di coloro "che hanno seguito un corso di scrittura creativa" – resta il dato di fatto che racconti come quelli contenuti in questa antologia sono assolutamente meritevoli di attenzione e di una lettura attenta e partecipata. 
Il racconto che dà il titolo all'antologia, Alien Virus Love Disaster, è un racconto breve, di una trentina di pagine, e racconta in maniera fredda e malinconica l'epidemia che colpisce una zona di un'anonima periferia urbana che viene isolata e sottoposta a una terapia coatta. A raccontare la vicenda una giovane donna che, per qualche giorno, cerca di resistere alla malattia – nel frattempo scatenatasi con sintomi dermatologici – finendo per cedere o, verosimilmente, per immedesimarsi nel morbo che l'ha colpita: 

«Più che altro ho fatto delle cose perché se no ci sfrattavano o perché c'era un buono sconto […] Ma adesso provo una sensazione nuova, come se qualcosa si fosse allentato e io nemmeno sapevo fosse stretto. Come se la corrente più leggera di sempre fosse arrivata a portarmi via. Come se non dovessi più preoccuparmi di niente […], perché prima di andare via farò qualcosa di bellissimo. »

Lunatici è la storia di un gruppo di originari del nostro satellite, scesi a lavorare sulla Terra e che devono affrontare le conseguenze della loro origine su un corpo planetario con una gravità pari a 1/6 di quella terrestre. Come ognuno di loro affronta la sopravvivenza sul nostro pianeta, l'intolleranza dimostrata da alcuni nei confronti dei "Lunini", le condizioni di lavoro non particolarmente favorevoli e l'isolamento sono raccontati in una trentina di pagine, scabre come una parete di roccia. Se potessi essere il dio di qualcosa è la vicenda di un gruppo di ragazzi che ritrova un robot scartato in una discarica e si illude per un istante di poter partecipare al delirio tecnocratico del mondo nel quale vivono. Maestra è l'incarnazione dell'incubo di qualsiasi giovane insegnante alle prese con una classe della periferia: «Quando nasco, sono povera. Oggi, sono povera. Quando muoio, sono povera.». Sangue, sangue racconta dei combattimenti corpo a corpo che giovani umani inscenano perché interessano agli alieni, creature mai descritte che attraversano e condizionano le vite di tutti, Cripte del sesso per persone tristi è la vicenda di una prostituta dedita a un tipo molto particolare di pratica sessuale, basata su un'assoluta solitudine, Non è una storia di alieni racconta di un alieno di tipo particolare che alcuni ragazzi non riescono a salvare – racconto tristissimo, per la cronaca, Fidanzatina, ovvero come può funzionare (o no) un rapporto tra due appartenenti a specie diverse e con genitori invadenti. Mi spiace che vostra figlia sia stata mangiata da un puma è un racconto bizzarro, incentrato sulla percezione vaga e incompleta del rapporto tra la vita e la morte, I ricchi... beh, per dare un'idea del racconto è sufficiente una frase presa dal racconto di un assurdo gioco sociale: «Il mio pollo ha capito che niente di quello che avrebbe potuto dire l'avrebbe reso diverso dai polli ricchi. Non c'era opinione che avrebbe potuto esporre più estrema di quelle che loro avrebbero potuto adottare per moda». Il penultimo racconto, Se vivessi qui ti avrebbero già sfrattato, parte da un'idea apparentemente assurda, l'uccisione della madre da parte dei figli per poter mantenere il possesso della propria abitazione, per evitare che questa diventi la sede di una supermercato, ma leggendo la sensazione di vivere in un mondo assurdo impallidisce e si finisce per augurarsi che l'assassinio e gli assassini siano compiuti e che la vecchia casa rimanga di proprietà dei figli. L'ultimo racconto, Megasballo casalingo definitivo Vol.4, è una piccola storia di periferia con un finale amaro ma che merita leggere soprattutto per lo stile suggestivo e insieme incisivo dell'autrice: un piccolo capolavoro. 
Leggere questa antologia mi ha convinto una volta di più che non esistono generi definiti – fantascienza mainstream, romance, fantasy, weird, horror ecc. ecc. – quanto autori, le loro parole e il loro modo personale di accostarle, combinando incontri e scontri tra loro, fino a ottenere un'immagine inattesa della realtà. Volendo cercare un "difetto" nella scrittura di Abbey Meri Otis emerge più che altro un dubbio: riuscirà l'autrice a non rendere la periferia definitiva da lei raccontata un canone, un modo tanto abituale di narrare da finire per scivolare via dalla visione del lettore? Per il momento questo pericolo. comunque, non esiste. 
 
 
Ultimo libro per questo giro: Cronorifugio di Georgi Gospodinov, Voland 2021 [Ed.or. 2020]. Che cos'è un "cronorifugio"? «Una "clinica del passato" dove [Gaustìn] accoglie quanti hanno perso la memoria per aiutarli a riappropriarsi dei loro ricordi. Ogni piano dell'edificio riproduce nei dettagli un decennio del secolo scorso, e la prospettiva di un confortevole rifugio dal presente finisce per allettare anche chi è perfettamente sano.» [dalla quarta di copertina].
Apparentemente il romanzo è basato sulla ricerca, condotta da Georgi Gospodinov, del mitico Gaustìn, inventore e conduttore della bizzarra clinica, il cronorifugio. Ma Gaustìn non è realmente scomparso, al protagonista / autore capita di incontrarlo in più occasioni, nella sua clinica, «negli anni '40, a primo piano.» o riceve una sua telefonata, o lo incontra «nello studio anni '60», o legge suoi appunti, frammenti, considerazioni mentre l'intero mondo sembra perdere il filo del tempo che cambia e procede, ognuno cercando di rientrare nel proprio tempo preferito e rifiutando ogni cambiamento. Così è anche per Gospodinov, costretto a rivivere le giornate meno gloriose della sua patria, la Bulgaria, e a viverne e riviverne la concitazione, il dubbio, l'incertezza fino al ritorno al vecchio regime, «quasi che per trent'anni avessero atteso con pazienza il ritorno di quei tempi».
Il filo del tempo spezzato si ripresenta in mille occasioni, racconta tanti diversi momenti del passato personale e comune, nello stile volutamente minore di Gospodinov, capace di rendere una vicenda confusa, assurda e vagamente ridicola anche l'invasione tedesca della Polonia. La voce dell'autore accompagna gentilmente il lettore nei mille rivoli di un passato che non è passato e che non vuole passare, come se tutto il nostro tempo trascorso fosse a un passo da noi, un fantasma ilare e folle che non ha nessuna intenzione di scomparire. 
Un libro del quale consiglio volentieri la lettura: è stato il tipo di testo che desideri tornare a casa prima per leggerne un altro po' e mentre sorridi dei modi rilassati e del registro sottilmente satirico di Gospodinov, ti rendi conto forse per la prima volta che il tempo passato – di ognuno e di tutti – è appena dietro la porta, pronto a ritornare, calmo e suadente, per fornire un rifugio dal presente e, peggio ancora, dal futuro. 
E con questa volta mi fermo qui, anche perché temo di aver superato la lunghezza normale di un post. Per la cronaca ho ancora da recensire otto-libri-otto ai quali dovrei aggiungere La chiocciola sul pendio di Arkaij e Boris Strugatskij, recentemente stampata e tradotta dalle edizioni Carbonio e che, naturalmente, non potevo lasciarmi sfuggire. Alla prossima e BUONE FESTE (e buone letture) A TUTTI!



 



 

30.11.21

Alcune vecchie conoscenze


Con la fine di novembre ho finalmente pubblicato un nuovo volume della collana «ALIA Arcipelago», un testo probabilmente noto a chi mi segue da tempo, ma ignoto al resto dell'umanità, perlomeno italiana. Parlo di «S.L.A. Due storie da un altro tempo» apparso oggi in formato di e-book e presto disponibile in formato cartaceo. 
Il contenuto è formato da un romanzo breve, «Zero», seguito dal racconto «Olimpia e il turco», ovvero due vicende entrambe ambientate nel mondo di U.K.R., il mondo dove il fascismo italiano non è mai caduto, la Germania nel 1921 è diventata la patria del comunismo internazionale ed è stata sconfitta negli anni '30 con la Grande Guerra Anticomunista e la persecuzione di ebrei ed immigrati è cominciata soltanto negli anni '70, con il nuovo governo germanico di estrema destra.
In Zero a essere esplorato è il tentativo delle "creature" sopravvissute alla guerra – che ovviamente non descriverò qui – di entrare a far parte della vita quotidiana degli esseri umani, mentre Olimpia e il turco è ambientato nel corso della guerra degli anni '30 e, nuovamente, ha a che fare con il medesimo tentativo. 
Sono molto affezionato al mondo di U.K.R., nonostante le osservazioni, più o meno velate, di aver voluto presentare un fascismo redivivo e meno pericoloso di quanto lo sia stato in realtà. Lo sviluppo del fascismo nel mondo di U.K.R. ha in realtà subìto la presenza di una potenza comunista ai propri confini e nel clima generale degli anni '30 e nel fascismo italiano, alleato di Francia e Gran Bretagna nel corso della guerra, si sono affermate componenti non influenzate dal nazionalsocialismo. In fondo non esiste un copioso carteggio tra Churchill e Mussolini? Di questo rapporto speciale tra fascisti italiani e conservatori inglesi ha parlato Paul Menard nel suo «1938, la distruzione di Parigi» un "saggio" di Ucronia pubblicato nel 1984 da Frassinelli. Inevitabile ammettere, da parte mia, la simpatia e la risonanza con il saggio di Paul Menard. 
In ogni caso, per chi volesse leggere S.L.A in formato e-book (.epub) potrà farlo collegandosi con il sito di LN-LibriNuovi  a questo indirizzo: o, per il formato kindle al sito di Amazon Italia. Il prezzo del formato e-book è di € 2,99, del formato cartaceo di € 9,99 e del formato rilegato con copertina rigida di € 12,00. 
Buona lettura!