7.7.18

Questo è un discorso aperto su FB…


… e che ho promesso di riprendere anche sul blog. 
Una piccola premessa: ciò che apparirà in questo post non ha nulla a che vedere con qualunque riferimento al mio livello attuale di scrittura. In sostanza qualunque riflessione o osservazione su me stesso sarà condotta puramente e semplicemente sui motivi profondi della scrittura e non sul modo più o meno corretto e ragionevole di disporre le parole, le frasi, la punteggiatura (ah, la punteggiatura…), i ritorni a capo, gli incisi, il monologo interiore, il backup, la metonimia…
Aggiungo che saranno sostanzialmente due chiacchiere in libertà, su un hobby particolarmente interessante (per me). 
«A parte il Lego»
Sht, sht, silenzio. Non è…
«Prova a dire che non è vero.»

Allora. 
Parliamo del mio hobby PREFERITO, ovvero scrivere righe dopo righe per mettere insieme, costruire e infine disporre in bell'ordine racconti, romanzi e altre cose simili. 
Ciò che ho scritto su FB è stato: 

«Il fatto è che scrivo, con alterna fortuna, ma non è questo il punto. Il dato interessante – perlomeno per me – è quando avevo tra i trenta e i quarant'anni scrivevo come se non esistesse un domani.Ricordo di aver scritto un romanzo in tre mesi, di aver condotto una prima stesura di seicento pagine per un fantasy (NON tolkeniano) interminato e impubblicato, altri tre lunghi romanzi di sf, dozzine di racconti, una sceneggiatura e sicuramente dimentico qualcosa. E, all'epoca, lavoravo per una decina di ore al giorno e con ritmi che non mi permettevano di scrivere qualcosa in libreria.
Adesso, una volta superati i sessant'anni per scrivere una (1) pagina mi ci vuole almeno un paio d'ore, tre ore contando le correzioni che faccio a ritroso sul testo. Per scrivere un racconto mediamente lungo (cinquantamila battute) ho speso la bellezza di sei mesi e, per la verità, non lo considero nemmeno terminato da un punto di vista formale. Una volta scrivere era una gioia e una liberazione ed ero ansioso di far sentire a chi aveva la relativa fortuna di conoscermi un brano delle mie sudate carte (
sic), mentre adesso scrivo soltanto dietro pressione da parte del mio famoso SuperIo e non leggerei una riga di qualcosa di mio a nessuno, a meno di considerarla in qualche modo terminata.
Sono diventato più saggio o mi sto allegramente rimbambendo? 
»

Il megapippone continuava poi elogiando un certo numero di autori che mi sono particolarmente cari e che ammiro senza riserva e sottolineando il valore di hobby e/o passatempo per la scrittura, una volta stabilito oltre ogni limite ragionevole che guadagnare all'incirca in media 200 € / anno mi permetterebbe di sopravvivere per pochi mesi in qualche sperduta isola dell'Oceano Indiano ma certo non in Europa. 
Quindi non essendo uno scrittore in senso proprio, posso autodefinirmi un libero autore, decente come estensore di storie, ma non un professionista. 

Solo un piccolo chiarimento prima di proseguire, anche per rispondere a un'osservazione particolarmente interessante nata dalla discussione avvenuta su FB. Non posso onestamente dire di aver perduto la passione per la scrittura con il trascorrere degli anni, semplicemente (e qui tocco un altro aspetto interessante della discussione) mi rendo conto che altri hanno dedicato molto più tempo (o molto più impegno) di me a tale esercizio ovvero – e qui tocco un altro aspetto molto delicato – erano semplicemente molto più dotati di me nella scrittura. Ovvero avevano un maggior talento. O semplicemente avevano talento mentre io non ne ho. 
Il Talento, una delle aporie assolute che appaiono in forma quasi clandestina, pronunciata a bassa voce in qualsiasi gruppo di Scrittura Creativa, l'elemento che è bene non citare, lasciando che ognuno si illuda di possederlo, mentre si spendono parole per glorificarlo. Uno dei vantaggi del tempo che passa è lo scolorarsi del terrore di non possedere talento. In realtà un'onesta applicazione può surrogarlo con una certa efficacia, si scopre, e si arriva a pensare che il talento può non essere definitivo, che può apparire in certe storie e scomparire in altre, che una storia talentosa la possono scrivere in molti, ma da questo a durare nel tempo ce ne corre. E ciò che si apprende – con sgomento – è che la mancanza assoluta non solo di talento ma di semplice capacità di raccontare una storia appena decente e magari un minimo originale è una «dote» che accomuna decine e decine di scriventi, tutti seriamente convinti di aver raccontato una bella storia, agendo sotto l'effetto della suggestione di storie viste al cinema, su striscie o (molto raramente) in racconti o romanzi. Leggere e rileggere un racconto o un capitolo del nascituro romanzo continuando a trovarla praticamente perfetta è la maledizione di chiunque scrive, compreso il sottoscritto.  L'unica soluzione è quella di nascondere il manoscritto – anzi farlo nascondere da una persona fidata – pregandola di restituircelo soltanto un mese dopo. O due. O tre…


Quello che riporterò più avanti è un brano tornatomi in mano in questi ultimi mesi, parte del primo romanzo che scrissi «seriamente» a un'età compresa tra i venticinque e i trent'anni.


Kreb si alzò in piedi a sua volta, pallidissimo: – Il Conducator non se ne andrà. – La voce del Vicario aveva una sfumatura sovracuta, come nell'imminenza di un attacco isterico: – L'ho invitato io, IO! Se viene allontanato lui, io lo seguirò. Io sono il Vicario e posso apportare cambiamenti ad ogni struttura e creare deroghe ai regolamenti!

Chiarisco che si tratta di un brano tratto da una scena a forte impatto drammatico, che cambierà l'ordinamento politico del governo da un status autoritario – ma che permette la sopravvivenza di un'opposizione politica – a una brutale dittatura militare. 
Aggiungo che uscivo in quegli anni dall'esperienza (catastrofica) della Nuova Sinistra e, reduce da un viaggio in Polonia, mi proponevo, scrivendo, di denunciare «ogni forma di dittatura», dal capitalismo selvaggio al socialismo di stato, tanto è vero che il pianeta dove si svolge la vicenda ha non pochi punti di contatto con uno dei paesi del «socialismo reale». 
Ultimo particolare, nella faticosissima riscrittura di questo romanzo – che non so se vedrà mai la luce – le quindici / venti pagine raccontate saranno eliminate, e non perché abbia cambiato idea politica ma semplicemente perché raccontare una vicenda complessa come un colpo di stato puntando su pochi «caratteri», sia pure esasperati, semplicemente non funziona, né può funzionare. 
Perché?
Rispondere non è facile e, almeno in parte, mostra quanto profonda sia la convinzione della possibilità di utilizzare in modo retorico una narrazione, ovvero di convincere i lettori di una causa che si ritiene urgente e importante.
Ho profondo rispetto per la retorica come strumento di dibattito, ma ne ho ben poco per il suo utilizzo in campo narrativo. Ho vissuto abbastanza anni per rendermi conto che anche coloro che vedono il mondo in modo antitetico al mio hanno bisogno di un lungo percorso – in realtà non troppo diverso da quello che dovrei compiere anch'io – perché arriviamo a condividere un'analisi e una conclusione. La narrativa è un ottimo strumento di ascesi ma un pessimo strumento di convinzione e non si dovrebbe scrivere sapendo esattamente dove si vuole giungere


Il brano riportato, a parte i suoi difetti di carattere stilistico, ha il grosso limite di cercare di indurre il lettore a schierarsi, non facendo appello a quel substrato di emozioni, ricordi, intuizioni, complicità, comprensioni e riflessioni che tutti condividiamo, ma solamente al nostro io quotidiano, quello che ci fa giudicare frettolosamente il mondo per categorie.
Un racconto o un romanzo non sono un volantino né un volantone e le nostre buone ragioni hanno bisogno di un soccorso più profondo, più intenso per risultare credibili, facendo appello alla nostra carità per costruire un teatro dei sogni che possa interessare anche chi non condivide le nostre idee.  
Direi che a questo punto è forse più chiaro perché un tempo «scrivere era una gioia e una liberazione» mentre ora è divenuta una fatica autoimposta, una chiamata alle armi della coscienza e comunque non una facile e ardita discesa in campo contro gli incubi. 
Ciò che scrivo adesso non è affatto detto sia migliore, più godibile o più comprensibile di ciò che scrivevo un tempo ma, pur restando una gioia profonda, mi obbliga a riflettere e a cercare di comprendere. Come risultato sono diventato molto più lento nella scrittura e paradossalmente molto più spietato, ma sono arrivato a credere nella complessa innocenza feroce dei miei personaggi, esattamente come credo nella mia. 
In ogni caso posso dire che compiere tutto questo percorso mi è stato utile.
Il che non è poco, in fondo.  






20.6.18

Ma cosa perdi tempo a leggere… Vai su un social e maltratta qualcuno


Dopo aver letto il mio post precedente immagino che siano molti (molti in senso del tutto relativo, come dire che 4 è la gran parte di 6) che sospettano che in realtà in questi ultimi mesi abbia letto molto poco. In effetti è abbastanza vero, temo di aver letto da fine gennaio a oggi la miseria di sette libri. O forse sei. Insomma di aver fatto ben poco per erudirmi e, oltretutto, di aver tratto assai poco guadagno dalle mie letture.
In compenso ho – credo – ordinato una trentina di libri che, vista la mia età verranno presumibilmente seppelliti con me, nel caso esistesse una vita dopo la morte. Tra questi il libro di Antoine Volodine, Terminus Radioso, il secondo volume della trilogia dei Tre Corpi, La materia del cosmo, l'ultimo romanzo di Clelia Farris, La consistenza delle idee, il romanzo di Stefano Paparozzi, Madre Nostra, senza contare gli Urania, i saggi e un romanzo inedito di poco più di un centinaio di pagine scritto da un torinese, Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino, pubblicato da Frassinelli proprio in questi giorni… Insomma c'è di che esultare sia per Fronte e Retro che per LN-LibriNuovi, se soltanto avrò il tempo di leggerli. 
Intanto, comunque, parlerò dei libri letti, in qualche caso atroci delusioni, in altri delusioni semplici, senza atrocità.

E comincerò proprio con una delle delusioni, sia pure non così dolorosa: I fratelli Friedland di Daniel Kehlmann, Feltrinelli editore, traduzione di Claudia Groff, pp. 270, € 17,00.
Di questo autore lessi e apprezzai debitamente La misura del mondo, che ricordo come una scatenata e assai poco seria biografia del grande Humboldt, perennemente ai ferri corti con la corte prussiana, fatalmente miope e in qualche caso decisamente illiberale. Questo I fratelli Friedland è la vicenda di «un padre disperso e i suoi tre figli», aperta con la scomparsa del padre dopo essere stato ipnotizzato dal Lindemann, un mago di passaggio in città con il suo circo. 
L'ipnosi di Lindemann, infatti, ha bruscamente risvegliato il padre, fino a quel momento scrittore di pochi racconti e sostanziamente nullafacente, spingendolo a cimentarsi davvero con il mondo editoriale e del cui successo i figli saranno informati unicamente per mezzo dei giornali.
I fratelli Friedland sono in realtà due gemelli monozigoti, Eric e Ivan, e un fratello più grande, Martin. Il libro ne racconta la sorte e le vicende, di Martin divenuto pastore senza essere credente, di Eric, genio matematico e di Ivan, pittore senza genio. Ciascuno dei personaggi racconta se stesso in prima persona in capitoli separati, ciascuno di loro ricorda il padre senza riuscire a comprenderlo, ognuno di loro vive una tragedia personale – il vuoto per la mancanza di fede per Martin, la maledizione della mancanza di talento per Ivan (alla quale reagisce in una maniera del tutto personale) e per Eric il fallimento delle speculazioni finanziarie nelle quali si è gettato. Arthur alla fine ricompare e domina l'ultima parte del libro, fino all'ultima predizione condotta da un cartomante che gli rivelerà l'ultimo segreto.
Un libro che si lascia leggere ma che mostra la freddezza di un perfetto meccanismo a orologeria al quale non è facile affezionarsi. L'uso – indiscutibilmente abile – del presente nella narrazione ha il risultato di comunicare una apparente urgenza che però non è sempre calzante con ciò che si racconta. Se la scena di Martin, sorpreso a insidiare una giovane allieva dall'intera famiglia di lei, cane compreso, risulta tragicomicamente efficace, non sempre le vicende narrate hanno una tale cogenza da suggerire modi tanto diretti – la prima persona e un presente stringente – e il risultato è quello di avere un lettore che, anche involontariamente, finisce per staccarsi dalla narrazione e considerarla in maniera esterna.
In sostanza, nonostante i riveriti pareri di Jeffrey Eugenides (riportata in seconda di copertina) e di Jonathan Franzen (in quarta di copertina) non posso che riporre il libro da una parte, giurando a me stesso che lo rileggerò soltanto se non avessi null'altro da leggere. 
Andiamo sul secondo libro letto, Cosmocopia di Paul Di Filippo, titolo originale Cosmocopia, ed. or. 2008, Urania Mondadori, trad. Marcello Jatosti, pp. 144, € 6,50, seguito dai racconti di Lorenzo Davia (Ascensione negata) e di Silvio Sosio (Ripristino).
Partiamo da un aspetto che potrebbe sembrare secondario ma che ha, in realtà, uno spessore notevole. Parlo di Grucciasentina, la creatura che aiuterà Lazorg, il protagonista, a riprendere la sua scalata verso il successo, l'aliena di umili origini, pronta a condividere il poco che possiede con una creatura esotica e, per lei, vagamente oscena.
Ma adesso cercherò di andare con ordine. Lazorg è un grande pittore e illustratore, ma con una grande carriera dietro le spalle. Un ictus l'ha colpito e ha reso il suo rapporto con l'arte difficile e a tratti intollerabile. La domanda che apre il libro: «Riprenderà mai a dipingere?» fatta da un'intervistatrice, è in realtà il tormentone che riempie la sua esistenza successiva all'ictus in poi. Lazorg non è un uomo piacevole: è presuntuoso, con un esagerato concetto di se stesso, brusco, spesso sbrigativo fino alla brutalità e tragicamente (avverbio che non posso spiegare, pena lo spoiler) geloso di tutti i giovani pittori, illustratori e cartoonist che continuano la loro carriera, prendendo spesso spunto dai suoi lavori.
L'incontro con la sua ex-amante, Velina Malaspina, la conversazione e ciò che avverrà sarà decisivo per il misterioso passaggio per un altro pianeta nel quale dovrà tentare di sopravvivere. 
A questo punto entra in scena Grucciasentina, una semplice raccoglitrice che vive in un locale sotterraneo a fa letteralmente molta fatica a unire il pranzo con la cena. Il suo incontro con Lazorg, misteriosamente ritornato a una condizione fisica accettabile, sarà anche una possibilità per lei di lavorare non più da sola. Ma esiste un problema che si porrà subito e con netta evidenza: le caratteristiche sessuali, sie quelle esterne che quelle interiori. Grucciasentina è temporaneamente una femmina, dopo aver attraversato nella sua esistenza diverse fasi in versione maschile. Un meccanismo endocrino, infatti, stabilisce in base alla dinamica dell'accoppiamento, il sesso che un individuo si troverà ad avere. Un elemento centrale della società in cui si trova a muoversi Lazorg, comunque inchiodato al proprio sesso senza nessuna possibilità di poter mutare. 
Ma il nostro naufrago ritrova ben presto il desiderio di creare, finendo per affermarsi nuovamente anche nel mondo di Grucciasentina e trovando creature, altrettanto femmine a tempo, ma molto disponibili a rimanerlo per un tempo più lungo. 
Senza entrare in particolari, diciamo che le avventure di Lazorg non si fermano qui e ad attenderlo vi è un finale decisamente imprevisto. 
Un buon romanzo, che sfiora – pur senza approfondirli – numerosi temi, primo tra tutti il ruolo attribuiti ai diversi sessi e che il mondo di Alice di Grucciasentina si diverte a rovesciare. Accanto a questo, probabilmente il tema più importante per di Filippo, il tema dell'arte moderna che, nella Terra possibile dove Lazorg sopravvive, ha una natura decisamente particolare, tanto da rappresentare insieme la natura profondamente ambigua dell'arte contemporanea, insieme banale, inafferabile, ovvia e memorabile.
In ogni caso un buon libro che non dovrebbe mancare nella vostra biblioteca di appassionati di sf.
Un altro bidone, adesso, anche se per la mia fretta di accappararmi un buon saggio storico. 
Si tratta di Imprevisti e altre catastrofiPerché la storia è andata come è andata di Glauco Maria Cantarella (badate bene al cognome, è una delle ragioni della delusione), acquistato nuovo e incellofanato presso una bancarella in un mercato al prezzo notevole di € 5 contro i 26 euro del suo prezzo originale. Proveniente dal magazzino Einaudi? Da una libreria fallita? Da una TIR rapinato lungo la via? In ogni caso una buona occasione, anche a rischio di essere incriminato per ricettazione. 
Lo leggo. E scopro che Cantarella non è Cantarella, ovvero che Glauco Maria – storico medievale, tra l'altro autore del notevole I monaci di Cluny – non è Eva Cantarella, autrice di Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, I supplizi capitali, L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana e di diversi altri saggi storici. «Beh, pazienza», penso tra me.  Dopodiché mi imbarco nella lettura dell'introduzione al testo, lapalissiamente intitolata: «Per cominciare…» e scopro che il prof. Glauco detesta profondamente la Storia Controfattuale o Ucronia, a là français, per brevità. 

[…] La storia sarebbe stata diversa se i due Federico II non fossero mai nati? Se Adolf Hitler fosse stato gasato nelle trincee della Prima Guerra Mondiale […] Se Lenin non fosse riuscito a tornare in Russia? […] Se a Waterloo Napoleone [avesse vinto]? […] Possiamo andare avanti quasi all'infinito e sprecheremmo tempo e parole. Se il blitz che liberò Mussolini riuscì, fu perché c'erano le condizioni […] Tutto qui, molto semplice, molto banale […] La storia controfattuale o del what if, così come la storia per grandi temi sociologici e/o antropologici […] lasciamola a chi non è troppo interessato ad analizzare criticamente né il passato né il presente […]

Ohibò.
Dopo aver fatto una simile intemerata contro la storia controfattuale, in tutto e del tutto simile ai miei vecchi prof di storia al liceo, il buon Glauco si impegna a dimostrare – con uno stile salace e divertito da ospite perfetto – che qualunque elemento storico ha una quota di imponderabile, di natura metereologica, familiare, farmacologica, patologica, temporale o comunicativa – che fa sì che le cose non potevano che andare come sono andate. Oppure, annoto con gusto blasfemo, che potevano andare in millanta altri modi, alla faccia di tutti di gli storici del pianeta. 
La storia fatta per particolari ha un indiscutibile fascino, non c'è dubbio, ma condotta senza cercare di cogliere elementi generali come le forme di produzione, i rapporti tra le classi sociali, le disparità nell'organizzazione sociale e nella tecnologia che ne deriva, manca di un elemento centrale e fondamentale, permettendo, in questo caso, di poter favoleggiare molto di più di quanto abbiano fatto tutti i romanzieri controfattuali dell'orbe terraqueo. E il dubbio che viene è che in realtà il buon Glauco Cantarella faccia come chi si affretta a negare, pur non essendo tirato in causa.
Personalmente, e qui mi trovo a parlare del mio lavoro, penso sia assolutamente logico che Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg siano stati uccisi nel 1919, le condizioni lo imponevano, ma che esistesse una possibilità – minima quanto si vuole – che i due riuscissero a sfuggire e che in seguito (e qui le probabilità diminuiscono ancora) potessero guidare la rivoluzione sovietica in Germania, mi sembra sinceramente troppo interessante per lasciarlo cadere. Ovviamente si tratta di narrativa e non di storia e qui non dovrebbero esserci motivi di polemica o di osservazioni ciniche o pedanti. In ogni caso la mia visione della storia risente, probabilmente, un po' troppo della mia visione della fisica quantistica e degli universi che si sdoppiano ad ogni occasione possibile, oltre che dell'insegnamento del mio professore al liceo di Torino, un marxiano e un marxista convinto.
Particolare non secondario, mia figlia Morgana ha commentato con l'aria di chi ha smesso di scandalizzarsi per motivi di salute, che la storia contemporanea a livello universitario vive sempre di più di minuti e talvolta trascurabili particolari, di lavori condotti su piccolezze che chiunque deciderebbe essere poco influenti sull'insieme della socialità di qualsiasi epoca. Il nostro buon Glauco si candida quindi a essere il portabandiera di una storia residuale, una volta discusse fino alla nausea le grandi battaglie e i grandi complotti. Possibile? Io non penso, ma io non sono uno storico professionista.
Per concludere, il libro di Glauco Maria Cantarella è senz'altro leggibile e in qualche caso persino divertente – se si tollera il suo tono spesso fatuo o i suoi continui, golosi e malmostosi, rimandi ai capitoli successivi – ma giusto se avete l'occasione di pagarlo quattro euro e non ventisei. 

Altro bidone, indiscutibilmente. Perlomeno per me. 
John Scalzi, l'autore de Il collasso dell'impero, è un soggetto interessante che, a mio parere, ha spesso scritto qualcosa che ha tutti gli elementi della space opera: imperi galattici, alieni, congiure interstellari, ignote forze colossali che muovono interi sistemi, nobili e plebe, eroici comandanti di astronavi etc. etc. ma senza minimamente volerci credere, un po' come scrivere una perfetta parodia, tanto aggraziata che può essere letta in maniera «ingenua» o in maniera «divertita». Nota a margine, che può agevolmente essere saltata, i commenti di quotidiani e giornalisti riportati in quarta di copertina sono equamente divisi tra un'entusiamo un po' comico e uno scetticismo divertito, quasi a sottolineare l'anima divisa dell'ottimo Scalzi.
La vicenda è, ovviamente, grandiosa.  Protagonista in senso assoluto il Flusso, ovvero il sistema spazio-temporale che ha reso lo spazio intestellare accessibile alla specie umana, permettendogli di raggiungere lontani sistemi. Ma, come tutte le formazioni naturali, anche il Flusso non è stabile ed eterno, ma può variare, abbandonando il suo abituale «letto», spingendosi verso altri settori stellari a abbandonandone altri, destinati all'isolamento e a una catastrofica decadenza. 
Venendo ai personaggi umani la prima che il lettore incontra è Cardenia Wu-Patrick, principessa imperiale e destinata al trono del padre, Batrin, che sta lentamente morendo. Antagonista della principessa – in realtà una donna piuttosto normale e poco abituata ai fasti e alle cerimonie imperiali, anche perché la sua posizione nella scala di successione fino a poco tempo prima era quella di ultima – è Ghreni Nohamapetan, esponente di una grande famiglia che da anni punta a dirigere l'impero. Un individuo in apparenza fatuo, vanesio, vanitoso e frivolo ma che non mancherà di mostrare presto le sue "qualità". A coadiuvarlo – o meglio a guidare le sue decisioni – la sorella Nadashe Nohamapetan e il fratello maggiore Amit. 
Punto di rottura dell'apparente quiete dell'impero è la situazione di Fine, governato dal Duca di Fine, individuo corrotto e poco raccomandabile e le manovre per giungere a detronizzarlo e/o eliminarlo. Tutto ciò mentre il Flusso indica sempre più nettamente la variazione del suo percorso, rendendo Fine (Bello, pregiato in it.) decisamente centrale per il futuro dell'Impero. 
Se volete sapere che cosa succede dovete leggervi il libro, qui non si fanno spoiler, ma resta il dato di fatto che lo script del testo (termine non preso a caso) ricorda in modo allarmante i testi delle sitcom più frequentate, come se a ogni battuta dovesse seguire una risata o un applauso del pubblico. Lo stesso si può dire dei pianeti abitati dagli umani, più o meno copie-carbone della Terra con differenze tanto sottili da essere praticamente inafferrabili…
In sostanza un romanzo assai povero di sense of wonder anche se vivace e animato, una delusione per il sottoscritto che non riesce a prendere sul serio la nobiltà del futuro e i pianeti di cartapesta ma che può essere una discreta lettura per qualcuno appena meno fissato di me. 
...

Passiamo ora a un romanzo del 1960, ripubblicato inUrania Collezione nel  2004, Venere più X. Mille-Novecento-Sessanta… Dio mio, avevo un decimo della mia attuale età, a quel tempo. Ovviamente si tratta di un romanzo delizioso, ricco, sorprendente e unico, come è sempre il caso dei testi di Theodor Sturgeon. 
La vicenda: Charlie Johns, un uomo del tutto normale che vive in pieni anni '50 si addormenta improvvisamente e quando si risveglia si trova in ciò che in breve non può che definire una Terra molto lontana nel futuro, abitata da strane creature, i Ledom, di forma umanoide ma molto più strani, in realtà, di come appaiano al povero Charlie Johns.
In breve tempo l'esponente della nostra specie scopre di essere stato chiamato nel lontano futuro per una strana caratteristica che lui per primo non ha mai apprezzato molto: la capacità di porsi continuamente domande su tutto ciò che lo circonda e anche su se stesso, una vera pulsione a chiedere, come se in lui la curiosità dell'infanzia non sia mai appassita e seccata. 
Il mondo dei Ledom appare per molti versi sorprendente e, ovviamente, tecnologicamente avanzatissimo ma ciò che sorprende davvero Johns è il tipo di rapporto personale e umano che i Ledom hanno tra loro e con il loro ospite. Soprattutto impressionante per lui è il dato di fatto che i Ledom non hanno un sesso, ovvero che sono tutti ermafroditi e qualsiasi separazione – di sesso, di genere e di ruolo – è scomparsa nella loro società. 


«…Dice che la gente ha fatto il suo primo errore quando ha cominciato a dimenticare le somiglianze tra gli uomini e le donne e ha cominciato a badare soltanto alle differenze. Dice che è questo il peccato originale. Dice che è stato questo a spingere gli uomini a odiare gli altri uomini e anche le donne. Dice che questa è la ragione di tutte le guerre e di tutte le persecuzioni. Dice che questa è la ragione per cui abbiamo perduto tutta la capacità di amare, salvo una parte minima.»


E il commento di Silvia Treves su FB a questa frase è stato: «Ciò che mi piace di questa frase è il fatto che sia adattabile a praticamente tutte le discriminazioni, il sessismo, certo, e ogni tipo di discriminazione di genere, ma anche il razzismo, il fanatismo religioso, i nazionalismi ecc. Quando sottolinei le differenze invece delle somiglianze stai fregando qualcuno o ti stai fregando da solo. Probabilmente entrambe le cose.»

Al di là di ciò che apprende e che rende la sua visione della realtà quantomeno problematica – un po' come specchiandosi in un vetro incrinato – è la sorte che attende il suo tempo a creare le maggiori perplessità, tanto da costituire la sua maggiore domanda, tante volte ripetuta.
Un ottimo romanzo, capace di trascorrere senza sussulti o fatiche dai pensieri della vita quotidiana a temi profondi e inafferrabili come la durata e il senso di una civiltà. 
Non posso che consigliarlo e insieme piangere per l'ennesima volta la scomparsa di un tale sommesso e delicato genio della scrittura.

Ci sarebbe ancora altro da presentare, oltre al terzo volume del ciclo Canopus in Argos. Una donna armata, esperimenti siriani, ma temo che lo spazio a mia disposizione sia agli sgoccioli. D'altro canto mi dispiace non dedicare nemmeno una riga a un'autrice e a un'opera per me importante, quindi mi limiterò a un breve cenno, rimandando a un altro post un intervento più ricco e motivato. 
La donna armata è Ambien, un alto ufficiale siriano (personalmente preferisco l'aggettivo «siriota», meno carico di tutte le disgrazie e i drammi del povero paese medioorientale), parte del gruppo che per conto di Sirio deve coordinare la colonizzazione di Shikasta – ovvero la Terra – da parte dei sirioti. Ma il pianeta è oggetto della colonizzazione anche da parte dell'Impero di Canopus, con il quale Sirio ha raggiunto un accordo, anche se non facilissimo da rispettare, e soprattutto è vittima degli attacchi di Shammat, un sistema ben deciso a intervenire a proprio vantaggio nella situazione della Terra, nel contempo creando problemi di ogni genere ai colonizzatori. 
Il racconto di Ambien è sostanzialmente la cronaca, raccontata dal punto di vista di un alto ufficiale, del fallimento dei tentativi sirioti – una civiltà che presenta non poche rigidità nell'approccio ai terrestri – di giungere a una colonizzazione efficace e funzionante. Il gioco a tre che Canopus, Sirio e Shammat giocano nell'antichità del nostro disgraziato pianeta crea continuamente disturbi, problemi, arretramenti, guerre, disordini e violente intolleranze, tanto che Ambien ha sempre più la sensazione che la presenza di Sirio sulla Terra sia un ulteriore problema più che una possibile soluzione. 
Ma il generale, la donna armata, non cessa di adoperarsi per tentare di condurre in porto gli esperimenti siriani, pur continuando a pensare tra sé che l'Impero di Canopus abbia metodi e organizzazione migliori di loro. 
Un personaggio curioso e ambiguo, Ambien, una donna risoluta e insieme carica di dubbi, ripensamenti ed esitazioni che il il lettore finisce per conoscere con geometrica precisione e altrettanto sottile sensazione di angoscia. Inevitabile pensare che Doris Lessing, figlia di colonialisti  – sia pure oneste persone – ricostruisca qui la non facile convivenza con gli indigeni africani così come la difficile sopravvivenza delle famiglie inglesi inviate nell'allora Rhodesia del Sud a creare un proprio ipotetico futuro. 
La sf non è una letteratura di metafora? Al contrario: può esserlo in maniera tanto aderente da riprodurre alla perfezione un insieme di tentazioni, errori, orgoglio e fatica. 

[…] Una griglia era stata stampata sull'intero continente. Era una rete di rettangoli perfettamente regolari. Avevo sotto gli occhi una mappa, un grafico di un certo modo di pensare… era un modo pensare, un'impostazione mentale resa visibile. Era la mente dei margini nordoccidentali, la mente dei conquistatori bianchi. Sopra la varietà e i cambiamenti e le differenze del continente, sopra i flussi e i movimenti e i cambiamenti della terra […] c'era un marchio di rigidità. […] Era un marchio di possesso, una moltiplicazione dell'unità elementare del possesso territoriale. 

Bene, a questo punto smetto.
Ci ho messo qualche giorno a scrivere tutta questa zuppona interminabile e vivo nella convinzione che: 
1) scompaia da un momento all'altro e doverla riscrivere da capo.
2) nessuno la legga. 
Mentre la prima delle due funeste previsioni è frutto dell'angolo più medievale di me stesso, la seconda nasce dalla convinzione che in internet nessuno sia capace di leggere per più di dieci righe di seguito. Io compreso. 
Quindi, basta: via!



8.6.18

È più di un mese che…



… che non scrivo nemmeno una riga su questo blog. 
Non solo, non leggo neppure ciò che scrivono i miei amici di penna. 
«Vergogna!»
Sì, beh, certo. Ma ho i miei motivi. E non sono i soliti. O meglio non sono soltanto i soliti.
La casa nuova di mia figlia, per cominciare. Da arredare da zero. Non aggiungo altro perché chiunque può arrivare a immaginare che cosa significa dover finanziare una nuova casa in termini non soltanto di denaro ma anche di scelte, di arredamento, di gusti, di suggerimenti liquidati con una scrollata di spalle e di osservazioni per le quali la risposta è: «non voglio una casa come la tua».
Oh, parbleu
Cosa c'è che non va in casa mia?
Niente da fare, ha già cambiato ambiente o sta prendendo copiosi appunti.
Non saprò mai che cosa c'è che non va, anche perché mi guarderò bene dal chiederglielo.
Arredare una casa di 55 m2  sembra un affare semplice, all'inizio, ma si rivela ben presto qualcosa di spaventosamente complicato. Quando arrivano i comuni aggeggi da cucina – frigorifero, microonde, lavatrice ecc. – lo spazio che sembrava una promessa comincia a ridursi drasticamente e le cose sembrano modificarsi, come in film espressionista assumono forme incombenti e angolose, mentre l'intera casa si riduce progressivamente come fosse passata oltre il raggio di Schwarzschild. 
È un effetto che conosco da tempo, reduce come sono da… N traslochi, condotti con la mia famiglia e in precedenza con la famiglia dei miei. Case luminose e fresche che divengono in un batter d'occhio allucinanti profluvi di piani occupati da millanta cose, delle quali solo una parte troverà posto nei cassetti e dietro le ante. E la domanda esistenziale di quei giorni è: ma che cos'è questa e cosa è finita qui? 
«Ma come, non ti ricordi, quella giornata a Ravenna, quindici anni fa… All'uscita dal duomo (non so se a Ravenna c'è un duomo, ma immagino di sì) l'abbiamo comprato perché TU hai fatto un enoooooorme capriccio.»


Oltre a questo aggiungo al cahier de doléance il ritardo nella consegna della cucina della nostra buona cugina scandinava, l'IKEA, che, dopo aver promesso la consegna al 1/6 ha telefonato per  comunicare che in realtà mancavano più o meno la metà dei pezzi (piani, scaffali, viti, bulloni, mandrini, ante, cassetti etc etc.) e che avrebbero dovuto farli arrivare dal magazzino centrale. Tempo di consegna previsto: 13/6.
Che fare? Lamentarsi? Bestemmiare? Tirare giù ogni santo dalla sua loggetta e minacciarlo? Abbozzare o altro?
Abbiamo deciso di abbozzare, ma promettendo in cuor nostro di presentare il malfatto di IKEA in ogni luogo virtuale e non, cosa che ho puntualmente fatto. 
Ma un altro compito mi ha riempito tutto il tempo disponibile nei giorni passati: la preparazione dei due e-book che ho fatto uscire in questi giorni, L'Eresia del Multiverso di Alberto Costantini e UKR del sottoscritto. Ovviamente non posso fare a meno di accennarne, sia sul merito dei due romanzi che sui modi almeno rocamboleschi con il quale sono venuti alla luce. 
Partirò da un episodio peculiare: il mio PC, un ASUS nonmiricordopiùchecosa, nel tentare di scaricare gli aggiornamenti di Microsoft Windows si è impallato senza speranza.E per senza speranza intendo la sostanziale impossibilità di farlo  ripartire se non impiegando un'unità esterna che mi ha permesso di recuperare tutto ciò che conteneva il PC ma senza riuscire a farlo ripartire. È un problema comune, questo dei desktop ASUS, almeno a giudicare dalla quantità di commenti sconfortati raccolti in rete. In ogni caso il mio glorioso ASUS eccetera era in azione dal 2013, acceso per 15-16 ore/die e qualche volta dimenticato acceso anche di notte e adesso me lo porterò in montagna, nel mio rifugio antiatomico, dove lo farò resuscitare con KUBUNTU, mandando finalmente e definitivamente al diavolo Bill Gates e il suo stradannatissimo Windows. 


Ma questo non ha risolto, in realtà, il problema di disporre di un PC che mi permettesse di impaginare in un formato epub e kindle decenti. A questo punto ho tirato fuori un asso (più o meno) dalla manica: un portatile ASUS più giovane, utilizzato per scrivere e per guardare Netflix e Amazon. 
Già, ma il problema si è subito complicato, dal momento che il portatile NON aveva programmi adeguati per impaginare. Li ho dovuti scaricare ex-novo, lavorare con un portatile maledettamente sensibile, nostalgico della larga e comoda tastiera del desktop, rimpiangendo la mancanza di Sigil del quale non riuscivo a scaricare l'ultima versione e continuando a perdere e ritrovare i file definitivi. 
Quanto ai due e-reader – il Kobo e l'antico Sony – sui quali ho scaricato i due file .epub, mi hanno dato le risposte più imprevedibili, compresa la scomparsa del testo, del quale entrambi conservavano cocciuti soltanto le parti in corsivo, con un effetto involontariamente comico. 
Alla fine, intorno alle 10.00 di lunedì mattina, li ho sconfitti entrambe e sono riuscito a fare uscire i due e-book anche in versione .epub. 
E pensare che avevo indicato il lunedì come termine comodo – per me – contando di dedicare la domenica all'installazione del pc nuovo, un HP Pavillion. Ho passato la domenica a bestemmiare e a trattare a male parole chiunque mi disturbasse e ho dovuto correre al riparo il lunedì con la famiglia passabilmente stufa di me, compreso la gatta Isidora (la cana no, i cani sono sempre di manica molto larga con i padroni). 


Ma, venendo ai due testi, per il secondo – cioè il mio – mi limiterò a riportare una recensione scritta dall'ottimo Gianni Carioni che non è un dotto esponente dell'Intelligentsia ma un ingegnere informatico (come Bruce Sterling, ma più magro). La recensione fu condotta sulla seconda versione di UKR, uscita nel 1994 e ne fui particolarmente soddisfatto, dal momento che l'ottimo Carioni colse uno degli aspetti fondamentali del testo, la psicosi del complotto diffusa in ogni settore della società, a creare un clima limaccioso e inafferrabile. 
Il romanzo di Alberto Costantini, L'Eresia del multiverso, è stato uno dei migliori lavori sui quali mi sia capitato di condurre un lavoro di editing. Me ne sono reso conto perché la tendenza a leggere-e-basta, ovvero ciò che non si dovrebbe mai fare editando un testo, mi ha preso più di una volta la mano e più di una volta mi sono reso conto che stavo felicemente leggendo invece di considerare con sospetto la punteggiatura, eccepire sugli aggettivi e contestare la costruzione della frase. 


In sostanza ho riletto il romanzo quattro volte (se non di più) prima di cominciare il lavoro sul testo. Un buon lavoro, condotto in stretta collaborazione con l'autore, ovvero ciò che dovrebbe sempre avvenire nell'editing di un romanzo. L'Eresia è nata così, senza litigi tra editor e autore, un'ottima torta cotta al punto giusto. 
«Ma di che cosa parla?»
Basta guardare la copertina, nata dalla fantasia di Ginevra Sorbelli, la nostra ottima illustratrice. Avete visto bene le due immagini femminili? Ma proprio bene? Avete visto come sono vestite
Certo, si tratta di due donne vissute in Terre parallele e che avranno modo di incrociare vite e avventure – e questa è una parte importante del romanzo – ma che, soprattutto, avranno occasione di vivere letteralmente l'una nei panni dell'altra, conoscere modi, usi, abitudini, fissazioni e paure ognuna dei tempi dell'altra. Una combinazione condotta in maniera magistrale con il giusto ritmo e con un'attenzione delicata, a tratti quasi ipnotica.
Ma la storia è condotta anche da Galeotto Marzio da Narni, un personaggio realmente vissuto – e del quale Alberto Costantini racconta la vita e abitudini nella biografia posta di seguito al romanzo. Un uomo eccentrico, insieme collerico e  suadente come sanno esserlo soltanto gli uomini animati da una curiosità insaziabile e da un profondo odio per le abitudini, il decoro, le forme, l'ipocrisia, i sepolcri imbiancati e lo stare in società. Medico, astrologo, alchimista, negromante, taumaturgo, filosofo naturale, Galeotto è una presenza costante – e fisicamente ingombrante – all'interno del testo, un Nero Wolfe spesso costretto a fatiche notevoli per uno della sua mole, ma sempre pronto a battersi, anche perché spesso non del tutto conscio della natura dei suoi nemici…



Ecco. 
In qualche modo ho spiegato come ho trascorso gli ultimi due mesi e il motivo fondamentale per il quale non ho più scritto nulla qui. 
Questo non significa che sono pronto a ritornare con continuità sul blog. Ho poco tempo, in realtà, anche perché mia moglie con quest'anno ha finito il suo servizio militare ventennale (con rafferma) nella Legione di Roma e potrà dedicarsi finalmente agli ozi negli orti e nei giardini. 
E io ne sono sinceramente felice. 

Segue la recensione a UKR di Giovanni Carioni. 
Piccolo particolare dichiarato per puro sentimento di giustizia: l'editing della sua ultima versione è stato condotto con teutonica precisione e pungente attenzione dalla mia inestimabile figlia, che mi perseguitò anche in momenti poco ortodossi – appena sveglio o mentre stavo per uscire – per chiedermi «se ero poi convinto di quel corsivo o di quel ritorno a capo o di quei due punti». È stata dura sopravvivere, tanto da avere la tentazione di travestirmi come l'ispettor Clouzot, ma ce l'abbiamo fatta, eh Momi?


Il romanzo descrive una realtà ipotetica, nella quale è però facile riconoscere elementi – preoccupanti e pericolosi - della nostra quotidiana esperienza. Parlo di realtà ipotetica e non di realtà futura perché, formalmente, la vicenda si svolge in Italia nel 1987, ma i particolari narrati, che consentono al lettore di costruire un contesto storico e sociale, sono alterati sia nella loro sequenza temporale, sia nei ruoli giocati dagli attori (penso, ad esempio, ad una Italia del 1987 che ha come principale importatore la Germania, nuovamente tornata al genocidio). A differenza però di altri – molti e famosi – romanzi nel futuro (uno per tutti, 1984), Citi descrive una realtà inquietante per il senso di soffocamento della libertà, per il complotto che aleggia, per le conseguenze sociali che una certa direzione politica internazionale sembra imporre, ma lo fa con freddezza, senza la crudezza realistica tipica delle metafore della nostra realtà. Direi, anzi, che il lettore osserva i fatti da un punto di vista "silenzioso", di non protesta nei confronti degli stessi: il lettore potrebbe essere uno degli anonimi consumatori di una cronaca giornalistica del tempo, che, con il proprio silenzio-consenso, si aggrega alla massa dei suoi simili, generando una popolazione ideale per la crescita di ogni totalitarismo. Complotto? Direi complotto nell'ambito di un post-complotto (sigh). Il Complotto mi fa pensare a qualcuno e qualcosa che trama per sovvertire, ma qui, purtroppo, non c'è più nulla da sovvertire. Il potere occulto che ieri tramava oggi non ha più bisogno di stare nell'ombra, e chi viene sterminato non può far altro che agire nascosto: complotto, sì, e giudaico, ma per difesa.

Affascinante (ahinoi) l'idea di un totalitarismo, anche religioso, che combatte il caos della geometria dei frattali e impone una politica culturale fondata su una matematica "non deviante", riflesso di un Dio Geometra che non ha sgabuzzini bui dove nascondere la parte errata si sé (e quindi impubblicabile per un Dio). Le parole: contribuiscono in maniera irrinunciabile a dare fascino alla descrizione della realtà ipotetica. C'è un "esotismo" temporale e geografico diffuso nei ricorrenti termini tedeschi, nel'uso di ordinatore (in una dittature è, come si dice, tutto un programma...) invece di computer o calcolatore, nel nome del servizio di spionaggio alle persone, SerViRe, nell'uso del Voi fascista. Leggetelo che diverte e fa bene.


 



13.4.18

Quando una storia finisce...



Lo spunto per questo post mi è venuto da Dario Tonani che ha fatto pubblicamente questa domanda: 

CHE COSA PROVATE a venti pagine dalla fine di un vostro romanzo? Ve lo chiedo, perché per ognuno di noi è diverso. Per me è come aprire gli occhi, svegliarsi, accorgersi che è mattina. Voler infilare di nuovo la testa sotto le coperte. Riavvolgere il nastro: trenta pagine, cinquanta, cento... Ma anche la gioia del profumo di caffè, la spremuta d'arancia, la colazione, la giornata di sole. Nel weekend, se tutto fila come deve, mi appresto ad affrontare proprio le ultime venti pagine del mio nuovo romanzo. Dubito che le finirò tutte, tra chiusura del capitolo finale, epilogo e prologo (che scrivo sempre per ultimo). Nel caso, il profumo di caffè durerà qualche giorno in più. E per voi, com'è?

Domanda in apparenza facile. È sufficiente fare qualche osservazione sulla vicenda perduta (vero), sui personaggi perduti (vero, anche se solo in parte), sulla sensazione di felice stanchezza che coglie (vero)… ma anche sui mille e mille dubbi su ciò che si è scritto (avrò reso bene quel personaggio, avrò reso bene quella svolta della vicenda, ma sarà credibile il Feroce Millanta o è soltanto una sagoma di cartone… e la società immaginata sarà possibile o è solo un teatro dei burattini…?) Mille e mille insufficienze, carenze, mancanze che ti perseguitano mentre paghi un caffé, acquisti una rivista o vai in banca.  
«Ma quanti lettori pensi di avere, sciocco!»
No, il numero di lettori è del tutto secondario,  è sufficiente sapere che non li conosci tutti. Al limite è sufficiente un solo lettore che non ti sia congiunto in qualche modo a creare panico, insicurezza, dubbi. Senza contare il tuo personale SuperIo, quello che è sempre pronto a ridere dei tuoi sforzi, a trovarli pietosi, vani, ridicoli. 


Sicché essere verso il finale di una storia può renderti insicuro quanto soddisfatto, malinconicamente felice quanto sottilmente disperato, dal momento che man mano che si avvicina il momento della pubblicazione un testo sarà perduto per sempre e di questo tuo figlio, comunque sia nato, dovrai prenderti cura e difenderlo e il massimo che potrai fare sarà provare a immaginare le critiche, dando per scontato che comunque quelle che ti verranno in mente sono solo una frazione minima di quelle che ti perverranno. 
Ovviamente esiste la possibilità, essendo al soldo – detto in senso realista (o fattuale) – di un editore di grandi nome o di grandi tirature, di valersi del suo patronage per sorridere alle critiche, sogghignare davanti alle stroncature e in qualche occasione giungere ad adirarsi davanti a qualche osservazione particolarmente ottusa. Ma si tratta semplicemente di una mascheratura, sia pure ingegnosa, qualsiasi scrittore serio – quindi non bariccoforme né bariccoinvaso – sarà disposto ad ammettere, in solitudine e con qualche bicchierino in corpo, che il suo ultimo libro non lo soddisfa pienamente. Il bello è che proprio questo il senso del suo lavorare, il lavorare su un libro pensando intanto a quello che seguirà e a tutti quelli che non si sono nemmeno iniziati ma che hanno comunque lasciato un segno nel proprio immaginario, a quelli iniziati e mai finiti, ai generi sfiorati, alle ambientazioni promettenti ma non riprese… Le ultime pagine di un libro che si sta scrivendo sono tutto ciò, un grumo di sogni e incubi interrotti a metà che almeno in un caso hanno trovato un proprio finale. Ed è normale ci sia una certa soddisfazione – che sarebbe più giusto definire sollievo – nel giungere a scrivere FINE  al termine delle temporanee fatiche.   


Quella dello scrittore in crisi e tormentato – magari anche alcolista – è divenuto un luogo comune ed è onestamente difficile non ridere davanti a individui affannati che ripetono con grottesche variazioni frasi poco significative di per sé, si tormentano fino a fuggire nella loro stanza per scriverne. Ma entro certi limiti non si tratta completamente di un'invenzione: a chi tra noi scriventi non è accaduto di frugarsi addosso cercando una penna e un pezzetto di carta per prendere nota di un'idea improvvisamente balenata in mente? O chiedere al vostro accompagnatore / accompagnatrice se per caso hanno qualcosa per scrivere, qualunque siano le circostanze in cui questo avviene, durante una salita alpinistica o mentre si deve salire su un treno. 
In ogni caso resto convinto che esista il finale di un racconto o di un romanzo unicamente come sosta in un viaggio che avrà termine soltanto con l'exitus. Si potrà godere del caffé e della spremuta d'arancia, ma pagine non scritte ci seguiranno e ci perseguiteranno: scrivere vuol dire anche questo. 


24.3.18

Editore ed editor


In inglese va molto meglio. Esiste una parola per editore (publisher) e una per editor, per l'appunto editor. Un po' come library (biblioteca) e bookshop (libreria). 
Ma che cos'è un editor?
Bella domanda, come dice chi non ha idea di come rispondere. Leggendo sui giornali-che-contano ce se ne può fare un'idea. Sono editor gente come Antonio Franchini, recentemente passato da Mondadori alla Giunti, o Alberto Gelsumini, sempre della Mondadori, o Joy Terekiev editor della Fiction Mondadori o Nicola Strazzeri della Longanesi o ancora Gemma Trevisani, editor della narrativa italiana per Rizzoli o Nicola Lagioia, editor e scrittore per Minimum Fax fino a Franco Forte, editor ed autore. In sostanza un editor è un soggetto polivalente, capace, in teoria, di fare del romanzo di un sconosciuto un best-seller (o quasi), ma anche – forse – decidere la frequenza delle virgole a pagina o se le parole straniere devono essere scritte in corsivo o meno e dove inserire i testi in maiuscoletto. 
In sostanza (e teoricamente) un buon editor sarebbe colui che fa in modo che la lettura di un libro proceda bella liscia, senza sussulti o impedimenti. Un buon editor dovrebbe essere come un arbitro di calcio, ovvero come colui che non si fa notare in campo.
Ma questo può valere, immagino, per i piccoli e medi editori mentre per i grandi suppongo debba esistere una divisione dei compiti per la quale dei corsivi e degli errori di ortografia si occuperà qualcun altro e non sua maestà l'editor. Suppongo, anche se non ne sono affatto certo, dal momento i refusi anche sui libri anche di alta tiratura non sono poi così impossibili, anzi. 


Il problema è ciò che è accaduto negli ultimi vent'anni al vertice dei grandi editori, con la progressiva scomparsa di molte figure intermedie, i cui compiti sono stati gradualmente affidati a studi professionali, secondo la logica squisitamente capitalista per la quale le spese per creare qualsiasi cosa, dalle guarnizioni in gomma fino ai libri illustrati, devono essere prodotti al prezzo più basso possibile. Il che, probabilmente, è anche la ragione per i refusi che è possibile trovare persino in libri di case editrici di fama come Einaudi o Guanda. 
A questo punto, tuttavia, la nostra immagine dell'editor si è quantomeno appannata o è almeno mossa. 
Ma proviamo a fare un passo indietro. 
Un testo che arriva in lettura a un piccolo editore – se è quantomeno leggibile – viene girato all'editor (ma anche correttore di bozze e millanta altre cose), che da quel momento comincia a girare con un brogliaccio o, più recentemente, con una pendrive al collo, sfruttando ogni minuto disponibile per penetrare nel testo. 
Supponendo che il testo sia considerato leggibile e persino pubblicabile la prima cosa che farà l'editor sarà leggere un paio di volte il libro, cercando di afferrare non solo ciò che l'autore ha scritto, ma anche ciò che non ha scritto, lasciandolo non detto volontariamente o involontariamente. Una volta presa confidenza con il testo, nascono le domande. Poteva andare diversamente? Ha fatto bene a far comparire Calibano a pagina 22? E Miranda fa bene a cedere così tardi alla corte serrata di Ferdinando[1]? Non avrebbe fatto bene a cedere prima o a non cedere affatto? In tutto ciò, tuttavia, non può mancare un'attenzione pressoché patologica per la struttura fine del romanzo: le virgole, i punti esclamativi, i rimandi a capo, gli inserti, i corsivi dei monologhi interiori, tutto ciò che, più o meno consapevolmente, determina il ritmo del testo. 


In  sostanza, e a mio personalissimo parere, il vero compito di un editor è quello di riuscire a suscitare – o ri-suscitare – ciò che di profondo il testo contiene, interrogarsi sulla vita dei personaggi, meditare sulle scene centrali, sull'incipit – non credo agli incipit emotivi ma agli incipit che, sornioni, fanno entrare nel libro – e alle scene finali, spesso sottovalutate ma viceversa essenziali nel giudizio definitivo di un testo. 
Un buon finale discende (quasi) matematicamente dalla buona organizzazione interna del romanzo e ne raccoglie tutti i motivi profondi di esso, sia quelli enunciati che quelli volontariamente taciuti. Un buon finale può non essere in calando ma, paradossalmente, in crescendo. 
Se è vero che i romanzi non si fanno con il computer – a meno di produzioni assolutamente seriali – è altrettanto vero che non è nemmeno possibile farli con i programmi di natura finanziaria che stabiliscono i margini di ogni operazione economica. Ma questo è un elemento che ripeto da prima del 2001: i libri sono qualcosa di profondamente diverso da un qualunque elemento di svago o di arredo e penso che lo ripeterò fino alla (mia) morte. 
Ultimo elemento per completare il quadro il mio particolare rapporto con il mestiere di editor. Un mestiere che ho iniziato a fare controvoglia, lavorando sulle centinaia di racconti che giungevano per il concorso Fata Morgana, con testi sottoposti che non sempre erano all'altezza della tenzone. Ma non posso che dirmi felice di quel difficile apprendistato che mi mise contemporaneamente di fronte all'intreccio, alle forma grammaticali, alla punteggiatura, al lessico, agli stili, alle forme paratattiche (troppe) e a quelle ipotattiche (poche), ai birignao degli autori innamorati di se stessi, al dramma/ cartoon che propone morti in successione, al gore, allo splatter – normale o dopato –, alle sofferenze di giovani soli e talmente sfigati che sicuramente sarebbero stati scartati anche in un concorso letterario – appunto – alle descrizioni inesistenti e a personaggi a una o al massimo a due dimensioni. Io e la mia disgraziata moglie eravamo chiamato a intervenire sui pochi racconti leggibili per renderli lucidi, potenti, autosufficienti. Non ci siamo riusciti sempre, sia chiaro, ma in buon numero di casi sì. 


Così ho imparato a leggere profondamente – un termine ovvio, ma non me ne vengono di migliori –, a cercare di capire dove voleva arrivare l'autore e se ci era riuscito o, come certi guidatori con 0,9 di valore alcolemico, ci erano passati vicini senza vederlo o l'avevano centrato in pieno distruggendolo come una pianta sui lati della strada.
L'aspetto fondamentale del mestiere di editor è che, di fatto, non lo si è mai imparato fino in fondo e che ogni nuovo testo è una sfida che è sempre possibile perdere. 
Io non gioco a gratta-e-vinci, mi basta e avanza fare editing.

[1] Il riferimento ai personaggi de La Tempesta di Shakespeare è semplicemente dovuto al fatto che i primi a venirmi in mente sono stati Prospero, Calibano e Miranda, Ariel, Gonzalo e Trinculo.