7.3.19

Calibano Ultimo. Progetto per un'etica portatile

 
– Come fine? E il messaggio?
Guardo E. in abbigliamento da Amundsen che fa capolino dalla porta.
– Stai zitto. – Lo rimbecco. – Sei ad almeno 400.000 anni luce da me, anni luce mica fagioli secchi, tu e Mirella.
– Lo so. – Mi guarda con la sua aria più furbetta, una cosa penosa. – E la cosa mi sta benissimo. Ma sei tu che dici che le leggi del romanzo non valgono nella vita reale e quindi eccomi qua.
– Bari, eh? E poi il Messaggio é una cosa che non usa più, ancora peggio del Dibattito.
– Io non sono andato all’oratorio da piccolo e quindi non ho mai fatto le messe rock nè le veglie di preghiera, nè le uscite dove tutti limonano e poi vanno a confessarsi e neppure le rappresentazioni col pretino tutto contento, complete di messaggio e dibattito. Almeno in questo caso… E poi non senti un po’ di nostalgia, un vuoto a mollarci tutti qui così dopo che ti abbiamo fatto compagnia per un anno più o meno?
– E. sei un verme, vai sul patetico. – Gli faccio notare cercando di mantenermi risoluto e asciutto. – Sai che bel ragionamento? Cosa bisognerebbe scrivere per rimanere vicino ai propri personaggi?
– Boh, non sono mica io lo scrittore. – Mi guarda socchiudendo gli occhi. – Non é che tu poi…
– Crepa. – Asserisco. (È questo un sinomino di “dire” che non sono riuscito ad usare nemmeno una volta finora, pur essendo “asserire” un verbo di grande effetto. Certo, non si può asserire facilmente un malaugurio, ma se non vi piace potete sempre prendere una biro, cancellare il “asserisco” e scriverci, chessò, “ribatto”. Imparate un pochino ad arrangiarvi, cribbio, senza aspettarvi sempre la pappa fatta.)
– Eddai! Poi il Messaggio é voltairiano, swiftiano, tipico del romanzo di sf speculativa.
Lo guardo stupefatto. – Hai la patente per usare certe parole?
– Mi sono un po’ sgrezzato ultimamente.– Osserva con una specie di candida vanità. – Passo molto tempo con un grande filosofo.
– Mi hai distrutto. Che Messaggio preferisci? Una cosa da jungla metropolitana tipo: «Una Galassia. Cinquecento milioni di miliardi di storie. Questa é una delle tante.» Con voce fuori campo arrocchita dal fumo e inquadratura su un ponte dalla finestra di un grattacielo?
– Hai l’immaginario colonizzato – mi notifica l’ex-protagonista. – Non hai nulla di più originale?
– Non sui due piedi. Domani vado alla biblioteca civica e copio qualcosa di grandioso, va bene?
– No. Ma cazzo, hai raccontato un sacco di baggianate su un’intera galassia, possibile che non ti venga in mente nulla?
– Ci posso provare. – Dico tanto per farlo stare tranquillo.
– Adesso vai pure a parlare col tuo filosofo che io invento qualcosa.
– Mi raccomando, eh?
– Stai tranquillo. – Lo rassicuro. La porta si chiude dolcemente lasciandomi alla mia cara solitudine ed a un disco di Tom Waits: Swordfishtrombones che se non conoscete vi invito caldamente a conoscere. In quanto al Messaggio promesso sarà meglio che mi affidi ancora una volta al prodigioso talento di Faudo Thimbam.


Il Bene ed il Male: Una facile dicotomia, la più facile tra tutte quelle che potrete incontrare anche in una vita molto breve.
Sono esse realtà fattuali in qualche modo separate, enti effettivamente esistenti, magari capeggiati da supreme Entità contrapposte o complici?
È questo un tema sul quale si sono scontrati per millenni esponenti di civiltà avanzatissime o molto arretrate senza giungere ad una conclusione che non scatenasse nella peggiore delle ipotesi un dibattito su un rotocalco e nella migliore una guerra o una crociata.
Infatti uno dei primi problemi a porsi é: cos’é il Bene (o il Male) in sè? Può esistere un Bene universale, che accontenti e rallegri tutti ma proprio tutti, senza lasciare nessuno in un angolino con la luna storta e la sensazione che tutti quanti siano improvvisamente rimbambiti?
Ecco già i soliti sapientoni che alzano la manina per dirmi quello che mi hanno già detto svariate generazioni di sapientoni: “Il Bene supremo é la Vita.” Già, ma adesso vorrei una bella definizione sintetica di Vita, così possiamo andarcene tutti a casa. La vita di chi, di che? È bello e buono che una volpe si mangi un tenero leprottino che a tenerlo sulla guancia vi sentite tutti inteneriti? O forse é meglio che la volpe crepi di fame, lei e i suoi piccoli che a guardarli giocare vi sentiti tanto buoni?
“Questo fa parte dell’eterno ciclo dell’esistenza.” dirà qualcuno, magari con l’aria seccata di uno che si sente frodato. Bel ragionamento, non c’é che dire: che Bene assoluto é se c’é qualcuno che deve crepare anche se non ne ha assolutamente voglia?
E non mi venite a dire che si tratta di animali: a fare queste geniali distinzioni ci si trova a spingere col mitra in mano il vicino di casa con il naso un po’ troppo sporgente verso una camera a gas.
Bisogna affrontare il problema da un’altra angolatura. Chi é il primo a darvi rudimenti di etica? Provate a ricordare, su. Chi é stato il primo? La mamma, certo. E anche il papà, come no. Sì, va bene qualunque entità che si prenda abitualmente cura dei piccoli. Certo, questo vale anche le forme di vita a base vanadio. Ci sono altre domande inutili? Grazie.
Allora, l’entità o le entità responsabili della cura dei piccoli formano il primo riferimento etico di ognuno. Siete d’accordo? Questo é bene, questo é male, questo si fa, questo non si fa, questo non si fa MAI as-so-lu-ta-men-te e via discorrendo. Una volta assodato che l’entità in questione, nella migliore delle ipotesi, fa solo il suo dovere, in quali campi cadono i suoi si può ed i suoi non si può?  


In linea di massima si può affermare che sono Bene tutte le cose che vi impediscono di farvi male, che vi impediscono di scocciare eccessivamente, che permettono di fare una bella figura con il parentado e con altri adulti e che, infine, riaffermano il suo diritto di decidere anche per voi. Simmetricamente il Male é tutto il contrario. Il problema sorge quando, ormai grandini, volete fare di testa vostra, che so, dormendo a casa di un amico o amica e buona parte delle Entità decidono che questo non é bene, tanto da farvene passare la voglia, in alcuni casi preventivamente. E questa amputazione della vostra libertà, come la vogliamo chiamare? No, non voglio con questo affermare che il bene supremo sia la Libertà. La libertà é una cosa troppo rara e difficile per poterla scrivere sulle bandiere o per fondarci su una filosofia.
No, ciò su cui vorrei richiamare la vostra attenzione é il valore relativo di qualunque concetto di Bene e di Male, la percezione spesso del tutto soggettiva e difficilmente conciliabile di esso. Non solo: se é già dubbio che la vostra attività sessuale cada in una delle due categorie prescritte, non parliamo poi delle eventuali conseguenze paventate dalle entità parentali. La nascita non prevista e desiderata di un ulteriore oggetto di cure parentali in quale categoria deve essere posta? È il caso di aspettare e vedere se, adulto, il soggetto diviene benefattore o strangolatore, per dare un giudizio saldo sulla serata con un amico tenero e affettuoso?
Molta gente ha trovato una scorciatoia per uscire da questo ginepraio, tirando fuori a sorpresa Entità Supreme, depositarie della Vera Verità, magari scritta su pietra e consegnata al più furbacchione di un Popolo Qualsiasi, divenuto con ciò Eletto. No, non ci siamo: in questi casi salta sempre fuori qualcun altro che ha un’Altra Entità Supremissima con una Verità Verissima e poi un altro che ha un’Entità Suprema Che-Le-Vostre-Al- Confronto-Fanno-Ridere, depositaria di una Verità Che-Non-Si-Era-Mai-Vista- Prima. 

 
In genere a queste discussioni da bambinacci segue una bella guerra che rende infelice un sacco di gente ma fa bene alla salute di chi vende armi e che in genere, abbastanza giustamente, si sente MOLTO più furbo di chi si scanna con una croce, una spirale, un setaccio, una falce, una canna da pesca in mano.
Allora, dove sta l’inghippo? Non é che per caso il Bene e il Male in sè sono due colossali panzane? Non é che quei quattro fessi che pregano le Divinità del Male sono altrettanto fresconi dei quattromila che pregano le Divinità del Bene?
Ma, via, direte voi, non si può dare dei fresconi a generazioni di filosofi e religiosi, oltre che a buona parte dei propri amici e conoscenti.
Questo mi ricorda una frase sulle mosche e sul mangiare merda... ma passiamo oltre.
Dicevamo: non si può dare dei fresconi eccetera. Non é BENE!
Ecco qui che vi ho pescato. Fate uso di un termine che deve essere ancora definito per definire il termine stesso. Provate un po’ a fare una cosa simile in matematica, cirillini miei e vedrete come sarà contento il mio collega di logica.
Non si può agire in modo morale se non si é definito a priori il bene, ma non é possibile allo stato attuale definire in modo soddisfacente il Bene (e reciprocamente il Male). Ecco, quando mi trovo in questi circoli viziosi in genere mi sento venire la claustrofobia e come per certi giochi mi viene voglia di buttare via tutto.
Avete mai provato a sostenervi prendendovi per i capelli o a salire sulle vostre stesse spalle per valicare un muro? Proprio in questo modo può essere definito gran parte del lavorio mentale di un sacco di gente in proposito: prendere tutto ciò che ci pare Bello e Meritevole e farne il Bene: tutto quello che non rientra in questa bella definizione sarà Male. Si può rendere più elegante la definizione dando una scala di gradazioni o parlando di vicinanza o lontananza dall’Occhio (Magari iscritto in un Triangolone. Cosa c’é da ridere? La gente é strana) della Suprema Entità da voi prediletta.
In questo modo ci si prende in giro da soli mandando in ferie il cervello, l’unica entità commensurabile tra tutte quelle finora citate.
Per divertimento potete chiamare Bene e Male quello che vi pare, ma ricordando sempre che si tratta di un divertimento o di un gioco di etichette (di piccole, piccolissime etiche). Nessuno di voi, credo, berrebbe un litro di varichina solo perchè sulla bottiglia c’é scritto acqua minerale, anche se a scriverlo é stata una persona stimabilissima ed in ottima fede.
L’Etica é un gioco, ma un gioco pieno di trabocchetti nel quale serve elasticità mentale, fantasia ed una giusta dose di diffidenza verso l’autorità costituita o, se preferite, di paranoia. 
 

A questo proposito, per chiudere degnamente la lezione, ritengo utile sottoporvi un costume tuttora in uso su un pianeta molto lontano: Babichiller nel sistema di Ricciolobiondo, patria degli Aspidauri, un tipo di sauroidi magri, timidi e schivi.
Tra essi esisteva ed esiste tuttora un gruppo di saggi molto rispettati e ascoltati, gli Ycabliss, vocabolo che si può tradurre come Obiettori. Per entrare a far parte degli Ycabliss è necessario sostenere, dopo alcuni anni di duro studio, una prova di comportamento etico.
La cosa si presenta così: un aspidauro neonato viene sospeso con una grossa fune su una fossa colma di scoiattoli-piranha. Liberando il piccolo si attiva un marchingegno meccanico che provoca l’impiccagione di un altro Aspidauro, non visibile perché chiuso in una baracca. La fune, piuttosto spessa, scorre sulla fiamma di una candela dimodoché non è possibile limitarsi a non affrontare la prova.
Naturalmente la stragrande maggioranza dei candidati, dopo una breve esitazione, si affretta a salvare il neonato, con ciò stesso provocando la morte di un altro individuo e dalla vostra espressione capisco che questa sarebbe stata la scelta anche di molti di voi. «In fondo l’altro individuo non è visibile, nulla garantisce che esista davvero» hanno pensato moltissimi Aspidauri, convinti che ciò che veniva giudicata fosse la loro credulità.
Ovviamente tutti costoro sono stati scacciati dal recinto sacro degli Ycabliss, ed insieme a loro sono stati scacciati i pochi pavidi che non hanno osato far nulla ed i pochissimi che hanno escogitato soluzioni brillanti per salvare la vita ad entrambi.
A questo punto voi direte: «Ma come cribbio si fa a diventare Obiettori?» È molto semplice: alcuni, pochi, pochissimi, non appena vedono il marchingegno costruito dagli Ycabliss si guardano intorno incannati in una maniera selvaggia urlando: «Cos’è questa pagliacciata? Tirate subito giù quel bambino!» Minacciano una mezza dozzina di anziani Obiettori, strillano che non gliene importava un tubo di diventare Ycabliss e si placano solo quando il piccolo è stato recuperato, l’altro ipotetico aspidauro liberato, la fune arrotolata e messa via e la candela spenta.
Solo a quel punto, quando il candidato afferra le sue quattro cose e si prepara ad andarsene senza salutare nessuno, ancora con una bella espressione furibonda ma già un po’ depresso per aver dedicata anni a diventare membro di una setta di idioti che trovano divertente appendere bimbi su fossati carnivori, viene informato di aver superato la prova di etica.
Esiste sempre la possibilità, come capirete riflettendo sulla prova degli Ycabliss, di cambiare le regole del gioco se non ci piacciono, se apparentemente si tratta di scegliere tra un male ed un altro male.
In questi casi è consigliabile barare oppure dare un bel calcio al tavolo da gioco. Questa è l’Etica in ultima analisi: la Scienza delle Soluzioni Imprevedibili.
Grazie. 
 
(Da Come costruirsi un’Etica che non crolli in capo a due giorni, ciclo di lezioni tenute da Faudo Thimban presso l’Ateneo di Papiion, sistema di Onghingò, anno accademico 10E+22.) 
 
FINE (davvero) 



Siamo arrivati al termine di questo semestrale, o qualcosa del genere, romanzo demenziale, debitore (e molto) nei confronti della sf – soprattutto della space opera –, con infuenze evidenti della storia italiana di questi ultimi sessant'anni. Ringrazio di cuore chi l'ha seguito fino alla fine, un numero meno irrilevante di quanto avrei pensato, chi mi ha sostenuto a voce o per via cibernetica (suona meglio, non è vero?), chi ha borbottato: «ma non è ancora finito?» e poi ha continuato a leggerlo. Di Calibano farò un e-book nel caso, impensabile ma non impossibile, che qualcuno desideri averlo per sé e per chi non abbia voglia di leggerlo on line. Il prezzo sarà di € 1,99, giusto per la fatica di prepararlo e non appena pronto informerò i miei fantomatici lettori qui e sulla mia pagina FB. Ovviamente non ci sarà nessun seguito a Calibano, sono una persona seria e non una Major, anche se resta il problema di cosa farne di Fronte e Retro: tornare a un normale blog o pubblicare qualcos'altro, e in quel caso cosa, visto che non ho scritto altri romanzi deliranti come Calibano. Ma non escludo nulla, a questo punto, persino di pubblicare altri brani, frammenti, anche racconti anche molto strani, molto, molto strani. In ogni caso preparatevi a tutto, questa è la mia voce on line e non la lascerò morire. UIltima cosa, sono stato e sono molto affezionato a Calibano, nonostante i suoi evidenti difetti e nonostante la scarsa simpatia che in altri tempi ha ricevuto e sono molto soddisfatto di averlo pubblicato. Nulla di più. Tutto il resto è vanità, come direbbe Padre Jorge (sì, ho letto Il nome della rosa).


1.3.19

Calibano penultimo: eventi imprevedibili


– Mucimucimucipcpcpcthth ma che bel micino, cosa fai lì sulla macchina?
– I cavoli miei, nonna.
Emma Grubessich, insegnante di liceo in pensione si allontana con passo sostenuto e risentito, sollevando l’ala del cappotto cammello per difendersi dalla bora che spazza sostenuta la strada verso Miramare.
I gatti stanno esagerando – pensa – questo pezzato bianco e nero è il quarto della mattinata che la tratta come una vecchia rimbambita e scocciatrice, dopo tanti anni di affettuosi incontri. “Il mondo non é più lo stesso” Medita la signora Emma e la cosa veramente singolare é che ha ragione.



Sara Brandirali, studentessa laureanda in scienze biologiche, si avvicina alle gabbie delle cavie con una siringa in mano.
Nella siringa c’é un adiuvante per lo sviluppo di tumori epatici, il tocco finale dopo un’alimentazione di un paio di settimane condita in abbondanza da sostanze cancerogene. Essendo sabato è abbastanza normale che tutti se la siano svignata dal laboratorio, lasciando lei da sola alle prese con i ratti bianchi dagli occhi rossi che si agitano e tentano di morderla, ma più ci pensa e meno le sembra giusto.
Potrebbe anche non farne niente, andarsene e scrivere un sacco di balle sull’apposito registro, ma Sara non è il tipo. Apre la gabbia numero 5, infila la siringa in bocca per traverso, diventando una versione da guerra batteriologica di un tigrotto della Malesia ed acchiappa uno dei ratti con tutte e due le mani tirandolo fuori dalla gabbia.
– Coraggio, é una cosa da un minuto. – Bofonchia.
– Come hai detto? –
Sara fissa gli occhietti rossi e le labbra rosa del ratto che solleva la testolina inclinandola all’indietro per guardarla.
– Cosa dicevi? – Ripete il ratto.
Sara apre la bocca e la siringa rotola per terra e poi sotto uno dei banconi.
– Lasciami, dai. – Dice il ratto.  


Sara guarda il cartello scritto a pennarello e appeso sul frigofero che recita “Se avete bisogno di tampone fatevelo e non grattatelo agli altri” e per un istante pensa di scriverne uno che dica “Non rispondere alle cavie”.
La bestiola è scesa sul bancone e si guarda intorno con blanda curiosità.
Sara finalmente urla.
Il ratto, una femmina di un anno, la considera con espressione da etologo e quindi comincia a leccarsi flemmaticamente la zampa anteriore destra.
– È sabato Sara, cosa fai ancora qui, perchè non vai a spasso come tutti i tuoi colleghi? – Chiede una voce proveniente da una delle gabbie.
– Ce n’é una dozzina da sistemare prima di te, Sara, in questo dipartimento, lo sai, no? È inutile che ti affanni tanto. Ma non ce l’hai il ragazzo?
Adesso a parlare dev’essere stato Doppiaelica, il ratto più vecchio del laboratorio, sopravvissuto a centinaia di esperimenti ed ormai lasciato in pace e nutrito da tutti.
– Ma Sara é bravina, attenta e coscienziosa. – Osserva un altro ratto, un giovane.
– Pivello, non é quello che li rende scienziati, secondo il boss. “Le donne vanno bene per la routine, é un altro modo per loro per fare le massaie” dice. Più sono ordinatine e scrupolose meno le stima, parola di Doppiaelica.
– Davvero ha detto questo, Doppiaelica?– Sara é sicura di essere vittima di un’allucinazione, probabilmente dovuta a stanchezza, ma le parole del ratto patriarca l’hanno comunque parecchio irritata.
– Come no. Ha detto qualcosa anche sul fatto che hai il culo basso e le tette ipotetiche e che a letto devi essere più o meno come una borsa dell’acqua calda.
Sara prima arrossisce poi diventa livida. – Immagino ne abbiate piene le tasche di stare qui.
– Siiiiì!
– Bene. Adesso vi libero.
Conscia di essere nel pieno di ciò che qualche ora più tardi definirà una crisi isterica, comincia ad aprire le gabbie ed a far uscire le cavie. Queste escono velocemente infilando la porta del laboratorio. Qualcuna la saluta, qualcun’altra si attarda a raccogliere un po’ di cibo prima di uscire.
– Lasciate perdere quel cibo, é avvelenato. – Urla.
Alla fine nel laboratorio rimangono solo Doppiaelica ed un paio di femmine che allattano.
– Volete venire a casa mia? – Chiede loro Sara in preda ad un ulteriore impulso irragionevole.
Le due femmine si guardano e annuiscono. Le sistema in due gabbie più piccole, ben foderate con stracci e paglia. Avrebbe persino voglia di piangere, ma il nodo alla gola glielo impedisce.
– E tu, Doppiaelica?
– No, grazie, penso che mi fermerò qui. Le cose sono cambiate, Sara: la cattedra diventerà mia tra qualche giorno. Ci vediamo quando devi sistemare la tesi. Ciao.
Mentre guida la sua vetturetta verso casa Sara almanacca qualche scusa molto scientifica per indurre i genitori ad accogliere in casa di Ottavia e Sandy, le due femmine, e di tutti i loro piccoli. Nel frattempo le rattesse chiaccherano tra loro di poppate e pipì e popò dei rispettivi pargoli.
– Mia madre diceva… – Sentenzia Sandy a proposito di qualcosa. Sara ride. Si sente irresponsabile e felice come non le capitava da tempo.



– Vogliamo parlare con il vostro presidente. – Dichiara il grosso gatto rosso. Le due guardie si guardano, fissano allibiti i tre mici ed i quattro grossi ratti che accompagnano il felino.
– Ehm, a che proposito?
– Della gestione del pianeta, diciamo. – Spiega uno dei ratti, un esemplare da incubo metropolitano. – Con permesso.
Le guardie si spostano ed il piccolo corteo entra nella sede del governo mondiale.
– Mi scusi, dov’é lo studio presidenziale? – Chiede la minuscola micia nera-bianco-rossa all’impettito usciere seduto ad una scrivania.
– Diddilà- Balbetta l’uomo.
– Grazie. – Gli otto eredi della Terra, rappresentanti delle rispettive razze senzienti, salgono al piano superiore ed entrano nello studio presidenziale.
– Buongiorno. – Dice Russell Poe, il micio rosso, all’indirizzo dei presenti. – Buongiorno signor PRESIDENTE DEGLI UMANI di Mewuirr. 

 
– Ce l’abbiamo fatta, il governo galattico ha riconosciuto mici e ratti come razze senzienti! – Luxiferus, in abito chiaro da colonialista e paglietta entra di corsa nella serra della nave e si ferma di scatto dopo pochi passi.
– Satan? – Chiama.
Il daimone, seduto a contemplare la pagina inferiore delle foglie di una delle sue adorate piante, fa capolino da dietro uno dei banconi e ringhia.
– Cosa vuoi Lux? Sono occupatissimo.
– Abbiamo vinto, Satan. La federazione ha riconosciuto i nostri amici razze senzienti. Vengono domani a firmare il contrattino per lo sfruttamento del pianeta.
– Ah. – Satan, seduto per terra, si gratta il dorso di una mano con una delle corna. – Sei sicuro?
– Sicurissimo. – Il grilloide annuisce con enfasi, soddisfatto.
– Bene. Hai avvisato Ahriman?
– Certo.
– Luxiferus?
– Eh?
– Domani , per la firma del contratto…
– Sì?
– Vestiti da persona seria, almeno una volta in vita tua.
– Ma, non capisco…
– Dammi retta, eh?
Il grilloide si guarda, si toglie la paglietta e se la rigira tra le zampe anteriori incerto.
– Ma cosa c’é che…
– Una cosa sobria, ci siamo capiti, eh Luxiferus? –
– Va bene, per quanto… – Il socio di Satan esce borbottando e si chiude la porta della serra alle spalle. Satan sorride, si guarda intorno e depone un lieve bacio sui fiori di Elvira. 



 
– Che facciamo, Mirella?
– Ma, ti dirò che a me piace di più questa Terra qua. – E. e Mirella mi guardano. Mi stringo nelle spalle.
– Per me… – Dico.
– Potremmo…– Inizia E.
– Fai pure. – Termina Mirella.
– Ma nemmeno per qualche giorno?– Chiede il mio protagonista, ormai prossimo a non esserlo più.
– Fai pure ti ho detto. – Ripete lei.
– Ma l’Umanità? – Mi chiede E. con fare accorato.
– C’é sempre quella che hai conosciuto, esclusi quelli che sono rimasti chiusi nei rifugi ad aspettare la fine del mondo. La Federazione ha concesso agli umani Demetra, un bel pianeta. Ci metteranno almeno qualche secolo a rovinarlo. Intanto hanno già eletto una classe dirigente nuova. Per il momento si tratta di dilettanti, ma tra un po’ impareranno e l’umanità potrà ancora contare sui soliti parassiti corrotti ed inefficienti e su un pianeta inquinato e malsano. Sarà come rimettersi i vecchi panni, anche se brutti sono più comodi. Tanto ci siamo tutti abituati.
– No grazie. – Mirella scuote la testa decisa.
– Eh… – Medita E.– Se il film funziona…
– Ci pensiamo un momento. – Mi dice infine Mirella.
– Va bene. Solo per un paio di pagine che devo chiudere. – Rispondo io.
Eisenstein visiona le riprese su un monitor grande come un campo da tennis e si volta.
– A me pare buono, cosa ne dici D. K.?
Il regista smette per un attimo di baciare Conan ed annuisce. – Ottimo.
– Tu che ne dici, Pelagio?
– Discreto, ma non funzionerà, adesso vanno cose meno spettacolari. 
 

“La guerra di Calibano” ebbe un successo travolgente in tutta la galassia.
Fu visto da un totale di seicento miliardi di spettatori solo nella prima settimana di programmazione e i gadget ispirati al film vendettero per miliardi e miliardi di galattodindi.
Molti furono colpiti dal fascino di Aquila Yò-yò, nonostante fosse apparso solo in poche riprese, e quasi tutti trovarono estremamente esilarante Neurite nei panni del giovane stupidotto, cosa che al suddetto non piacque del tutto.
Ma a giudizio di tutti la parte migliore del film furono gli spezzoni di programmi prodotti dai terrestri sapientemente montati da Eisenstein nel corso della vicenda.
Pubblicità, reality show, dibattiti, incontri tra esperti, telequiz, programmi con l’ospite, scottanti reportage, litigi tra invitati ecc. ecc. avevano l’effetto sicuro di far rotolare giù dalle poltrone a forza di ridere i galattici di ogni razza, forma, dimensione e metabolismo.
E. e Mirella ricevettero come proventi del film una quantità di galattodindi sufficiente a mantenerli per l’eternità o quasi, ragion per cui decidettero di non raggiungere i loro simili su Demetra e continuare la loro carriera di attori.
Il loro secondo film, “Un grido sulla scogliera”, fu un fiasco colossale, distrutto dalla critica e ignorato dal pubblico, segno che le cose stavano tornando alla normalità.
Attualmente vivono su Melone Bianco e trascorrono spesso le serate con Thinbam e Fontainbleu in appassionanti discussioni filosofiche o giocando a monopoli.
Loro ospite é Pelagio, temporaneamente in pensione (la pensione tra i galattici é un periodo di riposo di una trentina d’anni, trascorsi i quali Pelagio dovrà ricominciare a lavorare).
L’ex-pilota, dopo aver assolto ai suoi doveri parentali, trascorre il tempo in compagnia di Theri, una tartoide silenziosa come un gatto ed altrettanto curiosa, leggendo, facendo lunghe passeggiate sul ghiaccio e scrivendo un manuale ad uso di stuntmen principianti.
– Pelagio perchè la tua sala delle lettere era arredata cosí? – Gli ha chiesto una volta Mirella durante una lunga passeggiata.
Il tartoide ha sorriso ed ha scosso la testa.
– Una volta, la televisione terrestre trasmetteva un programma…
– Quale? – Gli chiede Mirella.
– Un programma strano, non ne ho mai visti altri fatti in quel modo. C’era un tizio, un umano bruno, sorridente, che faceva disegni velocissimi su una lavagna dai grandi fogli bianchi…
– Alberto Manzi… – Dice Mirella in un soffio.
– Ecco, era quello il nome. Mi piaceva molto, quel programma, era così simpatico, così bravo quel signore… Io ero spesso solo e mi é sembrata una bella idea arredarmi la sala così. Mi sembrava che quell’umano dovesse entrare nella mia sala e salutarmi. Poi avremmo potuto fare due chiacchiere e bere qualcosa insieme… – Il tartoide scuote la testa. – Che idea stupida. Era colpa della solitudine.
– Non é vero, Pelagio. Il maestro Manzi era davvero simpatico.
Mirella sorride e guarda l’orizzonte incerto e gelido. Non era ancora nata quando Alberto Manzi faceva i suoi schizzi di case ed alberi alla Televisione, gliene ha solo parlato papà. Ma tanto Pelagio quello non lo sa.  


– Buongiorno. Immagino che lei sia del personale del residence.
Il grande magnate della finanza mondiale sbarra gli occhi e si aggiusta la cravatta per un riflesso automatico.
– Vuol essere così gentile da portarci due Daiquiri ben ghiacciati?
Il capitalista, appena sbucato dal rifugio sotterraneo sottostante fissa impalato i due sauroidi in camicia a fiori, comodamente sdraiati su due chaise-longue a godersi il sole mattutino e tossisce leggermente.
I due turisti si guardano interdetti, poi il più vecchio chiede. – Lei lavora qui, vero, su questo pianeta?
– Sì. – Ammette il pezzo grosso.
– Bene, allora ci porti due daiquiri ben ghiacciati. Il bar é di là.
Automaticamente il potente si dirige nella direzione indicata, stordito ed incapace di trovare una spiegazione qualunque a quanto gli accade.
– Li vorremmo per oggi! – Gli urla uno dei due sauroidi.
– Certo. – Dice l’ex- magnate.
– Salve talpa. – Un micio, comodamente sdraiato su una poltrona, pochi metri più in là, lo apostrofa con il nomignolo affibbiato agli ex- potenti del pianeta che pian piano mettono il naso fuori dai loro buchi per scoprire che la Terra ha cambiato padrone. Il felino socchiude gli occhi e aggiunge. – Portami due acciughine, e un piattino di latte.
– Certo signore.
– Veloce.
– Corro.
– Vedi, si abituano subito. – Spiega il micio al compagno, mentre il capitalista trotta rapidamente in direzione del bar.
– È ovvio. – Gli risponde il suo amico. – A loro modo di vedere c’é sempre qualcuno che deve comandare e qualcuno che deve ubbidire. Visto che siamo noi a comandare… – Il micio sbadiglia e si stira. – Saranno loro a dover ubbidire. Non hanno fantasia. 

 
– Doppio Kuemmel, tu sei sempre stato gentile con me, anche più che gentile, ma…
Il sosia di Richard Harris alla guida del suo miniyacht spaziale si volta e sorride. – Cosa c’é che non va, cara?
Conan – Vala Halla guarda fisso di fronte a sè e abbassa gli occhi.
– Ti devo confessare una cosa.
– Dimmi.
– Doppio, io non sono ciò che sembro, non sono una donna come le altre…
– Lo so cara, è proprio questo che mi piace di te.
– Ho un passato burrascoso. – Geme Conan.
– Non importa.
– Non capisci, Doppio. Io non sarò mai una buona compagna per te.
– A me sembra che tu vada benissimo così. – Doppio Kuemmel guida e non smette di sorridere.
– Non potremo mai avere bambini! – Insiste Conan.
– Ne adotteremo uno – Replica il suo compagno.
– Insomma, Doppio, tu non vuoi capire! – Urla Conan. – IO SONO UN ROBOT!
Doppio Kuemmel sorride e si stringe nelle spalle.
– Nessuno é perfetto. 


 
FINE

(o quasi)