18.9.17

Pubbliche scuse


È concepibile scrivere un post con delle scuse? 
Non l'avrei detto ma è capitato a me. .  
Ricordete il giudizio – forzatamente affrettato – sul romanzo La città del cratere di Alastair Reynolds e il sommesso invito a leggerlo? 
Bene, non fatelo. 
Dubito che qualcuno abbia aderito al mio invito ad acquistare il libro, ciononostante mi sento in dovere di scusarmi e ad annotare qui e nel mio cervello di non sbilanciarmi a pronunciare un giudizio anche solo parziamente positivo (o negativo) su un romanzo senza averlo terminato. 
Se ricordate ho scritto: 

La vicenda della flotta delle astronavi generazionali e dell'eccezionale / abominevole Sky, per quanto risulti la storia parallela e (finora) minore – anche se evidentemente chiamata a riunirsi a quella di Tanner Mirabel – ha una potenza narrativa non piccola e sprigiona un grado notevole di suggestione. 

Tutto vero fino a un certo punto. 
Poi si è scatenata la confusione autoriale, i cambi di personaggi e di personalità, 
Tizio che non era più Tizio – per essendolo stato per cinquecento e passa pagine – ma era in realtà Caio con i ricordi di Tizio... anzi, no... era Sempronio – rimasto sepolto per un secolo e passa – che si era calato nei panni di Caio e che in seguito aveva rilevato i ricordi di Tizio fino a incontrare il brutale Pinco, suo nemico giurato, che Tizio 2, sopravvissuto non si sa bene come all'agguato di un cobra reale alieno, provvederà ferocemente a uccidere – pur non essendo chiarissimo come mai – togliendo nel contempo il disturbo e permettendo che la prima persona singolare con la quale il falso Tanner Mirabel ha parlato per seicento e passa pagine ritorni a essere tale, adottandone nome e cognome. 
Avete presente quelle storie di feuilleton dove Tizio si toglie la maschera e dice «ma in realtà io sono Caio» e Sempronio gli dice «No, tu sei Panco, ti ho riconosciuto» e Tizio impallidisce e dice «davvero? Non me lo ricordavo».
Ecco, una cinquantina di pagine di follia.
Rilevante, comunque, come tutti ricordino la dolce Gitta, moglie non particolarmente acuta di Caio, uccisa da Pinco – credo – che a quanto pare ha lasciato un ricordo indelebile in tutti pur essendo apparsa di sfuggita in quattro - cinque pagine. 
Quanto alle astronavi generazionali vengono sbrigate in poche pagine dopo aver a lungo tenuto sospesa la vicenda. 


... Onestamente, un libro che sconsiglio pubblicamente.
È vero che un autore ha il diritto di fare quello che vuole dei suoi personaggi ma non ha il diritto di farlo anche con i lettori, circonvenendoli con individui che cambiano personalità senza preavviso e il cui passato viene distorto per far tornare i conti.
Non è un mestierante, il nostro Alastair, nel suo romanzo non mancano le buone e persino le ottime idee, ma diciamo che tende a mettere davvero TROPPA carne al fuoco e, una volta che ha un ettaro di griglie accese, non ha idea di come fare a spegnerle e il massimo che gli viene in mente è rovesciarle e saltare sulla carne per spegnerla. 
... Qualcuno vuole un Urania Jumbo seminuovo per 1 eurocent? 

P.S.: ovviamente questa non è una recensione ma soltanto una forma di sfogo personale. Oltre che una pubblica scusa. Non la leggerete su LN-LibriNuovi.

13.9.17

Parliamo di libri?


In questa lunghissima, rovente e minacciosa estate sono inciampato in un romanzo-fiume, La città del Cratere di Alastair Reynolds, più o meno 660 pagine stampate in spazio 1 e carattere max 10. L'ho acquistato e lo sto leggendo, nonostante abbia a suo tempo acquistato e interrotto la lettura a metà di Absolution Gap e sia riuscito a perdere – senza averlo letto – Redemption Ark. Questo parrebbe preludere a un giudizio negativo sui due romanzi in questione, ma sinceramente non mi sento di affermarlo. Diciamo che Absolution Gap supera di molto le mie capacità intellettive o, perlomeno, la capienza del mio cervello nell'immagazzinare nuovi personaggi. Ma questo La città del Cratere non sembra essere eccessivamente affollato e si lascia leggere senza eccessivi problemi. Quanto alla sua riuscita, beh, sono a pagina 545 e finora non si è ancora sciolto nessuno degli interrogativi via via seminati attraverso le sue pagine, ma la vicenda sembra avvitarsi come è giusto e necessario e quindi spero in un finale memorabile. 
Spero. 
In ogni caso mi sento di suggerirne la lettura pur se non ancora terminato. La vicenda della flotta delle astronavi generazionali e dell'eccezionale / abominevole Sky, per quanto risulti la storia parallela e (finora) minore – anche se evidentemente chiamata a riunirsi a quella di Tanner Mirabel – ha una potenza narrativa non piccola e sprigiona un grado notevole di suggestione. 

...

Un libro terminato e che mi ha profondamente colpito, divertendomi e insieme sollevando inquietanti interrogativi, è Un miliardo di anni prima della fine del mondo di Arkadi e Boris Strugatzki, pubblicato per la prima volta nel 1976 e tradotto da Paolo Nori per Marcos y Marcos nel 2017. 


«Un miliardo…» l’abbiamo sempre considerato tra i nostri romanzi preferiti, perché era come un pezzetto delle nostre vite, molto concreto, molto privato, pieno di persone concrete e di avvenimenti reali. Come si sa, non c’è niente di più piacevole che ricordare i propri guai quando son poi andati a finir bene (Boris Strugatzki)

Così scrisse fratello Boris nella presentazione del loro romanzo, un romanzo per il quale i due fratelli furono costretti a rompere il contratto con Aurora, la casa editrice che aveva commissionato loro il testo a a farlo pubblicare – a puntate – da un rivista. In apparenza nelle pagine sonnolente, piene di té, caffé, liquori, cucine trascurate e studi professionali improvvisati e disordinati non c'è e non c'era molto di temibile o di pericoloso per il defunto regime sovietico, tanto è vero che il romanzo non fu proibito né sequestrato, ma ciò non toglie che il testo dei fratelli Strugatzki possegga un "sottotesto", come lo chiamano i due fratelli, che ha qualcosa di sottilmente inquietante per chi lo legge. L'esistenza possibile di un'entità come «L'universo Omeostatico» [L'omeostasi, è la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità interna delle proprietà chimico-fisiche che accomuna tutti gli organismi viventi, per i quali tale stato di equilibrio deve mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso dei precisi meccanismi autoregolatori] e il complotto che parrebbe complicare l'esistenza degli scienziati – impedendo loro di dedicarsi alle loro ricerche utilizzando qualsivoglia sistema, dall'alcool a misteriose donne che tendono a scomparire dopo averli irretiti – è chiaramente un'assurdità. O no? Ne siete assolutamente certi? 
I fratelli Strugatzky ne dubitano, come fa supporre il romanzo,  e evidentemente si permettevano qualche dubbio anche sugli orizzonti progressivi del socialismo reale. 
Un romanzo divertente – a tratti sinceramente spassoso –, ricco di dialoghi vivaci, condotti nell'appartamento di Maljanov, disordinato studioso rimasto solo per l'estate e nelle cui stanze si susseguono discussioni, confessioni, rammarichi, dubbi, lamentele, lasciando al lettore, spettatore di un'assurda recita teatrale, una costante e imprecisa sensazione di indefinito allarme. Davvero un piccolo capolavoro. 


Costellazione familiare, di Rosa Matteucci, è il racconto di una perdita, in apparenza. La perdita della madre e, in precedenza, del padre, narrati con «il consueto, lucido puntiglio e con quella lingua ardita e immaginosa che è soltanto sua», come recita la seconda di copertina. La madre, in particolare, è un soggetto poco comune:

…Aborriva il parafernalia di melensaggini da donnetta piccolo borghese, compresa la sottomissione servile al marito e ai figli. La funzione della maternità, a suo avviso, faceva della donna un mero contenitore biologico, equivalente a un sacello usa e getta, e non era mai stata una libera scelta. Per questo motivo, e non perchè fosse una Crimilde, detestava i pargoli, le facevano ribrezzo. 

In compenso ella ha un'inesausta passione per i cani, le cui esigenze prevalgono costantemente su quelle della figlia, disprezzata per le sue bieche esigenze umane come mangiare e per la sua adolescenza maldestra e intollerabile, dotata com'è di «due tettone enormi, escrescenze che disgustarono mia madre, teorica del seno-coppa-di-champagne» e per il suo carattere timoroso, furtivo, incerto e disgraziatamente proclive a preferire il padre, individuo capace di rovinare più e più volte la famiglia con le scommesse e il gioco d'azzardo ma che ama sinceramente la figlia. 
La protagonista, la figlia poco amata e ancor meno apprezzata dalla madre, conduce una vita misera e disordinata, continuando a disprezzare il proprio corpo e talvolta animata e insieme ridicolizzata dalla frase della madre: «Ricordati che sei una bambina tedesca». Si aggrega a un gruppo psicodrammatico dedito all'astrologia – La Costellazione familiare – guidato dal «facilitatore» Renato Wok, vaga per la campagna in compagnia del cagnetto materno e nel frattempo elabora mentalmente a getto continuo immagini salvifiche della morte della madre, dopo la dipartita del padre in un incidente automobilistico.
Il tempo passa e finalmente Raffaella, madre recalcitrante, viene ricoverata in un ricovero per anziani, dove non si dà comunque per vinta e lascia che il suo carattere indomito e superbo prevalga sulle abitudini del mesto luogo:

Ogni pomeriggio, verso le diciassette e quaranta, mia madre centellinava l'aperitivo, come sua sempiterna abitudine. Volle anche patatine, mandorle salate e olive, tutto un repertorio di porcheriole atte a suscitare la sete. Era talmente malridotta, in ogni caso, che poteva soddisfare qualunque suo desiderio. 

Giunge infine il giorno della scomparsa della madre, che lascia la giovane prostrata e confusa. Ma un'appartenente al gruppo della Costellazione le dimostrerà che, in fondo, sua madre in qualche modo bizzarro e personale l'amava e che, nonostante tutto, lei era importante.
Un romanzo esagerato, in qualche caso confuso e disperato, come è costume di Matteucci, ma che tra un sorriso e l'altro riesce a rappresentare la profonda ambiguità del rapporto tra madre e figlia. Un romanzo che regala una curiosa, divertita tristezza. 

...
Avrei voluto parlare di Domani il mondo cambierà di Michael Swanwick, ma debbo ammettere che non è affatto facile farlo.  Sicché decido che è meglio ridargli un'occhiata e parlarne su queste pagine in altra occasione.
...
Per chiudere vi propongo un brano di musica classica, una passacaglia in sol minore per clavicembalo di Haendel. Il motivo della sua presenza in queste pagine è legato al lavoro su ALIA Evo 3.0, lavoro che sto conducendo in contemporanea alla pubblicazione su questo blog. 
Un brano musicale che vi ritornerà in mente quando leggerete il lungo racconto di Maurizio Cometto ivi contenuto. Buon ascolto!

 

4.9.17

Sempre meno blogging


Salve a tutti. 
Tutti... beh, i pochi superstiti. 
Il numero di lettori di questo blog è in caduta libera da mesi e il vero problema è che temo che me ne importi molto poco. 
In sostanza non so bene come farmene, di questo blog.  
Provo a spiegarmi: fino a un certo punto il blog aveva lo scopo di presentare la mia attività di libraio. Fungeva da sfogatoio ma anche da coscienza critica alla produzione libraria contemporanea, al modo di scegliere e di promuovere i libri in commercio, investigava sulle possibili ragioni e sulle modalità di certe scelte e cercava di sostenere la bibliodiversità, un neologismo ricalcato sulla biodiversità e, a mio personalissimo parere, altrettanto importante. Poi, come tutti sanno, ho dovuto chiudere la libreria – cinque anni fa, un oceano di tempo – e nel frattempo l'editoria è profondamente cambiata come è cambiata, fino a diventare irriconoscibile, la distribuzione libraria. Personalmente ho sostanzialmente smesso di frequentare le librerie e i libri che leggo mi arrivano tramite IBS o Amazon.it. I passaggi nella librerie di catena si sono rivelati fonte di irritazione per le continue carenze di stock e i rapporti con il personale frequentemente sorgenti di frustrazione.
Ho perso quasi tutti i contatti nel settore librario – molti sono andati in pensione: il tempo passa per tutti – e ora avrei se non altro qualche difficoltà a parlare di produzione libraria con una competenza che superi quella di un buon lettore. Non significa che non possa esprimere il mio parere in proposito, ovviamente, e certe dinamiche del settore mi sono ancora evidenti, ma in qualche caso esiste il rischio di confondere i motivi con gli effetti e questo non è serio. 
Un altro aspetto del blog è stato quello della presentazione dei libri letti dal sottoscritto, in modo meno serio e meno professionale di quanto faccio per LN-LibriNuovi, ma capita sempre più frequentemente che utilizzi la recensioni scritte per Fronte & Retro per il catalogo di LN – il sito bibliografico «consuma» mediamente una recensione ogni 3-4 giorni –, obbligando i pochi lettori che mi seguono su entrambe i siti a rileggersi recensioni già apparse. Quindi direi che è venuto il momento di eliminare le recensioni su F&R – perlomeno quelle più lunghe di 4-5 righe – per scriverle direttamente su LN.

Un altro dei temi che mi piace affrontare su F&R è quello che riassumo sotto la categoria «politicando», ovvero riflessioni e osservazioni su come va l'Italia e qualche volta il mondo. E qui i casi sono due: o le mie riflessioni sono talmente speciali e raffinatamente profonde da non meritare commenti o – cosa temo più probabile – sono talmente ovvie e così superficiali da non meritare nemmeno un parola. In ogni caso il vero problema è che ogni volta che mi trovo a commentare temi come il razzismo, il bullismo, la banalità della politica, la decadenza dei movimenti, la povertà dei temi e delle proposte ho la sensazione di urlare in una piazza vuota o al massimo in presenza di 3-4 persone, un po' come un sostenitore della restaurazione del feudalesimo o della monarchia assoluta. Sicché è spontaneo chiedersi che senso abbia sprecare il fiato per tentare di convincere coloro che sono, con ogni evidenza, già convinti. 
Su F&R mi sono occupato di musica, di rudimenti di tecnica della scrittura, di ciò che produco in quanto preteso scrittore, di ciò che avviene negli altri blog, ho partecipato a round robin e a Liebster's Award eccetera ma con la sensazione sempre più netta della crescita di età di coloro che lavorano a un blog e la sensazione giustificata che i giovani non abbiano né il tempo né la voglia di dedicarsi a qualcosa di impegnativo come scrivere righe su righe su un blog. 

«Mantenere un blog personale è diventato un’impresa e i giovani non vogliono averci nulla a che fare visto che ci sono altre piattaforme più interessanti», ha scritto Mel Campbell sul Guardian. Ecco allora la (lenta) migrazione verso Facebook e Twitter prima, quindi Snapchat e Instagram poi. O verso forme di blogging più immediate (Tumblr) o più «sofisticate» (Medium). (Da Il Corriere della Sera, 4 luglio 2017)

I social network sono diventati i sicari dei blog, non c'è dubbio. D'altro canto io stesso, se devo dare brevi comunicazioni su ALIA Evo, scrivo su FB, lasciando perdere il vecchio blog ALIA Evolution fermo al 28 giugno 2016. E giuro che è una sofferenza leggere quella data sotto l'ultimo post. 


...
A questo punto la domanda è: ha senso continuare a scrivere su queste pagine, inascoltato da molti e con un pugno di lettori che continuano per pura testardaggine? E soprattutto, di che cosa parlare? La mia vita è profondamente legata al mondo dei libri e, al di fuori di questi, non dispongo di molti argomenti di un qualche interesse generale, a meno di non voler scrivere post dedicati alle melanzane alla parmigiana versione light o al risotto al barolo. Ho molta considerazione per coloro che dedicano tempo e fatica a scrivere post che richiedono molto tempo per l'informazione e la documentazione, ma, dal momento che mi occupo di testi altrui – oltre che dei miei testi personali – dubito di trovare il tempo per dedicarmi a un blog diverso. 
Vuol dire che smetterò? 
Beh, non è detto. 
Questo blog esiste dal 2004 e chiuderlo sic et simpliciter mi sembra inaccettabile. Peggio ancora lasciarlo con quest'ultimo post e ritrovare la data del 4 settembre 2017 ogni volta che lo apro. 
Quindi continuerò, ma lentamente e quando potrò. Senza metodo né regolarità. Parlando di quello che capita – musica, libri ed e-book (ma in breve), attualità, famiglia, animali di casa, autoproduzioni eccetera – a chi avrà voglia di ascoltare. Probabilmente finirà per morire di consunzione, questo blog, ma non oggi. 
No, non oggi. 

 
 

4.8.17

Lavorare sopra i 37°


Mi capitò per la prima volta alle elementari, suggestionato da qualche documentario visto in televisione, probabilmente di Folco Quilici. Vedere uomini pesantemente vestiti, issati in cima a cammelli, attraversare il deserto sotto un sole torrido e chiedere al maestro: «Ma non hanno caldo, quegli uomini?». La risposta fu ovvia e tranquilla: «Stanno bene così: quando la temperatura sale sopra i 37° la lana è un buon isolante, anche perché protegge dalla temperatura esterna, qualunque essa sia.».
Già.
Chissà perché domanda e risposta mi sono tornate in mente in questi giorni, mentre tento disperatamente di terminare il racconto per ALIA Evo 3.0 senza sciogliermi davanti al monitor. 
«E perché non ti compri l'aria condizionata?»
Non è certo la prima volta che il mio Alter Ego se ne esce con questa bella idea e ogni volta la mia risposta è la stessa: «Perché l'aria condizionata non fa bene e poi perché contribuisce a riscaldare l'atmosfera subito fuori da mio buchetto fresco. È un gesto antisociale, in sostanza.»
«E poi costa, no?»
«Sì, inf... no, ma questo non c'entra niente»
«Eh, come no.»
È vero, l'aria condizionata costa, ma effettivamente non è questo il problema. Diciamo che installare l'aria condizionata mi ricorda la manovra di chi acquista un motoscafo nella speranza di sopravvivere allo scioglimento dei poli. 
In tutto ciò sono – anzi siamo, Silvia Treves e io – impegnati sul lavoro per ALIA Evo 3.0, ahimé ormai lontani dal fiume Lubljanika e dai deliziosi localini che si affollano lungo le coste, dove si trovava una birra squisita a prezzi ragionevoli... 

A questo punto, dopo esserci presi qualche giorno di riposo e di vacanze, siamo – grazie al cielo – a buon punto. Arrivati anche i racconti di Fabio Lastrucci, di Paolo S. Cavazza e di Vittorio Catani e una volta stabilito che si tratta di buoni racconti sui quali avremo ben poco da fare, non ci rimane che terminare i nostri testi per affrontare l'ultimo giro. 
Come fosse facile arrivare al termine di una pagina con questo clima.
In questi giorni scrivono: «Lo sapete che questo 2017 è peggio del 2003?». Ma va? Vien voglia di rispondere. Che cosa vi aspettavate? Se la temperatura media sta crescendo ed è previsto che a questo ritmo arriveremo ad un incremento di 3,4° entro la fine del secolo, è ragionevole attendersi che mediamente avremo estati più calde e inverni meno nevosi, con primavere e autunni che alterneranno felicemente la siccità con gli uragani. L'Accordo sul Clima sottoscritto (in ritardo) nel 2015 esordisce con: 

Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta

Che cosa non ha capito Trump di questa frase? «Cambiamento climatico» o «minaccia urgente»? O «Società umane»? Ma in fondo Donald Trump è stato eletto da tanta brava gente che si preoccupa esclusivamente degli affari propri, in molti casi di miseri affari propri, in pochissimi casi di grossi affari propri. 

Ma anche qui in Italia siamo sempre di più a preoccuparci esclusivamente degli affari nostri. Come insegna la mafia: «...Ma fatti i cazzi tuoi». Quindi risaliamo sul nostro SUV, diamo gas, molto gas e stramalediamo le ONG che salvano immigrati senza chiedere niente in cambio.
Lo so, è un grosso problema quello degli immigrati, ma date un'occhiata alla situazione nel Corno d'Africa o nell'Africa Subsahariana e comincerete a capire davvero che cosa sta accadendo. Altro che le infinite belinate sui radical chic che stanno a Capalbio e predicano bene razzolando male o che si fanno i soldi in combutta con i trafficanti di schiavi: la realtà è che non esiste più una differenza reale tra immigrati per motivi umanitari e immigrati per motivi economici e che comunque loro non potranno fare altro che tentare di allontanarsi dalla loro patria, secca, arida e incoltivabile.
Che cosa vi ricorda? [*]
Ultima cosa, prima di ritornare a tentare di scribacchiare qualcosa, un paio di giorni fa il nostro beneamato curatore di Urania, Giuseppe Lippi, se n'è uscito con una grossa scritta in campo rosso sulla sua pagina FB con la frase: «Dannate ONG!» accompagnata dall'emoji di una faccia incazzata. E ha trovato pure 13 tapini che gli hanno dato ragione.
Bene.
Sono curiosamente felice di non avere mai vinto il premio Urania. E mi chiedo quale sarà lo sconforto di organizzazioni internazionali come Medici senza Frontiere nell'apprendere che la loro condotta non è apprezzata da Giuseppe Lippi. 
Il vero problema dei social network è quello di trasmettere le idiozie molto oltre i confini del bar sotto casa. Q.E.D.

[*] Il romanzo di Bruno Arpaia, «Qualcosa là fuori», con gli europei che tentano di superare il Baltico, pattugliato da navi svedesi e norvegesi, pur di arrivare in Scandinavia.


19.7.17

Un'Italia di vecchi e di sfruttati


E anche la legge per dare la cittadinanza ai giovani immigrati che hanno frequentato le scuole qui, vivono qui, fanno il tifo per la nazionale di calcio italiana e parlano correntemente italiano è saltata. Ultima coltellata è stata quella di mr. Alfano, inutile e nocivo ministro degli esteri di un governo teorico che cerca di sopravvivere fino alla prossima primavera. 
Secondo la sinistra si trattava di una legge di civiltà che ci avrebbe posto sullo stesso piano degli altri governi europei ma alla quale abbiamo, in definitiva, rinunciato per una serie di motivi che hanno poco o niente a che fare con la realtà e moltissimo a che vedere con le fantasie malate o volutamente distorte dalla destra italiota, ovvero FI, Lega e 5 Stelle. 
Ho conosciuto e conosco diversi ragazzini che mi sono stupito nel sentire correntemente parlare italiano, magari intervallandolo, in rapporto all'interlocutore, con la lingua familiare: arabo, cinese, bengalese o moldavo. Mia moglie ha insegnato in classi dove il 20% o più degli alunni sono di origine straniera e, a parte gli inevitabili problemi dovuti alla necessità di imparare in una lingua che non è la propria, non hanno mai mostrato simpatie verso la Jihad o verso le Triadi. 
Ma il problema non è questo, evidentemente. 

Per la destra, sia quella orgogliosamente suprematista come Casa Pound giù giù fino a Matteo Salvini e complici, sia quella più nebbiosa e disonesta come Grillo & Casaleggio, il problema principale erano poche centinaio di migliaia di voti che sarebbero – presumibilmente – andati a sinistra, dal momento che l'intolleranza per gli stranieri è una bandiera della dx italiana e, reciprocamente, era proprio questo uno degli elementi che premeva di più a Renzi, che ha fatto finta di non notare la stangata alle ultime elezioni amministrative.
Ma questo aspetto, puramente politico nel suo significato più ovvio, anche se non immediatamente evidente, non è comunque il motivo principale della discussione furiosa tenutasi in questo periodo. Il motivo principale è la serie accellerata di sbarchi avvenuti negli ultimi mesi e la crescita costante di immigrati, rifugiati, disperati, donne, bambini non accompagnati che si sono rovesciati sul nostro paese, largamente inadeguato a sopportare una simile invasione. Intendiamoci, nel 2015 sono sbarcati 153.000 immigrati, nel 2016 180.000 e nei primi sei mesi del 2017 83.000, con un incremento del 18% sui primi sei mesi del 2016, ma si parla sempre di numeri che, anche se sommati, costituiscono una percentuale minima della popolazione italiana (1 immigrato ogni 150-200 abitanti) ed è quindi quantomeno molto esagerato definirla un'invasione, a meno di non voler creare una sindrome da assedio che possa teoricamente spiegare tutto ciò che non funziona in questo paese, dalla disoccupazione, alla criminalità, al terrorismo. In realtà quanti di costoro abbiano intenzione di fermarsi in Italia non è dato sapere – anche se non mancano dati che suggeriscono la volontà di lasciare l'Italia per altri paesi europei dove si trovano parenti o amici. In questo senso l'Italia è ed è sempre stato un paese di transito che solo in questi ultimi mesi – grazie alle politiche miopi della UE – è diventato un luogo di sosta forzata. Teniamo ancora conto che non pochi immigrati arrivano in Italia con un passaporto con visto turistico e, una volta arrivati qui, «scompaiono» all'interno delle loro comunità, sforzandosi di trovare un lavoro. E gli esempi tra i miei conoscenti e tra quelli di ognuno non mancano. 


Ma il problema degli immigrati in arrivo, anche se grave, NON È il problema di chi si trova e lavora qui in Italia da anni e anni e i cui figli potrebbero – finalmente, dopo almeno cinque anni di scuola – diventare italiani. Presentare la Ius Soli come un facile, astuto sistema per far acquisire la cittadinanza a chi è appena sbarcato da un gommone è, come minimo, una menzogna e si avvale della sostanziale, profonda ignoranza di milioni di nostri connazionali. Perché gli italiani sono ignoranti – lo sappiamo, vero? – sei o sette su dieci di noi non riescono a leggere, interpretare e ripetere un brano scritto che superi le dieci righe e, soprattutto molti di noi vogliono credere che siano gli immigrati il vero problema di questo paese e non piuttosto una classe politica parassitaria, un ceto imprenditoriale che mira ad arricchire al più presto senza guardare in faccia nessuno, una criminalità organizzata capace, come in questi giorni, di bruciare ampie aree verdi per ottenerne spazi per le discariche abusive, una speculazione che mira a cementificare nuove aree e così via. Si preferisce dire che sono i neri che spacciano – e ne esistono, ne ho visti, non vivo sulla luna – piuttosto che protestare per il lavoro per i giovani divenuto un incubo senza uscita. 
Ma per alcuni la Ius Soli non è un vero problema, ben altri sono i problemi attuali. E il benaltrismo, versione pudica e ipocrita del semplice fascismo ruspante, è diventata la foglia di fico di chi è – confusamente, approssimativamente – di destra ma non ha il coraggio di dirlo ad alta voce. E qui non si possono non citare gli ormai dimenticati grillini, divenuti neri e poco gradevoli come le blatte. 


In fondo, comunque, negare la cittadinanza italiana a centinaia di migliaia di giovani ne permette lo sfruttamento, impedisce la possibilità di partecipare a concorsi pubblici – pur avendone la preparazione, e li obbliga a una vita perennemente sotto ricatto. In fondo molti italiani non sono soltanto ignoranti ma talvolta anche furbetti e sanno benissimo come approfittare di chi capita loro a tiro. 
Una linea invisibile continuerà a dividere Mohammed da Giulio, Xin da Alessandro, Alonso da Giovanni e, in fondo, a molti piace sentirsi anziani Italiani per una volta in vita loro, oltre alle occasioni nelle quali si è cantata la prima strofa dell'Inno di Mameli. Solo la prima, siamo anziani.
Io preferisco sentirmi un cittadino del mondo, anche se è sempre più difficile.

5.7.17

Il settimo Clone o un Problema di tempo


Ho perso un bel po' di tempo prima di scrivere questo (breve) post dedicato alla recensione scritta da Stefano Sacchini e pubblicata il 28 giugno su Cronache di un Sole lontano. Il problema essenziale, quello che mi ha dato più grattacapi, è il dato di fatto che si tratta della recensione al mio ultimo romanzo – in primo luogo – e una recensione molto positiva, aggiungo. 
Alla fine sono giunto alla conclusione che se al buon Sacchini il romanzo non fosse piaciuto e avesse scritto delle sue perplessità o delle sue riserve, mi sarei sentito in dovere di intervenire per chiarire, spiegare, discolparmi. Allo stesso modo debbo intervenire, anche per apprezzare il buon lavoro fatto dal recensore in questo caso e non lasciarlo cadere. 
Direi che per prima cosa fareste bene a leggerla, la recensione. Qui (ma anche qualche riga prima) la potrete trovare. 
Fatto? 
Bene, ottimo. 
Al di là delle considerazioni svolte da Sacchini sulle mie qualità di autore di fantascienza – ovviamente graditissime, anche se giustamente opinabili – ci sono alcuni elementi della recensione che merita sottolineare. 
La mia passione per Cordwainer Smith, in primo luogo, grande autore che ho avuto l'improntitudine di sfidare giocando con gli stessi elementi della sua narrativa, con gli underpeople divenuti ne Il settimo Clone, i tranx (o zoogeni o moreauviti). I tranx – e in questo romanzo penso si possa cogliere meglio che in altri – sono i veri protagonisti dell'avventura della Corrente. Nati per sostituire gli umani nelle missioni più rischiose hanno finito col diventare un'armata di silenziosi servitori che gli umani – i «Signori» o «le Guide» – utilizzano senza porsi domande sulla loro intelligenza, volontà, desideri o sogni. E i tranx, come tutti i servitori, spesso amano immaginare come dev'essere vivere una vita lunga come quella dei Signori, altrettanto ricca e altrettanto potente. Ma tuttavia essi non provano invidia, né desiderano spodestare gli umani dal dominio della Corrente. Il debito di vita, quella che ritengono di dovere agli umani, li trattiene e spegne qualsiasi aggressività. I più acuti tra loro hanno creato una forma particolare di filosofia del vivere, una sorta di rovesciamento dell'Io in una forma impersonale, ipotizzando – non si sa se avendolo immaginato o meno – una sostanziale uguaglianza tra tutti i tranx che divengono così un unico, enigmatico, popolo pronto a seguire un'umanità dispersa tra le stelle, un popolo ubbidiente ma nel contempo divenuto conscio di se stesso.


In questo senso il commento contenuto nella recensione: «depositari di una sensibilità e di una vitalità che il genere umano sta progressivamente perdendo» mi è sembrata decisamente indovinata, soprattutto perché io, che ne sono l'autore, non avrei potuto coglierla con altrettanta chiarezza. 
Un altro elemento che tengo a sottolineare è il worldbuilding, ovvero il tentativo di raccontare un mondo (o più mondi). Un elemento che mi è costato e mi costa non poco tempo durante la scrittura di un testo ma che ritengo assolutamente centrale nella fantascienza. Se non riuscite a descrivere credibilmente un altro mondo, diverso dalla nostra Terra, una buona quota del senso del meraviglioso (sense of wonder) del vostro libro sfumerà via, lasciandovi nella condizione di una attore al quale sia crollata la scena alle spalle, lasciandovi a recitare davanti a un fondale semibuio e ingombro di oggetti.
Ultimo elemento, il dato di fatto che nel romanzo i dialoghi in più occasioni «sostituiscono l'adrenalina», creando – in qualche caso – inevitabili lungaggini. Anche in questo caso l'autore può aver avuto il qualche occasione la sensazione di aver inseguito un po' troppo a lungo i personaggi e le loro interminabili chiacchiere, ma direi che è necessario un lettore
che l'autore non conosca personalmente a fargli notare questo genere di difetti. 



In parte, comunque, devo ammettere di essere un po' tirchio nell'utilizzare l'adrenalina e in generale armi, esplosioni o altre mirabolanti disgrazie. Ho preferito creare un intreccio complesso, anche a rischio di far sbadigliare qualcuno in qualche passaggio e, in ogni caso, sono anche famoso per aver scritto un romanzo di military science fiction – «Settembre» – che mi hanno detto appassionante ma molto avaro di scontri a fuoco e di massacri particolarmente appariscenti
In ogni caso la recensione a Il settimo Clone è stata un'inattesa e buona occasione di riflessione, della quale ringrazio di cuore Stefano Sacchini.
Ultima cosa: chi avesse intenzione di chiedermi una copia del romanzo per recensione può scrivere a massimo.citi[at] fastwebnet.it.

21.6.17

Righe su righe, ancora

Riprovo, dopo aver promesso di scrivere ed essere riuscito a parlare soltanto di un frammento di un'antologia. Ma in realtà di libri ne ho letti, ultimamente, e la famosa pila sulla scrivania rischia seriamente di crollare. 
...
Comincerò con i due volumi – il secondo e il terzo – della  trilogia di Virga di Karl Schroeder. Si tratta de «Regina del Sole» e di «Sole pirata», editi da Zona42. Un po' in ritardo? Ma-voi-non-avete-idea-di-quanti-libri... vabbè. Sono un lettore compulsivo, cannibale confuso e poco conseguente, mi faccio attrarre da libri di ogni forma e/o colore ma da lì a leggerli... Il minimo che possa succedere è che legga un libro un paio d'anni dopo l'uscita. O, se è per quello, anche dieci anni dopo. 
Ritornando a Virga, è opportuno ricordare lo sfondo delle vicende narrate: 

Virga è una sfera di dimensioni planetarie piena d'aria. Al suo interno, privo di gravità, si muovono isole, alberi e città tenute insieme da un misto di forze centrifuga e centripeta, e trasportate dai moti convettivi della masse d'aria che riempiono la sfera. Ad alimentare la vita di Virga c'è Candesce, il Sole dei soli, da cui deriva tutta l'energia disponibile. 

Come può essere utile ripetere ciò che dichiarò a suo tempo Karl Schroeder:

... Il Sole dei soli e i suoi sequel [...] hanno un tono da XIX secolo  e, stilisticamente fanno parte della tradizione Steampunk, ma sono ambientati tra mille anni nel futuro [...]


E puntualmente i due volumi mantengono ciò che promettono. In Virga II (Regina del Sole) il filo dell'intreccio è affidato a Venera Fanning, scatenata, ironica, testarda e temeraria eroina che organizza tranelli, orchestra congiure, unisce e divide, tradisce e ritorna fedele in una curiosa corsa da fermo, ovvero senza praticamente muoversi da un angolo del mondo di Virga: Spyre. Ed è curioso che Schroeder faccia riferimento, nel corso dell'introduzione, a uno dei grandi romanzi fantasy della tradizione britannica, Ghormengast, dove è il castello ad essere il centro geometrico, oltre che la ragione e l'effetto di ciò che avviene. Conformemente Schroeder racconta del mondo di Spyre, fatto di principati, ducati, signorie e regni che raramente superano l'ettaro di ampiezza e vi fa muovere al suo interno un personaggio maledettamente vivace come Venera Fanning, con risultati sorprendenti. Risultato un romanzo condotto a una velocità inusuale e con una protagonista che non è facile dimenticare. 

Virga III (Sole pirata), ha per protagonista il marito di Venera, Chaison Fanning. Questi, catturato  al termine dello scontro vittorioso con la formazione Falcon, è tenuto prigioniero e regolarmente torturato, ma riesce a evadere grazie all'intervento di Antaea Argyre della Guardia Patria, ovvero l'organizzazione (segreta) che difende Virga – un pallone pieno d'aria, frammenti di terra e piccoli soli artificiali per 8-9.000 chilometri di diametro. 
L'intervento di Antaea si rivela parte di un progetto più vasto che mostrerà come Virga non sia un frammento di umanità chiuso ad ogni intervento esterno ma parte di un universo ben più vasto. 
Qual è il segreto di Schroeder nell'aver dato vita a una trilogia che riesce a unire il romanzo d'appendice, la saga marinara, la space opera e, almeno in qualche tratto, il romance? Essenzialmente due elementi: il luogo della vicenda, impossibile da dimenticare, e il ritmo della vicenda che, senza cancellare i personaggi, tiene l'attenzione del lettore inchiodata alla pagina. Una buona scelta, quella di Zona42, editore al quale auguro una lunga e prospera vita. 
...

Cambiamo completamente area, tema e argomento con un curioso saggio biografico/autobiografico pubblicato in lingua originale nel 2004 e tradotto dallo svedese da Iperborea nel 2015. Si tratta di L'arte di collezionare mosche di Frederick Sjöberg, «Scrittore, entomologo, collezionista e giornalista cultuale», come riportato nell'aletta del terzo di copertina.
Qual'è l'anima prevalente tra quelle indicate per Frederick Sjöberg? Difficile dare una risposta precisa, dal momento il nostro scivola costantemente dalla propria storia personale a quella di altri entomologi e naturalisti, raccontandone frammenti di vita, passioni, abitudini singolari e manie personali. E il primo di tali "scivolamenti" avviene quando il nostro entomologo decide di acquistare una Mega Malaise Trap, ovvero una gigantesca trappola per insetti, nel suo caso di mosche sirifidi, una famiglia di ditteri che si nutrono esclusivamente di nettare e polline con livree che ricordano quelle di api, vespe, bombi e altri imenotteri pericolosi. In sostanza le sirfidi indossano costantemente una maschera orripilante per riuscire a pascolare pacificamente e senza volere o poter fare del male a nessuno. In natura paiono esisterne 6.000 specie e nel corso dello spassoso volumetto Sjöberg ne presenta un certo numero, narrandoci anche la difficoltà di riconoscerle e distinguerle, oltre alla gioia – che stranamente risulta condivisibile anche per il lettore – di trovare una specie che teoricamente non dovrebbe esistere tra le isole svedesi. Ma, come dicevo, il co-protagonista del libro è René Malaise, il principale entomologo, collezionista ed esploratore svedese, vissuto tra il 1892 e 1978 e membro della spedizione biennale (1920 - 1922) nella penisola della Kamchatka, una superficie appena inferiore a quella dell'Italia, perduta all'estremo nordest della Siberia e con una popolazione totale di 322.000 abitanti. Ma Malaise compì anche altre spedizioni a Rangoon, a Kamakura e nel nord di Burma e tra il 1953 e il 1958 divenne coordinatore della sezione entomologica del Museo svedese di Storia Naturale. In quegli anni pubblicò un saggio di argomento geologico dal titolo Atlantide, una realtà geologica che riprendeva le teorie di Nils Ohdner, scienziato contrario alla deriva dei continenti di Wegener. Ovviamente il saggio di Malaise divenne la barzelletta dei geologi che si vedevano attaccati da un collezionista di insetti...
Il racconto della testardaggine superba di Malaise, arrivato a pubblicare a proprie spese il saggio "geologico" in inglese, finisce per essere così il contraltare alle disavventure di Sjöberg alla faticosa ricerca di sirfidi su un'isola svedese. Un saggio curioso, a tratti schiettamente comico e che inevitabilmente ricorda la passione di Stephen Jay Gould per i grossi errori di alcuni importanti scienziati, concludendone che tali errori sono spesso stati preziosi per il progredire della scienza. Un libro gradevole e in qualche modo prezioso, dal momento che rende comprensibili e in qualche caso persino gradevoli gli insetti, un genere di creatura che molti – a cominciare da mia figlia – temono, detestano o fuggono. 
...

Un Urania, ora. Non penserete mica di esservela passata liscia? Si tratta di Senza luce [Lightness], di C.A.Higgins, ed. originale 2015 e traduzione italiana di Annarita Guarnieri per il numero 1641 della rivista. 
Di questo libro ho sentito parlare in modi tutt'altro che positivi da più lettori, a cominciare dal dato di fatto che praticamente tutta la vicenda si svolge rispettando l'unità aristotelica, ovvero secondo l'unità di tempo, luogo e azione, una modalità di azione letteraria che venne a suo tempo polemicamente attaccata dai romantici tedeschi. Non credo che tutti i critici del romanzo della Higgins fossero seguaci dei romantici tedeschi di fine '700 / inizio '800 ma che, semplicemente, si siano stancati e sfiancati di un dialogo pressoché interminabile – e apparentemente senza sbocchi – che continua per N pagine. 
Il problema del dialogo, anzi il problema del DIALOGO è un elemento che suscita non poche discussioni nell'ambito della sf – e non solo. «Show don't tell» è una dittatura che estende il suo potere anche sul terreno del dialogo e non sono pochi gli autori, anche importanti, che affermano che [*] «Va bene, se solo elimini un po' di dialoghi e inserisci un po' più di azione». 
Onestamente non ho nulla contro i dialoghi, purché appaiano reali, ovvero condotti da personaggi ben caratterizzati. In questo senso Senza luce ha uno spessore "teatrale" che non si può sottovalutare e che costituisce gran parte del suo fascino. Il duello verbale condotto da Ivan e Ida per una buona età del libro funziona egregiamente – a mio parere – e scolpisce i personaggi con un rilievo non comune. Ciò che, viceversa, non funziona troppo bene è lo sfondo: un terrorismo che raggiunge vertici e risultati inattesi, la sostanziale debolezza dell'ipotesi di una tecnologia giunta all'autocoscienza e l'incongruenza di un sistema politico mai ben chiarito. In sostanza è l'insieme della vicenda a risultare incerta e a tratti vagamente assurda e non tanto il ritmo, che mantiene comunque un suo valore teatrale innegabile. 
In sostanza – ed è questo l'aspetto curioso – a rendere criticabile e/o intollerabile il libro non è tanto la sua dimensione di piéce, dove personaggi entrano ed escono da un palcoscenico a bordo di un'astronave, ma il mondo che circonda tale palcoscenico, troppo evidentemente un fondale di poco spessore. In ogni caso una lettura non indegna, in attesa del seguito e della maturità espressiva di un'autrice comunque interessante.  
...

Leo Perutz, è un tipico esponente di una Mitteleuropa letteraria, più austroungarica che tedesca, nata e cresciuta tra la fine del XIX e l'inizio del XX e che comprese alcuni grandi autori di narrativa tra i quali: Sandor Marai, Ödon von Horvath, Israel Singer, Alfred Kubin, Arthur Schnitzler, Alexander Lernet-Holenia, Hugo von Hoffmanstahl, Franz Wedekind e molti altri più o meno noti. Il legame tra l'attività di questi autori e l'altrettanto mitteleuropea psicoanalisi freudiana è a tratti evidente mentre altrove è uno sfondo potente che permea profondamente i personaggi, la loro condotta e il procedere stesso della vicenda.
È il Sogno e il rapporto con l'Inconscio a costituire un elemento centrale di molte narrazioni e La neve di San Pietro, un romanzo del 1933, è un buon esempio di come si possa "giocare" rimanendo in equilibrio tra il reale e l'irreale, ovvero tra la realtà condivisa e l'attività onirica. Protagonista del romanzo è Friedrich Amberg, un medico ricoverato in ospedale per un grave incidente che, al suo risveglio, si sente come «una cosa senza nome, un essere privo di personalità». Lentamente la memoria ritorna e con essa il ricordo di ciò che gli è accaduto nei mesi precedenti: il lavoro come medico condotto presso un paese della Vestfalia, la conoscenza con il Barone Von Malchin – un latifondista, assurdo sostenitore non solo della causa degli Czar ma anche di quella dell'imperatore legittimo del Sacro Romano Impero e del sovrano spodestato dell'Inghilterra – e con il suo amministratore, il russo bianco principe Praxatin, lo strano parroco della parrocchia di Morwede e la candida e perversa Bibiche, colei con la quale aveva condiviso il lavoro in un laboratorio di batteriologia a Berlino e per la quale continua a provare un devastante amore inconfessato. 
Ma la memoria di Amberg fino a che punto è reale? E qual è il rapporto tra memoria e sogno? Un nodo non facile da sciogliere, anche perché – ed è questo il dubbio che coglie il lettore – Perutz sembra aver voluto aggiungere troppi temi in una vicenda troppo breve per sostenerli tutti, da un tema schiettamente politico a un farmaco miracoloso capace di eliminare la depressione a un amore enigmatico e disperato... In sostanza la sensazione che siano un po' troppi i temi affrontati e la chiusura ne lasci diversi aperti e inspiegati. In ogni caso un libro che crea una condizione sottilmente angosciosa, di pura, deliziosa Angst, e al quale si perdona qualche mistero che tale rimane. 
...

Ultimo libro, o quasi, è La riva del silenzio di Paul Yoon, romanzo del 2013, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2014, con la traduzione di Manuela Faimali. 
Questa volta parto proprio dall'inizio del libro, cioè dalla copertina, che ritengo bella e fortemente evocativa, ovvero il motivo fondamentale per il quale acquistai questo libro nel 2015. 
E la copertina fornisce un'ottimo percorso per attraversare il romanzo, la vicenda di un orfano, prigioniero nordocoreano nel conflitto di Corea, inviato dagli americani in Brasile a tentare di rifarsi una vita. In Brasile il giovane, Yohan, trova alloggio in una cittadina di mare e viene ospitato da Kiyoshi, un sarto giapponese, come lui un ex-prigioniero di guerra e come lui un uomo solo, che ha dovuto affrontare una città, un luogo e una lingua sconosciuti. 
Yohan, all'inizio sperduto e incapace di ambientarsi, finisce per creare un rapporto particolare con il taciturno sarto, che diviene suo padre putativo e gli insegna il mestiere, la lingua e i modi del luogo. Poco alla volta il giovane Yohan finisce per divenire un membro della comunità e l'aiutante del sarto, provando solo raramente nostalgia per il luogo dal quale proviene, dove ha perduto molto presto la madre, ha avuto un buon rapporto con il padre, morto poco prima dell'inizio della guerra, e dove, durante la prigionia, ha assistito al suicidio del suo amico Peng. Conosce anche Santi e Bia, un ragazzo e una ragazza senza famiglia, ladruncoli che vivono di espedienti, con i quali si crea un rapporto discontinuo ma molto più intenso di quanto avrebbe ritenuto possibile. 
L'anziano Kiyoshi un giorno «non si svegliò più» e Yohan lo sostituisce, divenendo a sua volta il sarto della comunità. Col trascorrere del tempo viene a conoscere alcuni particolari della vita di Kiyoshi, ufficiale medico disertore dell'esercito nipponico, uomo gentile e senza fretta: «non aveva fretta, come avesse già visto tutti i luoghi possibili». Intanto i ricordi della vita in Corea del Nord lo accompagnano, talvolta dolorosi, in altri casi semplicemente intensi ma che vengono a rassicurarlo sulla sua attuale vita, sui suoi lunghi momenti di solitudine e sul lento, trasognato vivere sul confine del mare. 
Non è particolarmente importante raccontare come termina «La riva del silenzio», diciamo che il finale è perfettamente adeguato alla vicenda e alla personalità di Yohan, un personaggio che si finisce per amare come un fratello perduto o come un personaggio della letteratura che non è facile dimenticare. Leggere questo romanzo può ricordare che ogni grande momento della storia è fatto delle piccole, modeste ma insieme misteriose e complesse esistenze di tutti coloro che vi hanno partecipato. Un libro profondamente pacifista e intensamente zen, un piccolo gioiello da non perdere.
...

Del libro «Lo scudo dell'illusione», antologia curata e tradotta da Massimo Soumaré – Maz per gli amici – mi limiterò a dire che riunisce sei autori giapponesi, alcuni noti anche in Italia come Dazai Osamu, Natsume Soseki Miyazawa Kenji, e altri meno noti (da noi) come Unno Juza, Yamamura Bocho e Yumeno Kyusaku. L'antologia raccoglie racconti fantastici scritti in Giappone nella prima metà del XX secolo e rappresenta degnamente la passione nipponica per questo genere di letteratura. Aggiungo che il libro è stato pubblicato da Atmosphere Libri nel 2017 e fa parte della collana Asiasphere. Ultima nota: sui quattordici racconti pubblicati, dieci hanno avuto una prima edizione su LN-LibriNuovi in forma cartacea o sulle prime edizioni di ALIA. Vantarsene è sicuramente eccessivo, ma una certa qual soddisfazione da editore è inevitabile...

[*] da un carteggio personale, in merito al romanzo «Il settimo Clone».

14.6.17

Cose veloci


Capita di passare da un momento di (relativa) calma ad uno di iperattività, sia pure in un periodo più o meno infernale in quanto a clima. 
Certo, qualcuno dirà che me la sono andata a cercare e probabilmente non ha torto, ma il problema è quando le cose non solo si sommano ma si sovrappongono, si incrociano e sono veloci, maledettamente veloci. 
Cominciamo dalla cosa più «tranquilla», ovvero il nuovo ALIA Evo, il 3. Ho lanciato il manifesto per l'arruolamento il 31 di maggio, con i brani che possono arrivare entro il 31 agosto, sperando di poterli leggere insieme a Silvia Treves durante le vacanze. Entro una settimana me sono arrivati ben tredici da leggere. In realtà si ridurranno a otto una volta fatte le opportune scelte – due autori mi hanno infatti inviato sette racconti tra i quali scegliere – e indubbiamente sono contentissimo di questa rapida adesione, ciò non toglie che si tratti di un impegno arduo, anche solo nel dare un parere sia pure non definitivo. Certo, la possibilità di leggere in anteprima i racconti destinati a comporre l'antologia costituisce un momento magico al quale non vorrei rinunciare, ma è un po' meno magico racimolare i motivi per i quali proporre di modificare un testo o chiedere a un autore di inviarne un altro. Quest'ultimo è un compito che ci dividiamo con Silvia, ma la sua sua pur temporanea assenza mi trasmette un'urgenza che contribuisce alla sensazione di ansia.
Passiamo al punto due. 
Proprio in questi giorni ho deciso di lanciare una campagna di promozione per i titoli di ALIA Arcipelago, saliti a sei con le due uscite di maggio. 
Una banalissima campagna di sconto – da € 2,99 a € 0,99 per una settimana – ma condotta con cadenza quotidiana sui sei titoli, nella speranza che Amazon.com si decida a mettere in opera l'operazione. Ho così scoperto che che il buon Jeff Bezos indica sì una data di inizio ma non ne indica l'ora, sicché si continua a controllare che la splendida meravigliosa campagna sia finalmente partita, con una sensazione di disagio che non smette. 
Maledizione. 


Dopodiché c'è una certa iniziativa condotta in accordo con Francesco Eandi e che riguarda uno degli autori e traduttori storici di ALIA. Ovviamente la comunicazione della partenza di tale iniziativa – un crowfounding che mette in palio un racconto di Davide Mana scritto all'uopo – mi è arrivata esattamente stamattina obbligandomi a correre ai ripari e a raffazzonare qualcosa sul tema, con la netta sensazione che si sarebbe potuto fare di meglio disponendo di un momento di calma. 
E poi c'è LN-LibriNuovi che sta attendendo un nuovo articolo... e c'è il mio racconto per ALIA Evo 3.0, da terminare una volta fissatone il tema e l'andamento, con il non piccolo difetto di richiedere una competenza in fatto di tecnologia delle comunicazioni che non posseggo e che mi devo costruire il più in fretta possibile... e poi... Beh, la vita di ogni giorno che ha i propri ritmi e le proprie necessità inderogabili. 
Lo so, tra pochi giorni la sensazione di urgenza sarà passata. ma intanto...