23.1.20

Il Mare Obliquo 52

Il vagare nell'interminabile foresta sotterrata di Klog e dei suoi amici continua fino a quando non incontreranno i veri abitanti della titanica grotta.
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– Ehi, Basso Okme, dove ti sei nascosto?
Il richiamo di Matushka ha per unica risposta un'eco distorta che cessa all'improvviso, come assorbita dagli alberi.
– Non capisco. Era qui fino ad un attimo fa. – Klog si sporge in avanti cercando inutilmente di mettere a fuoco lo sguardo. – Mi ha indicato queste orme.
Gudre Yinnu si inginocchia a terra seguito dallo sguardo sospettoso di Fahgön.
– Mai viste simili tracce.
– Sono confuse, come se qualcuno avesse tentato di cancellarle con una coperta.
– È vero! Hai occhio boldhovin.
Klog sorride soddisfatto solo per un attimo. – È stato Basso Okme a farmelo notare. Ma adesso cosa facciamo?
– Senti questo rumore?
– Mi sembra pioggia, ma molto lontana.
Il Neek scuote il capo. – No, non è la pioggia. Quando ci avvicineremo diverrà un boato e una volta giunti non riusciremo più neppure a udirci tra noi. È la Sorgente.
– E Basso Okme?
Gudre-Yinnu si stringe nelle spalle. – Sarà qui nei dintorni. Quando avremo finito la colazione arriverà.
Consumano il cibo in silenzio, nonostante i tentativi del Neek di attaccare discorso. A turno Plinio, Matushka e Klog si affacciano all'apertura dell'albero per controllare.
– Sarebbe ora di partire.
– Non è ancora tornato. – Dice a bassa voce Matushka.
– Lasceremo qui qualcuno ad aspettarlo.
– NO!
Gudre-Yinnu si volta di scatto. – E perché mai, Fahgön?
– Siamo pochi e là fuori vi sono creature che possono assalirci, nate e cresciute qui. In casi come questi innanzi tutto non bisogna dividersi.
– Bene, allora andremo tutti insieme alla sorgente. In quanto a Basso Okme quando tornerà ci attenderà qui.
– E se non dovesse tornare? Se qualcuno glielo impedisse? Le orme le abbiamo viste tutti.
Gli occhi del Neek per un attimo si accendono di un bagliore intenso. – E dovremmo vagare per la foresta a cercarlo? Mentre la Sorgente è là ad attenderci?
Nessuno trova nulla da rispondere. Scorrono lunghi minuti mentre il fruscìo delle acque remote si fa più forte, quasi ipnotico.
– Io vado. Non posso attendere ancora. – Gudre-Yinnu si alza e cinge la ejiri. – Se potete attendetemi qui, altrimenti addio.
I cervi ed i tre amici di Sibiell lo guardano mentre calza gli stivali e si carica sulle spalle lo zaino. Senza più parlare il notturno esce all'aperto, si guarda intorno per un attimo e si allontana.
– Bello avere le idee chiare. – Commenta Klog dopo un po'. – Conviene aspettare che abbiano preso anche lui per fare un'unica spedizione.
Fahgön emette un verso bellicoso. – Stupido. Stupido e bugiardo. Seguiremo le tracce finchè possibile e ritroveremo Basso Okme.
– E poi? Come faremo a uscire di qui?
– Ritroveremo anche il Neek. Sarà lui a portarci fuori.
– Queste orme sono maledettamente confuse. E finora del corvo di legno non ne ho viste.
– Non è mica strano, sai Plinio? Se lo trasportano loro avrà pure qualche difficoltà a lasciare tracce.– Il tono della volpe è pungente ma il gatto non ci fa caso.
– Già. Questo è vero. Cos'ha detto di preciso, Klog?
– Che le creature che abitano qui… Ma che noia! L'avrò già detto almeno venti volte!
– Dillo per la ventunesima.
Il Boldhovin sbuffa. – Che le creature che abitano qui devono avere occhi molto diversi dai nostri. Che camminano su due gambe come noi. E che probabilmente gli somigliano.
– Se fosse vero il nostro amico non avrebbe troppo da temere.
– Dici Plinio? Già, d'altro canto se non sono tarli non credo vogliano mangiarlo.
Un brontolio seccato di Fahgön fa tacere bruscamente la volpe. I cervi si sono disposti a croce intorno a loro ed il poderoso Grandirami marcia a sinistra, sollevando spesso il capo ad annusare l'aria.


– Ehilà, si sentono odori strani? – Chiede Klog dopo un'annusata particolarmente lunga.
Il cervo rotea appena gli occhi e gli lancia un'occhiata omicida. – Sì.
– Capisco. – Klog annusa rumorosamente l'aria ma tutto ciò che riesce a sentire è l'odore umido di pioggia da poco terminata e il fresco profumo dell'erba. Il Boldhovin fa qualche altro tentativo poi si stringe nelle spalle, affonda la mano nella borsa per controllare se la Pietragemella è sempre al suo posto e si guarda intorno, cercando di sorprendere qualcosa o qualcuno spostando lo sguardo all'improvviso. Ma anche quel gioco lo annoia ben presto: la luce chiara ed immobile stanca la vista e in compenso la sensazione di giocare al gioco delle belle statuine con l'intero bosco non cessa.
Dopo un'ora di cammino lento e silenzioso, seguendo tracce poco visibili ed annusando l'aria, sono costretti a fermarsi.
– Ma sono passati di qua?
Plinio si affaccia sulla riva, contempla le proprie fattezze deformate dal lento flusso dell'acqua e annuisce. – Le tracce finiscono. Se non sono volati via devono essere passati di qui.
– E noi come passeremo? Sarà largo venti braccia.
– Nuoteremo. La corrente non è troppo forte.
Klog sbarra gli occhi. – Tu sei matto Fahgön. Hai visto COSA c'è in queste acque?
Il cervo non risponde subito. Raggiunge la riva e osserva a lungo le acque scure. – Sono piuttosto limpide. Ma anche profonde. – Con un moto improvviso parte al galoppo, costeggiando il torrente, quindi torna indietro, li supera e si allontana nella direzione opposta.
– Buonanotte. – Matushka parla a voce bassissima. – Anche il grandirami ha mandato il cervello in vacanza. Credo sia il caso di cominciare a ragionare in proprio.
– Ecco qua! – Fahgön si è fermato all'improvviso ed indica con la punta delle corna qualcosa nascosto nel folto di un cespuglio.
– …Parrebbe. – Dice Plinio.
– Non parrebbe! È una barca.
– È un po' strana, però. Perchè ha quella specie di vela obliqua? – Domanda Klog.
– Forse non è una vela. – Matushka aggrotta la fronte. – Forse serve solo per proteggere dalla pioggia. –
– Ha molta importanza? – Chiede Fahgön.
– Non troppa. – Ammette Plinio. – Spingiamola fino alla riva.
Ma anche mentre la spingono Klog e il gatto non possono fare a meno di pensare che una barca simile, sagomata a mezza oliva e quasi interamente coperta da una tela che scende dal piccolo albero di prua fino a poppa non si è mai vista prima.
Plinio viene giudicato abbastanza robusto per fungere insieme da timoniere e da rematore e con quattro trasbordi si trovano tutti dall'altra parte.
– Bene. E adesso?
– Bisogna ritrovare le tracce.
– E bravo il mio Grandirami. E se quelli si fossero fatti una rematina di una trentina di miglia o in su o in giù?
Fahgön scuote la testa. – Con una barca tanto piccola? E poi più giù ci sono sicuramente delle rapide, mentre remare controcorrente è faticoso. Quindi i nostri nemici devono essere per forza da queste parti.
– Forse non hai torto. Cerchiamo. – Ammette Klog, tutto sommato stupito della perspicacia del cervo. Dopo qualche minuto tuttavia il Boldhovin ridacchia notando che comunque Fahgön ha dato un saggio della sua mentalità con quel "nemici" affibbiato a creature finora assolutamente sconosciute.
Dopo mezz'oretta di ricerche, però comincia a nascergli il dubbio che le geniali conclusioni del cervo fossero assolutamente campate per aria. Si sono levate sì alcune voci per dire "li ho trovati", ma si trattava in genere di segni lasciati da loro stessi.
All'ennesimo urlo: "Attenti! Sono qui!" Klog non alza nemmeno la testa e continua a fissare un ciuffo di erba candida semicalpestato.
– Alzati, splendente.  


Il Boldhovin solleva il capo ruotandolo di lato e si trova sotto il naso la punta di una freccia. Si alza con molta cautela. La creatura che lo tiene sotto tiro è poco più alta di lui e coperta da abiti di una stoffa stranamente opaca e scura. Il volto è sottile e rugoso, coriaceo come quello di un Gu'Hijirr, ma ha occhi sottilissimi che sembrano prolungarsi sulle tempie senza terminare del tutto.
Gli ci vuole qualche secondo per capire che quel bizzarro effetto è ottenuto con due linee disegnate direttamente sulla pelle che scompaiono sempre più fini sotto le stoffa che ricopre il capo.
– Cosa vuol dire splendente? E come mai ti capisco?
L'indigeno apre la bocca senza parlare e schiocca la lingua, che ha robusta e appuntita come quella di una tartaruga.
– Allora, fratello: cosa vuol dire splendente?
Nemmeno questa volta la creatura gli risponde. Si limita a dargli una piccola spinta con la punta della freccia incoccata in un lungo arco ed a indicargli i suoi compagni, riuniti vicino alla piccola barca e circondati da un folto gruppo di arcieri.
Klog si avvia mestamente, tallonato dal suo guardiano, chiedendosi stavolta chi mai verrà a salvarli.
– Si cade un po' troppo spesso in imboscate eh, Grandirami?
Fahgön si limita a lanciargli uno sguardo sprezzante e torna a fissare con aria bellicosa i nemici che teneva tanto ad incontrare.
– Mi hanno chiamato splendente. Sarà un complimento? – Chiede a Matushka.
– Non credo. Vedi loro come sono vestiti? Hai guardato i nostri abiti?
Klog abbassa lo sguardo. Le minuscole creature di cui aveva parlato il Neek hanno trovato asilo anche sui loro abiti che brillano della stessa luce argentea e lunare che illumina la selva.
– Oh, bella. E perché i loro vestiti… – Si interrompe. Ben strana la stoffa dei quali sono tessuti, leggera come seta non pare avere maggior consistenza della tenebra notturna. È un'isola di oscurità assoluta, come buio rappreso ed indossato. Dalle spalle strette e ossute scendono ampi mantelli che accarezzano la terra.
– Probabilmente oscuro e splendente sono i due termini che significano buono e cattivo. – Dice Plinio. – E noi siamo nella categoria sbagliata.
– Cosa vogliono fare, accopparci tutti?
– Mi paiono comunque almeno incuriositi. Ci porteranno nella loro città e là ci saranno dei signori che decideranno della nostra sorte.
Il Boldhovin aggrondato li guarda per un po'. Non sono più espressivi del tronco di una quercia e parlottano tra loro in una lingua soffiata ed aspirata che li trasforma in tanti piccoli mantici.
– Plinio, tu che sai tante cose. Come mai prima li abbiamo capiti ed ora non più?
– Puoi farmi la domanda anche in un altro modo, Matushka. Come mai conoscono la lingua che si parla dalla parti di Canddermyn?
– Ecco, appunto.
– Non ne ho la più pallida idea. Eppure con facce come quelle se ne avessi incontrati me li ricorderei. Magari con le loro barchette risalgono il mare Obliquo e arrivano ovunque.
– Andiamo, splendenti. – Ordina una voce. Circondati dai loro guardiani si inoltrano nella foresta, diretti alla Città degli Oscuri.
Non devono camminare troppo a lungo per giungere a destinazione. Passato un tratto di selva fitto di alberi simili a mastodontiche betulle la città degli Oscuri si rivela improvvisa, distesa appena oltre una collina.
Ha vie nette, rettilinee, che brillano debolmente tra i palazzi bassi e ampi, dipinti o costruiti della stessa misteriosa oscurità che veste i suoi abitanti.
Il piccolo gruppo di viaggiatori si immobilizza silenzioso e persino i cervi sembrano colpiti dallo spettacolo. La città non è molto grande e le nove altissime torri, sottili aghi di tenebra che spiccano sullo sfondo argenteo e diafano degli alberi, le donano slancio e bellezza come ad una costruzione divina.
"… I Gu'Hijirr Bruni…" Sussurra Plinio e Klog è improvvisamente sicuro che il gatto abbia detto la verità. Quelle strane creature devono far parte per forza della Gente Perduta, del Popolo Eterno come amavano chiamarsi.
Scendono dalla cima dell'altura non più spaventati ma sentendosi creature da poco, volgari intrusi giunti al cospetto dei Signori dei Secoli.
Nelle vie, disposte a corona attorno ad ogni torre, circola poca gente, quieta e stranamente silenziosa, che non sembra far loro minimamente caso.


– Hai visto, Klog? I mantelli non sono tutti della stessa lunghezza. – Mormora a un certo punto Matushka.
– Non me ne ero accorto. Ma tu hai visto che non ci sono piccoli in giro?
– Eh, già. Magari li tengono chiusi in casa.
Quasi per smentire il Boldhovin due minuscoli Oscuri escono tenendosi per mano da una porta bassa decorata dal disegno di piccole campane argentate.
I due piccoli li studiano per qualche istante con evidente curiosità, fermi davanti alla soglia della costruzione, il piccolo mantello che non arriva a toccare il suolo. L'esame dura il tempo del loro passaggio quindi, senza che nessuno abbia loro rivolto la parola, si allontanano nella direzione opposta sempre tenendosi per mano.
– Che piccoli ben educati. – Plinio sorride. – Siamo finiti in mezzo a gente civile, si direbbe.
– Loro magari lo saranno anche, ma ti sei chiesto cosa pensano di noi, eh, testone?
– Già. – Il gatto medita per qualche istante. – Sarà meglio comportarsi bene.
Ai piedi della grande torre si stende una piazza circolare, circondata da un colonnato dagli archi molto acuti. Ubbidendo ad un ordine silenzioso i loro guardiani si allontanano andando a prendere posto a fianco delle colonne. Ai prigionieri non resta altro da fare che guardarsi intorno, nell'attesa di qualcosa, probabilmente dell'arrivo di qualche importante personaggio del Popolo Eterno.
Il tempo passa, i secondi si fanno minuti. Stanco per la camminata Klog si siede sul pavimento a losanghe nere e argento, pulito come quello di una reggia. Per un po' il Boldhovin fissa i soldati, dritti nella luce degli archi, con i mantelli ampi e l'alta redingote che rende sottili i loro visi, poi passa ad esaminare la torre.
L'oscurità delle sue pareti è attraversata da sottilissimi segni argentati, probabilmente iscrizioni. Si rialza e, tenendo d'occhio i guardiani si avvicina. La sua prima impressione si rivela giusta, non solo, ma Klog si accorge che riesce a comprendere il testo inciso sulla torre. Si tratta della storia dei Re di Dancemarare, dagli antichissimi Hejan fino agli Odo ed alla Casa di Artamiro. Legge per qualche minuto, stupito e infine si volta per guardarsi intorno con rinnovata curiosità. Forse anche le altre torri sono altrettanto ricche di iscrizioni. Che cosa racconteranno? Forse la storia della Casa d'Oriente della Gente Nuova o le leggende di Therrelise e delle Rocche dei Notturni. E cosa conterranno mai?
"Parole, Klog, la Memoria dell'Orlo del mondo."
Nella mente del Boldhovin compare un'alta parete di roccia coperta dalla calligrafia circolare dei Silvani e per la prima volta riesce a leggere quei caratteri bizzarri che inutilmente sua madre Armelinda aveva tentato – con poca pazienza per la verità – di insegnargli. I graffiti sulla roccia sono semicancellati, segnati dal color ruggine del muschio, spianati dal vento e dalla pioggia e mentre li legge ad alta voce nella propria mente sente l'eco di altre voci accompagnarlo.
"… Si dovrà conservare la memoria delle mille e mille parole nate dalla mente dei nati d'aria, di terra, d'acqua, della gente-che-corre, degli Uomini-di-Luna, del Popolo Eterno e di tutti coloro che avranno attraversato il cammino dell'Orlo del Mondo, perché di tutto il tempo trascorso non rimane che la materia più leggera e volatile: le parole… "
Un mormorio alle sue spalle interrompe la sua visione e Klog si volge di scatto verso la Torre, dove una porta si è silenziosamente aperta.
Ad attraversarla sono due figure ben note: Basso Okme e Gudre-Yinnu. Il primo concentrato su qualche strano pensiero, lo sguardo distratto e l'incedere svagato, il secondo animato da un'impazienza rabbiosa, che rende ogni suo passo un esercizio di furore appena trattenuto.
– Basso Okme, Gudre Yinnu! Come state, cosa fate qui?
– Klog… – Il corvo di legno si scuote e allarga il becco come il suo collega della fiaba. – E cosa ci fate qui tutti quanti?
– Questo l'ho chiesto prima io. Vi hanno preso gli Oscuri no? Beh, anche noi.
Il Neek sorride a labbra strette. – Ci siamo ritrovati alla fine.
– Io l'avevo detto. – L'inconfondibile Fahgön scruta con poca benevolenza il quasi-notturno e aggiunge: – Ci lasceranno andare?
– È probabile. – Un terzo personaggio è scivolato alle spalle dei loro compagni passando dalla porta della Torre: un Oscuro dal viso ancor più rugoso dei suoi compagni e dal mantello molto lungo ed ampio.
– Tu sei il Custode delle Parole. – Klog ha parlato ancor prima di rendersene conto. Porta una mano alla bocca stupito e si inchina per scusarsi.


– Non scusarti, Boldhovin, so che hai parlato con la Voce dei Fratelli Immobili. Sì io sono uno dei Sette Custodi delle Parole. – L'anziano Oscuro alza lo sguardo verso il cielo con espressione indecifrabile. – Lo sapete cosa si trova oltre la Città?
– No. – Rispondono i viaggiatori.
– La Sorgente del Mare Obliquo. – Dice il Neek.
– Tu sei una strana persona. Sei un'Anima-Divisa, sempre alla ricerca della parte che credi di aver perduto.
– Ho ragione? – Insiste Gudre-Yinnu.
– Ne abbiamo già parlato. Dalle Acque del Centro nascono i Mari, ma questo non è importante.
Il Neek scuote il capo con forza. – Voi siete simili alla mia gente: volete solo conservare, non conoscere, non trovare.
La bocca del Guardiano delle Parole si stira in una specie di sorriso. – Abbiamo visto, abbiamo conosciuto. Forse siamo davvero come la tua gente. Ma le nostre vite sono così estese da veder consumare una roccia dal vento e per noi quello è uno spettacolo davvero degno di attenzione.
– Cosa c'è oltre la Città? Oltre le Acque del Centro intendo dire. – L'Oscuro scruta in mezzo ai viaggiatori e vede Matushka. – Ci sono i Mela, piccola volpe.
– E cosa sono mai i Mela? – Sbotta Klog.
– Confusione, follia. Sono gli Accecati, i Perduti. Le loro terre non hanno confine come la loro anima. Non riescono a separarsi dallo Splendore.
– Immagino siano pericolosi. – Commenta Plinio.
– Hanno spade, lance, corrono sui denti-gialli, attaccano di fronte o di spalle? – Chiede Fahgön.
– I Mela non devono essere descritti, viaggiatori. Bisogna vigilare sulle parole perché esse creano immagini ambigue. I Mela esistono: a loro modo vivono, sognano e ci minacciano.
– Non capisco.
– Non importa Grandirami. Così vi chiamano nella lingua di Dancemarare, non è vero? Se vi accadrà di incontrarli cercate di dimenticare chi siete, il vostro obiettivo, le vostre abitudini. – Il Custode delle Parole indica i soldati schierati sul colonnato. – Vi daremo una scorta per attraversare quelle terre.
– Cosa sai di noi?
– So quanto basta, Boldhovin. So che l'Orlo del Mondo sta nuovamente smarrendosi e che tu rechi nella tua borsa la Speranza. Gli uomini-ragnatela, gli Aloq come li chiamate voi, ci hanno avvisato.
– Vedrò le Acque del Centro? – Chiede Gudre Yinnu.
– Sì. Ma resterai un'Anima-Divisa.
Il Neek si stringe nelle spalle. – Sono nato in questa pelle. Possiamo andare?
– Un momento, Gudre-Yinnu, aspetta. Cosa c'è oltre i Mela? – Chiede Klog.
– Le Foreste sotterrate terminano. Dopo le nostre fortezze di Mezzo-Cielo c'è il Deserto delle Nubi Rovesciate e ancora oltre Fieduinn e gli altri giganti di cristallo.
– Ma da quanto tempo mancate dal nostro mondo? – Chiede Matushka.
– Uno solo è il mondo. – Il Custode torna a stirare le labbra nel suo sorriso. – E quindi noi non siamo mai mancati. Lo ricordo affollato e bizzarro, ma ne serbiamo la memoria attraverso le sue parole. Una terribile guerra lo sta scuotendo.
– Artamiro e Bartsodesch.– Dice Fahgön.
– No. Essi usano le stesse parole. Può separarli solo la superbia, l'interesse. No, si tratta di una guerra feroce che separa la Gente Antica dalla Gente Nuova. Le loro parole sono diverse, hanno differenti significati e questo rende la guerra davvero terribile e feroce. Andate ora, presto, il Cambiamento avanza.

19.1.20

Il Mare Obliquo 51

Nivel'iun e Tamu Hiniun discutono sul proseguio della guerra mentre il conte Burlagh paga il prezzo del suo tradimento.
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Nivel'Iun, il generale di Teardraet è un Syerdwin se possibile ancora più magro della media della sua gente, ha la pelle scura dei Moeld ed è molto alto. Indossa un'armatura opaca e scura e sulle spalle porta un mantello nel quale grigio e nero si dividono esattamente a metà nel senso della lunghezza, con la T capovolta disegnata in grigio sul nero e viceversa. Tutti i suoi ufficiali portano un mantello simile ed un'uguale armatura ed altrettanto uniformi sono abiti e corazze dei soldati di Baran e Verhida.
Uno strano esercito quello del Conte-Mago, silenzioso e temibile, come hanno potuto sperimentare i soldati di Dancemarare.
– Che ne è stato dei nostri nemici? – Chiede il principe Syerdwin.
– Si sono ritirati verso Torre Aghmanta. Molti sono fuggiti e ancor di più sono caduti. Ma le nostre forze sono insufficienti a dare ancora loro battaglia, né – tantomeno – per marciare su Dancemarare. Ma loro non possono saperlo, per il momento. Così, finché non giungeranno le loro spie possiamo riposarci e progettare le nostre prossime mosse.
– Le terre di Occidente non vedevano più questi colori da molto tempo. – Osserva Tamu Hiniun fissando il generale delle Isole dell'Estremo Nord.
– È vero. E non li dimenticheranno più. – Il sorriso di Nivel'Iun è appena accennato e scompare subito dal suo volto. – Ho già informato il Conte-Mago di quanto avvenuto.
– Ed io ho già inviato messi a Therrelise. – Il Barone Deshigu ha l'espressione soddisfatta di un gatto a pancia piena. – Ma la nuova armata di Konstantin è quasi pronta e le nostre città corrono gravi rischi.
Nivel'Iun annuisce. – Sarà cura del mio signore informare la Corte di Dharlemhiun.
– Bisognerà informare anche la corte di Farsoll. – Dice Tamu Hiniun.
– Nyby Ornoll è caduto. – Il cavaliere Gu'Hijirr, rimasto fino a quel momento in silenzio in un angolo della tenda nel campo dell'armata di Teardraet fa un passo avanti. – Il principe Tidly il Testardo sta marciando lungo il Drew e tra due giorni cingerà la Corona dei Fiumi.
– E Bartsodesh?
– La Meridiana di Therrelise ha già inviato ambasciatori al suo campo per chiedere pace ed una nuova alleanza. – Il Lupo-Drago si volge verso il generale di Teardraet. – E credo che qualcosa di simile abbia già fatto il Conte-Mago di Baran e Verhida.
Nivel'Iun annuisce con un moto rapido del capo. – Bartsodesh è già in pace con Baran e Verhida.
– Ma allora… – Tamu Hiniun si solleva a sedere sul comodo giaciglio offertogli dal generale di Teardraet. – Allora voi non siete venuti in queste terre per battervi contro la Casa d'Oriente.
– Noi abbiamo riportato le nostre bandiere in queste terre, principe. – Ribatte ambiguo il Moeld.
– Voi volete dare la corona dei Syerdwin a Teardraet. – Dice il principe a mezza voce, quasi a se stesso.
– La corona deve essere di chi ne è degno, principe. Horr Vamaiun non ha nemmeno compreso cosa accadeva alla corte di Dancemarare, mentre io e voi abbiamo veduto i migliori giovani delle Rocche di Mare uccisi a centinaia dal tradimento e dalla cieca stupidità del vostro re. Credete che qualcuno vorrà ancora difenderlo?
Tamu Hiniun, stanco e ferito, tace per un attimo poi fa un leggero movimento di assenso con il capo ed il tronco, simile all'oscillare di un vecchio albero colpito dal vento e torna a sdraiarsi cedendo finalmente al sonno.
– Domani seppelliremo il nostro povero re. – Mormora un attimo prima di addormentarsi.



– … Ho freddo, tanto freddo….
Il conte Burlagh si alza di scatto a sedere sul letto, la mente confusa da un sogno impossibile da ricordare. Nella stanza una debole luce livida scivola sulla trapunta di seta e sui mobili attentamente lucidati. Il conte sbarra gli occhi confuso e rabbrividisce. Nella stanza il freddo è intenso, è un'onda cieca di ghiaccio e vento che nasce da quella luce d'argento, penetra sotto le coperte e attraversa i muri e le porte come la tramontana più forte.
– Chi è… cosa c'è. – Ed al conte la sua stessa voce sembra diversa, suona sorda, senza profondità, come se la parlasse con la bocca appoggiata ad un muro.
– …Ho freddo…freddo.– Quando ode nuovamente quelle parole Burlagh ricorda d'improvviso di averle udite pochi attimi prima nel sonno e un tremito furioso lo scuote.
– Vattene, chiunque tu sia! – Urla il conte afferrando la spada posata su uno scranno accanto al letto. – Vai via, ombra malefica, VIA! – Aiutami… Ho freddo, freddo… – Una risata simile al rumore del ghiaccio spezzato accompagna quell'invocazione e si ripete più volte frangendosi e moltiplicandosi sulle parete foderate di legno della grande stanza da letto del conte.
– Sei solo un'ombra, soltanto un'ombra, non puoi farmi nulla! – Grida istericamente Burlagh, agitando la spada nel buio.
– Aiutamiiiii…. – Ripete la voce ed un soffio di vento più forte gela le mani del Conte che lascia cadere la spada e crolla in ginocchio.
– Non le sento più… Aiuto, aiuto, le mani! Le mie mani sono congelate! – Un urlo terribile ferma il sangue di tutti coloro che dormono nel castello.
– Ho freddo… tanto freddo…
Il conte si rotola sul pavimento divenuto la superficie di un lago invernale ed ulula come un lupo ferito.
– … Aiutami…
Un gruppo di servitori e di soldati irrompono nella stanza recando alte con loro le torce.
Il conte ha il volto bianco come cera e giace su un fianco, la spada abbandonata a pochi passi da lui.
Ikkiname, il suo cerusico si china a toccarlo e ritrae la mano di scatto. – È più freddo del ghiaccio. – Grida.
Soldati e servitori fanno istintivamente un passo indietro.
– Chi…? – Mormora il giovane conte Odaskin, fissando il volto deformato dal terrore dello zio.
Ikkiname crolla il capo e stringe la mano che ha posato sul viso del conte Burlagh come se temesse di perderla. – La risposta, qualunque sia, è per sempre seppellita nella sua mente.
Odaskin impallidisce. – Sia avvertito l'Arciduca Konstantin.

13.1.20

Il Mare Obliquo 50

Il tradimento dell'Arciduca Kostantin ai danni di Artamiro è giunto al suo epilogo. Nel grande accampamento dell'armata scoppia una furibonda battaglia che contrappone la gente nuova ai popoli degli antichi re. 
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– Ho mandato messi al campo dei soldati di Teardraet. Ed altri al campo di Bartsodesh. Altri sono pronti a partire per le Case Reali di Vamaiun e Ornoll. – Il giovane Liest indica un minuscolo tavolino illuminato da una lampada ad olio. – In quanto a voi, so che avete raddoppiato la guardia intorno ai vostri attendamenti, non è vero Barone Deshigu?
Il Lupo-Drago annuisce. – Ho ricevuto istruzioni dalla Meridiana dei Marr ed una lettera del Duca Dymiu di Lö, Ombra del Duca Kwister.
– Cosa vi ha scritto?
– Non sono autorizzato a dirlo.
Il principe Tamu Hiniun annuisce. – Avete ragione, perdonatemi. Ma speravo che le decisioni dei vostri anziani potessero illuminare anche me e la mia gente.
– Avete incontrato il generale Kataiud?
– Si dice che egli sia gravemente malato. Ad assisterlo vi erano gli uomini del Conte Burlagh.
Il lupo-drago scuote il capo con un moto rabbioso. Il corto pelo intorno alla bocca è ingrigito dal tempo, ma il barone non sembra aver perduto né forza, né lucidità. – Gudiak Adhun! La vita del generale non vale più di un filo di paglia ormai. Sapete chi dovrà sostituirlo?
– Chi lo sa? Forse lo stesso Burlagh.
– Le nostre genti non possono rimanere oltre con le mani in mano, non credete?
– Siamo spiati, sorvegliati. Credete sia possibile organizzare qualcosa qui nel campo? Non siete arrivato qui voi stesso di nascosto? Sono certo che i sicari di Kostantin si muoveranno senza preavviso. L'unico luogo sicuro è il campo della gente di Teardraet, che non si è mai mescolata a noi.
– Diffido di Teardraet. Egli intende condurre una guerra solo per se stesso.
– Neppure le vostre precauzioni potranno salvarvi da Konstantin. Noi siamo dispersi, divisi, orgogliosamente e stupidamente retti mentre lui è contorto, spietato e procede per realizzare scopi che possiamo solo tentare di intuire. Molte sono le voci che riguardano il suo odio per la Gente Antica e il suo desiderio di un regno che vada da capo Wiggdon e Mune Kathani alle foreste di Cera ed oltre.
Il barone Deshigu annuisce. – Ho udito anch'io di tali voci. – Solleva la lunga spada ricurva fino all'altezza del petto con un movimento improvviso. – Possiedo la via per abbandonare una situazione tanto poco onorevole. E molti tra coloro che mi assaliranno dovranno seguirmi nella via oltre l'Orlo.
– Dovremo unirci, rafforzarci. Meglio ancora abbandonare il campo.
– Artamiro è ancora tra noi.
– Egli vive già tra le ombre. Quando ogni compito affidato da Konstantin ai suoi uomini sarà compiuto, egli morirà.
Il Lupo-Drago chiude gli occhi e scuote il capo. – So cosa si mormora. E io stesso sono tormentato da dubbi e timori.
– Una potente magia ha ucciso il mio buon amico, il Duca Rossiter. Un vile sicario ha spacciato Tiatikenn: il vecchio mago deve aver sentito o riconosciuto qualcosa.
– Non vi sono stati testimoni alla morte del Duca Rossiter.
– O forse un testimone c'è ed ora giace indifeso, circondato dagli scherani del Conte Burlagh.
– Invierò una memoria al Duca Dymiu.
– Forse sarà troppo tardi. Preparatevi: quando Artamiro morirà, verrà il nostro momento.


– Cosa succede?
– È solo il vento. Annuncia la primavera.
– E queste voci? Sembrano pianti, lamenti.
Drjol, il mago Gu'Hijirr, si alza a sedere sul proprio giaciglio. – Sembrano provenire dalla tenda di Re Artamiro.
Tamu Hiniun annuisce. – Il momento è venuto. Chiama i servi. Che preparino le mie armi ed il mio cavallo.
Drjol annuisce e si affretta ad alzarsi.
Mentre si prepara il Liest ascolta con attenzione i suoni provenienti dalla grande tenda del Re dei Cancelli d'Occidente. – Non senti, Drjol? Non ti pare di udire rumore di spade e cozzare di scudi? 
– Temo di sì, mio signore.
Tamu Hiniun affretta i suoi preparativi, senza riuscire ad immaginare chi possa combattere al cospetto del Sovrano appena morto. Che Deshigu si sia mosso in anticipo, ubbidendo alle sue raccomandazioni? Eppure non vi era più stato modo di incontrarsi e le sue lettere erano rimaste tutte senza risposta.
Si affretta ad uscire dalla tenda trovando ad attenderlo un piccolo gruppo di cugini, già armati e pronti.
– Andiamo a vedere cosa accade. – Annuncia ad alta voce. – A cavallo.
Rapidamente raggiungono il Recinto Reale, illuminato da un ampio cerchio di grandi torce, la cui fiamma fuma e si piega agli urti del vento.
Davanti alla tenda si affollano decine di fanti, armati di tutto punto che vociano e si spingono senza riuscire a procedere di un palmo.
Alla luce incerta e fuggevole delle torce il Liest intuisce più che vedere le forme possenti degli Erbani, schierati in triplice ordine davanti all'ingresso della tenda reale, che colpiscono e uccidono i soldati del Conte Burlagh, molto superiori a loro per numero.
– Hanno ucciso il Re! – Grida fortissimo Faithe, il suo cugino più giovane. E senza fermarsi a riflettere il syerdwin si lancia con la spada alta verso il cielo trapunto di scintille rosse a caricare gli innumerevoli soldati del Conte.
Tamu Hiniun esita solo per un attimo, quindi si alza in piedi sulla sella e solleva a sua volta la spada, la Urvann che i suoi antenati avevano portato in battaglia contro i Lupi-Drago molti secoli prima.
Le ultime file dei fanti del Conte si volgono nel sentire il rumore degli zoccoli e le grida del piccolo gruppo di Syerdwin, e nella luce mutevole delle torce non riescono a comprendere il numero dei loro nemici. La terra asciugata dal vento sembra moltiplicare il numero dei cavalli e alcuni dei fanti del Conte schierati nelle ultime file lasciano cadere la spada e lo scudo e fuggono. Il panico si trasmette rapido come fiamma in un pagliaio, mentre le ombre urlanti dei Syerdwin piombano addosso ai pochi che non sono fuggiti, travolgendoli.
I soldati alle loro spalle si sbandano oppure arretrano verso i loro compagni, tuttora impegnati dagli Erbani della guardia di Artamiro.
In un istante il caos si è impadronito delle schiere fedeli a Konstantin, che lasciano cadere armi e bandiere, cercando scampo nel buio. Dubro, il primo degli Erbani, alza la sua grande scure che nella luce rossa delle torce sembra agli atterriti soldati del Conte un enorme pendolo che scandisce il tempo dell'eternità.
Le antichissime creature avanzano combattendo silenziose, muovendosi perfettamente all'unisono come i migliori tra i reparti del Re.
È bastata una manciata di minuti perché Erbani e Syerdwin rimangano padroni del campo.
– Dubro. – Grida Tamu Hiniun frenando il cavallo. – Hanno ucciso il Re?
Il Silvano annuisce insieme ai suoi fratelli. – Siamo stati traditi. Io-Noi sappiamo. Un veleno ha spezzato i suoi tristi sogni.
– Andiamocene di qui, presto. I soldati di Konstantin torneranno.
I Silvani esitano. Non hanno bisogno di guardarsi per sapere ciò che ognuno di loro pensa. Un attimo dopo due di loro portano all'esterno della tenda il corpo di Artamiro, disteso su una barella e vestito della sua armatura.
– Possiamo andare, ora. – Dice Dubro.


Vagano per il campo divenuto un caotico campo di battaglia, illuminato dagli incendi che gli uomini di Konstantin hanno acceso ovunque.
La guardia di Artamiro ed i cugini di Tamu Hiniun si trovano più volte a combattere e nel frattempo il loro gruppo aumenta e si popola di altri Syerdwin, di Gu'Hijirr, di fedeli ed amici del Duca Rossiter.
Alla fine non son meno di cinquecento a seguire la bandiera di guerra degli Hiniun e le grandi asce degli Erbani. Ma per quanto la piccola armata si adoperi e attraversi il grande campo per difendere gli attendamenti della gente degli antichi Re, i soldati di Dancemarare sono troppi ed il loro attacco condotto nel buio ha gettato nel panico i loro ex-alleati, rendendoli facile preda del tradimento.
Hiniun ed i suoi cavalcano per il campo, ma sempre più spesso ad attenderli trovano tende bruciate, cadaveri di gu'Hijirr e Syerdwin uccisi nel sonno, i loro oggetti rubati o spezzati, le insegne, gli onori dispersi e calpestati.
– Taressiun, Itiuun, Yodeniun… qui termina il futuro delle grandi Case Nero-Bianche. – Grida Tamu Hiniun, il volto pallido di Syerdwin reso fulvo dal riflesso della fiamma. – Cosa potrà mai ridarci la fiducia, la speranza di un altro mondo all'indomani di questa infamia? Uccisi nel sonno come cuccioli insani, da coloro che avevano considerato come amici e fratelli… Il mondo ha davvero esaurito i suoi domani. Cosa faremo, dove andremo con questo ricordo maledetto infitto in fondo all'anima? Come potremo ancora ridere, amare, vivere dopo aver conosciuto questo inferno? Come potremo allevare i nostri piccoli, curare i nostri malati se l'odio ci consumerà a tal punto? – Il principe Syerdwin si copre il viso con le mani coperte dai guanti metallici e per un attimo il suo volto diviene una maschera di sangue e acciaio. La gente della sua piccola armata rabbrividisce a quella vista e sente il cuore fermarsi per un istante.
– Cugino, rincuorati. Noi siamo ancora vivi e possiamo ancora combattere.
– Dici bene Faithe, ma nessuno potrà riempire ancora di sabbia l'ampolla della clessidra e ignorare il tempo malefico di questa notte. Tu sia maledetto Konstantin, maledetta la tua genìa fino all'ultimo giorno di questo mondo, che l'eredità di questa notte sia per voi un dolore senza speranza e senza remissione, lo stesso che abbiamo conosciuto noi e che ci avvelenerà il tempo che ci rimane.
Lentamente Tamu Hiniun solleva la sciabola coperta di sangue fino a illuminarla della luce antica del fuoco. – Andiamo, fratelli, non perdiamo altro tempo, lasciamo che il nostro sangue si dissecchi e diventi di sabbia fredda. Mandiamo altri morti sulla bilancia dell'Ombra di Sangue perché non ci creda vili!
Il principe abbassa la celata sul viso con un rumore secco e si getta al galoppo dove vede altre ombre muoversi ed ode rumore di armi cozzare e la sua gente lo segue, spinta da un dolore e da una rabbia che moltiplica le loro forze ed il loro valore. Combattono fino alle prime luce dell'alba, ma i nemici sono infiniti ed attraversano il campo numerosi e feroci come ratti.
Quando un sole scuro e velato di fumo sorge sulla pianura l'armata di Hiniun ha trovato quartiere sulla piccola altura dove sorgeva la tenda di Tiatikenn, ma i nemici sono ovunque intorno a loro, un mare limaccioso dal quale sale il rumore tempestoso delle armi.
Tamu Hiniun fissa lo sguardo sui suoi, ormai pochi e troppo stanchi, sui Silvani, raccolti intorno a Dubro, le grandi asce con il filo ormai ottuso per il troppo scontrarsi con le spade e gli scudi dei soldati di Dancemarare, sui guerrieri del Duca Rossiter che portano ancora in alto l'emblema Rosso e Bianco di Telegin, sui Gu'Hijirr dai volti e dagli scudi di cuoio e li paragona con il minaccioso brulicare steso davanti a lui.

"Siamo riusciti a vedere ancora una volta il sole." Il principe chiude gli occhi e cerca di afferrare saldamente il profumo del mare che ha creduto di sentire per un attimo. "Mi dispiace morire qui, su questa terra arsa e scura, così lontano dalla mia rocca e dalle Acque del Crepuscolo." Riapre gli occhi per comandare l'ultimo inutile attacco per spezzare il cerchio di nemici, ma esita per un istante vedendo uno sbandamento, un'onda attraversarlo.
– Chi è, cosa succede? – Grida.
I suoi cugini scuotono il capo.
– Therrelise e Baran vengono. – Dice Dubro. – Sono qui a scuotere il trono infame di Konstantin.
Hiniun si alza in piedi sul cavallo ed aguzza la vista. – Come puoi saperlo, Dubro?
– I fratelli Immobili sanno, li hanno veduti attraversare la pianura uniti, Spettri di mare e Denti-rossi ed insieme combattere.
Il principe Syerdwin annuisce e finalmente sorride. – Li vedo anch'io. – Ed indica ai suoi soldati le bandiere con la T rovesciata e le torri rosse della Meridiana di Therrelise. – Deshigu e Nivel'Iun. Andiamo ad aiutarli!