30.4.19

Intermezzo!

Eccoci qui, a non parlare del Mare Obliquo, che mi pare stia benissimo anche senza parlarne, ma a parlare di tre testi – tre e-book – appena usciti per CS_libri. 
Il primo è questo:


Direi che la copertina dice tutto, a parte il prezzo che è di € 2,99 (prezzo comune a tutta la collana) e il numero di pagine che secondo Amazon.it è di 102, secondo il mio pc è intorno alle 150, ma pazienza. 
Che cosa racconta, il libro? Chi ha letto ALIA Evo 3.0 riconoscerà le prime pagine del libro, apparso come un racconto di una ventina di pagine con il titolo La confessione. Costantini ha però sentito la necessità di ampliare e continuare la storia, raccontandoci della Pina, l'ex-moglie di Peter e di Padre Bertolt, deciso a comprendere la strana storia di Peter, che il suo confratello gli ha raccontato sul letto di morte. Una storia tranquilla, parrebbe, ma che in realtà di tranquillo e normale non ha quasi nulla, a cominciare dall'incubo dei tribunali ecclesiastici per giungere a curiose e incomprensibili manifestazioni di un altro tempo

Il secondo è: 


di Mario Giorgi, un tipo di autore che ha dato mostra della sua curiosa formazione e visione del mondo con il suo Società del Programma Spaziale, uscito in questa stessa collana. Configurazione Alieno non è un romanzo di sf consueto, nonostante la suggestione del titolo, ma una riflessione condotta in tono semiserio e talvolta "lunare" sulle profonde motivazioni che ci obbligano a sopravvivere sulla crosta di questo pianeta... Qui un piccolo assaggio della prefazione:



Oltre il buffo e paradossale agitarsi di N ricercatori – incerti e confusi o seriamente motivati nella loro attività di corridori da fermo – si intuisce la presenza di qualcosa di inafferabile, di sensibile ma irraggiungibile, adombrato nelle vite a-motivate di sei individui, o forse di uno solo, di fronte ai rappresentanti di un’umanità congelata nella ripetizione di schemi, procedure e formule che se non riescono a spiegare la realtà, danno comunque una certa consolazione e un senso apparente al loro agire.

Configurazione Alieno è uno scherzo serissimo, un modo di raccontare la nostra vita di umani, vista da qualcuno o qualcosa che umano non è o non è più. 

Il terzo è qui:


L'autore è il sottoscritto, come è facile intuire o meglio vedere. Si tratta di un'antologia intorno alle duecentocinquanta pagine, composta da sette racconti o, se preferite, da cinque racconti brevi, un lungo e uno talmente lungo che si potrebbe anche definire romanzo breve. 
Assolutamente inediti sono un racconto breve, Le fate di Venere, e il romanzo breve: Galline e Ippogrifi. Gli altri sono usciti in precedenti ALIA e nel primo ALIA Evo. La cosa spero interessante che nella postfazione racconto un po' la storia della Corrente, finora effettivamente un po' dispersa. 

Come procurarsi tale ben di Dio?

Ecco... se il vostro intento è quello di recensirli, segnalarli, mettere sull'avviso gli ignari o fustigare gli ignavi, potete scrivere al mio indirizzo e-mail: aliaracconti[at]fastwebnet.it e ne riceverete copia.

Se invece avete intenzione di leggerli e basta potete cercare in Amazon.it a questi indirizzi per il formato kindle

Libro Costantini

Libro Giorgi 

Libro Citi

O se li preferite in formato .epub, potete andare qui: 


Libro Costantini 


Libro Giorgi 


Libro Citi 


Ultimissima cosa: approfitto di questo spazio per ringraziare pubblicamente Antonino Martino, autore di una lenta e sistematica tortura verso i miei file che li ha resi più decenti e meglio leggibili. Grazie!

Bene, tutto ciò detto tra pochi giorni riprendono le normali trasmissioni.  A presto.

26.4.19

Il Mare Obliquo 4

Klog il Boldhovin e Basso Okme sono ospiti di uno strano personaggio. O forse di diversi personaggi ma di un'unica persona vittima di una curiosa abitudine... 
 
– Buongiorno, io sono Basso Okme. – Dichiara Il Corvo. – E questo è il mio buon amico, Klog il Boldhovin, viandante in questa foresta.
L'uomo annuisce con un gesto lento ed aggraziato, poi abbassa gli occhiali sul naso fissandoli con un'espressione indagatrice.
– Io sono Glearmodhe, il sapiente. A cosa devo la vostra interessante visita?
Klog guarda senza darlo a vedere Basso Okme ed intercetta un impercettibile cenno di assenso da parte sua, cosa che lo tranquillizza.
L'uomo, di piccola statura, ha un'età sulla cinquantina, una calvizie in gran parte nascosta da un berretto di velluto blu scuro la cui punta ricade sulla schiena finendo con un piccola nappa. Indossa un'ampio veste da camera a disegni grigi e senape drappeggiata su una lunga camicia di seta bianca ed un paio di ampi pantaloni rossi alla moda orientale. Al collo, trattenute da catenelle d'oro, ha tre tipi diversi di lenti d'ingrandimento e gli occhiali sono privi della metà superiore, come è d'uso per gli studiosi. Nell'insieme l'uomo ispira un senso di quieta saggezza ed erudizione, una rispettabilità non priva di ironia ed un grande equilibrio. La sensazione è talmente forte che Klog si chiede se Basso Okme non abbia voluto giocargli uno scherzo con tutte quelle stupidaggini sui nomi.
– Vi prego di entrare nella mia modesta casa. Sono ben lieto di avere ospiti, è un bene talmente raro in questo luogo.
L'interno della casa sembra ciò che deve essere, una tranquilla casa di campagna di uno studioso, dalle pareti chiare coperte per tre quarti della loro altezza da libri, pergamene, strumenti metallici, pietre dalle forme o dai colori singolari, scheletri di strani animali ed altri oggetti che Klog non riesce a distinguere, posti sugli scaffali più alti.
Glearmodhe indica loro una ampia panca posta davanti ad un tavolo di legno scuro, ingombro di libri aperti e chiede:
– Posso offrirvi un poco di lepre alle erbe? O preferite prosciutto di cervo? O magari una bella trota con rosmarino, scalogno ed erba cipollina? O una frittata con lardo e lattuga fresca del mio orto?
Klog al solo udire il nome di quei cibi si illumina ed annuisce vigorosamente.
– Quello che deciderà il nostro cortese ospite. – Riesce a dire.
– Io non posso apprezzare tanta bontà, purtroppo. Ma sarò ben lieto di assistere ad una simile imbandigione e partecipare alla bella conversazione che ne seguirà.
– Allora, con il vostro permesso. – Glearmodhe si inchina leggermente arretrando verso una porta semiaperta. – Vado a dare le necessarie istruzioni alla servitù.
Con un gesto che gli pare singolarmente elegante, soprattutto provenendo da lui, Klog saluta il sapiente che esce e si volta verso il corvo.
– Mi hai raccontato un sacco di frottole, eh?
– No. Hai sentito il suo nome, no?
– E cosa c'entra il suo nome?
– Ecco, una persona di nome Glearmodhe deve essere per forza così: colta e raffinata. Deve vivere ritirata ma senza albagia né disprezzo, deve coltivare la propria cultura, ma senza ostentazione e conservando una certa ironia e la capacità di ben conversare. Deve saper offrire e gustare squisiti cibi, buone musiche e ottimi vini. Deve sapere un poco di ogni cosa, senza troppo curarsi di approfondirla eccessivamente e deve saper comunque, da buon dilettante, fare commenti acuti ed equilibrati di politica, zoologia, teoria magica, religione, antiche lettere…
– Scusa, Basso Okme, ma se il suo nome fosse stato, per dire Fruillane? – Lo interrompe Klog.
– Fruillane…Mmmhhh. In questo caso temo che avresti incontrato un individuo fatuo e volubile, dalla cucina e dalla conversazione più attente a stupire che a rallegrare. Sicuramente sarebbe stato un collezionista di oggetti inutili ed ingombranti, un bevitore allegro ma che tende a diventare rissoso, un amante di quelli che guardano con compiacenza la propria schiena durante la passione più intensa, un individuo facile all'invidia ed alla maldicenza e…
– E Graighan? – Insiste il Boldhovin.
– Una persona dalla fronte bassa e dai pensieri corti, dalle grandi passioni furenti e cieche e dall'appetito insaziabile. Amante delle musiche più rumorose ed incapace di ballare. Sbruffone ma poco avveduto in guerra anche se ama vestire abiti militari…
– Va bene, va bene, per carità. Ma come fai ad immaginare tutte queste cose solo con il suono di un nome?
– Non immagino, caro Klog, ho visto. 

 
Il Boldhovin stringe le labbra e guarda il corvo con espressione esasperata. – Quando finirai di prenderti gioco di me?
– Nulla di più lontano dai miei desideri. Colui che tu conosci come Glearmodhe ha indossato tutti e due i nomi che tu hai creduto di inventare ed innumerevoli altri e quando quelli erano i suoi nomi si è comportato esattamente come ti ho detto, senza che io abbia inventato nulla di nulla. Ma preparati adesso, sento che la tua cena sta arrivando.
La porta dello studio si apre con un allegro cigolio e Glearmodhe il Sapiente entra reggendo con entrambe le mani un grande vassoio.
– Dal momento che non hai espresso preferenze ho ritenuto che ti fosse gradito assaggiare un poco di ognuna delle cose che ti ho menzionato. – Sorride schiacciando leggermente un occhio. – So che voi Boldhovin siete un popolo di buone forchette.
Klog sorride a bocca aperta mostrando i piccoli denti appuntiti ed afferra le posate. – O grande Signore Glearmodhe voi certo siete il più generoso degli ospiti in questa metà del mondo!
– Mangia, Klog, non lasciare che il cibo si raffreddi. Avrai tempo per i ringraziamenti.
Il boldhovin non si fa ripetere la raccomandazione ma prima di dare l'assalto ai piatti ha un attimo di esitazione: – Non mi farete compagnia mio buon signore? È ben vero che l'appetito non mi manca, ma pranzare da soli non è una cosa fatta per me, che non sono un re o un nobile signore che mangia ogni giorno cibi così squisiti in solitudine, ruminando di future vendette per immaginari torti.
Glearmodhe ride e si siede al tavolo. – Ho pranzato da poche ore, ma ti farò ugualmente compagnia, vinto dalla tua splendida arte retorica, così ben coltivata presso i Boldhovin.
Klog attacca con il prosciutto di cinghiale affumicato, che è ovviamente degno di ogni lode, accompagnandolo con uno squisito pane alle olive e da un vinello rosato frizzante ancora fresco di cantina.
Glearmodhe lo imita servendosi a sua volta anche se più parcamente.
– È stata così convincente la tua perorazione, Klog, da farmi desiderare intensamente di poter mangiare anch'io come voi. – Commenta il Corvo di legno. – Ma è notorio che le parole dei Boldhovin possono suscitare emozioni e sensazioni molto intense. Si dovrà attribuire questa capacità alla loro parentela con le Fate? Io ritengo sia molto probabile.
Klog, con la bocca piena si limita ad un breve cenno di assenso, mentre Glearmodhe interrompe il pasto e si alza dirigendosi verso la libreria. Afferra un grosso volume dalla rilegatura di pelle scura e macchiata, lo apre su un leggio, si infila un paio di occhiali e comincia a scorrerlo confabulando a bassa voce.
Klog guarda interrogativamente Basso Okme che gli fa un lieve cenno di intesa e torna a guardare con compunzione il sapiente alle prese con il grande codice. 


 
– Ecco! – Esclama ad un certo punto Glearmodhe.  – …Certuni affermano di aver incontrato creature di piccola statura, dalle labbra nere e dal corto pelo del colore della farina non stacciata. Ed essi hanno lanciato dardi e frecce urlando frasi in una lingua sconosciuta, obbligandoli a ricoverarsi in una caverna. Tali viaggiatori affermano che tali creature sono il frutto dell'accoppiamento delle Gwellyniuin o Fate dei Boschi e dei Silvani, anche noti come Erbani. Questi uomini affermano di aver assistito ad uno di tali accoppiamenti ed hanno visto alcune Gwellyniuin in compagnia di piccoli di tale razza, con i quali si tenevano in tutto e per tutto come madri premurose e tenere, anche più di quanto facciano molti di coloro tra gli uomini che godono della benedizione della fecondità… E così via. Questi antichi libri sono così pedantemente saggi… – Glearmodhe chiude il volume con cautela e torna al suo posto a tavola, servendosi di un cosciotto di lepre alle erbe.
– Posso domandarvi, Signore Glearmodhe, chi ha scritto quel volume così vetusto? – Domanda Basso Okme.
– Si tratta di una cronaca scritta da Hagmer Elluan di Chaikin circa settecento anni fa e riporta la prima testimonianza dell'esistenza dei Boldhovin, un volume che mi lusinga molto possedere. Ma ora vorrei sentire l'opinione in merito di un vero esponente di tale razza.
Klog vorrebbe continuare a mangiare e far finta di non aver sentito, ma dal momento che questo gli è impossibile sorride cortesemente e depone il boccale ormai vuoto.
– Con tutto il rispetto, signore, non credo che quel volume ci faccia del tutto giustizia. Fin da quando sono un moccioso pelosetto mi sento dire dagli uomini che sono figlio di un selvatico o erbano, ma mia madre, la Fata Armelinda, quando gli ho chiesto notizie in merito ha riso ed ha detto: «Lascia che gli uomini credano quello che preferiscono credere. Tale è la loro natura, fatte poche eccezioni, di creature prive di fascino e di immaginazione, pesanti, miopi e lamentose. La loro madre è la terra umida, non dimenticarlo, caro Klog, la nostra è l'aria e l'erba.»
Mentre parla il Boldhovin spia le reazioni di Glearmodhe, pronto a concludere il suo discorsetto con una sperticata lode della Cronaca di Hagmer Vattelapesca e del suo preclaro possessore, ma il padrone di casa non sembra adombrarsi delle sue parole.
– E così stando le cose, per quanto mi riguarda, devo ritenere che i viaggiatori di cui si parla in quel libro siano stati perlomeno poco attenti, pur avendo spiato gli amori di una fata, cosa assai poco corretta. – Conclude il Boldhovin.
Basso Okme ride emettendo una profonda nota legnosa mentre Glearmodhe, pensieroso, si riempie il boccale di vino.
– Mio caro Klog, sei in grado allora di dare una spiegazione dell'esistenza di voi Boldhovin? Secondo Jeddan il Monaco il vostro popolo è figlio degli alberi illuminati dalla luna piena dopo un notte di pioggia mentre Fowferred di Gallidia ritiene che siate il frutto della Terza creazione, opera del Dio Perduto e Dimenticato, allora?
Una nota di irritazione, appena velata dalla cortesia dei modi, ha fatto capolino nella voce di Glearmodhe e Klog, sensibilissimo come tutti i membri della sua razza, guarda con rimpianto le pietanze che non ha ancora assaggiato, chiedendosi come riuscire a raddrizzare la situazione. – Non ho certo intenzione di questionare con tanta saggezza, gentile Signore Glearmodhe, ma…
– E allora? Da cosa nascete? Dal fuoco di legna bagnato di resina? Dalla schiuma dei torrenti primaverili? Dal fango ai piedi dei pini più antichi? – Il tono di Glearmodhe si è fatto aspro, quasi villano e Klog si affretta a trangugiare un grosso boccone di frittata prima di essere, come è divenuto probabile, messo alla porta.
Basso Okme non sembra volergli venire in aiuto, apparentemente occupato solo a fissare gli strani oggetti posati sulle mensole più alte.
– Mi dispiace, Signore, che le mie frasi vi abbiano offeso. Ma per rispetto della verità…
– Ma quale verità, non esiste verità! – Urla il Sapiente Glearmodhe, con il viso congestionato ed alzatosi di scatto in piedi esce dalla stanza di corsa, sbattendosi la porta alle spalle. 

 
– Cosa gli è preso? – Chiede a voce bassissima il Boldhovin al Corvo di Legno, rimasto impassibile ad osservare il bizzarro comportamento del sapiente.
– Un po' di…Instabilità, diciamo. Attendi con calma, ora. Il peggio che può accaderci è essere scacciati, ragion per cui ti suggerisco di riempire la borsa di cibo per i prossimi pasti.
Klog annuisce e comincia a stivare nella borsa la frittata, la lepre, il prosciutto e tutto quanto gli capita a tiro, assolutamente convinto della saggezza del consiglio del Corvo.
Quando la porta si apre nuovamente il Boldhovin ha appena terminato di sistemarvi un paio di belle arance, un cibo raro al nord ed ha appena il tempo di chiudere la borsa e prendere un'aria educatamente incuriosita prima che il padrone di casa sia entrato.
– Buongiorno, io sono Gaetther l'Indagatore e voi chi siete?
Basso Okme si alza in piedi con un lieve inchino e fa le presentazioni, con una cautela formale del tutto nuova. Gaetther li guarda con attenzione ed una punta di sospetto.
– Posso chiedervi perché vi trovate nell'abitazione di Glearmodhe e state nutrendovi del suo cibo?
– Glearmodhe ha dovuto abbandonarci per un impegno improvviso, ma fino ad un attimo fa egli era con noi, mangiando in nostra compagnia e pregiandoci della sua conversazione.
L'uomo si accarezza il mento senza perderli di vista, guarda Klog con aperta antipatia e prende a percorrere la stanza a grandi passi impazienti. – Le scelte di Glearmodhe non sono affare mio, sia chiaro, ma sono costretto a notare che esse sono veramente singolari se lo portano ad ospitare creature di incerta natura come voi. Spero che non sia vostra intenzione sostare qui per attendere il suo ritorno.
– Infatti non era nostra intenzione farlo. – Puntualizza Klog, che ha ritrovato la parola dopo qualche secondo di stupore. L'individuo che hanno di fronte, magro, con le labbra sottili e pallide, i modi vivaci e sgradevoli, la voce nervosa e acuta, il naso quasi inesistente, gli abiti di un colore e di una foggia studiatamente inespressivi, non ha nulla in comune con l'uomo che li ha accolti.
– Meglio così. Tornerò qui tra un giro della clessidra e se vi trovo ancora seduti a questa tavola…– Gaetther non termina la frase, preferendo limitarsi a guardarli con freddezza, ed esce. 

– Ma cosa è successo? – Chiede Klog dopo qualche minuto, quando la casa è scomparsa dietro gli alberi alle loro spalle.
Basso Okme sorride. – Quando gli è stato impossibile rimanere il fine e cortese Glearmodhe il nostro ospite è divenuto il freddo ed odioso Gaetther, tutto qui.
– Ma quell'uomo è un folle, in buona sostanza, Basso Okme, anche se devo riconoscere il suo talento soprannaturale nel travestirsi.
– Non più folle di tanti che si impongono una condotta falsa per apparire agli altri ed a se stessi ciò che non sono. Questo esercizio finisce per ottunderli e per fare di loro la sola apparenza che indossano, come maschere vuote. Glearmodhe-Gaetther è a suo modo un uomo onesto: quando non riesce ad essere fino in fondo ciò che desidera essere si tramuta in un altro, così conservando la sua sostanza umana. In questo modo riesce ad essere equo ed iniquo, cortese e sgarbato, appassionato e freddo, loquace e taciturno come tutte le creature sono in momenti diversi, senza perdere il rispetto per se stesso.
Klog scuote il capo con convinzione. – Ma deve costargli caro questo esercizio. Perdere la memoria a comando, dimenticare ciò che ciascuno degli altri sé conosce… E poi reggere queste infinite recite non è gravoso come una condanna? Non è preferibile vivere beatamente senza imporsi nessuna condotta, nessun regolamento?
– Questo può essere appropriato per i Boldhovin, ma gli umani sono stupidamente orgogliosi e superbi e si preoccupano molto delle apparenze. Il loro cervello è diviso in due ed una parte può giudicare l'altra e condannarla. Essi non sono mai davvero soli con loro stessi, non possono semplicemente vivere, semplicemente guardare. C'è solo un'età in cui essi possono lasciarsi vivere ed è l'infanzia, ma essa termina presto e ad essa segue l'infelicità che essi portano ovunque nel mondo. Il nostro ospite è un uomo insieme saggio e disperato, che non nasconde a se stesso la propria natura volubile ed incompleta. Incontrarlo per me è sempre una esperienza meritevole di riflessione, anche se non so cosa potrò mai farmene di tanta saggezza. Ma non ha importanza, l'esperienza è un premio a se stessa e tanto mi basta.
– Bah, io gli umani li ho sempre trovati assurdi, ma in fondo hai ragione: questo ha, se non altro, il pregio della sincerità. Ma ora pensiamo a noi, anzi a me. Dove potrò passare la notte, che mi sembra un po' troppo frizzante per essere trascorsa ai piedi di un albero?
– Non ti preoccupare, Klog, la soluzione è a portata di mano, per così dire. Seguimi con fiducia.
Il boldhovin annuisce silenziosamente ed abbassa la testa per evitare un ramo che lasciato andare da Basso Okme sferza l'aria sopra la sua testa.
Intanto riflette che, dato l'esordio, le esperienze che seguiranno non saranno meno bizzarre dell'ultima, ma che la presenza sulle sua spalle di una borsa carica di ottimo cibo è una garanzia sufficiente ad affrontare l'ignoto. In fondo la sua vita, nelle città degli umani, non è mai stata né facile né sicura e che rimanere lì gli dà se non altro la possibilità di ascoltare ancora quella musica. «Il domani è assicurato, ed il giorno dopo è troppo lontano per riguardarmi.» Si dice tra sé ed estrae il flauto d'argento dalla borsa per una suonatina digestiva.

22.4.19

Il Mare Obliquo 3

 

Con un ampio movimento delle ali Maestro Selestin, già primo violino di Kerfilluan, dà inizio all'esecuzione. All'inizio si ode soltanto un lievissimo ronzio appena udibile, confuso con lo stormire delle fronde delle grandi querce e dei castagni della foresta. Lentamente, quasi impercettibilmente il ronzio cresce fino a farsi un lievissimo tema eseguito da un violino solista, più volte ripetuto, come una domanda sospesa. Dopo un'ultima invocazione, rimasta senza risposta per alcune battute sono i bassi ed i baritoni a riproporre lo stesso tema, che, arricchito dei bassi profondi dei legni, diviene simile ad un infinito fluire di nubi o alla lenta marcia di una foresta.
Il Boldhovin guarda nel gruppo dei bassi: Basso Okme, con il becco aperto, lo vede e fa un breve movimento con la testa per salutarlo. Klog restituisce il saluto e si accomoda meglio sulla poltrona foderata di muschio che gli stata offerta dagli uccelli di legno. Tormenta nelle mani il suo piccolo flauto d'argento a tratti chiedendosi come farà ad inserirsi nell'esecuzione senza sfigurare.
Mentre ascolta le lente volute della musica, battendo senza accorgersene un tempo di tre quarti molto largo, nella sua mente scorrono molteplici immagini, probabilmente create dalla sostanza magica di quella musica e dei suoi stupendi esecutori. Vede montagne coperte di neve, illuminate dalla luce della luna, una luna nitidissima, così ampia da coprire un quarto del cielo, che si muove lentissima danzando sulle vette delle montagne. Nel buio delle valli si accendono leggeri luci vermiglie, dapprima esili ed incerte, velate dalla lontananza, che a poco a poco acquistano forza, caricandosi di riflessi turchini, smeraldo, celesti e viola. Le luci sembrano correre le une verso le altre ed il fiore di luce si compone davanti a lui, proiettando una colonna di luminoso cristallo che giunge fino al cielo, infiammando il ventre delle nubi e facendo impallidire la morbida luce della luna.
Klog, abbracciato alle sue ginocchia, dimentica il suo piccolo flauto d'argento. Davanti a lui Maestro Selestin con piccoli tocchi di bacchetta dirige l'orchestra degli uccelli di legno, ma il Boldhovin non lo vede più: davanti ai suoi occhi c' una pioggia sottile, ed il suo corpo riesce a sentirla: un piacevole solletico che allontana da lui ogni paura ed ogni stanchezza. Klog si sente nuovamente un bambino e davanti a lui si accende l'immagine di verdissimi prati fasciati di bruma, dove correre a perdifiato fino a confondere il cielo grigio madreperla con il caldo odore della terra. Sente il corpo leggerissimo, come mai lo è stato e cosa può fare una persona con un corpo così leggero se non danzare, danzare e ancora danzare, gettando in alto il cappello e facendo capriole? La danza termina all'improvviso. Gli uccelli-timpano e gli uccelli-tamburo seguono ancora il tempo della danza, ma il loro ritmo è già cambiato ed ancor più cambia con il passare dei secondi. Sotto un cielo d'acciaio un infinito esercito marcia lento su una terra scabra e fredda. I mantelli, le bandiere sono stracciati, senza più colori, e dalla massa degli uomini sale un coro simile al canto di un mare senza vita né luce.
Klog guarda la scena impietrito, incapace di muovere anche solo un muscolo. Grandi crepacci si aprono sotto i piedi degli uomini, ma nessuno sembra vederli e interi gruppi di persone vi precipitano dentro con cavalli, carri e bandiere senza un urlo o un lamento. Il Boldhovin vorrebbe urlare, correre ad avvertirli ma il suo corpo si è fatto della stessa terra minerale sulla quale sfilano le ombre dei soldati. Vorrebbe chiudere gli occhi ma anche quel semplice gesto divenuto per lui impossibile. All'orizzonte un orlo spezzato segna il limite della Terra, oltre il quale ci sono gli abissi infiniti dell'increato, sul quale il loro mondo galleggia come una zattera alla deriva. E già le prime file dell'immenso esercito sono prossime a quel limite quando uno scintillante rumore di trombe rompe la cupa desolazione della scena. Gli uomini alzano la testa al cielo dove colonne di luce multicolori, come un coro di luci, illuminano il loro cammino. E dagli scheletri degli alberi, dal fango grigio ed untuoso, dai bordi dei crepacci nascono fiori e foglie ed i loro colori si riflettono nel cielo come in un immenso specchio, come se tutto il mondo fosse divenuto un'immensa serra, in attesa del riposo dell'autunno… 

 

– Klog, Mastro Klog! – Il Boldhovin apre gli occhi e sbatte un paio di volte le ciglia. Selestin e Basso Okme sono di fronte a lui, il primo impettito nel suo abito nero e lucido, il secondo con gli occhi nerissimi che sembrano brillare di luce propria.
– Bella… – Sussurra il Boldhovin.
Maestro Selestin annuisce gravemente. – Era da… Vediamo… trentasette anni che non eseguivamo più la Sinfonia delle Antiche Fronde. Direi che non stata una cattiva esecuzione… Anche se nel Secondo movimento i Fringuelli-Flauti bassi e gli Scriccioli- ottavini hanno perso un paio di battute…
– Ci HANNO fatto perdere due battute. – Strillano un gruppo di piccole creature dal corpo di metallo argenteo, volando dal loro settore fin davanti al podio del Maestro Selestin. – Sono state le Gazze-timpano che hanno esitato nella quarta misura.
– Ed i Corvi- contralti, allora, che hanno SALTATO una misura? – È la volta dei Corvi-Contralti e delle Gazze-Timpano, dal grande corpo bianco e nero e dalle lunghe code a volare davanti al Maestro per accusare e difendersi.
– Vieni, Klog. Al termine di ogni esecuzione ci sono sempre queste discussioni. Sembra che in fondo, anche se non siamo realmente vivi, un po' della litigiosità degli uccelli sia entrata in qualche modo in noi. – Basso Okme apre il becco leggermente, riuscendo a dare la sensazione di sorridere.
– È la magia, vero? – Dice Klog.
– Cosa?
– Dico che è stata la magia di Kerfilluan a farmi vedere tutte quelle… cose. Insomma tutto quello che ho visto.
– Nessuno vede mai le stesse cose, caro Klog. Tu stesso se riascoltassi questa musica tra qualche giorno non rivedresti le stesse… cose. È forse il motivo per il quale un tempo, quando ancora qualcuno passava per la selva di Canddermyn, i viaggiatori rimanevano qui a lungo, e alcuni finivano per non ripartire più. La nostra musica è praticamente infinita.
– Ma… – Il Boldhovin vorrebbe chiedere a Basso Okme come possibile che quella musica, nata da creature di legno e metallo, possa evocare emozioni così profonde, ma sospetta che farlo sarebbe come riaprire una vecchia ferita. Ancora preda delle suggestioni nate dalla Sinfonia delle Antiche Fronde cammina a fianco del grande uccello di legno che intanto ha ripreso a parlare.
– …Maestro Selestin è un grande conoscitore di musiche e trascorre tutti i giorni molte ore nella Biblioteca Musicale della Villa di Kerfilluan. Disgraziatamente l'umidità ha rovinato molte partiture, alcune di un'antichità inconcepibile, scritte in Unilineare, in Pre-Silibiano annotato o in una grafia musicale mai vista, che crediamo possa risalire al tempo dei Notturni o addirittura degli Antichi Primi. Selestin e Verglan, il suo assistente stanno cercando di interpretarla, ma mancano partiture a doppia notazione e non si riescono ad immaginare gli strumenti…


Klog annuisce senza capire un'acca del discorso del corvo-di-legno e finalmente si rende conto che sono diverse ora che non inghiotte più nulla. Oltre a questo si rende conto che già da diversi minuti si stanno inoltrando nel bosco seguendo un sentiero che si fa sempre più stretto e disagevole.
–… a becco o a doppia ancia sono esclusi, ovviamente, data la mancanza di labbra. Ma questo si chiama mettere il carro davanti ai buoi, come si dice, visto che non si riesce a capire neppure cosa sono le linee curve che…
– Dove stiamo andando, Basso Okme?
– …fogliacci…Eh?
– Ho chiesto dove stiamo andando.
– Ah già. Ma non te l'ho detto prima?
Klog scuote la testa con decisione. – Hai parlato solo di musica. Vecchia. – Puntualizza.
– È vero. Stiamo andando da Rutger. O da Hollinio. O da Udhlirin, oppure Vardilien, An-Gord, Etlig, Mouri, Zakdlon, Hourcade, Felimull, Vrejuomelde, Uiwr, Conn , Lhivarrine…
– Da CHI stiamo andando? – Ripete Klog esasperato.
– Eh, un momento! Ti stavo dicendo i nomi. Credi che sia facile ricordarli tutti? – Il corvo-di-legno ha un'aria offesa. – Ci ho messo mesi per impararne un po' ed ora questo pivello li vuole tutti in un batter d'occhio.
– Ma, nel nome di Gourriol il Grande, quanta gente abita in quel luogo? E poi che uso dire tutti i nomi degli abitanti di un villaggio? In genere si dice solo il nome… Beh cos'è quella faccia?
– Non capisci. Noi stiamo andando da UNA persona sola. E spero che sia Huizyl o Mondiron e non Sixena o Lliolol, o peggio ancora Ul-Kertiel, tanto per fare qualche esempio, perché in quel caso niente ospitalità.
Klog aggrotta le sopracciglia e poi sospira e scuote la testa. Dopo qualche minuto il sentiero si allarga nuovamente fino a giungere in un'ampia radura dove sorge una strana abitazione. Il Boldhovin si ferma al limitare del bosco per osservarla grattandosi il capo. Il tetto della casa è di ardesia, di cotto, di assi di legno, di paglia; è piatto, incurvato, spiovente; i muri sono dipinti di tutti i colori possibili, ma anche ricoperti di piastrelle, di tessere di mosaici, di legno, sono di marmo, di vetro, imbiancati a calce, sporgono, sono inclinati verso l'interno, hanno e non hanno bovindi e terrazze, balconi e logge, le finestre sono incorniciate da colonnette a rilievo o da legno scuro o da marmo rosso e hanno vetri colorati, smerigliati, chiari, con tendine e senza, chiusi da scuri o da tende.
– Notevole, vero? – Chiede con aria soddisfatta Basso Okme, come se quel pasticcio fosse opera sua. – Il fatto che in rapporto al suo umore ed al suo nome il padrone aggiunge ali e parti alla sua casa, che, ovviamente, ben raramente vanno d'accordo con il resto.
Klog annuisce frastornato ed il corvo-di-legno si avvia verso una delle porte. Quando vi sono di fronte Basso Okme spiega. – Spero sia la porta giusta. Se non lo è non ci aprirà .
Bussano, ma nessun rumore, nessuna risposta viene dall'interno della casa.
– Vedi? Non era la porta giusta. – Spiega Basso Okme.
Dopo sei tentativi e sei porte il Boldhovin comincia a sospettare che il padrone di casa semplicemente sia uscito. È solo alla settima porta che odono provenire dall'interno una voce.
– Arrivo. Un istante, per favore.
– Bene, bene. – Dice a bassa voce il Corvo. – Non è sicuramente né Ur-Keltien né Zakdlon, ma questo non è ancora sufficiente.
Klog annuisce e guarda con curiosità la porta, preparandosi ad avere a che fare con un individuo decisamente strano.
Uno scalpiccio affrettato e la porta si apre lasciando vedere l'unico abitante della casa.  


17.4.19

Ci scusiamo per l'interruzione, ma...

... ci sono alcune notizie (quasi) urgenti. 

La prima è l'avvenuta uscita di Calibano o l'Ultimo Spettacolo a € 2,99.


Che può essere acquistato qui in formato kindle


Per quanto riguarda i tre e-book a suo tempo promessi: 

La confessione di Padre Bertolt, gesuita di Alberto Costantini




 Configurazione Alieno di Mario Giorgi


e Isole nella Corrente del sottoscritto



sono in avanzata fase di preparazione e ci saranno – a Dio piacendo – a partire dal 28 aprile. 

Rimanete sintonizzati!


 

13.4.19

Il Mare Obliquo 2

In precedenza: A Klog, il Boldhovin, viene affidata dal Re una missione che ben presto scopre essere soltanto un diversivo che gli sarebbe costata la vita. Colui che l'ha messo sull'avviso è un curiosa creatura: un corvo-contrabbasso di nome Basso Okme che gli racconta un'antica leggenda. Intanto a Casa Oresme Usif-Lizhi, un Notturno amante di Adwina, una donna umana, scopre che dovrà abbandonarla per tentare di salvare il suo popolo.



La Storia di Kerfilluan il Mago





«Molti, molti anni fa in questo bosco viveva Kerfilluan, il Mago. Egli, a differenza di alcuni dei suoi simili e di molti uomini era una persona che amava la musica. Il suo amore era così intenso che egli inventò molti nuovi strumenti, purtroppo ora dimenticati, come l'arpa ad acqua o la Hiolesse dalle sonorità intense come il canto di una sirena. Ma ciò che affascinava maggiormente il mago Kerfilluan era il canto degli uccelli all'alba, così uguale ogni mattina, ma così diverso e variato nella tessitura e nell'intarsio.

Egli aveva inventato numerosi congegni per poter incidere e riascoltare il canto mattutino dei fringuelli, dei ciuffolotti, delle silvie e persino lo stridio dei corvi, ma quelle registrazioni, anche se superbe, anche le più belle, rimanevano uguali e immobili, come una bella farfalla trafitta con uno spillone. Il mago ne era amareggiato ma la sofferenza era per lui uno stimolo e così, nel suo tentativo di unire alla lieve bellezza del canto degli uccelli, la ricchezza dei toni degli strumenti musicali ha creato noi, gli uccelli di legno. Il suo desiderio era quello di arricchire il canto degli uccelli ed insieme di poter udire ogni giorno una diversa e più ricca armonia nascere dalle fronde della sua selva. Ci creò, noi poveri automi, dandoci intelligenza e sensibilità, amore per la musica e per la bellezza della foresta, doti che trasse da se stesso, che ne era così ricco. All'inizio eravamo pochi ed io ero uno dei primi, nato quasi per uno scherzo, dal momento che il canto dei corvi non gode di buona fama. Ma non bastavamo a Kerfilluan che costruì altri uccelli ed altri ancora, ancora, ancora ed ancora. La nostra musica era bellissima e diventava via via più ricca e meravigliosa. In quei giorni non c'era creatura che passando per la Selva non ne fosse ammaliato e che solo per la fame ed il languore crescente dell'anima trovasse alfine la forza di abbandonarla.

Ma Kerfilluan non sembrava mai soddisfatto, anzi sembrava che più voci aggiungesse alla sua orchestra meno fosse contento del risultato. Quando il nostro numero superò il migliaio finalmente Kerfilluan capì, ma era troppo tardi. Egli aveva così generosamente usato la sua grande anima per darci vita che egli ne era ormai poverissimo, quasi come un qualsiasi bruto senza amore per il mondo. Gli rimaneva il ricordo di ciò che aveva saputo provare, ma era troppo poco e ormai anche quel ricordo, col passare del tempo si era fatto rancido e irritante, come una storia d'amore bellissima troppe volte ricordata. Distrusse alcuni di noi, allora, per ritornare ad essere se stesso, ma inutilmente: il dono che ci aveva fatto non poteva essere restituito e noi stessi ora amavamo la vita del suo stesso amore, tanto da non desiderare certo di perderla. La mattina egli si affacciava ancora al terrazzo della sua grande casa, ma solo per maledirci e tirarci addosso sassi ed altri oggetti. Noi tutti, che in un certo senso eravamo Lui, ne soffrivamo, tanto da ammutolire e nasconderci. Poi un giorno scomparve, forse se ne andò o forse morì, e noi non lo vedemmo più. Da allora siamo in attesa di spettatori, perché la musica senza pubblico è un ben triste incantesimo e per questo che io, vecchio uccello di legno, fermo tutti coloro che passano nel bosco per pregarli di ascoltarci, almeno per un giorno. I veri uccelli sono fuggiti da questo bosco, spaventati dalla nostra presenza, per questo è così silenzioso e noi siamo così tristi per Kerfilluan che non osiamo più eseguire le nostre musiche se non per le persone che ce lo richiedono espressamente.»





– Allora vuoi ascoltare la nostra musica, Klog?

Il boldhovin corruga le sopracciglia. – Mi hai salvato la vita, corvaccio… Per devo porre una condizione alla tua richiesta.

– E quale sarebbe la tua condizione?

Klog sorride ed estrae da una borsa a tracolla un piccolo flauto d'argento. – Se posso accompagnarvi…






Usif-Lizhi





Adwina accarezza Jexel-Fathu, il suo falco cacciatore e stringe leggermente gli occhi. La linea di luce affacciata sul termine del mondo si colora d'oro gradualmente concludendo un'altra notte. – Non è malinconica l'aurora, Jexel?

– Soprattutto quando viene dopo ore di passione nelle braccia di un amante – osserva filosoficamente il falco. – Un certo languore è normale in queste circostanze.

Adwina si stringe leggermente nelle spalle. – Sei volgare e materiale, Jexel. Ogni alba è un monito. «La vita scorre via veloce come il riflesso di luce in un torrente. Appena un istante per vederlo ed è già terminato.» L'amore è bellissimo, ma brucia troppo in fretta e le sue ceneri soffocano.

Il falco inclina leggermente il capo e chiude a metà la palpebra orizzontale sugli occhi. – È per questo che lo concedi ad un Notturno, mia cara Adwina?

– Mi hai spiato, non è così?

– Certo, io e Mathan, il tuo capocaccia. Non ci fidiamo di quelli.

– Sono così indifesi, così buffi. – Il riso della donna è un lieve sussurro che non disturba il silenzio d'attesa del bosco. – I loro occhi brillano nel buio, lo sai? Ed hanno mani così sottili, magre che io, Adwina, mi sento così viva, forte, potente in loro compagnia, come se potessi facilmente spezzarli e solo per capriccio mi impedissi di farlo.

Il falco tace per qualche istante, apparentemente impegnato a lisciarsi le penne del petto.

– Quando mi accarezza la pelle mi sembra che a farlo sia un albero, una creatura fatata dei boschi, dalle membra legnose e dal respiro antico. Cosa mi può dare un uomo della mia razza se non grugniti, cattivo odore, scarso piacere ed una stupida conversazione?

– Probabilmente hai ragione, mia Adwina. Ma non sottovalutarli: i Notturni sembrano soltanto deboli ed indifesi. Essi esistono da quando la terra non era ancora scura e l'erba non cresceva ancora. Essi odiano gli uomini e tutte le creature che vivono della luce del sole, odiano tutto ciò che è caldo e vivo ed amano soltanto le fredde rocce illuminate dalla luna, l'arida pietra dei loro castelli, la fredda polvere ed il silenzio. Vi osservano, vi spiano, parassiti della vostra felice ed immemore stupidità, sognando di rendervi simili a loro.

Adwina sorride e si morde le labbra. – E non forse questo un ottimo motivo per frequentarli? Sono annoiata della vita da umana, del chiasso, delle stupide feste, del rumore, dei servi e dei padroni, dei vili e dei coraggiosi, dei nobili e dei poveri. È tutto così insulso, senza senso, che solo creature senza fantasia né intelligenza possono trovare piacevole la compagnia dei miei simili.

– Ti diverte la bizzarria, la stravaganza. Ma la risposta è così vicina che non riesci neppure a vederla.

– A cosa ti riferisci mio buon amico?

Il falco apre le ali e sferza l'aria con forza trattenuta. – Lo vedi? La risposta qui, davanti a te, nelle pianure, nei boschi, sulle acque.

Adwina ride. – Ma io non voglio diventare una silvana, caro Jexel. Amo le buone musiche, i begli oggetti, l'intelligente conversare, le buone letture. Come potrei godere di queste cose se mi seppellissi in fondo ad un bosco?

Il falco agita il capo con un gesto infastidito. – Basta così. Sono senza argomenti. Vogliamo cacciare dunque? Già i primi fagiani si sono svegliati, ma ancora lenti e torpidi. È il momento migliore.

– Vai, allora, caro Jexel.

Il falco si alza in volo quasi verticalmente e punta verso sud, là dove sa che le sue prede si preparano al nuovo giorno. «Ah, mia bellissima Adwina, chissà se un giorno capirai quanto può essere vicina la tua risposta. Quando i tuoi "caro Jexel" diverranno sospiri d'amore.» – Scivolando sull'ala passa veloce sopra la piccola figura di lei. Il sole illumina i suoi capelli del colore del miele di castagno mentre solleva in alto la testa per salutarlo. – «Comunque sarà bene che prima di tutto vada a vedere cosa combina quello spaventapasseri: ai fagiani penserò dopo.» E così pensando Jexel si affretta verso Casa Oresme.






Usif-Lizhi, il Notturno passeggia nel lungo corridoio appena illuminato da poche torce, che conduce dal suo giaciglio ipogeo al passaggio per Casa Oresme.

Solleva il capo annusando l'aria. – Ecco, è ritornata. – Dice a bassa voce. – Tra poco dovrò andarmene. E ancora nessun messaggio. Nulla, nulla di nulla. – Usif-Lizhi apre il mantello con un gesto nervoso e vi si riavvolge più strettamente. – Come odio questa attesa… Ma forse…

Dal buio del lato più profondo del corridoio viene una profonda vibrazione. Il Notturno fissa gli occhi accesi di una debole luminiscenza verso l'oscurità ed apre leggermente il mantello.

– Tiatikenn, appari – pronuncia a bassa voce. La vibrazione si fa più intensa ed insieme più ravvicinata, come la singola nota di un canto ripetuta a velocità crescente. – Tiatikenn, fai presto, presto!

La voce di Usif-Lizhi ha una sfumatura di urgenza, quasi di allarme. Dopo un'ultima vibrazione il viso del mago appare al centro dell'oscurità, i contorni leggermente sfumati per l'enorme lontananza.

«Salute a te, Usif-Lizhi.» La voce del mago nasce all'interno della mente del Notturno, che annuisce e risponde mentalmente al saluto.

«Cosa sai dirmi a proposito della mia richiesta?» chiede il Notturno.

«Tardi, molto tardi. Il vostro tempo su questa terra è quasi terminato. Il cibo degli uomini vi avvelena, la loro acqua non vi disseta. Gli uomini vi odiano e vi temono.»

«Ma il mio tentativo?»

Il viso dell'Arcimago sfuma per un attimo nell'indistinto, come se un'onda avesse attraversato lo spazio teso tra loro. Solo dopo qualche secondo il viso dell'uomo torna a scorgersi, ma meno definito, più instabile. «So di essere in debito con la tua gente, Usif-Lizhi. È questo l'unico motivo per il quale..»

«Parla, Tiatikenn!»

«L'Ombra di Sangue è la risposta.»

«Dove si trova?»

«Un arcaico incantesimo, posto dagli stessi Antichi Primi la tiene. Un incantesimo che nessuno può spezzare. È possibile che Re Artamiro di Dancemarare la custodisca nel suo gabinetto di magia, ma credo che non sappia neppure di cosa si tratta…»

«Ma Adwina…?»

«Inutile. Adesso non può nascere da ventre di donna umana. Non siete fatti della stessa carne. Inutile, tutto inutile.»

Usif-Lizhi tace. Nella voce del mago ha colto una nota di maligna soddisfazione che lo ha per un attimo dolorosamente stupito. “È dunque vero che ci odiano… Ma così intensamente, così crudelmente…” ...«Andrò a Dancemarare.»

«E sfiderai la luce del giorno? E l'odio degli uomini? E come potrai costringere l'ombra di Sangue ad ubbidirti?»

«Quando vi sarò giunto lo saprai, uomo» dice infine il Notturno. «Non ti sciolgo dal tuo debito.»

«Non puoi, Usif-Lizhi, in fondo ti ho servito bene interrogando Queidhen l'Unico a costo della mia stessa vita.»

Il Notturno sorride leggermente, senza mostrare i denti. «Sei stato molto avido di conoscenza. Tiatikenn ed è stata la nostra magia a renderti così potente. Non credo che potrai mai essere libero dal tuo debito. Vai pure ora.»

Il Notturno estrae dal mantello un bracciale a forma di mezzaluna e lo accarezza leggermente. «Quando avrò ancora bisogno di te ti chiamerò.»

Con una vibrazione forte e stonata il volto del mago scompare risucchiato dall'oscurità. Il Notturno stavolta ride, ed il suo riso assomiglia al canto notturno della civetta. – Quanto stupido esibizionismo, Tiatikenn. Credi di spaventarmi? – Grida Usif-Lizhi prima di allontanarsi e tornare da Adwina per dirle addio.