31.8.19

Il Mare Obliquo 30

Il rapporto tra Lie Maldanea e il Liest Teardraet procede, sornione e apparentemente senza scosse. Ma tra i due brucia un fuoco freddo, capace di esaltarli e di ferirli entrambi.
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 – Buongiorno, Dama Maldanea.
La giovane Syerdwin esita per un attimo prima di volgersi a salutare il marito, lasciando lo sguardo indugiare sul freddo riflesso del sole nelle acque dell'oceano.
– Buongiorno Conte Teardraet.
Il Signore di Baran e Verhida sorride sempre, alla maniera degli uomini, durante i loro incontri mattutini, ma quella mattina il suo viso non sembra ubbidire alla sua volontà, immobile com'è ad esprimere un'ira raffreddatasi ma non scomparsa.
– Perdonatemi, ve ne prego… In questi due giorni non ho avuto un solo attimo da dedicarvi… – Inizia a dire frettolosamente il Conte-Mago.
– Non ve ne preoccupate, Liest Teardraet. Non appartengo a quella razza di femmine che in assenza del coniuge si spengono come candele. So ardere sia sola che in vostra compagnia. – Ribatte Maldanea dedicando al suo compagno un caldo sorriso di sfida.
  Per un attimo questi abbassa il volto senza replicare e quando lo rialza ride. – Dimenticavo che voi non siete una creatura come le altre, Lie Maldanea. Perdonate la doppia ingiuria e permettetemi di chiedervi di dividere con me il pasto del risveglio.
Maldanea annuisce con un leggero cenno del capo e senza attenderlo rientra dalla grande porta finestra socchiusa sul vasto terrazzo.
– Per di qui. – La Wessiun segue la direzione indicata dal braccio teso di Teardraet fino a raggiungere un minuscola saletta dalla pareti di pietra chiara, illuminata da un grande lucernario che occupa quasi la metà del soffitto.
– Non ho chiamato servitù, provvederò io stesso a servirvi. – Le annuncia il Conte-Mago con una punta di frettoloso imbarazzo, spostando la sedia dall'alto schienale ed invitandola a sedere.
Maldanea ringrazia portando la mano aperta al petto e siede. Nella stanza la luce è chiara come quella di un mattino d'inverno e gli oggetti disposti sul tavolo, di candida ceramica o di cristallo, brillano quietamente della stessa luce, stemperandola.
– È questo forse uno dei vostri giochi di specchi, Liest Teardraet?
– È possibile, mia cara.
– La luce sul terrazzo non aveva questo colore. Avete posto un filtro nel vetro di quel lucernario?
– Non siete troppo lontana dal vero. Vi piace?
– È una luogo molto silenzioso e molto calmo. Adatto alla riflessione. Su cosa sono chiamata a riflettere dunque?
Teardraet la fissa per un attimo, sconcertato come un bimbo che veda il proprio indovinello risolto in un batter d'occhio.
– Voi frequentate troppo Mastro Nerubavel, cara Maldanea. Adesso servitevi di questi composta e di questo pane fresco preparato all'alba dai miei fornai. 

 
– Mmh, grazie. Mi chiedo quale dovrebbe essere il mio rango per poter essere servita da un Liest, voi che ne dite?
– Il Liest è un servitore del suo popolo, dice il Libro delle Rocce, perchè solo chi serve può guidare e solo chi si umilia può dominare.
– Ho letto il Libro delle Rocce. Molte volte, ma temo che comincerò ad apprezzarlo quando avrò dimenticato coloro che me l'hanno insegnato.
– Non avete né pietà né rispetto? Anch'io ho avuto istitutori e maestri e tuttora ne ho. – Il volto del Moeld si rabbuia per un istante pronunciando quella frase. – Conosco molto bene il Libro ma fatico ad accettarlo fino in fondo. Sono molto orgoglioso, Maldanea e troppo spesso superbo.
– I miei istitutori usavano molto spesso queste parole per riferire al Padre-Adulto le mie mancanze e soprattutto le mie risposte. Ma non ho mai amato gli ordini senza un perché né l'arroganza di chi chiede di ubbidire ad una semplice abitudine.
– L'abitudine è la corazza del debole, la sicurezza dell'insicuro. Il Mondo è spesso tanto crudele e bizzarro che difendersene è molto più che una cattiva abitudine.
Maldanea annuisce lentamente: raramente ha visto il suo sposo di quell'umore, insieme riflessivo e quasi timoroso, come se un pensiero fisso e sgradevole lo obbligasse a dare un nuovo giudizio su di sé e sulle sue decisioni passate e future.
– Quale sorte incombe su di voi o forse su noi tutti, Teardraet? Ditemelo dunque e cessate di giocare a fare il monaco. – Chiede infine la giovane Syerdwin dopo qualche minuto di silenzio. – Se lo desiderate, naturalmente. – Aggiunge poi, quasi intimorita dalla sua sfacciataggine.
– Come un freccia dritta al bersaglio, Maldanea. Sono dunque così trasparente?
– No, non lo siete e ben poco so di voi. Io occupo un piccola parte del vostro tempo come dei vostri pensieri, ne sono ben conscia. Buoni motivi politici e forse una punta di capriccio vi hanno indotto a condurmi qui. Per il momento tutto ciò ha ancora per me il fascino della novità e la vostra residenza, o forse dovrei dire la nostra, mi appare ricca di sorprese come certi giocattoli che ricevevo quando il mio nome era diverso. Ma prima o poi tutto ciò diverrà logoro e consueto, le passeggiate da sola sugli spalti e la vista dell'Oceano mi verranno a noia. E allora, quando la mia vita sarà divenuta sottile e grigia come una vecchia stoffa io avrò perduto la giovinezza per sempre e voi avrete perso un'amica. O forse i Moeld non hanno amici?
Teardraet stringe le mascelle e alza il capo a fissare la luce chiara e fredda che scende dal grande lucernario.
– Tu sei per me come questa luce, Maldanea. Come un animale troppo spesso dimentico di rallegrarmi di vederla e mi accontento di sapere che esiste. Sono vivo da molto tempo, eppure non ho ancora udito le parole che vorrei dirti, che non conosco pur sapendo che esistono, da qualche parte sopra o sotto le acque. Ti ho visto molte volte passeggiare in faccia al vento freddo dell'oceano, forte eppure delicata come poche sanno essere, ma mi è mancato il coraggio di parlarti. Ricordi il nostro incontro nel bosco dei Wessiun? Sei stata tu la prima a parlarmi e dopo aver udito poche tue parole ho capito che se mai le acque avevano mai bagnato qualcuno degno di condividere con me il suo Arco quella eri tu. Ti ho avuto facilmente, è bastato un incontro con il tuo Padre-Adulto, ma conoscerti davvero mi è sembrato difficile e doloroso. Forse è paura, forse è orgoglio, perché la mia mente non è come quella degli altri Syerdwin e la mia anima non conosce più passioni, se non i freddi moti della ragione. Tienimi come corteggiatore timido o come amico incostante, Maldanea, non posso più donare nulla di me perchè come Kerfilluan poco possiedo ancora.
– Anche questa deliziosa colazione… – Maldanea indica le candide stoviglie, i calici di cristallo. – È una specie di sogno, di divertimento, vero? Vuoi giocare a fingere un'amicizia, a provarne tutti i brividi e l'emozione? Quanto hai vissuto? Quanto bisogna vivere per riuscire a dimenticare, per snocciolare la propria vita come una parte ben studiata? – La giovane Syerdwin si alza. – Hai mentito. Tu sai perfettamente quali sono le parole che si devono indirizzare ad una moglie per conquistarne i pensieri. Tu ami giocare: con me, con Artamiro, forse anche con Queidhen o con chissà chi. Tu giochi ma non sei felice per questo e quel che è peggio è che hai smesso di saperlo. Semplicemente sei divenuto incapace di sentire e vedere.
– Non lasciarmi, Maldanea. – Per un istante la voce del Conte-Mago diviene opaca, incerta. – Se di una finzione si tratta lasciami viverla fino in fondo. Prestati a questo gioco che mi rende penoso come un vecchio narratore che abbia dimenticato la fine della storia che racconta. Torna a sedere, ti prego.
Maldanea non risponde e scivola nuovamente sulla sedia, rigida e silenziosa.
– Quale destino ci attende, vuoi sapere? So che hai veduto Queidhen. Hai qualche nozione di lui? –
– So ciò che si dice. Che egli è una creatura di un inconcepibile antichità, che è un guardiano posto dagli Dei antichi a vigilare il nostro Mondo, l'unico rimasto a vegliare del suo popolo dormiente di Lontani Primi e Draghi-Bambini, chiamato a giudicare quanto siamo degni di abitare il mondo che essi ci hanno generosamente lasciato. Non per sempre.
– E credi che questa leggenda racconti la verità?
– Fino a qualche mattina fa la ritenevo esattamente ciò che sembrava: una leggenda, ma ora non sono più tanto propensa a crederlo.
– Ma di una leggenda si tratta. Queidhen è forse davvero uno dei Lontani Primi ma è soprattutto un mago potentissimo, che ha più volte visitato il Mondo–Tra-Molti–Istanti e le molte Ombre del Mondo che vivono accanto a noi, tornandone ogni volta più potente e saggio. 

 
Maldanea annuisce e quasi senza accorgersene sorride: quello è il solo modo per Teardraet di mostrare il proprio amore: metterla a parte delle sue conoscenze e dei suoi timori. O quasi sicuramente solo di una parte di essi, si corregge mentalmente.
– …Egli è venuto a mettermi in guardia. Qualcosa ha turbato l'equilibrio che lega tra loro i Mondi, una perturbazione che già altre volte ha scosso le fragile architettura della realtà ma che mai, sono parole sue, ha avuto tale forza cieca e tale grandezza. «È come un'onda dell'Oceano che nasce dalle convulsioni della terra: crea nuove terre e altre ne nasconde per sempre, come una nuova Creazione.» Questo ha detto. «E come tutte le altre volte le creature nate per prime in questa Catena di Realtà, i Giganti di Cristallo e quelli che voi chiamate i Silvani, combatteranno per difendere la nostra isola dal caos creatore, ma strani e inconsueti sono i loro pensieri e come è già accaduto la loro diga può cedere, sottraendo ad ogni creatura il ricordo di ciò che è venuto prima del Prima.».
– Non crede alla dottrina della creazione voluta da un Dio o dagli Dei, Queidhen? – Chiede Maldanea, pentendosi un istante dopo della sua frase da scolaretta.
Ma Teardraet non ride. – No. Egli sa, non ha bisogno di credere come tutte le deboli creature che popolano l'Orlo del Mondo ad una o a molte divinità. Se anche una siffatta creatura esiste il suo interesse per il nostro destino dev'essere pari a quello che noi abbiamo per il pulviscolo che rotea nella luce di un raggio di sole. Invece l'Onda che sta per avvolgere la Catena dei Mondi è reale, anche se sicuramente, come una bufera, non ha coscienza di sè né tantomeno di noi.
– E non vi è modo di fermarla? – La giovane Syerwin sconsolata scuote la testa chiudendo gli occhi: perché di fronte a argomenti di quell'importanza riesce solo a dire banalità da sciocca dama ad un ballo?
– Vieni con me.
– Dove andiamo?
– Nella Sala dell'Arcobaleno. 

 

25.8.19

Il Mare Obliquo 29

L'ospitalità del Cavaliere di Vandel è sicuramente delle migliori, ma un'incomprensibile minaccia incombe sul suo castello e sulla gente di Audiebarr. Usif-Lizhi e gli altri scopriranno presto di che cosa si tratta.
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Attraverso i vetri dalla grande sala, lavorati per assumere un aspetto simile a quello della superficie di un limpido ruscello, la luce chiarissima dei fulmini si sovrappone a quella tiepida delle candele e del camino, trasformando per un istante i volti dei convitati in marmo sbozzato da uno scultore frettoloso.

– Brutta notte, mio Signore. – Commenta il Cavaliere di Vandel rivolto al Duca Kwister, intento a terminare la propria porzione di cinghiale, generosamente annaffiata del buon vino verde del Lodhlen.

– Non oso pensare alla nostra miserevole sorte senza la vostra magnifica ospitalità, cavaliere. Un'ospitalità ben protetta, noto.

Il Cavaliere distoglie lo sguardo di scatto per tornare un attimo dopo a fissare il lupo-drago cercando di celare l'imbarazzo.

– Strani fatti, Duca, mi obbligano a difendere così me stesso ed i miei ospiti.

– È curioso e singolare che i vostri armigeri si trovino nella cinta più interna delle mura, cavaliere. Così è bizzarro e mai citato in alcun trattato di arte militare che essi sembrino voler impedire a qualcuno di uscire piuttosto che ad un invasore di entrare. Non siete d'accordo?

La voce del Barone Enklu non lascia trasparire né tensione né timore enunciando quel semplice dato di fatto. Terminato di pronunziarla il Lupo-Drago compie un cenno leggero indirizzato ad uno dei coppieri schierati alle sue spalle che accorre per riempire il suo bicchiere.

Il Cavaliere per qualche attimo non risponde, limitandosi a guardare davanti a sé con la fissità del malato. – Signori, voi domani potrete riprendere il vostro viaggio. Perché interessarvi di ciò che avviene nelle mie povere terre?

La voce del nobile è appena udibile e quasi solo Usif-Lizhi è riuscito ad udirla nel gruppo di ospiti e dignitari.

– Cos'è accaduto al vostro villaggio, Cavaliere, che molti di noi ricordano felice e protetto da divinità benigne? – Domanda il Notturno.

– Siete proprio sicuro di volerlo sapere, mio gentile ospite?

– Ho veduto tali cose venendo fino qui, che altre non credo potranno ancor più colpirmi. – Replica tranquillo Usif-Lizhi.

– Ebbene… Ebbene. Sapete voi quanti abitanti conta Audiebarr?

– Circa duemila, Monsignore. Vi sono stato altre volte per commercio. – Dichiara Noro Eban.

– Vero. E sapete quanti di loro vivono ancora nel Villaggio? Dodici, non più di dodici. Parte degli altri è fuggita verso le piane del Quym e parte vive ora qui, nella rocca.

– Quali strani eventi sono accaduti per spiegare un tale esodo? – Chiede il Duca Kwister.

– Strani eventi… Molto strani. – Il cavaliere è interrotto da un fulmine più forte mentre il suo sguardo vaga sui volti rigidi e silenziosi dei dignitari di Audiebarr. – Molto più che strani! Ma tra poco saprete, oh se saprete! 

 

Il gruppo di ospiti, ubbidendo ad un impulso comune risvegliato dalle parole del Cavaliere, si volge a guardare verso le finestre sulle cui superfici brilla debolmente il riflesso delle candele, come se appena oltre esse sostasse una processione di spettri.

– Volete essere così cortese da spiegarvi meglio, cavaliere? – Interviene il Duca Kwister, lasciando trasparire l'impazienza e l'esaperazione.

– Non è ancora ora, Duca. Ma sapete voi cos'hanno in comune gli ultimi che ancora popolano le case vuote di Audiebarr?

– Non lo so, ovviamente.

– Una debolezza, una mancanza forse? O forse una bizzarria? – Ipotizza Usif-Lizhi. – Qualcosa che può colpire o rendere diverso un uomo su venti. La cecità forse o qualcosa del genere?

Il cavaliere di Vandel annuisce di scatto. – Mio Signore certo voi siete degno della fama di cui gode il vostro popolo. Si tratta della sordità. Gli unici a vivere ancora nel villaggio sono i sordi ai quali quanto avviene ogni notte alla medesima ora non può recare alcun danno.

– E immagino che i soldati stiano sui bastioni per impedire agli altri abitanti o a voi stessi di uscire dalla rocca, sebbene qualcosa vi spinga disperatamente a farlo. – Continua il Notturno, mentre Kirzil Pennarossa lancia un'occhiata di profondo compiacimento a Share Harvaiun seduto di fronte a lui.

– Qualcosa? Ma voi non potete immaginare Cosa, mio signore. La più orribile sinfonia di pianti e di richieste di aiuto, nata dalla dalla gola stessa dei Demoni del Mondo-Oltre-L' Orlo… Urla di bimbi, lamenti di donne, di vecchi e di giovani, voci che chiamano ognuno di noi per nome, che implorano il nostro aiuto con le voci più care di coloro che non vivono più sotto questo sole… È quanto di più orribile voi possiate immaginare. E la sorte di coloro che escono dalla rocca non è certo migliore. Richiamato da quelle parole, dall'illusione di rivedere i cari volti perduti ognuno insegue ombre senza forma e senza colore fino a cadere nel torrente o a trovare la morte nei modi più strani e incomprensibili, incitato dagli accenti struggenti e pieni di speranza di quelle voci…

Il cavaliere fissa senza vedere, uno dopo l'altro, i presenti, scuotendo a tratti il capo convulsamente, come se uno sciame di zanzare lo perseguitasse. – Non esiste tortura più intollerabile e sottile, nulla di più inumano. Più volte sono stato tentato di abbandonare la rocca e queste terre pur di non udire più o di divenire io stesso sordo e poter riprendere una vita normale in un mondo che sembra non avere più equilibrio.

– Ed i vostri soldati? – Chiede la Fata Mahaderill. – Sono forse sordi?

– Essi hanno le orecchie sigillate dalla cera e solo così possono resistere all'esterno. In questa sala le voci giungono attutite, ma altrove nella rocca sono forti come venti di tempesta ed altrettanto terribili.

– Questo ci rincuora un poco, cavaliere. Ma potete dirci quale sarebbe stata la nostra sorte se fossimo rimasti all'esterno, questa notte?

La risata del cavaliere giunge tanto inaspettata quanto assurda nel clima teso e silenzioso della sala, facendo sussultare i presenti. – La vostra sorte…Vagare fino a morirne, inseguendo un'illusione, ognuno la propria, così come si dice sia caduto l'esercito di Re Harmiden nelle Selve del Nord, vinto dai miraggi del gelo.

– E quale ritenete sia l'origine di quanto avviene, cavaliere? – Chiede Usif-Lizhi.

– L'Origine? E quale può essere la ragione di un simile abominio? Il mio mago personale, Symenn, prima di affogare nel pozzo di una fattoria del villaggio, cercando di trovare tale ragione, ha parlato di una grande Ombra proiettata sul Mondo da un'altro Mondo. Chi si trova sotto quell'ombra non può più discernere ciò che è vero da ciò che non lo è e deve perire schiavo alle proprie fantasie. Ma tale sua teoria non ha potuto avere nessuna conferma… O forse l'ha avuta. – Il cavaliere di Vandel ride ancora mentre un'altra saetta si abbatte su uno dei tetti metallici della rocca, donando alla sua risata acute risonanze metalliche.

– Ho udito anch'io parlare di quell'Ombra. – Dice la Fata Mahaderill, subito dopo che si è spento l'eco della voce del Cavaliere. – E noi fate possiamo sentire che in qualche modo l'equilibrio del mondo si è spezzato e che esso ora somiglia ad un carro al quale il mozzo di una ruota si sia spezzato e i cui giri sempre di più lo conducono verso la rovina. Ma nessuna di noi riesce ad immaginare quale sia il rimedio. I Silvani parlano di una minaccia che ciclicamente si abbatte sull'Orlo del mondo, della quale solo loro conoscono natura e significato, ma più di questo non so dirvi.  


Richiamata dal riferimento ai Silvani l'attenzione di tutti e per prima quella del cavaliere si appunta su Khude il Silvano che ha finora udito senza parlare le conversazioni a tavola.

– Quale sarebbe tale teoria, mastro Erbano? – Gli chiede.

– Io-Noi non abbiamo teorie, signore. Semplicemente vediamo e sappiamo e non è facile raccontare con le vostre parole ciò che Io-Noi vediamo tanto bene quanto voi potete vedere la vostra mano o l'orlo ricamato della vostra veste.

– Suvvia, fai almeno uno sforzo. – Lo incita il cavaliere, preso da una strana animazione.

Khude lo osserva per un attimo con un'espressione che si sarebbe detta di pena o di paura. – Due mondi si disputano la nostra sostanza. – Inizia a dire. – La sostanza di tutto ciò che vive che è, con i suoi ritmi, tutto quanto vedete intorno a voi, animali, piante e rocce…

– Allora, vai avanti su! – Lo incita il suo interlocutore.

– Ora il Kadh è qui. – Risponde il Silvano.

– Cosa dici, cosa dici allora? – Continua il cavaliere che si alza per scuoterlo. Ma il suo gesto non termina, interrotto da un rumore simile ad un lungo sospiro che attraversa la sala come un'onda increspa l'orlo delle acque.

– Le voci, sono le voci! – Urla. – Ascoltate, miei signori e resistete loro se potete.

Khude il Silvano sbatte con le lentezza le palpebre ed annuisce impercettibilmente. Il Kadh è confusione, illusione: egli ben lo conosce e pur temendolo non prova paura. La fata Mahaderill stringe i pugni e punta lo sguardo verso le finestre i cui vetri tremano delicatamente nelle intelaiature metalliche, come scossi dal vento. La sua magia, leggera ed insieme solida come seta la protegge da quell'assalto restituendo le voci alla loro vera sostanza di rumori disordinati e metallici, come pentole e paioli sbattuti con violenza a molta distanza da lì.

Gli altri convitati, rigidi sulle sedie, si voltano di scatto, sicuri che una voce familiare li abbia chiamati, si guardano intorno con espressione rabbiosamente sorpresa, sapendo di vivere un'illusione, ma senza riuscire a resistervi. Già qualcuno si alza, con movimenti incerti e sognanti, come un sonnambulo o un uomo colpito da un attacco di malaria.

I soldati del Cavaliere di Vandel si affrettano a chiudere le porte del salone e alcuni corrono a porsi davanti alle finestre. Solo seguendo meccanicamente quel gesto Usif-Lizhi, alle cui orechie, nitida e distinta come se ella giacesse tra le sue braccia giunge la voce di Adwina, si rende conto che i vetri delle finestre non rispecchiano più le luci della sala, come se il vetro avesse cambiato sostanza e natura, tornando opaca roccia. Aggrappandosi a quell'esile filo il Notturno si alza barcollando, senza che nessuno dei convitati, ciascuno preda del suo personale ricordo, dia segno di vederlo. Si avvicina ad una delle finestre, dove un paio di soldati fanno buona guardia per impedire a chiunque di scendere in cortile passando per quella via.

Giunto ad un paio di metri da essa il Notturno si irrigidisce e cerca di mettere a fuoco lo sguardo. Nella sua mente il dolce richiamo di Adwina si è trasformato in una disperata richiesta di aiuto. Con sgomento il Notturno di accorge di aver semiestratto la spada dal fodero, evidentemente animato dall'intenzione di uccidere chiunque si frapponga tra sé ed il suo desiderio.

Con un gesto lento e penoso Usif-Lizhi spinge nuovamente la spada nel fodero e rivolge un cenno ai due soldati che avevano già posto mano alle proprie.

– Voglio solo guardare… – Spiega il Notturno. – Da …qui. –

Le luci delle candele non sono scomparse, si rende conto il Notturno dopo pochi attimi di osservazione, ma esse non cadono più direttamente sulla superficie lucida del vetro, come se la luce non procedesse più come una freccia lanciata diritta davanti a sé, ma seguendo una strana, impossibile curva. Il Notturno respira profondamente e affonda lo sguardo nella superficie buia del vetro. Infinite linee sottili e scure, dall'andamento caotico come l'acqua in un gorgo, sembrano formare quel buio, come se una vita incomprensibile ed oscura lo animasse.

Usif-Lizhi chiude gli occhi di scatto per resistere a quel moto ipnotico ed ha la spiacevole sensazione che il buio creato dalla sue palpebre chiuse abbia acquistato la stessa sostanza. La voce di Adwina nelle sue orecchie si è fatta un unico, infinito urlo di angoscia disperata e per un attimo il Notturno sente l'invincibile impulso di scagliarsi contro i soldati e correre, correre a perdifiato per salvarla.

Una saetta caduta appena oltre la torre che domina la Rocca, illumina per un istante la sala e la sua luce abbagliante si frange su muri e corpi secondo angoli e disegni bizzarri, come se provenisse dai muri o dai corpi dei convitati. Il fragore del fulmine si è sovrapposto per un istante alla voce di Adwina e in quell'attimo la sua mente sovraeccitata è riuscita a separarla dalla vera sostanza di quel suono, più simile all'insopportabile cigolio di un meccanismo arrugginito che ad una voce umana.

Ed ora Usif-Lizhi si rende conto di non riuscire più a udire la voce di Adwina, ma solo quell' insopportabile frastuono. Incredulo il Notturno si accorge che, come in certi dipinti molto apprezzati dal suo antico maestro, le due forme di suono coesistono come in un'illusione nella quale è impossibile vedere contemporanemente due forme disegnate dallo stesso insieme di linee. 

 

Rincuorato Usif-Lizhi torna a fissare il paesaggio inquadrato dalla finestra: oltre l'intrico caotico di linee scure vede gli alberi che circondano la rocca. Essi si muovono furiosi come antichi guerrieri, circondati da un'oscurità solida e minacciosa che momento dopo momento rischia di sopraffarli. Spontaneamente con lo sguardo cerca il volto di Khude, che se ne sta in un angolo della sala, immobile.

Il silvano tiene gli occhi serrati e qualcosa nella sua espressione suggerisce una fortissima concentrazione, come se anch'egli si trovasse fuori di lì, a combattere a fianco dei fratelli immobili.

Un gesto improvviso e violento del Silvano lo fa sussultare. La Cosa, qualunque sia stata la sua natura è finita. Il notturno si guarda intorno stordito: il primo di cui incontra lo sguardo è il Duca Kwister che si scuote come un cane bagnato e mormora: – È finita.

Usif-Lizhi annuisce.

– Ho udito la voce dei miei Marr che chiedevano il mio aiuto. – Il Lupo-Drago si porta una mano all'orecchio, incredulo. – Come se fossero in questa sala.

Il Notturno chiude gli occhi e fa un cenno di assenso. – È stato terribile. –

– Allora, gentili ospiti, cosa ne dite dell'ospitalità della mia rocca?

Kwister e Usif-Lizhi si voltano di scatto, colpiti dalla strana intonazione del cavaliere di Vandel. Un largo sorriso accende il suo volto, pallido come quello di una statua. – La voce questa volta non mi ha abbandonato, miei signori. – Annuncia il cavaliere. – Egli ora è con me. Con me per sempre. Bevete, bevete con me per festeggiare. Siamo ancora uniti, uniti per sempre.

Negli occhi dei dignitari di Audiebarr vi è una strana luce, una consapevolezza terrorizzata, come se tutti loro avessero temuto quel momento ed insieme avessero saputo che sarebbe infine giunto.

– Edeil è di nuovo con me, signori miei, e stavolta nessuna malattia me lo toglierà… Bevete, bevete con me, presto. – Grida il cavaliere, senza smettere di ridere. – Khude, la tua minaccia mi ha riportato colui che più amavo ed ora per me il mondo che era divenuto un crudele circo ha nuovamente un senso. Bevete, bevete, beve…

Ripete per l'ultima volta il cavaliere di Vandel, prima che il suo sguardo fisso si incrini ed egli cada a terra di schianto.


20.8.19

ALIA Arcipelago: una buona idea


Interrompo qui – per una volta – la pubblicazione de Il Mare Obliquo per una riflessione sul lavoro compiuto in questi ultimi due mesi. Tranquilli, la pubblicazione del romanzo riprenderà con il prossimo post, approssimativamente per la fine della settimana. 
Con i primi giorni di agosto è terminato il lavoro per la pubblicazione in forma cartacea dei titoli di ALIA Arcipelago a suo tempo usciti in forma elettronica. È stato un lavoro intenso e sicuramente pieno di imperfezioni, migliorie rimaste desideri, vedove e orfani (tipografici) dimenticati o trascurati oltre che, fatalmente, qualche refuso che ha resistito impavido a una dozzina o più di riletture, ma in definitiva sono usciti in una forma più familiare a molti lettori. 
In questi giorni sto preparando il foglio pubblicitario per Strani Mondi e un'occhiata generale ai titoli pubblicati e alle loro copertine dà una curiosa sensazione: un po' come se davvero fossi un editore e davvero avessi un gruppo di persone che si fidano di me. Da non crederci. 
Isola di passaggio, di Silvia Treves, – un'antologia formata da tre racconti lunghi che costituisce l'antefatto a Mosca cieca [titolo provvisorio], il lungo romanzo sul quale lavora ormai da anni, è stato il testo che mi ha dato più grattacapi in assoluto. Soprattutto perché la nostra cara Silvia ha deciso di aggiungere un diagramma alla sua prefazione – che naturalmente non è stato affatto facile inserire nella versione stampata – senza contare le minime variazioni inserite nel testo. Infatti Isola di passaggio è stato l'ultimo a essere pubblicato.  
Dei due testi di Alberto Costantini, L'inquisizione di Padre Bertolt, gesuita e L'Eresia del Multiverso – il primo nato dallop sviluppo del racconto pubbicato su ALIA Evo 3, La confessione, il secondo centrato su un personaggio realmente esistito, Galeotto Marzio da Narni, vissuto nel XV secolo, che vive sorprendenti avventure nel multiverso – posso solo dire che è stato piacevole rileggerli per la pubblicazione, anche se mi hanno
dato non pochi problemi sul tema delle vedove e degli orfani, problemi risolti soltanto con una seconda edizione dell'Eresia. La prima edizione, messa in vendita con alcune pagine che come prima riga hanno un «-sato.» o «-ruppe il ragazzo.» diventeranno famose come il Gronchi Rosa.
Dei due libri di Mario Giorgi, Società del Programma Spaziale e Configurazione Alieno, sono (siamo?) particolarmente orgogliosi per le copertine scelte, oltre che, naturalmente, per aver avuto la possibilità di essere colui che ha avuto il coraggio insano di pubblicare due testi ermeticamente affascinanti, un desiderio che covavo in cuore fin dai tempi del grande Codice.  E qui, anche se difficilmente lo leggerà mai, inserisco un grande ringraziamento a Roberto F. In quanto ai due testi, se il primo racconta l'ascesa compiuta dal protagonista verso gradi di ulteriore consapevolezza, fino al termine della vicenda che esaurisce e


insieme spiega il senso del vocabolo «spaziale», il secondo è un testo che lessi una ventina di anni fa e che negli anni successivi non ha mai smesso di perseguitarmi per il modo nel quale Mario riesce a costruire e rendere accettabile una vicenda di per sé assurda. Si tratta di testi labirintici che hanno il grosso pregio di riuscire a sopravvivere senza difficoltà anche fuori dal substrato, virtuale o cartaceo.
L'antologia di Fabio Lastrucci, Da zero a infinito, è un testo che mi riempie di gioia aver pubblicato, sia su Fata Morgana, antologia annuale che costituiva l'omaggio agli abbonati, dove i suoi racconti erano sempre accolti con gioia – il che non è abituale per 

un'antologia che riceveva annualmente dai cento ai duecento racconti candidati alla pubblicazione –, sia su ALIA Arcipelago. Racconti malinconici e insieme insoliti, divertenti, bizzarri nei quali il talento di Fabio emerge potente e unico. 
I due testi di Paolo Cavazza, riuniti in un unico libro, Fantasmi sulla Luna,  costituiscono un unicum in senso letterale, nel senso che si tratta di veri racconti di fantascienza all'interno di una collana che denuncia una visione
un po' eterodossa del genere. Costruiti abilmente, raccontano in un'ambiente che non ha nulla di gotico o di soprannaturale, apparizioni aliene dai contorni stravaganti o  spettri inattesi e realmente capaci di spaventare i protagonisti e il lettore. Il che, in fondo, servirebbe giusto a dimostrare che anche i racconti di sf di Cavazza non sono poi troppo "regolari".
Per quanto riguarda i miei testi, posso soltanto dire che tre di loro, Il Settimo Clone, Settembre e Isole nella Corrente
 
si svolgono nell'universo della Corrente. Il primo è un testo centrale nel ciclo, come dimostrano anche le sue 364 pagine… Il secondo racconta la vicenda di Wladimir Taubzent, approssimativo eroe nella difesa del pianeta Settembre dal fanatismo millenarista, mentre il terzo riunisce sei racconti e un romanzo breve, Civette e Ippogrifi, che è stato un piacere scrivere e raccontare. 
U.K.R. è un romanzo ucronico, ambientato nell'Italia degli anni '70, un paese tuttora dominato da un fascismo decrepito, incapace di reagire a una situazioni internazionale sempre più tesa e insostenibile. U.K.R. è in realtà una parte di un miniciclo che comprende altri due racconti e un romanzo breve, Zero, liberamente disponibile in questo blog. 



Porterò con me gli undici testi per il prossimo Stranimondi, oltre, naturalmente, gli ALIA Evo 2 e 3.  Nel corso del prossimo Stranimondi, detto per inciso, avverrà la presentazione della collana, domenica 13 ottobre dalle 12.00 alle 12.30: prendete nota. 


Ultima cosa: il lavoro per la collana non si ferma, ho già sottomano un ottimo romanzo cyberpunk (chiedo scusa per la definizione non troppo attuale ma perfettamente adeguata in questo caso) e altri testi destinati a uscire in forma elettronica e cartacea.  


Ultimissima cosa: se avete letto qualcuno dei testi pubblicati e se (ovviamente) vi sono piaciuti, scrivetelo su Amazon.it. Basta anche un "Romanzo leggibile" o un "Antologia accettabile" per farci davvero un grosso favore.
A rileggerci presto!


17.8.19

Il Mare Obliquo 28

Non c'è pace per Re Artamiro. Un'armata di enormi dimensioni si avvicina al suo accampamento e il Re al comando di una piccola scorta corre a vedere di chi si tratta. Ma ancora una volta si tratta di un'orribile e sinistro incantesimo.
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– Presto, presto Volontà, venite a vedere!
Re Artamiro, impegnato in una udienza interminabile per una discordia nata tra un nobile dei Lupi-Drago ed un Liest dei Syerdwin, evidentemente decisi a rinverdire i fasti delle antiche guerre tra i loro popoli, alza la testa di scatto e con un cenno imperioso della mano riduce al silenzio l'Argomentatore del Barone Henia Uzen di Vewal.
– Cosa c'è da vedere, Duca Rossiter? – Domanda il Signore di Dancemarare. – L'esercito di Bartsodesh è qui, Vostra Volontà, ed infinite sono le sue schiere, tanto da giungere al limite dell'orizzonte.
– È impossibile, Duca. Le nostre spie ci avrebbero avvertiti. Bartsodesh è tuttora dall'altra parte di Canddermyn, in attesa dei rinforzi che devono giungergli da Ter-Heiness.
Il Duca Rossiter trattiene a stento un gesto di impazienza.
– Se non volete credere ai nostri occhi, venite a vedere se almeno potete fidarvi dei vostri. – Insiste il Liest Tamu Hiniun che accompagna il giovane signore di Telegin.
In quel momento entra il Generale Kataiud, accompagnato da Dubro, il Silvano capo delle sue guardie e dal Siniscalco Ant'Kisiel. – Il Nemico è qui, Volontà. – Dichiara l'anziano generale. – È consigliabile prepararci a dare battaglia.
Re Artamiro, nel quale lo stupore prevale ancora sull'agitazione, guarda in volto Dubro, l'unica creatura nel vasto arco del mondo della quale abbia davvero fiducia.
Il Silvano annuisce con un breve cenno del capo. – Un grande esercito sta avanzando alla nostra volta, Eit'Corok. Essi hanno stendardi come ragnatele e i loro colori sono spenti e incerti.
– Cosa significa, Dubro? Bartsodesh ha dunque cambiato i propri colori?
Il Silvano si stringe nelle spalle senza aggiungere altro.
– Qualcuno sa spiegarmi? – Chiede ancora il Re. – Ma perché perdo tempo a parlarvi? Duca Rossiter, Liest Hiniun, accompagnatemi fuori di qui.
– Perdoni, Sua Volontà… – Inizia a dire l'Argomentatore del Liest Syerdwin. – Ma… –
– Ma cosa? L'udienza è rinviata, non l'avete capito? Avete l'occasione di battervi per una degna causa, e se uno di voi sopravviverà egli sarà il vincitore di questa insulsa diatriba. Ho detto.
Fuori dalla tenda un attendente del Duca Rossiter lo sta aspettando tenendo per la cavezza un cavallo.
– Per di qua, Volontà, bisogna salire sul breve colle dove sorgeva la tenda di Tiatikenn. – Spiega il nobile.
Artamiro annuisce e sale a cavallo senza preoccuparsi di togliere il pesante abito di velluto da cerimonia.
– Dubro, vieni con noi! – Ordina.
Il piccolo gruppo di cavalieri attraversa il tratto di campo al galoppo, rischiando di travolgere un paio di ufficiali intenti a discorrere in mezzo al passaggio tra le tende, un ambulante che si aggira nel campo cercando di vendere collane da pochi soldi ed un paio di oche di ignota provenienza e proprietà.
Nel campo regna la consueta sonnolenta animazione, più degna della piazza di un villaggio che di un esercito pronto a battersi e Artamiro nota con scandalizzato stupore il fastidio con il quale i soldati dell'armata li guardano passare, come un gruppo di sconsiderati che corrano in mezzo ai banchi di un mercato rionale.
La cima del piccolo colle è presto raggiunta. Da essa nessuno si è ancora preso il disturbo di trasportare via i resti della splendida tenda di Tiatikenn, che in quelle notti ha ricevuto anche la visita di animali notturni e di predoni.
La meravigliosa stoffa che la copriva è stata strappata, gli oggetti di scarso valore che i servi del grande Mago non hanno portato via giacciono sparsi sul terreno, insieme a lembi di abiti, cocci di vetro, polveri colorate sparse come talco sull'erba e qualcuno ha perfino usato i pali di sostegno della tenda per farsene un piccolo falò, al calore del quale giacere con una delle innumerevoli Consolatrici che popolano il campo. 

 
– Che desolazione, che scandalo! – Commenta Ant'Kisiel, senza che nessuno gli risponda.
– Allora? – Chiede Re Artamiro, che la cavalcata ha reso di umore nero.
– Alla vostra sinistra, Volontà. – Indica il Duca Rossiter.
Poco oltre il fiume che delimita a Nord-Ovest il campo dell'armata di Dancemarare sta un grande esercito immobile, le bandiere mosse lentamente dal vento, simile da quella distanza ad un vasto, oscuro lago appena velato da una leggera foschia nel quale si accendano leggeri e lenti riflessi di luce.
– Quanti sono? – Chiede a bassa voce il Re.
– Innumerevoli, Volontà. Come stelle nel cielo o granelli di sabbia. – Risponde Tamu Hiniun.
– Ma come ha potuto una simile armata giungere così vicino senza che nessuno l'abbia vista? – Chiede il Siniscalco di Artamiro, con intonazione volutamente distratta.
Il Duca Rossiter di Telegin impallidisce violentemente e spiega con voce divenuta rauca: – Nessuno ha veduto nulla. Fino ad una manciata di minuti fa non vi era nessuno in quella piana.
– Bisogna quindi credere che il nemico sia dotato di sensazionali poteri magici, tanto da apparire e scomparire a sua volontà. – Commenta beffardo Ant'Kisiel.
– È possibile, purtroppo. – È la risposta del nobile di Telegin.
Il Siniscalco del Re si rimangia il commento sprezzante per tanta risibile incompetenza alla vista di Re Artamiro che annuisce alle parole del Duca e si affretta ad approvare a sua volta.
– Non può essere l'Armata di Bartsodesh. Non ne ha i colori. – Interviene il generale Kataiun.
– Sono troppi, troppi per essere l'esercito nemico. È evidente. I soldati di Barstodesh sono poco più di metà dei nostri – Aggiunge Ant'Kisiel.
– E allora chi sono? Ditemelo voi che sapete tutto. Sono forse i rinforzi promessi da Nyby Ornoll e da Horr Vamaiun? – Replica irritato Artamiro.
I due cortigiani osservano per un po' la sterminata armata e infine scuotono il capo.
– Chi sono Dubro, lo sai? – Chiede infine il Re. – Uth'Nesai Kadh. – Mormora il Silvano.
– Non usare la tua lingua, maledizione! Chi sono?
– Attenzione si stanno muovendo! – Grida il Duca Rossiter. – Presto andiamo.
– Dubro cosa hai detto? – Re Artamiro non si preoccupa neppure di controllare la notizia data da Rossiter e continua a fissare il capo delle sua guardia personale.
– Non c'è traduzione, Eit'Corok. Sarà meglio andare a vedere da vicino.
– Muoviamoci allora. – Urla Re Artamiro salendo a cavallo con uno slancio furioso che per un istante sembra restituirgli il vigore dei vent'anni.
– Ma Volontà… – Ant'Kisiel indica la grande armata che lentamente si muove verso la riva del fiume. – Volete andare ad affrontarli da solo?
– Di che ti preoccupi, vecchio imbecille? L'hai detto tu che non si tratta di Bartsodesh. Andiamo, ora.
Quando attraversano nuovamente il campo il clima è molto cambiato. La notizia dell'avanzata di un grande, sconosciuto esercito è giunta in ogni angolo del grande attendamento scatenando una fenomenale agitazione ed un ancora più grande confusione.
Urla ed ordini si intrecciano a ripetizione in mezzo a gruppi di soldati intenti a cingere goffamente armi, scudi ed armature, a spegnere fuochi, ad inseguire cavalli frastornati dal caos ed a indirizzare preghiere e scongiuri a mille diverse divinità.
– Per di qua! – Grida Tamu Hiniun, ottimo cavaliere al contrario della maggior parte degli altri Syerdwin, al piccolo corteo reale.
Verso il limite Nordoccidentale dell'accampamento, dove sono raccolte le truppe provenienti dalle Terre del Nord abitate dai Lupi-Drago, la confusione è molto minore, nonostante la vicinanza della sconosciuta armata nemica.
I Lupi-Drago sono per la maggior parte già schierati alle spalle del recinto di tronchi che cinge il campo e folti gruppi di essi, armati di arco e frecce, hanno già preso posto sulle torri di legno disposte a brevi intervalli lungo la barriera.
Passando Re Artamiro li saluta con ampi cenni del braccio, ad indicare considerazione, ai quali quella gente silenziosa e temibile risponde con un sommesso mormorio ed una sorta di breve sorriso che lascia intravedere i lunghi canini acuminati.
– Se la nostra armata fosse formata solo da questi terribili soldati, allora sì, potrei sentirmi di conquistare l'intero arco del mondo. – Commenta Re Artamiro, rincuorato alla vista di tanta minacciosa efficienza.


– Solo i Syerdwin hanno tenuto testa a tanta splendida ferocia, vostra Volontà. – Osserva a mezza voce Tamu Hiniun.
Artamiro sorride e fa un cenno di assenso.
– Aprite la porta. – Ordina Il Duca Rossiter al drappello di Lupi-Drago schierati a difendere l'ingresso del campo.
Le guardie esitano per qualche secondo, ma un secco ordine proveniente da un ufficiale li induce ad obbedire.
– Il nemico è a meno di due miglia, Vostra Volontà.– Spiega l'ufficiale, rivolgendosi direttamente al Re, gesto inaccettabile per chiunque non sia un Lupo-Drago. – Posso fornirvi una scorta?
Re Artamiro non ha neppure il tempo di rispondere che una cinquantina di cavalieri, con i caratteristici elmi molto strombati a coprire parte delle spalle, la celata dalle feritoie sottili ed orizzontali e l'ampio mantello del colore del cielo notturno del nord, si affiancano al piccolo gruppo reale.
– Con vero piacere, Marr. – Replica Re Artamiro, utilizzando una appellativo di cortesia particolarmente apprezzato presso i Lupi-Drago.
Una leggera nebbia o forse polvere precede l'armata in marcia verso l'esercito di Artamiro che ben presto ingoia il drappello di cavalieri. Dopo poche decine di metri al galoppo sono costretti a rallentare. L'orizzonte ed il sole sono scomparsi, ingoiati da una sorta di vapore tiepido che si sparge come schiuma sulla terra, ed ogni particolare del paesaggio si è fatto un'ombra indistinta e minacciosa.
– Dove siamo? – Chiede inutilmente il Re, che a stento riconosce la propria voce, resa stranamente risonante da quella nebbia.
– L'accampamento è alle nostre spalle. – Lo rassicura Tamu Hiniun che cavalca al suo fianco. – E davanti a noi, da qualche parte, marciano i nemici.
– Dubro! – Chiama Artamiro.
– Sì Eit'Corok? –
– Allora, cosa mai riusciremo a vedere in questa nebbia?
– Attento, Eit'Corok. Non si vede solamente con gli occhi. – Replica il Silvano, enigmatico come sempre.
Re Artamiro almanacca per qualche istante sulle parole di Dubro senza giungere a nessuna conclusione. I cavalieri Lupi-Drago avanzano silenziosi intorno a lui, reggendo alte le lance e le pesanti gries, le lunghe spade che impugnano con entrambe le mani. – Sono lì, proprio davanti a noi. – Annuncia il Duca Rossiter che cavalca subito davanti al re.
Dugg-Dak! – Ordina un ufficiale dei Lupi-Drago.
Artamiro traduce mentalmente "State pronti."
– Rientriamo, Volontà. – Chiede Ant'Kisiel. – Solo i Lupi-Drago possono essere tanto folli da affrontare in cinquanta un esercito di centomila uomini.
Il Re si volge verso Dubro che osserva calmo la lunga linea grigia di armati che si intravede nella densa nebbia.
– Guarda, Eit'Corok. Guarda.
– Fermi. Non caricate. – Ordina Artamiro rivolto alla lunga fila di Lupi-Drago che si preparano a correre incontro al nemico. Non può vedere lo sguardo perplesso dei cavalieri ma può facilmente immaginarlo: un gruppo di cavalieri non può affrontare un nemico da fermo come i fanti.
Dopo qualche istante un ordine secco dell'Ufficiale dei Lupi fa quasi sorridere il Re: il piccolo gruppo di soldati scende da cavallo per affrontare il nemico a piedi.
In un attimo i Lupi formano un cuneo a doppio rango, nel quale la seconda fila regge in mano le lance, mentre la prima è armata con le gries. All'interno del cuneo il Re ed i suoi cortigiani, tuttora a cavallo, osservano affascinati ed inorriditi la calma glaciale dei Lupi, silenziosi come se fossero ad un'esercitazione.
Dugg-Dak! – Ripete l'ufficiale, mentre già le prime file dell'armata nemica emergono dalla nebbia. Nei secondi eterni che precedono il contatto Artamiro riesce a fare almeno una dozzina di riflessioni, di cui la più bizzarra è che si trova lì, pronto ad essere massacrato in una battaglia tragicamente impari, per inseguire le frasi enigmatiche di un Erbano, una creatura della quale, come tutti gli uomini, ignora desideri, sogni e speranze.


Artamiro si alza sulle staffe cercando di scorgere qualche particolare del nemico, ma senza successo.
La grigia fila dei nemici sembra non avere volti e corpi definiti. Ad un primo sguardo gli sembra di riconoscere spade, lance, archi, scudi, elmi dagli alti pennacchi che ad un secondo sguardo scompaiono confondendosi nell'intrico dei corpi e delle forme. Un forte profumo di incenso e di alloro, paradossale in quella circostanza, proviene dalle file del nemico e in quell'attimo Artamiro si rende conto che da loro non proviene alcuna voce né alcun respiro, come da un'infinita adunata di ombre.
Artamiro guarda verso il vertice del cuneo: la lunga fila di guerrieri ha già superato i primi Lupi, come se fossero essi stessi fantasmi e avanza ancora verso di lui. "Attento Eit'Corok, non si vede solamente con gli occhi." Ricorda Artamiro e quasi senza accorgersene le sue palpebre si chiudono.
Il suo sguardo, liberato dal corpo, sembra navigare nell'aria sopra la grande piana, come quello di uno spirito o di un Dio. Sotto di lui la prateria che ha appena attraversato, illuminata da un sole freddo acceso di una luce rossa e sanguigna, si è trasformata in un'arida spianata, coperta da uno strato di una materia simile a vetro affumicato, dai bagliori sopiti e crudeli. Il fiume che la bagnava è un incavo secco e rossastro come una ferita non curata e nel suo letto fischiano rabbiosi aridi venti che non portano con sè sabbia ma cristalli sottili che velano a tratti la luce dolorosa del sole.
In quel paesaggio da incubo avanzano senza speranza poche creature, irriconoscibili. Un istante dopo, come avviene nei sogni, lo sguardo di Artamiro si posa su una di loro. Il volto della creatura è coperto da quei sottili cristalli ed al posto degli occhi, come nelle maschere, vi sono due buchi attraverso i quali il Re vede un frammento di cielo giallastro, attraversato da nubi scure e sottili.
La creatura avanza senza vederlo, barcollando ed i suoi abiti, poco più che stracci, si agitano sul suo corpo come fossero appesi ad un sottile sostegno di legno. Artamiro, incapace di sostenere ancora quella visione, riapre gli occhi di scatto. Davanti a lui un grigio cavaliere dell'armata di fantasmi alza lo sguardo verso di lui, mostrando le orbite vuote e gli occhi fatti di nebbia.
Lo strano esercito impiega quasi un'ora per superarli e quando anche l'ultima fila è passata la nebbia si alza all'improvviso.
La luce del sole di metà pomeriggio li abbaglia improvvisa ed i colori dell'erba, del cielo appaiono loro troppo forti, come dipinti da un cattivo pittore.
Eit'Corok avete veduto? – Il Silvano è il primo a riprendersi dalla visione. – Avete veduto il Grande Sogno?
Artamiro, rigido sulla sella del cavallo, non risponde. Per un tempo infinito i suoi occhi hanno veduto gli strani volti degli spettri: un volto solo ripetuto all'infinito come se tra le ombre non esistesse più alcuna differenza, alcun passato.
– Ho veduto. Un potente sortilegio. – Dice infine Artamiro.
Il silvano scuote il capo lentamente. – Non esistono maghi capaci di tali visioni. Tu, tutti noi abbiamo Veduto.
– Cosa abbiamo veduto, Dubro? Lo sai tu forse? – La voce del Duca Rossiter è stridula, rabbiosa.
– Non era magia dunque questa visione capace di confondere e terrorizzare le menti? Cos'era allora? Cos'erano allora quegli spettri che hanno marciato tra noi e sono evaporati come l'acqua di una teiera?
– Non lo so. Forse Kadh.
– Cos'è il Kadh? – Chiede con voce sommessa Artamiro.
A rispondere non è il Silvano, ma Liest Tamu Hiniun. – Il Kadh è per gli Erbani ciò che i nostri Maghi chiamano il Mondo-Tra-Molti-Istanti. Il mondo impossibile, il mondo non nato e non creato che cerca di divenire reale quanto il nostro. Il Luogo senza Memoria e senza Domani, dove nulla è possibile perché tutto è possibile. Il mondo che talvolta ci fa visita attraverso i Sogni, il cui vero nome è follia.
– E perché, perché mai questo Mondo ha scelto questi tempi per venire tra noi? – Chiede Re Artamiro.
– Non c'è un perché alla follia, Volontà. – Replica asciutto Tamu Hiniun.
– Saremo Io-Noi a combattere per primi, Eit'Corok, come è stato mille altre volte. E come tutte le altre volte rischiamo di non vincere. – Aggiunge Dubro, e la sua voce ha subito uno strano cambiamento, come se insieme a lui parlassero tutti i fratelli Mobili ed Immobili del vasto orlo del mondo. – Devi sapere, Eit'Corok, tu hai giurato.
Artamiro annuisce. Ricorda il giuramento fatto di proteggere i Fratelli-Immobili, il giuramento che gli permette di possedere una guardia formata interamente di Silvani.
– Ricordo, Dubro. Ma sono debole e solo.
– Lo so, Eit'Corok.
Dopo un secondo di silenzio il Re solleva il capo. – Torniamo indietro.